giovedì 24 luglio 2014

Benvenuta inCONTROPIEDE. Un estratto in anteprima da "Il calciatore stanco", di Gino Franchetti


Lo dico subito: Alberto Facchinetti è un grande. Ha fatto quello che tutti noi avremmo voluto fare - e gli siamo grati per averlo fatto: no, non ha lasciato l'umida Venezia per aprire un bar nell'ancor più umida Panama City, ma ha aperto una casa editrice di letteratura sportiva, particolarmente attenta alle scritture calcistiche, che si chiama inCONTROPIEDE. Mi auguro che questo nome diventi familiare agli appassionati di pallone, come lo è stato Limina per dire (e auguro a inCONTROPIEDE la stessa lunga vita e lo stesso impatto culturale).
Ma chi è Alberto Facchinetti? Detta alla Troy McClure, forse vi ricorderete di lui come scrittore del nostalgico Doriani d'Argentina (edizioni Cinquemarzo, 2011) e dello storico La battaglia di Santiago (Urbone, 2012).  Il suo ultimo libro, pubblicato proprio dalla sua nuova creatura editoriale, è Il romanzo di Julio Libonatti (inCONTROPIEDE, 2014), sul mitico oriundo veneto-argentino che giocò nel Torino a inizio Novecento. 
Alberto Facchinetti è anche un amico, guadagnato sul campo - si può dire - del pallone che si scrive. Mi ha fatto molto piacere quando, qualche mese fa, mi ha chiesto se me la sentivo di dirigere una collana della casa editrice. Ovviamente ho detto sì, e ovviamente la collana si chiama Lacrime di Borghetti. In autunno uscirà il primo libro, un'antologia che coinvolge molti di noi (noi intesi come amici che scrivono, commentano, leggono questo blog). Ne riparleremo.
Intanto, oltre a segnalarvi pure la prima bellissima pubblicazione di inCONTROPIEDE, vale a dire Campo per destinazione. 70 storie dell'altro campo, una raccolta di storie calcistiche marginali, di bozzetti e ritratti, del giornalista e scrittore trentino Carlo Martinelli, pubblichiamo oggi, in anteprima, un estratto del terzo libro della casa editrice, che poi è il primo romanzo vero e proprio su cui Alberto ha investito - a ragione secondo me, perchè sono troppo pochi i romanzi a sfondo calcistico scritti in Italia (il mio preferito rimane Fuori rosa di Gianni Clerici, peccato sia introvabile dagli anni Sessanta - quest'inciso valga come un consiglio per Alberto...) -, vale a dire Il calciatore stanco di Gino Franchetti, anche lui giornalista e scrittore di sport di lungo corso e di penna piacevole, pubblicato proprio in questi giorni. Buona lettura, e auguri ad Alberto e a inCONTROPIEDE, che facciano sentire la loro voce in questa sempre più accattivante conversazione calcistica che sta aumentando di livello e di partecipanti mese dopo mese.

 * * *



"Il calciatore stanco", di Gino Franchetti (estratto)

Quando gli toccò il colpo di fortuna, verso la fine di un tormentato cammino, tutti furono concordi nel dire che si trattava di “un grosso traguardo, indubbiamente non meritato”. Ne avevano tanti, in società, che avevano lavorato sodo e in umiltà, mostrando di avere qualità umane che li avrebbero portati più lontano, nel mestiere di calciatore, di dove potesse mai arrivare quel sedicenne svogliato e lunatico con la puzza sotto il naso. Del resto lui il traguardo, a quanto pareva, nemmeno se l’era mai posto. Vivacchiava senza impegno, si lasciava scorrere addosso elogi e reprimende senza l’ombra di un’emozione, come se fosse la stessa cosa, per lui, ciondolare per il campo del tutto inutile o risolvere una partita con uno dei suoi colpi di genio.

Davvero non si sapeva bene come prenderlo. Avevano provato a lusingarlo, a prospettargli premi e promozioni, a fargli intravvedere la possibilità di essere chiamato nel settore giovanile di questa o quella grande società. Lui aveva dato il meglio di sé per un paio di settimane al massimo, senza affaticarsi troppo, beninteso, perché quello, lo avevano capito tutti, era un limite che non avrebbe mai potuto cancellare. Quando gli veniva l’ispirazione, certo, era bello vederlo giocare: faceva cose che nessun altro nella sua squadra si sarebbe mai sognato di tentare e invece a lui quasi sempre riuscivano. Non è che giocasse molto per la squadra: la sua tendenza era di dare la palla agli altri solo quando proprio non poteva farne a meno. Però che giocate, gente! A vederlo in una di quelle sue giornate di grazia, non si poteva non riconoscere che averlo nei ranghi era una benedizione del Cielo.

Ma dopo, quando il momento favorevole era passato, averlo o non averlo era esattamente la stessa cosa. Anzi, con lui in squadra si giocava dieci contro undici, ed erano pochi, nell’ambiente, quelli che seriamente erano disposti ad avallare la famosa battuta di almeno due grandi maestri (Gipo Viani? Nils Liedholm?), secondo cui “in dieci si gioca meglio”, senza considerarla per quello che probabilmente era, niente di più cioè di una battuta, appunto. Insomma, in tempi oltretutto di tatticismo imperante, nei sogni di ogni allenatore c’era piuttosto la possibilità di schierare un uomo in più, perché a centrocampo soprattutto mancava sempre un puntello indispensabile. Ed è per questo che alla seconda delusione il genio del pallone finiva fuori squadra a meditare un po’ sul peso della propria incostanza.

Non era stato così il giorno del suo arrivo. Quel bambinetto dal fisico ancora incompleto aveva dato spettacolo al primo contatto con la nuova squadra e non era stato difficile credere in tutto e per tutto a quello che raccontava suo padre, il signor Elmo. Di come, dov’era prima, la dirigenza lasciasse a desiderare, a tal punto da permettere che alla guida di una squadra di valore si installasse per dare sfogo ai propri vizi un noto pederasta; cosicché a lui, padre attento, e a tanti altri come lui non era rimasto altro da fare che prendere il suo ragazzo e portarlo altrove, con tutti i problemi connessi al cambio di società nel bel mezzo della stagione agonistica.

Lo avevano tesserato, dunque, facendo capire a entrambi, padre e figlio, che per il momento il ragazzo sarebbe stato considerato alla stregua di un allievo, uno cioè che era lì per imparare e al quale si poteva concedere al massimo di non pagare una quota, ma più avanti, dopo un anno o due, magari gli avrebbero dato qualcosa, se non proprio una paga almeno dei premi partita. Sempre che, naturalmente, avesse continuato a comportarsi bene.

Ecco, il punto era quello, purtroppo: che nemmeno il signor Elmo, con tutta la sua fede incrollabile, sarebbe stato in grado di garantire onestamente che quel suo figlio talentuoso sarebbe stato sempre all’altezza delle proprie possibilità. Chi poteva dirlo? Lo aveva visto altre volte che, all’improvviso spegnersi dello stato di grazia, il presunto fuoriclasse diventava un altro, del tutto irriconoscibile. Fatto sta che, se anno dopo anno la nuova società aveva deciso di rinnovargli la tessera, era solo per quel che si era visto, di tanto in tanto, e per la passione, oltre che per l’infinita pazienza, di un sant’uomo che aveva il ruolo di direttore tecnico e di coordinatore di tutti gli allenatori.

Per lui, Giacomo Conti, quella era una missione vera: prendere dei piccoli calciatori e farli crescere bene, senza troppo preoccuparsi se un giorno, alla fine della scuola, sarebbero diventati operai o bancari o negozianti invece che calciatori professionisti; o se un bambinetto robusto e un poco obeso, piazzato per quello tra i pali della porta con l’incarico di fermare la palla possibilmente con le mani, nel suo sviluppo sarebbe rimasto tale e quale anziché trasformarsi in un gigante capace di parare davvero. Più il signor Conti si mostrava paziente e comprensivo, più Giorgio l’indecifrabile pareva divertirsi a deluderlo e a provocarlo. Quanto più quello gli lanciava occhiatacce fiammeggianti di sdegno, tanto più Giorgio si lasciava nascere sulle labbra un sorrisetto beffardo, come a dire: Io sono questo che vedi, cambiami tu se puoi.

Finché il presidente non gli fece l’alto onore di convocarlo nel proprio ufficio. “Buon giorno, dottor Franchi”, disse lui con l’aria più serena e innocente possibile; ma una sbirciatina allo sguardo truce del disperato Conti che sedeva accanto alla scrivania del gran capo gli fece capire che c’era poco da stare allegri. Il presidente aveva lo stesso cognome del presidentissimo Artemio Franchi, potente in Italia e in Europa, seppure non ancora numero uno al mondo. “Ma non abbiamo legami di parentela”, si affrettava a precisare con finta modestia.

“Vorrei poterti augurare anch’io una buona giornata, ragazzo – gli rispose -, ma mi piacerebbe sapere che cosa speri di ottenere tu dalla vita. Perché non puoi certo pensare, alla tua età, che tutto ti sia dovuto. Tu devi sudare e faticare come gli altri, devi dare qualcosa ogni volta che tocca a te giocare, perché il campionato non si risolve in una sola partita e la tua vita non durerà, mi auguro, un solo campionato. O credi di poter fare la professione del bel giovane?”.

