mercoledì 12 agosto 2015

Hop Sion! Storia di un preliminare di Champions alpino

Innanzitutto, la squadra: FC Sion 1909. Il faro calcistico del Vallese, cantone svizzero al confine con l’Italia. Nel bel mezzo delle Alpi, dove risulta difficile anche solo reperire un campo d’erba totalmente orizzontale. Fortunatamente l’amore per il calcio non si ferma ai valichi alpini e non si scoraggia di fronte alla neve. Questa è una delle tante lezioni che ho appreso dalla storia del Sion. Una storia che parla di passione e successi, ma anche di delusione e consapevolezza. Che traccia una parabola, parte dalle retrovie di un campionato trascurabile e arriva fino in Europa, per poi tornare giù. Un biglietto di andata e ritorno purtroppo, ma il piccolo grande Sion riuscì ad arrivare in alto. E nessuno ci avrebbe mai scommesso.
Chi, come me, è nato nei primi anni Ottanta, ha visto il club vallesano trasformarsi. Dalla mezza classifica alla vittoria del campionato, dalla lotta per evitare la retrocessione alla coppa più prestigiosa. Sì, la Champions League, la coppa riservata ai grandi. Magari non proprio la finale, ma i turni preliminari, quelli sì. Non più trasferte a San Gallo, basta derby col Losanna. Dopo le prime vittorie in campionato, nella mia testa di tifoso adolescente c’era spazio solo per la musichetta che apre le partite a metà settimana. Quella che bisognava cantare in falsetto, che sembrava riservata solo a Madrid, Milano, Monaco e poche altre città. Nelle mie velleità di ultras, già sentivo il boato delle bombe carta, già speravo di guardare un’intera partita attraverso la nebbia fitta dei fumogeni.
Fino a quando il destino del Sion non si incrociò con quello del Galatasaray.
Era il 1997, il Vallese contava 250 mila abitanti, lo Stadio di Tourbillon conteneva 20 mila tifosi e in campo non scendevano undici giocatori qualsiasi, ma il Sion degli anni Novanta, pieno age d’or. In quegli anni sulle pagine sportive del Nouvelliste, il quotidiano cantonale più diffuso, c’era spazio solo per due argomenti: d’inverno, Tomba la Bomba, il resto del tempo, l’FC Sion. Durante la breve estate che precedette l’inizio della stagione 1997/1998, nei bistrot vallesani non si parlava certo di obiettivo-salvezza, ma ci si riempiva la bocca di paroloni come “doublet” e “Ligue des Champions”, pronunciato rigorosamente alla francese.


Il presidente del Sion, Christian Costantin, era un folcloristico self-made man locale. Aveva acquistato il club nel 1992 e il suo arrivo ebbe più o meno l’effetto della presidenza Berlusconi per il Milan: una pioggia di titoli nazionali e qualificazioni europee. Costantin faceva sognare, sfrecciava tra Sion e Martigny con la sua Ferrari e quasi ci si aspettava che lanciasse mazzette di franchi svizzeri dal finestrino. Ma, grazie al cielo, il presidente i soldi li usava in un altro modo, sguinzagliando talent scout in giro per l’Europa, contattando procuratori dalla dubbia fama, annusando il sottobosco del calcio mercato franco-afro-brasiliano.
Si presentava allo stadio in maniche di camicia, con il golfino sulle spalle, ai tempi in cui Marchionne stava ancora studiando in Canada. Profetizzava vittorie, litigava coi giornalisti ed esonerava allenatori con una regolarità folle. Il tutto per creare un dream team che esisteva solo nella sua testa, un “Olympique des Alpes” con un budget che era un ventesimo di quello del Cavaliere o dell’Avvocato. Ma i suoi erano pur sempre franchi svizzeri, valuta attraente per definizione, e alla fine venne fuori una squadra niente male. Un caleidoscopio di nazionalità e stili calcistici apparentemente incompatibili, ma con una solida base proveniente dal vivaio vallesano. E i risultati parlavano chiaro.
Tutti dovevano iniziare a capire che il Sion poteva costituire un’eccezione. In terra elvetica il calcio, giocato e non, era fortemente legato alle grandi città, dove, oltre ad esserci un maggior numero di campi pianeggianti, era anche più semplice trovare imprenditori disposti a finanziare i club. La lega nazionale, nonostante la neutrale denominazione bilingue Ligue Nationale/Nationalliga, era poi praticamente monopolizzata dagli svizzeri tedeschi, che si imponevano arrogantemente con squadre dai nomi improbabili tipo Young Boys e Grasshopper. Se si escludevano i successi del Lugano nell’entre-deux-guerres, a farla da padrone erano sempre state Basilea e Zurigo. E proprio Zurigo vantava addirittura due club nella massima serie, caso più unico che raro nella storia del calcio rossocrociato. La Svizzera romanda (quella francese per intenderci) rincorreva, per un periodo con il Servette di Ginevra, poi con il Neuchâtel Xamax. Figurarsi se c’era spazio per un paesone come Sion. I vallesani, si pensava, erano grandi scalatori, ottimi sciatori, buoni per fare la festa a suon di raclette e vino bianco. Meglio che il pallone lo lasciassero stare. Così si pensava. Ma nessuno aveva fatto i conti con un presidente ambizioso e una tifoseria parecchio rumorosa. 



