lunedì 18 luglio 2016

Posso dire?



Questi Europei non mi hanno appassionato.

Poca tattica, poche gambe, poca lucidità e una formula rivedibile.
In realtà, forse solo l’Italia ha portato in Francia un discorso tattico compiuto, ragionato, al di là degli interpreti. Il resto ha visto una prevalenza del metodo-Premier – accelerazioni e verticalità -, favole e favolette in abbondanza (Islanda, Galles e Ungheria su tutte) e fenomeni fiaccati da settanta partite a stagione.
Vorrei comunque dare qualche voto, rigorosamente a caso.

Croazia 4. A mio modesto avviso, la Croazia poteva e doveva far suo questo Europeo a mani basse. Si è invece affossata in una partita senza tiri in porta contro il Portogallo. Immatura o narcisa poco importa.

Pogba 5. Non so se la colpa sia da imputare al peso delle aspettative o alla posizione che Deschamps gli ha ritagliato nelle geometrie francesi. Sembra sprecato, sembra fuori luogo, mai in ritmo. La valutazione sarebbe identica anche se avesse vinto la Francia. Non credo che Pogba valga la cifra che leggiamo sui giornali. 120 milioni significano tante cose. Lo stesso piano di Neymar, Bale e CR7. Essere almeno come Zidane. Non mi sembra ci siano le premesse.

Inghilterra 2. La peggiore che io abbia mai visto. Non un idea, non un po’ di grinta o di velocità. Salverei solo Eric Dier.

Spagna 5. Quanto sposta Xavi? Tanto. Pure troppo.

Germania 3. La migliore generazione del calcio tedesco di sempre ha vinto "solamente" un Mondiale. In altre parole, dieci anni di Joachim Löw. Tra i peggiori tecnici di sempre si può dire?

Portogallo 8. E’ un’arte anche saper approfittare delle occasioni più stravaganti, in che maniera poco conta. Non ha vinto nei novanta minuti? Chissenefrega. Aveva il tabellone agevole? Chissenefrega. Due giocatori su tutti: Fonte in difesa e Quaresma in avanti. Gli Europei si vincono anche così, cavandosela minuto dopo minuto.

Lewandoski 9. Superbo. Solitario. La migliore punta vista all’Europeo.

David Guetta 5. Poteva intrattenerci un poco meglio.

Giaccherini 7. MVP dell’Europeo azzurro. La sua diagonale contro il Belgio una lezione.

Deschamps 8. Il tono di blu del suo completo mi ha fatto impazzire.

Maglie 6. Alcune belle, altre meno. La tendenza dei top brand comunque è alla keirinizzazione. Come nel keirin tutto sono vestiti uguali e cambia solo il colore così nel calcio.

Lascio a Nesat ogni commento su Driblou, la mascot con le scarpe a leopardo. Era cento volte meglio il nome #Goalix.

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Due parole anche riguardo al calciomercato.

Higuain. Ma davvero De Laurentis sta parlando di Higuain con Marotta? Certo, 90 e passa milioni di Euro sono un argomento di conversazione più che valido, ma per Napoli e Roma cedere, rispettivamente, Higuain e Pjanic, i migliori per ruolo in Serie A la scorsa stagione, alla squadra cui devono recuperare un gap di una decina di punti mi sembra folle, o quantomeno triste.
E' come se Kevin Durant, free agent, lasciasse la seconda potenza a Ovest per passare a Golden State...

Manchester United. Va bene tutto, ma 38 milioni di Euro per Bailly mi sembrano un po' tanti. Allora Rugani vale 50, de Vrij 70 e così via. Le cifre spese dal Barcellona prima e dal PSG per Marquinos e (soprattutto) David Luiz poi hanno inquinato il mercato.
 
Bologna. Sono pazzo per Ádám Nagy. A centrocampo la prossima stagione comanda lui.

Roma. Che combina Sabatini?

Lazio. Che macello.
 
* * *
 
Ora scusatemi, inizia la terza settimana del Tour e non vorrei perdermi, per sciocchezze calcistiche, un attacco di Quintana che la gente aspetta da ormai infinite salite.

venerdì 1 luglio 2016

La nostra storia con la Germania (una goccia di Olio di canfora)

In occasione della partita di domani sera tra la nostra Nazionale e la Germania, insieme agli altri amici del blog abbiamo deciso che era cosa buona e giusta rubare e pubblicare il capitolo dedicato alla Germania in Olio di canfora, la raccolta di racconti che il nostro Dionigi ha dedicato all'Europeo e che, come tutti sapete, da qualche giorno si trova in vendita on line (ad esempio sul sito dell'editore In Contropiede o su Amazon).

Lo facciamo perché quella di Federico, al cui "estilo fresco" la mitica rivista Panenka ha dedicato un bellissimo ritratto, è la diapositiva della Bundesliga con cui siamo cresciuti e che non c'è più, quella dei fantasisti turchi trasmessa il venerdì sera da Tele+2, il malinconico resoconto di una storia d'amore che sulla spiaggia di Follonica (la stessa in cui, per una casualità che non sorprenderebbe il lettore di Federico, in questo momento mi trovo) è finita perché "non era pratica", l'atto di accusa contro Thomas Müller che all'ultimo Mondiale, invece di farci un regalo, ci ha delusi senza pietà...

Raccontare i nostri trent'anni di rapporti con la Germania calcistica in tre cartelle: se non è questa un'impresa borghettiana....

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Olio di Canfora, Follonica, luglio 2016


Germania


La mia storia con la Germania non è altro che la storia di un tentativo, neanche troppo convinto, di superare i luoghi comuni. Ero partito bene. La nazionale che vinse a Roma nel ’90 mi stava simpatica perché c’era Rudi Voeller, il mio calciatore preferito. In generale, il campionato straniero di riferimento della mia infanzia era proprio la Bundesliga, con il marchio indelebile degli anticipi del venerdì sera su Tele+2. A cavallo tra le elementari e le medie, quella era per me la serata più attesa della settimana: dopo quello di Berlino cadeva pure il muro della mia cucina, perché i miei genitori uscivano e io potevo cenare in santa pace davanti al televisore del salotto, gustandomi le strane combinazioni di colori delle magliette, i bomber con i baffi, i fantasisti dai nomi turchi, Mario Basler che tirava le bombe su punizione, Andreas Herzog che regalava eleganti palle nel nulla, Tony Yeboah che sfondava le porte e un giovane Fabio Caressa che rendeva immortale il gol funambolesco di un brasiliano con i guanti chiamato Paaaulooooo Seeeeergiooooooo.

