martedì 2 febbraio 2016

Visca el Brescia

 
La sessione invernale del calciomercato si é chiusa ieri con il botto, anche se si tratta di un botto a effetti ritardati, visto che dovremo aspettare fino a giugno. Pep Guardiola, il più geniale allenatore in circolazione, ha annunciato - e questo era nell'aria - che a fine stagione lascerà, dopo tre anni, il Bayern Monaco, per cimentarsi in una nuova - questa sì, sorprendente - avventura: portare il suo credo calcistico a Brescia.

La notizia è stata naturalmente accolta a bocca aperta dai media di tutto il mondo, tanto da sembrare quasi una boutade, un prematuro pesce d'aprile: d'accordo l'elemento romantico del ritorno nel club in cui ha chiuso la carriera, ma che il guru del calcio contemporaneo decida, nel fiore della sua carriera, di allenare nella serie B italiana, scartando le offerte milionarie dei migliori club europei (si parla di sceicchi in lacrime sia a Manchester che a Parigi), è davvero un azzardo che solo un personaggio carismatico come il Pep poteva permettersi.

Ovviamente, Guardiola non ha scelto solo d'impulso, di cuore insomma. Al di là delle frasi di circostanza riportate in questi giorni dai giornali ("a Brescia ho lasciato un pezzo di cuore"; "ho sempre saputo che un giorno sarei tornato"; "la città non mi ha abbandonato nei miei giorni più difficili [quelli delle accuse di doping], avevo un debito con lei"; "non vedo l'ora di lavorare con Caracciolo e Mazzitelli"), dietro ci sono delle rassicurazioni ben precise che ha ricevuto sia a livello calcistico che politico. Dietro, infatti, c'è un progetto che va oltre il campo. Lo so perchè ieri sera sono stato quasi due ore al telefono con lui (come molti sanno, siamo amici, per così dire, di tennis, essendo entrambi soci di lunga data del Real Club a Pedralbes). Anche se gli ho promesso riservatezza, so che non si arrabbierà se riporto qui di seguito alcune delle anticipazioni che mi ha dato.


Innanzitutto, com'è intuibile, avrà mani libere sul mercato. Quest'estate ci sarà un bel viavai sulla BreBeMi. Finora le certezze sono poche. Dalla Masia arriveranno tutti e quattro i fratelli Samper: non solo il già famoso Sergi (classe 1995), che sarà il perno del centrocampo del nuovo Brescia, ma anche Jordi (1999, promettente terzino destro), Frederic (2002, sta finendo le medie) e Oriol (che si legge Uriol e ha sette anni). Dal Bayern lo seguiranno sicuramente Alaba, che ha accettato di ridursi l'ingaggio di circa venti volte pur di non essere più preso in giro nello spogliatoio per il suo accento viennese, e Coman, che si è offerto di fare lo stopper. Thiago Alcantara, che a Monaco non si è mai veramente integrato, riformerà la coppia con il fratello. Peraltro Mazinho è stato contattato per capire se c'erano altri figli disponibili ma pare di no.
 
La rosa attuale ovviamente soffrirà una rivoluzione. Molti giocatori, pur di farsi confermare, stanno ricorrendo ad ogni stratagemma. Alexandre Geijo, attaccante svizzero di genitori andalusi, ha prodotto un certificato che dimostrerebbe che aveva un nonno repubblicano morto nella battaglia dell'Ebro. Thomas Kupisz, centrocampista polacco, ha giocato la carta di uno zio muratore a Manresa. Il giovane Davide Marsura ha impostato Tinder su Girona cambiando il proprio nome in Marsù i Puig. Leonardo Morosini durante i ritiri intrattiene i compagni con reading delle poesie di Gil de Biedma. 
 
Ma la rivoluzione colpirà anche lo staff tecnico. Scontati i ritorni di Carletto Mazzone, che sarà il vice di Pep, e di Roby Baggio, che farà da consulente spirituale, sorprende l'arrivo di Artur Mas nel ruolo di direttore sportivo. Alcuni analisti (ad esempio Francesco Olivo sulla Stampa) hanno visto in questa mossa la volontà del politico catalano di togliere ogni pressione al processo soberanista, tirandosi fuori; i più smaliziati, invece, ci vedono le prove generali del tandem che governerà il futuro stato catalano. Natalia Estrada sarà il capo ufficio stampa: Pep la stima sia per la sua versatilità (è l'unica asturiana che si é resa famosa nel mondo per saper ballare il flamenco), sia per la sua profonda conoscenza dei media italiani maturata negli anni d'oro del Biscione. Novità anche in cucina: i pasti dei giocatori saranno affidati a Xavier Adrià, fratello piccolo di Ferràn, a cui Pep ha chiesto di giocare con i sapori delle due tradizioni culinarie.    

Con i soldi della Caixa e il visto buono della Generalitat, entro l'estate una cordata di imprenditori bresciano-catalani capitanata da Gino Corioni si prenderà la proprietà della società. Presidente ombra sarà però Joan Laporta, il che avvalora l'ipotesi dell'esperimento politico e non solo calcistico. La sede del ritiro estivo è già stata fissata nella Val d'Aran. Per le vacanze estive è concessa libertà ai giocatori tanto vanno tutti già da anni a Formentera.


Anche l'Amministrazione comunale farà la sua parte. A partire dalla toponomastica. Alla centralissima Piazza della Loggia verrà dato il nome di Piazza della Pedrera. Corso Martiri della Libertà diventerà Corso Martiri del Triplete. Sulla facciata del vecchio Duomo verrà applicata una enorme scritta al neon "Junts pel Sì". In fase avanzatissima è il gemellaggio con Alghero, in modo che le due città diventino l'avamposto italiano del paìs català. Naturalmente, l'unitat de la  llengua richede che la città diventi bilingue. Il sindaco Emilio del Bono, che ha lasciato il Partito Democratico per accasarsi in Convergència Democràtica de Catalunya, si sta già attrezzando per far applicare su tutti i cartelli la duplice denominazione in italiano e in catalano. Ma non basta: a molti paesi della provincia verrà troncata l'ultima sillaba, e così  Ospitaletto diventerà Ospitalé, Gussago Gussà e Sirmione Sirmiò. Per ricreare anche l'effetto della cosiddetta Franja d'Aragò, il catalano verrà imposto, ma solo come dialetto, anche in alcuni villaggi confinanti della provincia bergamasca. 

Gli imprenditori, vera anima della regione, non stanno con le mani in mano. Nel centro di Brescia stanno aprendo, nell'ordine: una pizzeria Gaudì; un hotel Battlò; una gelateria Lloret de Mar; tre caffé 1714; una liberia Sant Jordi; un night-club Serrat. Tutti i bar della città si sono riconvertiti in tapas bar. In Franciacorta sono già state estirpate e arse migliaia di piante secolari e i vigneti sono stati tutti riconvertiti a cava. Nella Val Trompia si estendono a vista d'occhio le coltivazioni di calçots. I proprietari del Grand Hotel Villa Feltrinelli di Gargnano hanno assunto tutti i cuochi del Celler de Can Roca, anche se le padelle locali non consentono ancora un socarrat all'altezza. Ma ci sarà tempo per migliorare. Al Museo di Santa Giulia è in programma per la primavera una grande retrospettiva su Dalì e Amanda Lear. La Pinacoteca Tosio Martinengo ospiterà in pianta stabile la collezione della Fundaciò Antoni Tàpies. La stazione ferroviaria, infine, verrà intitolata a Joan Mirò, dal momento che i viaggiatori che arriveranno a Brescia verranno accolti da un suo enorme murale.

Eccolo, insomma, il grande piano di Pep: il calcio come veicolo per esportare la Catalogna. Dopo aver reso reale un'utopia calcistica,  adesso ci riprova con una politica. Visca el Brescia e visca Catalunya caro Pep!  

venerdì 29 gennaio 2016

Storie a margine di un calcio volante



1. L’indifferente con la giacca di pelle

Now it's your turn to see me rise
You burned your wings, now watch me fly above your head
naaanaanaaa I see you far below
Looking up you see my spirit glow, nanananananaaa

Non so che musica faccia questa band di frocetti, ma non è male, è la tipica roba senza capo né coda che faceva impazzire Lucy e… Cristo, sto di nuovo pensando a lei.

D’altronde in questo schifo di partita non ci siamo fatti mancare niente, neppure l’uomo in meno. Galletto del cazzo, testa calda d’un marsigliese ubriacone, alla fine ce l’hai fatta. Non era forse quello che volevi? Quello che hai sempre voluto? In questi anni ti sei ricamato addosso la figura del legionario errante, del picchiatore rinnegato da chissà quale milieu, metà marinaio genovese, metà zingaro lanciatore di coltelli.