Io, ragazzo italo-svizzero, sperimentavo un delirio calcistico lombardo-vallesano. Vivevo a Milano durante l’anno e mi recavo con una certa costanza a San Siro. Pregavo con dedizione affinché la trinità olandese, che si era sfaldata come la caviglia di Van Basten, potesse un giorno tornare e durare in eterno. Quando gli studi liceali mi tenevano lontano dal Meazza, ero comunque immerso nell’inferno rossonero e accendevo la radio, aspettando di leggere la Gazzetta del lunedì. In Italia si respirava calcio, anche solo aprendo la finestra di casa.
L’estate, però, la Serie A chiudeva i battenti per almeno due mesi. Mentre ai miei amici milanesi rimaneva l’onanismo da calciomercato o le inutili notizie filtrate dai ritiri, lo stato di salute di qualche campione o le scappatelle di qualche giocatore “difficile”, per me si apriva il campionato svizzero. Nella seconda metà di luglio, infatti, i club elvetici scendevano di nuovo in campo, ed io ero in curva ad aspettarli. Adoravo andare a Tourbillon, mi ci fiondavo non appena potevo. Durante le lunghe vacanze estive soprattutto, ma anche a Pasqua e ogni volta che ci fosse un ponte a scuola. Perché lo stadio del Sion non era un mega-impianto simil-sovietico, come quelli che punteggiavano la Penisola dopo Italia ‘90, ma era un luogo dello spirito. Tourbillon è il nome del castello che sovrasta i Gradins nord, la curva dei tifosi biancorossi. Da sempre identificato con la città di Sion, il nome del castello è diventato sinonimo di calcio in tutto il Vallese. Il nome completo è Stade de Tourbillon, per questo non lo si nomina mai con l’articolo davanti, ma sempre e semplicemente Tourbillon. Per me era anche meglio di San Siro, più caldo e accogliente. Al Meazza ero un numero sul biglietto, a Sion mi regalavano i biglietti. A Milano cercavo il settore che mi era stato assegnato, a Tourbillon c’era libertà di movimento. Certo, da una parte c’era il Milan di Capello e dall’altra il Sion di Roberto Assis de Moreira, il fratello sfigato di un allora sconosciuto Ronaldinho. A San Siro si festeggiavano successi intercontinentali, mentre i biancorossi al massimo portavano a casa un sedicesimo di Coppa UEFA, dopo una storica vittoria di misura contro l’Olympique di Marsiglia. Ma tutto ciò non mi impediva di esultare alla stessa maniera sia davanti ai tre scudetti consecutivi del Milan, che alle tre Coppe di Svizzera del Sion. La squadra vallesana, infatti, dopo un primo scudetto nel 1992, riuscì nell’impresa di alzare per tre volte di fila la coppa nazionale a partire dal 1995, concedendosi una doppietta campionato-coppa nel 1997.
Ecco dunque il vertice della parabola. Estate 1997, 13 agosto per l’esattezza. Mentre tutti i miei amici in Italia stavano decidendo a quale falò imbucarsi a Ferragosto, io pensavo solo al Sion, al secondo turno preliminare di Champions. Di fronte c’era un avversario mostruoso: i turchi del Galatasaray. Nel primo turno c’era stata la vittoria schiacciante contro la squadra più titolata del Lussemburgo, la Jeunesse Esch. Praticamente una partitella contro la Primavera, un allenamento. Coi turchi però la storia si complicava parecchio. Non che l’Europa vera non la conoscessimo già, l’anno prima avevamo giocato contro il Liverpool negli ottavi di Coppa delle Coppe. In quel caso più che il prestigio della squadra si temeva il fattore psicologico di dover ospitare una tifoseria da incubo. Ugualmente, non credo occorra dilungarsi sulle perplessità che uno svizzero medio può esprimere verso un Paese con la mezzaluna sulla bandiera, figurarsi verso qualche migliaio di entusiasti rappresentanti in trasferta da quello stesso Paese. In molti erano assai stupiti dal fatto che la squadra di Istanbul gareggiasse in una competizione europea e, come sempre in Svizzera, si cominciò a disquisire con estrema serietà sulla collocazione geografica della penisola anatolica. 