Questa storia del “bel giovane” non l’aveva capita, a dire il vero. Sì, riteneva di essere piacente: bruno, riccioluto, fisico agile ma possente, un atteggiamento da scettico navigato che con le ragazzine cominciava a giovargli. Ma che cosa aveva a che fare questo col calcio? Glielo avrebbero spiegato poi, in società. C’era un allenatore famoso, Nereo Rocco, triestino, che definiva “de profesiòn bel zòvene” chi fra i suoi giocatori dava l’idea di specchiarsi troppo in se stesso dimenticando che il successo non poteva che venire dal sacrificio, spesso anzi dalla sofferenza.

Diceva questo, per esempio, di Nello Santin, giovane difensore milanista, specie dopo che in Germania, sul campo del Monaco 1860, gli aveva fatto perdere una partita secondo lui per eccesso di supponenza. A quanto pare il Santin era già in grado di controllare il pallone, ma il centravanti bavarese, un bestione tutto muscoli, glielo aveva tolto arrivandogli addosso con la leggerezza di un bisonte e l’aveva infilato in rete. Commettendo un fallo, probabilmente, che però l’arbitro non aveva rilevato. E alla fine si sentiva Rocco detto ”el paròn” urlare come all’ortomercato: “El fazèva anca l’offeso, lù. Come? Te me gà spinto a mi, zogadòr del Milan? E intanto quello andava a far gol, mòna d’un mòna!”.

Insomma, per quanto lo riguardava il paragone era anche appropriato, ma la cosa non l’avrebbe scosso più di tanto. Riuscì a smuoverlo, il presidente, toccando un altro tasto. Lo vedeva anche lui, infatti, che certe domeniche il loro centro sportivo sembrava un porto di mare. Lo frequentavano, per assistere all’una o all’altra partita, certi ex giocatori anche molto noti, che si mischiavano con altri che noti non lo erano per niente e pure li conoscevano. Ed era tutto un parlare fra loro durante le partite, prima che la giornata si concludesse con strette di mano, abbracci e pacche sulle spalle. Alcuni dei poco noti poi si rivedevano nel corso della settimana, ed era a quelli che si doveva dunque prestare attenzione, perché attraverso le loro conoscenze altolocate, vere o millantate, un ragazzo poteva sperare di trovarsi prima o poi in una grande squadra davvero.

“Questi vengono magari per vedere te – diceva il “dottor Franchi” -, mettiamo che sia così anche se non è vero. Perché qualcuno che ti ha visto in un giorno buono ha detto loro che valeva la pena seguirti. Vengono e cosa vedono? Un lavativo che si trascina per il campo o sta a guardare la palla che va da una parte all’altra come se la faccenda non lo riguardasse, come se fosse capitato lì per caso. Che cosa può accadere, allora? Intanto che l’osservatore venuto per te se ne va convinto che la segnalazione fosse sbagliata. Poi che ci fa una figuraccia quello che ti aveva segnalato e perciò la volta dopo non ci casca più, anche se per miracolo ti sei rimesso a far faville; e anche se ci ricasca, se prova a segnalarti un’altra volta, magari cambiando giro, ormai non gli credono più, perché le voci corrono, e finisce che a te non ti vuole più nessuno”.

Lui allora aveva visto il buon Conti che quasi si metteva a piangere e un po’ si era pure commosso. E aveva pensato a suo padre, che in fondo era come il Conti, uno che era entusiasta di lui e gli voleva bene e non voleva che mostrasse il peggio di sé ma sempre il meglio. Al presidente aveva detto che si sarebbe sforzato e che quello doveva bastargli perché è vero o no che quel che conta è la buona volontà? E il presidente aveva sospirato, poco convinto, e il buongiorno comunque glielo aveva restituito.

Poi aveva fatto quel che c’era da aspettarsi. Aveva preso in mano la squadra per un paio di partite, giocando a tutto campo, col piglio del vero leader, trasmettendo a tutti la propria ispirazione e la propria fantasia, chiamandoli a partecipare ad azioni perentorie, spesso inarrestabili, portando con i suoi assist e i suoi gol un gruppo di ragazzi già buono a guadagnarsi il primo posto in classifica. Ovvio che poi tornava a rilassarsi, com’era nella sua natura, per la disperazione di tutti, compagni, allenatori, dirigenti e anche del signor Elmo, che pure a quel susseguirsi di docce scozzesi doveva aver fatto l’abitudine da tempo.

Per fortuna nelle grandi occasioni riappariva in tutto il proprio fulgore tecnico-agonistico, facendo nascere in molti il dubbio che ci fosse in tutto questo qualcosa di studiato: il lazzarone sapeva bene quando era opportuno far bella figura e quando invece contava poco o niente. Insomma, arrivarono alla semifinale nazionale della categoria in una situazione di totale incertezza, perché nessuno sarebbe stato in grado di prevedere se il “fenomeno”, una volta messo in campo, sarebbe stato la carta vincente o la causa di una disfatta. Del resto nemmeno lui, se gli avessero affidato la scelta, avrebbe saputo se puntare su se stesso oppure no. Un rebus.

L’ispirazione l’aveva avuta Conti: il ragazzo i mezzi li ha, se riusciamo a fargli avvertire l’importanza dell’occasione può darsi che ci stupisca tutti, come d’altra parte pare abbia sempre fatto nei provini. E così l’avevano schierato dall’inizio, ed era stata un’apoteosi. In certi momenti della partita sembrava quasi un altro, tanto pareva in possesso di una forza atletica che non gli era mai appartenuta. Aveva sempre saputo che cosa significava quella maglia numero 10 che gli davano di solito: lui era un fantasista, più simile a un uomo di punta che a un centrocampista, uno che doveva preoccuparsi quasi esclusivamente dell’attacco. Ma quel giorno era stato tutto diverso.

Guarda che non c’è alcun particolare accorgimento tattico – gli avevano detto -, quindi se non arretri anche tu a centrocampo siamo con un uomo in meno e rischiamo grosso. E lui non aveva avuto nulla da eccepire: aveva svolto il proprio compito. Anzi, aveva fatto di più. A palla conquistata, ogni volta aveva rovesciato l’azione in avanti non rinunciando a parteciparvi di persona. Si era fatto vedere sempre smarcato al momento giusto. Aveva ricevuto spesso il pallone da compagni che finalmente potevano fidarsi di lui e ne aveva tratto il massimo vantaggio: cinque gol personali, una prestazione splendida, una finale ottenuta con un clamore mai visto.

Ecco perché alla fine si era trovato ben oltre quel traguardo “non meritato”. Molti osservatori erano presenti allo stadio, molti altri avevano poi letto della sua impresa e non avevano potuto fare a meno di chiedere informazioni; qualche grossa società aveva chiesto e ottenuto il filmato della partita. Insomma, lui non aveva barato e come logica conseguenza si era scatenata l’asta che lo aveva infine avviato, con piena soddisfazione anche del club del “dottor Franchi”, verso il mondo del calcio professionistico.

Edizioni inCONTROPIEDE © 2014

lunedì 21 luglio 2014

Esquina Blaugrana


Alexis Sanchez
 
Mercado de Fichajes
 
Abbastanza soddisfatto, ragionevolmente perplesso, presto disperato.
Le cessioni di Sanchez e Cesc erano inevitabili. Il cileno non ha mai conquistato il Nou Camp (mai capito perchè, vista anche l'ultima ottima stagione), lo spagnolo era un equivoco tattico. La cessione di Xavi obbligatoria. E' chiaro che se hai Xavi in rosa, il titolare è Xavi. Viste le prestazioni degli ultimi tempi, quel lento camminare, la scelta era dovuta.

Soddisfano, ovviamente, gli arrivi di Suarez e Ter Stegen. Tranquillizza il rientro alla base di Deulofeu. Perplimono, e non potrebbe essere altrimenti, Luis Enrique e Rakitic.
Lucho perplime perchè a Roma è successo di tutto e di più. Non vuole essere una bocciatura la mia, anzi, credo che avesse diverse e importanti attenuanti. Meglio al Celta, siamo d'accordo. Ma il Barca, la Champions e Real e Atletico sono un'altra cosa. E' chiamato a cambiare la filosofia lasciando la stessa immutata. Deve avviare un nuovo ciclo, preparare il Barca alla generazione successiva, possibilmente (o meglio, obbligatoriamente) vincendo.
Rakitic raccoglie un'eredità pesante. E' chiamato a far girare il Barca.
La vedo così: Rakitic sta al Barcellona nel dopo-Xavi come Arteta è stato all'Arsenal nel dopo-Fabregas. #stepback
Comprensibile la cessione di Tello al Porto per due anni. 

Il capitolo buio rimane il fichaje del centrale di difesa.  Per ora in rosa i centrali sono tre: Pique, Bartra e Mascherano. Tanti nomi (costosissimi - per Mathieu del Valencia si parla di 20m), poche trattative concrete.
 
Messi
 
Ero convinto che il Barcellona avrebbe ceduto Messi.
La stampa e Luis Enrique, invece, lo rilanciano al centro del progetto Barcellona.
Viene dalla sua peggiore stagione ("solo" 41 gol e 14 assist), svogliato, quasi disinteressato, con altro a cui pensare, (sottovoce) criticato.
Senza Mondiale probabilmente non vomiterà più, senza De Jong alle calcagna magari potrà giocare qualche pallone con maggiore tranquillità.
Suona strano ma Messi secondo me è un'incognita nel Barca che verrà.
Sono d'accordo con chi suggerirebbe a Messi di ripartire da zero.
Il suo essere grande ora passa dal saper trovare una soluzione ad una semplice gabbia. #lascimmiasullaspalla direbbero in America.