L’idillio iniziò a rompersi all’Europeo del ’96. La sera di Italia-Germania, per noi uno spareggio, mi trovavo in uno sperduto e addolorato paese dell’entroterra palermitano con la classe delle elementari. Eravamo andati a trovare, ormai tredicenni e quindi in piena schiavitù ormonale, la nostra suora, che, forse anche per colpa nostra, nel frattempo si era ritirata in convento. Quella vacanza fu l’iniziazione alle gioie del palato, per alcuni grazie ai baci dati di nascosto in un certo frutteto, per altri grazie alle arancine bollenti che compravamo, sempre di nascosto, nel bar davanti alla chiesa. Tutti restammo però ugualmente traumatizzati dal rigore parato da Andreas Köpke a Gianfranco Zola. A qualcuno scappò pure una bestemmia, tanto che le suore decisero di spegnere la tv e di mandarci a letto senza vedere il resto della partita.

Gli anni zero furono un decennio di transizione per la nazionale. Lo squadrone identitario del blocco ovest degli anni ’90 aveva lasciato il posto a una compagine più aperta ad est, anzi sempre più cosmopolita, con le prime naturalizzazioni di massa, soprattutto di polacchi e turchi. Questa svolta progressista mi lasciava sostanzialmente indifferente, anzi mi faceva rimpiangere la facile riconoscibilità del giocatore-tipo tedesco alla Jürgen Kohler.

Quando ormai già davo per persa ogni possibilità di un ritorno di fiamma per la patria di Hölderlin e Hässler (ho citato i primi due poeti che mi sono venuti in mente), nella mia vita comparve il volto dolcissimo di una ragazza di Bonn incontrata per caso, un pomeriggio piovoso di giugno, al parigino Palais de Tokyo. Appena conosciuti, e quindi per conoscerci, decidemmo di lasciar spazio all’imprevisto e di farci trasportare dal corso delle cose, finendo a scambiarci sguardi emozionati al Centre Pompidou di fronte ai quadri sfocati di Gerhard Richter. Dopo un anno di corrispondenze romantiche e ossessioni private, ci ritrovammo in una Roma da grand tour sentimentale più che artistico a passeggiare mano nella mano e a leccarci le rispettive ferite. Il nostro è stato un innamoramento tenero come un tunnel di Lars Ricken e potente come un colpo di testa di Kalle Riedle, e però, pochi giorni dopo la sua partenza per Bonn via Follonica (maledetta Follonica: ma che ci sei andata a fare, Elisabeth?), quando avevo il dito pronto a cliccare sul primo di cento struggenti voli Ryanair per Colonia, mi scrisse che no, non si poteva fare, perché a Follonica ci aveva riflettuto e aveva concluso che la nostra relazione non era pratica (sì, ha usato proprio questo aggettivo: “pratica”). 

Poteva essere amore, ed invece era solo la teoria del bicchiere d’acqua tanto in voga nella Berlino di fine anni ’20. Come racconta Elias Canetti, un pomeriggio che erano tutti riuniti nel suo studio, George Grosz afferrò un bicchiere vuoto, lo portò alla bocca, fece finta di vuotarlo e lo posò di nuovo sul tavolo, con disprezzo, lontano da sé. “L’amore? Un bicchier d’acqua. Vuotato il bicchiere, è finito tutto!”

Passarono due mesi in cui il mio rancore verso i tedeschi covò senza precedenti, pari solo all’odio che il protagonista di Ovosodo provava per i traghetti per la Corsica. Il Mondiale brasiliano nel frattempo era entrato nel vivo. I tempi regolamentari tra Germania e Algeria erano agli sgoccioli e gli ormai ribattezzati crucchi stavano per calciare una punizione dal limite dell’area. Invece di tirare in porta, Thomas Müller, nel tentativo di sviluppare uno schema, cadde goffamente a terra, perdendo la palla, e la faccia. La telecamera indugiava su di lui, prontamente intento a rialzarsi. Mi aspettavo di scovare una risata liberatoria sul suo volto, uno squarcio di umanità in una squadra che assomigliava a un esperimento eugenetico, un omaggio al bambino che nella cameretta bavarese cadeva goffamente sul letto provando a fare le rovesciate col pallone di spugna. Müller aveva l’occasione storica di far ricordare il Mondiale brasiliano come la volta in cui un tedesco ha riso dopo essere caduto e nessuno ha pensato alla caduta, perché tutti hanno pensato alla risata. 

Invece niente: Müller si è rialzato con l’espressione scocciata, avrà pensato “questo schema non è pratico!”, e magari avrà pure rimpianto di non avere tra i denti una capsula di cianuro. Io ho spento la tv e ho ripreso in mano la copia de Le Benevole, non più così sicuro di sapere com’era andata a finire a Stalingrado. 

sabato 25 giugno 2016

Il punto di giugno


Il primo punto del punto di fine giugno riguarda, inevitabilmente, gli Europei di calcio. Sono passate agli ottavi un sacco di “squadre simpatia”, per così dire: vogliamo allora parlare di favola? Vogliamo esaltarci indicando in questo il trionfo dell’imprevedibilità del calcio, che è in fondo il motivo per cui lo amiamo? Vorremmo, forse; ma non possiamo, perché in un europeo allargato a 24 squadre, due terzi delle quali passano al turno successivo, tutto questo è fisiologico. E troppe favole vogliono dire nessuna favola. Con la possibile eccezione dell’Irlanda, perché tutti amano l’Irlanda, ma resta una confusione e un affollamento che rendono difficile anche entusiasmarsi: la Danimarca che, non eletta dal popolo, vince un europeo a otto, quella sì è una favola. L’Irlanda del Nord che perde le partite difficili e vince quella con una nazionale allo sbando, il cui più giovane marcatore di sempre in una competizione continentale resta Andrei Scevcenco, non è invece nulla di tutto questo.
Le valutazioni tecnico-tattiche da trarre da questa prima fase degli Europei sono, come spesso capita per i tornei internazionali, nulle o scarse. Il contropiede ben eseguito ha finora dominato la competizione, anche per quelle squadre - come il Belgio - che si erano affacciate al torneo con ben altri programmi, salvo poi comprendere che in partite molto bloccate ed equilibrate il miglior modo per rimarcare il proprio superiore tasso tecnico è appunto giocare all’italiana.
Geopoliticamente, l’Est europeo continua il suo momento di estrema marginalità: la Russia è mediocre, dell’Ucraina si è detto, la Romania ha deluso sul più bello, perfino la Cechia perde la sua affidabilità che avrebbe dovuto consentirle, specie dopo il pareggio con la Croazia, un passaggio da terza agli ottavi. Resta la Croazia, con la sua scuola infinita e inspiegabile, e una Polonia che non è granché.
L’Italia ha fatto il suo dovere in tutte e tre le partite. Eliminare l’Irlanda sarebbe stato un atto di stupidità e hybris e non si vede a cosa sarebbe dovuto servire. Adesso viene il difficile, ma in fondo il peso ce lo siamo già tolti.
Gli ottavi, essendo appunto espressione di un torneo amplissimo e senza selezione, sono quelli che sono. Svizzera-Polonia è impronosticabile, più che altro perché a nessuno interessa farsi un’opinione su di essa; Croazia-Portogallo può invece essere interessante, se Cristiano si è veramente scosso e se non dovessimo vedere più mezze figure come William Carvalho; Galles-Irlanda del Nord e Ungheria-Belgio, con tutto che io tifo piuttosto convintamente le prime di ambo i confronti, sono un esempio di quell’ironia postmoderna che ha francamente stancato; Germania-Slovacchia non dovrebbe essere una partita vera, avendo gli slovacchi esaurito i colpi di classe e fortuna contro la Russia; Francia-Irlanda purtroppo non si gioca a Saint-Denis, il che esclude la possibilità di una meritata vendetta; Inghilterra-Islanda è un esame di maturità, nel senso della serietà, per le teoriche ambizioni inglesi. Italia-Spagna è una partita utile e benvenuta, perché ci darà un metro affidabile di cosa siamo e quanto valiamo, contro una Spagna che è ancora quello che è stata qualche anno fa ma che non ne ha più la luminosità estrema. Si può giocare, in linea teorica; farlo effettivamente ci dirà se siamo ancora nel novero delle grandi nazioni del calcio o se invece toccherà risalire dalla serie B a cui, implicitamente, ci hanno condannato le ultime esibizioni internazionali.