Nella settimana che precedette la partita si formarono, abbastanza banalmente, due schieramenti: gli ottimisti e i pessimisti. I primi, sicuri della vittoria, si concentravano sui giocatori. Tra le stelle del Galatasaray vi erano allora due rumeni, entrambi di nome Gheorghe: Hagi e Popescu. Elementi chiave della squadra del Bosforo, lo erano stati anche della nazionale rumena che ai mondiali USA ‘94 scomparve sotto una valanga rossocrociata. Chapuisat e compagni avevano infilato quattro reti splendide. Ricordo la spropositata esultanza di mio padre, in trance davanti al tv color nel cuore della notte. Secondo un ragionamento bizantino, gli ottimisti credevano che lo spirito guerriero elvetico sarebbe stato risvegliato dalla competizione internazionale e avrebbe permesso di sbaragliare l’avversario turco-rumeno.
I pessimisti invece ricordavano una partita di Champions assai simile: gli ottavi tra il Neuchâtel Xamax e lo stesso Galatasaray, stagione ‘88-’89. All’andata, in casa, i cugini dello Xamax avevano dominato tre a zero, ma al ritorno si ritrovarono nell’Inferno di Istanbul: vivace accoglienza a partire dall’aeroporto fino all’albergo, lancio di oggetti contundenti in campo e falli da galera. Il tutto accompagnato da cori che potevano far crollare lo storico Ali Sami Yen. Finì cinque a zero per i turchi e addio ai sogni europei del Neuchâtel. Alla vigilia della partita del Sion ricordo persino di aver letto un’intervista al giocatore feticcio dello Xamax, tale Adrian Kunz, il quale descriveva la partita di dieci anni prima come il suo personalissimo Vietnam e l’Ali Sami Yen come l’unico stadio in cui temette seriamente per la propria incolumità.
Il ricordo di USA ‘94, ancora vivissimo a differenza di quello sbiadito del Neuchâtel, mi portava nel campo degli ottimisti, ma a partire dalla notte di San Lorenzo una sottile paura aveva incollato le mie viscere. Con questi sentimenti contrastanti mi recai a Tourbillon. Per la prestigiosa occasione decisi di andare con mio padre, che comprò dei biglietti in tribuna centrale e si portò dietro anche mio fratello, allora poco più che decenne. Abbandonai la curva, ma una partita di Champions, pensai, andava gustata da seduti, come un piatto raffinato. Per fare casino ci sarebbe stato il campionato, a partire già dalla domenica successiva.
Parcheggiammo nelle vicinanze di un bistrot, questione di farsi una birra (io), un bianco (mio padre) e una rivella (mio fratello) per arrivare allegri allo stadio. Già percorrendo il breve tratto che separava la città da Tourbillon, ci rendemmo tuttavia conto che l’atmosfera non era delle migliori. Il numero spropositato di poliziotti in assetto antisommossa faceva credere che si fosse finalmente realizzato il più grande timore dello Stato Maggiore elvetico: l’attacco al ridotto alpino. Mi parve persino di scorgere qualche riservista dell’esercito in divisa, non so se richiamati d’urgenza per contenere duemilacinquecento tifosi giallorossi o se, semplicemente, desiderosi di entrare gratis allo stadio. Mio padre si rese conto che avrebbe potuto scegliere un’altra partita per portare allo stadio suo figlio più piccolo, il quale però non sembrava minimamente turbato, ma anzi sghignazzava gridando “mamma li turchi” imitando nostra nonna. 




Arrivati all’ingresso capii che la situazione era disperata. I tanto attesi fumogeni e i petardi c’erano, peccato provenissero interamente dalla curva degli ospiti. Una volta dentro, lo sconforto fu definitivo: gli spalti erano pieni solo a metà. Da tutti definito come l’Old Trafford vallesano, Tourbillon normalmente scoppiava di tifosi. Nella stagione della doppietta campionato-coppa era statisticamente lo stadio svizzero con il maggior numero di spettatori e, per quanto i dati non fossero ufficiali, era senza dubbio lo stadio con la più alta concentrazione di tifosi ubriachi. Anche gli Ultras Sion, nei Gradins nord, erano sottotono. Le bandiere sventolavano stanche e il capo ultrà si era persino dimenticato di togliersi la maglietta. Lo conoscevo bene. Sugli spalti la domenica e carpentiere durante la settimana. Un bravo ragazzo, anche se un paio di cicatrici lasciavano intendere che bisognava stargli alla larga, in particolare il sabato sera. Mi chiamava “le rital”, l’italiano, e all’inizio di ogni stagione si premurava di darmi il benvenuto con un cazzotto nella schiena, sputandomi in faccia che avrei fatto bene a imparare in fretta i nuovi cori. Era il suo modo di esprimere un certo affetto, anche perché rientravo tra i pochi valorosi che si facevano sempre la trasferta a Lugano, essendo per me a due passi da Milano.
Nel settore ospiti, invece, c’era il delirio: millecinquecento turchi stipati in un quadrato, con ai lati due corridoi di sicurezza, che presto si riempirono di oggetti d’ogni tipo. I restanti mille tifosi giallorossi erano sparpagliati nelle tribune, compresi tre ragazzi dietro di noi che da soli riuscivano a coprire gli annunci dello speaker.
In panchina sedevano due allenatori leggendari, Alberto Bigon, che meriterebbe una statua solo per aver fatto vincere uno scudetto al Napoli e uno al Sion, e Fatih Terim. Entrambi tesissimi. Iniziò così la partita e dopo quattro minuti eravamo già sotto di uno. Un corner pessimo di Hagi si tramutò in un assurdo autogol di tale Milton, che si spacciava per essere un attaccante brasiliano. In effetti quella sera ci regalò una bella dose di saudade, mettendo un’incornata degna del miglior Bierhoff nella porta sbagliata. Ancora oggi non mi spiego che cosa ci facesse la punta del Sion sul primo palo.
Dopo cinque minuti ci fu il raddoppio del Galatasaray. La partita cominciò a farsi bruttissima, i vallesani si innervosirono e volarono cartellini da una parte e dall’altra. Immancabile, arrivò il fallo di reazione di un nostro difensore. Rosso e Sion in dieci al minuto ventidue. Ormai lo stadio vibrava ritmicamente al suono di un impressionante “GA-LA-TAS-SARRRAY”. Roba da alzarsi e tornare al bistrot. Poi il miracolo. Con un brillante contropiede il Sion riuscì ad arrivare sulla tre-quarti, passaggio filtrante di Zambaz, meraviglioso sinistro incrociato di Lonfat. Rete! Un gol tutto vallesano, essendo Lonfat di Martigny e Zambaz di Vetroz, un paese vicino Sion dove tutti i cognomi finiscono in zeta. Mio padre cominciò a vantare un legame di parentela con metà dei giocatori in campo, mentre io avevo preso mio fratello sulle spalle. 




