giovedì 19 maggio 2016

"Cantona", di Andrea Romano. Un'anticipazione



Il nostro amico Andrea Romano, che su queste pagine ci ha ricordato i suoi anni a Malaga, e che su pagine di carta ben più prestigiose ha fatto una gustosa carrellata dei matti del calcio ("Manicomio Football Club"), oltre a contribuire al mitico "Memorie dell'Europa calcistica" con il pregevole racconto scozzese tanto elogiato da Antinelli, torna - peraltro direi con gli stessi toni letterari foschi del racconto da ultimo citato - in libreria con un romanzo biografico, o una biografia romanzata, insomma con un lungo racconto, su Eric Cantona, The King per gli amici ("Cantona. The King", Giulio Perrone Editore, collana Fuori Classe, 2016). In attesa che si cimenti con la sua prova più ardita (gira voce che stia progettando un romanzo distopico in cui Alessandro Rinaldi non regala il pallone a Owen contro il Liverpool, la Roma vince quella Coppa Uefa e Rinaldi, dopo anni di gloria, sfida Marchini al ballottaggio come sindaco di Roma), buona lettura con il suo nuovo libro, di cui ci pregiamo di offrire questa bella anticipazione.

***

Londra, mercoledì 25 gennaio 1995.

Tu adesso torni indietro e gli cancelli quell’espressione da demente dalla faccia.
Quanto è vero cristo iddio. Sì, tu ora esci da questa stanza e gli sviti quella sua inutile testa di cazzo.
Un pugno dopo l’altro.
Fino a quando non senti le sue cartilagini sbriciolarsi sotto le tue nocche.
Un dente dopo l’altro.
Fino a quando le sue labbra non la smettono di pronunciare quel nome.
Eléonore.
Non un nome qualsiasi. Il nome di tua madre. Ossa delle tue ossa. Carne della tua carne.
Chiudi gli occhi ma riesci ancora a vederli. Sono ovunque. Sotto il tuo naso e davanti alle tue retine. Sorrisi affilati innestati su volti anonimi. Non smettono un attimo di guardarti. Fisso. I loro occhi dentro ai tuoi occhi. Fino a quando non scoppiano in una risata sguaiata. Ed è inutile che provi a proteggerti le orecchie con i palmi delle mani. Perché tanto puoi sentirle riecheggiare dappertutto.
Dietro a ogni angolo. Aggrappate a ogni parete. Davanti a ogni spigolo.
Bocche velenose che ti ripetono che questa non è più casa tua. E non lo sarà mai più. Perché sei finito. Perché per te, qui, non è rimasto niente. Solo polvere e oblio e sofferenza e dannazione.
Tu, il francese insolente che sognava di conquistare la perfida Albione.
Provi a girare la maniglia ma le tue dita mancano la presa. Falangi impazzite che si rifiutano di obbedire ai tuoi ordini. Arti ammutinati che pensano sul serio di potersi ancora salvare.
Appoggi la schiena alla porta e ti guardi intorno.
Muri anneriti. Pavimenti scoloriti. Legno scheggiato. Panche consumate.
Giri la testa alla ricerca di una prova, di un disperato appiglio che ti faccia capire che questo non è altro che un delirio. Trovi solo buio. Buio che ti opprime la gola e ti sgonfia i muscoli. Buio che si mette in marcia verso di te. Lentamente. Centimetro dopo centimetro dopo centimetro.
Inspiri. Espiri. Inspiri. Espiri. Inspiri.
Vorresti metterti in salvo ma non riesci a schiodarti da lì.
Le gambe pesanti. La testa che frizza. Gli occhi che bruciano.
Il piede destro davanti al sinistro. E ti ritrovi solo e impaurito.
Il piede sinistro davanti al destro. E capisci che è tutto finito.
Niente più cori. Niente più applausi. Niente più preghiere. Niente di niente.
Stai per metterti ad urlare quando le senti addosso. Sulle tue braccia e sulla tua schiena. Intorno alle spalle e appese alla maglia. Sono fredde, umide, appiccicose. Mani. Le mani di Norman Davies. Gira la chiave nella toppa e ti urla contro qualcosa. E lo fa con la rabbia impastata a riverenza. Grida che ti devi calmare, il povero Norman. Strilla che se vuoi davvero uscire da questo spogliatoio del cazzo devi prima passare sul suo corpo del cazzo e poi buttare giù quella porta del cazzo.
Come se tu non fossi disposto a farlo sul serio. Come se tu prendessi davvero ordini da un magazziniere.
Espiri. Inspiri. Espiri. Inspiri. Espiri.
Ti sfili la maglia e la lanci il più lontano possibile. Pensi a loro. Lì fuori. Senza di te. Ti siedi con il cuore che rimbomba al centro del tuo petto. Ancora una manciata di minuti e sarà tutto finito. Per sempre. Perché dopo non ci saranno più partite da giocare né gol da segnare. Non ci saranno più stadi da ammutolire né colletti da alzare.
Norman si avvicina e ti passa un bicchiere di tè. L’unico modo in cui i pidocchiosi sudditi di Sua Maestà sanno risolvere i problemi.
Un sorso.
Due sorsi.
Tre sorsi.
E senti il calore che scende dritto giù nella tua gola.
Quattro sorsi.
Cinque sorsi.
Sei sorsi.
E questa notte non sembra poi così fredda.
Inspiri. Espiri. Inspiri. Espiri. Inspiri.
Ti togli i pantaloncini, le mutande, i calzettoni. Lasci cadere tutto sul pavimento, piano. Poi guardi i tuoi piedi. Con i cerotti che avvolgono le dita e le unghie deformate dalle botte. Ti fanno male. Ma è un dolore che non hai mai sentito in vita tua.
Dolore di testa. Dolore di sangue. Dolore di ossa.
Strofini le piante sulle mattonelle fredde e sbeccate. E mentre senti la pelle appiccicarsi al pavimento, ecco che un brivido si mette in marcia lungo la tua schiena.
Il tuo futuro. Un futuro molto più nuvoloso di quello che eri abituato a sognare. Nessun futuro.
Giri le spalle a Norman e spalanchi l’acqua calda. Provi a lavare via dalla tua pelle le ultime tracce di loro. Provi a gridare fuori dal tuo corpo le ultime scorie di rabbia che ancora ti legano a loro.
L’acqua bollente si infrange contro i tuoi capelli, controi tuoi zigomi contro il tuo naso. Scioglie lo sporco che ti si è incollato addosso e lo trascina giù nello scarico.
Goccia.
Dopo goccia.
Dopo goccia.
Chiudi gli occhi mentre sotto il tuo naso sfilano gli ultimi mesi della tua vita.
Tu felice. Tu sicuro di te stesso. Tu invincibile.
Apri gli occhi mentre sotto il tuo naso sfilano crudeli gli ultimi minuti della tua vita.
Tu ferito. Tu reietto. Tu distrutto.
Chiudi la manopola e i tuoi denti iniziano a sbattere l’uno contro l’altro. Hai freddo. E sei spaventato. Ti accorgi che stai tremando. Anche se non la smetti di ripetere che tutto si sistemerà, che ti perdoneranno. Perché devono farlo. Perché loro non hanno altro dio all’infuori di te.
Tu non hai paura.
Tu non hai paura.
Tu non hai paura.
E invece tu hai paura.