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Cleveland Cavaliers. La cui vittoria penso abbia rincuorato tutti: perché è una bella vittoria, una vittoria tersa, di quelle che fanno piacere, senza secondi pensieri. È stata la vittoria di una bella idea, ossia il ritorno di Lebron a Cleveland con i suoi tempi e la sua libera determinazione (vedi anche, sul tema, quest'ottimo articolo su predestinazione e scelta); e il trionfo, finalmente, di una città che ha aspettato fin troppo - inoltre, e forse soprattutto, una vittoria molto all’antica, di un basket amato e giocato da afroamericani.
E però, come dire, lo spettacolo, o il modo in cui è avvenuto il tutto, non è stato all’altezza del risultato: Lue ha scommesso sulla stanchezza e sulla tensione degli Warriors (non “dei”: i dittonghi) e gli è andata bene, ma poteva anche andargli male. Invece di star lì a dare una particolare organizzazione alla squadra, a inventarsi tattiche, a imparare da quanto fatto dai Thunder e dagli stessi Cavaliers l’anno scorso, il coach ha detto alla squadra di entrare in campo, di stare concentrati dietro, e di tener presente che c’era un fenomeno - anzi il Fenomeno - in campo con la maglia oro-granata, più un altro fenomenuccio in fieri. Ed è andata bene; anzi, le statistiche assolutamente illogiche dicono una volta per tutte della enormità di Lebron James, capace di fare tutto meglio di tutti in 7 lunghissime partite di finale.
Forse, scrivendo questo pezzetto, ci ho ripensato; forse è così che doveva finire, un po’ da film americano stucchevole ma emozionante. Può darsi ci fosse la possibilità di dare una lezione definitiva al basket del futuro, quello proclamato tale dopo una vittoria contro una squadra di minibasket (Della Vedova, Lebron, Mozgov) l’anno scorso, ma perché voler male alla gente? Vogliamo invece bene a tutti, orsù; e a Lebron James di più. Scusate la rima.

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Nostalgia. Vogliamo parlarne? Parliamone; pare d’altronde che non si possa parlare più di calcio senza nostalgia, e il nostro è d’altronde, con dei limiti e con un ben preciso spirito, un sito nostalgico. La nostalgia è, di base, il rimpianto della gioventù, o forse più precisamente è il volerci ricordare, tutti, che siamo stati giovani. E la gioventù è quel tempo della vita di ogni essere umano in cui ci sentiamo o siamo liberi, in cui tutto può accadere, in cui il tempo a nostra disposizione è illimitato e perciò amiamo sprecarlo. La nostalgia è bella se la gioventù di ognuno si apre a tutti, se da essa impariamo, se ascoltiamo le esperienze, le speranze, i sogni di ciascuno.
Se la nostalgia si recinta, se gli altri sono chiusi fuori da essa, non è più bella; diviene la pretesa di aver conosciuto, saputo, sperato, vissuto più e meglio di altri, di aver avuto una gioventù migliore - il che per carità può essere; ma una gioventù chiusa non è mai avvenuta - e tutto sommato una vita più interessante. A me la nostalgia piace, se si può dire così, perché mi piace scoprire gli altri; e se abbiamo le stesse nostalgie, per quanto possano essere mediocri o ridicole (una canzone brutta; un calciatore scarso; Alleanza Democratica di Willer Bordon), allora abbiamo qualcosa da dirci, qualcosa da cantare assieme. E vale anche, se mi passate il senso chatwiniano, per i calciatori.
“Non c’era voglia di essere diversi perché ci piaceva avere gusti comuni”, ha scritto una volta qualcuno. E in realtà è bello anche essere diversi, ma capirsi, aprirsi. Sono belle le nostalgie di tutti, i flipper e le case al mare di tutti, le corriere e le bambine more a cui non hai mai avuto il coraggio di parlare; perché sono i ricordi, le paure, i fallimenti di tutti, e anche se non li conosciamo li sentiamo nostri, e ci rincuora sentirne parlare, forse ci solleva, forse addirittura ci fa credere che alla prossima moretta avremo il coraggio di dire qualcosa.

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Il paradosso Totti. Che cos’è? È quel fenomeno per cui Totti ha 40 anni e ancora gioca alla Roma, e già qui sarebbe strano, ma il punto non è questo; il punto è che se Totti, che ha quarant’anni, l’anno prossimo fa una grande annata - e probabilmente se la farà è perché qualcosa non funziona tra i titolari, lui deve giocare più spesso, magari non si raggiungono grandi obiettivi nonostante l’incredibile contributo dell’esperto capitano - allora è Rometta: eheh, a quarant’anni ancora gioca Totti, ehehe, giusto in una squadretta, ehehe, sì va be’ ha segnato, ma quanto vale? ehehe (ad libitum).
Se invece l’anno prossimo la Roma dovesse andare bene - e dunque Totti giocasse meno o quasi nulla, a fronte di un rendimento sicuro e costante dei titolari, il che significherebbe dunque poco spazio e poco impatto - allora sarebbe tutto un: ehehe st’anno che Totti non gioca ehehe hai visto che qualcosa si vince? ehehe se si fossero accorti prima… eheheh (ad libitum).
Tale fenomeno, lo si vede, non è risolvibile; se non, al limite, tornando indietro nel tempo e vendendo Totti alla Sampdoria, come avrebbe voluto Carlos Bianchi. Sicché, dopo anni passati a far grande la Samp e dopo successivi trasferimenti in squadre con magliette da calcio normali, ora Totti sarebbe una leggenda di 40 anni, il cui palmares parlerebbe per lui. Ma non è andata così, e bisogna accettare le sciocchezze di chi non ha accesso alle statistiche e ai fatti e non nota la differenza di piazzamento medio, per dire, della Roma con Totti o di quella senza.

