lunedì 14 aprile 2014

VIVERE NSEREKO

Savio. Dal latino Sapius, Saggio. Capace di seguire la ragione in ogni circostanza, con equilibrio e prudenza. Nomen Omen, dicevano sempre loro, i latini, quelli saggi. Chissà se a Kampala, capitale dell’Uganda, esiste un professore della nostra lingua originaria, che potesse spiegare al signor Nsereko e alla simpatica signora tedesca che lo aveva maritato che cosa stavano combinando. Chissà se il 27 luglio del 1989 quando i coniugi scelsero il nome Savio per il loro pargolo sapevano quale micidiale cocktail di estro, fantasia e talento andavano a generare: Savio Magala Nsereko. Tre nomi, diciotto lettere, un mito. Più che un saggio, un genio. Di quelli che la storia regala ogni mille anni, forse di più. Se fosse stato idiota sarebbe diventato un noioso Messi qualsiasi.
Trasferitosi da giovanissimo in Germania il geniale talento dell’ugandese esplode nel Monaco 1860, i cugini poveri del Bayern. A 16 anni è già su tutti i taccuini dei migliori osservatori, ma con un colpo incredibile di mercato finisce nel Brescia di Corioni. A 18 anni esordisce in serie B e stupisce tutti. Talento cristallino, dribbling a tutto campo, rapidità, visione di gioco, facilità nell’arrivare al tiro. Fisicamente è ancora tutto da formare e una semplice maglia delle Rondinelle addosso sembra uno di quei felponi da rapper. Tempo di un anno ed è protagonista assoluto degli Europei under-19 in Repubblica Ceca, vinti dalla nazionale teutonica. È nominato miglior giocatore del torneo, superando la concorrenza di stelle di primo livello come Mihail Aleksandrov, Vladimir Koman, Ben Mee, Fran Mérida, Tomáš Necid, Stefano Okaka, Kyriakos Papadopoulos, Silvano Raggio Garibaldi e Richard Sukuta-Pasu. Che dire: una manifestazione indimenticabile!


A gennaio del 2009 il grande salto: viene acquistato a peso d’oro (9 milioni di sterline!) dal West Ham. Veste in appena 10 occasioni la maglia numero 10 degli Hammers e si brucia tra panchina e tribuna.

Il carattere fumantino non paga da quelle parti e dopo sei mesi è rispedito in Italia, alla Fiorentina. La Toscana è il punto di non ritorno del “Saggio”: brutte compagnie, affitti non pagati, lungo periodo di inattività. Viene quindi spedito al Bologna: due presenze e altri problemi caratteriali. A Firenze non ne vogliono più sapere, lo impacchettano e lo mandano al Monaco 1860: riassaporando aria di casa, magari, riesplode e riusciamo a scavarci qualche euro. Con i Löwen ancora tanta panchina e tribuna. Ma nel momento in cui la carriera sembra finita, cancellata, distrutta, arriva il colpo di genio: Savio non si fa più trovare e la società denuncia la sparizione.
Nei giorni precedenti il fantasista aveva fatto trapelare di essere coinvolto in un brutto affare riguardante un suo fratellastro, sembra una sparatoria tra clan rivali. Dopo pochi giorni è ritrovato nella casa della sorella, in ottime condizioni di salute. Girano voci su strani rapporti con la malavita della città. Dopo poco il 1860 ne annuncia il licenziamento e il “Saggio” ritorna a Firenze, che nel tentativo di trovargli una sistemazione tranquilla lo sbatte in Bulgaria, nel Černomorec Burgas, sulle rive del Mar Nero, dove se non altro ritrova un po’ di continuità di prestazioni. Ma il campionato bulgaro e la tranquilla zona balneare non fanno per lui: vuole la luce dei riflettori per tornare protagonista, vuole un campionato di livello. Finisce la stagione e la Fiorentina è alla ricerca di un acquirente. Per qualche giorno si fa il nome della Triestina. Il mio cuore alabardato scalpita: finalmente il Genio nella mia città! Invece finisce alla Juve Stabia, serie B. A Castellammare altro calvario, due risicate presenze. Ma arriva un altro colpo di genio: una nuova sparizione.
Fa perdere le sue tracce per venti giorni. Verrà ritrovato a Londra con 16.000 euro in meno sul conto corrente, dopo due settimane godute tra prostitute ed alcoolici. Inutile dire che la Juve Stabia non accetta il comportamento del “Saggio”, rientrato alla base con la mamma e il procuratore, e lo rispedisce al mittente. Ennesimo trasferimento ed ennesimo calvario: finisce al Vaslui in Romania, 2 presenze. Successivamente passa all’Unterhaching, squadra di terza divisione tedesca, stagione 2012-13. L’anno del grande colpo. L’anno del ritorno in grandissimo stile. Non sul campo di calcio, ovviamente, dove colleziona solo le solite 2 presenze. Nonostante giochi, o quanto meno ci provi, nell’Alta Baviera il “Saggio” da il meglio di sé dall’altra parte del mondo. Il 28 ottobre 2012 è infatti arrestato a Pattaya, Thailandia: aveva inscenato un finto sequestro, il terzo, per estorcere alla sua famiglia 25.000 euro che gli servivano per pagare due prostitute tailandesi. Mai il mondo del calcio ha visto una cosa del genere. Divino. Epico. Leggendario. Quel poppante di Balotelli in confronto è una nullità. George Best un dilettante. Edmundo un cagnolino ammaestrato. Imparate, imperate tutti! Nelle vostre camerette pretendo un poster di Savio Magala Nsereko, il “Saggio”.

Rescisso, neanche a dirlo, il contratto con l’Unterhaching, finisce nella periferie del calcio tedesco, quarta divisione, firmando per il Viktoria Köln. Dopo alcune iniziali buone prestazioni trova il tempo di rubare un orologio ad un compagno di squadra e viene licenziato. Ennesima genialata.
Lo abbandonano tutti. Sembra destinato a chiudere la carriera ad appena 23 anni. Ma c’è ancora chi crede nel “Saggio” e la chiamata arriva addirittura da Israele. Contratto con l’Hapoel Akko. Avventura che dura il tempo di un sospiro, sulla quale non si sa nulla.
Oggi Savio è ripartito dal Kazakistan dove ha trovato un accordo con l’Atyrau Futbol Kluby e dove finalmente ha riassaporato la gioia del gol che gli mancava dal 17 gennaio 2009, quando segnò una doppietta in Brescia-Pisa 4-0.


Con l’Atyrau è subito andato in rete, segnando, con una sensazionale barbogia urticante (citando la Gialappa, quando ancora faceva ridere) il gol vittoria contro il Kairat nella prima giornata del Campionato Kazako. Il “Saggio” ha definito questa esperienza “la mia ultima occasione”. Chissà se a 24 anni ha deciso di farla finita con i colpi di genio e di diventare un po’ più idiota: i suoi primi 24 anni di vita si possono riassumere parafrasando l’ottimo Federico Guglielmo Nietzsche “Meglio essere Savio Nsereko per conto proprio, anziché Savio secondo la volontà altrui”.
PS: ricordatevi di comprare i poster per le vostre camerette!

giovedì 10 aprile 2014

Viaggio sentimentale negli anni '80. Una gradita replica sull'epopea della Ennerre.

Ho un talismano, qui nel mio petto. E' un talismano che sa un pò d'oriente, è qualche cosa molto attraente come un amante, riconoscente. Mi condiziona, però funziona. E mi controlla, spia, traccia la mia via.
(Marina Occhiena/Cristiano Malgioglio, Talismano, 1981)
La cagnolina Betta ha involontariamente distrutto il mio pc costringendomi ad utilizzare una specie di Pentium I di (s)fortuna, privo delle necessarie autorizzazioni Office. Scrivo perciò con Wordpad a circa 20 anni dall'ultima volta, quando mi esercitavo nella battitura con questo programma dai pochi comandi e funzioni ridotte all'osso, adatto ad un bambino di 10 anni.