Storie facili da dare in pasto a qualche penna svogliata del Mirror, forse, ma non al sottoscritto. Lascia stare amico mio, conosco bene quel mondo. Non bastano certo la ferocia, la fame, o un’arcata sopracciliare deforme a fare di un uomo un criminale. No, il criminale di razza si riconosce dalla distanza che mette tra sé e le cose del mondo, quell’atrocità che affiora da una sorta di francescanesimo ostentato. Guarda me, ad esempio: solo novanta minuti fa inserivo la canna corta di una Ruger nella bocca di un nero di Harlesden, gli facevo detonare la faccia contro i mattoncini porosi di un vicolo; ora sono qui, avvolto in un vecchio giaccone di pelle, a testimoniare la mia totale estraneità ai fatti di fronte a undicimila bastardi in delirio. La chiamo “serenità dell’imprevedibile”. Tu invece – buon Dio che pena! – dai sempre loro quello che cercano: la pagliacciata plateale, il gesto scomposto. Non hai resistito a buttar giù quel caraibico quando la palla era davvero solo un pretesto, una chimera lontana lontana. Che buffone, vorrei quasi accodarmi agli insulti di questo babbeo qua davanti, se non avessi garantito discrezione ai confratelli e fedeltà allo United. E ora cosa fai? Perché cazzo vieni da questa parte?

 
* * *

2. La ragazza “oh my God!”

Il tizio qui accanto mi inquieta. Ha lo sguardo folle di Vinnie Jones che esamina l’ennesima tibia recisa. Forse tifa United, ha lanciato un’occhiataccia al cretino in fissa con Cantona.

Come se fosse Cantona il problema del Palace. Abbiamo segnato tre reti nelle ultime dodici partite, una quindicina in tutto da agosto. Reparto offensivo non pervenuto. Salako sulla trequarti ronza, accarezza, disegna filtranti, è generoso, ma lontano dalla porta e perennemente alla deriva sugli esterni. È il richiamo della fascia che Smith non vuol fargli sentire e che prima o poi lo porterà via, ne sono certa. Preece in panca; solo un anno fa sarebbe sembrato assurdo. Ma l’aria di Stockport è diversa, meno distrazioni. Qui a Londra l’onnipotenza pare alla portata di tutti, una semplice questione d’attesa. Poi succede che gli anni si accatastano in un angolo come scarpini sbrindellati e le luci della City le vedi sempre allo stesso posto laggiù, filtrate dal vetro appannato di uno spogliatoio.
Billy, ricordo il tuo sguardo verso l’orizzonte di Hackney Marshes: restavi aggrappato a quei fili d’erba, a quel fango, e nel silenzio rivivevi chissà quale strampalata epopea. La giostra chiassosa del Sehlrust Park ti aveva esiliato, Londra ti aveva tradito di nuovo. Lontano dai campi per due anni, fuori dalla terrace per il resto della tua breve vita. Quando nascerà nostro figlio lo porterò via da questa città ingenerosa, che ha giocato con te come il gatto col topo.
Rosso per Cantona, che non si smentisce mai. Con un uomo in più il colpaccio è alla portata, ma serve un maledetto gol. Piccolo di mamma, di’ au revoir a mister Le Roi. Sì ma se questo scemo non la smette di insultarlo, quello viene qui e finisce davvero male. Eccolo che si avvicina.
Però Éric sarebbe un bel nome per il bambino.


* * *

3. Quelli col trench coat

- Questo cioccolatino avrà fatto pure una montagna di gol a Newcastle, ma per me resta un bidone
- Infatti è noto che non capisci un cazzo di calcio. Cole è appena arrivato, dagli il tempo di ambientarsi.
- Se lo dici tu. Intanto sgancia una gomma, che ho deciso di smettere di fumare.
- Beh, hai scelto il momento migliore per salvarti la pellaccia: l’inizio della Terza Guerra Mondiale.
- Mi preoccupano di più i Rovers in testa. Cazzo quello sì che è un segno della fine!
- No, serio Ed, pensi che questa storia del missile…
- Ma figurati! Domani torneremo in ufficio e sarà tutto normale: la missione è ancora in piedi.
- Non lo so, i russi mi sembrano agitati, è una cosa grossa.
- È una cazzo di sonda, Mike, non una testata nucleare. I norvegesi hanno fatto la frittata, si scuseranno e salterà qualche testa. Noi continuiamo per la nostra strada… ma nooo! Ma guarda questo stronzo di Cantona.
- Rosso. E dovremmo seccarlo noi questo tizio, questo Listyev?
- No, l’MI6 stavolta avrà un ruolo marginale, di raccordo. Ora ci conoscono tutti e non è il caso di stare in prima linea. Diciamo che faremo da tramite tra i nostri e i loro oligarchi una volta che la torta sarà sul piatto. Listyev è ingordo e vuol mangiare solo lui.
- Però che fregatura, li liberiamo dal comunismo per darli in pasto a gente come Berezovskij.
- Libertà? Noi siamo liberi davvero! Guardati attorno, questa è la libertà: due opposte fazioni mescolate scientemente in ventimila posti a sedere e non vedere l’ombra di un tirapugni; nessuno che sbraiti o bestemmi.
- Eccetto il teddy boy lì in prima fila, sembra agitato.
- Sai quanta strategia c’è dietro a quest’ordine perfetto? Ci vuol organizzazione…
- Cristo, Ed, Cantona viene da questa parte!
- Metodo...
- Va verso di lui!
- In una parola: in-tel-li-gence...
- Salta!
- Uh?
 
 
* * *
 
4. Gli esterrefatti

Quello laggiù è Matt, lo riconosco dall’andatura: quel sussultare nervoso, un pò accartocciato, di chi è cresciuto schivando bottiglie e cazzotti per le stradine di Croydon. Non lo vedevo da un paio d’anni e di certo non mi mancava. Ho imparato a dimenticare lui, il quartiere, il sapore del sangue incrostato. Non sono mai stato uno di loro, non ero adatto a quel genere di vita, ai furti, alle spranghe. Matt era il più timido del gruppo – dopo di me, chiaro – ma tirava fuori talvolta una crudeltà spietata. Il barbiere giamaicano sulla Northcote, di strada al ritorno da scuola, ne sapeva qualcosa: prima i semplici insulti, poi i sassi alle vetrine, infine il fuoco appiccato alla cuccia del cane (quadrupede incluso). 
Cristo, va bene lui che è negro, va bene il benzinaio cingalese da pestare a dovere, ma un cagnetto che cazzo t’ha fatto? Credo sia stato questo agire nella più totale impunità a farlo restare lo stronzo che vedo tuttora, ma sa bene che se ha superato la maggiore età lo deve soltanto a suo fratello. Drake stava col National Front, dalle nostre parti divenne una leggenda quando mandò in coma un tifoso degli Hammers. A pensarci ora sembra una vita fa: i tempi in cui tifare per gli Eagles significava far saltare gli incisivi del primo che ti chiamava frocio (e ce ne erano), sradicare panchine, lanciare bottiglie di piscio al bus degli ospiti. Bah, come facevamo a divertirci così?
Fare il tifoso oggi è molto meglio, meno “impegnativo”: siamo sempre le stesse facce sugli spalti, eppure sembriamo tutti rincoglioniti, come sedati. Ora che è più ordinato e sicuro, anche mio padre è tornato allo stadio. Cazzo c’è voluto Major per farmi diventare thatcheriano!
- Papà quello laggiù è Matthew, te lo ricordi?
- Ma chi, quel bullo che sbraita?
- Sì, abitava a un isolato da noi, quando stavamo a Croydon.
- Ah certo, Simmons. Deve stare attento, Cantona lo sta guardando malissimo.
- Magari è la volta buona che qualcuno gli chiude quella bocca.
Ci vorrebbe uno grosso, più grosso e leggendario di suo fratello. Ecco, uno come Cantona!


* * *

5. Così doveva andare

Una vittoria mutilata. Così, con spiccato senso dell'esagerazione e naturale propensione alla retorica vittimista, Will Huxley sottotitolò le circostanze che si trovava a vivere la sera del 25 gennaio 1995. Da brava persona mediocre, egli si divertiva a ingigantire le bagattelle della propria esistenza mettendole a paragone con gli episodi più triti della storia del Novecento. Forse perché del disastroso rapporto tra sé e il suo ottenne erede, perso tra le confuse dinamiche tecnico-tattiche del rettangolo di gioco, non gliene importava davvero niente a nessuno, neppure alla donna che ormai solo per abitudine continuava a definire "moglie". La poverella, in un atto di cristiana compassione, gli aveva permesso di portare il figlioletto con sé in una delle trasferte meno entusiasmanti della stagione: quella al Selhrust Park.

Perché, dunque, scelse "vittoria mutilata”? Beh, perché se da un lato l'affetto del proprio pargolo sembrava un traguardo fuori portata, dall'altro l’inattesa sortita sportiva aveva quantomeno fruttato ai due un patto di non belligeranza. Ma, come spesso accade in guerra, quella sera l'occasione imprevista fece del semplice fante un eroe, dello sconfitto un vincitore.
Kevin era un ragazzino comune, con pochi denti e un solo idolo appeso alle pareti della cameretta: la furia col bavero alzato a pochi passi dalla sua postazione, Éric Cantona.
Will riconobbe subito l'opportunità: pensò che il battibecco col balordo della prima fila stava assumendo i contorni surreali delle imprese cui Le Roi aveva abituato la platea di Manchester, ma con toni ancor più esasperati; realizzò che gli occhi dell’intero stadio - anche quelli meccanici - erano in quel momento puntati in direzione del suo settore. D'un tratto si rese conto che l’avvenimento che di lì a poco si sarebbe manifestato sotto al suo naso avrebbe impressionato menti e pellicole di mezzo mondo; sarebbe stato stampato, riprodotto, ingigantito, serigrafato, appiccicato alle pareti delle camerette di milioni di adolescenti; ne sarebbero scaturiti dibattiti infuocati, analisi prolisse, dove indignazione e condanna avrebbero negli anni lasciato il posto all’esaltazione dell’antieroe, all’estetica del reietto.