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Il ripescaggio del Fano. Che costerebbe 250.000 euro a fondo perduto, per le logiche opache (eufemismo) della serie C italiana e del suo governo, e che non si sa dunque se verrà richiesto dalla società granata; ma per me questa storia è solo un pretesto per parlare d’altro. Abito a Fano da ottobre scorso; con un bambino piccolo, e con una serie di fatti personali che non vi racconto e che d’altronde non vi interesserebbero, non faccio granché vita sociale, e non ho dunque neanche ben compreso, fin adesso, lo spirito e l’idea della città. Che è, d’altronde, di non immediata comprensione, o almeno questo è quanto credo.
L’altro giorno, mentre andavo a riprendere il bambino al nido, mi domandavo perciò se non potesse essere simile, tale spirito, a quello dei suoi figli recenti più famosi, almeno in campo calcistico, ovvero Umberto Cazzola e Ivan Piccoli. Due che non hanno fatto chissà che carriera; eppure di entrambi fatico a ricordare piedi migliori, e tutto sommato, tranne una certa fragilità in Piccoli, anche il fisico non era affatto male. Per entrambi si può utilizzare il vecchio luogo comune del calcio secondo cui “si fatica a ricordare un gol brutto”; solo che nel loro caso è vero, e quando una cosa così è vera, beh, c’è qualcosa di strano dietro, giacché non è normale dedicarsi, in anni e anni di carriera, con uno zelo e una precisione che non dovrebbero essere propri di quei piedi e di quei gol, alla bellezza sporadica, quasi che solo questa valesse, mentre la normalità può anche essere trascurata o del tutto respinta.
Forse Fano somiglia a Umberto e Ivan, fatica cioè ad esprimersi, a dire qualcosa che non sia stupendo (il che significa condannarsi per la maggior parte del tempo al mutismo)? Forse sì.
Spero che questi benedetti soldi vengano fuori da qualche parte e che i granata possano ottenere ciò che hanno guadagnato sul campo. Quattro marchigiane in C sarebbe un bel ritorno a un tempo che non ho mai vissuto ma di cui ho parecchia nostalgia.

venerdì 3 giugno 2016

Monkey hangers




In former times, mid war an' strife,
The French invasion threatened life,
An' all was armed to the knife,
The Fishermen hung the Monkey O!
The Fishermen wi' courage high,
Seized on the Monkey for a spy,
"Hang him" says yen, says another,"He'll die!"
They did, and they hung the Monkey O!.
They tortor'd the Monkey till loud he did squeak
Says yen, "That's French," says another "it's Greek"
For the Fishermen had got drunky, O!
"He's all ower hair!" sum chap did cry,
E'en up te summic cute an' sly
Wiv a cod's head then they closed an eye,
Afore they hung the Monkey O!


(The Monkey song)

Siamo nei primi anni dell'Ottocento e ci troviamo in quel di Hartlepool nella contea inglese di Durham. Sembra una giornata come tante ma il tempo non è dei migliori, c’è una tempesta e la gente del luogo non può andare a fare ciò che di solito si fa in quel di Hartlepool ovvero pescare, perché in fondo a Hartlepool, nei primi anni dell'Ottocento, non c’è un cazzo da fare se non pescare.

Una nave battente bandiera francese lotta nella tempesta e i cittadini di Hartlepool la osservano con attenzione, quasi intimoriti, perché siamo nel pieno delle guerre napoleoniche e si teme un’invasione francese. Dopo ore, la nave ormai alla deriva, si arena sulla spiaggia. Un gruppo di pescatori che ha seguito la scena dalla costa si avvicina e la perlustra alla ricerca di qualche superstite, la “Chasse - Maree” è vuota, l’equipaggio probabilmente disperso, c’è un solo sopravvissuto vestito da soldato: “E’ un francese!”- “E’ una spia!” urlano i pescatori e  la gente del luogo. In realtà quello strano individuo è una scimmia, una scimmia vestita con la divisa dell’esercito francese, probabilmente per il divertimento dell’equipaggio.
Come potete ben immaginare in quel di Hartlepool nei primi anni dell'Ottocento nessuno ha mai visto un francese e nessuno ha mai visto una scimmia. I pescatori decidono di processare l’invasore, la scimmia ovviamente non risponde alle domande, arriva dunque la sentenza: condanna a morte. A fare da forca l’albero di una delle loro Coble. La scimmia viene impiccata e da quel giorno i cittadini di Hartlepool saranno per tutti i Monkey hangers. 

Passa un secolo intero, siamo nel 1908, e in quel di Hartlepool non c’è da fare un cazzo se non pescare, non si vedono navi francesi e scimmie all’orizzonte. La “West Hartlepool rugby club” è appena fallita lasciando inutilizzato il suo stadio, il Victoria Ground. Molti lo ritengono uno spreco e decidono di fondare una squadra di calcio con il nome di "Hartlepools United Football Athletic Company". Va detto  che dal 1881 esisteva in città il West Hartlepool Amateur Football & Athletic Company Limited, una squadra che nel 1905 riuscì  ad aggiudicarsi la FA Amateur Cup , battendo in finale il Clapton (club di Forest Gate, Londra) per 3 a 2. Il West Hartlepool raggiungerà l’anno seguente il quarto turno di FA Cup venendo eliminato dal Barrow e arriverà quarto in Northern  League nella stagione 1907/1908. Con l’avvento dell’ Hartlepool United molti giocatori lasciano la squadra per unirsi alla nuova compagine, il West Hartlepool  resisterà altri 2 anni prima di fallire e lasciare l’intera città al nuovo club.
Passerà quasi un altro secolo, bisognerà aspettare il 2002 per arrivare dove voglio arrivare io, ma vale la pena andare con ordine, perché l’Hartlepool nel corso della sua storia  ha regalato diverse gioie.

Hartlepool United 1908
La prima partita dell’Hartlepool viene disputata il 2 settembre del 1908 contro il Newcastle, una partita senza storia che vede i pools vincere addirittura per 6 a 0.  Esordio con il botto che potrebbe far pensare a una storia ricca di soddisfazioni e trofei ma purtroppo non sarà così.

Nel 1916 il porto di Hartlepool è  uno dei più importanti di tutta l’Inghilterra, siamo in pieno primo conflitto mondiale e un dirigibile tedesco senza scimmie a bordo, bombarda e distrugge la tribuna che affaccia su Clarence Road. Viene costruita una tribuna in legno che resterà fino al 1980 quando verrà abbattuta per motivi di sicurezza, il nuovo settore verrà costruito soltanto nel 1995. Dopo la fine della guerra il club ha tentato per anni di farsi risarcire direttamente dal governo tedesco il danno subito.