Fottutamente.

martedì 10 maggio 2016

Mio fratello è figlio unico: storie di fratellanza e uno scudetto revocato




Dries inizia a captare qualcosa in auto, lungo il tragitto che lo separa dal centro di allenamento. La uozzappata di Duvan, da Udine, gli sembra in effetti piuttosto singolare: “Amico, non ci si crede. Ti abbraccio : (”. Dries, che sta guidando, lì per lì non presta troppa attenzione alle parole dell’ex-compagno, ma quando nota che la bocca della faccina è rivolta verso il basso, si instilla in lui il dubbio che qualcosa possa essere successo. Non ha notato, Dries, le ripetute chiamate dei suoi, che stanno martellando il suo numero italiano direttamente dal Belgio, incuranti del piano tariffario. Questo perché, oltre ad essere al volante, Dries ha il silenzioso: a quell’ora è in genere una chiamata di maman, e Dries preferisce attivare la suoneria quando si sente più in vena di parlare, se non, direttamente, alla fine dell’allenamento del mattino.
Allo stop, però, Dries butta un occhio allo schermo del telefono e si sente un po’ meno pacifico del solito. Sul momento si allarma, ipotizzando che tanto Duvan quanto sua madre vogliano dirgli qualcosa che hanno saputo via internet e di cui lui, imbambolato dal sonno, non sa ancora nulla. Per calmarsi si affida a un pensiero che è tutto sommato tranquillizzante: forse un qualche suo compagno si è fatto male (magari molto male) in una seduta mattutina per i più volenterosi. E sorride, sornione, all’idea che i suoi trovino la voglia – a lui sconosciuta – di iniziare a sgambare già all’alba. Ben vi sta, pensa Dries, così imparate a fare gli esibizionista agli occhi del mister.
Ora, più calmo, inizia a divagare. D’altronde siamo primi e ci stiamo giocando il titolo: è normale, pensa Dries, che tutto l’ambiente stia vivendo in funzione di questo, e che qualche giornalista più invasato degli altri si sia svegliato di notte per non perdersi nemmeno il primo quarto d’ora di stretching mattutino. Certo, sarebbe un peccato se qualcuno si facesse male proprio in questo periodo. Ma Dries ha imparato a conoscerli, i cronisti. Magari è qualcuno che ha twittato qualcosa in preda all’allarmismo, magari è solo successo che Marek è inciampato per una scarpa slacciata, o che Pepe ha mandato a quel paese un raccattapalle.
Quando arriva nei pressi del parcheggio di Castel Volturno, Dries resta sbigottito: si può dire, candidamente, che non ci capisce più un cazzo. Ha letteralmente paura di mettere piede fuori dalla sua Opel. I giornalisti sembrano essere presenti a centinaia. Il mister sta parlando, con sguardo torvo, a una ventina di microfoni ammassati a capannello attorno a lui. Il Presidente sta piangendo, tirando pugni contro il petto di uno dei suoi collaboratori, che lo abbraccia. Urla “ladri” e “impostori” a interlocutori non meglio identificati. Marek sta benone, almeno all’apparenza, ma anche lui ha parecchie persone intorno. La cupezza del suo umore traspare tutta, attraverso gli occhialini con la montatura nera e spessa che il capitano è solito indossare quando si trova a interagire con la stampa.
Non è finita. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza. Ambulanze. Accesso agli spogliatoi bloccato, quasi fosse la scena di un crimine.
I tifosi, qualche migliaio, stanno urlando di dolore. La scena è struggente, senza che Dries riesca a capirne la ragione. Lo assalgono in gruppo in sei o sette, attaccandosi tra il parabrezza e la portiera. Solo il pronto intervento della sicurezza permette a Dries di togliere la sicura e poggiare, finalmente, i piedi a terra. Sulle prime, il ragazzo riesce solo a carpire qualche parola qua e là. Cose insolite e un po’ macabre. Come “sparizione”, “rapimento”, “attaccanti”, “Higuaín”.
Piano piano, mentre il suo cervello inizia a elaborare le decine di informazioni già immagazzinate e il risveglio diventa effettivo, Dries si rende conto che la riflessione che ha appena partorito lo fa sentire, né più né meno, un grandissimo figlio di puttana. “Magari così mi faranno partire titolare”, sussurra a se stesso d’istinto. Ma passa giusto un attimo prima che Dries, prontamente, lo reprima.

