lunedì 2 maggio 2016

Il punto di maggio

Scrivere di lunedì mattina una volta significava riepilogare tutto quanto era successo nel fine settimana sportivo (che poi era, di base, la domenica); oggi invece lo spezzatino degli impegni consente di scrivere sapendo molto ma non tutto, e il caso benevolo di questo inizio di maggio vuole che fra questi destini non scritti, e che forse verranno scritti già questa sera, ce ne siano di grandi e di piacevoli da trattare. Cominciamo appunto da qui.


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La Premier. Chelsea-Tottenham è una buona partita per ammazzare il campionato; e probabilmente, guardando il calendario, qualche tifoso dei Blues avrà pregustato a inizio stagione la possibilità di vincere il campionato in casa, a due giornate dalla fine, battendo i rivali cittadini e la loro batteria caleidoscopica ma leggerina di attaccanti che sbucano da tutte le parti e non si sa bene dove vadano a finire. Invece, com’è noto, le cose sono andate un po’ diversamente; in primis per il Chelsea, che ha avuto la stagione fallimentare che tutti conosciamo, ma anche, ad essere giusti, per il Tottenham, che ha finalmente messo ordine nel proprio caos creativo e l’ha trasformato in una performance di una certa efficacia (non è giusto dimenticare l’approdo ai quarti di Europa League, impegno forse un po’ trascurato nel nome della rincorsa al primo posto).
In ogni caso, il Chelsea ha oggi la possibilità di concludere la premier, condannando il Tottenham a un’altra stagione senza vittorie e incoronando il Leicester. L’occasione è ghiotta: e, sulla base di considerazioni razionali sul valore e la motivazione delle rose e guardando il cammino recente delle due squadra, mi sembra implausibile che il Chelsea non raggiunga almeno il pareggio. Però se dovessi scommettere punterei sulla vittoria esterna, che mi sembra si attagli meglio a tutto il copione di quest’annata. È anche vero che io non scommetto da tanto, e - anche quando lo facevo - la Premier la bazzicavo poco e la indovinavo meno.


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Il Leicester. Sono contento di questo lunedì che mi dà la possibilità di scrivere del Leicester senza che sia partito il carro dei vincitori e senza l’aggravio particolare di retorica che avrebbe apportato al tutto una vittoria decisiva ottenuta al Teatro dei Sogni. Mi fa piacere perché questa attesa ancora un po’ impaurita (per un’altra squadra non avremmo timori, con un tale vantaggio a questo punto del campionato. Ma il Leicester City, dio mio!…) dà la possibilità di tratteggiare considerazioni più fredde e ragionevoli. Intanto, se diamo un’occhiata ai numeri, vediamo che la squadra di Ranieri è perfettamente in linea con la media punti ottenuta in altri campionati recenti da squadre ben più valutate e blasonate; il Manchester United del 2011, non esattamente un outsider o una squadra abituata a lasciare punti in giro, vinse il campionato con 80 punti; e gli altri campioni degli ultimi anni, pur ottenendo più punti, non hanno poi raggiunto queste vette clamorose.
Questo per dire che sì, sono mancate le squadre più attese, ma il ritmo tenuto dal Leicester sarebbe stato da primo posto anche se gli altri avessero marciato a dovere. E non mi pare neanche che si possa parlare di favola (se non, certo, come trovata sintetico-retorica da titolone di Televideo; lì la accetto): se fosse stata una favola, se il Leicester City avesse viaggiato fin dov’è ora sotto l’effetto di un incantesimo, allora credo si sarebbe svegliato da un po’ sotto i colpi dei propri topini pasticcioni (uno per tutti: Simpson, che si fa espellere con l’Arsenal, sbaglia un gol fatto con il Southampton, nelle due partite a Manchester perde palloni orribili e manda Aguero e Lingard da soli in porta e questi non segnano. Ma non è un mistero: è Schmeichel). La verità è che i blu sono quanto di più lontano da una magia o un incanto: sono un meccanismo precisissimo e complesso, che gratta a volte e sembra incepparsi, perché i singoli pezzi sono quel che sono, però gira, gira bene, anzi compie giri che sarebbero impossibili per le rotelle prese in sé. Tutta questa vicenda somiglia, io credo, al ciaffo asciuga-insalata: che ha due rotelline piccole piccole, però in qualche maniera fa muovere la centrifuga grande, e anzi dà gusto mettersi a girare con foga quell’attrezzino e ottenerne velocità folli. Io ho fatto il classico, e non ho idea di come diavolo funzioni un asciuga-insalata; ma non per questo tiro in ballo la magia quando devo prepararmi un contorno rapido. Non per questo.
Ah, volevo aggiungere un’altra cosa: che, per noi sostenitori delle piccole o comunque di squadre poco accreditate, la vittoria del Leicester sarebbe un trionfo concettuale e un disastro statistico: un trionfo, perché confermerebbe che c’è ancora spazio, in mezzo a tutti i soldi e alle nuove regole del famoso calcio moderno, per l’impresa che sconvolge qualsiasi pronostico; ma anche un disastro, perché chissà poi quando ricapiterebbe.

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Se in qualche modo è razionale il Leicester, lo è, necessariamente, anche il Manchester City. Lo è nel senso che i risultati ottenuti dalla squadra celeste sono quanto discende dalle scelte compiute in estate, o piuttosto da qualche estate, dalla società. 64 punti in 36 giornate di campionato sono un bottino misero, certo non riscattato dalla vittoria (senza grandi squilli) in Coppa di Lega; una simile miseria potrebbe bensì essere riscattata, chiaro, da un evento di cui io, da simpatizzante del City, non ho intenzione di parlare.
Guardiamo invece a questi tre anni di gestione Pellegrini e diamo un’occhiata a ciò che ha lasciato: chi sono i giocatori chiave? Su chi basare la struttura della squadra? La risposta è, io credo, Hart, Kompany, De Bruyne, Silva (un giorno dovremo parlare di questo giocatore meraviglioso e sottovalutato, come se non avesse avuto una parte gigantesca nei trionfi del suo club e della sua nazionale), Aguero. Più ovviamente Yaya Touré, che è stato fondamentale in questi anni ma che non sarà parte del futuro del City. Ebbene, se diamo un’occhiata a questi nomi ci rendiamo conto che qualcuno, a tutti i livelli, ha sbagliato delle scelte e ha sprecato fior di milioni. Non mi sembra affatto, per usare una litote, che il City di Pellegrini circa 2016 sia più forte di quello lasciatogli da Mancini; anzi, mi pare che le scelte giuste sul lungo periodo siano state quelle effettuate dallo jesino.
Poi, certo, c’è quell’evento di cui non ho intenzione di parlare, e che magari potrà rivelare la statura internazionale di Otamendi, o segnare il riscatto di Demichelis, o non cosa; in quel caso sarò ben lieto di riconoscere ad allenatore e dirigenti la lungimiranza delle scelte effettuate. Al momento, restano 64 punti e un futuro nebuloso.
È pur vero che l’assenza di una programmazione chiara è un po’ il vizio comune delle grandi delle Premier, ed è figlia evidente dell’abbondanza di denaro e dell’ampia platea di rivali competitivi, che spinge a comprare subito e a casaccio. Però, pur in questa tendenza generale, il City sembra spiccare tristemente.

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La serie A (e Guardiola). Il campionato ha detto che la Juve è fortissima, è calma, è ben guidata, ha risorse importanti in panchina ed è campione d’Italia con amplissimo merito. Proprio un verdetto così chiaro però, mi pare, autorizza i rimpianti per una Champions in cui la Juventus avrebbe potuto e forse dovuto far meglio. Che tra le quattro grandi d’Europa di oggi si ponga il Bayern e non la Juve è normale solo dal punto di vista del blasone e di un’analisi pigra, contraddetta dai balbettii della squadra di Guardiola sia contro i bianconeri sia con il Benfica ai quarti.
Alla fine della sua esperienza a Monaco, è dubbio, credo, che Guardiola abbia portato qualcosa di più di quanto il Bayern è solito ottenere con qualsiasi guida; e questo, visto che si parla di finali di Coppa e di campionati dominati, è anche comprensibile. Il problema è forse che non si è visto neanche qualcosa di granché diverso. Ci aveva abituati bene, è vero; ma si era anche abituato benissimo, e magari non se l’è sentita di tentare rivoluzioni, né nel Bayern, né nel proprio modo di intendere il calcio.
Il resto della serie A è un po’ così. C’è da ringraziare il Napoli che ha tenuto aperto più del normale un campionato da cui l’altra possibile contendente, la Roma, aveva deciso di autoeliminarsi; per il resto, io tifo Gilardino e guardo con moderato interesse alle ultime due giornate.


