giovedì 22 gennaio 2015

Il colombiano dai capelli strani



 
No se trata de ganar, sino de tener la pelota
 
Santa Marta, dipartimento di Magdalena. Costa atlantica colombiana. E’, dicono, la città più antica della Colombia, forse del Sudamerica. Agli inizi del Cinquecento, giunse nella regione di Magdalena il conquistador spagnolo Rodrigo de Bastidas, già al fianco di Colombo durante il secondo viaggio verso le Indie e con licenza di scoprire nuove terre a sud del Caribe. In un niente, i soldati di de Bastidas costrinsero alla resa i Tairona, i nativi di quelle terre, e assunsero il controllo della regione. Serviva, a quel punto, creare un’attrattiva per i coloni, servivano schiavi e ricchezze. de Bastidas fondò quindi Santa Marta, utilizzandola come base per spedizioni nell’entroterra e porto per l’esportazione di mais, balata e ananas. Morì poco dopo, de Bastidas. Aveva idee strane, non voleva solo conquistare e sfruttare, voleva creare un qualcosa che gli permettesse di passare in quella regione gli ultimi anni di vita. Aveva idee diverse su come trattare gli schiavi. E siccome non piacevano ai suoi luogotenenti e soldati, questi decisero di colpirlo. Morì, dopo una breve fuga, a Santiago de Cuba, all’età di 82 anni.

Verso la fine degli anni Sessanta, per le strade del Barrio Pescaíto, nella parte a nord della città, inizia a gironzolare un ragazzetto dagli occhi grandi ed il mento piccolo, con uno strano batuffolo di ricci sopra la fronte. Gironzola sempre con una camicia a quadri e tira calci al pallone su ogni campo disponibile. Gioca centravanti ed è figlio di Juana e Jaricho, un ex giocatore di calcio professionista che allena la squadra del Liceo Celedón. Di nome porta Carlos, Carlos Alberto Valderrama. Per tutti, a Pescaíto, el Mono, perché ha i capelli rossicci.

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Quando debutta con la maglia dell'Union Magdalena, a vent'anni, Carlos Valderrama non gioca più centravanti come da ragazzo e da scimmia si è fatto Pibe. E' suo padre Jaricho ad avere l'intuizione giusta: il figlio è un giocoliere e la sua arte nel trattare il pallone là davanti è sprecata. Meglio qualche metro più indietro, a ridosso della linea di difesa.

Le prime stagioni passano tra alti e bassi. El ciclon bananero non è certo una squadra di spicco in Colombia in quegli anni. Ma qualche buona prestazione basta ad attirare le attenzioni dei Millionarios, la squadra dove aveva giocato anche la Saeta Rubia.

Una stagione, senza incanto, a Bogotà e poi, nel 1985, il passaggio agli azucareros di Cali. Nel Deportivo Cali Valderrama recita calcio per due anni, ma a vincere sono sempre quelli dell’altra parte della città, Los Diablos Rojos dell’ América. In quegli anni, l’America è strepitosa, semplicemente imbattibile in patria e sempre protagonista fuori. Raggiunge tre finali di Libertadores consecutive. Le perde tutte. Ma poco conta, per Valderramma e il suo Deportivo non c’è gloria. Carlos e il fidato Redín, suo compagno di reparto, permettono alle punte (Angulo e Gonzalez) di segnare a raffica. Lui gioca a dieci tocchi, stoppa, nasconde, dribbla, nasconde e lancia. E le sue recite con la maglia del Depor (e le prime apparizioni con la Nazionale colombiana) non passano inosservate in Europa.

Un piccolo club francese del Languedoc-Roussillon, il Montpellier, decide di acquistarlo e di costruire la squadra attorno a lui e Laurent Blanc. Il primo anno, però, Valderrama stecca. Arriva in ritiro sovrappeso, manca l’ambientamento e non riesce a lasciare il segno. Il secondo, svolta. Un nuovo allenatore, Henryk Kasperczak, gli regala fiducia incondizionata. Lui lo ripaga partita dopo partita. Il Montpellier chiude bene in campionato e fa sua la Coppa di Francia. Il calcio del Pibe è pronto. Giusto in tempo, perchè a Bologna hanno appena finito di sistemare il Dall'Ara per il debutto della Colombia contro gli Emirati Arabi Uniti nella Coppa del Mondo.

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Le collanine e i braccialetti, la maglia rossa sgargiante e i capelli ricci lunghissimi biondi.
El Pibe è una cosa che non si era mai vista. Come il suo calcio ad altalena, concedere metri e secondi per riguadagnarli pochi istanti dopo.
La Colombia si allena ogni giorno e il suo guru, Francisco Pacho Maturana, le riempe la testa di tattica. Ha preso l'ossatura del Nacional, fresco campione in Libertadores, e l'ha perfezionata. Valderrama è de volante, Redín e Rincon la tecnica, Iguaran la punta che deve aprire lo spazio. Giocano a memoria e predicano un calcio strano: possesso palla e passaggi corti.