Al suo arrivo, Dries è quantomeno spaesato.

***

Telegiornale Nazionale:
è di qualche minuto fa la notizia della sparizione dell’intero parco attaccanti del Napoli. Si tratta di Callejòn José Maria, Gabbiadini Manolo, Higuaìn Gonzalo, Insigne Lorenzo. I quattro, recatisi al campo di allenamento per una sessione, sono stati visti entrare regolarmente in spogliatoio, salvo poi non esserne più usciti. A lanciare l’allarme un inserviente, inviato dall’allenatore a verificare cosa stesse accadendo ai giocatori in questione, che stavano accumulando un ritardo di mezz’ora.

ANSA:
Misteriosamente scomparsi alcuni atleti, le cui prestazioni sportive sono retribuite dalla SSC NAPOLI. Gli inquirenti ipotizzano rapimento in blocco. Movente e mandanti sconosciuti. Attesi sviluppi nelle prossime ore.

Telegiornale Privato:
Sembrava tutto troppo bello per essere vero. Un meccanismo perfetto, un inatteso primato a due terzi di stagione, un gioco invidiabile ed elogiato da tutti. Ma, soprattutto, un’armonia straordinaria. E un entusiasmo che non si respirava dai tempi di Diego. Ci pare di vederli, Gonzalo, Lorenzo, José e Manolo: belli, bravi e amati. Chissà dove saranno adesso? Le Forze dell’Ordine, per il momento, non stanno riuscendo a venire a capo della vicenda. Resta, forse, solo la speranza che San Gennaro faccia un miracolo dei suoi.

Talk Show (edizione serale straordinaria): 
- “...credo, per il bene di tutti, che si debba fermare il campionato. Poco importa se siamo a giovedì e mancano due giorni al primo anticipo. Si devono fermare, punto e stop. Non si era mai visto niente del genere dai tempi del Grande Torino: mi sembrerebbe sciocco pensare di andare avanti così’”.
- “Non so Federico, sono perplesso. Sarebbe di sicuro un segnale forte. Ma qualcuno non aveva detto che The show must go on? E proprio tu, che conosci l’America tanto bene, dovresti saperlo”.
- “Franco, Franco, sono costretto a fermarti. Sulla riflessione, cruda ma a mio parere del tutto condivisibile di Federico, andiamo in pubblicità”.

Comunicato ufficiale Lega Calcio:
A seguito dei fatti di Castel Volturno, la Lega Calcio Serie A decreta lo stop temporaneo del campionato 2015-’16 fino a data da definirsi. La Lega si riserva il diritto di far ripartire la stagione solo a indagini ultimate, in attesa di ulteriori accertamenti. Nel caso dovessero mancare elementi sufficienti alla suddetta ripartenza, la stagione si chiuderebbe con l’assegnazione d’ufficio del titolo alla SSC Napoli, in quanto prima in classifica al momento dell’interruzione”.

