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| l'umorismo senza eguali dei redattori di cologno monzese |
Non credo ci sia bisogno di entrare nel merito della questione a monte, vale a dire l'epiteto razzista ("negro") con cui Luis Suàrez ha apostrofato in campo l'avversario Patrice Evra nel corso di un Liverpool - Manchester Utd di qualche mese fa (per chi non ricorda i fatti, Evra, in seguito ad un intervento duro di Suàrez su di lui, gli chiese
spiegazioni, e Suàrez gli avrebbe risposto di averlo fatto perchè Evra era
"negro", e in seguito avrebbe anche aggiunto che lui "non parla con i negri"), che gli è costato, in seguito al procedimento disciplinare sorto con la successiva denuncia del giocatore francese, otto giornate di squalifica per razzismo, e quindi non entrerò nel merito dell'adeguatezza o meno di una sanzione del genere, nè dell'adeguatezza o meno dell'attuale tendenza politica e culturale a contrastare, anche con misure proattive, le discriminazioni di ogni genere o tipo. Non credo ci sia bisogno neanche di fare del sofismo sulla peculiarità linguistica spagnola per cui la parola "negro" non ha, a differenza di quanto avviene nella lingua italiana, una connotazione di per sè dispregiativa, trattandosi del sostantivo che semplicemente designa il colore nero o - per una figura retorica che qualcuno più attento di me al liceo si ricorderà - l'uomo la cui pelle ha tale colore. Non voglio neanche soffermarmi, perchè andremmo fuori tema, sulla quantità e varietà di epiteti offensivi che fanno da colonna sonora alle partite di calcio, al fine di classificarli secondo categorie di maggiore o minore scorrettezza, e sulle diverse accezioni semantiche e sugli usi prettamente metaforici che tali epiteti acquistano o svolgono quando vengono pronunciati in un campo di calcio, rispetto alla vita quotidiana. Non mi importano neanche le ulteriori variabili fenomenologiche (trance agonistica, risposta a provocazione, svalutazione del significato offensivo). No, voglio dare per scontato che Luis Suàrez abbia voluto dare del "negro" a Patrice Evra in maniera consapevole e volontaria, al fine di ingiuriarlo con una dichiarazione di subalternità razziale, sul presupposto obbrobbrioso che la razza di Evra meriti una considerazione inferiore alla propria (chissà qual è, peraltro, la razza di Suàrez), così come è stato accertato dalla Football Association inglese, la cui sanzione pertanto voglio dare per scontato che sia giusta e proporzionata.
Se questo è vero - e come ho detto lo do per vero, come tutti dobbiamo darlo per vero, e quindi dobbiamo considerare condivisibile la delazione di Evra e la reazione della FA e della società civile in generale, salvo dover essere qualificati anche noi come razzisti consapevoli - non mi sento tuttavia di biasimare il comportamento silenzioso tenuto ieri da Luis Suàrez, il quale, in occasione dell'incontro di campionato tra Manchester Utd e Liverpool, e quindi in occasione del primo incontro pubblico con Evra dopo i fatti descritti, "
non ha voluto stringere la mano allo stesso Evra durante il tradizionale scambio di saluti fra giocatori prima dell'inizio della sfida" (fonte il Corriere dello Sport). Ancora meno mi sento di condividere i commenti di chi - telecronista della partita
in primis - ha voluto stigmatizzare questo (non)gesto di Suàrez ed etichettarlo, nuovamente, come razzista.
