lunedì 20 ottobre 2014

Més que un (rotary) club

Esternamente, il Camp Nou è più brutto e fatiscente del San Paolo, con la differenza che al posto di stencil e murales degli ultras partenopei campeggiano enormi teloni degli sponsor, con le gigantografie dei campioni più acclamati. Les Cortes, barrio non troppo distante dal centro che da oltre mezzo secolo ospita l'impianto, appare un posto tranquillo, grazie ai diffusi spazi verdi che ossigenano la folta schiera di palazzacci residenziali.
Dopo essermi divincolato dalla fiumana di turisti provenienti da ogni parte del mondo per visitare il museo del clùb, che con oltre un milione di visite l'anno è tra i più visti della Catalogna, arrivo alla biglietteria: Il display si rivela impietoso confermando gli stessi prezzi del sito ufficiale del club. Settanta euro per il settore più popolare, situato all’altezza di un palazzo di sedici piani. Lo sguardo fisso nel vuoto e la salivazione azzerata riacutizzano d'un colpo e prepotentemente un’oscura percezione che ogni calciofilo che si rispetti porta con sè. La contraddizione corrispondente alla nozione di calcio della nostra epoca. Da una parte fede, passione, sport popolare e dall'altra fenomeno tout court del mondo capitalista.
Nel momento in cui mi riprendo dal colpo e inizio vagare senza meta sento di aver buttato una mattinata e con questa l'illusione di assistere dal vivo a una partita del Barça. ..."Mès que un (rotary) club", penso. Eppure ci deve essere una spiegazione, non è possibile che ogni domenica novantottomila posti sono ad esclusivo appannaggio di turisti e ricconi.
Da quella mattina in poi, ogni qual volta si presenta l'occasione interrogo conoscenti e passanti, taxisti e venditori sulle possibili modalità alternative di accesso allo stadio. I risultati a tre giorni dal match sono sconfortanti. Gran parte dei suggerimenti ottenuti oscillano tra il generico "buscar on internet", e quello odioso ma ben più disincantato di vederla nel classico bar.
Dopo una prima reazione di sconforto appare chiara la necessità di cambiare rotta, scartare indicazioni dettate dal senso comune, percorrere strade alternative. Solo così avrei potuto assistere a Barcelona - Athletic Club Bilbao, derby indipendentista per eccellenza.
L'occasione si presenta il giorno dopo tornando a casa verso l'una e mezza di notte, nel quartiere di Sants. Mezzo assonnato, passo vicino alla stazione, davanti ad un anonimo e spartano bar: bancone, sgabelli e televisione regolarmente sintonizzata su canali sportivi. Il mio occhio viene catturato da una sagoma solitaria che indossa la seconda maglia del Barḉa con le sgargianti strisce rosso-gialle della senyera, bandiera della Catalogna.
Victor è alto, a occhio ha meno di trent’anni e quando irrompo al suo cospetto sta terminando una Estrella Damm.
Gli parlo di me, di cosa facessi lì dieci giorni, cercando quanto più possibile di spogliarmi di dosso l’etichetta di turista. Ben presto arrivo al punto. Mi chiede quanto fossi disposto a spendere. Metto subito in chiaro il mio principio etico: non avrei speso più di quanto non avessi mai fatto per sostenere la mia squadra del cuore. Per avvalorare ulteriormente la mia posizione, estraggo dal portafoglio due biglietti stropicciati ma gelosamente conservati, e glieli mostro. "ACF FIORENTINA" e "SS LAZIO" rispettivamente campionato e coppa Italia, entrambi curva B, 10€ e 8€, la sorte è dalla mia. Viktor rimane impietrito, lasciandosi scappare ad alta voce, in un misto di rabbia e invidia, un'imprecazione tanto colorita quanto comprensibile, anche in catalano. Dopo essersi ripreso dallo shock, e aver dato l’ultimo sorso alla birra, tratteggia in breve i contorni della macchina da soldi blaugrana. In primis, c’è la spartizione dei diritti televisivi della Liga, monopolizzata per il 50% da Barça e Madrid, a seguire l'esorbitante apporto degli sponsor, che rimpinguano le casse dei due club. Ultimo, ma primo fattore a incidere direttamente sul prezzo dei biglietti, c’è la politica della campagna abbonamenti del club, che, annualmente, per una cifra conveniente ma comunque considerevole, comprende tutte le competizioni in cui è impegnata la squadra. Fidelizzato o spennato alla taquilla. In Spagna, per i vikingos e i culè funziona così, conclude allargando le braccia.
Poco dopo abbassa il tono della voce e scandisce le parole, capisco che è arrivato il momento dell’offerta. Mi spiega che il pomeriggio della partita avrebbe lavorato, riuscendo a liberarsi solo per il secondo tempo, e che quindi era disposto a vendermi l’ingresso col suo carné.                                      
Poi chiede carta e penna al barista pakistano e inizia a disegnare un rettangolo inscritto in tre ellissi concentriche, illustrandomi il suo settore. Infine spara il prezzo: cinquanta euro più venti di cauzione, perché sono sempre uno sconosciuto e in caso di mancata restituzione avrebbe coperto le spese per il duplicato. Spiazzato dalla cifra, non sapendo che rispondere, gli faccio notare che anche lui era per me un estraneo e che non avevo garanzie. A questo punto, risentito, solleva il bordo del pantalone mostrandomi lo stemma del Barça tatuato sul polpaccio destro, credo a significare la sua parola d'onore.



Prima di salutarci torniamo a varcare quel meraviglioso terreno drammatico e nostalgico in cui all'istante sembriamo amici di vecchia data. Commentiamo la mancata qualificazione del Napoli alla Champion’s e la disfatta al San Mamès per mano proprio del prossimo avversario del Barça. Victor sentenzia che è un peccato che il Napoli abbia una difesa di merda, non posso che acconsentire. L’ultimo argomento toccato, sovvertendo ogni ordine gerarchico, è il pibe de oro.
"Aqui Maradona solo fiesta e coca" fa lui. Io serro le labbra e annuisco, mascherando forzatamente un filo di compassione, che nel giro di pochi istanti carbura in cieco orgoglio.
Ci scambiamo i numeri di telefono, lo saluto e torno a casa, appagato della chiacchiera ma sicuro che non l'avrei più visto.