Quando il corpo esagitato del francese si staccò dal terreno di gioco, Will concluse che la Storia stava finalmente avviando l'ingranaggio, illuminando di colpo quell’angolo buio d’Inghilterra. E lui e il suo amato figlioletto erano proprio lì nel mezzo, eternamente legati da uno scatto.
Messosi alle spalle questi ragionamenti, diede uno sguardo frettoloso al personale repertorio di espressioni. Ne indossò una, a suo avviso la più epica a disposizione. Click.





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lunedì 4 gennaio 2016

La légende du football. Il gioco del calcio spiegato da un poeta

"Il mestiere dello scrittore consiste nel creare un ponte tra un fenomeno esterno, come la partita di calcio, e gli innumerevoli fenomeni interni, i processi psicologici, che quel dato fenomeno esterno produce"  
G. Haldas

Ero alla disperata ricerca di informazioni su Umberto Barberis, leggenda del calcio elvetico, campione svizzero con il Servette e il Grasshopper e campione di Francia con il Monaco. Nato a Sion da genitori italiani e ovviamente cresciuto all'ombra di Tourbillon nel club cittadino, cercavo dettagli sulla sua vita, su cosa significasse essere italiano in Vallese negli anni sessanta. Avevo già in mente la classica storia di calcio e riscatto sociale. Poi, come spesso accade nelle peregrinazioni virtuali, a forza di scavare ti imbatti in un tesoro: l'archivio della televisione svizzera romanda, sezione sport. Mi sono addentrato in questa caverna telematica, ricolma di immagini e suoni d'altri tempi, attratto dal bianco-nero di partite dal ritmo sospeso, dalla voce nasale dei cronisti, dal vapore e dal fumo che salivano dalle tribune, da tutto ciò che una telecamera in alta definizione non riesce più a catturare.

Umberto Barberis
La mia fascinazione si sarebbe prolungata all'infinito, se i miei occhi non fossero caduti su un nome, quello di Georges Haldas. Non un calciatore, non un giornalista sportivo, ma un poeta. Per quasi un'ora sono rimasto ad ascoltare le parole di quest'uomo dall'aspetto gioviale, con una papier maïs spenta tra le dita e gli occhiali tanto spessi da sembrare comici. Alla base dell'entretient televisivo vi era un libro dello stesso Haldas, intitolato ''La légende du football''.
Per un attimo ho creduto fosse la presentazione di un libro sulla storia del calcio, o peggio di uno scritto in cui il letterato esponeva la sua inconfessabile e puerile passione per il pallone. Per fortuna però la registrazione risaliva agli anni ottanta, un periodo in cui si era ancora molto lontani dall'iperinflazione weimariana di letteratura calcistica che siamo costretti a subire oggi.
La discussione era infatti tutta incentrata sul calcio come oggetto di studio del filosofo, come esperienza umana capace di trascendere la realtà. Praticamente Haldas aveva scritto un libro che non avrebbe letto nessuno, da una parte gli intellettuali avrebbero mostrato disdegno per l'accostamento tra la filosofia e un divertimento popolare, dall'altra gli aficionados avrebbero percepito il tutto come un puro esercizio di stile, come un'intellettualizzazione.
Neanche io ho letto il libro, ma mi è bastato ascoltare l'autore svizzero per comprendere una verità che dentro di me già sapevo, ovvero che il calcio è una cosa seria.

Il calcio e il tempo

Le analogie, anche linguistiche, tra una partita e un rito sono innumerevoli: lo stadio è un tempio, i calciatori i suoi sacerdoti, i tifosi i suoi fedeli. Secondo Haldas però non si tratta solo di artifici retorici, ma di una vera sacralità creata dal gioco. Mircea Eliade scriveva che nelle grandi cerimonie religiose il tempo smette di essere un tempo ordinario e diventa anch'esso sacro. Il tempo della partita/rito è allora sacro, perché è un tempo mistico, non più lineare. In un'azione d'attacco, nelle sue fasi, la cosa che deve accadere, il goal, è già presente per anticipazione in ciascuno dei passaggi. Lo spettatore dimentica la durata, perché il futuro è già presente nel tempo. La rete che si gonfia è la Rivelazione, la manifestazione agli spettatori di una verità attesa.

Georges Haldas
La partita di calcio non è solo all'origine di una sospensione del naturale scorrere della vita, ma è anche alla base di un processo di rievocazione. Allo stadio basta osservare la composizione di una tribuna, studiare i tifosi, i loro volti, le loro imprecazioni per comprendere l'origine della loro passione. Nelle migliaia di sguardi che riempiono gli spalti riaffiora il desiderio di un'infanzia passata, a volte neanche troppo lontana. Tutti hanno giocato a pallone, anche solo nei cortili, nei campi vicino scuola, nei terrains vagues. Nei Paesi di tradizione calcistica tutti i ragazzi hanno accennato un cross, tentato un dribbling, abbozzato una grande giocata. Diventare spettatore significa vedere finalmente completati quei cross, quei dribbling, quelle grandi giocate. Lo stato di piacere e spensieratezza sta tutto lì, nel prolungare all'infinito una vecchia partita, nel veder alzarsi quel pallone fino a confonderlo col sole.
Haldas con lo sguardo acceso dai ricordi racconta a un giornalista nascosto dietro la telecamera della sua infanzia a Cefalonia, e di quando, passeggiando con suo padre non lontano da Argostoli, si ritrovò ad essere spettatore involontario di una partita tra pescatori greci e marinai inglesi. Vinsero gli inglesi, anzi stravinsero, ma il risultato non rimase impresso nella memoria del giovane Haldas. Quello che più contava era la polvere che si alzava nel tiepido pomeriggio ionico, le urla degli uomini in calzoncini, la voglia di giocare. Sensazioni che sarebbero riaffiorate ad ogni nuova partita, ad ogni biglietto acquistato, ad ogni storia raccontata. Il calcio è la geologia delle emozioni.

Il calcio come momento di verità

''Le foot est une heure de vérité'', così parla Haldas. Ci si può facilmente immaginare l'autore svizzero che discute animatamente di ciò con il suo amico Vladimir Dimitrijevic, fondatore della casa editrice l'Age d'Homme e anch'egli appassionato di calcio. Non si fa fatica a pensare a un bistrot fumoso a qualche metro dalle sponde del Lemano, in cui un poeta ginevrino di origine greca e un editore serbo basato a Losanna si divertono a confondere filosofia, letteratura e pallone rotondo.


Per parafrasare Chardonne si potrebbe dire che il calcio è molto di più del calcio, perché fa emergere delle realtà umane che sorpassano il semplice sport. Si è già parlato del goal come rivelazione di una verità attesa. Non si tratta però dell'unica rivelazione di questo gioco. La stessa natura umana appare con totale chiarezza nel corso di una partita. In pochi minuti è possibile capire se un giocatore è un fenomeno o una nullità, un eroe o una comparsa. Per un incapace è impossibile travestirsi su un campo di calcio. Al contempo il campione risplende e assurge al ruolo di superuomo. A differenza degli sport puramente fisici, il superamento dei limiti umani non trasforma tuttavia il giocatore in mostro, ma in genio quasi divino. La mano di Maradona è quella di Dio e il suo piede è d'oro. Di nuovo il sacro e il mistico, lontani anni luce da una gara di atletica misurata e cronometrata, da una porta di slalom speciale inforcata per pochi millimetri, dai supercostumi della speedo nell'acqua clorata. Da una parte ci sono i Re, dall'altra gli automi.

La popolarità del calcio e le sue manifestazioni pubbliche permettono di concentrarsi anche sui tifosi. Haldas parla del tifo violento e senza moralismo lo classifica come tipico caso di manicheismo assoluto. La violenza non è prerogativa del tifo organizzato, esiste anche in altre realtà associative, una su tutte quella dei movimenti politici. Non è quindi vero che il calcio scateni gli istinti primordiali o ribassi la natura dei tifosi, li mostra solo per quello che sono. Gli istinti esistono già, il calcio non li crea. Come il vino, la collera, la sessualità il calcio libera però delle forze inattese.

Paradossalmente il calcio può infine costituire un mascheramento della verità. Come una rappresentazione teatrale di un'infanzia perduta, la partita nasconde tutti i suoi retroscena. L'ormai imperante showbiz, i trasferimenti milionari, il marketing parossistico sono in qualche modo sempre riportati ad elemento secondario nel periodo che intercorre tra il fischio inziale e quello finale. Per novanta minuti esiste solo il pallone, il resto è sovrastruttura.

Il calcio e la fine

Il terminarsi di una partita segna la fine di una tregua, la fine della domenica. Fine è sinonimo di morte, gli ultimi minuti sono atroci, sprofondano chiunque in una tremenda depressione: il ritmo che scende per il risultato già deciso, i tifosi prudenti che partono in anticipo, le preoccupazioni quotidiane che riaffiorano. L'uscita dallo stadio è un momento lugubre, un fiume nero, una minestra densa. Si celebra il funerale della tregua.
Come nella vita la morte non è presente solo alla fine, i suoi segni sono percepibili sin dall'inizio, così ogni passaggio, ogni gesto ci avvicina alla conclusione, al momento in cui i sacerdoti lasceranno il tempio per ritornare nei sotterranei. Cionondimeno essa giunge inattesa e inappellabile.