All'esordio, gli Emirati ci capiscono poco e niente. Reggono un tempo, nel quale riescono anche ad avere diverse occasioni da gol. Poi, però, il calcio colombiano parte. La squadra del Pacho accorcia e si allunga, fraseggia e verticalizza. Arriva il gol di Redín, sugli sviluppi di un calcio d'angolo, e il raddoppio del Pibe, un tiro secco da fuori area. L'assedio finale degli arabi è confuso, la Colombia incassa i due punti e si fa bella per le telecamere.
A riportare i colombiani sulla Terra è il gol di Jozic nella seconda partita del girone. Gli ingranaggi dei cafeteros subiscono il fisico e l'organizzazione di Katanec e compagnia. E al 75' crollano: palla in mezzo, difesa fuori fase e Jozic stoppa di petto e tira fortissimo. Gran gol. Il rigore parato da Higuita nel finale tiene la differenza reti. Ma il problema è un altro: si chiama Germania e si dice sia fortissima. Per passare il turno alla Colombia serve un punto.

A Milano, i tedeschi dalle maglie stupende aggrediscono e attaccano senza sosta. Solo i miracoli di Higuita tengono a galla le speranze. Passano i minuti e i tedeschi non passano. Passano i minuti e il Pibe prende le misure al centrocampo tedesco. Toglie un tocco al suo stile e inizia a servire assist ai suoi, con qualunque piede gli capiti vicino al pallone. Fajardo si mangia un gol impossibile, anche Estrada spreca. Ma la notizia è che la Colombia c'è. La Germania scopre il fraseggio cafetero e barcolla. Estrada sbaglia ancora, la traversa aiuta Higuita su Matthaus. La ripartenza del centrocampo tedesco a due dalla fine è quella giusta. La manovra che porta al gol di Pierre Littbarski è da manuale del calcio. Il colpo è durissimo.
Ma non letale.
Riprende il gioco e la palla subito arriva a Valderrama. Ha addosso tre avversari ma dribbla, si gira, appoggia e riprende il triangolo. Il centrocampo della Germania salta. La difesa scala verso destra perchè tutti si aspettano il passaggio verso le punte che sono partite da quella parte. La palla che esce dal piede di Valderrama è un sibilo nella direzione opposta. In un attimo Rincon è davanti a Illgner. Palla sotto le gambe mentre esce, 1 a 1. Le maglie rosse che saltano addosso a Rincon sembrano centinaia. Come fiamme. Ottavi.

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Camerun - Colombia è la tristezza di ogni sogno. L'adorazione per entrambe in quell'Italia 90. Il pianto e la gioia si presentano assieme alla fine dei supplementari. Un'altra scuola di Valderrama aveva rimesso in partita i cafeteros dopo la doppietta di Milla. Palla filtrante di trenta metri, l'ala, Perea, si ferma e appoggia. Di nuovo il Pibe, chiede il triangolo al limite, lo ottiene, entra in area e serve Redín sui piedi per battere Nkono.

Dopo il gol che accorcia la Colombia, però, si ferma. In una recente intervista, il Pacho Maturana ha modo di spiegare tutto, di permettere anche a noi di capire perchè quella Colombia non avrebbe mai pareggiato:
Aquel partido fue impactante por muchas circunstancias. Marcamos el 2-1 a falta de tres minutos para el final de la prórroga y le dije a uno de los marcadores, Luisfer Herrera, que tirara el balón arriba porque no había tiempo. No me hizo caso y siguió tocando y tocando. Después me dijo: "Pacho llevamos toda la vida tocándola por qué iba a dejar de hacerlo hoy". Era un grupo muy aferrado a sus convicciones. El partido se puso 2-0 con la jugada de René y cuando hicimos un gol, muchos no lo celebraron porque pensaban que iban a lincharle. Pensaron "la prensa lo va a destrozar porque si el partido queda 2-0 no pasa nada, pero con 2-1 le van a culpar de la eliminación". Ese planteamiento demuestra que más allá del resultado estaba la unidad del grupo y su estabilidad emocional y afectiva.
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Tornato in Francia, Valderrama gioca ancora a livelli altissimi.

La stagione ha il suo momento più alto nello scontro con il PSV di Romario e Popescu in Coppa delle Coppe. El Pibe pontifica i suoi dieci tocchi, stoppa, nasconde, dribbla, nasconde e lancia. Nuove forme di controllo del pallone, nuove linee verticali. Porterà il Montepellier fino ai Quarti, fino al Manchester United di Alex Ferguson, poi campione contro il Barcellona di Cruyff grazie ad una doppietta di Mark Hughes. C'è una buona fetta di storia del calcio in quell'edizione di Coppa delle Coppe e Carlos Valderrama insegna a tutti tecnica e visione.

A fine stagione, Maturana lo chiama a Valladolid. Lui lo segue, trovando in Spagna anche Higuita e Leonel de Jesús Álvarez, El Leon. Le premesse sono ottime, ma le difficoltà economiche affossano la stagione: retrocessione e fallimento sfiorati. Cambierà il presidente, la forma societaria, tutto.
Fallisce il Valladolid de los colombianos. Per El Pibe è tempo di tornare a casa. Independiente de Medellin prima (dodicesimo posto deslucido in campionato) e Atlético Junior poi. 


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Si avvicina USA ’94 e la Colombia è impegnata nelle qualificazioni sudamericane. E’ inserita nel Grupo 1, assieme ad Argentina, Paraguay e Perù. Dopo 5 giornate è in testa al girone con tre vittorie e due pareggi. Deve scendere in Argentina e tenere a un punto di distanza la nazionale di Alfio Basile. Per evitare un rischioso spareggio con l’Australia. Per la testa del Grupo. Deve scendere a Buenos Aires e non perdere. L'Argentina aspetta e mostra il petto. Sceglie il Monumental e al gioco colombiano contrappone la storia e due stelle sulla maglia. Prova a sminuire l'avversario e la moda, la simpatia, che lo accompagna.
Lo riempie, il Monumental, fino a farlo scoppiare. Lo fa tremare di bianco e celeste.