I giorni successivi scorrono via intensi e veloci tanto da ridimensionare la fissa Camp Nou alla modesta aspettativa del classico bar e della birra, più amara che mai. In fin dei conti, Barcellona ha molto altro da offrire a settembre, con un clima mite e la temporanea migrazione dei turisti. Fino a quando un pomeriggio, ricevo un messaggio di Alessandra, una ragazza conosciuta la sera precedente, che mi comunica di aver trovato un modo per entrare allo stadio. La sera stessa ci vediamo sulla collina di Montjuïc e mi spiega da vicino. Il nucleo del piano è sempre il famoso carné. Per i soci over 70, mi spiega, sono previste forti riduzioni per l'acquisto di un ulteriore abbonamento per un altro membro della famiglia. Spesso capita che figli e nipoti non possono e prima della partita, fuori lo stadio trovi manipoli di nonnetti pronti ad adottare presunti congiunti, liberamente o per una cifra simbolica. Nell’arco della passata stagione, aggiunge Alessandra, due colleghi di lavoro con questo sistema sono riusciti a seguire quasi l'intero campionato. Queste ultime parole riaccendono quel sentimento di ansia ed emozione legato all’evento che la vita barcellonese assieme al sano buonsenso avevano assopito. Realizzo che l'elevato numero di abbonamenti, principale fattore che si frapponeva tra me e il Camp Nou potrebbe rivelarsi la sola condizione che mi consentirebbe di entrare allo stadio. Nella peggiore dell'ipotesi ripiegherò in un bar di Les Cortes, per soffrire come si deve, fino in fondo.                        
Il fatidico giorno, sabato tredici settembre arriva, portando con sè un caldo asfissiante e un sole intermittente.
Un'ora e mezza prima del fischio d'inizio, decido di incamminarmi verso la fermata della Metro. L'impeccabile puntualità del treno non mi consente di scambiare due parole con qualche tifoso, posticipando l'occasione durante le otto fermate che separano Paral-lel da Palau Reial. Avvicino un signore di mezza età chiedendo conferme e eventuali dritte sul mio piano. Ben presto capisco che non sarà facile colloquiare per via del suo forte dialetto catalano. Riesco a malapena a intendere il suo nome e la sua disponibilità, mi fa cenno di seguirlo.
Sarà per il complesso universitario ubicato nei dintorni, sarà per il clima pre-partita ma Avda Joan XXIII, lungo discesone asfaltato che conduce allo stadio ricorda in maniera imbarazzante via Cinthia. Sincronizzo il mio passo a quello spedito del mio provvisorio compagno di ventura, Josep, cercando di estrapolare il senso dei lunghi periodi in catalano. Da una serie di informazioni logistiche forse utilissime per le mie sorti ma il cui senso mi sarà sempre ignoto, Il discorso fortunatamente vira sull'universo culè. Josep esordisce connotandomi politicamente l'atavica inimicizia col Real Madrid. Noi storicamente compagni, loro ex-franchisti. Io obietto che non è del tutto vero, in origine la squadra franchista era Atlètico Aviación (oggi Atletico Madrid) e che il caudillo, come spesso accade ai dittatori, sposò le merengues demagogicamente, essendo il Real già all'epoca uno dei club più titolati al mondo. Lui rimane un po' spiazzato, annuendo timidamente. Arrivati all'esterno dello stadio ci separiamo, mi augura buona fortuna, mettendomi in guardia da bagarini camuffati da nonni soci. Lo ringrazio, rassicurandolo che per determinate cose la mia città allena a un occhio clinico formidabile.
Detto fatto, intravedo tra la folla un signore anziano dall'aria un po' spaesata. Bassino, occhiali, camicia a quadri e cappellino blu del Barça. Mi avvicino. Capisce le mie intenzioni e lancia subito l'offerta: cinquanta euro, di nuovo. Reagisco con un espressione indignata, e borbotto un "trenta", mimando però con le dita venticinque. Aquilino, questo il suo nome, tentenna, ma alla fine cede. Lo abbraccio. Mi passa il carné del figlio. Sarò per un pomeriggio Aquilino jr. Una volta arrivati all'ingresso, passo la tessera sulla fotocellula. Spingo in avanti il tornello, che non oppone resistenza, sono dentro.

siempre agradecido de ti, Aquilino  


Il settore dei nostri carné è Lateral, BOCA 36, ed equivale ai distinti inferiore del San Paolo, con la differenza che l'assenza del fossato e della pista d'atletica non sacrifica la profondità, consentendo una visuale ottima. Fino a venti minuti prima del fischio d'inizio lo stadio è semideserto, per via dei posti numerati. Attorno a me gli spettatori si caratterizzano per tre quarti da aficionados e un quarto da turisti, la metà di quali possiede almeno una busta dello store del Barcellona. 
Entrambe le squadre scendono in campo non con le prime divise, bensì con quelle dei colori sociali delle rispettive comunità autonome, Catalogna e Paesi Baschi. Specie di questi tempi, le istanze autonomiste vanno portate avanti a ogni costo, anche a colpi di marketing.           
                                                          


Pronti via e l'occhio cade e resta ipnotizzato per una manciata di minuti sul numero dieci blaugrana, distante da me una quindicina di metri. Gli occhi del mondo sono sempre su di lui, ma per una volta sono i miei ad essere su di lui, senza alcun filtro. E' come osservare un'icona lontana, eterna, perfetta, denudata di ogni pixel e piombata nel mondo sensibile, su un prato verde, che prende corpo in una persona e nient'altro. Una persona vera, che respira, suda e corre, corre tanto.
Dagli spalti le uniche emozioni arrivano allo scoccare del 17'14" di entrambi i tempi, quando per celebrare il tricentenario della Diada, giorno in cui la Catalogna perse l’indipendenza, il coro "i-inde-indepèndienca!" anima un Camp Nou impietosamente addomesticato.



Nel primo tempo il Barça spreca tutto ciò che c'è da sprecare. Hombre del partido manco a dirlo è Messi, che nella seconda frazione di gioco apparecchia sia il primo che il secondo gol al subentrato Neymar. Uscendo dallo stadio penso a Victor, avrà fatto giusto in tempo ad assistere alla vittoria della sua squadra del cuore.

mercoledì 15 ottobre 2014

Contro la Juve ne farai tre - Un omaggio a Gigi Meroni


Colpiti da una storia che è qualcosa di più di quella di un talento calcistico, una storia che ha conseguenze inaspettate, ma anche una storia d'amore e uno spaccato di un'Italia e di un calcio diversi da quelli che siamo abituati a vedere oggi, in occasione dell'anniversario della sua prematura scomparsa, Gian Mario Bachetti, già Borghettaro per raccontarci la storia di Mattia Biso, e Edoardo Romagnoli, entrambi amici de La Calzoleria, ci offrono un ritratto, uno storytelling sull'ala di Genoa e Torino Luigi Meroni.