Esiste però il dopo, fatto di parola e condivisione. Già a partire dai momenti successivi al fischio finale incomincia un'eterna discussione. Si racconta, si mette in comune il vissuto individuale. Secondo Haldas non si tratta di banali chiacchiere da bar, ma di un momento di intima comunione. Gli uomini non sopportano di veder passare le cose, ma loro malgrado le cose passano. L'unico modo che vi sia per ternerle in vita è la parola, grazie alla quale è possibile celebrare la rinascita di qualsiasi evento sia concluso. Questo è il principio stesso della poesia: la resurrezione tramite la parola e la relazione all'altro. La parola trascende e domina il tempo, permette di vivere di un'altra vita e di sfuggire alla durata, come si riusciva a sfuggirne durante il gioco. Vita, durata, morte, parola, resurrezione. Il calcio è tutto qui.

mercoledì 23 dicembre 2015

Purtroppo è amore (fine di una storia)



Era del tutto normale che dovessi tenerlo io, in mischia. Lui di testa partiva avvantaggiato, ma io in fondo lo potevo marcare: il mio naturale ruolo di terzino non mi aveva mai impedito, in emergenza, di fare il terzo di destra nella difesa a tre o di aggiungermi ai centrai di ruolo. Nel provare la sceneggiata, a casa, eravamo diventati dei grandi attori. Una provocazione continua: lui ad appoggiarsi a me, io a scansarlo, poi lui si sbracciava e ci guardavamo in cagnesco. Qualche spintone, a volte. Era la nostra dichiarazione d’amore guardandoci negli occhi. Certi che se si fosse anche solo sospettato, le nostre carriere sarebbero morte in pochi mesi.

* * *

Quando A. giocava in serie B era tutto più sereno. Perlomeno, eravamo certi che non ci saremmo mai scontrati da avversari. Poi, quando lui è arrivato in A e io brillavo in Europa, capitava che uno dei due, nei rari confronti stagionali tra le nostre squadre, casualmente perdesse un ballottaggio o accusasse un dolorino. Alla fine, decaduti noi dall’Europa e approdato lui in una squadra decisamente migliore, i livelli delle rispettive carriere si erano equilibrati. Se ci incrociavamo, vigeva tra noi sul campo il più assoluto rispetto. A parte le scenette sui corner, era pura non-belligeranza, con azioni di gioco a distanza di sicurezza. Ci dicevamo, scherzando, che se fossimo stati due mediani avremmo potuto rallentare il ritmo a nostro piacimento, o inscenare scaramucce per il puro gusto di prendere tutti in giro. In fondo siamo anche attori, per lavoro.

Quando successe il casino avevo trent’anni. Ero arrivato a godere di un rispetto senatorio da parte di arbitri e colleghi, ma da un po’ aleggiava su di me il dubbio che non avrei retto per molto. Fuori dal giro della nazionale, tanto per cominciare, rischiavo di finirci a breve. Il mio club, storicamente blasonato, era senza piazzamenti rilevanti da quasi un lustro; in quel periodo il mio rendimento era stato discreto, ma niente di eccezionale. Per A., invece, le cose erano diverse. Si affacciava, a ventitre anni, a quello che io rischiavo di lasciare. Accarezzava le infinite possibilità dell’esistenza con la passione dei ragazzi, carta assorbente con il desiderio di scoprire la vita. Tutt’ora non saprei valutarne la consapevolezza di allora: so, però, che sapeva bene cosa fosse una carriera. Andare avanti a testa bassa, come cavalli da corsa.

Ci eravamo conosciuti nel 2011, ad una festa in albergo con giocatori e un esercito di agenti-fratelli. Gente paonazza, file al bagno, musica discutibile. Io ero passato a fare un saluto al mio procuratore, con cui dovevo discutere brevemente di una questione di sponsor. A. era con un compagno di squadra, che di lì a poco sarebbe sparito con alcuni amici. Non l’avevo mai visto prima. Era un adone: un taglio da militare d’altri tempi, un fisico scolpito, lineamenti e modi gentili. Qualche sguardo ricambiato, un paio di sorrisi. Siamo andati a parlare in una stanza semibuia, tra due avvocati degustanti Bombay, una diciannovenne venezuelana e un portiere di Serie B, ormai vicino ai quaranta. Ci siamo piaciuti e ce ne siamo andati quasi subito. A. abitava al tempo a mezz’ora da Milano, dove io vivevo da quasi cinque anni. Quando la domestica l’ha visto uscire dal portone d’ingresso, bello come il sole, mi ha sorriso. Quella mattina per me era di riposo, ma A. doveva presentarsi all’allenamento. Abbiamo fatto colazione, e l’ho accompagnato a Bergamo in macchina. Nel viaggio di ritorno, ho pensato tutto il tempo al suo sorriso.



* * *

Ero un terzino destro, il “due”. Per quel che può valere - mi hanno messo sulle spalle anche il sette o l’undici -, sono diventato un “laterale di fascia”, definizione non del tutto inappropriata se penso che mi hanno schierato per anni tanto a destra quanto a sinistra. Sono alto un metro e ottanta, sono ancora più o meno asciutto, ma da tempo patisco l’esplosività dei più giovani. Per correre come un cavallo pazzo ora mi devo spremere a fondo, per lavorare di geometria e mettere qualche cross ancora ne abbiamo. Mi hanno sempre detto che se avessi avuto un piede migliore sarei stato uno tra i più forti del mondo, ma mi è bastata una gran velocità di partenza, unita a un tempismo affinato negli anni, ad arrivare dove sono arrivato. Qualcosa in carriera ho pure vinto. Da ragazzino, quando mio padre decise che sarei andato a ripercorrere le sue orme a Milano, non ne sapevo niente: è stato lo spogliatoio, a undici-dodici anni, a darmi la certezza di essere omosessuale. Ero innamorato di un mio compagno, Marco, un mediano di Udine che non riuscivo a guardare negli occhi.

Negare diventò l’unica via. Anni a simulare, in campo e fuori. A far finta, quando eravamo in branco, di voler mangiare con gli occhi ogni essere di sesso femminile ci fosse passato davanti. A far coesistere tutto questo con una carriera ormai lanciata. A diciassette anni vinsi il titolo nazionale Allievi, a diciannove ero in prima squadra, a ventuno avevo già girato mezza Italia a farmi le ossa. Da quel momento in poi ha avuto inizio una vita di frenesia e di tutto-e-subito, condita da storie morbose e clandestine. Mai, per scelta, con uomini di calcio. E tanto ho represso che forse, alla fine, era inevitabile che esplodessi.

Per un breve periodo, sono stato contemporaneamente il terzino titolare dei Campioni d’Italia e della Nazionale Maggiore. Ora, dopo tutto il casino, punto alla promozione in Eccellenza con la squadra di cui sono allenatore-giocatore. Trentotto, ed ero fermo da quasi due. Ultimo anno, poi alleno.

I primi sospetti su di me sono stati avanzati quando quel giornalista ha pensato di svelare alcuni retroscena sui componenti della rosa dell’Italia, poco prima dell’Europeo. Il caso specifico non mi coinvolgeva in prima persona, ma il mio nome è stato uno di quelli messi in giro da qualche addetto ai lavori, più o meno informato dall’interno, e dai più audaci propagatori di gossip del paese, che a furia di azzardi mi avevano quasi beccato. Me l’ero cavata per avere avuto, come tutti, qualche storiella di copertura finita sui rotocalchi. Il mio atteggiamento dimesso, il mio essermi esposto sempre poco a mezzo stampa e la mia etica lavorativa avevano fatto il resto; poco importava se quel terzino, faticatore e attaccato alla causa, fosse stato tirato in ballo. Se gioca come sa, e continua a fare il suo, potete chiamarlo “metrosessuale” quanto volete. Si tratta solo di una questione di cura del dettaglio: dal guardaroba all’acconciatura, alle sopracciglia ritoccate in modo impercettibile.


* * *

A. è sempre stato un diligente, un attaccante “vecchia maniera” secondo tutta la stampa nazionale, che in lui ha voluto intravedere un potenziale a tratti eccessivo, ma mai inferiore al suo reale valore. Si trova bene a fare la sponda: non segna molti gol, ma è d’aiuto ai movimenti di tutta la squadra, anche se non è un bestione. In campo è una sicurezza; sembra rassicurante e quasi protettivo. A differenza di me, A. non ha mai avuto problemi a nascondere i suoi gusti. Ha ancora l’atteggiamento di chi vuole sfruttare ogni singola goccia di sudore del proprio sacrificio. Non mi ha mai considerato: né quando gli parlavo di quel giocatore tedesco che era riuscito a dichiararsi, né della nostra situazione “di coppia”. Mi ha sempre dato ragione come ai pazzi, liquidandomi con sorrisi che volevano solo farmi tacere. Mi ha sempre concesso poco e per brevi tratti, finendo per essere, di fatto, il più forte tra i due. Non spero più che si dichiari: lui, ormai, ne è uscito fuori pulito. Litigammo per la prima volta quando giocava in Sicilia, perché da qualche mese ci stavamo vedendo pochissimo. All’inizio era titubante sulla lunghezza del contratto, poi a distanza cominciò a sembrarmi più evasivo. Si arrabbiò, fino quasi a picchiarmi, quando gli dissi che in difficoltà mi ero confidato con un compagno. Iniziò a dirmi sempre meno, a vedersi con altri e a farmelo sapere. Quando lo spostarono a Torino non ero più arrabbiato, ma commosso. Gli concessi tutto, perché speravo che ci saremmo ripresi.