La ferocissima Betta
Siamo più o meno a metà degli anni '90, vivevo a Napoli, ed iniziavo a frequentare il San Paolo con una certa regolarità, forse perchè stufo del calcio alla radio, forse perchè in Serie A giocavano Ronaldo ed Enrico Chiesa. Arrivano così la stagione '97-'98 e Napoli-Inter alla sesta. Ricordo l'eccitazione di quel giorno come fosse ieri: avrei visto dal vivo Ronaldo e allo stadio con me e mio padre sarebbe venuto anche un compagno di classe, il peggiore della classe, il mio migliore amico. Nel tragitto da casa allo stadio ero incontenibile, immerso in una giornata di ottobre soleggiata e caldissima con il mio amichetto che non faceva che ripetermi "Ronaldo? E' 'a uallera 'e Maradona". 

Ronaldo? 'A uallera 'e Maradona
Quel Napoli fu davvero sfortunato, sia contro Ronaldo e Galante che nell'arco di quella sciagurata stagione. La sindrome di Paperino di quella squadra mi pareva ancor più evidente e crudele quando mi soffermavo a riflettere sulle curiose congiunture che avevano portato il Napoli a vestire Nike (uno sponsor che per me era leggendario, appannaggio esclusivo delle squadre e degli sportivi migliori) dopo una bella e divertente campagna pubblicitaria con i numeri della smorfia e contemporaneamente a venire scherzato quasi tutte le domeniche, in casa e in trasferta, a nord e a sud.

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A Natale, sulle pagine di questo blog, mi ero e ci eravamo divertiti a ricordare il ruolo nella storia del calcio della Ennerre, la Nike degli anni '80, il meglio del meglio dell'industria tessile italiana del tempo. 

Ravanelli: "La Ennerre? Meglio dell'orgasmo de' mi moje"
Se prima di scriverne la curiosità sulla storia e sull'evoluzione del brand erano forti, dopo averne scritto siamo divenuti dei veri feticisti del marchio e abbiamo continuato ad approfondirne estensione geografica e particolarità. Ebbene, si sono aperti degli scenari difficilmente preventivabili alla vigilia. Fra tutti, mi limito a menzionare la diffusione capillare del marchio in Giappone (nel corso di tutti gli anni '90 e anche successivamente) e in diversi paesi del sudamerica, tra cui il Brasile.

A 14 anni Ronaldo veste già Ennerre
Non avremmo mai raggiunto questi incredibili risultati senza il contributo di Vittorio, ascolano, ex-designer Ennerre nei primissimi anni '90 che lo scorso febbraio ci regalava un paio di graditi interventi farciti di informazioni, o meglio, di vere e proprie perle, sulla gloriosa società pescarese. In particolare, in uno dei suoi commenti al post Vittorio ci raccontava che "(...) la Ennerre nacque da un'idea di Nicola Raccuglia, ex calciatore pescarese che in società con la famiglia Lazzarini titolare della Pantofola d'Oro fondò la Ennerre New Line. Nell'89 la Pantofola d'Oro rilevò la parte di Raccuglia che fondò la N2. La Ennerre però aveva già un buco di diversi miliardi di lire e grazie ad una pazza gestione i debiti affondarono sia la Ennerre che la Pantofola d'Oro che prima dell'acquisizione era un marchio molto saldo nel mercato delle scarpette da calcio. Dopo il fallimento entrambi i marchi furono acquisiti da una cordata di imprenditori piceni che dopo un attenta valorizzazione e puntando maggiormente sullo sportswear ha fatto della Pantofola d'Oro una realtà sana e vivace anche fashion. 

La Pantofola D'Oro
La Ennerre è tutt'ora al palo aspettando momenti economici migliori che possano stimolare nuovi investimenti. Qualche anno fa ho saputo che il marchio Ennerre è stato ceduto al prezzo di circa 222/24000 euro, una miseria che se avessi saputo avrei sborsato con piacere ma così è la vita! Purtroppo l'abbigliamento sportivo è molto rischioso e sarebbe necessario produrre tutto nei paesi orientali e non so poi quanto si riuscirebbe a salvare dello stile retrò e speciale che la ennerre ha nei suoi geni.".

Nel 2011 Ennerre è proud sponsor del Verdy Tokyo

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Con immenso piacere accogliamo su queste pagine l'altrettanto splendida lettera di precisazioni di Nicola Raccuglia, ex calciatore professionista, fondatore della Ennerre, l'uomo con le iniziali più famose al mondo, un amico del calcio:

"Buongiorno, sono Nicola Raccuglia, fondatore della NR ENNERRE. 
Innanzitutto voglio farvi i complimenti per il vostro sito.
Volevo replicare al fantomatico Sig. Vittorio che in data 17 e 18 Febbraio c.a. ha buttato fango su un'azienda che tutt'oggi è ricordata in tutto il mondo. Tra l'altro questa persona non la conosco.Vi prego di pubblicare quanto sto per dire di seguito. 
Vedo che probabilmente questo "Signore" ha collaborato con l'azienda NR, all'epoca di proprietà della famiglia Lazzarini -Pantofola D'Oro, proprio negli ultimi anni, dove poi è fallita.
Questo "Signore" dichiara (sotto la sua responsabilità) addirittura che la Pantofola D'Oro sia fallita a causa dei debiti acquisiti dalla ENNERRE. 
Preciso che NR ENNERRE fu creata da me nel 1972 e sono uscito nel 1985, quando l'azienda era in ottimo stato, con 200 dipendenti, e fatturava all'epoca 20 miliardi di vecchie lire, con più di 700 punti vendita in tutto il mondo. Aveva un valore enorme.Quindi probabilmente fu l'incapacità della successiva gestione a portare l'azienda al crollo.
Fino all'ultimo anno in cui ero proprietario, curavo personalmente il look dei vari modelli, tenevo molto alla vestibilità ed ero sempre alla ricerca di materiali e filati di ottima qualità per ottenere risultati sempre migliori. Sono stato calciatore professionista, per cui mi ero appassionato al look delle maglie da calcio e sotto questo aspetto sono stato molto avvantaggiato: mi piaceva molto curare i particolari ma soprattutto la vestibilità.
Per chiudere volevo anche brevemente chiarire come è nata la società con i Lazzarini.Conobbi Emidio Lazzarini negli anni '60, quando giocavo col Vicenza calcio, e dal quale acquistavo le scarpe. Tramite me, anche gli altri miei colleghi dellasquadra vollero le scarpette Pantofola D'Oro. Poi il caso volle che andai a giocare con l'Ascoli calcio e nacque una profonda amicizia col Sig. Lazzarini, il quale lo ricordocome una persona stupenda, generosa e leale, soprattutto stimato da tante persone, avevamo un rapporto quasi come padre e figlio.
Nel 1982, appunto per la grande amicizia che ci legava, ma anche perchè avevamo gli stessi rappresentanti in tutta Italia, nacque la società con i Lazzarini, e perquesto legame "NR ENNERRE - PANTOFOLA D'ORO" , le due aziende ebbero davvero enorme successo.  Poi nel 1985 di comune accordo uscii dalla società liquidandomi la mia quota del 50%, e da allora creai il nuovo marchio N2 ENNEDUE.
Quindi volevo dire a questo "Signore" di non permettersi più di divulgare notizie false e di gettare fango su un marchio che è tutt'ora richiesto e ricordato in tutto il mondo. Ho solo voluto precisare alcune cose molto importanti. Mi auguro che possiate pubblicare e far sapere a tutti quello che ho appena scritto. Grazie. 
Nicola Raccuglia


La famiglia Ennerre

P.S. vi allego una foto recente nella quale potete vedermi al centro (ho il maglione chiaro), i miei ex dipendenti organizzano una cena per me e per ricordare il bel rapporto che avevo con loro.".