Quotidiano Sportivo (del giorno dopo):
«IL NAPOLI DI SARRI COME IL TORINO DI MAZZOLA»
Scomparsi quattro attaccanti del Napoli, la Lega decreta lo stop del campionato: si prospetta assegnazione con revoca, come accadde nel 1949.

Belli, bravi e amati. Chissà dove saranno adesso?

***

Dries non è mai stato in un tribunale in vita sua. Le poche cose che mastica in fatto di legge le deve ad alcune vicende di cronaca – competenza della giustizia sportiva – che lo hanno colpito particolarmente, qualche procuratore incontrato nel corso degli anni e qualche amico delle scuole secondarie che ha studiato giurisprudenza. Non ha la minima idea di come funzioni una deposizione. Quando il giudice istruttore lo interpella, Dries è ancora più spaesato che al suo arrivo a Castel Volturno, quella mattina. Vorrebbe esprimersi in italiano, come è perfettamente in grado di fare, ma sul momento gli risulta impossibile.
Le parole del giocatore, prontamente riferite dal traduttore, corrispondono più o meno a quello che tutti si aspettavano. “Un rapporto ottimo, non c’è che dire. Sapevo che Lorenzo quest’anno era molto motivato, perché nell’anno degli Europei avrebbe fatto di tutto per non perderseli. E poi, tra noi, ci siamo sempre capiti. Un anno è andata meglio a lui, un anno a me, quasi a turno. Ci siamo sempre spartiti minuti e partite senza problemi, tra coppe e campionato. E poi, anche se mi sono trovato a giocare meno, non ho mai pensato che avrei rischiato il posto in Nazionale. Né ho mai pensato a Lorenzo come ad un avversario; pazienza, poi, se il sorteggio ci ha condannati allo stesso girone. E questo primo posto ci stava, se possibile, legando ancora di più”.
Dries beve acqua, prende fiato, continua. Non si capacita di come sia possibile trovarsi a parlare di tutto questo. “Sì, mi rendo conto di essere stato in qualche modo graziato. Naturalmente, spero che tutto si risolva per il meglio”. Quindi passa a parlare degli altri compagni. “Con Callejòn mi sono sempre inteso, è un po’ lo stesso discorso che ho fatto per Lorenzo. Non rivali, ma prima amici e poi colleghi. In più siamo arrivati a Napoli insieme, e per entrambi si è trattato dello stesso difficile – e bellissimo – percorso di ambientamento e soddisfazioni personali”. Dries va avanti: “Beh, che dire di Gonzalo? Come giocatore lo conoscete, della persona non posso che parlare benissimo. Gli dobbiamo tutti tanto. Gli dobbiamo, soprattutto, il nostro sogno. Per la città stava diventando qualcosa di molto vicino a Maradona. Più di Lavezzi, più di Cavani, più di tutti”. Mertens spende due parole anche per Gabbiadini: “Ecco, per Manolo ero dispiaciuto in modo particolare. Si stava perdendo l’Europeo per stare in panchina, ma stava reagendo da gran signore, capendo che questo sacrificio sarebbe comunque servito al bene della squadra. All’inizio non parlavamo – è un tipo piuttosto schivo –, ma dopo alcune partite di Coppa, in cui ci siamo trovati particolarmente a nostro agio, siamo diventati molto affiatati. Mi dispiace molto, per lui e per la sua famiglia. E per tutte i parenti dei miei colleghi: per i loro genitori, le loro compagne, i loro fratelli e le loro sorelle”.
Ora che Dries e l’interprete hanno finito, arriva il turno di Allan e Albiol. Non è sicurissimo, Dries, ma ha avuto la sensazione che, alle sue ultime frasi, l’aula sia diventata improvvisamente gelida e l’ambiente si sia irrigidito di botto. Dries pensa di non aver detto nulla di grave: come potrebbe averlo fatto, augurando ai cari dei suoi colleghi la fine di un’agonia che si immagina atroce? Forse, si dice, è solo un dubbio senza fondamento.

Mertens al microfono: non propriamente a suo agio.