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La Liga. Una cosa che non mi piace della Liga (per il resto non solo emozionante in vetta, ma piena di squadre che hanno saputo inventarsi e reinventarsi: vi ricordate tre-quattr’anni fa, l’aria di fallimento e smobilitazione diffusi? Adesso guardate un po’ l’Europa League), una cosa che proprio non mi piace, è il sadismo degli arbitri nei confronti delle piccole. Le tipiche piccole che vanno al Bernabeu e al Camp Nou e prendono un gol bello, o un rigore abbastanza netto, e poi un secondo gol in transizione; eppure continuano a giocarsela, vanno al tiro, sono pericolose. Oh, non so se è un’impressione mia, ma a quel punto succede un po’ troppo spesso che un contatto trascurabile divenga un rigore, o che qualcuno si prenda una seconda ammonizione troppo fiscale: col risultato che poi l’onesta squadretta ne prende sei o otto, e la cosa suona quasi come un monito.
Non so se sia sadismo da parte degli arbitri spagnoli o se è invece una sorta di traslatissimo e un po’ frainteso memento mori, però dà fastidio. Non è neanche sudditanza, è un fatto diverso e forse peggiore.

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Serie minori. Come appassionato di maglie molto belle e storiche, sono felice della promozione in B della Spal; mi urterebbe un po’ se l’Alessandria buttasse via circostanze piuttosto favorevoli e riuscisse ad arrivare fra le prime quattro d’Italia in Coppa ma non le prime quattro del proprio (non osticissimo) girone di Lega Pro. Nel caso comunque tiferei Pisa e/o Lecce, al limite anche Casertana; c’era forse la Casertana in B l’ultima volta che c’è stata la Spal? Può darsi; se non quell’anno era quello prima.
Come simpatizzante del Cosenza mi spiace molto che neanche quest’anno sia l’anno buono. E questo fatto che vada in A chiunque, adesso pure il Crotone…, comincia a essere pesantuccio. D’altra parte non so quali fossero gli obiettivi stagionali. Si è fatto il massimo? Qualcuno può illuminarmi?
Quanto alla D, mi spiace che non ce l’abbia fatta la Cavese e molto probabilmente neanche il Taranto; e mi addolora l’agonia - di anni, ormai - della Triestina. Che poi, oltretutto, avremo forse dieci stadi davvero belli e ben fatti, in Italia, e uno è nascosto in quarta serie e ci va a giocare il Campodarsego (con tutto il rispetto). Mah.

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Calcio marchigiano. L’Ancona ha mollato. Dopo aver fatto oggettivamente per due terzi di stagione circa il doppio o quasi dei punti che ci saremmo aspettati, date le circostanze di inizio anno e i soldi a disposizione per il mercato, visti svanire i playoff la squadra si è afflosciata. Qui siamo di fronte a uno di quei casi in cui ti dispiaci, ti accorgi che non è giusto farlo e che invece dovresti solo ringraziare, e poi ti dispiaci comunque: perché alla fine c’eravamo quasi, a questi benedetti playoff, e si sa cosa fa l’Ancona quando arriva agli spareggi…
L’assenza di entusiasmo intorno alla squadra, anche quando se l’è meritato e quando i risultati erano più che lusinghieri, conferma l’impressione che alla gente, più che un progetto serio, sostenibile, a lungo termine quale quello dell’Ancona (che è amministrata da un’associazione di tifosi e partecipata da un nutrito stuolo di sponsor purtroppo non così munifici singolarmente), alla gente, dicevo, piace el padró che buta i sghei ntel paló; salvo poi lamentarsi quando si fallisce, perché alla lunga succede quello. Eppure la gestione attuale dei dorici ha dimostrato di essere competente; il che non toglie che tutti noi, dovendo sognare, sogneremmo di vedere un bravo allenatore come Cornacchini fornito di una squadra in grado di vincere il campionato e di riportare l’Ancona a quella B che è il suo habitat naturale. Ma i sogni sono gratis e i campionati costano.
La Maceratese è riuscita dove l’Ancona no, dimostrando di essere uscita molto bene e con solida programmazione da una serie complessa come la D. Onore a loro; e adesso iniziano i playoff in cui, come si dice, non aver nulla da perdere può essere un vantaggio. A me pare tuttavia che rispetto ad altre squadre e società la Rata abbia però veramente troppo poco da perdere; mi stupirebbe dunque se riuscissero ad aggiungere qualcosa al già prestigiosissimo risultato ottenuto.
La Samb è tornata in C; ma della Samba, l’esperienza insegna, non si può parlare dopo un solo campionato vinto. Sarà meglio aspettare un altro anno o quantomeno un’altra estate, per capire che razza di impegno e di serietà attendersi dalla società rossoblù. Del dato sportivo in sé, ovviamente, non si può che gioire.
Il Fano non è riuscito a contendere davvero il campionato alla Samb; forse aver rinunciato al ripescaggio - per via delle condizioni imposte dalla dirigenza di Lega Pro - è stato un azzardo non ripagato. Di sicuro vincere la serie D è difficile e non è facile mantenersi pronti e al vertice per qualche anno di fila; e sarebbe un peccato se i granata dovessero rinunciare alle ambizioni e a quella terza serie in cui, sotto ogni punto di vista, possono stare tranquillamente. Notevole la vittoria dell’Eccellenza da parte della Civitanovese; da miseno mi dolgo che sia retrocessa la Vigor Senigallia. Da arceviese mi rallegro invece della permanenza dei biancorossi in prima categoria: bravi ragazzi, vi meritate una menzione in un blog di rilevanza nazionale.

mercoledì 6 aprile 2016

Un amore piccolo piccolo



 
Adesso ce l’hanno tutti con Totti - beh, una minoranza invece lo difende, con argomenti tanto appassionati quanto inconsistenti; ma sono le stesse persone che vengono prese in giro dalle pagine facebook anti-gentiste e anti-complottiste, dunque non contano davvero. Perfino Valdano ha detto, del resto giustamente e in maniera intelligente come è solito fare, che Totti dovrebbe riconoscere che è giunto il momento di lasciare. In poche parole, almeno fra le persone non dico ciniche, ma disincantate, fredde, analitiche, è accettato come un dato di fatto che la carriera di Francesco Totti sia finita, e che manchi solo, alla pubblicazione di ciò sulla Gazzetta ufficiale del calcio, la ratifica da parte di Totti stesso. Più Totti aspetta a dichiararsi concluso, più si rivela, invece, immaturo, irrisolto, tutto sommato anche poco sveglio; questo viene detto meno, per ovvi motivi, ma viene comunque detto (anche e soprattutto da romanisti). Esiste insomma, in qualche modo, un movimento di gente che vuol bene a Totti, lo stima come calciatore, e per questo chiede che se ne vada, che la smetta con questo accanimento: perché, razionalmente, non ha senso.

Non che io sia in disaccordo sull’analisi: atleticamente, quarant’anni sono quarant’anni. La genetica e la dedizione assoluta hanno nascosto molto a lungo il tempo, ma il tempo, per sua natura, alla lunga vince: e su Totti infine ha vinto. Non ci sono più le condizioni sportive per far partire Totti titolare in nessuna partita della Roma, mi pare; e non ci sono mai state le condizioni tecniche per farlo giocare dieci minuti alla fine, quasi fosse un Altafini. Né mi pare che un simile utilizzo sarebbe, come dire?, opportuno. Non voglio perciò dibattere sul fatto tecnico - Totti è giunto a fine carriera - né sulle sue conseguenze logiche - dovrebbe accettarlo e smettere; si comporta in maniera sciocca se non lo fa. Ciò che mi stupisce è con quale autorità morale la Roma - in senso ampio: società, proprietà, giornalisti, tifosi, insomma l’ambiente - possano chiedere a Totti una rettezza e un’onestà intellettuale che loro, nei suoi confronti, non hanno mai avuto.