Andai a trovarlo, nell’estate del pre-campionato. A. era arrivato in città da un paio di giorni. C’era stata di mezzo la pausa estiva, e delle sue settimane in Versilia e in Sardegna non avevo voluto sapere. Aveva comprato una macchina nuova, indossava gli occhiali scuri e profumava di dopobarba. Ero elettrizzato, felice all’idea di portarlo in giro per una città in cui avevo vissuto per un anno, nell’ultimo dei miei prestiti; volevo mostrargli i miei luoghi, condividere con lui la città in cui ero diventato adulto. Con mia sorpresa A. è stato freddo da subito. Mi ha tenuto a distanza. Nel salutarmi mi ha baciato appena, sulla guancia vicino alla bocca, come fosse un dovere. Ha scelto un ristorante in periferia, lontano da grandi folle, dove poter guardare le partite in pay-tv. Dopo cena aveva fretta di andarsene. Se ancora non l’avevo intuito, mi ha detto, tra lui e me era finita. E pure da un pezzo. Dovevo capire che starmi a fianco era diventato un problema, che ero pressante e non lo facevo sentire libero. Lui aveva troppa paura di essere scoperto, e non potevo fare altro che accettare la sua decisione. Sarei risorto anche questa volta, diceva, perché ero uno tosto. Avevo carattere, e lui era convinto che saremmo stati meglio entrambi. Magari chissà, alla fine A. sarebbe riuscito ad andare in Premier, come sognava, e io avrei sicuramente avuto un avvenire nel settore. Avevo sulle spalle lo sputtanamento del giornalista, giravo in quel mondo da anni e non ero più una frequentazione sicura. Su queste ultime parole ho ricordato, d’istinto, di essere un calciatore. Di essere in grado di fare arrivare una macchina a prendermi in pochi minuti. Direzione Milano, a casa per l’una di notte. Mentre l’autista sfrecciava, cercavo di dormire. Mi immaginavo A. in pieno tour di locali, tra nani, fotografi e ragazze strabilianti.


* * *

Con i mesi sentivo che difficilmente mi sarei mai staccato da lui. Senza che ne fosse consapevole, era quello che mi aveva conosciuto nel mio pieno, che avevo sentito a fianco – anche se spesso invisibile – in quasi tutti i momenti più luminosi della mia vita professionale. Morivo di dolore, ma ero riuscito a rifarmi nel lavoro. Stavo sudando e sgroppando come un novizio, pronto a stupire il mister e a risalire nelle gerarchie. Il che mi venne, devo dire, particolarmente bene. Cinque partite da titolare e un subentro, un giallo, due assist, media alta su tutti i giornali. Dedizione massima.

La convocazione durante la pausa di ottobre fu una grande soddisfazione. Sarebbe stata giusto per un match di qualificazione e un’amichevole, ma ne avevo bisogno. Mio padre, che da addetto ai lavori continuava a considerarmi come una sua appendice, me l’aveva comunicato con entusiasmo. Il buon B., da ex portiere di un’altra generazione, credeva ancora che potessi dare molto, e forse in cuor suo sperava in un bel finale all’estero, che avesse portato a noi tutti più tranquillità in vista del mio ritiro. Non aveva, ovviamente, idea del momento che stavo attraversando.

Non avevo notato che il selezionatore, questa volta, aveva assortito un gruppo più sperimentale del solito. Oltre ad alcuni miei compagni particolarmente brillanti nell’avvio di campionato, di cui avevo saputo in tempo reale, e al blocco-Juve confermato, il mister aveva puntato su alcuni nomi-scommessa. Tra questi, nel reparto attaccanti, figurava il nome di un giovane centravanti in buona forma e ampiamente noto all’ufficio. Almeno nell’amichevole avrebbe giocato, perché un esordio contro la Macedonia non si nega a nessuno.


* * *

Come da copione. Lui gioca venti minuti scarsi in amichevole, io sto in panchina in attesa della Serbia. Vinciamo facile, A. non brilla particolarmente perché sul 3-0 noi amministriamo. In fondo non è molto che ha lasciato l’Under, dicono, avrà tempo. Ho saputo, in questi giorni, che ha cambiato procuratore, affidandosi a un avvocato che dovrebbe fargli fare un discreto salto entro la prossima estate. Lo vedo turbato, ma non voglio indagare. Ho il terrore di scoprirne il motivo e che non sia per causa mia, ma non riesco a non volergli stare accanto.

Arriva il mio turno. I serbi sono un punto sotto di noi nel girone, e dovremmo cercare di allungare. Se vincono loro, ce la complichiamo di brutto. Il mister parte a quattro dietro, e tutto sommato conteniamo bene. Dalla mia parte c’è calma piatta, penso che potrei addirittura propormi. Tiriamo da fuori senza speranza, loro ripartono bene ma per fortuna al centro siamo solidi. Punizione per loro, a lato di poco. Ammonito De Rossi. Primo tempo 0-0, una brutta Italia.

Nella ripresa giochiamo con una specie di 3-5-2, e mi adatto a fare l’esterno. Davanti riusciamo a completare un paio di azioni, ma non otteniamo che dei corner. Corner che battiamo a nessuno, perché abbiamo una seconda punta esile, una prima punta atipica e dei saltatori nella media. I serbi, nel dubbio, rimarcano la propria caratteristica tenacia, e iniziano a picchiarci negli stinchi. Gialli per loro, ma anche per noi. Ad ogni ripartenza buttiamo via la palla, siamo nervosi e lo diamo a vedere. I tifosi ci sostengono, ma sono timidi anche loro. Dunque, come è normale, contropiede loro. Arrivano in porta in tre tocchi. Assist basso, gol da un metro. Adem Ljajc. Mettici anche che siamo in casa e che il San Nicola è esigente.

Al 67’ annunciano il cambio. Quando A. entra in campo sono incredulo. è vero che la nostra punta non ne ha più, ma non mi aspettavo che lo sperimentalismo del mister arrivasse a tanto. Tocca a lui, primi minuti in un match valevole per le qualificazioni. Non ci penso troppo, perché dobbiamo recuperare e c’è da sbattersi. Ho da fare sulla destra, devo coprire e cercare di ripartire per direttissima. Mi slancio anche, un paio di volte: la prima volta è per un lancio troppo lungo, la seconda volta riesco a mandare in fondo un mio compagno che poi perde palla. Siamo senza schemi, loro sorridono e ci aspettano. Rubo palla in scivolata, la perdo e per poco non prendiamo il secondo. All’ottantacinquesimo siamo in tutto-per-tutto e faccio un lancio lungo alla cieca. All’area piccola la aggancia uno dei nostri e tenta il tiro, ribattuto. Corner. Batte lo specialista e sono in tanti pronti a saltare; io resto dietro a fare da guardia. Alla parabola, perfetta, A. parte in terzo tempo. Al passo numero tre è immobile in aria. è un dio greco in tensione. Ha il ciuffo scompigliato e la faccia accartocciata in una smorfia. La palla gli arriva in fronte, e la potenza che le imprime sembrerebbe arrivare da un tiro di collo. è centrale, ma alta e forte. Il portiere fa quel che può.

Quanto segue è storia nota. Videoripresa. Fotografata.

Uno a uno, e girone ancora nostro. A. si è appena rialzato da terra, dove è caduto dopo l’impatto con il pallone. è pazzo e inizia a urlare, occhi fissi e braccia al cielo. Vedo altri compagni che stanno andando ad abbracciarlo, e mi precipito in avanti. Non posso contenermi, sto esplodendo di gioia. Mentre A. si sta liberando dell’abbraccio di un compagno io arrivo di corsa, scansando gli altri. Lui non se lo aspetta. Gli piombo addosso. Lo abbraccio. Lo bacio, sulle labbra. E' un momento, pochi secondi. Lo stadio è impazzito per il gol e tutto sembra apparentemente normale, le squadre stanno iniziando a tornare a centrocampo. Lui resta immobile e mi fissa. Poi mi urla qualcosa, ma lì per lì stento a decifrare. O forse non voglio sentire. Tutti stanno tornando a centrocampo e lo facciamo anche noi, per gli ultimi minuti di passione. Finisce, uno pari e tutto a posto.

Negli spogliatoi mi guardano in modo strano. Hanno quasi paura. Prendo di corsa le mie cose e fuggo. Mi faccio portare via tramite lo staff della squadra, capisco che in qualche modo devo evitare la stampa. Sono in una stanza d’albergo a tre stelle, è ormai sera, e ho modo di rivedere le azioni della giornata. Vedo il servizio e rileggo il labiale. Controllo Internet dal telefono, cambio canale. Può essere che io sia sulla bocca di tutti. Quasi quasi mi ammazzo.