E gli uomini di Basile partono forte, sfuriano. La prima mezz'ora è loro ai punti. Ma non a tabellino. Redondo e Simeone gestiscono, Batigol e El Mencho Bello non mettono il punto. Con il passare dei minuti l'Argentina si affievolisce. Per El Pibe è il momento di stropicciare gli occhi al popolo dell'altro Pibe, quello più forte di tutti, seduto in tribuna con addosso la sua albiceleste Le Coq Sportif.
Raccoglie palla a centrocampo, passeggia, ferma il tempo. Sa che un fulmine si è lanciato sulla sua destra. Il passaggio è liscio, non disturba neanche la solita carta bianca portata in campo dal vento. Lo stop a seguire di Rincon un po' lungo, ma tornerà utile. Goycochea esce. Ed è saltato. Colombia avanti al Monumental. In qualche passo e un lancio. E' il minuto 41 e l'Argentina non ha neanche il tempo di reagire.

La ripresa inizia con un lancio di Rincon per Tino Asprilla. El Pulpo controlla e trafigge. E' il minuto 49 e l'Argentina era appena rientrata in campo. Gli uomini di Basile sfuriano nuovamente e per la Colombia è facile piazzare il contropiede. Il terzo gol lo segna di nuovo Rincon su cross di Alvarez. Il quarto è un'invenzione di Asprilla che ruba palla a Borelli e con un pallonetto trafigge ancora Goycochea. Il quinto un contropiede finalizzato da El Tren Valencia, che sfrutta l'occasione per spiegare a tutti il proprio soprannome.
Voce del verbo Colombia. Valderrama, El Pacho e il loro calcio diferente volano in America.

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A moment comes.
You start to remember what happened.
Bad thoughts flood your mind
(Leonel Alvarez, Los dos Escobar, 2010)


Per un mese gli Stati Uniti si fermano, per un mese abbandonano i loro sport più amati e mandano in scena il soccer. La cerimonia di apertura di USA '94 è uno spettacolo degno del miglior Superbowl. Ogni nazione partecipante presenta una sua danza e Diana Ross, in tailleur rosso e sneakers bianche canta l'inno americano e calcia un rigore sfondando la porta. Bill Clinton in tribuna dispensa sorrisi sotto il sole di Chicago. Il calcio sbarca in America. Con il Mondiale più bello di tutti.

La Colombia, quarta nel ranking mondiale FIFA, è tra le favorite, forte del sontuoso percorso nella fase di qualificazione. A contenderle la Coppa le solite note. L'Italia di Roberto Baggio, il Brasile di Romario e Bebeto e l'Argentina di un Maradona che si narra rinato. Le aspettative verso la squadra del Pacho sono enormi, ma tanti sono anche i nomi: Asprilla e Valencia sono stelle in Europa, Rincon viene da un'ottima stagione nel Palmeiras, il blocco dell'Atlético Nacional garantisce la solidità che sempre in un Mondiale fa la differenza. E poi c'è il Pibe.

Qualcosa, però, decide di andare storto.

22 giugno 1994, stadio Rose Bowl di Pasadena. Andrés Escobar è a terra. Le mani a coprire il volto. Il cross teso di John Harkes e il suo ginocchio in scivolata hanno appena scagliato il pallone alle spalle di Oscar Cordoba, lanciando gli Stati Uniti verso gli Ottavi di Finale del Mondiale. La Colombia non mostra il petto dopo la derrota all'esordio con la Romania. Dopo la morte de El Patron, la disgregazione del cartello di Medellín, la violenza padrona della calle. Dopo le minacce di morte a Barrabas Gomez e le lacrime di Maturana negli spogliatoi di Pasadena, il buio per la Colombia si avvicina. Le gambe corrono e attaccano, ma le menti sono gelide. In Latinoamerica lo chiamano fracaso.

Una decina di giorni dopo, Medellín. Andrés Escobar è piantato al sedile della sua automobile. Sei colpi calibro 38 si sono confusi a sfottò e liti nel parcheggio della disco El Indio. Il dito del grilletto è quello di Humberto Castro Munoz, autista dei fratelli Gallon, affiliati ai Los PEPEs, vecchi nemici di Don Pablo. Scommesse, una deviazione, sei colpi. E il buio in Colombia è arrivato per davvero.

L'omicidio di Andrés Escobar ha mille connessioni, anfratti sullo sfondo. Narcotraffico, riciclaggio, gambling, lo malo che incontra el fútbol. La Colombia inizierà a voler aprire gli occhi, ma ci vorra tempo. In strada si dice che se ancora fosse stato vivo Pablo ad Andrés non lo avrebbero anmazzato, Pablo aveva le sue regole. Ai microfoni El Pacho spiegherà che il calcio è una lucha. "Entre lo que es y lo que quiere ser". E che però c'è qualcosa di più importante. El Pibe, semplicemente, si fermerà. Perché anziché nascondere il pallone, costretto sotto scorta a nascondere se stesso dalla vita che ognuno merita di vivere.