Tourbillon cominciò a svegliarsi, i Gradins nord finalmente si fecero sentire e nelle tribune ricomparve la solita allegria, insieme a parecchia birra. Finì così il primo tempo.
Uscimmo allora dallo stadio, per andare dietro le tribune a bere qualcosa, visto che in Vallese quando si radunano più di dieci persone in un posto i banchetti con raclette, salsicce e vino bianco non mancano mai. La voglia di bere, però, mi passò in fretta quando mi accorsi che a dividerci dal settore ospiti non c’erano inferriate, ma un doppio cordone di poliziotti. D’altronde in Svizzera le inferriate si potevano trovare solo intorno alle zone militari.
Fino a quel momento i tifosi del Galatasaray in realtà si erano comportati bene e fu permesso loro di uscire sul prato dietro la curva. Allungai la testa tra gli scudi e i manganelli e d’un tratto mi trovai di fronte una scena che non ho mai più dimenticato: centinaia di turchi sparsi sul prato a gambe allargate erano intenti a pisciare. Non pisciavano contro il muro dello stadio, ma proprio in mezzo al prato, uno accanto all’altro, numerosissimi. Parevano l’esercito Ottomano schierato prima della battaglia. Questo gesto tanto arrogante quanto spensierato segnava decisamente la loro superiorità. Erano riusciti a marcare il territorio nel senso letterale del termine. Fu allora che mi venne in mente il motto del Galatasaray: “bir renge ve isme sahip olmak, türk olmayan takımları yenmek” (per avere un colore e un nome, per battere squadre non turche). Compresi fino in fondo chi fossero i grandi e chi i piccoli. I successi del Sion erano arrivati perché c’era tanta voglia di divertirsi e di festeggiare, il Galatasaray invece giocava per dominare. Il divertimento lo lasciavano ai semi-professionisti svizzeri. Tornammo in pancia a Tourbillon come eravamo entrati, avviliti e senza grandi speranze. La pratica venne chiusa in fretta dai turchi, con altri due gol firmati Ilie e Suat Kaya. Doppio fischio e tutti sotto la doccia. Prenderne quattro in casa poteva bastare. Non potei guardare nemmeno la partita di ritorno, visto che nessuna emittente televisiva italiana o svizzera si degnò di trasmetterla. Guardai stancamente il Televideo per novanta minuti, solo per veder comparire lo stesso risultato anche a Istanbul. Con otto reti subite si concludeva la nostra Champions alpina.
La sconfitta contro il Galatasaray segnò l’inizio di un rapido declino. Di lì a poco Bigon si dimise e nel 1998 Costantin lasciò il Sion ormai prossimo al fallimento. Un uomo d’affari camerunense, tale Gilbert Kadji, provò a salvare il club, ma invano. Seguirono retrocessioni e fallimento, in quello che fu senza alcun dubbio il momento più buio della storia del calcio vallesano. Solo nel 2003 Costantin ritornò sui suoi passi, ma questa è un’altra storia.


Curiosamente la stagione 1997/1998 fu disastrosa anche per il Milan. Una combo micidiale per un giovane tifoso. L’addio di Bigon e la crisi dei rossoneri furono tra i primi motivi (o scuse?) che mi portarono a disinteressarmi al calcio. Una recente scintilla, ovvero la decisione di Gattuso di andare a giocare a Sion, pareva potesse riaccendere la passione. Ma fu solo un fuoco di paglia. Nonostante tutto, però, vado ancora a Tourbillon quando mi capita. Bevo una birra, guardo il campo curatissimo e penso a quanto sia bello sentirsi a casa. 

***

Quello che avete letto è il primo dei dieci racconti di "Memorie dell'Europa Calcistica. L'Erasmus del pallone", pubblicato a febbraio da In Contropiede e di cui all'epoca pubblicammo l'introduzione ("Nostalgia di Funchal"). L'ha scritto Raymond Antonin, vallesano di Sion ma cresciuto tra la Svizzera e l'Italia, che oggi vive tra Roma, Parigi e Bruxelles "cercando rifugio", come ama dire lui, "in un’Europa sempre meno francofona, continuando a guardare verso sud". 
Il libro lo si può sempre trovare sul sito dell'editore, nelle librerie on line o alle presentazioni che continueremo a organizzare in giro per l'Italia, perchè finora ci siamo sempre diverti da morire, e quindi continueremo a farlo. 

venerdì 7 agosto 2015

Un anno di 90° Borghetti


Spiegate n po sto gioco che tocca fa!
(M.C.)

Non so a cosa e non so come, ma ci sto
(G.P.)

Mi hanno girato un link dove c'era scritto di scrivervi. Io ora sto in Scozia. Cosa si fa?
(S.S.S.)

No matches scheduled, Vasilikades, Cefalonia, Agosto 2014.
Confesso che il post di Dionigi che lanciava 90° Borghetti neanche io l'ho capito. Ancora oggi non capisco perchè la dissolvenza debba essere detour e non immagino neanche che cosa, in fondo, possa essere dettaglista. Per un attimo ho chiuso gli occhi e ho pensato che non ci avrebbe scritto nessuno. Tanto sbattimento andato in fumo, ecco tutto.
Invece avete scritto in una marea - e, come me, in una marea non avevate capito nulla -. Sulla fiducia, per passione da stadio, per lo scattare fotografie o semplicemnte raccontare qualcosa.

Ne è uscita una pagina meravigliosa (che proveremo a mandare in stampa nel prossimo autunno). Un collage da scorrere all'infinito. Stadi famosi e stadi fatiscenti, tramezzini, borghetti, campi vuoti e autostrade. Addirittura un cane che guarda una partita del Caracas Caffè in Sardegna.

Ora che è trascorsa un'intera stagione vorremmo chiudere l'esperimento 90° Borghetti coinvolgendovi nuovamente. Vi chiediamo di votare quelli che per voi sono i migliori 3 contenuti di 90° Borghetti.