* * *

Ora, a mente lucida, mi sembra tutto più normale. Mi sembra solo un esito possibile delle umane cose, la fine di un amore come di un altro. La chimica mi aiuta dove può a stare sereno, e se il pallone ha un qualche motivo di utilità, al momento si può dire che è una delle due o tre cose che mi fanno stare al mondo. Sono sempre più convinto che A. l’abbia fatto per le telecamere: è sempre stato un bravo attore, del resto, e gli è andata bene così. Ha avuto e sta avendo pure lui la sua ribalta. Io sono quello che è finito su youtube per un bacio in bocca un po’ troppo pronunciato. Quello che il giorno dopo si è tagliato le vene perché gli hanno gridato in mondovisione “che cazzo fai, frocio di merda?!”. Quello che ora fa qualche soldo con i giornali di gossip, a cui rilascia interviste non in nome della tolleranza di genere, ma perché “ben informato” su certi aspetti interni al mondo dello sport.

Il giorno in cui ho scelto di tornare a giocare, più o meno un anno e mezzo dopo il fatto, vennero a intervistarmi. Ricominciavo in Svizzera, in un campionato con aspettative diverse e molta meno pressione. Rescissi a fine stagione, andando in Serie C. Privo di motivazioni, ho cercato di fare in modo che il mio dolore trapelasse il meno possibile. I quindici chili in più se ne andarono solo a metà, e le mie prestazioni calarono in termini di minuti e concentrazione. Ero diventato un cartellino ingombrante e non avevo mercato, a meno che non avessi scelto campionati di valore insulso. Insomma, tra i pro era finita.

Non so se da allora sono risorto, ma so che fa tutto un po’ meno male. Non so se sono uno tosto, come mi avevano detto, o se ho carattere, ma so che è passato del tempo. So che quest’anno è l’ultimo, che i ragazzi dovrebbero migliorare nelle diagonali e che il nostro trequartista dovrebbe osare di più, perché sull’ultimo passaggio ha un gran potenziale ma non se ne rende conto. So che ho abbastanza soldi per poter vivere in pace da qui ai prossimi venticinque anni. Che siamo a trentotto, e l’anno prossimo alleno. Sicuro.

lunedì 14 dicembre 2015

Il calcio e il paese. Appunti di una storia sportiva sulla lunga durata


Il calcio, come tutti i fenomeni umani, ha una propria storia e una propria genesi e, come tutti i fenomeni umani, è stato plasmato e modificato. Conosciamo i luoghi - fisici e umani - in cui il calcio è nato: i college inglesi dell’Ottocento, l’élite che li popolava. Conosciamo anche le organizzazioni e i gruppi di potere che sono ad oggi in grado di influenzare e in certa parte mutare il mondo del calcio; d’altronde, in generale, non è cambiato molto dalla metà dell’Ottocento. Il calcio, una volta definito, si è rivelato molto efficace e in grado di spandersi da sé in tutto il mondo, o quasi, e fra tutte le classi sociali.
Non c’è dunque molto da dire su come il calcio abbia reagito e si sia adattato al mondo; è più interessante parlare di come il mondo, che pure esisteva da un po’ e che aveva assunto di suo forme indipendenti e tradizionali, in grado di vivere benissimo anche senza il gioco del football, abbia risposto all’introduzione di quest’ultimo. Ma non possiamo parlare del mondo, né, ad esser giusti, del continente in cui pure il calcio è nato, cioè l’Europa, e neanche, in effetti, delle singole nazioni europee. Ci riferiremo perciò, se non dà fastidio la formula staliniana, al calcio in un solo paese, ove per paese si intenda - e intendiamo proprio quella, per comodità di indagine e per conoscenza diretta - una singola cittadina della provincia marchigiana.

(tutte le foto da www.arcevia1964.it)

Tempi

Non è chiaro, per mancanza di fonti dirette, quando il calcio sia arrivato nell’isolata cittadina di alta collina che costituisce l’oggetto della nostra indagine. Certamente non può esser giunto come diretta conseguenza di contatti con i possessori primigenî dell’arte pallonara, ossia quegli inglesi che al massimo toccavano Ancona, lasciandovi in effetti ai primissimi anni del secolo la muta rossa, uguale a quella del Liverpool, che da allora contraddistingue anche la squadra del capoluogo marchigiano. Non c’è motivo di ritenere, viceversa, che simili contatti siano mai avvenuti con l’entroterra; si dovrà perciò ritenere che il calcio sia apparso come conseguenza di una popolarità autoctona, che può benissimo risalire al fascismo, alla sua vaga e operettistica esaltazione del diporto e dell’esercizio, ma soprattutto a quella stagione di trionfi che furono gli anni Trenta per la nazionale azzurra. D’altra parte, di nuovo, non è solo la sempiterna marginalità delle Marche, e l’assenza di prove positive, a far credere che neanche durante il fascismo il calcio sia riuscito a imporsi in maniera significativa nell’alta vallata del Misa; il fatto è che mancava del tutto, in una società rurale composta di mezzadri e padroni, divisa dunque fra proletari e possidenti nobili o che tali si ritenevano e che come tali vivevano, quella classe che ha inventato ed esportato il calcio, e che ne ha mantenuto molto a lungo il possesso (almeno fino a che ha retto il dogma del dilettantismo): ossia la borghesia commerciale e impiegatizia. In altri termini, è plausibile che il calcio, questa creatura del secolo decimonono e della sua nuova trionfante classe dirigente, non abbia potuto sopravvivere, o anche solo far la propria comparsa, in una realtà ancora ferma, quanto ai rapporti di potere, al secolo diciassettesimo.
Probabile perciò che il calcio in paese sia figlio della modernità, della libertà, e in particolare di quella ubriacante e nuova libertà che si è chiamata scalata sociale: finita la guerra, arrivano pian piano le riforme rurali (e intanto la terra si svuota delle sue troppe bocche; scendono a valle, partono per Roma o Milano, vanno in Belgio e in Lussemburgo a rubare carbone alla terra), si instaurano altrettanto lentamente, ma con decisione e quasi con arroganza, decisi a non cedere mai più il passo, nuovi rapporti. Nascono anche nuovi impieghi, e con essi il tempo libero e il bisogno di farne qualcosa. La squadra del paese nasce ufficialmente negli anni Sessanta; ma dove il secolo arrivava prima, ad esempio nelle miniere che hanno le regole dell’industria e non quelle dei campi, il calcio è già arrivato da qualche decennio, con le squadre aziendali e dopolavoristiche. Può darsi - ne abbiamo solo voci, non fonti certe - che siano sorti già negli anni Cinquanta brevi sodalizi legati ad associazioni o circoli politici: anche qui, comunità e gruppi tenuti assieme da logiche nuove, che avvertono la necessità di rappresentarsi e celebrarsi attraverso lo sport popolare per eccellenza, anzi attraverso lo sport del secolo.
In sintesi, il calcio è sintomo, simbolo, e insieme conseguenza, di tutta una serie di mutamenti, anzi di rotture, che avvengono in maniera rapida e improvvisa (almeno in termini relativi) e che pongono fine con brutale efficacia a secoli di sostanziale immobilità. Il calcio è la politica delle fazioni, della democrazia; è l’associazionismo laico e clericale; è il tempo di riunirsi e divertirsi che adesso chiunque possiede; sono i nuovi media - la radio, i giornali, presto la tivù - che raccontano lo sport, la Serie A, i miliardi di lire buttati nel calcio dai presidenti innamorati di una squadra e della propria immagine.


Modi

Tutto è cambiato. Questa affermazione, che sembra iperbolica, è invece quasi sciocca, pleonastica, se si osserva - e siamo ancora in anni vicini a quelli in cui avvengono questi mutamenti - quanto poco la realtà all’inizio del Novecento somigli a quella non diciamo della fine del secolo, ma già degli anni Sessanta e Settanta. Eppure, se l’economia e la società possono capovolgersi quasi di colpo (prendiamo l’istituzione mezzadrile: dominante, onnipresente per secoli, essa semplicemente scompare nel volgere di qualche anno), non può valere lo stesso per le persone che si trovano a vivere in mezzo a questi mutamenti. I vecchi contadini, tanti dei quali sono vivi ancora oggi, e che dunque in quegli anni non erano in nessun senso anziani o incapaci di cambiare, non tifano nessuna squadra; la domanda che venga posta loro in questo senso è, prima ancora che destinata a nessuna risposta, assurda. Nella forma mentale di quella generazione, nata in quella che era stata l’eternità dei propri nonni e bisnonni e trisavoli, non c’è spazio per il concetto stesso di un gioco che spesso neanche si pratica e che invece si ascolta e si guarda e per cui appassionarsi a distanza. Gli innamoramenti platonici, per questi uomini, si riversano semmai su altri oggetti, e le passioni sono molto più carnali e vicine di un hobby da travet.
Eppure qualcuno di questi vecchi tifa, sia pure con le maniere distaccate ed educate apprese al tempo. Chi ha lavorato in fabbrica, chi ha viaggiato in qualche estero urbano, ha una squadra del cuore; un altro ha fatto il militare a Bari ed ha assistito per puro caso a una partita dell’Italia in cui gli azzurri schieravano l’ossatura del Grande Torino, e da allora tifa granata. Sono casi destinati a rimanere nelle chiacchiere e nella mitologia paesana, quando nei decenni successivi tutti parleranno di calcio in piazza e tutti sosterranno, con rarissime eccezioni, una squadra strisciata.
In altre parole, al rapporto romantico e in fondo occasionale con il calcio, tipico della generazione più anziana, si sostituisce l’adesione vera e propria da parte dei giovani cresciuti o comunque formatisi nei tempi moderni. Il calcio assume una centralità non solo nel discorso pubblico, ma perfino nei pensieri di chi vi ha per così dire aderito, che noi ben conosciamo e che a noi appassionati - di nuovo, in senso modernissimo - pare normale, ma che è incomprensibile e ridicola per i rimasti al regime antico. La differenza fra i due approcci ricorda un po’, e non è una somiglianza casuale, quella tra il primo calcio degli inglesi e dei borghesi e il nuovo pallone di tutti, a cui tutti giocano e di cui tutti parlano.