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Un passo indietro. 1988, agli Stati Uniti viene assegnata dalla FIFA l’organizzazione dei Mondiali. In cambio, la US Soccer si impegna per la creazione di una lega professionistica di calcio statunitense. Il progetto prende concreta forma nel 1995 con la nomina a commissioner di Doug Logan. Di origini cubane e combattente in Vietnam per la 101esima Airborne Division, Logan imposta una lega in cui squadre e contratti sono gestiti direttamente dalla lega stessa e per la stagione inaugurale – 1996 – sfrutta al meglio il sistema delle allocation: le star vengono sparpagliate tra le varie compagini che prendono parte al campionato, così da garantire spettacolo e competitività.

Tra queste, Carlos Valderrama, che già aveva manifestato l’intenzione di sbarcare negli USA. A Tampa.

La prima annata del colombiano in Florida è semplicemente monstre. I Mutiny dominano la stagione regolare, primi a Est e Overall, arrivano alle finali di Conference e si arrendono solo davanti al poi campione D.C. United di Rammel ed Arce. Valderrama è MVP stagionale e sforna nella stessa stagione 17 assist a condire quattro marcature. Per l'Est è MVP anche dell'All Star Game giocato a East Rutherford: Preki e l'Ovest non ci capiscono niente, la palla gira troppo pulita, troppo precisa e veloce. A 35 anni, El Pibe stropiccia gli occhi anche agli americani. Uno così, a nord del Rio Grande, non si era mai visto.

L’annata successiva e quella dopo ancora il registro non cambia. Giocate, assist, il centrocampo è il suo regno. Disegna, inventa, traccia nuove linee nello spazio sconfinato americano. Sempre a Tampa nel 1997, poi una parentesi a Miami, tra le fila dei Fusion nuovi di zecca e di nuovo a Tampa.

Nel mezzo, la parentesi del Mondiale francese. Di nuovo la Romania - con Ilie - a mettere la Colombia sulla cattiva strada all'esordio. L'illusione dopo la vittoria contro la Tunisia. Infine, il risveglio: una pallonata a giro calciata, come sempre, in maniera perfetta.

A quarant’anni – siamo nel 2002 – El Pibe ancora insegna. Tra le montagne del Colorado, la maglia è quella dei Rapids. Una delle stagioni migliori della franchigia. Con quasi 20 assist in 27 partite Valderrama guida i Rapids fino alle Semifinali di Conference, fino ai Los Angeles Galaxy di Cobi Jones e Luis El Matador Hernandez.

E’ la sua ultima stagione. Toglie gli scarpini e sveste la 10.

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Le collanine e i braccialetti, la maglia sgargiante e i capelli ricci lunghissimi biondi. Il chiamare palla e il nasconderla. Il fracassare e l’esplodere, l’indietreggiare per conquistare. Carlos Valderrama giocava un calcio opposto, differente. Tecnica contro il tempo. Immagine contro lo schema. Spazio contro la linea. Cercare di capire non ci è concesso. Rimane la visione. Il racconto è diventato corto e debole rispetto all’idea. Un dèmone ha attraversato il calcio in lungo e in largo. Lo ha perfezionato di continuo, senza mai cambiarlo. Ce lo ha regalato come si regala una cosa preziosa.

lunedì 12 gennaio 2015

Di un puma al rovescio e di un allontanamento volontario

Mia madre un giorno sparì, approfittando di un istante in cui mi ero distratto. 
L’abbiamo cercata a lungo; la trovò mio fratello, appena in tempo, impiccata in solaio. 
Comunque ritornò in vita. 
Scomparve una seconda volta: dovetti cercarla senza fine lungo il ruscello in cui avrebbe potuto annegarsi. Attraversai di corsa terreni paludosi. 
Alla fine mi trovai davanti a lei, su un sentiero: era bagnata fino alla cintola e la sua gonna grondava l’acqua del ruscello. 
Era uscita da sola dall’acqua gelida del ruscello (si era in pieno inverno), che in quel punto era troppo poco profonda per annegarsi.
(Georges Bataille – Storia dell’occhio)

Il Fato mi importunava. Intralciava la mia strada verso la Quiete, mi chiedeva di seminare odio e violenza, ma non sotto le forme becere di queste ultime ore, bensì nella loro versione più intima e privata: l’ossessione. Questa mia dea privata che ogni tanto mi occupa come un tarlo e non mi lascia più. Fino allo sfogo, fino al bisogno di una purificazione, fino alla catarsi.

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La passione per la fotografia calcistica vintage mi stava letteralmente consumando, trascinandomi con violenza alla tastiera per spingermi a battere un assurdo post sul potere della simmetria nel calcio e quindi nella vita.
Nelle quotidiane scorribande sui tumblr altrui iniziavo ad imbattermi con una certa frequenza in vecchie fotografie futbolistiche in cui fasi di gioco, schieramenti ed esultanze mi parevano spesso contraddistinti da una simmetria totalizzante ed estrema, talmente estrema da apparire, in particolari circostanze, addirittura bizzarra: esultanze piramidali, sovrapposizioni involontarie tra corpi, busti che si fondevano l’un l’altro nel tentativo di colpire il pallone di testa, perfettamente collocati nello spazio, assemblati in coreografie da nuoto sincronizzato.