Neymar

Lo sapete: non stravedo per Neymar. Credo sia nato star prima di diventarlo, un prodotto mediatico studiato a tavolino prima ancora di aver dimostrato il grande valore di cui si parla da ormai diversi anni.
Peccato. Nelle prime partite del Mondiale mi era piaciuto (giusto, per un istante, il tweet di Nesat: la vera simulazione di O Ney è stata la stagione con il Barcellona). Poi, nel match contro la Colombia, è ricaduto nei suoi difetti. Sempre volante, sempre per terra. Lezioso, poco incisivo. Non dico che il fallo di Zuniga sia una logica conseguenza di quanto visto fino a quel momento, ma poco ci manca.
Neymar è il giocatore che deve crescere di più nella prossim stagione, anche alla luce del fatto che in un attacco con già Messi e Suarez il terzo perfetto ben potrebbe essere Pedro e non lui.
 
Le altre

Là davanti #sposta
 
Le reazioni da parte del Real Madrid all'acquisto di Suarez.
Ancelotti ha riconfermato Benzema al centro dell'attacco merengue e si concentra sul centrocampo. Preso Kroos, a breve dovrebbe firmare anche James Rodriguez (che in un primo momento aveva smarcato l'interesse dei blancos). Più lontani a questo punto Vidal, Verratti (per quest'ultimo si vociferava di un contratto faraonico) e Ramires. In uscita, Perez chiude con la Juve per Morata: se le cifre venissero confermate, penso si potrebbe parlare di grande affare sponda Real.
Mai e poi mai avrei trattato Khedira, forte vero (chiedere in Brasile per conferma).
Dopo l'acquisto di Keylor Navas per la porta, Casillas lo vedo malissimo.
 
Intanto l'Atletico si prende l'ennesimo attaccante cui far segnare gol a raffica. E lo paga pure "poco".
Segue Oblak, Negredo e Soldado per ricostruire una rosa minata dalle tante partenze. Una cosa è certa, Simeone ha già dimostrato che il cholismo può funzionare a prescindere dagli interpreti.
Il Depor neo-promosso si rafforza con Cuenca (che col Barca ha rescisso).

La nota negativa: Victor Valdes, che la scorsa stagione aveva deciso di non rinnovare per il Barcellona, non ha superato le visite mediche prima della firma con il Monaco.

 

lunedì 14 luglio 2014

Come sono fugaci le finali dei Mondiali

 

 A Simone, devi essere forte

Paloma é bellissima alle sei del mattino mentre addenta un croque monsieur con la sua bocca carnosa e il labbro superiore ha la forma di un tunnel oscuro e silenzioso scavato nella montagna che divide un'isola in due parti e attraversarlo significa scegliere il mistero dell'altra parte, quella che non si conosce e che secondo alcuni é solo un luogo immaginario. I piccoli occhi tondi e bruni come biglie si muovono in maniera vorticosa mentre il trucco nero si scioglie maldestramente sulle palpebre, rivelando con maggiore esattezza i contorni di una bellezza di vent'anni. Il sangue argentino che le scorre nelle vene, gli anni trascorsi da bambina a Buenos Aires, la aizzano di rabbia - ma é una rabbia sorridente - quando le confesso che domenica sera, nonostante tutto, nonostante me stesso, nonostante il tifo, prenderó le parti della Germania perché nella vita ogni tanto bisogna pur riconoscere che qualcuno si é meritato un certo riconoscimento, che é giusto cosí, e questa Germania é una squadra fantastica ormai da quasi dieci anni e porta avanti un calcio bellissimo, fresco, giovane, da sei del mattino, che le assomiglia piú del gattamortismo di Messi e compagni, e poi c'é quell'Ozil che é pura magia, che ogni tocco sembra un bacio sussurrato prima di scomparire nella notte...Ma tanto é inutile che ti arrabbi Paloma, le dico, domenica io non saró giá piú parte della tua vita, tre giorni avranno diluito il ricordo di questo fugace incontro notturno davanti al forno di Tuset e io saró lontano come un rigore non fischiato ma che forse c'era in una partita contro la Cremonese di inizio anni Novanta.

Otto anni fa Paloma era una ragazzina di Barcellona che coniugava argentinitá e catalanismo avvicinandosi con i nuovi amici dell'Instituto ai piaceri della carne e del sangue, sotto forma di empanadas e kalimotxo, mentre io, che avevo la sua etá di oggi, mi trovavo nella stessa cittá, anche se mai avrei potuto incontrarla. La sera della finale di Berlino con mio padre passiamo in pasticceria per comprare il dolce da portare al signore coi capelli rossi che ci ha invitato a casa sua a vedere la partita, quella che nel momento in cui compriamo il dolce é ancora solo una partita, una finale da giocare, e non la sera in cui l'Italia ha vinto il Mondiale, lo stesso momento di attesa e mistero che sto vivendo io, senza mio padre e senza il signore coi capelli rossi, otto anni dopo sul tavolo della cucina di una casa ad appena due strade di distanza da quella in cui vivevo allora, quando manca meno di un'ora al calcio di inizio della finale di Rio de Janeiro e su Radio Clásica danno La vida breve di Manuel de Falla. Quel signore coi capelli rossi l'avevamo conosciuto nella piazza dell'orologio poche ore prima, per casualitá, e avevamo scambiato qualche parola di circostanza sul fatto di essere italiani, anzi romani (pure se lui era di Genzano) a Barcellona in una giornata storica come quella, e cosí era venuta fuori l'idea, per cosí dire, di unire le forze e vedere la partita insieme, magari a casa sua perché era piú grande, piú ventilata, e soprattutto era veramente casa sua e non un paio di camere prese in affitto per un semestre. Con mio padre accettammo offrendoci di portare il dolce, e con il senno di poi abbiamo fatto bene ad andare a casa del signore coi capelli rossi perché, almeno per quanto ci riguarda, é stato in quel salotto che Grosso ha segnato il rigore decisivo, l'Italia ha vinto il Mondiale, il dolce era buonissimo e io ho potuto lanciare un urlo liberatorio e patriottico dal terrazzo del quinto piano.

Il signore coi capelli rossi, di cui non ricordo neanche il nome (lui mi chiamava Junior, chissá perché), come Paloma non ricorderá tra otto anni neanche il mio, l´ho visto tre ore in tutta la mia vita, le tre ore della finale tra Italia e Francia, quindi tre tra le ore piú importanti della mia vita, e poi mai piú, nonostante gli avessi dato pure una borsa di libri che lui si era offerto di riportarmi in Italia visto che  andava in macchina e aveva il bagagliaio mezzo vuoto, solo che io, tornato dopo l'estate a Roma, non l'ho mai piú chiamato, avevo il suo numero di telefono ma, per colpa di quegli attacchi di pigrizia che fanno credere che una cosa si puó sempre fare il giorno dopo, e poi quello dopo ancora, finché diventa troppo tardi per farla, non ho mai voluto digitarlo, non ho mai voluto parlare di nuovo con lui, sentire la sua voce, farmi chiamare Junior, prendere appuntamento per incontrarmi a Genzano in modo che potesse consegnarmi la borsa con i miei libri, e quindi quei miei libri io non li ho mai piú rivisti, saranno rimasti per mesi e forse anni nella cantina di una casa sconosciuta alle porte di Roma e magari sono ancora lí che prendono polvere, mantenendo vivo il mio legame lungo undici metri con il signore coi capelli rossi con cui insieme a mio padre decidemmo, non senza esitazioni, di condividere un momento cosí importante e in fondo irripetibile della nostra vita, un momento che ci avrebbe segnato come padre e come figlio, e forse é stato meglio cosí, é stato meglio non recuperare mai quei libri, aver tolto con questo aneddoto epica a quella serata, perché ogni volta, quando suonano gli inni prima della finale, e i giocatori si abbracciano, e i telecronisti si eccitano, e per le strade non c'é nessuno, sembra che non solo finisce il Mondiale, ma sembra che finisce proprio il mondo, e invece non finisce proprio nulla, é solo una stupida finale di un Mondiale, é solo un'illusione, tra quattro e poi otto anni saremo tutti di nuovo qui davanti al televisore a vedere come finisce un'altra volta, e poi un'altra volta ancora, e accanto a noi mancherá qualcuno e ci sará qualcuno nuovo, perché non abbiamo alternative, dobbiamo sempre andare avanti, con quello che si perde e con quello che si trova.