Mettiamo una sola regola: non si vota un contributo proprio.


Di seguito trovate l'archivio di 90° Borghetti:

http://90borghetti.tumblr.com/archive

Chiunque volesse votare può farlo entro il 10 settembre scrivendo a:

bostero@lacrimediborghetti.com e
dionigi@lacrimediborghetti.com

o twittando la sua foto/contributo preferito a @90borghetti.

Chiusa la votazione, faremo un post su Lacrime di Borghetti pubblicando le 10 foto più votate e l'autore della foto più votata, se esce fuori (perchè noi non sappiamo chi ha postato cosa, e, quindi, è tutto sulla fiducia) vincerà una copia di Memorie dell'Europa Calcistica.



@BosteroLdB    @DionigiLdB

lunedì 20 luglio 2015

Mai con una juventina. Il gioco della bottiglia ai tempi di Tacchinardi.

 

Lo ammetto. è successo. Non sono juventino, ma ho visto Barcelona-Juventus e ho simpatizzato per la Juve. Non è stato per fair play verso le italiane (non sono un tipo sportivo), né per il gusto di tifare Davide contro Golia. Eppure mi è successo, e non oso immaginare come sarebbe andata se la Juve avesse vinto.
Non nascondo che il fatto continui a meravigliarmi, anche ora che tutto è finito. Per capire come ciò sia potuto accadere, posso solo cercare di ricostruire.

* * *

Marco B. è senza ombra di dubbio il più carino della classe. Gestisce il primato in modo dignitoso: senza farsi bello agli occhi delle altre e senza mai spostare il tutto su un piano di competizione virile con gli altri maschi. Per i suoi dodici anni è molto sveglio, è bravo in inglese e, soprattutto, ha un cuore grande. Ha un cuore grande, Marco B., anche quando accetta di andare alla festa di compleanno di Elena C., che è stata palesemente organizzata per lui. Elena si è appena classificata al nono posto (su dodici ragazze) in un foglietto che è stato fatto circolare – con cattiveria – tra i banchi della II C e che, inevitabilmente, le è passato sotto gli occhi. Non ha pianto come la decima, l’undicesima e la dodicesima classificata, Elena, ma ha intuito che quel nuotatore di Marco, primo nella rispettiva graduatoria, probabilmente non l’ha inclusa nella sua top-five. Dunque, domenica, tutti a casa di Elena C., dove avrà luogo uno dei più classici giochi della bottiglia: senza lingua, per non offendere nessuno.

A casa di Elena mi convinco che quel Tacchinardi lì, posterizzato alla parete, mi stia guardando dritto negli occhi. Non è una paranoia, ne sono proprio certo: Alessio Tacchinardi mi guarda. è lì, a troneggiare sul muro della camera di Elena, e mi squadra di soppiatto con i suoi occhioni languidi. Quando il complottismo viene meno, mi accorgo di quanto sia bastardo, Tacchinardi. Non sta guardando me, è vero, ma senza che nessuno se ne accorga sta pilotando il movimento rotatorio del bottiglione di Fanta da 1,5 litri in funzione del suo personale diletto. La prima malcapitata è Elena, di fatto padrona della festa come pure del suddetto poster, che invece di baciare Marco come in cuor suo sognava, si ritrova a dover dare un bacino a stampo a Gianluca, e per nessuno dei due l’esperienza è esaltante. Marco, a cui capita Flavia, sembra invece visibilmente più contento. Elena, da par suo, si rabbuia e trattiene le lacrime: eroica, anche questa volta. A quel punto inizio a ricambiare lo sguardo di Tacchinardi preso da un moto di indignazione, perché non mi sembra giusto. Non sei nemmeno tutto ‘sto sex symbol, penso, e ti permetti pure di prenderti gioco di una ragazzina in modo subdolo e meschino. E pensare che lei ti ha preferito a tutti, pure a Paulo Sousa. Trattengo l’istinto di far capire a Elena che il suo disappunto è palpabile. Non sei fatta per essere juventina, vorrei dirle. Vorrei anche spiegarle che questa storia di essere juventine è un po’ una moda, nel senso che è un po’ rischiosa se non si è un po’ arroganti inside, e che Elena, come tante altre, è solo vittima inconsapevole di un trend. Sei buona, Elena, non hai quella cattiveria lì.

Il giorno dopo (un lunedì, dato che rende la difficoltà dell’impresa compiuta), un’altra juventina di nome Flavia – cinica e spietata, in questo caso – è il soggetto del seguente scenario: riceve in mano da Marco – ancora in botta post-litro e mezzo di Fanta – un poster di Ravanelli (sic) che esulta con la proverbiale maglietta sulla testa. Manifesto della Robedikappa disponibile solo nei migliori negozi di sport, maglia blu con stelle gialle cucite sulle spalle. A parte che a Flavia piace Ravanelli[1], la scena è grottesca. Vedo Flavia ringraziare con freddezza un affranto Marco, quindi prendere il poster e imboscarlo nello zaino in tempo record. Vedo, soprattutto, un amico umiliato. 
Due giorni, due poster e una grande consapevolezza. “Mai con una juventina”, giuro a me stesso.