"Origin of Symmetry"
Fuggito nell’imago avevo trovato la necessaria lucidità per elaborare un piano di lavoro, una sinossi: sarei partito da un’analisi della fotografia aerea del rigore calciato da Albertini nella canicola di Pasadena. Avrei messo in evidenza la perfezione della traiettoria e la potenza del tiro del milanista. Avrei sottolineato il contrasto tra il bianco delle linee ed il verde del terreno. Mi sarei quindi soffermato sul dettaglio delle squadre in attesa del Verdetto all’interno del cerchio di centrocampo. In apparenza ciascuna occupava rispettosamente il proprio semicerchio. Ad uno sguardo più attento, tuttavia, il trauma. L’ordine e la simmetria brasiliana. I verdeoro allineati come e forse meglio che durante l'esecuzione dell'Ouviram do Ipiranga
Sul versante italiano, invece, un trionfo di disordine e sciatteria. Gli Azzurri stravaccati per terra o ciondolanti all’impiedi, chi in preda ai crampi, chi con le dita nel naso.

Altro che il rigore di Baggio e il menisco di Baresi, altro che il soffio di Ayrton Senna sulla selezione parreiriana. La simmetria. L’ordine. L’organizzazione. Nessuna rilevanza della grinta nè del culo, nessun impatto del pubblico sulla prestazione della squadra. Il trionfo dell'eleganza sulla trasandatezza. Solo la simmetria. La differenza tra la vittoria e la sconfitta. La simmetria


Mi sarei poi spinto sino a percorrere a ritroso la storia della simmetria attraverso le immagini per raggiungere progressivamente il mio ambizioso obiettivo: trovare il fondamento, il colore primario, la pietra filosofale, la cosmogonia presocratica del calcio. Dimostrare l’esistenza di una legge estetica da cui scaturisce il nesso tra la perfezione del gesto tecnico e la sublimazione coreografica (pur se involontaria) di corpi sul rettangolo di gioco con il successo finale, con la pace, con la Giustizia, sportiva e non. Un’atarassia calcistica. Una nemesi. Il punto di frattura tra il dionisiaco della partita e l’apollineo del gesto tecnico, dello sforzo fisico.

Come tutti i programmi ambiziosi che nascono nella fantasia dei mortali anche questo impone la sua maturazione e, dunque, non escludo di poter riprendere il discorso in un’altra fase della mia esistenza. Stavolta la preparazione del pezzo, e lo sviluppo delle idee, si sono bruscamente interrotti il 19 novembre del 2014.

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Gone Girl”, appena uscito nei cinema, non è altro che la cronaca delle giornate successive alla misteriosa sparizione della moglie di un certo Nick Dunne (Ben Affleck). L’inizio di ogni nuovo giorno di assenza della moglie viene scandito dalla comparsa, in sovrimpressione, di un emblematico “1 day gone”, “2 days gone”, e così via. Per la mia vicenda potrebbe tranquillamente utilizzarsi lo stesso accorgimento, in quanto molte delle giornate trascorse in preda a questo assillo sono state le giornate della mia sparizione, della mia assenza, giornate di mistero e di raccoglimento.

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Cazzeggiavo senza meta e senza ispirazione su Twitter, quando mi imbattevo nel seguente tweet abbinato ad una vecchia foto della Stella Rossa Campione d’Europa di Pancev e Savicevic.



Rivoluzione dassleriana. Cataclisma estetico.
Ogni mia velleità artistica veniva brutalmente spazzata via da questa immagine sbiadita in cui riuscivo a scorgere, in 3 differenti gradi di obliquità e nitidezza, il vecchio puma della casa tedesca intento ad avventarsi, del tutto inspiegabilmente, su una preda posta a destra secondo il punto di vista di chi osserva, a sinistra secondo il punto di vista di Prosinecki e soci, con enorme e sconvolgente dissomiglianza rispetto al logo tradizionale al quale eravamo tutti necessariamente abituati. Lo sponsor “Casucci Jeans”, frattanto, mi commuoveva, ricollocando davanti ai miei occhi vecchi pantaloni sbiaditi custoditi in chissà quale ripostiglio, compagni di chissà quale campo-scuola.
Come nei casi in cui si viene messi al corrente del proprio imminente ed inaspettato decesso, la prima reazione è stata il rifiuto: un grossolano errore di una stamperia tessile serba, un gigantesco e madornale typo tipografico, un volgare bug organizzativo inaccettabile a quei livelli. ll puma che conoscevo era sempre stato, sin dalle sue prime apparizioni nel pianeta calcio, tradizionalmente impresso sulle casacche e sui calzoncini dei giocatori con il muso rivolto verso la destra dell'atleta e la sinistra dell’osservatore, verso le regioni ad ovest dello spazio iconico, verso la genialità, verso il talento maradoniano, verso la perdizione, in barba alla teoria prospettica panofskiana del quantum continuum. A destra solo la coda all’insù e le zampe posteriori ad esercitare una enorme pressione sul terreno. Credevo me l’avessero insegnato, nel tempo e con pazienza, proprio i Diego, i Cruijff, i Pelè, i Beccalossi, chi mancino di piede, chi di cervello. Zoologia calcistica.

Il logo "tradizionale", quello col puma orientato a sinistra di chi guarda

Superato a fatica lo shock visivo, improvvisavo qualche goffo ragionamento tentando di organizzare logicamente le scarne informazioni che mi giungevano dal web. In sostanza, secondo l’autore del tweet, si trattava di una sottile mossa di marketing della maison tedesca volta a far breccia nei paesi comunisti. Ad incrementare il proprio fatturato. Un messaggio subliminale. Verificavo all’istante. Niente, a Cuba e in Nicaragua la Puma di inizio ’80 non tirava, non mi pareva ci fosse arrivata, e comunque, se c’era arrivata, non tirava verso la destra dell’osservatore. In Ucraina idem con patate, era proprio il caso di dirlo. Per placare sul nascere le mie montanti sofferenze, decidevo quindi di rivolgermi direttamente all’autore del tweet, a Sergio, collaboratore galiziano di un famosissimo periodico futbolistico iberico e grande appassionato di calcio vintage. Il suo ragionamento, in effetti, non stava in piedi.