Non so Paloma con chi vedrai la partita stasera, di certo non con me, che sono da solo a casa tentando di riprodurre filologicamente la stessa pasta al tonno che mia madre cucinó a Fregene la sera della finale di Italia '90, anche se pochi chilometri ci dividono, meno dei nostri anni sicuramente, non so se alla prossima finale del Mondiale saremo nella stessa cittá di nuovo, non so neanche se il signore coi capelli rossi é a Barcellona stasera, in quell'appartamento ventilato nel palazzo senza ascensore che si trova al di lá della piazza su cui oggi si affacciano queste finestre, peró volevo dirti che ho cambiato idea e questa sera tiferó per l'Argentina e la tiferó per te e per la tua bocca e per i libri che hai dimenticato a Buenos Aires quando sei venuta ad abitare a Barcellona e per quelli che dimenticherai a Barcellona quando lascerai la casa di un ragazzo che pensavi fosse coraggioso e invece ha avuto paura di scoprire cosa c'era dall'altra parte di quel tunnel, pure se aveva il numero dieci sulle spalle.

mercoledì 9 luglio 2014

Fidel e Diego a La Habana. Una conversazione informale (con Dio)

 

"Fidel es una enciclopedia. Verlo fue tocar el cielo con las manos. Que los cubanos se queden tranquilos porque lo tienen. Es una bestia que sabe de todo, con una convicción que explica cómo pudo hacer lo que hizo con 12 hombres y tres fusiles"

(Diego Armando Maradona)

 
Alla fine del luglio 1987 Maradona venne premiato a Cuba come miglior atleta dell’America latina per il 1986.
Inaspettatamente il 28 luglio, a conclusione della breve vacanza, Diego fu ricevuto a L’Avana da Fidel.
Raggiunto da una telefonata improvvisa mentre passeggiava sulla spiaggia di Varadero, Diego dovette trasferirsi d’urgenza a L'Avana, perché era lì che Castro riceveva abitualmente i suoi ospiti. Diego si presentò quindi trafelato a casa di Fidel con tutto il suo entourage, da Claudia all’amata Dona Tota, dal preparatore Fernando Signorini a sua figlia Dalma di soli quattro mesi.
Il primo incontro della serie ebbe inizio alle 23:40 del 28 luglio. L’ultimo si concluse ben dopo le 3 del mattino del 29.
Se nelle prime fasi dell'incontro trionfarono la curiosità ed il rispetto reciproco, man mano che trascorsero i minuti la confidenza e l’intimità nel salotto di casa Castro aumentarono, tanto che Claudia, giunto il momento di allattare Dalma, rifiutò il cortese invito di Fidel ad accomodarsi in una stanza attigua e, nello stupore generale, estrasse il seno dinnanzi ad un consesso a dir poco sgomento.

Come noto, si sarebbe trattato solo del primo di una lunga serie di incontri tra i due.

In quell'occasione Diego e il Lìder chiacchierarono lungamente di argomenti sportivi e di interesse generale (Gianni Mura all'epoca rese bene l'idea del tenore della conversazione commentando: "Nel dialogo Maradona sembra Maradona, Castro un perfetto suonato").
 
Di seguito Lacrime di Borghetti ripropone qualche estratto della loro chiacchierata. Si tratta per lo più di divagazioni metacalcistiche e di gustose memorie aneddotiche riguardanti la quotidianità partenopea di Diego.

* * *

Fidel: “Quando colpisci la pelota di testa non ti fa male il capo? Qui la pelota significa solo baseball..Ma dimmi, dimmi..come li calci tu i rigori?"

Maradona: "Prendo due metri di rincorsa e alzo la testa solo quando appoggio il piede destro ed il sinistro sta per colpire il pallone. A questo punto scelgo la direzione."
F: "Ma cosa dici, calci senza guardare il pallone?"
M: "Si"
F: "Compañero, quello che fa la mente umana non ha limiti, e mi domando sempre dove potrà arrivare insieme al corpo.."


M: “Comandante, non ha mai pensato di tagliarsi la barba?”.
F: “Una sola volta, ma sarebbe stato un errore, la mia barba è un simbolo per molti”.

F: “Dove tieni il danaro che guadagni?”. 
M: “Lo investo in Argentina e in Italia, ma ai tempi del Barcellona ho perduto molta plata, molto danaro, molto”. 


F: “Pensa che io, uomo di sinistra, ho giocato al calcio all’ala destra, poi mi sono dedicato al basket e al baseball. Ora faccio mezz’ora di nuoto al giorno e un amico mi prende i tempi. Ma Napoli è a sud o a nord di Roma, e ti ci trovi bene?”. 
M: “Al sud, comandante. Proprio bene non mi ci trovo, non posso uscire di casa, devo cambiare continuamente il numero del telefono. I napoletani sono fatti così, per loro sono un semidio, mi paragonano a san Gennaro, glielo dico in tutta umiltà. Non vivo, ma non ho altra scelta”. 
F: "Senti, ragazzo, fai attenzione, perché mi hanno detto che il traffico di Napoli è molto complicato".


* * *

Si narra che poco prima di ripartire per l’Europa, nella notte del 29 luglio, Diego abbia raccontato a microfoni spenti ad un giornalista: “Fidel Castro è un’enciclopedia vivente e vederlo per me è stato come toccare il cielo con un dito. Che i cubani stiano tranquilli perché sono fortunati ad avere uno come lui. E’ una bestia che conosce qualsiasi cosa, con una convinzione che spiega come abbia potuto fare quello che ha fatto con dodici uomini e tre fucili. Gli ho già detto di chiamarmi per una chiacchierata appena avrà un momento libero. In pratica mi sono autoinvitato..”.

Ai giornalisti presentatisi all’aeroporto dell’Avana invece dichiarò: “Ritorneremo. Ci siamo trovati molto bene in questo paese e ci rivedremo sicuramente. D'ora in poi ricorderò sempre i bei momenti trascorsi qui da voi e non dimenticherò che devo ritornare per ripagarvi di tutto ciò. Mi piacerebbe diventare il padrino del calcio cubano".

Pare invece che il commento di Fidel Castro al termine della visita fu: “Me gusta este chico, es humilde, sabe muy bien de donde viene. Va a ser lindo tenerlo otra vez por acà”.

martedì 1 luglio 2014

Perchè non hai riso, Thomas Müller?

La Caduta

"Bene. Torniamo, se permette, al suo caso. Cosa mi può dire in proposito?" Gli ripetei il racconto che avevo fatto a Brandt. "E' una storia spaventosa. Deve esserne rimasto sconvolto". "Certo, Herr Standartenführer. E lo sono stato ancora di più per le accuse di quei due difensori dell'ordine pubblico, che non hanno mai, ne sono sicuro, passato un solo giorno al fronte e che si permettono di diffamare un ufficiale delle SS". Baumann si grattò il mento: "Posso capire fino a che punto tutto ciò sia offensivo per lei, Obersturmbannführer. Ma forse la soluzione migliore è fare piena luce su questo caso". "Non ho nulla da temere, Herr Richter. Mi rimetterò alla decisione del Reichsführer".

Jonathan Littell, "Le Benevole"

Perchè non hai riso, Thomas Müller, quando, ormai agli sgoccioli dei tempi regolamentari della partita contro l'Algeria, ti sei rialzato dopo essere caduto goffamente a terra nel tentativo di sviluppare uno schema (o dovrei dire una coreografia? Un omaggio a Roland Petit forse?) su punizione insieme ai tuoi compagni? Peccato Thomas Müller, avresti potuto portare uno squarcio di umanità in una squadra che di umano ha poco (penso alle sembianze gelide e alle qualità atletiche bioniche del tuo portiere Manuel Neuer, simulacro tardivo di eugenetica nazionalsocialista), un momento di gioco in un contesto che di giocosità non ha più nulla, solo i ridicoli scarpini bicolori, ridicoli come un pagliaccio che racconta un funerale. Ti saresti potuto rialzare ridendo in maniera liberatoria, ridendo di te stesso ma anche dell'idiozia di chi ha pensato uno schema del genere (invece di tirare in porta) e della mentalità da zu Befehl dei tuoi compagni di squadra, soprattutto di quel Bastian Schweinsteiger che si capisce lontano un miglio che se gli dicono buttati nell'Elba, lui si butta, pure se è inverno, pure se ha i vestiti addosso, se gli dicono fucila quei prigionieri nel fienile, lui li fucila, pure se non li conosce, se gli dicono fai lo schema B4 su punizione lui lo fa, pure se gli sembra una cazzata. Peccato Thomas Müller, la tua risata avrebbe contagiato anche gli avversari, Yacine Brahimi sarebbe venuto ad abbracciarti, Islam Slimani ti avrebbe dato una pacca sulla spalla, Rafik Halliche avrebbe riso insieme a te e con Sami Khedira si sarebbero ricordati di quella volta che.... Peccato Thomas Müller, ci avresti ricordato che nonostante i soldi, le televisioni, le pubblicità, i jingle, le magliette tecniche, gli stadi futuristici, i palloni iper-tech, la tensione, la cosiddetta posta in palio, i moduli tattici, alla fine, Thomas Müller, tu sei solo un ragazzo di 24 anni che sta giocando a pallone con un gruppo di amici, e che la cosa ti rende sì un professionista dello sport, ma ti diverte anche, come quando eri bambino, e giocavi con la palletta di spugna in camera tua, facevi le rovesciate contro l'armadio, e tua madre s'incazzava perchè così rompevi il letto. 


Javier Marìas raccontava di come i giocatori del Real Madrid plurivincitore della Coppa dei Campioni, capitanati da Alfredo Di Stéfano, in campo si divertivano come matti tra tacchi, raboni, finte fini a se stesse, facendo infuriare l'allenatore. Racconta lo stesso Di Stéfano a Marìas (mi permetto di tradurre): "L'allenatore a volte si innervosiva e mi chiedeva di non fare colpi di tacco, perchè contagiavo i miei compagni; perchè se io facevo dei colpi di tacco andava pure bene, diceva, però se li faceva l'intera squadra era un suicidio; ma alla fine, dovevamo pure divertirci un po', o sbaglio?". Eppure non sembrava che tu ti stessi divertendo, Thomas Müller, non hai riso quando sei caduto e hai perso l'occasione di portare la follia di una risata liberatoria in campo, costringendoci ad associare il sorriso, così malvisto (i grandi campioni - Ibra, Leo, CR7 - non ridono mai, al massimo s'incazzano), allo sguardo da ebete di Cafu, alle finte di Robinho, ai funambolismi di Denilson, insomma a quei bidimensionali dei brasiliani, che tanto conoscono solo l'allegria o la tristezza, la tristezza o l'allegria, e la saudade appena l'aereo supera le acque territoriali.