La carriera di Totti, dicevamo, è di fatto finita. Ma è mai iniziata davvero? Io, sinceramente, credo di no. Ci si appella al tempo, criterio inflessibile e imparziale, per indicare al vecchio campione l’uscita, adesso che, di base, non è più utile alla squadra ed è anche un po’ imbarazzante per la società; ma ci si dimentica che far sparire il tempo è stato il trucco, e l’inganno, che ha fatto sì che Totti passasse alla Roma questi venti anni, i suoi venti anni, gli unici venti anni che avrebbe potuto dedicare al calcio e a farsi ricordare.


Non c’è niente di speciale in questa storia: anche la fattura che ha irretito Totti, l’incantesimo che gli ha nascosto il tempo, è stato l’inganno solito che gli esseri umani adoprano sempre (volendolo o no, sapendolo o no) per questo genere di cose: l’amore. Il Totti che esordisce nella Roma è un ragazzino delle superiori; e il rapporto fra i due amanti rimarrà sempre di quel genere lì. La Roma è la fidanzatina del liceo di Totti: solo che sono passati appunto vent’anni e più da allora, e tutto questo non è romantico, anzi non lo è mai stato. Perché Totti, in questi vent’anni, è cambiato tanto, ha lavorato, si è migliorato: la Roma, tutto sommato, no. Il rapporto fra i due si è fatto dunque sempre più sbilanciato, col tempo, sempre più assurdo; e davvero, se era bello e dolce guardare Totti nella prima Roma di Zeman, un ragazzo forte e veloce e ancora immaturo in una squadra che correva tanto e sbagliava tanto, se tutto questo era bello e dolce come guardare l’amore di due ventenni, c’era invece tanto di sbagliato, di fastidioso, nel contemplare Totti anni dopo, un giocatore tanto più grande, in una Roma che si restringeva a vista d’occhio, nell’ultima Roma di Capello che smobilitava o in quella orribile annata piena solo di allenatori. Quando si parla di Roma (squadra, città) si finisce sempre a parlare di derby: ma ditemi voi se non vedete, come me, la differenza amara tra quel “Vi ho purgato ancora” (di cattivo gusto, indubbiamente, e sciocco; ma di uno sciocco genuino) e l’orribile esultanza sulla telecamera, sei anni dopo, in un derby di cui in fondo non fregava nulla a nessuno, perché era la toppa tardiva e inutile a uno dei capitoli più squallidi della storia sportiva romana.

L’unico modo che la Roma aveva - e che ha effettivamente utilizzato - per tenere Totti, un personaggio tanto più grande di lei e in fondo inadatto a lei, era l’amore; ma non più l’amore romantico, l’amore fresco, bensì l’amore immorale e morboso. E quell’inganno orribile per cui si diceva - tutti lo dicevano: tifosi, giornalisti, società - che Totti avrebbe giocato per sempre nella Roma, pur sapendo che sempre nel calcio (nella vita) non esiste, e che ogni giorno in giallorosso era un giorno in meno con la maglia della squadra o delle squadre in cui Totti avrebbe potuto scrivere nel metallo dei palmares la sua grandezza indubbia, ma a cui forse, domani, non crederà nessuno.

Il problema è che il calcio è uno sport di squadra. Fra trent’anni, fra quarant’anni, Totti sarà un calciatore che ha vinto uno scudetto (e, Deo gratias, un mondiale): sarà difficile convincere gli appassionati di calcio di allora, i giovani che leggono, guardano i filmati, che Totti era tanto più forte di praticamente tutta la sua generazione. Chi lo dirà sarà un originale, un cretino, o al limite uno di quelli che vanno a tutti i costi controcorrente; un romantico, diranno i più bendisposti. Ma è romantico, questo? È romantico che Roma e la Roma, che lo hanno amato, abbiano legato Totti a una dimensione che non era la sua? Secondo me fa schifo. Tutta la carriera calcistica e passionale di Totti  sono state un eterno scambio risentito, quello scambio che tutti noi conosciamo bene, fra una fidanzatina che è rimasta sciocchina, immatura, in ultima analisi inadatta, e un uomo che ha studiato, che va verso la vita, che ha un grande futuro: se le cose fossero andate come dovevano andare, il rapporto si sarebbe spezzato, e Totti sarebbe stato libero, libero di essere grande, grandissimo davvero. E poi avrebbe potuto guardare con affetto, con tenerezza, anche con gratitudine al suo primo amore; così, tutto affoga nel rancore, nell’aver compreso troppo tardi che non c’è più tempo, che tutto il tuo tempo è stato sottratto, e non ce ne sarà altro. Con l’ovvio ma doloroso paradosso che la Roma, essendo una società di calcio e non una persona, ci sarà ancora, e potrà perfino decidere di maturare, se riesce e se vuole, di migliorarsi, di essere per qualcun altro ciò che non è potuta essere per Totti, ossia una compagna all’altezza; ma Totti non ci sarà più, Totti, il meraviglioso campione che tutti coloro che amano il calcio hanno amato e amano, Totti invece è finito, finito in questo modo qui, senza gloria, e con in più la colpa di non aver accettato da uomo che tutta la vita l’abbiano trattato da ragazzino.


Vent’anni e passa. Vent’anni sono, per dire, Iliade e Odissea; ma certi eroi incontrano Penelope, altri sono fermati da Circe. Sono, senza dubbio, casi; è umano che ne capitino, ma sarebbe disumano non lamentarsene. Non che non ci siano stati effetti positivi di vent’anni in cui a Totti hanno bloccato il tempo: pensiamo all’arrivo di Spalletti nel 2005, quando Totti era una bellissima ma non immensa mezza punta di 29 anni, che come bellissimo ma non grandissimo sarebbe stato archiviato. E invece, a 29 anni, Totti cambia come un ragazzino, diventa contemporaneamente uno dei migliori attaccanti d’Europa e uno dei più grandi registi bassi, nella stessa squadra e nello stesso tempo, poi va a vincere un Mondiale con un pezzo di ferro nella gamba.

Quello sembrava un Totti nuovo, cui nulla era precluso; ma i limiti dello spazio e del tempo erano invece esattamente gli stessi di sempre. Permettetemi di inserire qui un piccolo paragone, che spero non cada a sproposito: prendiamo Zinedine Zidane. Zidane, che era un giocatore sopraffino, con un fisico da atleta che stonava un po’ con la sua grazia, ma che invece era il segreto che gli permetteva di essere Zidane più a lungo e meglio di un altro trequartista; Zidane che aveva il temperamento nervoso e insofferente di chi sa di valere, e le reazioni sciocche di chi vuole sempre valere; Zidane, che segnava quando c’era da segnare e faceva segnare sempre. Ma tutto questo, comprese le sciocchezze, le reazioni, le meschinità occasionali, non vale forse anche per Totti? E perché allora il gol dei trent’anni, della maturità, il gol che riassume una carriera, per Zidane è quello al Bayer (aveva 30 anni meno un mese) e per Totti quello alla Samp (aveva 30 anni e due mesi)? Tolte le spiegazioni stupide e false, quali la maggior semplicità del segnare alla Samp (quel gol lì!) o altre scempiaggini, resta solo, ed è immenso, il senso d'ingiustizia.