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Grazie a questo blog ho avuto la fortuna di entrare in contatto con Vittorio, autore dei commenti che hanno provocato la replica di Nicola Raccuglia e persona estremamente gentile, disponibile, ma soprattutto ricca di passioni. 

Una delle creazioni di Vittorio
Durante la sua collaborazione con Ennerre in qualità di designer, oltre ad aver realizzato moltissime maglie con grafica e colorazioni accattivanti, Vittorio ha partecipato con passione alla vita dell'azienda, presentando con coraggio e determinazione le proprie idee stilistiche ed imprenditoriali. 
Come direbbe Isaac B. Singer "È meglio commettere un peccato con fervore che una buona azione senza entusiasmo.".


PS. Enrico Chiesa oggi allena la Samp primavera. Ronaldo veste la doppia XL.

lunedì 7 aprile 2014

Leggings, The Body e le Magista: perchè i fondoschiena sono tutti belli?


Bazaar Australia - The Body At Fifty

The face you have at age 25 is the face God gave you,
but the face you have after 50 is the face you earned
(Cindy Crawford)

Il mese scorso, la top model Elle McPherson ha compiuto 50 anni. Le photogallery delle riviste di tutto il mondo dedicate a The Body offrono lo spunto per riprendere un vecchio discorso, su leggings e fondoschiena e super top-model. Vorrei, in altre parole, provare a rispondere all’annosa questione del perché i culi di ‘sti tempi sono tutti belli.

Penso questo. Fino agli anni Novanta se una ragazza era bruttina, rimaneva bruttina. Fino agli anni Novanta se passava per strada Claudia Schiffer o Cindy Crawford o Eva Herzigova, ti giravi. – peraltro, ti giri pure ora, o almeno, mi sono girato la volta che ho visto Naomi a Milano, un lampo, l'istantanea del perchè ci sono gambe e gambe-. Ora, se una ragazza è bruttina non è detto che sia bruttina, probabile pure che piaccia, abbia un suo perché. Ora, se una modella passa per strada probabilmente non ti giri, o ti giri. Comunque, è indifferente. Sei certo che all'angolo successivo vedrai qualcosa di similare, analogo.
Quello che cambia è la definizione di bellezza, la percezione della stessa. Mentre un tempo c’erano le super top-model, inarrivabili e divine a fare da punto di riferimento e se non eri come le super top-model allora avevi dei difetti qua e là, ora tutto è smussato, confuso, oltre il tollerato.

Gli anni Duemila sono il punto di non ritorno rispetto alla forma. Il canone imposto - salvo rare eccezioni, s'intende. O forse solo una, Gisele - diventa la discrezione dei contorni, l'omologazione dello stile attraverso il GAG. Il resto lo fa il jeans skinny (o, ancor peggio, push up). Meno copertine patinate, meno divismo, come se le super top-model non esistessero più.
 
Nel momento in cui il punto di riferimento diventa una bellezza quasi asettica, magra e ruvida, viene meno il concetto di forma perfetta, e quindi ogni forma, come ribellione, sale alla bellezza.
 
* * *
 

Sono assolutamente convinto di due cose. La prima è che Ronaldinho andrà al Mondiale.
La seconda è che Riquelme dovrebbe andare al Mondiale. Il brasiliano è tiratissimo, sempre decisivo, in forma splendida. L'argentino da sempre fenomeno d'altra velocità.
Un'antitesi rispetto alla bionicità di Cristiano Ronaldo, alla rapidità di Neymar e alla freddezza di Diego Costa in area di rigore.
Non ditemi che preferireste a Ronaldinho e Riquelme uno qualsiasi dei centrocampisti di Brasile o Argentina che in genere vediamo di questi tempi. Non ditelo, mi offendo.
 
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A proposito di estetica.
Tra le mie maglie preferite per il Mondiale brasiliano della Nike ci sono sicuramente Brasile, Olanda e Inghilterra (elegantissima).
Dell'Adidas bella e cattiva la seconda del Messico, la seconda della Spagna con il giallo fluo e la home della Colombia - Colombia ridimensionatissima dalla lesione di Falcao e Belgio sempre più ultra-favorito per la vittoria finale -. 
Meritano anche la Joma dell'Honduras e la Puma del Camerun.
Mi lascia molto perplesso la prima dell'Italia. Preferivo la vecchia, quella dell'Europeo. Meglio la seconda, stile baseball.

Qui potete vederle tutte.

In questi ultimi tempi in allenamento Andres Iniesta sta poi provando gli scarpini nuovi della Nike per la prossima estate.
Si chiamano Magista, non si capisce bene come funzionano, come si allacciano, ma tant'è..
L'Adidas ha prontamente risposto riproponendo le Copa Mundial di mille colori.

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#GranPunto a Milano sabato sera. Peccato solo per il Sassuolo che ha sbancato Bergamo.

giovedì 3 aprile 2014

La traversa quadrata di Hampden Park

 

L’albo d’oro della Coppa dei Campioni nella seconda metà degli anni settanta è una fotografia pressoché perfetta del concetto di “nobile decaduta”, soprattutto se si guarda nella colonna delle squadre sconfitte. Il fatto che il Malmo ed il Club Brugge abbiano disputato due finali consecutive può far sorridere di nostalgia, ma non c’è nulla di strano: il trend è continuato, moderatamente, fino ai primi anni ’90, per poi arrendersi o quasi allo strapotere di una decina di squadre sparse nel continente, fatte salve le sempre liete, benché rarissime, eccezioni.
 
Per tutte le squadre che arrivano ad un passo dal sollevare il maggior trofeo continentale, specie se poi non ci andranno mai più vicini, c’è sempre un colpevole: può essere l’arbitro che concede un gol irregolare, la sfortuna di un’assenza imprevista tra i titolari, il nervosismo del debutto contro chi è abituato a giocare finali del genere ogni anno... la tendenza a crearsi un mondo parallelo sulla base di un “what if…?” è insita nella sconfitta, permette di non razionalizzare i propri errori e per un pò, le ipotesi dei mille “se” possono esorcizzare il dolore di essere arrivati a tanto così dall’alzare al cielo la coppa con le orecchie. E a chi vi dice che la storia non si fa con i “se”, rispondete pure che è così perché la storia la scrivono i vincitori: a luogo comune, non si può che rispondere parimenti.
 
No al nuovo stemma"
In questo particolare insieme di squadre pronte ad incolpare il destino beffardo dello “scippo” di un trofeo in bacheca, nessuna ha trovato un colpevole più originale di quello chiamato in causa dal Saint Etienne: l’anno è il 1976 e i Verdi della Loira stanno ammazzando il calcio francese con il loro dominio, in 13 anni sono arrivati otto titoli di campione di Francia e nella stagione ‘74-‘75 hanno vinto tutte e 19 le partite casalinghe, tanto per gradire. L’ASSE (come viene comunemente chiamato dall’acronimo) diventa talmente sinonimo di calcio e vittoria che se oggi la nazionale francese viene chiamata da tutti “Les Bleus”, si deve proprio alla popolarità del Saint Etienne negli anni ’70 ed al loro soprannome cromatico, “Les Verts”, ovviamente dal colore della maglia di gioco: per assonanza e per associazione diretta di idee, nonché per la presenza massiccia di giocatori stéphanois in nazionale, anche la squadra con il gallo sul petto comincia ad essere chiamata per il colore di maglia e il coro "Allez les Verts" si trasforma nell'ormai consolidato "Allez les Bleus".
 