Scriveva Juan Manuel de Prada che l'atteggiamento di un bambino di fronte alla vita è inaugurale, mentre quello di un adulto è reiterativo. Crescere è scendere a patti con una realtà che si ripete, e adattarsi alla forma di quella realtà ripetuta, convertirsi in creature in serie, con comportamenti prevedibili, con parole sprecate, con sentimenti e passioni stereotipate, con preoccupazioni triviali, trite e ritrite. Juan Manuel de Prada, caro Thomas Müller, sta parlando di te. Hai fatto quello che ci si aspettava, hai negato la caduta, il fallimento dello schema, il ridicolo generale. Non avresti potuto accettare di essere proprio tu - un tedesco affidabile, con un compito ben preciso, nonostante il tuo vagabonadare picaresco per tutto il fronte d'attacco - colui che con una risata ci avrebbe liberato dalla schiavitù di essere figli del calcio del nostro tempo, un calcio che non sa affrontare la caduta con naturalezza. Piuttosto, in quei millesimi di secondo in cui sei rovinato a terra, avresti preferito rompere la capsula di cianuro che tenevi tra i denti, nel bunker di Porto Alegre.

Forse il tuo voleva essere soltanto un omaggio a Simone Perrotta, l'uomo che segnava solo cadendo, e quindi non c'era niente da ridere, perchè la caduta faceva veramente parte dello schema, e nessuno l'ha capito. O forse ti sei sentito in colpa perchè con quella caduta hai rovinato ai nostri ferventi tatticomani, che avevano già salvato sul computer una copia dello screenshot con l'inquadratura della punizione, e già stavano iniziando ad ornarla con cerchi rossi intorno ai giocatori, frecce blu per indicare i loro movimenti, linee tratteggiate gialle per spiegare la traiettoria del pallone, la possibilità di spiegarci che con quello schema basato sulla successione di Fibonacci la Germania non poteva non segnare il gol bellissimo che stava per segnare. O forse la tua caduta era proprio un atto ribelle contro questa assurda pretesa di considerare che il calcio sia una scienza esatta, per sbugiardare plasticamente la propensione della nosta epoca che aspira a capire tutto e che però, attraverso le sue spiegazioni, solo riesce a fare in modo che tutto ci risulti indegno di essere capito, perchè lo spoglia di ogni mistero, così come sono stati sbugiardati gli architetti italiani che nel cinquecento iniziarono a tracciare progetti di giardini che simulavano strade, piazze, prospettive urbane, la lotta contro la natura selvaggia, la convinzione - forse - che il mondo è razionale. Ma allora potevi ridere, Thomas Müller, e noi ti avremmo capito, avremmo riso con te, e i tuoi compagni avrebbero riso con te, e gli algerini avrebbero riso con te, e questo sarebbe stato ricordato come il Mondiale in cui un tedesco ha riso dopo essere caduto e nessuno ha pensato alla caduta, perchè tutti hanno pensato alla risata.

giovedì 26 giugno 2014

Al settantottesimo minuto di una partita di calcio sono diventato comunista. Un estratto da "Il desiderio di essere come tutti" di Francesco Piccolo

Dopo aver ospitato i racconti - due instant classic - di Roberto Bolaño e Andrea Cisi, ma anche i brani di Andrea Romano e Kansas City, è con vero, grande piacere che aggiungiamo un nuovo volume alla nostra biblioteca pubblicando oggi un estratto "calcistico" di un libro che calcistico non è, pur essendo molto borghettiano, vale a dire l'ultimo libro dello scrittore e sceneggiatore Francesco Piccolo, "Il desiderio di essere come tutti", pubblicato l'anno scorso da Einaudi e in lizza per il premio Strega della settimana prossima. Si tratta di un libro molto bello, molto spontaneo - e, mi sono permesso, molto borghettiano - perché nelle sue pagine si intrecciano storie personali e storie collettive, e in questo intreccio tra pubblico e privato si delineano i contorni di un vero e proprio romanzo di formazione (quello dell'autore, ma anche quello del nostro paese). Nell'immaginario di Piccolo c'è posto pure per il calcio e addirittura uno degli snodi cruciali della costruzione, per così dire, della sua personalità, è rappresentato da un gol, quello - famosissimo, ma spesso pure banalizzato -  che Sparwasser, attaccante della DDR, segna ai cugini tedeschi dell'Ovest durante il mondiale del '74. Sparwasser non poteva immaginare le conseguenze che quel gol avrebbe avuto su un ragazzo della provincia italiana come Francesco Piccolo e sui suoi rapporti con il padre...Non rimane che augurare a tutti buona lettura, non prima però di aver ringraziato l'editore Einaudi e l'autore - a cui auguriamo di vincere lo Strega con un gol nei minuti finali ("il ninfeo di Valle Giulia è una bolgia") - per la gentile autorizzazione  a riprodurre questo estratto del libro, che per esigenze di spazio è stato ulteriormente ridotto (la versione integrale può essere letta alle pagine 33-45).

***


Meno di un anno dopo, il 22 giugno 1974, al settantottesimo minuto di una partita di calcio, sono diventato comunista.

Ma non me ne sono reso conto subito. Quello che ho sentito sul momento è stato un sussulto, una specie di esultanza interiore non prevista, un singhiozzo, la reazione del ginocchio al martelletto che provoca i riflessi; una cosa controllata e allo stesso tempo incontrollata. Poco comprensibile, come la reazione di mio padre, che si è voltato di scatto a guardarmi, quasi per dirmi: ma che fai? – però non lo ha detto. Tutti e due siamo tornati composti e attenti alla partita, attenti ma non troppo, col distacco che avremmo dovuto avere per una partita dei mondiali che non ci riguardava e che in fondo aveva poca importanza anche per le due squadre che giocavano: erano entrambe già qualificate per il turno successivo e in palio c’era solo il primo posto nel girone.

Era il 1974. Avevo dieci anni e una conoscenza dei giocatori e delle squadre precoce e precisa. Erano i miei primi mondiali totalmente consapevoli, e si svolgevano in Germania. Avevo comprato anche l’album delle figurine München ’74; avevo imparato i nomi dei calciatori ancora prima dell’inizio. Era tutto pronto, l’Italia tra le favorite. Andava tutto bene, tranne una cosa. Un po’ inquietante. Ne aveva parlato anche La Gazzetta dello Sport. Diceva: un momento storico. Parlava di un’altra Germania, la Germania Est, e tutt’e due erano state sorteggiate nello stesso girone. Anche nell’album c’era quest’altra Germania. Era strano, perché in una c’erano Beckenbauer, Gerd Müller, Sepp Maier e altri che tutti già conoscevamo; nell’altra, solo giocatori sconosciuti, che giocavano quasi tutti nella Dinamo Dresda.

Mi ero dato questa spiegazione: la Germania Est era una specie di formazione delle riserve, la squadra B. Se me lo avessero chiesto, avrei risposto che forse era venuta a mancare qualche altra squadra e avevano messo in piedi una formazione per la regolarità della competizione. Solo per questo motivo c’era un’altra Germania con calciatori che nessuno conosceva e di cui nessuno parlava.

Intorno, c’erano nomi indimenticati o dimenticati come Francisco Marinho, Françillon, Heredia, Rivelino, Ronnie Hellström, Hristo Bonev, Bremner e il centravanti haitiano Sanon che segnò un gol a Zoff dopo diciannove ore e tre minuti di imbattibilità. C’erano le partite con l’Olanda più forte di tutti i tempi – Cruyff, Rep, Neeskens e Van Hagenem; il 9 a zero della Jugoslavia contro lo Zaire; c’era soprattutto la disfatta dell’Italia con la Polonia di Deyna e Szarmach e il gestaccio di Chinaglia all’indirizzo dell’allenatore. Dopo l’eliminazione dell’Italia, avevo paura che il mondiale non lo guardassimo più. E invece, fin dalla partita successiva, mio padre accese il televisore e io fui sollevato. Poi venne la sera del 22 giugno. Ad Amburgo, c’era la partita storica. L’incontro tra le due Germanie.

A quel punto, avevo ormai capito che la storia della squadra delle riserve non funzionava. La questione era più complicata. Scoprii che quella che avevo sempre chiamato la Germania era solo una parte della Germania; quella dell’Ovest, più precisamente. Mio padre non nominava volentieri l’altra, e se lo faceva sembrava avere un tono di disprezzo. Più esattamente, chiamava “Germania” la Germania Ovest, e “Germania Est” la Germania Est – e la nominava soltanto perché era ai mondiali (per questo non ne avevo mai saputo nulla). Anche gli altri facevano così, e quindi facevo così anch’io. Era come se non provassimo simpatia per quella squadra. Chiedevo spiegazioni e mio padre mi diceva che di Germania non ce n’era una, ma due. Diceva che per dividerle avevano messo un muro che attraversava tutta la città di Berlino. E quelli che stavano al di là del muro, non potevano venire più da questa parte.