Francesco Totti, nel 2016, adesso, è in torto, forse in torto marcio; come sempre accade ai buoni che sono stati fregati in quanto buoni, reagisce in maniera nevrotica, rozza, non sa spiegare le proprie ragioni, o forse non ne ha più. È un uomo a cui chiedono ragionevolezza, ora che lui non serve più, gli stessi che gli hanno chiesto per vent’anni amore, cioè il contrario della ragionevolezza. Ma forse voi direte: poteva, e doveva, pensarci lui. Gli uomini risolvono da sé le proprie questioni, e sanno sciogliere i legami stretti e dolorosi, quando devono, e riconoscere l’amore dall’ossessione e dall’alibi. Ma provateci voi a liberarvi di un amore che si chiama Roma, con le sue braccia lunghe, infinite; provateci voi ad accettare e a dire a voi stessi che quello che pareva il vostro sogno era un incubo, e che il vostro paradiso era, in fondo, una gabbia.

lunedì 15 febbraio 2016

Uccidendomi delicatamente

The street heats the urgency of now
As you can see there's no one around
 

Vede Gascoigne alla bandierina, i capelli ossigenati e il fare di chi passa da quelle parti per caso. Sente il braccio di Babbel in marcatura. La coda dell’occhio intravede il bianco puro della maglia. Ancora i brividi per God Save The Queen cantato da ogni inglese sulla faccia della Terra qualche minuto prima. Gazza calcia, teso sul primo. La spizzata di Tony Adams è perfetta, manda fuori tempo ogni movimento. Inclusi quelli di Babbel. La marcatura è rotta, mezzo metro. Quanto basta. Chiude gli occhi e schiaccia verso Kopke. Dentro. La mano destra al cielo.

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La panchina rossa alla fine della Queen’s Parade affaccia su un cielo grigio e una spiaggia spoglia. 

"Ma chi gioca in attacco?" Chiede senza troppa convinzione.
"Stasera devo fare un tentativo. Magari quando passano un lento". Scarto il packet-lunch che il college ci ha gentilmente offerto. Sarà la solita merda, cheese sandwich, succo d’arancia e, se va bene, tortino confezionato al gusto carota.
"Killing Me Soflty la passano sempre a metà serata. Alle ragazze piace, eccome".
"La punta non l'abbiamo" Guardo il tramezzino e ogni aspettativa è confermata. Il succo è al gusto d'arancia, mi fa cagare il gusto arancia. E niente gusto carota.
"Come si chiama qua? Perché siamo qua? Giochiamo senza punta". Forse convinto che siamo troppo giovani per poter apprezzare un posto del genere.
"Tentare senza atmosfera sarebbe fallire miseramente. Scarborough, o qualcosa del genere. Siamo sulla costa est".
"Ti rimane solo questa sera". Come se non lo sapessi.
"Pure gli spagnoli sembrano bravi". Come se non lo sapesse.
"L'importante è non perdere da quelli di Perugia. Li odio. L'odore del loro Fahrenheit è ovunque".
"Se vedi che non può funzionare cambia obiettivo. Dovevi provarci a York, quando siete rimasti soli".
"Si. Aspetto i Fugees".
"Giochiamo senza punta".
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Euro ’96 è l’Europeo del calcio che ritorna a casa. Per l’occasione, l'Inghilterra si mette a festa e lustra 8 stadi che solo i nomi mettono i brividi. Per l’occasione Terry Venables, coach della Nazionale inglese, propone una difesa inzaccherata guidata da Adams e Stuart Pearce, un centrocampo raffinato e un attacco come raramente se ne sono visti. Ince a distruggere, Gascoigne e McManaman a inventare, Shearer, Sheringham e Fowler a definire.
Le incognite sono tante. La pressione, la voglia di Gascoigne e la scarsa vena realizzativa dell'attaccante del Blackburn, a secco da una vita o quasi con la maglia della Nazionale.
L'esordio contro la Svizzera scaccia molti dubbi, ma non tutti. Shearer, ben imbeccato da Ince, buca Pascolo. Il rigore di Turkylmaz allo scadere sopisce le gioie.

Lo scetticismo dei media accompagna i Tre Leoni nonostante il pareggio nell'altra partita del girone, quella degli olandesi favoriti per il passaggio del turno.
Fino alla partita contro la Scozia, che si presenta con una maglia da fiaba.
Prima frazione bloccata, stanca: il biondo Hendry e Calderwood tengono bene, l'Inghilterra inventa poco o niente. In avvio di ripresa la scossa. La squadra di Venables schiaccia gli scozzesi nella loro area, McManaman vede i binari di Neville e lo serve sulla corsa, dalla destra parte un cross morbido ma forse troppo lungo. Goram è scavalcato, il taglio di Gascoigne spariglia la difesa. Shearer appare dal nulla, sul secondo, in anticipo sul ritardo del pallone. 1 a 0. La mano destra al cielo, di nuovo.
Una testata ai cattivi pensieri.
Che si ripresentano una manciata di minuti dopo. Fallo di Adams su Durie in area, McAllister sul dischetto. Il rigore è ben calciato, potente, ma Seaman lo battezza e manda in angolo, l'Inghilterra si carica, respira. La Scozia barcolla. Sul successivo rinvio di Seaman la follia. Due tocchi mandano Gazza verso la porta scozzese. Sombrero a Hendry sulla corsa, cambio di direzione e rasoiata sul primo. Wembley è matto. Preparate la sedia del dentista. L'Inghilterra ha preso fuoco nel giro di un minuto.
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Da qualche parte, nello Yorkshire, c'è una cittadina chiamata Harrogate. Strutture termali e un centro città ben curato.
Ero stato spedito ad Harrogate in vacanza-studio, che poi era una vacanza con poco studio e tanto cibo immangiabile, stufati tutti dello stesso sapore, pasticci e patate fritte e patate lesse e patate al cartoccio, i fast-food appena possibile.
Giornate noiose, impegnate tra tornei di calcio e badminton, calciomercato e gite nelle cittadine vicine, tipo York o Scarborough. Una scusa come un'altra per conoscere ragazze e fumare tabacco.

La struttura che ospitava il mio gruppo era un immenso casermone diviso in varie ali a circondare uno sconfinato prato, con tanto di porte e campi da tennis.
Camere da due, cemento armato e infissi tipicamente inglesi, di quelli che non puoi aprire la finestra, ma solo inclinarla, che tengono il caldo d'estate e il freddo d'inverno.
Noi nell’ala sud, i francesi e quelli di Perugia nell’ala nord. In mezzo quelli di Padova.
Refettorio e club house in comune, come la discoteca: una vecchia casupola con un organo, uno stereo e due casse, roba anni Ottanta. Ma tanto bastava.
La mattina dovevamo prendere parte a lezioni di inglese, il pomeriggio, invece, sport e rimorchio.
E proprio il torneo di calcio nello sconfinato prato era ciò che rese ogni gruppo nemico dell'altro.
Girone all'italiana e finale tra le prime due classificate. Una partita ogni tanto, per farlo durare il più possibile. La nostra squadra era, per distacco, la più scarsa del torneo. Un'accozzaglia di gente che col calcio aveva poco a che spartire, capace solo di sfoggiare maglie meravigliose di squadre straniere.
E però, con le ragazze, ogni appiglio è buono a quell'età. Specie il calcio. E quindi tutti a professarsi calciatori.
Per l'occasione mi riciclai ala. Per l'occasione feci più schifo del solito.
La squadra con me. Una serie interminabile di gol subiti. Una totale assenza di movimenti e tattica.
La ricerca costante della simulazione o di una fitta al polpaccio pur di salvare la faccia. Lontani anni luce dalla finale e ben oltre il baratro: semplicemente, una cosa alla quale non dovevamo prendere parte.
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Il facile e inaspettato 4 a 1 contro l'Olanda consegna a Venables i quarti di finale.
Hierro, Nadal, Zubizarreta, Kiko e Alfonso. La Spagna sembra fortissima. Un brutto cliente.
Specie se la porta sembra stregata. Prima il legno, poi la girata alta di Tony Adams. Il gol annullato a Salinas è un sospiro di sollievo prima di riprendere ad attaccare. L'ennesimo brivido per la caduta in area di Alfonso ad inizio ripresa. Il risulato è inchiodato. McManaman e Sheringham hanno sui piedi l'occasione buona, ma la sprecano. Tempi supplementari. Poi rigori.