Alle reden von Fußball*

Non bisogna credere tuttavia che la mania del calcio, perché difficilmente si può definire altrimenti una “passione” che acquista in poco tempo una tale centralità, si affermi senza resistenze o cancelli del tutto i modi lenti e silenziosi forgiati da secoli di immobilismo. Resiste invece un certo genere di moderazione per cui, nella realtà, più che parlare di calcio, ci si riferisce al calcio per parlare. Il calcio costituisce, in altri termini, un argomento di conversazione, soprattutto nei luoghi dedicati (il bar, l’ufficio, la ricreazione scolastica); avere un’opinione vaga, ma tanto più decisa, diviene rapidamente un obbligo di conformismo sociale. Può darsi che anche qui si veda il trionfo del modello borghese di società: sono gli attributi e gli hobby di questa particolare classe sociale, infatti, ad essere obbligatori e usuali per tutti.
In questo senso, parlare di calcio è, socialmente, uguale a parlare del tempo; e non è un caso che, con l’accresciuta velocità delle cose moderne, gli anticonformisti, i giovani ribelli, quelli che fuggono dalle gabbie borghesi, finiscano per odiare il calcio in segreto o, nell’eterna giostra dei conformismi che si inseguono, per ignorarlo ostentatamente. Questo avviene già nel 1968 - diciamo l’anno per significare un periodo -, cioè a una ventina di anni scarsi dall’inizio, almeno in provincia, della vera e propria popolarità del calcio.
Ma torniamo alla nostra cittadina murata, abbandonando i discorsi troppo generali. Dentro a quelle mura, tra i vicoli di pietre e mattoni ancora vivi e popolati, l’abbiamo detto, negli anni Sessanta e Settanta la gente parla di calcio, senza saperne davvero molto e senza vibrare di una reale passione: d’altronde, come allargare le proprie competenze? Si leggono i giornali, si guarda quel poco calcio che passa in tivù, ma per il resto? Le grandi squadre giocano troppo lontane… Parlare di calcio significa quindi ripetere delle formule, per i più.
Altri, tuttavia, sviluppano un vero amore per il calcio; anzi, due tipi diversi. Ci sono i maniaci delle grandi squadre (in genere, di nuovo, una strisciata), i quali seguono i propri beniamini nelle partite relativamente vicine o addirittura a Milano o Torino; anche se questa fattispecie si allargherà soprattutto dagli anni Ottanta, con i progressi del benessere e dell’edonismo, quando diventerà normale che i residenti della provincia, anche della nostra piccola provincia marchigiana, possiedano abbonamenti di compagini del Nord. E ci sono soprattutto, nel piccolo mondo sempre meno antico, i veri e propri appassionati, quelli che vogliono trapiantare il calcio localmente. Costoro fondano il sodalizio cittadino, che per eccesso di passione e scarsità di competenza fatica a sollevarsi dal più basso livello regionale; inoltre organizzano scuole calcio e ne portano in giro la domenica mattina gli allievi, scarrozzandoli per la provincia e guadagnando l’eterna gratitudine dei genitori (non perché stiano facendone dei calciatori e dei futuri ricchi - all’epoca, almeno in Valmisa, non si crede a queste scemenze -, bensì per il prezioso tempo donato). È grazie a questa indubbia utilità e benemerenza sociale che questi personaggi si fanno perdonare la propria stranezza, ossia il parlare di calcio sapendone davvero qualcosa e soprattutto il fare calcio, l’azione in prima persona che è altrimenti ancora vissuta come stravagante. In generale, e non solo sul calcio, quest’angolo di Marche è ancora ritroso e timido.

* Ossia, tutti parlano di calcio. Ci siamo permessi di parafrasare quell'Alle reden vom Wetter ("tutti parlano del tempo") che, con la conclusione Wir nicht ("noi no"), costituisce uno degli slogan più fortunati del Sessantotto tedesco.


Appartenenze

Si dice, certamente, con delle ragioni, che il calcio è identità, appartenenza. Molte storie, generalmente raccontate o raccontabili con tono romantico, paiono provare questa affermazione. Ma che identità può avere il calcio in una cittadina delle Marche, in cui è giunto tardi e in cui non vanta radici o interpretazioni locali? Che appartenenze può generare?
Non c’è molto di razionale, se lo chiedete; si tratta sovente di simpatia ereditate su base familiare o dovute alle vittorie in un dato periodo, sicché la grande maggioranza del tifo è diviso fra le tre strisciate. Restano fuori, come accennato sopra, i pochi vecchi che tifano per i miti della propria gioventù e gli eccentrici che si sono scelti la Fiorentina o il Torino (nelle generazioni più mature), la Sampdoria, la Roma, la Lazio, perfino l’Hellas Verona (fra i più giovani e i giovanissimi). Per quanto riguarda quel particolare e più profondo tipo di fanatismo calcistico che è quello di chi frequenta con regolarità lo stadio e sviluppa quindi una identificazione sentimentale, esso è quasi assente, per la semplice assenza di stadi di una certa categoria frequentabili nei dintorni; solo molto tardi e con numeri limitati sorge una militanza nella curva o nelle tribune di Ancona, quando i rossi dorici si riaffacciano dopo decine di anni alla serie B o in ogni caso a una C da protagonisti. Si ha allora, ma sono già gli anni Novanta, un pallido riflesso nella montagna celtica di ciò che è stato il movimento ultras (non vogliamo definirlo o giudicarlo qui; si prenda solo atto della sua esistenza) in tante altre città della provincia italiana. Ma resta la memoria di altri appassionati che, a suo tempo, andavano ad Ascoli, a Perugia, a Cesena, per vedersi la serie A; accanto alla simpatia per la squadra della provincia non si ha, sempre per motivi di antico buonsenso, la crescita di parallele rivalità, che non avrebbero senso quassù.
Calcio e identità potrebbero invece, in teoria, amalgamarsi molto bene nelle vicende della squadra locale; ma in realtà le sue limitate fortune sportive, e la curiosa assenza di veri e propri campanilismi in questa cittadina particolarmente isolata e senza un’inimicizia storica che possa creare un derby, fanno sì che il sostegno popolare, pur diffuso, si mantenga sempre tiepido e quasi distaccato. Forse negli anni Sessanta e Settanta c’è un maggior trasporto, in decenni cioè in cui il calcio neogiunto si muove in un’aria ancora antica, quella di un campanile e di un orgoglio paesano che poi sparirà nel progressivo e rapido allargamento del mondo e delle menti. Ma anche questa è quasi solo un’ipotesi, sostenuta da pochi dati non conclusivi.
I bambini, che sono razionali per eccellenza nella loro assoluta mancanza di contestualizzazione, risolvono la questione descritta fin qui - possiamo confermarlo personalmente, essendo stato chi scrive uno di quei bambini - con la formula per cui si tifa, o almeno si proclama di tifare, “Milan (o Juve o Inter), Ancona, Arcevia, Italia”. È la shahada del calcio paesano, questa, una dichiarazione programmatica, se si vuole; con, ovviamente, scarse conseguenze sulla realtà, ma che dice parecchio su un modo di ragionare per nulla limitato, e forse nemmeno collegato, al pallone e allo sport.