Prima del fischio d’inizio, Beckenbauer e Bransch si erano scambiati gagliardetti e al telecronista era sembrato un gesto simbolico. Quando cominciò la partita, tutti i presupposti si rivelarono esatti: si capì subito che c’era una differenza tra le due squadre evidente e schiacciante, così da recuperare anche solo simbolicamente – come i gagliardetti – la mia idea di squadra A contro squadra B, titolari contro riserve, prima squadra contro squadra primavera. E allora io, nonostante una fosse la Germania e l’altra fosse soltanto l’Altra Germania, nonostante mio padre mi avesse raccontato le cose in modo tale che la scelta non potesse essere che una, pian piano cominciai a sentire crescere un’incontrollabile simpatia per quegli sconosciuti, più deboli, più fragili, più lontani, più poveri e con le tute più tristi.

Arriva il settantottesimo minuto. Fino ad allora, la Germania Est si è difesa e ha resistito e ha lanciato palloni lunghi sperando che succedesse qualcosa lì davanti, e intanto comunque c’era il tempo di rifiatare. Poi le cose nel calcio, e non solo nel calcio, accadono così, all’improvviso. Hamann fa un lungo lancio in diagonale verso il suo compagno, il centravanti Jürgen Sparwasser – un lancio in diagonale verso la porta avversaria, uno di quei lanci che conservano sempre la speranza intima e improbabile di mettere un compagno in posizione molto favorevole, ma anche uno di quei lanci che li fai cento volte e quella speranza si rivela infondata: il compagno non ci arriva, il difensore ci arriva prima, il lancio è fuori misura (troppo lungo, troppo corto), il portiere anticipa tutti; oppure il compagno ci arriva eppure non succede niente lo stesso, e dopo un minuto quell’azione l’hai già dimenticata.
Un lancio.
Un lancio di Hamann, in una specie di contropiede con qualche speranza che c’è sempre e che quasi sempre è delusa. Ma ciò che tiene in vita quella speranza, è che basta una volta su cento, anzi una volta su mille, se quella volta è quella giusta.

Adesso Jürgen Sparwasser, in un attimo, senza aver avuto il tempo di rendersene conto, si ritrova, nonostante sia in mezzo a tre giocatori avversari, con il pallone che gli rimbalza quasi davanti mentre lui gli sta correndo incontro – e il rimbalzo e la sua corsa fanno incontrare lui e il pallone in modo del tutto imprevedibile, visto che il pallone gli sbatte sul viso e lui non fa in tempo a girare la testa per colpirlo di lato, e lo prende in faccia, ma allo stesso tempo sa che il pallone è andato avanti ed è proprio dove lui sta correndo, così subito lo aggiusta un po’ con il petto, quanto basta.
E l’attimo dopo si ritrova con il pallone tra i piedi appena dietro il dischetto del rigore.

Tutto si svolge come in un teatro: quando Sparwasser ha la palla davanti ai piedi ed è davanti a tutti, con uno sguardo malefico chiama fuori il mitico Sepp Maier; Vogts, che ha già capito tutto, sta per volare in spaccata, perché la disperazione porta il difensore alla spaccata, forse per fare un tentativo reale o forse unicamente per salvare la faccia, per far vedere a tutti che lui, almeno, ci ha provato  - e anche questo è istinto; Höttges, nessuno saprà mai perché, ormai lontano dalla palla si lascia cadere in ginocchio, forse per pregare o forse per rendere evidente, simbolica, la resa (questa sarà la sua ultima partita in nazionale); e Sepp Maier, il povero grande Maier, fa quello che deve fare un portiere con finta improvvisazione, cerca il più presto possibile un punto dove l’attaccante, quando alzerà la testa e guarderà prima di calciare, vedrà davanti a lui un portiere grande grande e una porta piccola piccola, più piccola che si può – intanto Vogts è già atterrato inutilmente nella sua spaccata sopra le righe.

Jürgen Sparwasser, infine, fa quello che fa un attaccante quando il portiere chiude lo specchio della porta: mette il piede sotto la palla, per colpirla, e la palla si alza di quel tanto che basta a scavalcare l’ultimo baluardo dell’Ovest. Perché sa che dietro quel corpo c’è la porta, anche se si vede a stento, ma non importa, lui non ha bisogno di vederla, sa che c’è. E infatti la palla si dirige neanche tanto rapida verso la rete, giusto il tempo di far pensare a chi la guarda che non c’è più niente da fare. La palla si infila in rete. La rete si gonfia poco, perché il pallone è lento. Le maglie azzurre con lo scollo a V bianco, lo stemma e la scritta DDR sul cuore, si raccolgono tutte in un abbraccio. Sparwasser si butta a terra, faccia nell’erba, perché si rende conto in ritardo di quello che è successo.

Mio padre si è girato di scatto, al settantottesimo del secondo tempo di Germania Ovest – Germania Est. Ha sentito quel sussulto, anche se è stato soprattutto interiore, come uno scoppio detonato tra i polmoni e la gola. In quel momento, forse, abbiamo intuito tutti e due che non saremmo più tornati indietro al periodo che andava dalla mia nascita fino al settantasettesimo minuto di quella partita. L’abbiamo intuito e abbiamo evitato di guardarci, io perché avevo capito poco e lui perché aveva intuito troppo. E poi, mentre lo stadio ammutoliva e quelli con le tute tristi in panchina si abbracciavano, tra la poltrona di mio padre e la mia, un piccolo muro, invisibile e incompreso, ha cominciato a venire su, come se fossimo nel centro di Berlino. 




"Il desiderio di essere come tutti", di Francesco Piccolo, pp. 33-45 (riduzione di Lacrime di Borghetti) 

© 2013 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

lunedì 23 giugno 2014

Literaria. "Contro il Tiqui Taca". Come ho imparato a detestare la scrittura calcistica contemporanea


Come quando giri a vuoto il cavatappi, la punta pare che avanzi.
Raffaele La Capria, "Ferito a morte" 

Intanto i luoghi. Ho comprato "Contro il Tiqui Taca. Come ho imparato a detestare il Barcellona", di Michele Dalai (Mondadori, 2013) in una libreria che vende libri usati in Prati (la stessa libreria dove il sabato mattina si ritrovano, nobilitandola, per parlare di letteratura e utopie, alcuni amici). Era sullo scaffale dove i volumi costano meno (2,50 euro), e ho pensato che avrei potuto fare questo investimento pur non essendo pienamente convinto - l'avevo sfogliato velocemente - del libro in sè; però, mi sono detto, in questi anni ho letto tanti libri sul calcio, questo è uno di quelli di cui più si è parlato, è bene che lo legga anche io, è bene che io sia aggiornato; ma, alla fine, è inutile che menta a me stesso, l'ho comprato più per la libreria che per il libro. Speriamo che queste librerie non muoiano mai.

La cosa migliore (non so se anche la più accurata, ma sicuramente la migliore nel senso di affettuosa) che si può dire di "Contro il Tiqui Taca" è che è un libro inutile. L'autore - nella foto del risvolto di copertina si vede un ragazzo con la barba dal viso simpatico, intelligente (mi ha ricordato il cantante degli Herman Dune) - è un giornalista e un editore e in questo che si potrebbe sicuramente definire, per utilizzare un linguaggio da comunicato stampa, "un agile e provocatorio pamphlet", vuole convincere il lettore - che assume essere un amante del calcio e un estimatore dell'ultimo Barcellona (quello che con Guardiola e Vilanova, e soprattutto con Messi, ha vinto tutto quello che si poteva vincere durante l'ultimo lustro) - che in realtà il gioco del Barcellona è, per farla breve, noiosissimo e va detestato. Questa teoria viene illustrata allo sfinimento durante l'arco dell'intero libretto, corredata da una serie di indizi più o meno indiscutibili, nonchè da varie note a piè di pagina (del tutto prescindibili, anzi rallentano la lettura almeno quanto Busquets rallenta il gioco; forse è un omaggio saponato a Foster Wallace, chissà). Di fatto, il libro non è altro che questa teoria anticipata, allusa, rimandata, descritta, ricordata, reiterata, stiracchiata etc. etc. tutto il tempo, inframezzata da luoghi comuni (la rete infinita e sterile dei passaggi), docili banalità (gli aiuti degli arbitri; l'autismo di Messi paragonato alla sfrontatezza di Ibrahimovic o di Cristiano Ronaldo; i confronti con Mourinho), frasi trite e ritrite (il culto della masìa: mi è venuto in mente un tassista che un paio di settimane fa, portandomi alla stazione mi raccontava di quant'era contento dell'imminente arrivo di Luis Enrique; gli dissi che era un pazzo perchè io il Luis Enrique l'avevo provato sulla pelle; lui mi rispose che uno "della casa" è sempre la scelta giusta), concetti abusati (il vessillo del nazionalismo catalano), scivoloni sdolcinati (il caso Abidal), critiche fiacche (la presunzione di considerarsi mès que un club), ogni tanto pure qualche frase divertente, arguta (soprattutto quando l'autore si fa prendere la mano dall'odio viscerale per Busquets, definito "una specie di sponda umana"), qualche osservazione condivisible (come quando afferma che "il Barcellona è il sublime assoluto per chi ama le statistiche", oppure quando scrive che questo Barcellona è un prodotto di laboratorio, puro marketing, "perchè incarna lo spirito Ikea nel calcio"), ma nulla di più. Il libro non è mai veramente esilarante, non è mai veramente caustico, non è mai veramente introspettivo, non è mai veramente culturale. Il libro rimane sempre in superficie, la superficie di una tesi di cui, peraltro, a parte Bostero che con l'Esquina Blaugrana ci mangia, qui siamo tutti già convinti da anni. Voglio dire, con questo libro l'autore ha scoperto l'acqua calda. Ma a parte questo, il libro, per pura eterogenesi dei fini, è noioso, sterile, onanistico come il gioco del Barcellona di Guardiola. Il libro è scritto in modalità Tiqui Taca. Il libro gira a vuoto, come un cavatappi.