Shearer sul dischetto, la palla un macigno sistemato con cura. La rincorsa parte dal limite dell'area. Zubizarreta intuisce ma il tiro è a mezz'altezza, teso. Come deve essere calciato un rigore.
La replica di Hierro si preannuncia feroce. Il centrale di Malaga calcia potente, centrale. A Seaman battuto è la traversa ad opporsi, ricacciando il pallone verso il centrocampo. Inghilterra sopra.
Platt, morbido a destra. Poi Pearce dopo la realizzazione di Amor. Una staffilata che viaggia a pochi centrimetri da terra. Zubizarreta non può nulla e Psycho prende a pugni l'aria, pazzo di adrenalina, l'aquila sul braccio quasi si straccia. Belsue accorcia, ma la Spagna è sempre sotto. Il rigore successivo spetta a Gazza, che si avvicina al dischetto come se nulla fosse, il fare di chi passa da quelle parti per caso. Rincorsa veloce, palla da una parte, portiere dall'altra. Il resto lo mette Seaman, respingendo l'angolatissimo tiro di Kiko. Inghilterra in semifinale, per la Spagna non è ancora tempo.

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Le mani in tasca, la pioggia fitta e sottile di traverso sul k-way e il gel appena piantato sui capelli. Per arrivare alla discoteca devo attraversare tutto il college. L'erba bagnata che mi sporca le scarpe. Il pensiero di quale sia il momento migliore mi rompe i nervi.

La sala, forse un tempo una cappella, è addobbata come al solito. Il parquet a fare da pista, alcune panchine addossate alle pareti e una palla stroboscopica a penzolare da uno dei canestri, neanche fossero ancora i tempi di Happy Days e dei balli di fine anno. Lei ancora non è arrivata.
Immagino come sarà vestita. Come mi saluterà, i suoi capelli castani pettinati appena. Immagino un fare spavaldo e deciso nell'andare incontro ai suoi occhi verdi. Parte la musica. Passano Africa di Toto, gran pezzo, bel video per carità, forse un pò datato, ma comunque non serve. L'atmosfera è fredda, mancano gli alcolici, avrei scoperto qualche anno dopo. Un pezzo ancora, poi un altro.

Il vociare e le chiacchiere calpestano i nervi ormai in frantumi. Ecco i Fugees. Tutto a monte.
Decido di arrendermi, che non è cosa. Le mani tornano in tasca e ha smesso di piovere quella pioggerellina del cazzo. Torno verso la club house ma di lei neanche l'ombra. Dovevo provarci a York, quando siamo rimasti soli. Nell'aria una scia di Fahrenheit, nella testa l'idea che un profumo non dovrebbe mai seguire le mode, e mai lasciare una scia. Come se fosse una cosa intima.
-


Più che pensieri, un'insana voglia di oblio. L'oblio del rigore realizzato, non certo l'eterna fama di un rigore sbagliato o calciato male. Una umana necessità di liberazione.
E infatti tutto accadde troppo in fretta. Dalla posa del pallone sul dischetto alla rincorsa, forse perchè troppo lunga. Appena terminato di indietreggiare, neanche uno sguardo al bersaglio, al portiere o ad altro. La testa giù e il pallone nelle pupille. Il tiro è potente, ma Kopke è già sceso, veggente.
Wembley cede. Pearce raccoglie Southgate e lo riporta a centrocampo.
Sul dischetto per la Germania andrà Möller e non si farà pregare per spiazzare Seaman. Rigore perfetto, come tutti i rigori che lo avevamo preceduto.
End of the story. Fine della migliore Inghilterra di sempre, fine del calcio che era ritornato a casa.

martedì 2 febbraio 2016

Visca el Brescia

 
La sessione invernale del calciomercato si é chiusa ieri con il botto, anche se si tratta di un botto a effetti ritardati, visto che dovremo aspettare fino a giugno. Pep Guardiola, il più geniale allenatore in circolazione, ha annunciato - e questo era nell'aria - che a fine stagione lascerà, dopo tre anni, il Bayern Monaco, per cimentarsi in una nuova - questa sì, sorprendente - avventura: portare il suo credo calcistico a Brescia.

La notizia è stata naturalmente accolta a bocca aperta dai media di tutto il mondo, tanto da sembrare quasi una boutade, un prematuro pesce d'aprile: d'accordo l'elemento romantico del ritorno nel club in cui ha chiuso la carriera, ma che il guru del calcio contemporaneo decida, nel fiore della sua carriera, di allenare nella serie B italiana, scartando le offerte milionarie dei migliori club europei (si parla di sceicchi in lacrime sia a Manchester che a Parigi), è davvero un azzardo che solo un personaggio carismatico come il Pep poteva permettersi.

Ovviamente, Guardiola non ha scelto solo d'impulso, di cuore insomma. Al di là delle frasi di circostanza riportate in questi giorni dai giornali ("a Brescia ho lasciato un pezzo di cuore"; "ho sempre saputo che un giorno sarei tornato"; "la città non mi ha abbandonato nei miei giorni più difficili [quelli delle accuse di doping], avevo un debito con lei"; "non vedo l'ora di lavorare con Caracciolo e Mazzitelli"), dietro ci sono delle rassicurazioni ben precise che ha ricevuto sia a livello calcistico che politico. Dietro, infatti, c'è un progetto che va oltre il campo. Lo so perchè ieri sera sono stato quasi due ore al telefono con lui (come molti sanno, siamo amici, per così dire, di tennis, essendo entrambi soci di lunga data del Real Club a Pedralbes). Anche se gli ho promesso riservatezza, so che non si arrabbierà se riporto qui di seguito alcune delle anticipazioni che mi ha dato.


Innanzitutto, com'è intuibile, avrà mani libere sul mercato. Quest'estate ci sarà un bel viavai sulla BreBeMi. Finora le certezze sono poche. Dalla Masia arriveranno tutti e quattro i fratelli Samper: non solo il già famoso Sergi (classe 1995), che sarà il perno del centrocampo del nuovo Brescia, ma anche Jordi (1999, promettente terzino destro), Frederic (2002, sta finendo le medie) e Oriol (che si legge Uriol e ha sette anni). Dal Bayern lo seguiranno sicuramente Alaba, che ha accettato di ridursi l'ingaggio di circa venti volte pur di non essere più preso in giro nello spogliatoio per il suo accento viennese, e Coman, che si è offerto di fare lo stopper. Thiago Alcantara, che a Monaco non si è mai veramente integrato, riformerà la coppia con il fratello. Peraltro Mazinho è stato contattato per capire se c'erano altri figli disponibili ma pare di no.
 
La rosa attuale ovviamente soffrirà una rivoluzione. Molti giocatori, pur di farsi confermare, stanno ricorrendo ad ogni stratagemma. Alexandre Geijo, attaccante svizzero di genitori andalusi, ha prodotto un certificato che dimostrerebbe che aveva un nonno repubblicano morto nella battaglia dell'Ebro. Thomas Kupisz, centrocampista polacco, ha giocato la carta di uno zio muratore a Manresa. Il giovane Davide Marsura ha impostato Tinder su Girona cambiando il proprio nome in Marsù i Puig. Leonardo Morosini durante i ritiri intrattiene i compagni con reading delle poesie di Gil de Biedma. 
 
Ma la rivoluzione colpirà anche lo staff tecnico. Scontati i ritorni di Carletto Mazzone, che sarà il vice di Pep, e di Roby Baggio, che farà da consulente spirituale, sorprende l'arrivo di Artur Mas nel ruolo di direttore sportivo. Alcuni analisti (ad esempio Francesco Olivo sulla Stampa) hanno visto in questa mossa la volontà del politico catalano di togliere ogni pressione al processo soberanista, tirandosi fuori; i più smaliziati, invece, ci vedono le prove generali del tandem che governerà il futuro stato catalano. Natalia Estrada sarà il capo ufficio stampa: Pep la stima sia per la sua versatilità (è l'unica asturiana che si é resa famosa nel mondo per saper ballare il flamenco), sia per la sua profonda conoscenza dei media italiani maturata negli anni d'oro del Biscione. Novità anche in cucina: i pasti dei giocatori saranno affidati a Xavier Adrià, fratello piccolo di Ferràn, a cui Pep ha chiesto di giocare con i sapori delle due tradizioni culinarie.    