***

è aprile, e della massima serie nemmeno l’ombra. Le proteste dei club, arrivate con maggior vigore dalle squadre in lotta per l’Europa e la salvezza, hanno portato la Federazione a prendere misure straordinarie. La Lega Calcio ha indetto una serie di sfide settimanali, una sorta di Coppa Italia a gironi, perché gli organici si mantengano in forma e gli atleti giochino a cadenza regolare in vista della prossima kermesse continentale. Le statistiche sono state ri-azzerate, i traguardi verranno decisi sulla base di una media ponderata, che tenga conto di questo ultimo torneo e della classifica che era in vigore prima della pausa. Il Governo ha ormai iniziato a sospettare che l’Intrigo sia di carattere internazionale, finendo per istituire una speciale Commissione che indaghi sulla faccenda. Sono stati assoldati i migliori in ogni campo. Napoli sta dedicando vie e iniziative ai propri beniamini, con l’ausilio del Sindaco. C’è stato anche uno speciale televisivo a cura di Roberto Saviano, in cui si è approfondita la dimensione religiosa dell’attaccamento, da parte di una città martoriata dai problemi interni, alla propria squadra di calcio.
Quando una pista “secondaria” – e ritenuta improbabile fino a poco tempo prima – inizia a diventare calda tra la Liberazione e il Primo Maggio, lo stupore generale è alle stelle.
Pare che qualcuno, senza volerlo, abbia compiuto degli errori di sufficienza nel valutare le proprie mosse.
A seguito di una attenta analisi di certi tabulati telefonici e di alcune prenotazioni on-line, i membri della Commissione iniziano a insospettirsi. Si convincono del tutto all’emergere di un dato in particolare: la partenza da Fiumicino, durante quel “ponte”, di una coppia di ragazzi, diretti a La Paz. Aiutati dall’intensificata severità dei controlli e con l’aiuto dell’ambasciata boliviana, gli addetti alla sparizione del “Grande Napoli” decidono di fermare i due giovani.
Lui sembra uno scugnizzo. Ha la faccia pulita, si chiama Roberto e ha poco più di vent’anni. Veste curato, è bassino di statura e parla con un forte accento campano. Deglutisce più volte quando lo fermano, iniziando a sudare in maniera palpabile dalle tempie geometricamente rasate. Sembra molto nervoso. Agli agenti, per la verità, ricorda qualcuno.
Lei, invece, per quanto sembri un maschiaccio, più che una ragazza è ormai una donna fatta e finita. Risponde al nome di Melania, e a giudicare dalle occhiaie sembra dormire poco da mesi. Ha trentatré anni, il riflesso ormai scolorito di alcuni colpi di sole e non si può propriamente dire curata. Sta arrivando da Verona, ma quando apre bocca non può nascondere le proprie origini bergamasche.
I due – che sostengono di essere fidanzati – dicono agli agenti di essere colleghi. Roberto afferma, addirittura, di giocare in Serie B. Melania, visibilmente irritata, sostiene di essere un membro della Nazionale Italiana femminile, e si produce in alcune frasi sconnesse che in sostanza coincidono con il più tipico dei “lei non sa chi sono io”. Provano a convincere le guardie circa una loro passione segreta, tenuta nascosta per mesi per evitare la ribalta dei rotocalchi. Eppure diversi elementi – della loro versione – non quadrano fino in fondo. Sembra, sostengono gli agenti, una storia “di copertura” e concordata fin nei dettagli. Quanta alla –  insolita – scelta di sfruttare il ponte del 25 aprile per una settimana di fuoco a La Paz, la decisione pare, in definitiva, quantomeno bizzarra. Specie a campionati ancora in corso.
Nel frattempo, in Ohio – più precisamente nella città di Columbus –, viene dichiarato in stato di fermo il centravanti della squadra locale.
Una quarta figura è bloccata, guarda caso, nella capitale boliviana. E lui, davvero e più degli altri, ricorda qualcuno.


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La storia del “Grande Napoli” è entrata, nel giro di poco, negli annali della storia del calcio. Mai si era assistito, nel secolo e mezzo di storia del gioco, a un evento così singolare. Tanto diabolicamente ragionato, imprevedibile, assurdo. Di fatto un rapimento, un sequestro in blocco. Dai verbali – poi resi noti – sono emersi libri, articoli e montagne di pagine di saggistica; dalle riprese del processo è venuto fuori un documentario tradotto in diverse lingue, oltre a un lungometraggio presentato a Venezia fuori concorso. Entrambi i prodotti, pare, prodotti da una casa cinematografica piuttosto vicina agli interessi della Società Sportiva Napoli.
I quattro attaccanti, una volta rilasciati, hanno ricevuto la cittadinanza onoraria, con tanto di apposita cerimonia alla presenza di Luigi De Magistris. Il Napoli ha ottenuto – come preannunciato dal regolamento – l’assegnazione dello scudetto, titolo che negli almanacchi è stato annotato attraverso la famosa dicitura “(revocato)”, di mazzoliana memoria e con asterisco di seguito.
Gabbiadini, tornato alla normalità, ha scelto di votare la propria carriera all’Atalanta, vincolandosi al suo club di origine fino a fine carriera. Callejòn, dopo una rescissione annunciata, ha tentato di recuperare la propria vita calcistica in Spagna (Betis e Granada le sue parentesi migliori), prima di concludere che come attore dilettante e presentatore di reality avrebbe, decisamente, guadagnato meglio e più facilmente. Higuaín e Insigne, al clou dei rispettivi percorsi sportivi, sono rimasti a Napoli senza più vincere nulla, a cominciare dalla sfortunata Supercoppa 2016-’17. L’argentino ha chiuso al River, qualche anno dopo. Il napoletano, dopo un decennio in maglia azzurra, si è ritirato da detentore di molti record individuali.
Dries Mertens ha giocato un europeo straordinario. Celebre è rimasta la sua dedica della vittoria finale ai quattro compagni, gli “scomparsi” poi ritrovati. Anni dopo ha scelto di raccontare ai suoi bimbi una storia che non sapevano ancora. Proiettando, sul megaschermo del suo casolare di Leuven, il documentario sul Grande Napoli. Non avrebbe avuto parole, Dries, per farlo in modo più efficace di quanto potessero le immagini televisive. Anche a distanza di anni. Sorride, Dries, vedendo che i suoi bimbi si entusiasmano di fronte alle riprese del suo interrogatorio, più di quanto avessero mai fatto alle numerose riproposizioni delle sue prodezze sportive cui il mondo circostante li aveva sottoposti. Papà lì era strano. Era in giacca e cravatta, e sembrava molto emozionato.