Il problema di fondo è che non è chiaro per quale motivo io (per non parlare del lettore medio, che non è così dentro il mondo delle scritture calcistiche) dovrei andare in libreria a comprare un libro per scoprire che una persona che non ho mai sentito prima in vita mia che si chiama Michele Dalai detesta il Barcellona. Il libro, infatti, non ha meriti intrinseci dal punto di vista letterario. Non c'è profondità di analisi, non c'è prospettiva storica, non ci sono immagini evocative, non c'è uno stile riconoscibile. Manca anche la necessaria sprezzatura quando si parla di argomenti frivoli (non si capisce mai veramente se il libro si prenda sul serio oppure no). L'autore poi si rivolge spesso direttamente ai lettori (tecnica di scrittura che non mi piace, ma questi sono fatti miei), utilizzando la metafora del bancone del pub; ecco, sono certo che se avessi incontrato l'autore al pub (magari allo Shamrock di via del Colosseo), e parlando del più e del meno fossimo diventati amici, e avessimo cominciato a parlare di calcio, e lui mi avesse esposto la sua teoria sul Barcellona riempiendo poco a poco il bancone di bicchieri di Guinness e pistacchi e invettive, sarei tornato a casa contento per l'incontro e la divertente chiacchierata; ma tra una chiacchierata casuale al pub e un libro pubblicato da Mondadori c'è - o almeno ci dovrebbe essere - un abisso. Resta un mistero come un collage di chiacchiere sul Barcellona abbia trovato accoglienza (passando anche per le mani di Carlo Carabba, ringraziato nel libro; Carabba è un editor bravissimo, una persona coltissima) in una collana prestigiosa come le Libellule della Mondadori (la stessa, per dire, dove pubblica La Capria).

Il lettore potrebbe chiedersi: ma com'è nato questo Barcellona? Cosa c'era prima? Ha sempre rappresentato questi valori, e questa estetica, e ha sempre dato questa immagine di sè, nel calcio spagnolo? Questo aspetto non viene mai lambito, se non in un epidermico capitolo su un episodio del '43 che dovrebbe far passare il Barcellona per baluardo anti-franchista (quando in realtà neanche il Real Madrid, nonostante il nome, è mai stata veramente una squadra di regime; e comunque è stata più di sinistra, per dire, dell'Atletico Madrid, in quegli anni militarizzata nel nome di Atletico Aviaciòn) eppure è interessante pensare che il Barcellona-corazzata dell'era guardoliana è l'opposto del Barcellona fragile, lunatico, uterino, dannunziano, in fondo simpatico a tutti proprio per il suo alto senso estetico inversamente proporzionale al pragmatismo dei vincenti, del resto della sua storia. In un articolo del 1994 (lo prendo dalla bella raccolta "Salvajes y sentimentales. Letras de fùtbol", 2000) così descrive l'anima blaugrana lo scrittore Javier Marìas, ultras del Madrid:

"El Barcelona ha sido tradicionalmente un equipo exquisito y melancòlico, con jugadores delicados y dados a la depresiòn: recuérdese al maravilloso Marcial y a Martì Filosìa de tan fràgil ànimo, al suicida Kocsis de los cromos de mi infancia, al donjuanesco y doliente Ramallets y a tantos otros grandes futbolistas con un elegante punto de inseguridad y zozobra y artisticidad en sus botas".
Anche i Barcellona vincenti - quello di Cruyff, quello del Dream Team, quello di Ronaldo - hanno incarnato questo genius loci, a pensarci bene. Poi la città è cambiata, la squadra è cambiata, in ritardo anche la società è cambiata (nel documentario FC Barcelona Confidential, che racconta l'arrivo al trono del gruppone Laporta, si vede ancora un gruppo di simpatici cialtroni), ma del libro non c'è traccia di questi passaggi storici e caratteriali. Quella del libro è infatti una visione totalmente appiattita sul presente. Sarà questo un portato del cosiddetto new journalism che - mi pare di capire - ora va molto di moda? O delle battaglie contro il calcio come nostalgia che stanno portando avanti le nuove penne del giornalismo calcistico? Proverò a tornare dopo su questi argomenti.

Prima volevo concludere la recensione parlando del riferimento Tiqui Taca. Non per fare quello che ho scoperto tutto prima io, perchè non è vero e non me ne frega nulla, però ero seduto su un divano di Barcellona a guardare il mondiale del 2006 in televisione quando Andrès Montes, il compianto giornalista e telecronista della Sexta di cui (forse l'unico in Italia) scrissi un obituary appena morto, si inventò questo termine per descrivere il modo in cui giocava la Spagna, e un po' anche per prendere in giro, come faceva sempre, il suo collega di telecronache Julio Salinas. Ora, mi fa impressione che questo termine diventi sette anni dopo un marchio per libri e programmi calcistici mainstream in Italia. Possibile che non riusciamo a inventarci nulla? Possibile che dobbiamo copiare questo termine che nasce come boutade, neanche sapendo da dove viene? L'autore cita la genesi del termine in una nota a piè di pagina (sic), ma lì si ferma. L'ennesima occasione persa.

***

 A volte il pallone arriva sopra la terrazza e c'è sempre il fesso che corre ad acchiapparlo per levarsi lo sfizio di fare un tiro fortissimo.
Raffaele La Capria, "Ferito a morte" 

Il secondo incontro con Michele Dalai lo faccio sulle pagine di IL (sottotitolo: Idee e Lifestyle del Sole 24 Ore), un mensile patinato del Sole 24 Ore diretto dall'ex giornalista del Foglio, già juventino e neo-con, nonchè spassoso fustigatore di Repubblica, Christian Rocca. Nel maggio scorso esce, accompagnato da un certo hype soprattutto sui social network, un numero dedicato al calcio. Il tema, che campeggia già nella copertina (sopra la faccia di Tevez), è quello ormai famoso del cosiddetto Calcio Intelligente. Vado in edicola, compro il mensile, lo leggo tutto (ogni riga tranne un pezzo sull'Europa che era troppo noioso e un pezzo di tattica su Antonio Conte che proprio non ce l'ho fatta), rido come al solito con le cronache radical del grande michimas, ma rimango estremamente deluso. La parte sul calcio si rivela, infatti, una sòla terribile. Non starò qui a fare la recensione integrale pure di un mensile patinato, ma qualcosa la voglio dire.

Dalai (a cui già strizza l'occhio l'editoriale di Rocca ricordando come "da un articolo sul Barcellona scritto proprio per IL ha tratto un bel libro Mondadori intitolato Contro il Tiqui Taca", andiamo bene penso mentre leggo) è chiamato a fare il bastian contrario. Tutto il numero verte su questo concetto di calcio intelligente, nel senso dei cosiddetti Big Data applicati al calcio che dovrebbero migliorare la comprensione di questo gioco (è questo l'oggetto dell'articolo di Daniele Manusia, che riprende alcuni aneddoti curiosi raccontati - tra gli altri - da Simon Kuper), e però si chiede proprio a Dalai di raccontare "un magnifico irregolare come Carlos Tevez". La cosa mi fa piacere perchè sono molto scettico su questa cosa dei numeri, delle statistiche, delle tattiche, delle freccette, dei cerchiolini, dei fermo-immagine con le linee dei giocatori, mi hanno sempre annoiato a morte e mi sono sempre sembrate rimarcare o l'ovvio (Antonio Cassano è il giocatore che ha creato più occasioni nell'ultima seria A: chi l'avrebbe mai detto?) o l'inutile (Davide Astori è il difensore che ha fatto più respinte: ma chi se ne importa?) e non ne ho mai capito il gusto e il senso come scrittore e lettore di calcio (magari a un addetto ai lavori serviranno pure, ma non è il mio campo), anche perchè sono sforzi sovraumani destinati a essere obsoleti dopo un'ora, un giorno o una settimana, e insomma la cosa mi fa piacere e sono curioso anche perchè Dalai nel suo libro contro il Tiqui Taca mi ha tolto le parole di bocca quando scrive:

"Il Barcellona è il sublime assoluto per chi ama le statistiche.
Una valanga di passaggi, ore intere di possesso palla, quantità impensabili di chilometri percorsi dai suoi piccoli maratoneti, grappoli di gol a squadre giustiziate senza pietà.
Numeri su numeri su numeri. [...]
Nessuno qui vuole rallentare la marcia del progresso, se ci sono analisti e grafici che cerchiano i giocatori con pallini colorati e seguono la loro corsa sbilenca per il campo con tutta probabilità c'è anche chi quei replay pasticciati a matita li apprezza e studia con voluttà.
Tanta tecnologia per nulla".