Con i soldi della Caixa e il visto buono della Generalitat, entro l'estate una cordata di imprenditori bresciano-catalani capitanata da Gino Corioni si prenderà la proprietà della società. Presidente ombra sarà però Joan Laporta, il che avvalora l'ipotesi dell'esperimento politico e non solo calcistico. La sede del ritiro estivo è già stata fissata nella Val d'Aran. Per le vacanze estive è concessa libertà ai giocatori tanto vanno tutti già da anni a Formentera.


Anche l'Amministrazione comunale farà la sua parte. A partire dalla toponomastica. Alla centralissima Piazza della Loggia verrà dato il nome di Piazza della Pedrera. Corso Martiri della Libertà diventerà Corso Martiri del Triplete. Sulla facciata del vecchio Duomo verrà applicata una enorme scritta al neon "Junts pel Sì". In fase avanzatissima è il gemellaggio con Alghero, in modo che le due città diventino l'avamposto italiano del paìs català. Naturalmente, l'unitat de la  llengua richede che la città diventi bilingue. Il sindaco Emilio del Bono, che ha lasciato il Partito Democratico per accasarsi in Convergència Democràtica de Catalunya, si sta già attrezzando per far applicare su tutti i cartelli la duplice denominazione in italiano e in catalano. Ma non basta: a molti paesi della provincia verrà troncata l'ultima sillaba, e così  Ospitaletto diventerà Ospitalé, Gussago Gussà e Sirmione Sirmiò. Per ricreare anche l'effetto della cosiddetta Franja d'Aragò, il catalano verrà imposto, ma solo come dialetto, anche in alcuni villaggi confinanti della provincia bergamasca. 

Gli imprenditori, vera anima della regione, non stanno con le mani in mano. Nel centro di Brescia stanno aprendo, nell'ordine: una pizzeria Gaudì; un hotel Battlò; una gelateria Lloret de Mar; tre caffé 1714; una liberia Sant Jordi; un night-club Serrat. Tutti i bar della città si sono riconvertiti in tapas bar. In Franciacorta sono già state estirpate e arse migliaia di piante secolari e i vigneti sono stati tutti riconvertiti a cava. Nella Val Trompia si estendono a vista d'occhio le coltivazioni di calçots. I proprietari del Grand Hotel Villa Feltrinelli di Gargnano hanno assunto tutti i cuochi del Celler de Can Roca, anche se le padelle locali non consentono ancora un socarrat all'altezza. Ma ci sarà tempo per migliorare. Al Museo di Santa Giulia è in programma per la primavera una grande retrospettiva su Dalì e Amanda Lear. La Pinacoteca Tosio Martinengo ospiterà in pianta stabile la collezione della Fundaciò Antoni Tàpies. La stazione ferroviaria, infine, verrà intitolata a Joan Mirò, dal momento che i viaggiatori che arriveranno a Brescia verranno accolti da un suo enorme murale.

Eccolo, insomma, il grande piano di Pep: il calcio come veicolo per esportare la Catalogna. Dopo aver reso reale un'utopia calcistica,  adesso ci riprova con una politica. Visca el Brescia e visca Catalunya caro Pep!  

venerdì 29 gennaio 2016

Storie a margine di un calcio volante



1. L’indifferente con la giacca di pelle

Now it's your turn to see me rise
You burned your wings, now watch me fly above your head
naaanaanaaa I see you far below
Looking up you see my spirit glow, nanananananaaa

Non so che musica faccia questa band di frocetti, ma non è male, è la tipica roba senza capo né coda che faceva impazzire Lucy e… Cristo, sto di nuovo pensando a lei.

D’altronde in questo schifo di partita non ci siamo fatti mancare niente, neppure l’uomo in meno. Galletto del cazzo, testa calda d’un marsigliese ubriacone, alla fine ce l’hai fatta. Non era forse quello che volevi? Quello che hai sempre voluto? In questi anni ti sei ricamato addosso la figura del legionario errante, del picchiatore rinnegato da chissà quale milieu, metà marinaio genovese, metà zingaro lanciatore di coltelli.

Storie facili da dare in pasto a qualche penna svogliata del Mirror, forse, ma non al sottoscritto. Lascia stare amico mio, conosco bene quel mondo. Non bastano certo la ferocia, la fame, o un’arcata sopracciliare deforme a fare di un uomo un criminale. No, il criminale di razza si riconosce dalla distanza che mette tra sé e le cose del mondo, quell’atrocità che affiora da una sorta di francescanesimo ostentato. Guarda me, ad esempio: solo novanta minuti fa inserivo la canna corta di una Ruger nella bocca di un nero di Harlesden, gli facevo detonare la faccia contro i mattoncini porosi di un vicolo; ora sono qui, avvolto in un vecchio giaccone di pelle, a testimoniare la mia totale estraneità ai fatti di fronte a undicimila bastardi in delirio. La chiamo “serenità dell’imprevedibile”. Tu invece – buon Dio che pena! – dai sempre loro quello che cercano: la pagliacciata plateale, il gesto scomposto. Non hai resistito a buttar giù quel caraibico quando la palla era davvero solo un pretesto, una chimera lontana lontana. Che buffone, vorrei quasi accodarmi agli insulti di questo babbeo qua davanti, se non avessi garantito discrezione ai confratelli e fedeltà allo United. E ora cosa fai? Perché cazzo vieni da questa parte?

 
* * *

2. La ragazza “oh my God!”

Il tizio qui accanto mi inquieta. Ha lo sguardo folle di Vinnie Jones che esamina l’ennesima tibia recisa. Forse tifa United, ha lanciato un’occhiataccia al cretino in fissa con Cantona.

Come se fosse Cantona il problema del Palace. Abbiamo segnato tre reti nelle ultime dodici partite, una quindicina in tutto da agosto. Reparto offensivo non pervenuto. Salako sulla trequarti ronza, accarezza, disegna filtranti, è generoso, ma lontano dalla porta e perennemente alla deriva sugli esterni. È il richiamo della fascia che Smith non vuol fargli sentire e che prima o poi lo porterà via, ne sono certa. Preece in panca; solo un anno fa sarebbe sembrato assurdo. Ma l’aria di Stockport è diversa, meno distrazioni. Qui a Londra l’onnipotenza pare alla portata di tutti, una semplice questione d’attesa. Poi succede che gli anni si accatastano in un angolo come scarpini sbrindellati e le luci della City le vedi sempre allo stesso posto laggiù, filtrate dal vetro appannato di uno spogliatoio.
Billy, ricordo il tuo sguardo verso l’orizzonte di Hackney Marshes: restavi aggrappato a quei fili d’erba, a quel fango, e nel silenzio rivivevi chissà quale strampalata epopea. La giostra chiassosa del Sehlrust Park ti aveva esiliato, Londra ti aveva tradito di nuovo. Lontano dai campi per due anni, fuori dalla terrace per il resto della tua breve vita. Quando nascerà nostro figlio lo porterò via da questa città ingenerosa, che ha giocato con te come il gatto col topo.
Rosso per Cantona, che non si smentisce mai. Con un uomo in più il colpaccio è alla portata, ma serve un maledetto gol. Piccolo di mamma, di’ au revoir a mister Le Roi. Sì ma se questo scemo non la smette di insultarlo, quello viene qui e finisce davvero male. Eccolo che si avvicina.
Però Éric sarebbe un bel nome per il bambino.