Il giocatore preferito dagli hipsters.
Il Saint Etienne imbattibile al Geoffrey Guichard del ‘74-’75 aggiunge ad una formazione già eccezionale l’esplosione di Dominique Rocheteau, stupenda ala destra con notevole propensione al gol che alla sua prima stagione da titolare (e nemmeno a tempo pieno), fermerà il tassametro delle marcature ad undici, dando nuova linfa (non che ce ne fosse bisogno, ma sempre meglio abbondare) ad un reparto offensivo già clamoroso di suo, col capitano Larqué, Jacques Santini e il baffo da Asterix di Revelli a dar supporto a centrocampo. Il titolo nazionale è una formalità per i verdi e l’ASSE può quindi concentrarsi sull’Europa, dove l’anno prima si erano fermati in semifinale di fronte al Bayern Monaco che avrebbe poi alzato la Coppa dei Campioni al Parc des Princes: stavolta si arriva fino in fondo, il gol nei supplementari di Rocheteau completa il 3-0 che permette di rimontare i due gol subiti a Kiev dalla Dynamo di Blokhin (nel più classico dei "gol mangiato - gol subito" che dà il via alla rimonta) nei quarti, mentre basta un gol del capitano Larqué per avere la meglio sul PSV in semifinale e dare appuntamento ad Hampden Park al Bayern Monaco per la rivincita dell’anno prima.
 
Il vostro classico stadio di Lega Pro Seconda Divisione
Ora, quando la finale di Coppa Campioni (o Champions League che sia) si gioca nello stadio del Queen’s Park di Glasgow, succede sempre qualcosa di memorabile: nel 1960, la prima finale disputata ad Hampden Park è, ad oggi e ragionevolmente lo sarà per sempre, quella che ha visto più spettatori sugli spalti, quando 127.621 fortunati appassionati videro il Real Madrid atomizzare per 7-3 l’Eintracht Francoforte. Ecco, giova notare come quella partita quasi non si disputò perché i tedeschi erano ancora offesi dalle accuse di Puskas: alla stella delle merengues non era ancora andata giù la finale di Berna e non perdeva occasione per ricordare che se i tedeschi non si fossero dopati come cavalli, col cavolo che lui e Hidekguti se ne tornavano in Ungheria senza Coppa Rimet. Comunque, ragion di stato impose al magiaro una lettera di scuse per far sì che la finale si disputasse, ma Puskas non deve averla presa benissimo e uscì dello stadio solo dopo aver rifilato quattro pallini all’Eintracht. Si fermò solo ad una tripletta un altro signore bravino, un certo Alfredo Di Stéfano, per iscrivere negli annali l’unica finale di Champions in cui due giocatori segnarono entrambi tre (o più, nel caso di Puskas) gol.
 
Michael Ballack a fine carriera.
L’ultima finale in ordine temporale disputata ad Hampden Park è quella del 2002, decisa da quell’assurdo ed indimenticabile gol in volée di Zinédine Zidane, che consegnò al Real Madrid la sua nona e per ora ultima Coppa dei Campioni, ai danni ancora una volta di una squadra tedesca, il Bayer Leverkusen. I “farmacisti” sono un’altra compagine che col destino vanta un credito non da poco, specie in quell’annata in cui riuscirono ad arrivare secondi anche nel torneo organizzato dal baretto sotto casa di Ballack, che per non farsi mancare nulla, perse pure la finale dei Mondiali poche settimane dopo.

Tendenzialmente quindi, Hampden Park non porta proprio fortuna alle squadre tedesche, non fosse appunto per la finale del ’76 tra Bayern Monaco e Saint Etienne: ora, inutile evitare spoiler, sappiamo già che l’ASSE perderà la finale e va anche detto che per i bavaresi sarebbe stata la terza Coppa consecutiva, con una squadra annoverata di diritto tra le migliori di sempre e che costituiva l’ossatura di fondo della Germania Ovest campione del mondo nel ’74 e finalista agli Europei del ’76, dove fu beffata ai rigori solo ed esclusivamente dal colpo di genio di Antonin Panenka. Per dare un’idea del valore di quel Bayern, basti ricordare che la spina vertebrale di quella squadra era formata da Sepp Maier in porta, Kaiser Franz Beckenbauer al centro della difesa, un giovane ma già stellare Rumenigge a centrocampo e una coppia d’attacco composta da Gerd Muller ed Uli Hoeness. Non proprio gli ultimi arrivati, per intenderci.
 
Tipo le porte del Subbuteo.
Il Bayern fa quello che gli viene meglio: attende gli avversari, si difende (vinceranno la coppa avendo subito solo 4 gol in tutta la competizione) ed aspetta il momento buono per colpire. Il Saint Etienne però non si fa intimorire ed attacca: i Verdi hanno un’elevata vocazione offensiva, ma per la partita più importante della loro storia devono fare a meno di Rocheteau, infortunato e solo in panchina al fischio di inizio, già di per sé una bella fonte di rammarico. L’assenza sarebbe meno pesante se non ci mettesse lo zampino il fato: per due volte, il Saint Etienne va vicinissimo al gol. Prima Bathenay con un destro da fuori e poi Santini di testa battono Maier, ma non la traversa. Ed è proprio la traversa che diventerà il capro espiatorio per tutti i tifosi della Loira, perché ad Hampden Park le porte hanno una caratteristica unica e un pò démodé: dal 1904 i montanti, pali e traverse, non sono rotondi come nel 99% degli stadi del mondo, ma sono squadrati, dei blocchi tetragoni su cui i tentativi di Bathenay e Santini vedono il pallone rimbalzare beffardo verso il centro dell’area, invece che accompagnarlo dolcemente verso la rete come, secondo tutti gli stéphanois, sarebbe avvenuto con una traversa tonda. Sì, va ammesso, è una teoria bislacca, ma chi siamo noi per negare al Saint Etienne la gioia di un “what if” simile?
 

Tant’è, come da copione, il Bayern colpisce ad inizio secondo tempo con un gol di Franz Roth, mediano di rottura che aveva il compito di annullare il capitano Larqué e che finirà come match winner della finale, mentre l’ASSE si ritrova a piangere lacrime sui “pali quadrati”, quei poteaux carrés che li perseguiteranno da lì in poi, diventando automaticamente sinonimo della loro squadra: in primis, simbolo di scherno da parte di tifosi avversari, poi come oggetto di osservazione della FIFA che sembra abbia normato in via ufficiale la rotondità dei montanti proprio tenendo a mente questo episodio.
La gloria del Saint Etienne praticamente si ferma qui, nonostante per qualche anno ci abbiano ancora provato, anche con l’acquisto di un giovane di belle speranze chiamato Michel Platini: arriverà un titolo nel 1981 con Le Roi già in bianconero e null’altro. Arriverà la disgrazia della serie B, del fallimento e del saliscendi tra Ligue 1 e Ligue 2, ma quel che è peggio, la beffa di vedere i rivali regionali dell’Olympique Lyonnais assurgere al ruolo di guida del calcio francese ad inizio secolo, un ruolo che i tifosi dei Verdi considerano usurpato, un affronto bello e buono in pratica (per intenderci sulla rivalità, andate a vedere come l'hanno presa i lionesi dopo aver perso il derby in casa, domenica).
Ma per uscire dal baratro, non c’è nulla di meglio che affrontare i propri demoni: è un fenomeno che in sociologia si chiama riappropriazione e per il quale una parola o un oggetto all’origine considerato derisorio viene fatto proprio da chi era l’obiettivo di tale irrisione. Come spesso avviene, l’iniziativa parte dai tifosi, molti dei quali magari nemmeno erano nati nel 1976: oggi uno dei maggiori siti web per i supporters dell’ASSE è appunto www.poteaux-carres.com ma a stretto giro anche la società ha abbracciato questa linea. La figura iconica delle porte dai pali quadrati era propria di Hampden Park che, una volta sostituiti con quelli a norma, li ha ovviamente esposti nel museo interno allo stadio. E siccome tra curatori di musei ci si intende, il direttore del museo storico del Saint Etienne ha chiamato il suo omologo scozzese ed ha lanciato lì la proposta: “quanto vuoi per i pali quadrati?”.
 