* * *


Solitamente una buona storia di calcio inizia sempre in un polveroso campo di periferia, ma questa non è solo una storia di calcio. Siamo nell’Italia degli anni Sessanta: la Democrazia Cristiana è alla guida del Governo, le famiglie vanno in vacanza con un nuovo modello della 500, la Giardiniera, la Domenica i fedeli assistono all’Angelus di Papa Giovanni XXIII e le radioline sono sintonizzate su Radio 1 per seguire Tutto il calcio minuto per minuto.
E’ l’Italia delle messe in latino, del bianco e nero, di Rai 1 e Rai 2, di gonne lunghe e completi grigi, è l’Italia del cinema di Sordi e della Magnani, è l’Italia in bicicletta di Adorni, Motta e un giovanissimo Felice Gimondi, è un’Italia dove l’estate del ‘68 è ancora lontana, ma nonostante tutto qualcosa già si muove. 

La nostra storia ha invece inizio in una notte di pioggia torinese e seduta in un angolo della sala d’attesa di un pronto soccorso c’è una bellissima ragazza, bionda, lineamenti delicati e il viso rigato da lacrime color catrame. Intorno ha un esercito di facce sospese, come in attesa, tutte con lo sguardo rivolto alla porta chiusa di fronte a loro. Quella ragazza è sposata, ma non è il marito l’uomo per cui sta piangendo. Cristiana si era sposata anni prima, con un uomo di Roma, un aiuto regista, anzi l’aiuto regista di De Sica, il primo che aveva chiesto la sua mano alla famiglia e l’aveva sposata.
In chiesa, quel giorno, fra i presenti, mimetizzato in un esercito anonimo, c’era proprio quell’uomo che Cristiana adesso stava aspettando seduta su quella sedia.

E pensare che quello non era un uomo da folle, lui che non piegava i suoi gusti alle mode ma disegnava i suoi vestiti, lui che alla Mercedes 220S cabriolet preferiva una Balilla del 1936 e al cane da passeggio una gallina.
Eppure Cristiana non l’aveva visto, altrimenti su quell’altare avrebbe detto NO e questa sarebbe diventata un’altra storia, magari sarebbe stata l’ennesima storia di calcio. Una di quelle ambientate nell’epoca in cui le maglie non avevano sponsor né nomi, il pallone era una pesante sfera di cuoio e i calciatori erano ancora lontani dall’essere divi.

Allora allo stadio si andava soprattutto per vedere le giocate dei campioni: le parate di Albertosi, le punizioni di Corso e le discese di Rivera. Era il calcio in cui il numero dettava il ruolo, senza spazio alla fantasia: era una questione di disciplina, fuori e dentro il campo. Ma il calcio è un gioco e il gioco è divertimento.

E che divertimento ci sarebbe senza spettacolo?

E allora vanno bene Ramazza, Benitez e Mazzola, Alessandro e non il più famoso Valentino, mediani tutta spinta e polmoni, ma a fare spettacolo chi ci pensa? Solo Sivori?
No. L’argentino tutta garra e finte era in buona compagnia, d’altronde erano gli anni 60 e qualcosa stava cambiando, anche nel calcio.

Mentre dall’altra parte della Manica fa il suo esordio con la maglia dei Red Devils un nordirlandese di Belfast – di nome fa George, di cognome fa Best, porta capelli lunghi e un 7 stampato sulla maglia – a Genova esordiva con la maglia del Grifone un ragazzo di Como, quello stesso che Cristiana sta aspettando su quella sedia di un pronto soccorso di Torino, lo stesso che si confondeva invisibile fra la folla degli invitati al suo matrimonio, porta i capelli lunghi, non ha il 7 sulla maglia, ma lo prenderà da lì a poco e di nome fa Luigi, Luigi Meroni. Detto Gigi.

L’esordio con la maglia rossoblu non è fumo negli occhi e già da quella partita a Udine si intuisce il Meroni che sarà. Palla lunga dal centrocampo, Gigi la incolla al piede, con una finta di corpo sposta il pallone sul destro, mette a terra il portiere e con un colpo sotto realizza il suo primo gol in Serie A.

Eleganza, estetica del movimento e quella voglia di andare con il pallone al piede il più lontano possibile, sempre guardando la porta, quasi fosse un traguardo da superare. D’esterno, d’interno a girare, di collo sul palo lungo, il colpo non era mai a caso, sempre immaginato prima di essere compiuto, con in testa il pallone che gonfia la rete prima ancora di essere partito.

Genova non è solo l’inizio di una carriera. È il punto di partenza di tutta la storia di Meroni.
Dopo una partita Gigi entra in un bar che era solito frequentare con i suoi compagni, ordina una cioccolata calda e si siede in disparte senza togliersi il cappello; lì, per la prima volta, quella sera, gli occhi di Cristiana si fermano sui suoi.
È il '63 e si fa il nome di Meroni per la Nazionale B, ma come si può stare lontano da quegli occhi? E allora Meroni fa un patto con il suo allenatore, Beniamino Santos: “io faccio due gol e salvo il Genoa, te mi fai uscire dal campo simulando un infortunio”. E andò proprio così: Meroni entra in campo e segna, ne fa due, il Genoa si salva, allora si accascia per terra e si fa fasciare una gamba. Meroni è infortunato, non può partire, Meroni resta a Genova, resta da Cristiana.

Nonostante i capelli lunghi e le trasferte mancate nell’estate del '64 è uomo mercato. Si scatena un’asta e a uscirne vincitore è Orfeo Pianelli che lo porta sotto la Mole, sponda granata, per 500 milioni di lire, tanto, tantissimo soprattutto per allora.