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Per primo parla Roberto Insigne, decisamente il meno a suo agio di tutto il quartetto:
“Niente. Mi ha contattato Melania, dicendomi che avremmo fatto una fortuna. Mi bastava unirmi a loro e il gioco era fatto. Mi ha detto che avevamo già dalla nostra il gemello scarso di Callejón, quello che giocava in Bolivia, e il fratello di Higuain, quello degli USA. Sono stato uno stupido, ho accettato solo per i soldi e senza pensare alle conseguenze del casino in cui mi stavo mettendo. Non avevo la certezza che dopo Avellino sarei riuscito ad andare in Serie A. Mi promettevano la ribalta da anni, senza che riuscissi mai a sbocciare. Come, invece, era successo a Lorenzo. Ero l’Insigne minore, il fratello di, l’altro. Quello con caratteristiche più da ala, buono per la B e, al massimo, per la panca in Serie A, purché in una provinciale. No, Lorenzo non mi ha mai aiutato. Il successo lo ha cambiato, pensa solo a se stesso. Come ha sempre fatto, fin da bambino”.
Juan Miguel Callejón, detto Juanmi, si esprime in termini che per la stampa e gli inquirenti sono sorprendenti:
“Sì, avete capito. Davvero. Ne sono fiero, sono contento di averlo fatto. Punitemi, è giusto. Ne sono andato in cerca, l’ho voluto. Dopo Madrid ho vissuto di prese in giro, senza il minimo rispetto da parte dei media, dei miei compagni e – strano, ma vero – dei miei genitori. Da allora sono stato il gemello diverso, perché meno forte, meno cinico, meno cattivo. Ho cercato di avere la mia rivincita cercando di riciclarmi più volte e in vari campionati, ma dall’approdo di mio fratello a Napoli ho capito che sarebbe stato impossibile emanciparmi da queste etichette. Se da ragazzini in fondo ce la battevamo più o meno alla pari – forse, nelle giovanili, il più brillante ero io –, gli anni nella Castilla hanno finito per rovinarmi. Mi consola solo il fatto che mio fratello non ha mai saputo, né da ragazzi né in tempi recenti, in quante occasioni io abbia usato la sua identità. Trattamenti di favore nei locali, posti in prima fila agli spettacoli, occhi di riguardo in ristoranti di lusso. E molte ragazze ai miei piedi, perché io ero Callejón, quello del Napoli. Non ci ho messo niente a coordinare l’operazione da qui. Melania mi ha convinto, Federico era praticamente già dei nostri. Anche a convincere Roberto non ci è voluto molto. I rapitori, gli esecutori materiali, li ho scelti io di persona”.
Federico Higuaín non è da meno:
“No, non siamo mai andati d’accordo. Tantomeno da piccoli. Lui era quello più interessante, l’argentino nato in Francia. Con un talento addirittura maggiore di quello del fratellone, che giocava già nel River da anni, ma nessuno lo ricorda. Nostro padre, del resto, ha sempre preferito Gonzalo. Ha sempre curato per lo più i suoi interessi: mandando lui dai procuratori migliori, trovando per me contratti a buon mercato con squadrette del cazzo. Dopo l’esperienza in Turchia stavo impazzendo, mentre Gonzalo bruciava le tappe e stava diventando davvero troppo forte. Non riuscivo a sopportarlo. In America ero finalmente qualcuno, ma mai abbastanza da potermi permettere di essere me. A parte le facili ironie dei nostri amici storici sulla calvizie che me e non Gonzalo, che aveva ancora margini di salvezza, mi feriva che le gente non immaginasse nemmeno quale dramma stessi attraversando. Questa storia del primo posto del Napoli stava iniziando a infastidire un po’ tutti, lui stava diventando qualcosa di simile a Dio. Quando Melania e Juanmi mi hanno contattato, non ci ho pensato due volte. Si figuri, signor giudice, che quando Gonzalo mi ha visto, dalla celletta in cui li tenevamo rinchiusi, mi ha sputato. Dicendomi che se l’aspettava, che l’aveva sempre saputo”.
L’interrogatorio a Melania Gabbiadini si rivela un po’ più complesso del previsto. La donna è un osso duro. Parla poco, pur essendo, a tutti gli effetti, la mente dell’operazione. Crocifissa dalla stampa nazionale, tradisce più volte, nel serrare la mascella, un sorriso beffardo. Sotto torchio non cede, tanto da esasperare chi la sta sottoponendo ad una sequela interminabile di domande serrate. Ad ogni modo le testimonianze la inchiodano; resta solo da capire – attraverso le sue dichiarazioni – quale fosse la gravità del suo coinvolgimento. Poi, a un certo punto, la Gabbiadini sembra come annoiarsi. Pare voler spiegare, non senza supponenza, dinamiche del tutto ovvie a chi le sta facendo domande tanto stupide e banali:

“Bene, Lei è ufficialmente un minus habens, nel senso che non credo possieda gli strumenti per arrivarci. Dunque La aiuterò e metteremo fine a questa imbarazzante – per Lei – procedura zeppa di formalismi privi di senso. La inviterò a riflettere su un solo, semplice punto. Ecco, Signor Giudice, si immagini di essere qualcosa di leggendario nel Suo ambito professionale – cosa che Le auguro di cuore, ma credo si realizzerebbe difficilmente. Ora, ammettiamo che il Suo campo sia, nello specifico, lo sport professionistico: più precisamente il calcio. Ammettiamo anche che Lei stia praticando questo sport per volere dei Suoi genitori, cui ha dedicato la Sua intera esistenza nel tentativo di ottenere la loro felicità, se non un semplice “brava!” – o “bravo!” nel Suo caso. Continuiamo col dire che c’è, come dire, un certo grado di oggettività dei Suoi successi professionali, e che questo si traduca in cinque scudetti, il primo dei quali ottenuto dieci anni prima dell’ultimo. Diverse coppe nazionali. Diversi record di reti. Titolarità in Nazionale. Quattro anni consecutivi come miglior giocatrice in assoluto di un’intera categoria. Tanto da aver oscurato, almeno in parte la dittatura che figure come Morace o Panico stavano esercitando sulla memoria di una branca del calcio che impropriamente continuate a definire “in rosa” o “al femminile”.  Ora, in parallelo, si immagini di avere dei genitori che, dai suoi dodici anni circa, inizino a riversare tutte le loro attenzioni sul fratellino più piccolo. Tecnicamente bravino, ma in fondo normale. Fondamentalmente, e al contrario di Lei – che a questo punto spero si sia immedesimato in una ragazza – di sesso maschile. Si immagini quindi che questo fratellino diventi professionista, e intraprenda una carriera a tutti gli effetti modesta, ma che questa modestia sia sufficiente ad oscurare la Sua straordinaria carriera da record. Si immagini che la carriera di questo ragazzetto sia ritenuta dalla stampa più importante della Sua, che la semplice possibilità che il ragazzo vada in Nazionale oscuri il fatto che Lei, in Nazionale, ci va dal 2004. Ora, a questo, sommi l’eventualità di uno scudetto della squadra in cui Suo fratello milita, senza che si tenga conto dei suoi cinque titoli. Sorvolando, per buon gusto, sul fatto che Suo fratello ha avuto, in tutto questo, un ruolo che definire marginale sarebbe un complimento. Ecco, Signor Giudice, io le chiedo: posto tutto questo, se Lei fosse – mettiamo – la ragazza in cui le ho chiesto di immedesimarsi, come si sentirebbe?”

Melania: una leggenda.

lunedì 2 maggio 2016

Il punto di maggio

Scrivere di lunedì mattina una volta significava riepilogare tutto quanto era successo nel fine settimana sportivo (che poi era, di base, la domenica); oggi invece lo spezzatino degli impegni consente di scrivere sapendo molto ma non tutto, e il caso benevolo di questo inizio di maggio vuole che fra questi destini non scritti, e che forse verranno scritti già questa sera, ce ne siano di grandi e di piacevoli da trattare. Cominciamo appunto da qui.