Nella stagione 1921/1922 viene acquistato dal Workington tale Forman per 10£ e una confezione di aringhe affumicate. Sul finire degli anni Venti il manager del club è Bill Norman e si narra che una volta, per convincere i propri giocatori ad allenarsi sotto una violenta nevicata, si spogliò nudo e cominciò a rotolarsi in mezzo al campo innevato.


Il 5 gennaio del 1957 al Victoria Park si gioca quella che diventerà la partita più importante e bella della storia dei pools. Il terzo turno di FA Cup mette di fronte i Monkey hangers contro forse il Manchester United più forte della storia, quello dei  Busby babes. Il Victoria Park quel giorno conta 17.426 spettatori, record assoluto per l’Hartlepool. Passano solo 9 minuti e il Manchester si porta in vantaggio con Whelan, 1 solo minuto dopo è John Berry a raddoppiare e al 30esimo minuto Tommy Taylor mette a segno il goal del 3 a 0. L’allenatore dei pools è Fred Westgarth in carica dal 1943, sotto il suo regno quel giorno riceverà l’ultimo regalo della sua carriera. I pools accorciano al 35’ con Frank Stamper, vanno sul 2 a 3 al  53esimo con Dennis Johnsson e 12 minuti dopo pareggiano con Jackie Newton. Ci penserà l’irlandese Billy Whelan a rovinare tutto portando i red devils sul 3 a 4.  Neanche 30 giorni dopo i pools vengono sconvolti dalla scomparsa di Fred Wesgarth. Matt Busby qualche tempo dopo nella sua autobiografia  descriverà quel Hartlepool – Manchester United così: “The most exciting match I've ever watched." Un anno dopo ci fu il tragico disastro aereo di Monaco di Baviera in cui morirono otto undicesimi di quello storico Manchester.
L’Hartlepool ha sfiorato la vittoria nella Third Division North e si è spinto fino al quarto turno di FA Cup.

Ottobre del 1965, la dirigenza dei pools decide di affidare la squadra a un allenatore appena 30enne, proveniente dalla panchina della squadra riserve del Sunderland. Il giovane manager accetta l’incarico e chiama come vice un altro signore un tantinello più anziano che al tempo è manager del Burton Albion. I due, vista la pessima situazione finanziaria del club (il più giovane dei due guiderà addirittura il pullman durante le trasferte per non gravare sul bilancio), decidono di girare tutti i pub di Hartlepool alla ricerca di fondi e riescono a costruire una squadra più che decente che riuscirà a spingersi fino all’ottava posizione in campionato, tanto basta affinché  il Derby County si accorga di loro. Quei due uomini si chiamano Brian Clough e Peter Taylor e la loro carriera da professionisti, nonché la loro splendida storia, partirà proprio da Hartlepool.
Il 6 maggio 1968 un anno dopo  Clough e sotto la guida di Angus McLean, l’Hartlepool batte 2 a 0 lo Swansea al Victoria Ground e conclude al terzo posto la sua stagione centrando la sua prima storica promozione in terza serie. L’avventura in terza serie durerà un solo anno.

Brian Howard Clough porta i pools in trasferta
Poi il nulla, se non in negativo, come nella stagione 1992-1993 dove i pools entrarono nella storia per aver disputato 13 partite di fila senza segnare un solo gol.

E arriviamo al 1999. Hartlepool è ancora quella città dove non c’è un cazzo da fare se non pescare. Nel frattempo, un pizzico di popolarità in questi anni è arrivata grazie alla matita di Reg Smythe, che nel 1957 creò per il Daily Mirror il fumetto Andy Capp, ambientato proprio ad Hartlepool, città natale di Smythe.

Andy Capp

Il 31 ottobre del 1999 al Victoria Ground si gioca il primo turno della FA Cup, l’Hartlepool affronta il Millwall e i pools vincono con un gol di testa di Gary Jones al 90esimo. Tuttavia, quella data non passerà alla storia per la sofferta vittoria sul Millwall: quel giorno infatti fa il suo esordio ufficiale la mascotte della squadra. Dopo anni passati a offendersi per il poco simpatico appellativo di “Monkey hangers” i pools decidono di esorcizzare quella presa in giro scegliendo come nuova mascotte proprio una scimmia chiamata H'Angus the monkey.

 H'Angus
Il Primo H’Angus della storia fu James Auton, poco tempo dopo però  prese il suo posto Stuart Drummond. Stuart Drummond:  classe 1973, un  “Higher national diploma” in business finance and languages presso l’università di Salford, tanti anni da cameriere sulle navi da crociera, un lavoro in un call-center, un dente scheggiato durante una partita di calcio  e  una  sincera devozione per il suo nuovo ruolo.
Per Stuart essere H’angus è una missione, non è una di quelle mascotte che gira per il perimetro dello stadio, limitandosi a salutare i bambini, Stuart ha voglia di passare alla storia. Nel novembre del 2000 durante una trasferta a Scunthorpe , tra primo e secondo tempo ha mimato un rapporto sessuale con una steward locale davanti al proprio pubblico in trasferta. H’angus venne così allontanato dal campo di gioco e l’allora presidente dello Scunthorpe minacciò  una querela, nonostante le scuse di Stuart. Il club prese la vicenda molto seriamente ma il calore dei tifosi che nei giorni seguenti indossarono delle T- shirt con scritto “H'Angus Is Innocent” aiutò Stuart a restare al suo posto. Non è  erto facendo finta di ingropparti una steward dello  Scunthorpe che puoi passare alla storia, ma farsi cacciare da un campo come mascotte è già qualcosa. Ma non abbastanza. Il 13 maggio del 2001 l’Hartlepool gioca a Blackpool. Si tratta dell’andata della semifinale play-off della third division, il campionato è stato stravinto dal Brighton, trascinato dai goal(28) di un giovanissimo Bobby Zamora. Oltre al Brighton vengono promosse in second anche  Cardiff e  Chesterfield, rispettivamente seconda e terza forza del torneo. Dalla quarta posizione alla 7 si disputano i Play – off e i pools sono quarti con 77 punti sopra: Leyton, Hull e appunto Blackpool. E’ l’anno buono e a Bloomfield road servono tutti e ovviamente serve anche Stuart

Stuart segue la squadra, quando entra in campo, dopo pochi metri, viene placcato e scortato fuori dal campo un’altra volta. H’angus questa volta ha la colpa di aver fatto il suo ingresso sul terreno di gioco con una bambola gonfiabile vestita con il completino dell’Hartlepool. Secondo la polizia locale, il signor Drummond era anche palesemente ubriaco. Le due partite finiranno 2 a 0 e 1 a 3, spazzando via i sogni di gloria dei pools. Il Blackpool verrà promosso grazie alla vittoria in finale per 4 a 2 sul Leyton. Il club vieterà a H’angus di partecipare alle future trasferte. Stuart non si deprime, non c’è bisogno di lasciare Hartlepool per passare alla storia.