Addirittura vice-capitano, all'occorrenza.
* * *

Che gli spritz ci aiutino è fuori discussione. Avremmo parlato in modo molto meno sciolto, Mia ed io, senza l’aiutino. Archiviato brillantemente il “cosa fai nella vita”, ci adagiamo in quattro mosse nel “che musica ascolti” per commentare più o meno ogni-singolo-pezzo della playlist del bar. La prendo pure per il culo, Mia, quando mi fa proprio quella domanda lì. Poi, però, devo riconoscere che mi ha fatto un favorone. Insomma, dai, sì. Un piatto d’argento e cose così.
Arrivati alle Weiss, una giornata di fine gennaio diventa – grazie al cazzo, si aggiungerà – un pomeriggio estivo: avvertiamo nell’aria una misticanza che piano piano sta arrivando come a secchiate. Mi sono innamorato. Mi sento un Don Gately con meno capacità di sopportazione del dolore, ma sto già pensando che la custodia dei figli, Mia, non l’otterrà mai e poi mai. Saranno chiaramente due, un maschio con un nome dal finale consonantico e una femmina da chiamare in modo esotico, che porterò beatamente sulle spalle dando merda alla finta tranquillità dell’Ethan Hawke di Boyhood. Che poi Mia è anche un bel nome, mi dico, elogiando me stesso mentalmente per non aver fatto banali battute su Marsellus Wallace e i massaggi ai piedi.
Quando mi dice che il calcio le piace molto, è fatta. Posso non mentire. Posso non dire di seguirlo giusto ogni tanto. Tutto è bellissimo, perché è bellissima lei. Andrete allo stadio insieme, pensi: lei vuole che tu non ti snaturi, che continui a seguirlo, il pallone, perché è parte di te.
Tutto bellissimo. Troppo.
- Sono juventina, da sempre.
Qualche secondo di panico. Penso a Elena C., penso a Marco B.

* * *

Le juventine mi hanno sempre turbato, per un qualche motivo. Più che la spocchia dei loro colleghi di sesso opposto, mi irritava leggere nei loro sguardi la consapevolezza di aver optato per il meglio. Mi sembravano cattive. Tipo delle persone che mi avrebbero fatto soffrire. Ricordo quanto mi sembrasse strana la loro percezione estetica, fin dalle elementari.


Per esempio, le milaniste erano in blocco maldiniane. Era luminosissimo, Paolino, e le capivo. Somigliava a un leone, aveva un sorriso da spot pubblicitario e un avvenire leggendario già a vent’anni, dunque conveniva investire su di lui come “preferito”. Poi c’erano le anticonformiste a cui piaceva Boban, che rivelavano già al tempo una propensione per uomini interessanti, dotati di stile se non addirittura di un cervello. Qualche sconvolgimento mi era stato creato solo da una cugina, senza amore per il calcio né tantomeno per il Milan, che si professò pazza di Demetrio Albertini. Nessuno in famiglia riuscì mai a capirne il motivo, ma pare che al tempo mia cugina avesse un’emotività tutta in via di definizione e telefonasse piuttosto spesso all'144 prima di essere sgamata e di trovarsi a passare un mese in punizione. Una decina di anni dopo, parlando del passato, mia cugina ammise che per lei non era stato un periodo molto semplice, ma mi era ancora grata per i ritagli di “Squadra Mia” che in tempi di crisi ero riuscito a farle avere [2].
Le altre, cioè la stragrande maggioranza, erano della Juve, che molti di noi, sbagliando, abbreviavano in “Juven”. No interiste, no altre squadre, no perditempo.


Quello che mieteva più vittime era chiaramente Paulo Sousa. Ci può stare, pensavo. Sembrava un pò Pegasus, un pò un pre-Johnny Depp [3], un pò il D’Artagnan giapponese (quello dove Aramis è una donna ma per favore, nel libro è un prete, maledetti giapponesi). Lo stimavo, ma era ormai ufficiale che qualcosa mi turbasse: ricordo benissimo quanto mi sconvolse l’idea che il pallone potesse essere visto anche da una prospettiva non-maschile. Da quella prospettiva, in particolare. Senza rendercene conto, noi maschi disapprovavamo e storcevamo il nasino punti nell’orgoglio, ma eravamo ancora combattivi [4].
Comunque, poteva sempre andare peggio. Perché capitava che a qualcuna piacesse Fortunato e a qualcun’altra Baggio Dino, e mai un Torricelli o un Rampulla. Ma poi, a un certo punto, quella che ti tirava fuori Ravanelli la incontravi. Per non parlare di quella che, anni dopo, ti rivelava che aveva sempre avuto un debole per Stefano Tacconi.
“Mai con una juventina”, ti ripeti come un mantra.

Poi, che fossero cattive, lo appuravi facile: bastava appena un pò di studio socio-antropologico. Il fenomeno trasversale a tutte le classi sociali, quel Roberto, era sì ritenuto da tutte un bel ragazzo (che poi boh), ma la situazione era aggravata dal fatto che giocasse, anche lui, nella Juven. Noialtri eravamo tolleranti, benché guardinghi e sospettosi, perché in fondo di Roberto non potevamo essere gelosi: forse, inconsciamente, ci sembrava inoffensivo.

è la pubertà a rivelarsi un dramma, nel suo mietere certezze e nel ridurci a un tutti contro tutti. Roberto non piace più a nessuna di quelle che lo supportavano, le quali si sono, nel frattempo, evolute in termini ortodontici e di mèches bionde. Del resto, la colpa è da imputare tutta proprio a Roby: da un po’ è diventato triste, un uomo già noioso e meno appetibile. Ora va forte Del Piero, che pure non ha ancora il collo taurino della maturità ed è decisamente più conveniente in termini di futuribilità. Sono cattive. Basta intristirsi un attimo, pensi, e passano ai più giovani.