Musée des Verts
Ne sono seguite trattative ed alla fine (20.000 € per dei pali, marci peraltro, sia mai che gli scozzesi ti regalino qualcosa) le porte dai pali quadrati prendono la direzione della Loira, dove saranno esposti nel museo dello stadio Geoffrey Guichard, dove tutti i tifosi del Saint Etienne proveranno ad esorcizzare la loro nemesi maledicendo quella traversa che ora riposa dietro una teca, giurando di averla vista tremare ancora per il tiro di Bathenay.

Bonus track: per chi volesse saperne di più sull'epopea dei Verts negli anni '70, consigliatissima la monografia sul blog "Storie di Calcio".

sabato 29 marzo 2014

59, Viale Tiziano


So you sometimes go out in the afternoon
Spend an hour with your lover in his bedroom 

hear old women rolling trolleys down the road
Back to Lyndhurst Grove
Lyndhurst Grove



Quando alzavo la testa dalla tua schiena, dopo esserti venuto dentro, i miei occhi si mettevano a fuoco sul poster di Francesco Totti attaccato con le puntine alla parete sopra il cuscino. Aveva i calzettoni abbassati a metà del polpaccio, i muscoli delle cosce tesi (come i miei, mi veniva da pensare), la maglietta aderente al corpo asciutto, la posa sprezzante, lo sguardo rivolto verso il compagno a cui aveva lanciato il pallone. I tuoi gemiti, poco prima di afflosciarti sul copriletto, mi riportavano alla realtà di una stanza, e di una casa, sconosciuta.

Sul comodino c'era la foto di una donna che non eri tu. Sorridente, minuta, con i capelli biondi corti ma mossi dal vento e gli occhiali da sole, come a voler velare la malinconia dell'osservatore, teneva in braccio un bambino con una salopette. Avrà avuto quattro o cinque anni. Così diversa da te, con il tuo viso lungo, spigoloso, le tue gambe fredde, la tua ombrosità, i tuoi capelli del colore del legno. Non ho mai capito come avesse fatto tuo marito, l'Architetto, a riparare tra le tue braccia dopo quel lutto così improvviso. La ferita ancora aperta, la frattura tra due vite, la leucemia, il romanzo postumo, quel bambino così piccolo da crescere. Due donne così diverse. Eppure.

Mentre sistemavi la stanza del bambino che non sei mai riuscita a chiamare tuo figlio andavo in cucina a prendermi da bere. Fare l'amore in quella casa mi disidratava e camminare a piedi nudi sul parquet era un modo per rinfrescarmi. Anche sul frigorifero c'era una fotografia dell'ex moglie. Mentre bevevo a lunghe sorsate l'acqua gelida che scorreva a fiotti dal rubinetto appoggiavo la fronte sudata al vetro della finestra della cucina. La solita immagine di cinque o sei tifosi che tornavano verso la fermata del tram camminando sui binari deserti, con le sciarpe intorno al collo, mi passava davanti. La partita era finita, anche io me ne sarei dovuto andare. Giusto il tempo di rivestirmi e di vedere i risultati della giornata sul televisore del salotto, che lasciavamo acceso con Diretta Gol per essere sicuri di non addormentarci a partite finite, e di chiederti chi aveva fatto quella macchia chiara sul divano grigio. Non l'abbiamo ancora scoperto, è successo qualche sera fa, durante la festa di Giorgio. Ti sei divertita? Sì, voglio dire, c'erano i nostri amici, hanno portato i bambini, loro hanno giocato in terrazzo mentre noi siamo stati qui a mangiare e a parlare di lavoro, libri, musica, arte e sesso. Arte e sesso? Sì, perchè no? E di calcio? No, di calcio no, lo sai che a Giorgio non piace, che quando va allo stadio con il figlio lo fa solo per lui. Dai, adesso vai che potrebbero tornare da un momento all'altro. Dimmi solo una cosa, com'eri vestita? Lei andò di là, e tornò appoggiandosi un vestito nero sul corpo ancora seminudo. Restammo in silenzio e pensai che esistono silenzi fatti solo per noi.

In quella casa, a volte la domenica pomeriggio, a volte il sabato sera, o comunque inseguendo i cervellotici orari della Lega Calcio, ho vissuto i migliori anni recenti della storia della Roma, quelli spallettiani. I gol più belli, le partite più sofferte, le emozioni più intense sono tutti ricordi legati a doppio filo con il sesso, le parole, l'intimità di quell'appartamento luminoso e minimalista, con le maschere africane e le scatole birmane in salotto. Le prime volte che ci entravo, nello stesso momento in cui le squadre erano sulle scale dell'Olimpico pronte per entrare in campo, sentivo lo stesso nervosismo dei giocatori, lo stesso mistero per quello che sarebbe accaduto nei successivi novanta minuti, la stessa ansia da prestazione. Mi sentivo come un turista che affitta una macchina in un paese straniero e inconsciamente si avventura in zone di guerra e non torna mai più indietro, almeno non con quella macchina. Poi, pian piano, seguendola nelle sue fantasie, nelle sue dolcezze, mi sono sciolto; con i nostri quasi vent'anni di differenza, lei è stata per me come un allenatore. Ho deciso di seguirla in tutti i suoi esperimenti tattici, cambiando varie volte la mia posizione in campo, memorizzando schemi e accettando anche delle dolorose panchine. Ricordo una sera - si giocava Roma-Palermo, e la Roma aveva appena segnato un gol da calcio d'angolo - in cui mi sostituì molto prima del finale. Di colpo le era presa un'inquietudine fortissima. Pensavo che non mi volesse più vedere, che mi avrebbe venduto o perlomeno dato in prestito a un'altra squadra. Invece era tutto il contrario: lei voleva fare coppia con me, come Totti e Mancini, come Romario e Bebeto, come Elber e Bobic. Tornando verso la macchina al Villaggio Olimpico, mischiandomi tra i pochi ignari passanti, le scrissi che anche io ero molto triste di vederla così poco e di non poter restare. Per un mese non ci vedemmo, era come se fossi stato squalificato. Poi però, un pomeriggio che la Roma dominava la Fiorentina, tutto tornò come prima, e iniziammo a frequentarci anche durante la settimana, approfittando del fortunato cammino europeo della squadra di Spalletti.


Giorgio lo amava, come si può amare una persona che non ti tradirà mai, che non le faceva mancare nulla, che le dava tutto quello che desiderava - almeno, tutto quello che poteva comprare. E allora perchè hai scelto me?, le chiedevo ogni volta che, sdraiati sul letto, le gambe arrotolate, ascoltavamo in lontananza i boati dell'Olimpico che ci informavano che De Rossi aveva segnato o che Panucci era stato ingiustamente espulso. Non dire che ho scelto tutto questo, mi rispondeva; vuol dire dare alla parola scegliere un senso veramente largo. Allora tornavo ad essere l'amante muto che ero sempre stato, fissavo le pareti della stanza di quel ragazzino che non avevo mai visto, se non in foto, e vivevo con malinconia quegli ultimi spezzoni di partita in cui si sa che non succede più nulla, il risultato è segnato, è inutile continuare ad attaccare. Perrotta veniva sostituito, il centrocampo infoltito, giocare in dieci non è mai semplice ed è meglio coprirsi. Testa contro testa, ascoltavamo il rumore dei passi dei tifosi sul marciapiede, fino alle cinque, quando bevevo un bicchiere d'acqua, appoggiavo la fronte al vetro della finestra della cucina, mi infilavo i pantaloni, le davo un bacio sulla bocca e me ne andavo via, come un tifoso qualsiasi.