Il 18 ottobre del 2001 i cittadini di Hartlepool sono chiamati alle urne per via di un referendum. Bisogna scegliere tra il “Cabinet system” e l’elezione diretta del sindaco. In un posto dove non c’è un cazzo da fare se non pescare, il quorum viene raggiunto facilmente. Hartlepool è divisa, la città che 2 secoli prima si era unita per condannare a morte una scimmia, oggi è spaccata, ma seppur di poco vince con il 50,9 % dei voti l’elezione diretta del sindaco. Il 2 maggio 2002 per la prima volta nella sua storia, Hartlepool  voterà il proprio primo cittadino
Un giorno a Stuart viene un’idea, presentarsi per gioco alle elezioni come H’Angus per pubblicizzare il club, per farlo però ha bisogno di due cose: il permesso della società e soprattutto le 500 sterline di deposito per candidarsi alle elezioni.  Stuart va a bussare alla porta di Ken Hodcroft, patron dell' Hartlepool e presidente(fondatore) della società petrolifera(la IOR) che lo controlla. Hodcroft  accetta e mette di tasca sua il deposito a condizione che il club non venga coinvolto, può fare campagna vestito da H’Angus, può usare lo stadio prima delle partite,  ma la società non lo supporterà  politicamente. In fondo tutta questa storia non è altro che uno scherzo, una simpatica provocazione.
H’Angus/Drummond comincia la sua campagna al grido di "free bananas for schoolchildren". Quello di fornire banane gratis ai bambini delle scuole è il primo punto del suo programma e forse l’unico, nel mentre i pools, classificandosi settimi, si qualificano nell’aprile del 2002 per la terza volta consecutiva ai play – off promozione per la second division, l’avversario di turno è il Cheltenham Town(quarto classificato) finisce con un doppio 1-1 e con i rigori che sorridono alla squadra del Gloucestershire, altra delusione quindi per i  “Monkey Hangers” che a questo punto si ritrovano a tifare per l’unico obiettivo stagionale rimasto in piedi: L’elezione a sindaco della propria mascotte.
Drummond si presenta alle elezioni con una lista indipendente, i suoi avversari neanche lo calcolano, Stuart fa campagna tra una partita e il suo lavoro in un call center, oltre alle banane gratis per i bambini, punta alla sicurezza della città, alla riduzione dei consiglieri e a fornire nuove strutture sportive per i giovani. Lontano dai forum dove i suoi avversari partecipano ad animati dibattiti, gira per la strada vestito da H’Angus ascoltando i problemi e le richieste della gente che incontra.  Ben presto la città comincia a convincersi che il ragazzo vestito da scimmia non scherza, non è per niente uno stupido o un pazzo e in più è uno di loro. Un Bookmaker locale quota la vittoria di Drummond a 100, ben presto però dovrà sospendere le scommesse per il numero elevato di giocate e quello è il segnale che forse Stuart ha più di una possibilità.
Leo Gillen è un imprenditore locale, ha condotto la campagna per l’elezione del diretta del sindaco, fa parte del partito laburista e chiaramente è il favorito numero 1 per la poltrona. Leo Gillen è il Manchester United( o visto che siamo nel 2002 l’Arsenal) il resto dei candidati sono paragonabili a squadre di First division come il liberaldemocratico Arthur Preece, già capo del consiglio o di second come il conservatore Stephen Close e l’altro indipendente l’ imprenditore locale Ian Cameron. Stuart è chiaramente l’Hartlepool United, nella sua anonima third division,  con la sua storia personale vissuta senza raggiungere mai la vetta, proprio come l’Hartlepool United. Forse proprio questo può rappresentare la  svolta, essere l’Hartlepool o semplicemente essere Hartlepool, rappresentare la città nella sua semplicità.

Stuart Drummond
Il 2 maggio 2002 Leo Gillen ottiene un totale di 6.762 preferenze, tante ma non abbastanza perché con 7.395 voti il primo sindaco della storia di Hartlepool sarà il 29enne Stuart Drummond, operatore di call center in settimana, H'Angus the Monkey quando c’è da sostenere l’Hartlepool United. 

“Forget about the monkey. The monkey was there only for promotion purposes. The monkey was just for publicity. I am Stuart Drummond, I  am the Mayor of Hartlepool, not the monkey”
(Stuart Drummond)

 Non la prende bene nessuno, in primo luogo I laburisti che parlano di “Problema serio” e di situazione che “Ridicolizza il sistema”. I liberaldemocratici contrari all’elezione diretta del sindaco parlano di  “Politica populista” e “Personaggi superficiali”. Durante il conteggio dei voti viene avvicinato da Peter Mandelson membro per della Camera dei comuni per la circoscrizione di Hartlepool, futuro ministro delle attività produttive nel governo Brown  e futuro chiacchierato consigliere/eminenza grigia di Tony Blair durante il suo regno. I primi consigli arrivano da lui e ovviamente il primo passo (comunque già deciso in precedenza) è quello di lasciare per sempre il costume di H’Angus.
Il primo grande scoglio sta nel primo punto del suo programma, quello delle banane gratis ai bambini delle scuole. Non si può fare, il costo è ovviamente enorme e Stuart lo aggira mettendo a disposizione una porzione di frutta fresca nelle mense scolastiche. Diminuisce come promesso il numero di consiglieri, salva un campo sportivo dalla chiusura. Stuart si mette sotto e giustifica le sue 53mila sterline l’anno(al call center arrivava a circa 10.000). I laburisti e il mondo della politica in generale non vedono l’ora di sentire il botto, Stuart resta in sella fino a fine mandato e si ripresenta alle elezioni del 5 maggio 2005, battendo di 10.000 voti il candidato laburista Carl Richardson e arrivando al 42% delle preferenze. Quattro anni più tardi arriverà la terza elezione,  il 4 giugno del 2009 ha la meglio di poco su Ian Cameron(indipendente) 6.867 a 6.023. Stuart Drummond l’ex mascotte è il primo sindaco nella storia del paese ad essere eletto per 3 mandati consecutivi.
Il 15 novembre del 2012  attraverso un altro referendum, Hartlepool decide di tornare al “Cabinet System”, Drummond esce di scena nel maggio 2013 dopo 11 anni di regno.