Per fortuna col tempo razionalizzi, perché il vecchio Alex [5] è diventato molto più pulcino bagnato di quanto il giovane Alex non lasciasse presagire. Con il passare degli anni non è – in definitiva – uno che turba il tuo immaginario sentimentale, a parte ‘sta cosa che lo chiamano tutte Alex come fosse uno di famiglia. Comunque sei sereno: sei convinto che a Sonia sia fedele, che a puttane non ci vada, che un torto Alex non te lo farebbe mai per istintivo rispetto verso di te e in virtù dei suoi valori. Poi sai già che, nel caso, andresti da Nick Amoruso a sputtanare tutto, e allora sarebbero guai grossi per l’uccellino. Per giunta, a uno che come massima compromissione pubblicitaria ha Uliveto, non puoi che volergli bene. E in casi estremi, ma è un colpo molto basso, puoi sempre scegliere di pensarla alla Soviero.
Mai con una juventina, ad ogni modo.

Gente che ne ha vinte un paio, di finali di Champions.
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Tacchinardi, si diceva. Quando le mode violentano i sogni di Elena C. si è appena diffusa la modaiolissima riga in mezzo, con aggiunta di capello leccato e fascetta che nessuno, al campetto, perde occasione di sfoggiare, quasi fosse il cerottino sul naso di Casiraghi a Euro ’96.


Con l’avvento della riga in mezzo, succede l’irreparabile. Fornisce a noi tutti strumenti nuovi, ci dà modo di interpretare con malizia il ghigno delle nostre coetanee, un misto di imbarazzo e compiacimento, quando le sentiamo fare il nome di Alessandro Nesta, tricotillomane secondo solo a Vittorio Sgarbi. Fare i conti con quell’acconciatura comporta, in automatico, realizzare che Nesta aveva i capelli come li ha portati lungamente Fabio Cannavaro [6]. Persino Totti, in quel modo, si è guadagnato di diritto l’inclusione tra i belli. Certo, era solo un volto intermedio delle tante facce della carriera di Totti: era quel Totti che quasi quasi andava al Real (o alla Samp) e che, più spesso di quanto avresti immaginato, ti faceva pensare che Litmanen avesse tratti più nobili e decisamente più affascinanti, ma nessuna pareva cagarlo di striscio.

Dunque la combattività lascia il posto alla rassegnazione. Capisco che è tutto finito quando iniziano i servizi sui vip a Formentera: le speranze di comprensione del parametro estetico vengono a mancare quando si registra il fenomeno-Vieri. Vieri, quello che è esploso alla Juve: non serve far notare che il suo aspetto non lo fa sembrare un genio, non serve ridere dell’imitazione di De Luigi o calcare la mano su quanto sia più forte che bello, ché ha una fisionomia da potenziale rincoglionito a partire dalla mascella. Non esistono ancora i social, ma la bellezza ha ormai assunto toni nuovi. Vaglielo a spiegare, alle tue amiche, che all’Atalanta già si era capito tutto. Provaci (è una sfida) a raccontare il gol quando giocava nell’Atletico.

Ormai, nel “tra me e me” è tutto chiaro [7]. C’è stato, è vero, un periodo in cui mi sono chiesto chi mi stesse più sui coglioni tra i giocatori socialmente ritenuti “belli” e quelli che militavano nella Juventus. Sono state due categorie distinte fino a quando ho compreso – difficilissime, nell’ordine, le fasi di ammissione e conseguente accettazione – che non si trattava di nessuna delle due. O meglio, che si trattava di entrambe: nello specifico, il connubio era letale [8].
Alessio Tacchinardi. Mai, ma proprio mai, con una juventina.

Pochi mesi prima della prima velina.
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Ora sei grande. Non puoi confessarlo (sarebbe un sommo disonore), ma hai capito di mal sopportarli perché juventini e “belli”. Hai sviluppato un occhio lunghissimo e inizi a notarli tu per primo. Te lo aspetti. Sai che Marchisio ha pure dei begli occhi ed è un argomento sul quale sei pronto a dire la tua. Sai anche che è un pessimo rapper e che si è tatuato una frase che in fin dei conti è lo slogan dell’Adidas, ma conosci benissimo la debolezza di questi argomenti. Anche su Llorente non c’è molto da obiettare: anzi, ti spiace che basti un Morata qualsiasi per farlo decadere.
“Sono juventina, da sempre”.



Riprendendo fiato, devo aver pronunciato una frase fintamente ironica tipo “nessuno è perfetto”. Mi aspettavo di essere molto più traumatizzato e invece no, sembro avere attutito il colpo. E poi questa donna qui ha qualcosa che oscura la sua juventinità. Mi piace da morire, essenzialmente. Dunque chi se ne frega, mi dico. Scelgo di concentrarmi di nuovo sulla playlist, di sputare sentenze sui Modena City Ramblers e sullo ska in generale. Mia mi attira anche per la natura possessiva del suo nome, che sia pronominale o aggettivale poco importa. Davvero, chi se ne frega della Juven.
Manca ancora qualcosa, però. L’ultima prova.