A Torino tutto sembra andare per il meglio, il pubblico lo acclama, la squadra vince e quel sette sulla fascia fa parlare tanto di sé, anche fuori dal campo.
D’altronde i campioni oltre a far sognare servono a dare speranza, la stessa speranza che Best stava dando al Manchester del dopo Monaco, quella speranza che Meroni darà al Torino di Nereo Rocco, orfano dei campioni di Superga.
Il dribbling come materia per portare la fantasia nel bel mezzo di un campo di calcio. Ma la fantasia che cos'è se non la capacità della nostra mente di vestire di eccezionalità il quotidiano? È fare di qualcosa di tutti i giorni qualcosa di eccezionale, come una partita, un vestito, un’automobile. Ma quella è l’Italia degli anni Sessanta, la fantasia è spesso bandita e per entrare in nazionale ci vogliono capelli corti e maglia nei pantaloncini. Arriva il giorno delle convocazioni e il mister Fabri lo mette di fronte al bivio: “Questa è la maglia, quello è il barbiere”.

Poi i riflettori si accendono sul Mondiale del ’66, quello in Inghilterra e nella seconda partita, contro l’Unione Sovietica, le televisioni trasmettono l’immagine sbiadita di un ragazzo, poco più che ventenne, che corre e dribbla con la maglia numero 15. Porta i capelli lunghi e si chiama Gigi Meroni.

L’Italia perde 1 a zero e sarà solo il presagio di un Mondiale disastrato per la compagine azzurra, ma quel ragazzo di Como, pur soffrendo la fisicità dei russi, gioca bene e bene fa sperare. La partita dopo si gioca contro la Corea del Nord, Meroni è seduto in panchina e lì rimarrà per tutta la gara, il resto è storia.

Ma è una storia di calcio e questa, l’abbiamo già detto, non è quel tipo di storia, perché la vita di Meroni non è fatta di solo calcio. La delusione del Mondiale viene mitigata dall’inizio della convivenza con Cristiana: una piccola mansarda, qualche tela su cui dipingere e pochi volti fidati a difesa di quella storia così scandalosa. Non scordiamoci di quella chiesa, di quell’aiuto regista e di quell’Italia in cui il matrimonio era un vincolo impossibile da spezzare.

Meroni però vedeva il mondo con gli occhi della bellezza, cercando in ogni gesto di avvicinarsi il più possibile a quest’idea, questo ideale irraggiungibile. Un’idea talmente nitida e sublime che non riusciva, per quanto si sforzasse, a riprodurre.
C’è un quadro in un angolo della mansarda: è un ritratto di Cristiana e, in basso a destra, una firma: Luigi Meroni. Ma quel ritratto è incompleto. A mancare sono gli occhi, proprio quei due occhi che stanno piangendo in una sala d’attesa di un pronto soccorso Torinese.

* * *


San Siro non ha ancora il terzo anello, si gioca Inter – Torino. Davanti a Meroni ci sono i giocatori del Mago, Helenio Herrera. È la Grande Inter e sono tre anni che non perde una partita; poi arriva una palla dalla difesa il numero sette granata la controlla con il collo del piede, la sposta con l’esterno, per un instante tutto sembra congelato, tutto si muove a rallentatore, Gigi guarda in alto, sulla destra, verso il sette e calcia. Interno destro, a girare, e la palla va a finire proprio lì, dove già se la stava immaginando un attimo prima. Il Torino vince 2 a 1, segna anche Combin a cui Gigi dirà a fine partita: “Contro la Juve, ne farai tre”.

La partita dopo però non c’è la Juve, ma la Samp. Il risultato non cambia da quello della domenica prima: il Torino vince, vince per 4 a 2 e Meroni viene espulso.

La prassi del tempo voleva che i giocatori cenassero tutti insieme e insieme restassero tutta la notte in ritiro in un albergo della città. Ma quella sera no. Quella sera c’è da festeggiare una vittoria e ognuno ha voglia di farlo dove vuole. Così, pressato, dopo la cena Rocco lascia andare i suoi.

Meroni e Poletti salgono in macchina, direzione casa, direzione Cristiana. Ma Cristiana sotto casa non c’è e non è nemmeno al solito ristorante; così i due attraversano la strada e vanno nel bar di fronte. È l’Italia degli anni Sessanta e non ci sono cellulari. Ma Cristiana non risponde: attraversano di nuovo. Adesso Meroni e Poletti sono al centro della carreggiata, piove, scatta il verde, le macchine partono, Poletti scatta, Meroni no, si blocca, forse ha paura, fa due passi indietro. Poi, lo schianto. La macchina ha colpito Poletti a un polpaccio e l’ha scaraventato a terra. Meroni invece è preso in pieno. Dalla macchina scende Attilio Romero, tifoso sfegatato del Torino e di Meroni. Tanta la passione per quell’idolo che con la foto dell’ala destra Romero ci girava in macchina, come si fa con i santini nella speranza che possano proteggerci.

La farfalla granata adesso è stesa sul cemento, la linea bianca alla sua destra, come tante volte sul campo, ma le ali sono rotte e inermi sul petto. Cristiana nel frattempo è arrivata e anche questa volta non riesce a vederlo, eppure Meroni non vuole confondersi in nessuna folla, è lì al centro della strada, al centro di tutti. Cristina però ora lo sente, sente che è proprio lui quell’uomo a terra circondato da tante persone.

La pioggia batte sul vetro della sala d’attesa, Cristiana è ancora immobile sulla sedia, intorno ci sono tutti: Combin, Poletti, Agroppi, Vieri – tutti sospesi, come quel giorno a San Siro, a guardare quella porta bianca. Poi, quella porta si apre. Meroni è morto.

Il NO di Cristiana finalmente arriva, tardivo e questa volta spezza il silenzio.

La partita dopo è Juventus – Torino. Combin, segnerà tre volte, come da profezia, calciando con una forza incredibile, come a voler scacciare l’immagine della morte dell’amico dalla sua memoria. Il quarto gol lo realizza un giovane esordiente che quel giorno indossa la maglia numero 7. Il Torino vince 4 a zero, sarà l’ultima volta che i granata vinceranno un derby con un tale risultato. Molti anni dopo invece Attilio Romero diventerà presidente del Torino.