Luoghi

Ma il calcio non è soltanto discorsi fatti o letti o sensazioni o identità o, insomma, pensieri più o meno inconsistenti. Il calcio è, prima di ogni altra cosa, un gioco, e come tale ha bisogno di spazi in cui essere giocato.
Esistono, in questo gioco che è anche uno sport, due generi di spazi. I primi sono quelli ufficiali: il campo di grandezza regolamentare è raro e prezioso, e non ci si scherza su. Probabile che il primo campo “grande” sia stato creato in campagna, a una certa distanza dal capoluogo comunale, sempre in quegli anni Sessanta o tardi Cinquanta in cui sono nate le prime squadre (o, quantomeno, si sono organizzate a livello dilettantistico). Il campo sportivo “cittadino” sorge quantomeno un decennio più tardi, ed è un’opera di tutto rispetto. Non è che ci sia d’altronde abbondanza di spazi pianeggianti o spianabili, a 500 metri e più d’altitudine e su terreni rocciosi; ma sarà poi quell’altitudine a fare di quel prato sempre ben curato un’attrazione per squadre anche di un certo livello, più in là, negli anni ’80. Così gli appassionati e i semplici curiosi si godranno, senza muoversi di casa, il Rimini di Sacchi o il Perugia di Agroppi; e ancora la mia generazione, che in quel periodo cominciava a calciare un pallone e che non andava ancora a scuola, ascolterà racconti riguardo a quelle squadre e a un mitico triangolare tra Ancona, Jesina e Dinamo Mosca.
Di suo, tuttavia, il campo sportivo non ha molto da raccontare: c’è troppa serietà e troppo rispetto intorno a quel manto. Noi bambini ci entravamo solo durante le lezioni di calcio, negli inverni secchi e freddi di quelle parti, con le nostre scarpe nere coi tacchetti e quei palloni giganti che faticavamo perfino a tenere in mano, pensate un po’ come potessimo calciarli.
Più interessanti sono i campetti in cui il calcio si faceva calcetto e il calcetto si faceva tedesca, tiri in porta, semplici passaggi, o quel che veniva in mente al momento. C’era prima di tutto la pista in cemento del parco cittadino, evidentemente non pensata per il calcio e su cui, pure, quasi sempre e solo a calcio si giocava; con il grave inconveniente dell’assenza di porte, sostituite da sassi, rami o pezzi di ferro, per cui, per maggiore sicurezza del gol, conveniva mantenere la palla rasoterra (e questa circostanza, unità alla velocità del cemento, può spiegare una certa deriva fin troppo tecnica delle partitelle locali). Quando si voleva giocare in maniera più professionale, dunque, ci si dirigeva in uno dei campetti delle frazioni, muniti di porte e reti, probabilmente in ossequio a qualche misconosciuto principio socialdemocratico seguito dalle giunte di sinistra negli anni della loro costruzione. L’epoca dei campi in sintetico e dei soldi per giocare era ancora di là da venire.
C’erano invece, soprattutto finché l’infanzia non si faceva troppo adolescenza, altri terreni rimediati: c’erano i prati veri e propri, con le porte costituite da alberi e dunque necessariamente non coincidenti fra loro; così come si ricordano distintamente partitelle piuttosto tirate nella parte interna, quadrangolare, di un chiostro medievale posto nel centro del paese, giocate senza portieri, data la ristrettezza degli accessi, utilizzati dunque da porticine. Una di queste partite, chi scrive lo ricorda con precisione, fu dominata dalla notevole classe di un ragazzino figlio di un emigrato in Belgio, tornato per l’estate o per la Pasqua; e chi scrive ricorda anche, sempre con certezza, il dialetto antico del belga, un dialetto di veni o trent’anni prima, ché nel Limburgo la parlata non si era evoluta e non aveva subito gli assalti della televisione e della moderna scolarizzazione. Forse anche su questo si potrebbe tentare un’analisi, o stabilire qualche paragone, ma non sappiamo come e in che senso. Ci piace solo, e non è per sciocca nostalgia, rievocare quel chiostro e quelle parole disusate. Possibile, ma neanche questo è assodato, che al povero bambino belga gli altri chiedessero del Malines. E lui, magari, ci avrà anche risposto; nel caso, in marchigià.


Infine

Questi appunti non vogliono dimostrare nessuna tesi; si accontentano di tratteggiare, del resto in maniera incompleta e a larghe pennellate russoviane (nel senso del Doganiere), il quadro di un incontro. Non sappiamo, in effetti, cosa concludere riguardo al calcio in un paese, nel nostro paese; ci pare però doveroso testimoniare al riguardo. Oggi, per molti versi, il paese non esiste più, visto lo spopolamento e il generale allargamento dei confini, reali o immaginari, che ha fatto sì che quella che era stata per molto tempo la mentalità specifica di un luogo si svuotasse di senso. In un certo senso, l’arrivo del calcio ha coinciso - non certo per sua colpa - con l’inizio della fine di quel mondo; e il calcio stesso, aspetto particolarmente importante e gradevole della civiltà del benessere che ha segnato il secondo dopoguerra, ha accompagnato quel movimento storico. Il paese, in un certo senso, è passato da secoli in cui era vivo ma non sapeva e poteva gioirne a un’età più ristretta in cui, morendo, si è sentito finalmente vivo e felice. E il calcio è stato la piccola e innocua morfina di una comunità.

martedì 10 novembre 2015

Alena, Alenitchev. Questi russi, stupendi e inutili


Un pomeriggio di maggio torno in treno da Padova, dove ho presentato il libro sull’Europa Calcistica su e giù per il Brenta, e neanche arrivati in zona Finzi-Contini mi sono già innamorato di una ragazza dall’aria trasognata seduta dall’altro lato del vagone. Fermi in stazione a Bologna approfitto della prematura dipartita della sua vicina per sedermi, con uno stratagemma affinato negli anni, al suo fianco. Ascolto i Beach House, vedo l’Appennino scorrere sfocato dietro al finestrino, sento la sua presenza delicata e mi dico che almeno, questo viaggio, prima di scolorire nei toni nostalgici del futuro mai vissuto, mi ha regalato qualche istante di felicità.

I capelli biondo cenere le svengono svogliatamente sulle spalle. Il broncetto malinconico mi fa pensare a Julie Delpy. Ha caviglie sottili prerivoluzionarie e nike basse color melograno. Alena è di Mosca ma sembra francese, forse perché il suo lavoro è convincere i russi a fare le vacanze in Francia. L’estate prossima, con gli Europei, avrai un sacco da fare, le dico. Mi guarda come se pensasse: ma che ne so, può essere. Poi mi sorride. 

I suoi cambi d’espressione non invitano alla logica. 

Passata Firenze mi racconta che viene da Venezia, dov’è andata a vedere la Biennale. Da sola. Adora l’arte contemporanea. Ora però se mi sembra disperata è perché disperata lo è davvero. Per colpa di un vaporetto ha perso l’aereo e sta cercando disperatamente di raggiungere il suo volo delle nove a Fiumicino. In treno. Un treno che arriva a Termini alle otto. Non ce la farai mai, le dico, ringraziando la mia buona stella. Ma comunque ti aiuterò, aggiungo. E così faccio, nella desolazione serale della stazione Termini. Dal finestrino del Leonardo Express mi saluta con la mano e mi assicura che non dimenticherà mai quello che ho fatto per lei. Anche io non ti dimenticherò, non le rispondo.

Tornando a casa penso che non la vedrò mai più. Così come non vedrò mai più un gol malinconico come quello di Alenitchev che vidi insieme a mio padre e a Federico Olivo al Penzo di Venezia. Era una domenica di quindici anni fa e quel russo segnò un gol stupendo in una partita inutile, e viceversa. Questi russi, stupendi e inutili, penso. Come Alenitchev.

Alle cinque mi sveglia un suo messaggio sul telefono. Sono arrivata a Mosca e lo devo solo a te. Ci scriviamo mail deliziose per due mesi. In francese. Un casino. A metà luglio, alla Alenitchev, provo un dribbling da ultimo uomo: ti va di andare insieme al mare? Dove vuoi tu, purchè non sia nero, mi fa lei. Dove vuoi tu, purchè sia la prima volta per entrambi, faccio io. La settimana dopo passeggiamo tutta la sera per le vie profumate di buganvilla di Cagliari. Come in Prima dell’alba, non smettiamo mai di parlare. Per tre giorni, ahimé, non smettiamo mai di parlare. Allora litighiamo, le faccio una scenata, la chiamo Murmansk, come le fredde scogliere, prendo la macchina e guido da solo a fari spenti fino alle dune di Piscinas. Un cervo mi taglia la strada e rischio di schiantarmi tra le rovine delle miniere. Decido che non tornerò più a Cagliari ma mi farò ospitare per la notte ad Arbus da un amico. Alle cinque Alena mi manda un messaggio. Mi manchi. Dopo due ore, con la macchina piena di sabbia, sono di nuovo sotto casa sua. La sera non smettiamo di parlare, passeggiando a piedi scalzi al Poetto. Murmansk sembra così lontana. Rientriamo in macchina. Altra sabbia. Torniamo nella città vecchia. L’accompagno davanti casa. Lei sfodera un altro di quei mezzi sorrisi incomprensibili ma non mi invita a entrare nel suo freddo airbnb. Il giorno dopo mi sveglio presto e passo la mattina sul terrazzo a guardare i fenicotteri. Non la voglio più vedere. Questi russi, stupendi e inutili, penso. Come Alena.


Vuoto di tre mesi. Dieci giorni fa sono sullo stesso treno che collega Roma al civile Veneto, ma in direzione opposta. Vado a Venezia. A vedere la Biennale. Da solo. Alzo lo sguardo dal giornale e mi accorgo che dall’altro lato del vagone c’è una ragazza che legge un libro. Riesco solo a decifrare i caratteri sulla copertina. È cirillico. Alzo il volume dei Beach House e prego Dio che l’arte contemporanea le faccia schifo…    

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Questo racconto è il primo di una lunga serie di presentazioni dei paesi che disputeranno l'Europeo in Francia l'estate prossima. Ma non li troverete qui, o almeno non sempre: sono racconti che nascono parlati, perchè nascono per e sulle frequenze della milanese Radio Popolare, in una rubrica immaginata e ospitata da Dario Falcini nel suo programma bellissimo del lunedì mattina, Olio di Canfora. La puntata sulla Russia è andata in onda il 9 novembre, e la potete ascoltare qui (al minuto 20).