Dopo l'estate del 2009 tutto cambiò. Quando la andai a trovare per la prima volta - era un Roma-Juve, Diego fece il fenomeno - capii che qualcosa era cambiato. Non so se in lei, o in me. Facemmo l'amore tre o quattro volte, e continuammo anche durante le interviste del dopo-partita. Giorgio e il figlio dopo lo stadio non sarebbero tornati a casa, perchè andavano a trovare i nonni. La notizia delle dimissioni di Spalletti mi colse all'improvviso, mentre lei mi stava facendo un pompino. Venni di colpo, fu "una scossa che mi svuotò la testa come un cucchiaio che raschia l'interno di un uovo alla coque". Il tecnico di Certaldo parlava ai microfoni di Sky dei problemi dello spogliatoio e io sprofondavo sul divano ancora macchiato. Non ricordo cosa dissi, ma ricordo che lei mi chiese se quelle parole significavano che era tutto finito. Non ho mai saputo se si riferisse alle mie o a quelle di Spalletti, ma risposi di sì, credo di sì, certo però è un peccato. Spalletti si era dimesso, e io con lui.

Oggi, quando ripenso a quei giorni, quei giorni felici in cui ho amato e sono stato amato, in cui mi sono illuso - ci siamo illusi - che un giorno avremmo anche potuto vivere insieme, non solo durante le partite della Roma ma anche nel resto della settimana, un sogno che sembrava possibile ed invece era inverosimile come vincere all'Old Trafford con Vucinic trequartista, non vedo le immagini delle partite, non vedo la stanza con il poster di Totti, non vedo neanche lei, ma vedo quei cinque o sei tifosi che tornano verso la fermata del tram camminando sui binari deserti, con le sciarpe nelle tasche.

mercoledì 19 marzo 2014

L'Illusionista, il viveur e il malato immaginario

Nota: sono cosciente che le vicende possano sembrare improbabili, ma esistono alcuni documentari e scritti che comprovano quanto narro.

Inquadratura panoramica su Rio De Janeiro, primissimi anni Ottanta. Atmosfera naif colorata da tinte a olio e da sfrenato edonismo (per chi se lo può permettere).
 

Primo piano su un ragazzetto malinconico e ricurvo di diciassette anni. E' nato in una famiglia molto povera e vive nel quartiere di Botafogo.
Gioca a pallone da piccolo, e neanche malaccio. Il suo Maracanà immaginario è incuneato in un vicolo senza sfondo, con una cuccia di cane in lamiera a fare da porta ad una estremità. Lo hanno chiamato "Kaiser" come il capitano della Germania Ovest.
Durante l'adolescenza però Carlos cresce alto, sgraziato, poco agile. Il talento drena via beffardo. Più tardi Kaiser stesso addurrà come causa l'eccessiva pressione della famiglia, che vedeva nel calcio l'unica via per migliorare la loro grama vita.
Tutti i provini vanno male. A sedici anni Carlos Kaiser è già un ex calciatore. Smette. Che fare?
A questo punto la disgrazia peggiore che gli sarebbe potuta capitare sarebbe stato recuperare improvvisamente il talento perduto, cosa che avrebbe consegnato Kaiser negli sdolcinati annali calcistici al pari di altri brasiliani passati in maniera ormai prevedibile dalle favelas all'opulenza, in una populistica retorica disneyana.
Passerà alla storia Carlos, ma in maniera meno buonista.
Il resto della popolazione mondiale qui si sarebbe arreso. Ma per il nostro questi fallimenti costituiranno il trampolino di lancio per una rutilante carriera ventennale da centravanti senza mai giocare.
 

Forse vi ho confuso troppo, andiamo con ordine.
Prima di rassegnarsi all'evidenza smettendo di calpestare malamente i terreni spelacchiati delle categorie più infime, il ragazzo ha avuto il tempo di fare amicizia con alcuni che ce l'hanno fatta davvero. Sentendo raccontare nei particolari la vita ricca e cafona dei veri calciatori, il nostro fatica ad accettare il suo ritiro, facendosi vincere dall'invidia.
Ma a un certo punto, l'Epifania. Kaiser si chiede come possa raggiungere questo status senza dover necessariamente giocare.
La svolta giunge in una imprecisata sera estiva del 1981 o '82, è uguale: imbucatosi in qualche modo in una festa piena di gente decisamente al di fuori della sua portata economica, Kaiser sfoggia una camicia aperta a livelli inguinali e una croce d'oro gigantesca a mezzo petto (il cui Cristo, per la vergogna, si copre la faccia). Il suo aspetto vistoso e la sua parlantina lo portano a attaccare bottone con alcuni calciatori presenti. Perchè Carlos, a differenza dei tanti giocatori che incrocerà in carriera è spigliato, intelligente, gentile, si esprime in un linguaggio articolato e soprattutto è in possesso di una simpatia immediata che sembra conquistare tutti. Sorte vuole che i giocatori che incontra quella sera non siano tipi a caso. Uno è Renato Portaluppi, futuro romanista, che figurarsi se non ci casca. L'altro è Gaucho. Cosa si siano detti quella sera non si sa, ma fatto sta che Kaiser fa suoi i primi agganci necessari al suo meraviglioso piano.
 
Kaiser (a sinistra) con Gaucho e Renato Gaucho Portaluppi)
Una volta fraternizzato con altri giocatori noti (incontra anche Romario e Bebeto, Branco e Rocha), mette in pratica il suo piano-truffa. Ogni volta che un suo amico giocatore firma un contratto di trasferimento, questi deve chiedere di inserire una clausola per cui il club acquista anche Kaiser, giovane crack verdeoro e futuro fenomeno.
Sembra impossibile che qualcuno ci caschi? Senza internet, youtube, wikipedia e valori di Football Manager ci cascano eccome.
Il nostro eroe viene acquistato da: Botafogo, Flamengo, Fluminense, Bangu, Vasco da Gama. Praticamente tutti top club.
Magari voi vi chiederete... "si, ma una volta che era lì che faceva? Come faceva a non essere scoperto?"
E qui esce il genio. La prassi è sempre più o meno la stessa. Appena arrivato confessa di non essere in gran forma fisica, magari aggiunge di essere appena uscito da un brutto infortunio, e dice di dover recuperare per due mesi.
Nel frattempo di giorno dice di allenarsi da solo (si, ciao) e la notte frequenta ogni giorno della settimana la bella vita carioca, dove immagino che il suo status da calciatore gli abbia garantito una percentuale di abbordaggio decisamente sopra la media.
Una volta passato questo periodo, deve presentarsi all'allenamento. E qui si scoprono gli altarini, eh? Scopriranno che è troppo scarso e sa a mala pena calciare? No. neanche per idea.
Kaiser paga un compagno perchè faccia su di lui un intervento rude così da poter fingere un infortunio. Non esistevano risonanze magnetiche, dovevano crederci. Se non trova nessuno che lo falci, fa finta di farsi male da solo.
Quando sente voci di qualcuno che si chiede il perchè di questo acquisto inutile, Carlos si prende la briga di comprare un bel telefono cellulare di quelli di allora, grossi e bianchi, e gira per il centro d'allenamento conversando animatamente al telefono in inglese. A chi gli chiede con chi stia parlando, risponde che sta trattando con il Liverpool e con la Juventus, perchè qua non si trova bene... la società allora abbocca a questi interessamenti esteri e pensa che non può farsi sfuggire un giocatore di tale rilievo. Contratto allungato.
In realtà Kaiser non sa parlare inglese (ma evidentemente neppure i suoi compagni), semplicemente inventa sul momento parole anglicizzanti infilandoci dentro ogni tanto nomi di club europei. Prisencolinensinainciusol.
Già, ma come faceva a non farsi scoprire dai compagni?
Semplicemente, come capiterà sempre nella sua vita, se li ingraziava... nessuno parlerà mai male di lui e Ricardo Rocha lo descriverà come un essere umano meraviglioso. Ma c'è pure altro: venendo a sapere prima in quali hotel la squadra avrebbe trascorso il ritiro prima di una trasferta, Kaiser (venuto nel frattempo in possesso di somme assai cospicue grazie agli ingaggi) fa trovare all'arrivo dei compagni nell'hotel una chiave.
La chiave è di una camera di un altro piano. Mettendola nella serratura e girandola, si apre davanti agli occhi dei compagni un Eden di donne più o meno nude. E chi fiata? Kaiser in squadra fa comodo, altrochè.
Altri regali vengono fatti ai giornalisti, categoria che il buon Kaiser è uno dei pochi a rispettare, salutando sempre gentilmente gli inviati e concedendo amichevoli interviste. Allora ecco che si sprecano i titoloni sui quotidiani sullo sfortunato Kaiser, che non appena potrà ristabilirsi si rivelerà il grande fenomeno che potrà portare il Brasile a vincere i Mondiali '86....
Poi dopo qualche mese la squadra lo cede, ma un altro amico calciatore ottiene un nuovo contratto inserendo il nostro eroe nella clausola, e il bengodi ricomincia da qualche altra parte. Che bella che è la vita.