* * *

3. Quelli col trench coat

- Questo cioccolatino avrà fatto pure una montagna di gol a Newcastle, ma per me resta un bidone
- Infatti è noto che non capisci un cazzo di calcio. Cole è appena arrivato, dagli il tempo di ambientarsi.
- Se lo dici tu. Intanto sgancia una gomma, che ho deciso di smettere di fumare.
- Beh, hai scelto il momento migliore per salvarti la pellaccia: l’inizio della Terza Guerra Mondiale.
- Mi preoccupano di più i Rovers in testa. Cazzo quello sì che è un segno della fine!
- No, serio Ed, pensi che questa storia del missile…
- Ma figurati! Domani torneremo in ufficio e sarà tutto normale: la missione è ancora in piedi.
- Non lo so, i russi mi sembrano agitati, è una cosa grossa.
- È una cazzo di sonda, Mike, non una testata nucleare. I norvegesi hanno fatto la frittata, si scuseranno e salterà qualche testa. Noi continuiamo per la nostra strada… ma nooo! Ma guarda questo stronzo di Cantona.
- Rosso. E dovremmo seccarlo noi questo tizio, questo Listyev?
- No, l’MI6 stavolta avrà un ruolo marginale, di raccordo. Ora ci conoscono tutti e non è il caso di stare in prima linea. Diciamo che faremo da tramite tra i nostri e i loro oligarchi una volta che la torta sarà sul piatto. Listyev è ingordo e vuol mangiare solo lui.
- Però che fregatura, li liberiamo dal comunismo per darli in pasto a gente come Berezovskij.
- Libertà? Noi siamo liberi davvero! Guardati attorno, questa è la libertà: due opposte fazioni mescolate scientemente in ventimila posti a sedere e non vedere l’ombra di un tirapugni; nessuno che sbraiti o bestemmi.
- Eccetto il teddy boy lì in prima fila, sembra agitato.
- Sai quanta strategia c’è dietro a quest’ordine perfetto? Ci vuol organizzazione…
- Cristo, Ed, Cantona viene da questa parte!
- Metodo...
- Va verso di lui!
- In una parola: in-tel-li-gence...
- Salta!
- Uh?
 
 
* * *
 
4. Gli esterrefatti

Quello laggiù è Matt, lo riconosco dall’andatura: quel sussultare nervoso, un pò accartocciato, di chi è cresciuto schivando bottiglie e cazzotti per le stradine di Croydon. Non lo vedevo da un paio d’anni e di certo non mi mancava. Ho imparato a dimenticare lui, il quartiere, il sapore del sangue incrostato. Non sono mai stato uno di loro, non ero adatto a quel genere di vita, ai furti, alle spranghe. Matt era il più timido del gruppo – dopo di me, chiaro – ma tirava fuori talvolta una crudeltà spietata. Il barbiere giamaicano sulla Northcote, di strada al ritorno da scuola, ne sapeva qualcosa: prima i semplici insulti, poi i sassi alle vetrine, infine il fuoco appiccato alla cuccia del cane (quadrupede incluso). 
Cristo, va bene lui che è negro, va bene il benzinaio cingalese da pestare a dovere, ma un cagnetto che cazzo t’ha fatto? Credo sia stato questo agire nella più totale impunità a farlo restare lo stronzo che vedo tuttora, ma sa bene che se ha superato la maggiore età lo deve soltanto a suo fratello. Drake stava col National Front, dalle nostre parti divenne una leggenda quando mandò in coma un tifoso degli Hammers. A pensarci ora sembra una vita fa: i tempi in cui tifare per gli Eagles significava far saltare gli incisivi del primo che ti chiamava frocio (e ce ne erano), sradicare panchine, lanciare bottiglie di piscio al bus degli ospiti. Bah, come facevamo a divertirci così?
Fare il tifoso oggi è molto meglio, meno “impegnativo”: siamo sempre le stesse facce sugli spalti, eppure sembriamo tutti rincoglioniti, come sedati. Ora che è più ordinato e sicuro, anche mio padre è tornato allo stadio. Cazzo c’è voluto Major per farmi diventare thatcheriano!
- Papà quello laggiù è Matthew, te lo ricordi?
- Ma chi, quel bullo che sbraita?
- Sì, abitava a un isolato da noi, quando stavamo a Croydon.
- Ah certo, Simmons. Deve stare attento, Cantona lo sta guardando malissimo.
- Magari è la volta buona che qualcuno gli chiude quella bocca.
Ci vorrebbe uno grosso, più grosso e leggendario di suo fratello. Ecco, uno come Cantona!


* * *

5. Così doveva andare

Una vittoria mutilata. Così, con spiccato senso dell'esagerazione e naturale propensione alla retorica vittimista, Will Huxley sottotitolò le circostanze che si trovava a vivere la sera del 25 gennaio 1995. Da brava persona mediocre, egli si divertiva a ingigantire le bagattelle della propria esistenza mettendole a paragone con gli episodi più triti della storia del Novecento. Forse perché del disastroso rapporto tra sé e il suo ottenne erede, perso tra le confuse dinamiche tecnico-tattiche del rettangolo di gioco, non gliene importava davvero niente a nessuno, neppure alla donna che ormai solo per abitudine continuava a definire "moglie". La poverella, in un atto di cristiana compassione, gli aveva permesso di portare il figlioletto con sé in una delle trasferte meno entusiasmanti della stagione: quella al Selhrust Park.

Perché, dunque, scelse "vittoria mutilata”? Beh, perché se da un lato l'affetto del proprio pargolo sembrava un traguardo fuori portata, dall'altro l’inattesa sortita sportiva aveva quantomeno fruttato ai due un patto di non belligeranza. Ma, come spesso accade in guerra, quella sera l'occasione imprevista fece del semplice fante un eroe, dello sconfitto un vincitore.
Kevin era un ragazzino comune, con pochi denti e un solo idolo appeso alle pareti della cameretta: la furia col bavero alzato a pochi passi dalla sua postazione, Éric Cantona.
Will riconobbe subito l'opportunità: pensò che il battibecco col balordo della prima fila stava assumendo i contorni surreali delle imprese cui Le Roi aveva abituato la platea di Manchester, ma con toni ancor più esasperati; realizzò che gli occhi dell’intero stadio - anche quelli meccanici - erano in quel momento puntati in direzione del suo settore. D'un tratto si rese conto che l’avvenimento che di lì a poco si sarebbe manifestato sotto al suo naso avrebbe impressionato menti e pellicole di mezzo mondo; sarebbe stato stampato, riprodotto, ingigantito, serigrafato, appiccicato alle pareti delle camerette di milioni di adolescenti; ne sarebbero scaturiti dibattiti infuocati, analisi prolisse, dove indignazione e condanna avrebbero negli anni lasciato il posto all’esaltazione dell’antieroe, all’estetica del reietto.

Quando il corpo esagitato del francese si staccò dal terreno di gioco, Will concluse che la Storia stava finalmente avviando l'ingranaggio, illuminando di colpo quell’angolo buio d’Inghilterra. E lui e il suo amato figlioletto erano proprio lì nel mezzo, eternamente legati da uno scatto.
Messosi alle spalle questi ragionamenti, diede uno sguardo frettoloso al personale repertorio di espressioni. Ne indossò una, a suo avviso la più epica a disposizione. Click.





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lunedì 4 gennaio 2016

La légende du football. Il gioco del calcio spiegato da un poeta

"Il mestiere dello scrittore consiste nel creare un ponte tra un fenomeno esterno, come la partita di calcio, e gli innumerevoli fenomeni interni, i processi psicologici, che quel dato fenomeno esterno produce"  
G. Haldas

Ero alla disperata ricerca di informazioni su Umberto Barberis, leggenda del calcio elvetico, campione svizzero con il Servette e il Grasshopper e campione di Francia con il Monaco. Nato a Sion da genitori italiani e ovviamente cresciuto all'ombra di Tourbillon nel club cittadino, cercavo dettagli sulla sua vita, su cosa significasse essere italiano in Vallese negli anni sessanta. Avevo già in mente la classica storia di calcio e riscatto sociale. Poi, come spesso accade nelle peregrinazioni virtuali, a forza di scavare ti imbatti in un tesoro: l'archivio della televisione svizzera romanda, sezione sport. Mi sono addentrato in questa caverna telematica, ricolma di immagini e suoni d'altri tempi, attratto dal bianco-nero di partite dal ritmo sospeso, dalla voce nasale dei cronisti, dal vapore e dal fumo che salivano dalle tribune, da tutto ciò che una telecamera in alta definizione non riesce più a catturare.