Mi spiego. Per me, la situazione è la seguente: in una data circostanza, un uomo manifesta una sua opinione ad un altro uomo, convinto della correttezza di tale affermazione secondo la propria scala di valori; per tale manifestazione del pensiero, tuttavia, il primo uomo viene punito, perchè essa ha offeso un valore che l'ordinamento ritiene di estremo valore tutelare, di un valore addirittura maggiore rispetto alla libertà di opinione, e che quindi viene protetto attraverso una sanzione in caso di violazione; peraltro, il procedimento che porta alla sanzione scatta a seguito di delazione da parte dell'uomo, portatore dell'interesse pubblico leso, a cui l'affermazione lesiva era stata rivolta, il quale, quindi, nell'ottica del primo uomo, non accetta di difendersi sul piano privato dello scambio di opinioni, ma preferisce rendere pubblico l'avvenuto, al fine di azionare una reazione amministrativa; il primo uomo accetta e sconta la sanzione integralmente, ristabilendo così l'ordine giuridico; espiata la sanzione, il primo uomo dimostra di essere stato rieducato dalla pena, poichè, alla prima occasione in cui avrebbe potuto reiterare la condotta offensiva, non la commette, evitando di manifestare la stessa opinione lesiva che, a suo tempo, aveva violato il bene giuridico protetto.
Non vedo quindi alcuno scandalo nel silenzio, gestuale e verbale, con cui Luis Suàrez ha accompagnato il proprio passaggio davanti a Patrice Evra. Tutto il resto, per quanto mi riguarda, è un fatto privato, interiore ed insindacabile, attinente unicamente alla coscienza di Luis Suàrez. Nessuno può pretendere che Suàrez provi simpatia per Evra. Nessuno può pretendere che compia un gesto di distensione nei suoi confronti, quale lo scambio di un saluto prima di un incontro di calcio. Nessuno può pretendere che muti il proprio quadro di valori. Nessuno può pretendere che riconosca espressamente, con una parola o con un gesto, di aver sbagliato (e in particolare non io, che per coerenza ho cantato sin dall'inizio di questo blog le lodi dei personaggi più politicamente scorretti del mondo del calcio). Per quanto mi riguarda, conta solo una cosa: ieri Suàrez non ha dato del "negro" ad Evra, e quindi non ha reiterato il proprio errore.
Il suo silenzio dimostra semmai che l'uomo non è un ipocrita, ed è per questo che io sto con lui. Posso comportarmi in maniera civile con chi considero - a torto o a ragione, questo non conta - un traditore, ma non mi comporterò mai con lui in maniera ipocrita, a beneficio di telecamere. Perchè Suàrez avrebbe dovuto dare la mano a Evra, magari sorridendo? Per fare un piacere al polticamente corretto? Per regalare un happy ending? Per nascondere alla FA che il vero problema del razzismo nel calcio inglese non sono le frasi che si dicono in campo, ma la presenza di solo due allenatori di colore in tutto il calcio professionistico? Perchè, in altre parole, avrebbe dovuto mentire, quando l'unica cosa che l'ordinamento gli richiede è di non commettere nuovamente un illecito disciplinare? Perchè pretendiamo che Suàrez aderisca, si conformi, accetti e magari condivida anche dei valori morali, che possono essere i nostri valori morali, quando in realtà tutto quello che gli si può legittimamente chiedere è di comportarsi secondo delle regole (non morali) che deve necessariamente condividere per fare parte di una associazione privata, oltre che di una più ampia società civile? A meno che passandogli davanti non abbia dato - dato, non pensato - di nuovo del "negro" ad Evra, e a quanto risulta non è successo, non riesco a individuare - a differenza dei media - alcuna esecrabilità nel silenzio di Suàrez. Io vedo solo un uomo che ha commesso un errore e che per tale errore ha pagato, che riconosce nel modo più naturale e meno ipocrita - il silenzio - la propria sconfitta, la propria espiazione, le proprie ferite. Nessuno può imporgli come leccarle.
Un antico padre dice che ci troviamo meglio in compagnia di un cane conosciuto che di un uomo il cui linguaggio ci è sconosciuto. "Ut externus alieno non sit hominis vice", scriveva Plinio ("sicchè lo straniero non è uomo per l'uomo"). Montaigne commenta che, in questi casi, un linguaggio falso è molto meno cordiale, e quindi molto meno auspicabile, del silenzio. Io la penso come lui, e sto con il silenzio di Luis Suàrez.