Dopo Stuart il costume di H’Angus è stato indossato da Ceri Anderson, al tempo  mamma 26enne che studiava  per diventare maestra. Ceri è stata H’Angus fino al 2005 quando lascerà il posto a Scott Llewellyn. Scotte sarà un H’Angus molto attivo. Dopo aver ottenuto l’incarico decise che era l’ora di dimagrire anche per dare il buon esempio.Scott  partecipa a diverse gare vestito da H’Angus. Nel 2006 prende parte alla Great North Run, una delle più importanti  mezze maratone del mondo, 21 km che collegano Newcastle a  South Shields, si preparerà a quella gara, arrivando terzo nella competizione più bella della storia del nostro pianeta la “Mascot Grand National” gara annuale che raccoglie fino a 100 mascotte del paese(non solo calcistiche) e le fa correre(con tanto di ostacoli di 40cm lungoil percorso) in un ippodromo. Per chi fosse interessato si tiene a Kempton Park.
Chaddy the Owl virile mascotte dell'Oldham Athletic - 2 volte campione

Scott lavora in un’industria siderurgica e quando nel 2009 il settore va in crisi, prende il suo costume e si dirige verso Londra, esattamente a Trafalgar Square dove con un cartello con scritto “Please save our steel” e cantando canzoni dell’Hartlepool cerca, in pieno stile H’Angus, di attirare l’attenzione dei media sul problema che vivono le  acciaierie del nord est del paese. Scott lascia dopo sette anni  e cede lo scettro nel 2013  a Michael Evans.  La cosa divertente è che Michael Evans è pronipote di Nick Evans, lo scout che portò nel 1922 Forman per 10£ è una confezione di aringhe affumicate.

L'Hartlepool United nel 2003 regala subito una gioia al suo sindaco, classificandosi seconda a 85 punti dietro i Rushden & Diamonds e centrando così la promozione in second division. In second giocano per 3 anni di fila arrivando 2 volte di seguito ai play off per la promozione in Championship. Il primo  anno si classificano sesti e si qualificano per i play off. L'avversario in semifinale è il Bristol, l'andata finisce 1 a 1, il ritorno è particolarmente amaro, i "Monkey Hangers" passano in vantaggio al minuto 68 con Anthony Sweeney, fino al 88esimo  reggono, poi in  2 minuti prendono due goal da Goodfellow e Roberts e addio finale.
L'anno seguente si classificano ancora una volta sesti e ancora una volta prenderanno parte ai play off, la semifinale sorride però ai pools che superano il Tranmere ai rigori con rigore decisivo di Ritchie Humphreys, professione mediano, colui che fallì il tiro dal dischetto decisivo contro il Cheltenham e che giocherà con la maglietta dell'Hartlepool fino al 2013 collezionando più di 480 presenze. Il 29 maggio del 2005 al Millennium Stadium di Cardiff l'Hartlepool si gioca l'occasione della vita. L'avversario è lo Sheffield Wednesday, la posta in palio è la promozione in Championship.  Lo Shieffield passa in vantaggio a fine primo tempo con lo scozzese McGovern. Dopo soli due minuti dall'inizio della seconda frazione di gioco l'Hartlepool trova il pari con l'attaccante gallese Eifion Wyn Williams. Al minuto 71, a soli 60 secondi dal suo ingresso in campo, la punta irlandese Jonathan Marvin "Jon" Daly , fa valere i suoi 191 cm e di testa porta in vantaggio i pools. Sembra fatta ma 10 minuti più tardi Chris Westwood tocca in area  Drew Talbot, per  il signor Phil Crossley, arbitro della partita,  è rigore, Westwood protesta platealmente e viene espulso. E' l'inizio della fine. MacLean va segno dagli 11 metri e durante i supplementari, con Whelan prima e con Talbot poi, lo Sheffield fa sua la finale fissando il risultato sul 4 a 2. L'Hartlepool perde l'ultimo treno per la seconda serie del calcio inglese. Ritorneranno in League one(ex Second division) soltanto 1 anno dopo classificandosi secondi alle spalle del Walsall. Nelle sei successive stagioni i pools restano aggrappati alla terza serie, senza mai neanche sfiorare i play off. Nel 2013 tornano in football league two per restarci. In questa stagione l'Hartlepool ha chiuso al 16esimo posto in classifica, una stagione difficile che ha visto l'esonero di Ronnie Moore, allenatore che nel 2014 salvò con un vero e proprio miracolo i monkey hangers, cha al momento del suo insediamento(il 16 dicembre) si trovavano a 10 punti dalla salvezza. L'attuale allenatore è Craig Hignett ex assistente di Aitor Karanka al Middlesbrough e nelle mire del Blackburn Rovers per la prossima stagione, che sembra però destinato a passare guidando i pools. Da un anno l'Hartlepool ha cambiato proprietà , il nuovo presidente è il 35enne Gary Coxall e il club fa parte della JNPG, un' agenzia di collocamento. Promettono grandi cose, non resta che stare a guardare.

Stuart Drummond oggi continua a occuparsi del bene di Hartlepool da manager della "Hartlepool NDC Trust". Quando ha lasciato il municipio, i consiglieri per salutarlo hanno regalato al buon Stuart un abbonamento  dell' Hartlepool United. Se ne è andato in silenzio tra gli applausi anche del partito laburista, quelli  che lo accusavano di ridicolizzare il sistema. Rimane ancora il dubbio se i cittadini di Hartlepool la prima volta abbiano votato Stuart per le sue idee o semplicemente perchè rappresentasse H'angus. Una risposta in questo senso ce la possono dare i tifosi dell'Hartlepool United. Da qualche anno per l'ultima trasferta della stagione i tifosi dei pools sono soliti travestirsi da qualcosa: Oompa Loompa a Londra contro il Chartlon nel 2011,  puffi sempre contro il Chartlon al The Valley nel 2012, pinguini a Crawley, Thunderbirds a Plymouth, Bob Marley a Calrisle nel 2015 e in questa stagione da  Stormtroopers sempre a Plymouth. Secondo voi gente così, nel 2002, ha votato per Stuart Drummond o per H'Angus?  Non possiamo saperlo con certezza ma lo immaginiamo, quel che è certo però è che Stuart Drummond in 3 mandati si è dimostrato un signor sindaco.

Oompa Loompa al The Valley
 Per quanto carina e tranquilla non esistono sono tanti motivi per visitare Hartlepool(tolta forse la statua di Andy Capp) se non camminare per le vie dell'unica città al mondo dove una scimmia può essere impiccata oppure diventare sindaco.

So they hung the monkey from the gallows in the town,
With a rope around his neck, and his tail hanging down,
As a warning to Napoleon to make himself a rule,
Not to send his little hairy spies to old Hartlepool.