Umberto Barberis
La mia fascinazione si sarebbe prolungata all'infinito, se i miei occhi non fossero caduti su un nome, quello di Georges Haldas. Non un calciatore, non un giornalista sportivo, ma un poeta. Per quasi un'ora sono rimasto ad ascoltare le parole di quest'uomo dall'aspetto gioviale, con una papier maïs spenta tra le dita e gli occhiali tanto spessi da sembrare comici. Alla base dell'entretient televisivo vi era un libro dello stesso Haldas, intitolato ''La légende du football''.
Per un attimo ho creduto fosse la presentazione di un libro sulla storia del calcio, o peggio di uno scritto in cui il letterato esponeva la sua inconfessabile e puerile passione per il pallone. Per fortuna però la registrazione risaliva agli anni ottanta, un periodo in cui si era ancora molto lontani dall'iperinflazione weimariana di letteratura calcistica che siamo costretti a subire oggi.
La discussione era infatti tutta incentrata sul calcio come oggetto di studio del filosofo, come esperienza umana capace di trascendere la realtà. Praticamente Haldas aveva scritto un libro che non avrebbe letto nessuno, da una parte gli intellettuali avrebbero mostrato disdegno per l'accostamento tra la filosofia e un divertimento popolare, dall'altra gli aficionados avrebbero percepito il tutto come un puro esercizio di stile, come un'intellettualizzazione.
Neanche io ho letto il libro, ma mi è bastato ascoltare l'autore svizzero per comprendere una verità che dentro di me già sapevo, ovvero che il calcio è una cosa seria.

Il calcio e il tempo

Le analogie, anche linguistiche, tra una partita e un rito sono innumerevoli: lo stadio è un tempio, i calciatori i suoi sacerdoti, i tifosi i suoi fedeli. Secondo Haldas però non si tratta solo di artifici retorici, ma di una vera sacralità creata dal gioco. Mircea Eliade scriveva che nelle grandi cerimonie religiose il tempo smette di essere un tempo ordinario e diventa anch'esso sacro. Il tempo della partita/rito è allora sacro, perché è un tempo mistico, non più lineare. In un'azione d'attacco, nelle sue fasi, la cosa che deve accadere, il goal, è già presente per anticipazione in ciascuno dei passaggi. Lo spettatore dimentica la durata, perché il futuro è già presente nel tempo. La rete che si gonfia è la Rivelazione, la manifestazione agli spettatori di una verità attesa.

Georges Haldas
La partita di calcio non è solo all'origine di una sospensione del naturale scorrere della vita, ma è anche alla base di un processo di rievocazione. Allo stadio basta osservare la composizione di una tribuna, studiare i tifosi, i loro volti, le loro imprecazioni per comprendere l'origine della loro passione. Nelle migliaia di sguardi che riempiono gli spalti riaffiora il desiderio di un'infanzia passata, a volte neanche troppo lontana. Tutti hanno giocato a pallone, anche solo nei cortili, nei campi vicino scuola, nei terrains vagues. Nei Paesi di tradizione calcistica tutti i ragazzi hanno accennato un cross, tentato un dribbling, abbozzato una grande giocata. Diventare spettatore significa vedere finalmente completati quei cross, quei dribbling, quelle grandi giocate. Lo stato di piacere e spensieratezza sta tutto lì, nel prolungare all'infinito una vecchia partita, nel veder alzarsi quel pallone fino a confonderlo col sole.
Haldas con lo sguardo acceso dai ricordi racconta a un giornalista nascosto dietro la telecamera della sua infanzia a Cefalonia, e di quando, passeggiando con suo padre non lontano da Argostoli, si ritrovò ad essere spettatore involontario di una partita tra pescatori greci e marinai inglesi. Vinsero gli inglesi, anzi stravinsero, ma il risultato non rimase impresso nella memoria del giovane Haldas. Quello che più contava era la polvere che si alzava nel tiepido pomeriggio ionico, le urla degli uomini in calzoncini, la voglia di giocare. Sensazioni che sarebbero riaffiorate ad ogni nuova partita, ad ogni biglietto acquistato, ad ogni storia raccontata. Il calcio è la geologia delle emozioni.

Il calcio come momento di verità

''Le foot est une heure de vérité'', così parla Haldas. Ci si può facilmente immaginare l'autore svizzero che discute animatamente di ciò con il suo amico Vladimir Dimitrijevic, fondatore della casa editrice l'Age d'Homme e anch'egli appassionato di calcio. Non si fa fatica a pensare a un bistrot fumoso a qualche metro dalle sponde del Lemano, in cui un poeta ginevrino di origine greca e un editore serbo basato a Losanna si divertono a confondere filosofia, letteratura e pallone rotondo.


Per parafrasare Chardonne si potrebbe dire che il calcio è molto di più del calcio, perché fa emergere delle realtà umane che sorpassano il semplice sport. Si è già parlato del goal come rivelazione di una verità attesa. Non si tratta però dell'unica rivelazione di questo gioco. La stessa natura umana appare con totale chiarezza nel corso di una partita. In pochi minuti è possibile capire se un giocatore è un fenomeno o una nullità, un eroe o una comparsa. Per un incapace è impossibile travestirsi su un campo di calcio. Al contempo il campione risplende e assurge al ruolo di superuomo. A differenza degli sport puramente fisici, il superamento dei limiti umani non trasforma tuttavia il giocatore in mostro, ma in genio quasi divino. La mano di Maradona è quella di Dio e il suo piede è d'oro. Di nuovo il sacro e il mistico, lontani anni luce da una gara di atletica misurata e cronometrata, da una porta di slalom speciale inforcata per pochi millimetri, dai supercostumi della speedo nell'acqua clorata. Da una parte ci sono i Re, dall'altra gli automi.

La popolarità del calcio e le sue manifestazioni pubbliche permettono di concentrarsi anche sui tifosi. Haldas parla del tifo violento e senza moralismo lo classifica come tipico caso di manicheismo assoluto. La violenza non è prerogativa del tifo organizzato, esiste anche in altre realtà associative, una su tutte quella dei movimenti politici. Non è quindi vero che il calcio scateni gli istinti primordiali o ribassi la natura dei tifosi, li mostra solo per quello che sono. Gli istinti esistono già, il calcio non li crea. Come il vino, la collera, la sessualità il calcio libera però delle forze inattese.

Paradossalmente il calcio può infine costituire un mascheramento della verità. Come una rappresentazione teatrale di un'infanzia perduta, la partita nasconde tutti i suoi retroscena. L'ormai imperante showbiz, i trasferimenti milionari, il marketing parossistico sono in qualche modo sempre riportati ad elemento secondario nel periodo che intercorre tra il fischio inziale e quello finale. Per novanta minuti esiste solo il pallone, il resto è sovrastruttura.

Il calcio e la fine

Il terminarsi di una partita segna la fine di una tregua, la fine della domenica. Fine è sinonimo di morte, gli ultimi minuti sono atroci, sprofondano chiunque in una tremenda depressione: il ritmo che scende per il risultato già deciso, i tifosi prudenti che partono in anticipo, le preoccupazioni quotidiane che riaffiorano. L'uscita dallo stadio è un momento lugubre, un fiume nero, una minestra densa. Si celebra il funerale della tregua.
Come nella vita la morte non è presente solo alla fine, i suoi segni sono percepibili sin dall'inizio, così ogni passaggio, ogni gesto ci avvicina alla conclusione, al momento in cui i sacerdoti lasceranno il tempio per ritornare nei sotterranei. Cionondimeno essa giunge inattesa e inappellabile.


Esiste però il dopo, fatto di parola e condivisione. Già a partire dai momenti successivi al fischio finale incomincia un'eterna discussione. Si racconta, si mette in comune il vissuto individuale. Secondo Haldas non si tratta di banali chiacchiere da bar, ma di un momento di intima comunione. Gli uomini non sopportano di veder passare le cose, ma loro malgrado le cose passano. L'unico modo che vi sia per ternerle in vita è la parola, grazie alla quale è possibile celebrare la rinascita di qualsiasi evento sia concluso. Questo è il principio stesso della poesia: la resurrezione tramite la parola e la relazione all'altro. La parola trascende e domina il tempo, permette di vivere di un'altra vita e di sfuggire alla durata, come si riusciva a sfuggirne durante il gioco. Vita, durata, morte, parola, resurrezione. Il calcio è tutto qui.