Di tanto in tanto, può capitare che anche i geni possano vedere i loro piani sul punto di sbriciolarsi.
Durante il suo "soggiorno" al Bangu, nel periodo iniziale nel quale sosteneva di dover recuperare la forma, la squadra si trova piena di infortuni. Per la prima volta nella sua vita, il nostro eroe deve accomodarsi in panchina. La partita vede il Bangu in difficoltà, il mister disperato chiede a Carlos di scaldarsi.
Per un momento Kaiser avrà avuto una sensazione di totale panico, ma scommetto che sarà passata subito, perchè ai geni e ai supereroi succede così.
Nota i tifosi che contestano la squadra, allora sale sulla rete arrampicandosi, e si mette a insultare gli ultras. Espulso ancora prima di entrare.
Al presidente infuriato che gli chiede il perchè di tale sciocchezza risponde che per lui il proprietario del club non è solo un datore di lavoro, ma una specie di padre, e dichiara che non avrebbe mai permesso ai tifosi di contestarlo.
Il presidente, riconoscente, gli allunga il contratto di un altro anno, regalandogli altre 365 notti brave pagate dal club.
Potete pensare che questo sia il capolavoro definitivo di questo artista, ma forse non è così.
I migliori calciatori brasiliani degli anni Ottanta come Zico, Falcao e Cerezo emigrano in Europa a cercare fama e ingaggi milionari...pensate che il nostro sia rimasto insensibile a tale richiamo?
Per qualche mistero abbocca un squadra francese di seconda serie, il Gazelec Ajaccio.
Il campo è pieno di centinaia di tifosi che sono accorsi a vedere la nuova stella brasiliana, pubblicizzata da un enorme battage pubblicitario. Carlos è un pò frastornato, non se lo aspettava. Forse in questo caso non si può mettere in pratica il finto infortunio: in fondo è un tipo sensibile Kaiser, troppi tifosi rimarrebbero delusi.
Allora pronti via, tocca il primo pallone e subito calcia una puntata in tribuna, sorridendo.
E poi anche il secondo pallone, e anche il terzo. Ogni palla che gli arriva viene scaraventata gentilmente ai tifosi in tribuna che la prendono e la portano a casa applaudendo per il regalo del generoso brasiliano.
A un certo punto i palloni finiscono, l'amichevole non può proseguire. I restanti ottanta minuti si possono riempire solo con esercizi fisici e di corsa. I tifosi sono comunque in visibilio.
Non sappiamo come, pur senza giocare una sola partita venne riconfermato in Corsica anche l'anno successivo, dove per mancanza di effettivi viene costretto addirittura a entrare in campo qualche volta, per di più in spezzoni di cinque minuti scarsi.
La costa corsa però è sua, spadroneggia in ogni locale possibile immaginabile.
Poi torna in Brasile, passando anche dall'Independiente argentina.
Carlos Kaiser è stato tesserato per un totale di 11 (undici) squadre professionistiche fra Brasile, Messico, Stati Uniti e Francia.
La sua carriera ha coperto un arco temporale di 20 anni.
Partite giocate 11, gol zero, donne rimorchiate in numero incalcolabile.
Qualche filisteo sostiene che fosse un infame ladro di stipendi. Io invece mi chiedo se sia giusto che un artista di tale calibro, che ha dovuto idearsi dal niente una carriera costruita sul nulla, abbia avuto gli stessi stipendi di chi ha solamente avuto la fortuna di nascere particolarmente tecnico, coordinato o veloce.
 
Carlos Kaiser oggi (a destra), con un'amica un pò mascolina
Oggi fa il personal trainer, ma per noi resterà sempre
UN MITO

sabato 15 marzo 2014

I Marginali. A proposito di Llewyn Davis, Zero a Zero, mio cugino, e altri

Sono guidato da istruzioni generali, ma più vado avanti più sfuggo al loro controllo. Da parecchi giorni nessuno sa dove mi trovo, cosa faccio, cosa progetto. Tutto dipende da unicamente da me. Potrei ritornare sui miei passi, passare agli Inglesi oppure suicidarmi: i miei superiori non potrebbero farci niente. Tuttavia, come un asino al mulino, proseguo senza sosta il mio cammino, e giungerò alla meta perchè la possente calamita che mi attrae (non mi costa nulla, contrariamente a molti altri, rivelare il suo nome), è il desiderio e la volontà di potere. Ma non del potere scintillante dei grandi capi. Di un potere più discreto e diffuso, il potere di colui che muove i fili senza mostrarsi, che animando sia il teatro sia le marionette rimane sconosciuto al pubblico. [...] Ma questo desiderio e questa volontà sono temperati e come sminuiti da un rimorso sul quale un giorno dovrò pur spiegarmi.
                                        Langendorf, Una sfida nel Kurdistan



A fine gennaio, una sera in cui pioveva a dirotto e piazza Vittorio era sequestrata da un ingorgo apparentemente senza fine, siamo andati in un cosiddetto cinema off dell'Esquilino ad assistere alla proiezione di un documentario calcistico, "Zero a zero" di Paolo Geremei (persona molto gentile). La storia, che qui sintetizzo (per saperne di più, rimando alle ispirate recensioni che si trovano su Someone sill loves you, Bruno Pizzul e su Europa), è quella di tre promesse della Primavera della Roma degli anni '90, due portieri e un attaccante, che, per ragioni diverse seppur accomunate da un certo elemento di sfortuna e di incomprensione (uno si infortunia gravemente, uno non si prende con l'allenatore, l'altro non si capisce con se stesso), proprio al momento di compiere il grande salto verso il calcio che conta, si perdono, e si perdono in maniera fragorosa, irrimediabile. Costretti a giocare nei polverosi campi di pozzolana dell'Eccellenza centro-italica, quando va bene, o in quelli di erba sintetica dei tornei di calciotto di Roma nord, quando va male, i tre ragazzi - Daniele, Marco e Andrea - recriminano su quello che sarebbe potuto essere e non è stato, mostrando una comprensibile inclinazione all'auto-commiserazione e a incolpare gli altri per il loro misero destino, non senza punte di piacevole auto-ironia (elemento che, dal punto di vista filmico, dona ritmo al documentario).