Chiacchiera dopo chiacchiera lei si sente di stuzzicarti dicendoti che anche tu, dai, avrai un debole per una di queste plasticose bellezze mondane. E tu sei pronto, perché fai quel giochino da una vita, a sentirti dire Marchisio o Llorente. Hai la certezza che Chiellini non lo dirà mai, e Tevez nemmeno. Nella speranza che non ti dica Buffon, per dire. Poi chiaramente la botta arriva, inesorabile. Ti dice che il primo (sono due, per Giove!) non ci gioca più da poco, nella Juve. Tu non sai aspettare e spari subito un “Matri”, perché dai, se dobbiamo soffrire soffriamo. Siccome però Mia che non è stupida o quantomeno sa come bluffare, puoi tirare un sospiro di sollievo quando lei scuote il capo. Ti arrovelli, le dici Estigarribia sperando ti sorprenda davvero, o Peluso, che ne so. Ti viene anche, sotterranea ma neanche troppo, la paranoia che Borriello alla Juve ci è passato. Infine capisci: che non c’è più differenza tra mainstream e underground, che i tempi son cambiati e non c’è più nulla che possa sorprenderci. Che il fatto che abbia giocato in ogni squadra fino al Boca non conta. Non contano nemmeno le rovesciate o quell’unico – mostruoso – gol che ha messo al Southampton e che Sky ha riproposto a ripetizione per sei mesi. è Pablo Daniel, e non c’è un cazzo da fare. Uno che quando lo vedi fare quella mitraglietta non pensi solo che il Bati sarebbe stato degno di ben altre celebrazioni: pensi che il Bati era di un altro pianeta, ma pensi anche che non era così bello. Avevi sempre pensato che Johnny Depp fosse Paulo Sousa, ma ti sbagliavi. è, anzi, proprio quello che temevi: i quattro figli da tre donne diverse lo rendono, più che un cattivo esempio, esattamente il tipo irresistibile per cui perdere la testa. Nel “tra sé e sé”, quando arriva il momento della verità, si è tutti bigotti. Non sanno nemmeno che si chiami Pablo Daniel, ma tant’è.

L’altro, il secondo, è quello che taglia le gambe. A quel punto va bene tutto, mi dico, ma sottovaluto la mia memoria post-trauma. “Caceres” è un trisillabo sdrucciolo che significa “tutti a casa”. Vuol dire ricordarmi, in piena zona franca, che sì, anche io ho sempre pensato fosse bello. Mi torna in mente persino il momento esatto in cui l’ho pensato: gol al Napoli, ovvero poco prima del primo gol italiano di Pogba. Comprensibilmente, devo averlo rimosso quella sera stessa.

Vacillo, e chiamo a raccolta le mie forze [9]. Il colpo di scena arriva dopo qualche secondo, senza che me lo aspetti: come un messaggio dai quartieri alti, il pensiero che mi viene in aiuto suona al mio orecchio parecchio boskoviano. è una massima che recita, più o meno, “amore è riuscire a stare con una juventina”. Posso accollarmela. Posso farcela.
Dunque non ci penso due volte; non mi resta che approfittarne e mettere in archivio con disinvoltura. Zona franca. Lascio solo spuntare un segnalibro: non ruberò – mai e poi mai – nessun poster della RobediKappa. Te lo giuro, Marco B., puoi stare tranquillo.

Belli belli belli in modo assurdo.

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è tardi. Mia ed io abbiamo fame. Paghiamo, usciamo e andiamo alla ricerca di un primo veloce. Stiamo bene, non c’è che dire. Sorrisoni. Quello di Mia è figlio della sua pacatezza. Il mio, appena un pò più tirato, si avvale del soccorso-lampo di una sentenza boskoviana. Torno a rilassarmi. Riesco pure a farmi venire in mente che il vero “El Bati” non è Osvaldo, bensì Joaquin Larrivey.
Mi dico, tra me e me, che non devo rompere i coglioni. Perché non ne ho idea. Deve essere stata durissima, ai tempi di Cabrini.  




[1] Quanto può, un gol in Finale di Champions da vanbasteniana posizione.
[2] Albertini, nel frattempo, aveva lasciato il professionismo con una partita d’addio trasmessa da Rete 4 in piena campagna elettorale. Si rivolgeva ad un tale Presidente, ringraziandolo di tutto e augurandogli il meglio.
[3] Mento sapendo di mentire: lo penserò molto, molto dopo.
[4] Come molti altri ero convinto, in gran segreto, che Montella fosse un gran bell’uomo. È una sensazione che sono riuscito ad inquadrare con la lucidità necessaria solo molto tempo dopo e solo dopo aver raccolto testimonianze e sondaggi preoccupantemente simili tra loro. Ammesso che avessi un prototipo di bell’uomo, da grande sarei voluto diventare simile a lui. Perché Montella mi sembrava uno giusto: lineamenti asciutti, sguardo concentrato, attaccante della madonna.[5] Niente Adelaide detta Aidi, solo Sydney per lui.
[6] Prima di decidere, naturalmente, che la virilità sarebbe passata per il rasoio.
[7] Il “tra sé e sé” è una zona franca del cervello. Lì hanno sede le verità inammissibili, equamente suddivise tra segreti, idiozie e debolezze.  È un posto molto duro, il “tra sé e sé”: è vietato dire cazzate, in quanto unico luogo in cui sia richiesta – è il regolamento – una sincerità superiore al cento per cento dichiarabile.
[8] Noi, invece, ci eravamo immedesimati nel buono la cui moglie partecipa a un reality e alla fine finisce insieme al macellaio di fiducia. Per tacere (come si è impunemente detto) di quel signor terzino che è stato Vincent Candela.
[9]
Con la sicurezza che uno con la panza è ormai raro vederlo giocare, e ci sta che non piaccia. Con la cieca convinzione che chierica o non chierica Zidane fosse e sia tuttora un bell’uomo. Con, in testa, la stessa domanda che mi faccio da anni: se Attilio Lombardo avesse avuto i capelli, sarebbe stato altrettanto forte o altrettanto ben voluto a livello universale?