La risposta che più di tutte temevo, la mera congettura di un utopista visionario non supportata da alcun dato, da alcuna statistica, da alcun business plan, da alcun aneddoto.
Dovevo cercare altrove, mettere a soqquadro il web, trovare dentro di me spunti di riflessione nuovi, scenari imprevisti ed imprevedibili, aggrapparmi a visioni, sogni e meditazioni  notturne. È la mia natura, del resto, quella che mi porta ai piedi di madonna ossessione. Spesso il buon Gegen tenta di sottopormi ad improvvisate sedute di psicanalisi, riscontrando in me la meticolosità da botanico girovago, condita da una vena idiosincratica e vagamente folle. Poteva dunque saziarmi una risposta così superficiale, così legata ad una banale contingenza storica, ad una nauseabonda strategia commerciale assolutamente scissa dalle leggi del cosmo e dell’arte da cui la mia riflessione era partita?
Cosa fare, quindi?
Inspiegabilmente, iniziavo ad avvertire un totale disinteresse verso la risoluzione del problema, o meglio, un enorme timore legato ad un raggiungimento troppo rapido della soluzione, il terrore di una eiaculatio precox. Mi stavo lentamente affezionando a questo limbo, a questa quotidianità in bilico tra mistero e rivelazione, tra subliminale e reale, avrei voluto prolungare la permanenza in quella placenta limacciosa per mesi, per una vita.
Non riuscendo a capire se – per porla in termini cobainiani - fosse meglio burn out o fade away, decidevo di cercare la soluzione nelle profondità dell’encefalo. Se la risposta fosse arrivata improvvisamente almeno non mi sarebbe stata somministrata da qualche sconosciuto in chissà quale paese, sarei rimasto l’unico artefice del mio ritrovato stato di quiete e avrei dovuto ringraziare, o forse maledire, soltanto le mie facoltà intellettive.
Iniziavo a pensare con insistenza ad un’attenta, ragionata e teutonica regia della multinazionale di Herzogenaurach che, in vista della finale di Bari, poteva aver ideato una maglia celebrativa “da collezione”, con un “puma rovesciato” che, in caso di vittoria, sarebbe entrato di prepotenza nei salotti degli appassionati in questa nuova veste grafica, in barba a concetti oggi di grande attualità come brand identity e brand image, alimentando leggende e congetture per secoli, permettendo a Puma di entrare finalmente nel salotto buono delle Grandi dell’abbigliamento.
Ero fuori strada, questo rudimentale ragionamento non garantiva alcuno sbocco. Le prime verifiche effettuate a malincuore, poi, mi conducevano nella direzione opposta. Non si trattava infatti di un’eccezione, bensì di una ponderata strategia di marketing che negli anni aveva mostrato una certa continuità: la Stella Rossa, oltre ad essersi presentata col “puma rovesciato” sin dall’inizio della stagione '90-'91, era scesa in campo con quell’assurdo marchio anche in numerose stagioni precedenti, verosimilmente a partire dal 1979.
Era l’epifania del vuoto assoluto, uno squarcio nella mia esistenza, un naufragio metafisico e fisico-chimico. Il cervello non riusciva a metabolizzare quell’immagine, incominciavo a domandarmi: “E adesso? Quid me continebit?”. Sarei lentamente imploso. Sarei rimasto soffocato da un conato di vomito, prima o poi. Borbottavo per strada, da solo, in preda a complicate elucubrazioni, azzardando scenari inquietanti e l'esistenza di regie occulte. Il disinteresse generale verso l’arcano mi disgustava. Non comprendevo come mai sui social non si discutesse solo ed esclusivamente del “puma rovesciato”. Gli auguri di Natale iniziavano ad apparirmi una pleonastica perdita di tempo. Mi distoglievano dall’obiettivo.

Gli amici, che avevo gettato nella melma di questa inchiesta sin dalle sue fasi embrionali, manifestavano un interesse tiepido, fingevano di comprendere i miei tormenti ma, seppur apparentemente appassionatisi alla vicenda, iniziavano a guardarmi con sospetto, a trattarmi con accondiscendenza, a riempirmi la schiena di pacche intrise di pietà. La deriva ad un passo. Le feste natalizie dei mie cari rovinate dalla mia assenza, dalla mia incapacità di vedere oltre il balzo di uno stupido puma stilizzato. Arrivai perfino a provare una certa invidia per il gallego e per la sua risposta tanto epidermica e superficiale quanto appagante e risolutiva. La sua capacità di elaborare la propria teoria, di assimilarla, renderla pubblica ed andare oltre. A me, invece, non era concessa la pace, un destino faustiano non lasciava spazio alla serenità. Immerso nel pantano. Nella melassa fino al collo.