Senonchè, se si vuole contrapporre un irregolare al calcio analitico contemporaneo, se si vuole cioè far passare il messaggio che nonostante tutto questo profluvio di dati ci saranno sempre dei giocatori pazzi che incarnano l'irrazionale, l'imprevedibile, che senso ha parlare di Tevez, con tutti i veri matti, i veri spiantati che ci sono in giro? Tevez sarebbe un magnifico irregolare? Uno che gioca nella Juventus, uno che è passato da una parte all'altra di una stessa città, uno il cui cartellino era di proprietà di un fondo d'investimento? Un miliardario? Ha ragione il mio amico Paolo, qui noto come Arturo, quando mi scrive che la scelta di Tevez è forse un segno inequivocabile dei tempi, che non fa neanche tanto sorridere, perchè è elegia della forza e del potere. Trattare Tevez, da un punto di vista letterario, come il Màgico Gonzàlez, sembra il segno di una resa definitiva al dato di fatto o un adeguamento, che si ostenta non imbarazzato, alle magnifiche sorti e progressive. Questo in premessa; nel merito, il pezzo di Dalai è inutile tanto quanto il suo libro contro il Tiqui Taca. Per intenderci: tra tutte le immagini, le suggestioni, le metafore, le invenzioni letterarie possibili, il meglio che si riesce a tirare fuori è quella del bambino povero che palleggiava con i sassi nel quartiere degradato. "No, vabbè" direbbe uno dei personaggi del romanzo di michimas.


Su questo cosiddetto "new journalism" applicato al calcio, esemplificato dalle iniziative editoriali più strutturate - e tutte in qualche modo legate tra loro - che sono comparse nell'ultimo anno (penso all'attenzione dedicata al pallone da Rivista Studio, da IL, poi alla rivista on line Ultimo Uomo e a quella cartacea Undici), allora, mi viene da dire una cosa, che condivido con il mio amico Paolo: l'idea di sollevare un minimo l'asticella dell'editoria calcistica mainstream, nella speranza, probabilmente vana, di fare un prodotto non dozzinale e un minimo divulgativo, che strappi lettori alla Gazzetta e spettatori a Sky Sport, non è un'idea sbagliata (anzi: penso a quando mi mandarono il numero zero della rivista spagnola Panenka, perchè le illustrazioni all'inizio erano del mio amico Ricardo Cavolo, quello di Mourinho immaginario, la prima cosa che pensai fu: che bello sarebbe se qualcuno facesse una Panenka italiana; e poi: che bello avere i soldi oppure un gruppo editoriale alle spalle per fare noi questa cosa). Sono gli esiti, finora, ad essere disastrosi. La maggior parte delle cose che ho letto (ci sono eccezioni naturalmente, fondamentalmente quando scrive Fabrizio Gabrielli) sono noiose, superficiali, pedanti, seriose, inutili. Il doppio esempio che ho fatto con Michele Dalai (il libro, e l'articolo) valga come prova. 

Poi c'è il problema dell'approccio. Nel dicembre scorso esce sull'ineffabile Rivista Studio un articolo in cui l'autore (tale Davide Coppo, mai sentito prima) si lamenta dello stato dell'arte della scrittura calcistica in Italia. Tra le altre cose scrive:


"a uno sguardo ancora poco attento, come era sicuramente il mio, l’attenzione alla scrittura e narrazione sportiva (e calcistica nello specifico) in Italia era visualizzabile sotto la forma di deserto, o ancora meglio: di buco nero".

Lì per lì ci sono rimasto molto male, perchè non è vero che la produzione letteraria calcistica italiana degli ultimi anni è stata un deserto (mi è subito venuta in mente, pur con tutti i suoi limiti, l'esperienza di Lìmina); un sacco di scrittori più o meno sconosciuti hanno pubblicato libri interessanti per case editrici altrettanto sconosciute (qualcuno l'abbiamo pure recensito); la televisione ci ha dato programmi fatti bene, magari un po' retorici, come Zona (quando c'era Carmelo Bene), Lo sciagurato Egidio, Sfide; il Guerin Sportivo dedicava le ultime pagine a belle storie dimenticate; ma soprattutto questo strano universo dei blog, con tutte le sue ingenuità dilettantesche, universo di cui anche Lacrime di Borghetti fa parte, addirittura quasi dall'inizio, ha raccolto, e continua a raccogliere, materiali di buona qualità. Ci sono rimasto male, ma ho pensato fosse solo un "tiro fortissimo" di questo Coppo, fatto per motivi noti solo a lui. Poi però questo concetto da arrivano i nostri, da meno male che ora ci siamo noi, da prima e dopo Cristo, da esportiamo la democrazia, l'ho ritrovato più volte: nell'editoriale di IL, nella presentazione di Undici, in articoli, post e tweet che parlavano di queste iniziative. Lì ho iniziato a pensare che questa gente, a differenza nostra, non c'è, ma ci fa.

Perchè una cosa va detta: la scrittura calcistica italiana, negli ultimi anni (da quando, almeno, la frequentiamo noi), è fondamentalmente una scrittura calcistica amatoriale, dopolavoristica, spontanea, estemporanea, passionale, gratuita, e che viene dal basso. Vista da fuori, è un arcipelago di piccoli progetti, tendenzialmente di blog, la maggior parte individuali (ma non necessariamente), senza altra ambizione che quella di condividere la propria visione di una partita, di un giocatore, di una squadra, di un libro, di un'immagine. Qualcuno ha provato anche a sistematizzarlo questo arcipelago, come gli amici di Futbologia nel loro documentario. Mi sento di dire che, a livello virtuale (ma alle volte anche reale, questa è per me la cosa più bella), ci si conosce, ci si apprezza, ci si confronta. Si fa polemica con tutti e nessuno si prende sul serio. Vedo questo mondo come una strada piena di bar, in cui entrare a dire una cazzata oppure fermarsi tutta la sera.

Negli ultimi mesi, però, questo panorama mi sembra cambiato. All'improvviso, sono arrivati dall'alto a dirci in maniera perentoria che la nostalgia è male, che il dilettantismo è male, che il chiacchiericcio da Processo del lunedì è male. Il futuro sono i numeri, le statistiche, le tattiche, i dati, le analisi accurate prima e dopo la partita, i ritratti simil-wiki dei giocatori, i centrocampi a Y. Questo famoso Calcio Intelligente. Non è la fantasia umida di un adolescente inquieto, non è l'utopia di un nerd cresciuto a Football Manager, non è la fissazione di un giovane blogger della provincia pavese; è un progetto editoriale totalitario, premeditato, supportato (beati loro) da soldi, sponsor, redazioni, che punta a innovare - spazzando via l'arcipelago passatista, amateur, biscardiano - il modo in cui si parla di calcio in Italia. Da un lato, lo story-telling di Buffa (e degli epigoni che verranno); dall'altro, i numeri del Calcio Intelligente, del new football journalism. In mezzo non resterà nulla. L'effetto, almeno per me, è stato quello di farmi repentinamente disamorare della scrittura calcistica. Forse sarebbe successo comunque, però adesso mi dedicherò di più al tennis, mi difenderò lì dalla vita di tutti i giorni, finchè naturalmente, tra qualche anno, verrà pubblicato un numero di IL dal titolo Tennis Intelligente in cui scoprirò di non averci mai capito un cazzo.

Se dovessi trovare - e qui concludo - uno slogan altrettanto efficace per descrivere il modo in cui mi piace parlare di calcio, il modo in cui noi e tutti gli altri blog abbiamo parlato di calcio in questi anni, probabilmente parlerei di Calcio Semplice.

Una sera del 2010, in un castello umbro dov'ero andato a fare un'etruscata piuttosto radical (avevo accompagnato una persona in questo posto che ospita artisti, di solito un po' in là con gli anni, che fanno un mese di residenza), lascio a metà la cena e salgo al secondo piano a vedere la partita tra Stati Uniti e Ghana. Dopo qualche minuto arriva un vecchio altissimo, con un sacco di capelli bianchi, che si siede vicino a me e non dice una parola. Questo vecchio non aveva detto una parola neanche durante la cena e quindi non sapevo chi fosse. All'improvviso, vivamente interessato alla partita, mi inizia a fare domande, in inglese. Che palle è la prima cosa che penso. Poi però per gentilezza rispondo a tutte le sue domande spiegandogli che bisogna far entrare la palla nella rete, che solo il portiere può prendere la palla con le mani, che se uno si fa male può essere sostituito, che se fai un fallo vieni ammonito, cose così. Allora il vecchio mi guarda (scoprirò solo più tardi che quell'ottuagenario è Mark Strand, il mio poeta americano vivente preferito, un grande) e mi dice, dopo avermi ringraziato per tutte le informazioni che gli ho dato, che "soccer is a very simple game".

Mark Strand aveva colto nel segno. Il calcio è un gioco semplice e mi piace perchè anche io mi reputo una persona semplice. Mi piace guidare per le strade di una Roma afosa e deserta ascoltando Kind of Blue. Mi piace passeggiare a Parco dei Daini con il cane fermandomi a chiacchierare con gli stranieri che hanno problemi con la mappa della città. Mi piace andare il sabato mattina fino in Tagliata per fare un lungo bagno a mare e poi tornare indietro con la sabbia nei pantaloni e la salsedine sulle guance con un disco degli Yo La Tengo. Mi piace vedere cosa succede tra un'ala che tenta un dribbling verso l'interno e un difensore che lo vuole portare verso l'esterno. Mi piace incontrare un amico al pub e ricordare le giocate di Dezotti e guardare la partita dei Mondiali ed emozionarmi per una finta o un taglio di capelli. Mi piace sentire le cose e non capirle. Mi piace il calcio semplice. Il resto - vabbè, lasciamo stare.