Perché questa non è una semplice storia di calcio: è una storia di coincidenze, di passione e bellezza.


domenica 12 ottobre 2014

Red Or Dead: le bandiere rosse di Liverpool e del Liverpool Football Club





A un certo punto c’è questa intervista della televisione italiana, una troupe della televisione italiana sale da Roma a Liverpool per raccontare il dominio del calcio inglese in Europa e il declino della società inglese in Europa. Il dominio del calcio inglese in Europa. Dal 1977 la Coppa dei Campioni è due volte del Liverpool Fc di Bob Pasley, che si appresta a vincere la terza, e due del Nottingham Forest FC di Brian Clough. E il declino della società inglese in Europa. Finita l’epoca del welfare di Howard Wilson, al termine del shakespeariano winter of discontent del 1979, dal 4 maggio Margaret Thatcher è alla guida di un paese in rovina: fabbriche che chiudono, miniere che chiudono, razionamento energetico, razionamento alimentare, lunghissimi scioperi delle poste, lunghissimi scioperi della nettezza urbana.

A un certo punto c’è questa intervista della televisione italiana a Bill Shankly, fuori da Anfield, e Bill Shankly che sulle macerie di una nazione dice che il calcio è nel cuore e nel sangue dei lavoratori, che il calcio è dei lavoratori e per i lavoratori, che il calcio sono i lavoratori. E allora l’intervistatore della televisione italiana scuote la testa e dice: “Forse oggi è rimasto solo lei Shankly a pensarla così?”. E il maestro Bill Shankly s’interroga. E il maestro David Peace s’interroga. Perché questo è scrivere di pallone per David Peace: il calcio come metodo per raccontare la società, il calcio come strumento per raccontare la società, il calcio come pretesto per raccontare la società. Nel superbo Red Or Dead (David Peace, Il Saggiatore, 2014, pp. 649) la storia di Bill Shankly è la storia del paese, il lavoro di Bill Shankly è il lavoro del paese, i pensieri di Bill Shankly sono i pensieri del paese, la sconfitta di Bill Shankly è la sconfitta del paese.




A differenza del capolavoro Il Maledetto United (Il Saggiatore, 2009, pp. 416), dove la vittoria e la sconfitta di Brian Clough e dell’Inghilterra delle Trade Unions erano sapientemente alternate tra la prosa del racconto di un rivoluzionario Brian Clough nei quarantaquattro giorni alla guida del Leeds United Afc, e la poesia del monologo interiore di un paranoico Brian Clough nei quarantaquattro giorni alla guida del Leeds United Afc. In Red or Dead, David Peace la prende alla larga, parte dalla fine degli anni Cinquanta (Bill Shankly lascia l’Huddersfield Town Football Club per il Liverpool Football Club nel dicembre 1959) per raccontare in un crescendo sinfonico alienato e alienante la cavalcata trionfale di Bill Shankly, una cavalcata trionfale che dura due terzi del libro e che ha in nuce, su uno sfondo che è già primo piano, la sconfitta dell’ultimo terzo del libro.

I primi due terzi del libro, l’ascesa che prevede la caduta, l’ascesi di un uomo di cui conosciamo solo la dimensione produttiva del lavoro che ne impone il crollo, sono raccontati come l’ossessione totalizzante di un uomo e di un paese per il lavoro. Attraverso una ricerca stilistica di ripetizioni continue sempre uguali e sempre diversi che raggiunge le vette del sublime. (qui, nella recensione di Giuseppe Genna, lo trovate spiegato molto meglio di come potrei mai raccontarvelo io ndr.) Nell’ultimo terzo il racconto si sfilaccia, si perde consapevolmente in un ditirambo angosciante, dove è vomitata in faccia al lettore e raccontata in ripetizioni che diventano alternate in maniera casuale a seconda del capitolo – la partita di addio, con la serratissima dialettica tra cronaca dal campo e monologo interiore di Bill Shankly, ci riporta per un attimo a Il Maledetto United – la dimensione umana di Bill Shankly. E quindi la sua e la nostra sconfitta.





Bill Shankly è un comunista, ci ripete in continuazione David Peace. Le maglie del Liverpool Fc sono rosse, ci ripete in continuazione David Peace. Le bandiere del Liverpool Fc sono rosse, ci ripete in continuazione David Peace. Le bandiere dei lavoratori di Liverpool sono rosse, ci ripete in continuazione David Peace. Questa è la storia di Bill Shankly, del Liverpool Fc, dei tifosi del Liverpool Fc e dei lavoratori di Liverpool che scendono per strada con le loro bandiere rosse a festeggiare una vittoria dopo l’altra, sapendo che stanno andando incontro a un’inevitabile sconfitta, ci ripete in continuazione David Peace. Un martello pneumatico che come nella sezione ritmica di un brano degli Einsturzende Neubauten - SHANK-LEE, SHANK-LEE, SHANK-LEE, SHANK-LEE, SHANK-LEE, canta incessante la Kop - sottolinea in maniera ossessiva che David Peace usa Bill Shankly e il Liverpool Football Club, le bandiere rosse del Liverpool Football Club e le bandiere rosse dei lavoratori di Liverpool, per raccontarci del tentativo e del fallimento di un uomo, di una squadra e di una città di realizzare l’utopia comunista. Del tentativo e del fallimento del comunismo.


venerdì 26 settembre 2014

Gabriele Ambrosetti è uscito dal gruppo (Cardano al campo, 22 novembre 2007). Parte II



[qui la prima parte]

 La risposta di Ambrosetti è coerente con i suoi principi: “volevo tornare a casa, non avevo bisogno di un contratto più oneroso in giro, per fortuna avevo già il mio serbatoio, non c’era motivo di andare altri due anni in giro a cercare fortuna;  poi avevo già due figli e non è che uno può stravolgergli la vita, e inoltre ci sono stati alcuni lutti familiari che mi hanno segnato”. Certo, se fosse uscita un’opportunità importante e curiosa, ad esempio giocare in Australia, America o Giappone, Ambrosetti l’avrebbe presa al volo (“perché a me piacciono queste cose”), però poi ci rivela che non ha avuto il coraggio neanche di prendere in considerazione un’ipotesi del genere.

Alla fine, comunque, confessa che il ritorno in serie C, alla Pro Patria, a casa, gli ha lasciato un grande dispiacere: “ho trovato brutti comportamenti professionali che non vanno bene, che in 33 anni non avevo mai trovato, che distruggono una persona, pregiudizi verso chi ha una certa macchina o certi vestiti, verso chi ha giocato a buoni livelli e poi non può sbagliare un passaggio”. Ci ha pensato per tutti e due gli anni in cui ha giocato lì, poi l’estate del 2007 non si è più tenuto: “tenetevi i soldi che io sto a casa, tanto a me e a voi non cambia la vita”. Invece in questi mesi a Cardano al Campo, con il signor Scandroglio e i ragazzi della Fulgorcardano, ha incontrato una sensibilità e una coerenza che non immaginava, e inoltre ora gioca di nuovo da seconda punta.