Proseguivo, dunque, per la mia strada. Mi pareva inconcepibile che un colosso del genere potesse essersi rivelato tanto superficiale nel proprio approccio estetico sebbene riuscissi ad immaginare senza troppa fatica un’asimmetria informativa tra centro e periferia, un’incomprensione linguistica, un black-out tipografico o una distorsione interpretativa nella Serbia dei primi eighties, orfana di Tito, in una squadra destinata ad essere il canto del cigno di una nazione tanto ricca di talento quanto povera di impegno, una nazione cicala di vita e di storia, che ha scelto di sacrificare l’unione e la forza per la distruzione e la morte. Samo Sloga Srbina Spasava. 4 “esse” svogliatamente immolate sull’altare del nichilismo, del torpore. Solo l’unità salva il serbo. E chi avrebbe salvato il sottoscritto?
All’orizzonte si profilava l’ipotesi-ammutinamento della divisione serba di Puma. L’imminente smembramento della regione avrebbe certamente agevolato l’apostasia tessile, un vago ed ermetico humour anticonformista di una delle nazioni più hippy della storia.

(Un’edizione limitata forse? E per chi? E perché? Una inevitabile fase di assestamento stilistico?)

Dovevo indagare più a fondo gettandomi nel ridicolo, rovistando tra le immondizie della vita, proprio come si proponeva di fare Marco Cocci negli ultimi fotogrammi di Ovosodo. Dovevo setacciare siti web coreani. Dovevo assolutamente chiedere alla mia collega di Düsseldorf di tradurre in tedesco l’email che avevo in mente di scrivere al quartier generale per chiedere spiegazioni a distanza di oltre 30 anni dagli eventi. Dovevo venire deriso da qualche stagista tedesco ventiquattrenne della divisione marketing. Dovevo consultare siti specializzati in storia di uniformi calcistiche. Dovevo contattare degli sconosciuti paranoici e complottisti sui social e setacciare scrupolosamente la loro aneddotica. Dovevo visitare il sito web della WIPO, l’organizzazione mondiale della proprietà intellettuale, per studiare a fondo storia e aspetto dei marchi depositati negli ultimi 50 anni dalla Puma.
Ormai disperato, interrogavo persino El Señor Dionigi, esperto di diritto d’autore e proprietà intellettuale: “Col-tuo-marchio-puoi-farci-quello-che-ti-pare-anche-se-non-lo-depositi-in-ogni-sua-forma”. 
Risposta orribile, il bicchiere d’acqua salata offerto al pellegrino intento ad attraversare il deserto.

Il Genio custodisce gelosamente il segreto del "puma rovesciato"


Cosa me ne frega di un codicillo giuridico sul marchio di fronte alla mia ossessione? Di fronte al mio obiettivo ultimo? Avevo senz’altro sbagliato ad interpellarlo. Me ne ero pentito perché mi offriva una soluzione tristemente asettica rispetto ad un interrogativo che aveva scosso profondamente la mia stabilità mentale, che aveva contaminato la mia vita pubblica e privata, oltre che i miei rapporti con i prodotti delle multinazionali.
Non a caso, proprio in quei giorni arrivavo alla soluzione finale. Non avrei più comprato alcun articolo d’abbigliamento sportivo commercializzato da multinazionali, in particolare da Puma. Avrei certamente continuato a consumare quelli in mio possesso, ma non avrei più contribuito ad alimentare la loro sussistenza economica, così da non metterli più in condizione di propinarmi il loro fluido mortale.
Stella Rossa, Feyenoord, Bruges, Monaco 1860, Borussia Mönchengladbach, Fortuna Düsseldorf, Werder Brema, Austria, Kuwait, e chissà chi altri. Più o meno dal 1979 al 1990. Undici anni di schizofrenia estetica. Undici anni di esperimenti, e comunque di rottura con la tradizione. Undici anni di puma orientati ad est senza per questo dover essere filostaliniani. E venti, forse trenta anni di domande rimaste parcheggiate sul bordo di una carreggiata in periferia, senza risposta. Trent’anni di assoluta indifferenza rispetto a quello sconvolgente dettaglio.

(Il puma è un felino? E' una specie? E' parente del giaguaro?)

Stilata la provvisoria lista di squadre col “puma rovesciato”, tentavo di individuare un filo (culturale, geografico, politico, geopolitico) che legasse tra di loro le varie esperienze. La Stella Rossa, Jugoslavia. Savicevic e Stojkovic. Il Feyenoord e il Bruges, Olanda e Belgio. La Germania, addirittura con 4 squadre di club. La nazionale austriaca. Nessuna apparente connessione. Di certo, i 4 casi tedeschi mi suggerivano di concentrare ogni sforzo sulla Germania, era evidente lo “squilibrio” tra questo Paese ed il Resto del Mondo. L’influenza della casa madre, quindi. La vicinanza geografica. Follia teutonica. L'unica cosa che riuscivo faticosamente a partorire era un ossimoro.
Il Kuwait al Mondiale ’82, poi, mi disturbava profondamente. Essere costretto ad osservare la maglia blu elettrico con quel grosso puma bianco, così nitido, quasi provocatorio nella sua sproporzione rispetto allo stemma della federazione, mi mandava in bestia. Non comprendevo perché proprio loro potessero essere stati resi depositari di un mistero così enorme. Proprio  loro, al Mondiale di Spagna, con i loro baffetti e le loro espressioni più incuriosite che concentrate. Dei sempliciotti allo sbaraglio. Non me ne capacitavo. Perché proprio club tedeschi, la nazionale austriaca..e il Kuwait. 
Fantasticavo sul destino di quelle ormai mitiche casacche. Dove sarebbero state custodite nel 2015? Quei calciatori in pensione continuavano certamente a mostrarle con orgoglio ai loro nipotini senza capire, senza porsi alcuna domanda, scioccamente, superficialmente. “Ce-le-hanno-date-così”. Fine della storia.
Pensavo ai francesi e agli inglesi che, dopo uno scambio di maglia con Kuwait dopo la partita del girone eliminatorio, si ritrovavano benedetti e messi in guardia, senza alcun merito particolare, dall'enorme e regale puma rovesciato, dall’Acolnahuacatl azteco, la divinità col compito di tener lontani i vivi dal mondo dei morti.