Confesso che, tornato a casa dopo la proiezione, la sensazione che l'incontro con quei tre ragazzi poco più grandi di me mi ha lasciato è quella di una desolata tristezza. Non sono loro ad avermi messo tristezza, naturalmente, ma la loro storia. Non è tanto il fatto del destino che ti toglie quello che pensavi di aver già ottenuto (personalmente, non ho mai creduto che si possa dare qualcosa per scontato), nè la retorica e paradosso (a me molto cara e sempre presente in quello che scrivo) alla Lost in translation per cui ciò che ci rende infelici non è l'infelicità in sè, ma il sentimento di non essere felici quanto si vorrebbe (o meglio, quanto si pensa che si potrebbe) esserlo (e non a caso, anche i tre ragazzi di Zero a zero non sembrano mai provare infelicità per la vita che hanno vissuto, quanto, piuttosto, per quella che non hanno vissuto). No, quello che mi ha messo tristezza della loro storia è la consapevolezza che nella vita - la bella vita, la dolce vita, la vita facile - non c'è spazio per tutti. La consapevolezza che, per ogni Francesco (Totti) che sboccia dalla primavera e diventa leggenda, c'è un Daniele (Rossi) (si noti l'ironia malcelata già nell'anonimità del cognome) che si deve fare da parte e accontentarsi di quella minutaglia che la vita gli lascia. Non è una casualità, ma la rigida regola su cui si basa il mondo, non solo quello calcistico: per esserci un centro, ci devono essere dei margini. E questo sono i tre giocatori di Zero a zero, dei Marginali. Il problema è che non sono solo loro.


Voglio chiarirmi con un esempio tratto dal documentario. A un certo punto, nella meno attraente delle tre narrazioni (quella riguardante il portiere Marco, uno a cui in nazionale giovanile Buffon ha fatto da riserva), ci si chiede come mai, e vi è molto stupore che colora questa domanda, scaduto il suo contratto con la Primavera della Roma nessuna squadra di prima o perlomeno seconda fascia si sia fatta avanti per tesserarlo. Ci si chiede: era stato il portiere della Roma, della Nazionale, era insomma non solo risaputo, ma anche - per così dire - certificato che fosse forte, o comunque promettente, possibile che un'Atalanta, un Cagliari, un Foggia (i nomi delle squadre li ho messi io) non abbia fatto di tutto per prenderlo e salvarlo dall'oblio del dilettantismo (per la cronaca, infatti, Marco finirà al Fiumicino)? Secondo me non solo è possibile, ma è anche ragionevole, se si considera che il calciomercato è un ambiente limitato, come quel gioco di cui mi sfugge il nome in cui si devono muovere delle tesserine per creare una certa combinazione e però, ad ogni spostamento, una tesserina va dove deve andare e un'altra no. Voglio dire, ipotizzando che non fosse un fenomeno, che non fosse, per dire, un Buffon, la situazione era questa: estate '93 (più o meno), Marco, ex portiere della Roma Primavera, è sul mercato perchè la Roma non gli ha proposto di entrare in prima squadra; tutte le altre squadre - diciamo - di serie A e serie B si trovano nella medesima situazione di avere i due (se non tre) portieri della Primavera con il contratto scaduto o in scadenza e di dover decidere se tenerli oppure no; il direttore sportivo di una di queste squadre deve quindi scegliere se promuovere in prima squadra (al limite, poi, per girarli in prestito) i propri portieri, quelli su cui il settore giovanile della sua società ha investito per molti anni, quelli, insomma, che conosce e di cui si fida, ovvero se sacrificarne uno per prendersi quel Marco ex della Roma. In un caso o nell'altro, come si intuisce, c'è una tesserina che rimane fuori (Marco, o quello a cui Marco soffia il contratto da professionista); in un caso o nell'altro, quindi, si crea una storia alla Zero a zero. Tutto questo per dire che, nel mondo del calcio, le storie di Zero a zero non sono sorprendenti, nè insolite, ma - tutto il contrario - la normalità. C'è sempre qualcuno che rimane inculato.


E però, come anticipavo, questo pasodoble non avviene solo nel calcio. Cos'è "Inside Llewyn Davis", l'ultimo strepitoso film dei fratelli Coen (per un giusto elogio rimando alla recensione del mio critico cinematografico di riferimento), se non una rivisitazione in chiave musicale della storia di Zero a zero (o viceversa)? Per sintetizzarne la vicenda, potrei replicare lo stesso esempio fatto poc'anzi: per ogni Bob Dylan che sfonda, che ha successo, che s'impone, per ogni Bob Dylan a cui le cose girano bene, per ogni Bob Dylan a cui una discografica che s'innamora offre le proprie risorse, c'è un Llewyn Davis che non ce la fa ad uscire dal locale off, che non viene apprezzato, che fa le scelte sbagliate, che viene ignorato dall'industria di riferimento. Llewyn Davis, come i ragazzi di Zero a zero, è un Marginale, uno che rimane ai margini del suo mondo, e che, come quei ragazzi, oscilla tra l'auto-compiacimento e l'auto-commiserazione, finchè quest'ultima prevale; anzi, nella mia interpretazione, finchè quest'ultima trascolora in una invincibile tristezza, che poi è la tristezza dell'essere umano che si rende conto dei propri limiti. C'è una frase molto ispirata di Gabriele, il mio critico di riferimento di cui sopra, che spiega bene questo passaggio:

In quel momento, in quell'incontro con un animale "selvaggio" lo sguardo del protagonista si riempie di tutta la tristezza del vivere umano, al culmine di una serie di batoste tutta l'amarezza quotidiana che sconfigge la speranza si contamina con la tristezza e la compassione in una notte di neve.
Da questo contrasto in cui siamo immersi - esplicitato, per fare un esempio tra i mille, dall'ascolto di Sokolov che esegue Sonatine di Ravel mentre si è in un vagone della metro B romana che la mattina ti porta al lavoro - non si scappa. Non può scappare Llewyn Davis, che rinuncia alle sue velleità artistiche quando si ritrova con la schiena rotta sul selciato bagnato del vicolo contiguo al locale, non possono scappare i protagonisti di Zero a zero, che rinunciano alle loro velleità calcistiche quando si ritrovano di fronte a una macchina da presa che chiede loro di raccontare come sono finiti a fare quello che fanno oggi, non è potuto scappare neanche mio cugino, che a 19 anni, all'esordio da professionista, portò con i suoi gol la Fermana in serie B, strappò un prestigioso contratto con l'Empoli, segnò al debutto sia in coppa Italia che in campionato, e poi ha passato il resto della sua carriera a fare la spola tra i due rami della serie C, con qualche guizzo (quella rovesciata al Marsala quando vestiva la maglia del Palermo, quella storica promozione con l'Acireale grazie alla sua vena da trascinatore, quei gol pesanti nell'ultimo Trapani, quella squalifica per cocaina apparsa come flash sulla pagina 229 del Televideo) e molto anonimato. Io credevo che lui potesse essere un Eletto, un Prescelto, un Segnalato, ma anche lui non è altro che uno dei Marginali.


Infine, ci siamo noi. I più Marginali di tutti. Giriamo per Roma, scambiamo il parco di via Panama per Central Park, facciamo l'alba mischiando aglio e olio con due pasticche di cialis insieme a una sottocategoria di Marginali, i Localari, scriviamo su questo blog, e intanto gli Altri - gli equivalenti dei Francesco Totti, dei Bob Dylan, di quelli che hanno fatto carriera al posto di mio cugino - girano per il mondo, dalla finestra del loro duplex lo vedono davvero Central Park, fanno l'alba con modelle proporzionatissime, scrivono sulle riviste più fiche. Si può dire che, per essere Marginali, siamo infelici? No, non lo siamo, almeno io non lo sono, perchè il mio desiderio maggiore, l'unico per cui mi batto da quando sono nato, e per cui mi alzo ogni mattina dal letto, è quello di sedermi al tavolino di un bar all'aperto, di una terraza insomma, all'ora del crepuscolo, e vedere come tutto si diluisce in un colore tra l'arancio e il rosso, come tutto si disfa, come la gente che mi passa davanti, e i timidi rumori del traffico in lontananza, mi diventano così alieni, così indifferenti, così lontani, che per un momento sento la tranquillità di vivere al margine della vita, e sono contento di non farne parte.