Sì perché, tornando al calcio giocato, Ambrosetti nel Varese iniziò da seconda punta; fu poi Lucescu che a Brescia, in serie A, lo mise sulla fascia sinistra, ruolo in cui Guidolin l’ha definitivamente consacrato nel Vicenza (“arrivai il giovedì e la domenica già giocai in quella posizione lì contro la Lazio”). A pensarci bene, se si guarda il mondo come una partita di calcio (e quanti di noi lo fanno), Ambrosetti ci è rimasto impigliato nel suo ruolo di centrocampista esterno nel 4-4-2 del Vicenza di Guidolin: come in campo, così nella vita è una persona diligente, ordinata, umile, perbene, qualche guizzo ogni tanto e per il resto molta sostanza. Lui stesso riconosce che si trattava di un ruolo dispendioso, si tirava di meno e si correva di più, anche perché dovevano giocare sempre al massimo, col coltello tra i denti, sebbene poi giocare in casa era diverso che giocare fuori, lì ogni palla che toccavano c’era un grande fracasso sugli spalti, gli altri tifosi proprio non si sentivano. A proposito di piazze calde (ammesso che quella del Romeo Menti effettivamente possa rientrare nella categoria), ci confida che gli sarebbe piaciuto venire a giocare a Roma, addirittura nel ’99 era quasi fatto il suo trasferimento alla Lazio, e rimane un enigma perché non sia andato in porto. Basta un ricordo del genere per far riaffiorare la sua atavica mancanza di fiducia verso il mondo del pallone: “mi sono tirato fuori dal calcio, non è giusto il ruolo che hanno assunto oggi i procuratori”. Nel mondo del calcio ha imparato che “o è bianco o è nero”, e che è pieno di gente pronta a salire sul tuo carro, però lui non ha mai viaggiato col carro, ma con la sua macchinina tranquilla, perché a casa sua non entrano tutti. 


Il discorso sul marcio presente nel mondo del pallone lo porta a commentare lo scandalo Calciopoli (“da dentro non avevo avuto nessun sentore”) in termini molto netti: “è solo il primo di una lunga serie. Oggi nessuno ha pagato, se non i calciatori, che non c’entrano nulla; perché chi è stato condannato o radiato non ha ricevuto sanzioni economiche o penali?”. Le parole più dure, però, sono rivolte al sistema dei procuratori: “per quale motivo i procuratori, in serie C, possono sostenere che quello può arrivare e quell’altro no, che quel giovane della Primavera può andare in quella squadra e quell’altro no?”. Ambrosetti ricorda che, ai suoi tempi, a lui questo non capitò, e se ha avuto successo lo deve solo ai suoi genitori e a coloro che l’hanno fatto giocare, non certo ai procuratori che l’hanno mandato da una parte all’altra: “appena sono tornato in serie C i miei procuratori, ai quali qualcosa negli anni avevo dato, sono spariti, non li ho più sentiti, e questo è un peccato, mi dispiace, non per chiamarli perché ho bisogno di una squadra, ma per sapere come stai, siamo esseri umani, e io voglio sentirmi un essere umano 24 ore su 24”. E invece, adesso, alla Fulgorcardano, Ambrosetti è contento, perché tutti, dal signor Scandroglio (“a cui non riuscirò mai a dare del tu”) al presidente, dal magazziniere ai suoi compagni, lo giudicano per quello che è come persona (“e io sono così ora ma ero così anche a 20 anni”) e non perché la domenica fa gol o per la macchina, la casa o i capelli che ha.

Se ogni esperienza, comunque, gli ha lasciato dei ricordi e delle emozioni positive, gli chiediamo allora quale (e cosa) sia il calcio secondo Gabriele Ambrosetti - se gli esordi di Varese, l’epopea di Vicenza, i lustrini di Londra, o la semplice passione della Fulgorcardano. La risposta sembra uscita dalla bocca di Damiano Tommasi: il calcio è “fare l’allenamento la sera con a fianco i bambini che urlano, ridono, sono contenti, piangono perché cadono e si fanno male”. Anche suo figlio, a 7 anni, ha la faccia solare quando va a giocare a pallone, anche se lui non l’ha mai spinto e non lo va mai a vedere, perché non può, gli altri sanno chi è e sanno che Jacopo è suo figlio, c’è già pressione a quell’età, con i genitori attaccati alla rete che danno giudizi volgari, maleducati, “questo fa parte di una situazione che non va bene”. Anche per questo motivo Ambrosetti è uscito dal calcio (“non so chi è il capocannoniere in serie A”), ne parla con distacco ma c’è anche del dolore, “per me il calcio è molto, passione vera, ma a Controcampo sento di quelle cose, non ce la faccio, oggi per informarmi un po’ ho aperto la Gazzetta ed erano due anni che non la aprivo, ho trovato la storia di quel giocatore del Cagliari sotto scorta [Marchini] e l’ho chiusa”. Non si riconosce più in questo mondo: semplicemente, “speriamo che non finisca questo sogno”. 

Con questi valori antichi, Ambrosetti sembra nato per lavorare nel settore giovanile, magari proprio a Vicenza. Lui però scuote la testa, “le situazioni si sono proposte, ma io la mia decisione l’ho presa e o è bianco o è nero, con tutti i suoi pro e contro, il calcio per me è stato soprattutto positivo ma anche cose brutte, le racconto tutte”, e si capisce che non vuole più avere niente a che fare col calcio professionistico. Al riguardo, gli raccontiamo che abbiamo incontrato Amedeo Mangone e  Massimo Tarantino, rispettivamente allenatore e direttore sportivo a Pavia: “è tutto un giro così!” commenta, precisando comunque che gli fa piacere per Amedeo (“che è un bravo ragazzo”), “ma è tutto così e io non mi metto dentro questo giro”. È chiaro ormai il suo pensiero: nel mondo del calcio o si è dentro o si è fuori, o si accetta tutto o si rimane esclusi (e la mente corre inevitabilmente alla lezione di Oronzo Canà), sono tutte conventicole, e Gabriele ci dice che lui non è abituato ad accettare nulla, non è mai sceso a compromessi, a livello professionale-calcistico (“nel mio nuovo lavoro nel mercato immobiliare invece sì”, aggiunge con ironia). Quello che rimane allora sono le persone, peraltro molto poche, e Ambrosetti si lascia scappare che qualche tentennamento ce lo potrebbe avere solo se lo richiamasse il suo presidente del Vicenza, Delle Carbonare, al quale é molto legato. 