 (The Hartlepool monkey - Alan Wilkinson)

giovedì 19 maggio 2016

"Cantona", di Andrea Romano. Un'anticipazione



Il nostro amico Andrea Romano, che su queste pagine ci ha ricordato i suoi anni a Malaga, e che su pagine di carta ben più prestigiose ha fatto una gustosa carrellata dei matti del calcio ("Manicomio Football Club"), oltre a contribuire al mitico "Memorie dell'Europa calcistica" con il pregevole racconto scozzese tanto elogiato da Antinelli, torna - peraltro direi con gli stessi toni letterari foschi del racconto da ultimo citato - in libreria con un romanzo biografico, o una biografia romanzata, insomma con un lungo racconto, su Eric Cantona, The King per gli amici ("Cantona. The King", Giulio Perrone Editore, collana Fuori Classe, 2016). In attesa che si cimenti con la sua prova più ardita (gira voce che stia progettando un romanzo distopico in cui Alessandro Rinaldi non regala il pallone a Owen contro il Liverpool, la Roma vince quella Coppa Uefa e Rinaldi, dopo anni di gloria, sfida Marchini al ballottaggio come sindaco di Roma), buona lettura con il suo nuovo libro, di cui ci pregiamo di offrire questa bella anticipazione.

***

Londra, mercoledì 25 gennaio 1995.

Tu adesso torni indietro e gli cancelli quell’espressione da demente dalla faccia.
Quanto è vero cristo iddio. Sì, tu ora esci da questa stanza e gli sviti quella sua inutile testa di cazzo.
Un pugno dopo l’altro.
Fino a quando non senti le sue cartilagini sbriciolarsi sotto le tue nocche.
Un dente dopo l’altro.
Fino a quando le sue labbra non la smettono di pronunciare quel nome.
Eléonore.
Non un nome qualsiasi. Il nome di tua madre. Ossa delle tue ossa. Carne della tua carne.
Chiudi gli occhi ma riesci ancora a vederli. Sono ovunque. Sotto il tuo naso e davanti alle tue retine. Sorrisi affilati innestati su volti anonimi. Non smettono un attimo di guardarti. Fisso. I loro occhi dentro ai tuoi occhi. Fino a quando non scoppiano in una risata sguaiata. Ed è inutile che provi a proteggerti le orecchie con i palmi delle mani. Perché tanto puoi sentirle riecheggiare dappertutto.
Dietro a ogni angolo. Aggrappate a ogni parete. Davanti a ogni spigolo.
Bocche velenose che ti ripetono che questa non è più casa tua. E non lo sarà mai più. Perché sei finito. Perché per te, qui, non è rimasto niente. Solo polvere e oblio e sofferenza e dannazione.
Tu, il francese insolente che sognava di conquistare la perfida Albione.
Provi a girare la maniglia ma le tue dita mancano la presa. Falangi impazzite che si rifiutano di obbedire ai tuoi ordini. Arti ammutinati che pensano sul serio di potersi ancora salvare.
Appoggi la schiena alla porta e ti guardi intorno.
Muri anneriti. Pavimenti scoloriti. Legno scheggiato. Panche consumate.
Giri la testa alla ricerca di una prova, di un disperato appiglio che ti faccia capire che questo non è altro che un delirio. Trovi solo buio. Buio che ti opprime la gola e ti sgonfia i muscoli. Buio che si mette in marcia verso di te. Lentamente. Centimetro dopo centimetro dopo centimetro.
Inspiri. Espiri. Inspiri. Espiri. Inspiri.
Vorresti metterti in salvo ma non riesci a schiodarti da lì.
Le gambe pesanti. La testa che frizza. Gli occhi che bruciano.
Il piede destro davanti al sinistro. E ti ritrovi solo e impaurito.
Il piede sinistro davanti al destro. E capisci che è tutto finito.
Niente più cori. Niente più applausi. Niente più preghiere. Niente di niente.
Stai per metterti ad urlare quando le senti addosso. Sulle tue braccia e sulla tua schiena. Intorno alle spalle e appese alla maglia. Sono fredde, umide, appiccicose. Mani. Le mani di Norman Davies. Gira la chiave nella toppa e ti urla contro qualcosa. E lo fa con la rabbia impastata a riverenza. Grida che ti devi calmare, il povero Norman. Strilla che se vuoi davvero uscire da questo spogliatoio del cazzo devi prima passare sul suo corpo del cazzo e poi buttare giù quella porta del cazzo.
Come se tu non fossi disposto a farlo sul serio. Come se tu prendessi davvero ordini da un magazziniere.
Espiri. Inspiri. Espiri. Inspiri. Espiri.
Ti sfili la maglia e la lanci il più lontano possibile. Pensi a loro. Lì fuori. Senza di te. Ti siedi con il cuore che rimbomba al centro del tuo petto. Ancora una manciata di minuti e sarà tutto finito. Per sempre. Perché dopo non ci saranno più partite da giocare né gol da segnare. Non ci saranno più stadi da ammutolire né colletti da alzare.
Norman si avvicina e ti passa un bicchiere di tè. L’unico modo in cui i pidocchiosi sudditi di Sua Maestà sanno risolvere i problemi.
Un sorso.
Due sorsi.
Tre sorsi.
E senti il calore che scende dritto giù nella tua gola.
Quattro sorsi.
Cinque sorsi.
Sei sorsi.
E questa notte non sembra poi così fredda.
Inspiri. Espiri. Inspiri. Espiri. Inspiri.
Ti togli i pantaloncini, le mutande, i calzettoni. Lasci cadere tutto sul pavimento, piano. Poi guardi i tuoi piedi. Con i cerotti che avvolgono le dita e le unghie deformate dalle botte. Ti fanno male. Ma è un dolore che non hai mai sentito in vita tua.
Dolore di testa. Dolore di sangue. Dolore di ossa.
Strofini le piante sulle mattonelle fredde e sbeccate. E mentre senti la pelle appiccicarsi al pavimento, ecco che un brivido si mette in marcia lungo la tua schiena.
Il tuo futuro. Un futuro molto più nuvoloso di quello che eri abituato a sognare. Nessun futuro.
Giri le spalle a Norman e spalanchi l’acqua calda. Provi a lavare via dalla tua pelle le ultime tracce di loro. Provi a gridare fuori dal tuo corpo le ultime scorie di rabbia che ancora ti legano a loro.
L’acqua bollente si infrange contro i tuoi capelli, controi tuoi zigomi contro il tuo naso. Scioglie lo sporco che ti si è incollato addosso e lo trascina giù nello scarico.
Goccia.
Dopo goccia.
Dopo goccia.
Chiudi gli occhi mentre sotto il tuo naso sfilano gli ultimi mesi della tua vita.
Tu felice. Tu sicuro di te stesso. Tu invincibile.
Apri gli occhi mentre sotto il tuo naso sfilano crudeli gli ultimi minuti della tua vita.
Tu ferito. Tu reietto. Tu distrutto.
Chiudi la manopola e i tuoi denti iniziano a sbattere l’uno contro l’altro. Hai freddo. E sei spaventato. Ti accorgi che stai tremando. Anche se non la smetti di ripetere che tutto si sistemerà, che ti perdoneranno. Perché devono farlo. Perché loro non hanno altro dio all’infuori di te.
Tu non hai paura.
Tu non hai paura.
Tu non hai paura.
E invece tu hai paura.

Fottutamente.