(Sarebbe possibile una cosa del genere oggi? Un'abiura visiva tanto sfacciata verrebbe compresa e accettata? Si griderebbe allo scandalo? E quale impatto sui fatturati?)


Ancora, azzardavo una quantificazione globale dei “puma rovesciati” esistenti sul pianeta Terra: 10.000 maglie stampate nella storia? 5.000? O forse 50.000? Di certo un’inezia rispetto ai grandi numeri oggi sfornati impietosamente dalle aziende situate ai margini delle bidonville del sudest asiatico e che con le loro colle tossiche infettano le vie respiratorie degli ignari figli dell'Indocina.
Quello strano puma era diventato, in pochi giorni, incontestato simbolo di Purezza, di Liberazione.


Conseguenze di un banale “puma rovesciato” privo di apparente giustificazione: 
(i) squadre con lo stesso sponsor tecnico che si affrontavano a loghi invertiti. Lothar Matthaus e il suo rivale del Monaco 1860. Un puma a sinistra e l’altro inspiegabilmente a destra;

(ii) giocatori della stessa squadra fasciati in una maglia con loghi differenti. Lo strano caso del Monaco1860: portieri col puma a sinistra, giocatori col puma a destra;

(iii) in alcune situazioni-limite, direi il Bruges, la dissociazione direzionale tra logo sulla maglia e logo sul calzoncino;

(iv) talvolta, il felide comicamente appeso per la coda e col muso all'ingiù.


(Perché questo vilipendio? Perché tanta mutabilità? Perché tanta sciatteria?) 


Parallelamente alla ricerca, percorrevo un involontario percorso di meditazione e di contemplazione. Osservavo quel logo con attenzione per la prima volta in vita mia. Quel puma, trent’anni fa, era davvero un puma, i contorni del carnivoro più definiti rispetto ad oggi. La “vita” più sottile rispetto al “busto”. Un aspetto sinuoso, fiero, regale. Una colonna vertebrale realisticamente incurvata verso la testa. Un animale affamato e violento. Così diverso rispetto al quel puma pigro e ormai appagato, spalmato quotidianamente sui pettorali di Balotelli e soci.
Più mi soffermavo a rimuginare sulla banalità, sulla meschinità e sulla futilità del dettaglio, più mi sentivo pago, sazio. La scarsezza di informazioni e di interpretazioni mi esaltava più che demoralizzarmi. La completa irrilevanza storica e culturale del dettaglio mi acquietava, gratificandomi al contempo. Finalmente un nonsense in questa esistenza. Finalmente un mistero leggero leggero, a mia esclusiva disposizione e su cui mai nessuno (o quasi) aveva mai soffermato la propria attenzione. Una specie di vezzo e di culto privato allo stesso tempo.

Non avevo, però, la presunzione di considerarmi il depositario esclusivo di questo segreto giacché, presto o tardi, sarebbe stato aperto un nuovo thread su qualche forum kuwaitiano e la verità sarebbe venuta a galla, con buona pace dei paranoici visionari appassionati di iconografia sportiva del nostro tempo. Ero consapevole che il destino del “puma rovesciato” era segnato per sempre. Il mistero sarebbe stato prima o poi svelato. E un epilogo del genere sarebbe stato pienamente comprensibile, vista la mole di dati ed informazioni quotidianamente alla mercè di chiunque, in uno col disgusto tutto occidentale per le cose non intellegibili e che tali a lungo non devono rimanere. Gli scomparsi di 'Chi l'ha Visto' che vengono trascinati a forza nelle loro originarie abitazioni, e forse anche bacchettati per il disturbo arrecato. E che non succeda più.
Ma una punta d’orgoglio c’era, un orgoglio alimentato dalla circostanza che le rarissime domande poste sui forum rimanevano sempre senza risposta, un pò come accade proprio a 'Chi l'ha visto', dove ci bombardano per mesi sui dettagli - anche quelli più intimi - di una sparizione e poi, quando lo sventurato viene agguantato, si decide di andare avanti, di non sviscerare nulla, nè le ragioni del gesto, nè l'indole del fuggitivo. "E-stato-ritrovato-ieri-sera-alla-stazione". Fine. Il prossimo grazie. E' quindi la vita stessa a rimanere senza risposta.
E infatti, questa vicenda, come la vita, è senz'altro caratterizzata dall’incapacità di gioire silenziosamente dinnanzi all'incanto dei misteri così come a volte ci vengono presentati, senza doverli per forza svelare e profanare, a causa della connaturata impossibilità di godere al pensiero di restare senza soluzioni.

Dopo tutto, “Gone Girl” mi era piaciuto proprio perché, per qualche ora, mi aveva donato l’illusione della sparizione perfetta e definitiva, senza un apparente motivo, da accettare così per come era e anzi, quasi da agognare.

* * *
L’uomo occidentale è complesso, mi dicevo, un impasto di realtà e sogno, di fuga e ritorno, l’eterno duale che lo abita, una dicotomia ambulante. Cosa è, in fondo, l’anima dell’uomo se non una contraddizione inspiegabile, come due agili puma che saltano in direzione opposta, senza incontrarsi mai.