Non siamo pienamente convinti che tanta radicalità sia davvero necessaria: non si tratta di fare l’eroe o il missionario, piuttosto del desiderio di insegnare ai ragazzi quanto di buono uno ha imparato in tanti anni di carriera. Ambrosetti ci spiazza con una provocazione: “guardate che io sono un grandissimo figlio di puttana”. In effetti, ci racconta che in molti hanno avuto la nostra stessa impressione e gli hanno detto di insistere (tra questi il suo amico Fabio Rossitto), ma Gabriele si giustifica spiegandoci che la sua non è incoerenza o chiudere le porte in faccia, ma solo prendere atto di quanto gli è successo. Sempre lì si ritorna, perchè “il calcio è bello perché vedo l’emozione e il sorriso di mio figlio quando prepariamo la borsa o quello dei ragazzi qui alla Fulgorcardano che, quando corrono, corrono alla ricerca di un sogno, e spero solo che non ci sia qualcuno che glielo spezzi”. Con lo stesso disincanto un po’ naif, ricorda che nel settore giovanile del Varese, dove ha iniziato lui (e dove allenatore era proprio il signor Scandroglio), c’erano altri ragazzi molto bravi, anche più dotati fisicamente di lui, “e perché è successo proprio a me di sfondare?”.

Il discorso vira fisiologicamente verso la difficoltà di emergere che i giovani calciatori italiani incontrano attualmente, in seguito all’invasione modaiola degli stranieri, e anche qui Ambrosetti ha le idee molto chiare: “il mondo del calcio ha accettato i preparatori atletici e i procuratori, però ora non bisogna consacrarli; sono importanti, ma per quale motivo si vuole investire più su un ragazzo straniero che no su uno di Varese, Lecco o Reggio Calabria?”. Ricorda con ironia che l’ultimo ragazzo della primavera del Milan che ha esordito in prima squadra è stato Aubameyang, “non posso credere che il Milan o l’Inter non abbiano primavera italiani che giocano in prima squadra, l’ultimo è stato Albertini!”. Difficile dargli torto. Gi facciamo notare che, al contrario, alla Roma negli ultimi anni il cammino del vivaio è stato battuto ed ha dato i suoi frutti, e Ambrosetti commenta che è ancora più grave perchè al Milan o all’Inter hanno un bacino d’utenza diversa, più grande: Aquilani e De Rossi ci saranno pure lì però così non possono emergere. 

Il tema è caldo e interviene anche il più volte citato signor Scandroglio, una di quelle leggendarie figure di Maestri di calcio in provincia che rimarresti ad ascoltare una sera intera in trattoria. Avendo calcato i campi per tutta una vita, prima come calciatore e poi come allenatore, di football ne sa qualcosa: “il discorso è diverso, i De Rossi o Aquilani nascono sempre quando il portafoglio è vuoto, il Milan del periodo Farina diede i Baresi e i Maldini, l’Inter del periodo Pellegrini diede i Bergomi e altri, la retrocessione della Juventus e la cassa vuota hanno fatto sì che molti giocatori trovassero una loro vetrina. Il discorso dell’Atalanta è a sé, non ha seguito le mode, ha investito più soldi nel settore giovanile che in prima squadra, è andata controcorrente”. Con la tipica saggezza (e cadenza) lombarda, molto concreta, prosegue ricordando che i tre-quattro che comandavano il calcio avevano detto che fare il settore giovanile era inutile e costava di meno comprare i giocatori all’estero, e tutti sono andati all’estero; ancora oggi si pagano questi strascichi soprattutto in serie C, dove stranieri e procuratori non dovrebbero esserci, e lo stesso nel settore giovanile, dove i procuratori vanno e abbindolano le famiglie. Appare quasi rassegnato quando conclude che è difficile trovare presidenti che si sobbarchino avventure onerose come quelle di prendere una squadra in serie C con entrate zero; servirebbe un cambiamento, in serie C sono professionisti come nella A e nella B, però di fatto ci sono grandi differenze, e allora dovrebbero esserci situazioni diverse, mentre si va sempre avanti sullo stesso tran-tran. Su cento posti di lavoro, quindici anni fa c’erano ottanta lavoratori bravi e venti raccomandati, oggi è il contrario, e il calcio non fa eccezione a questa regola della società.


Ritorniamo al senso di questo incontro, al motivo per cui uno come Gabriele Ambrosetti continua a giocare a pallone in Promozione. Quando gli chiediamo quale squadra devono affrontare la domenica successiva e quale modulo adotteranno, Ambro, con la faccia divertita, non se lo ricorda. È Scandroglio ad informarci che giocheranno contro una squadra di Arese (“dove c’era l’ex Alfa Romeo”), il Novaffori, “e domani, durante l’allenamento dalle 7 alle 9, vedremo quali giocatori sono disponibili, e con questi faremo il modulo”. Chiediamo allora a Gabriele se all’allenamento dell’indomani, alla milionesima volta in cui gli spiegheranno come fare la diagonale, riuscirà, pensando al Novaffori, ad avere la stessa grinta di Vicenza per coprire quello spazio lasciato libero dal centrocampista centrale: con l’umiltà che lo contraddistingue (anche se a lui non piace la parola umiltà, “è usata in modo inappropriato, io sono fatto così”), ci risponde che “non cambia nulla”. Già, l’importante è che non gli tocchino le scarpe!

Sarà anche vero che una volta in campo non cambia nulla se di fronte hai un Pallone d’oro o un muratore, ma ci incuriosisce sapere che cosa si prova, a livello umano, nel passare in un paio d’anni dal Chelsea alla Fulgorcardano. Ambrosetti riconosce che ci ha pensato molto, e con grande modestia rivela che non voleva andare lì col desiderio di inculcare a qualcuno un aspetto professionistico maggiore, perché, a parte che l’ha trovato (in effetti, il campo da gioco della Fulgor, in erba, è bellissimo, qui dicono che sembra “Wembley”, anche se Gabriele ci tiene a precisare che non è andato lì per questo, il fango non lo spaventa, e ci racconta che a Vicenza si è allenato per quattro anni su un campo che la domenica veniva usato come parcheggio, col muro attaccato al palo della porta!),  non sarebbe comunque stato giusto, perchè era lui che doveva immedesimarsi nella parte, non i compagni nei suoi confronti, “ero io che dovevo abituarmi”, e ricorda che prima si era allenato la sera solo quando il giorno dopo c’era da giocare una partita di Champions League o di Coppa delle Coppe! Allo stesso tempo, è consapevole che ci sono delle cose che può dare in più, “però io sono da solo e loro sono in venti, sono più le cose che posso  imparare io dai miei compagni che non viceversa, e poi non è che possono imparare loro a tirare da 60 metri!”. Il pensiero è nobile: “sarò io, semmai, che potrò rubare qualcosa di umano, sulla passione per il calcio, a qualcuno di loro”, e ricorda che l’unica “persona bella” che ha trovato nel mondo del calcio è stata Davide Pellegrini, ala destra, ex, tra le altre, di Verona e Fiorentina, che lui ha incrociato al Venezia per tre mesi, “anche lui di Varese”, dove i due si erano già incontrati perché quando lui giocava lì Ambrosetti facevo il raccattapalle.

Gli chiediamo quale sia invece il giocatore più forte con cui abbia mai giocato, l’esempio calcistico da cui ha imparato qualcosa, e ci risponde che sono tanti. Vanificate le nostre speranze che si riferisca anche a Chris Sutton, nostro mito di gioventù, (“abbiamo condiviso in negativo l’anno al Chelsea, lui però giocava sempre ma non gli ho mai visto fare una partita positiva”), ci racconta che l’eleganza e la sicurezza di Desailly lo hanno stupefatto per la posizione in cui giocava, che Zola è una persona fuori dalla norma, e che il norvegese Tore Andre Flo è il giocatore con più tecnica che abbia mai visto (“ma il giocatore che secondo me non ha raccolto nulla per quanto valeva è stato Gigi Sartor, e lui ha avuto pure delle belle occasioni”). Ci sorprendiamo che non parli di Vicenza, e ci spiega che lì il suo esempio come giocatore è stato Fabio Viviani (“ma a Vicenza non c’era un leader, anche se c’erano delle gerarchie precise”). Che poi, a dirla tutta, scopriamo che a Vicenza, all’inizio, Ambrosetti neanche ci voleva andare: “stavo talmente bene al Brescia, sono venuti a prendermi all’aeroporto a Linate, dove tornavo dal Torneo Anglo-Italiano, che due anni prima avevamo vinto proprio con un mio goal a Wembley [in finale contro il Notts-County], e il Brescia mi ha venduto al Vicenza, in serie A, dopo che io, in serie A, già c’era stato proprio col Brescia, e col Brescia volevo ritornarci”. Quando si dice salire sul treno giusto, quel treno che nella vita forse non ripassa una seconda volta.


Prima di congedarci, c’è tempo per un paio di aneddoti curiosi. Lo si capisce subito che Gabriele Ambrosetti non è tipo da bravate, e fa quasi piacere scoprire un suo lato più umano, fallibile, quando ci racconta di un pazzo martedì sera a Vicenza, la sera di San Valentino (“tutti single, con Maini e Brivio, andammo al ristorante dove mangiavamo sempre, e alle 8 e un quarto eravamo già ubriachi”), bravata che alla fine l’ha pagata perché ha rovinato la macchina. 

L’altra storia indiscreta riguarda un suo ex compagno di squadra, “l’unico di cui non posso parlare bene”, l’unico giocatore con cui ha avuto un grosso diverbio in campo. Ci racconta che il Vicenza andava in ritiro estivo sull’altopiano di Asiago e c’erano sempre un sacco di persone in paese, (“accampate con tende, roulotte e camper: un vero macello!”), e il giorno della prima amichevole, davanti a circa 9 mila persone, questo nuovo arrivato, di professione centravanti, gli si avvicinò e gli disse “stai zitto te che devi solo correre, che poi ci penso io”. Colpito nell’orgoglio, Ambrosetti, che erano già tre anni che giocava a Vicenza, si presentò il giorno dopo in sede con Guidolin, Delle Carbonare e il ds Gasperin, e disse “signori io me ne vado”. Per Ambro era inconcepibile un atteggiamento del genere, era la prima amichevole del ritiro, quella che vinci 94 a 0, non c’era agonismo, era solo una festa per i tifosi. In realtà la cosa non proseguì oltre: “tutto è finito lì, ora ci vediamo e ci salutiamo, però per me è peggio così, non mi salutare, è un’incoerenza, se una persona mi tratta male o se io mi comporto male innanzitutto chiedo scusa e poi per me hai chiuso”. In ogni caso, mai aveva discusso in questo modo con un giocatore, e questo dà l’idea della correttezza, della timidezza e della lealtà della persona. Non a caso, dopo averci raccontato questo episodio, Ambrosetti ci gela con lo sguardo, e non solo: “se questa storia viene fuori so chi andare a prendere”. La prendiamo come una battuta, ma forse non lo è. 

Forse pentito da troppa confidenza, non c’è altro che vuole aggiungere (“niente, sono contento di quello che ho fatto”), e usciamo dalla sede della Fulgorcardano. Fuori piove, e dopo un giro per gli impianti della società, con grande gentilezza Gabriele ci accompagna in macchina alla stazione di Gallarate. Durante il tragitto parliamo del più e del meno, e a un certo punto Ambrosetti propone al signor Scandroglio di mangiare un boccone insieme al ristorante, prima di tornare a lavorare. A noi non ci considera proprio. Nondimeno,  nell’ameno piazzale davanti alla stazione ci salutiamo affettuosamente; una volta entrati nel fetido bar accanto alla biglietteria, però, rimpiangiamo di non essere stati invitati a pranzo al ristorante. Sul treno per Milano mi sfuggiva; ora invece, finalmente, capisco il motivo per cui non ci disse nulla: aveva già intuito che avremmo rivelato gli scabrosi aneddoti finali, e la vita è così, o ci si fida o non ci si fida, o è bianca o è nera, non ci sono sfumature.