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La Premier. Chelsea-Tottenham è una buona partita per ammazzare il campionato; e probabilmente, guardando il calendario, qualche tifoso dei Blues avrà pregustato a inizio stagione la possibilità di vincere il campionato in casa, a due giornate dalla fine, battendo i rivali cittadini e la loro batteria caleidoscopica ma leggerina di attaccanti che sbucano da tutte le parti e non si sa bene dove vadano a finire. Invece, com’è noto, le cose sono andate un po’ diversamente; in primis per il Chelsea, che ha avuto la stagione fallimentare che tutti conosciamo, ma anche, ad essere giusti, per il Tottenham, che ha finalmente messo ordine nel proprio caos creativo e l’ha trasformato in una performance di una certa efficacia (non è giusto dimenticare l’approdo ai quarti di Europa League, impegno forse un po’ trascurato nel nome della rincorsa al primo posto).
In ogni caso, il Chelsea ha oggi la possibilità di concludere la premier, condannando il Tottenham a un’altra stagione senza vittorie e incoronando il Leicester. L’occasione è ghiotta: e, sulla base di considerazioni razionali sul valore e la motivazione delle rose e guardando il cammino recente delle due squadra, mi sembra implausibile che il Chelsea non raggiunga almeno il pareggio. Però se dovessi scommettere punterei sulla vittoria esterna, che mi sembra si attagli meglio a tutto il copione di quest’annata. È anche vero che io non scommetto da tanto, e - anche quando lo facevo - la Premier la bazzicavo poco e la indovinavo meno.


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Il Leicester. Sono contento di questo lunedì che mi dà la possibilità di scrivere del Leicester senza che sia partito il carro dei vincitori e senza l’aggravio particolare di retorica che avrebbe apportato al tutto una vittoria decisiva ottenuta al Teatro dei Sogni. Mi fa piacere perché questa attesa ancora un po’ impaurita (per un’altra squadra non avremmo timori, con un tale vantaggio a questo punto del campionato. Ma il Leicester City, dio mio!…) dà la possibilità di tratteggiare considerazioni più fredde e ragionevoli. Intanto, se diamo un’occhiata ai numeri, vediamo che la squadra di Ranieri è perfettamente in linea con la media punti ottenuta in altri campionati recenti da squadre ben più valutate e blasonate; il Manchester United del 2011, non esattamente un outsider o una squadra abituata a lasciare punti in giro, vinse il campionato con 80 punti; e gli altri campioni degli ultimi anni, pur ottenendo più punti, non hanno poi raggiunto queste vette clamorose.
Questo per dire che sì, sono mancate le squadre più attese, ma il ritmo tenuto dal Leicester sarebbe stato da primo posto anche se gli altri avessero marciato a dovere. E non mi pare neanche che si possa parlare di favola (se non, certo, come trovata sintetico-retorica da titolone di Televideo; lì la accetto): se fosse stata una favola, se il Leicester City avesse viaggiato fin dov’è ora sotto l’effetto di un incantesimo, allora credo si sarebbe svegliato da un po’ sotto i colpi dei propri topini pasticcioni (uno per tutti: Simpson, che si fa espellere con l’Arsenal, sbaglia un gol fatto con il Southampton, nelle due partite a Manchester perde palloni orribili e manda Aguero e Lingard da soli in porta e questi non segnano. Ma non è un mistero: è Schmeichel). La verità è che i blu sono quanto di più lontano da una magia o un incanto: sono un meccanismo precisissimo e complesso, che gratta a volte e sembra incepparsi, perché i singoli pezzi sono quel che sono, però gira, gira bene, anzi compie giri che sarebbero impossibili per le rotelle prese in sé. Tutta questa vicenda somiglia, io credo, al ciaffo asciuga-insalata: che ha due rotelline piccole piccole, però in qualche maniera fa muovere la centrifuga grande, e anzi dà gusto mettersi a girare con foga quell’attrezzino e ottenerne velocità folli. Io ho fatto il classico, e non ho idea di come diavolo funzioni un asciuga-insalata; ma non per questo tiro in ballo la magia quando devo prepararmi un contorno rapido. Non per questo.
Ah, volevo aggiungere un’altra cosa: che, per noi sostenitori delle piccole o comunque di squadre poco accreditate, la vittoria del Leicester sarebbe un trionfo concettuale e un disastro statistico: un trionfo, perché confermerebbe che c’è ancora spazio, in mezzo a tutti i soldi e alle nuove regole del famoso calcio moderno, per l’impresa che sconvolge qualsiasi pronostico; ma anche un disastro, perché chissà poi quando ricapiterebbe.

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Se in qualche modo è razionale il Leicester, lo è, necessariamente, anche il Manchester City. Lo è nel senso che i risultati ottenuti dalla squadra celeste sono quanto discende dalle scelte compiute in estate, o piuttosto da qualche estate, dalla società. 64 punti in 36 giornate di campionato sono un bottino misero, certo non riscattato dalla vittoria (senza grandi squilli) in Coppa di Lega; una simile miseria potrebbe bensì essere riscattata, chiaro, da un evento di cui io, da simpatizzante del City, non ho intenzione di parlare.
Guardiamo invece a questi tre anni di gestione Pellegrini e diamo un’occhiata a ciò che ha lasciato: chi sono i giocatori chiave? Su chi basare la struttura della squadra? La risposta è, io credo, Hart, Kompany, De Bruyne, Silva (un giorno dovremo parlare di questo giocatore meraviglioso e sottovalutato, come se non avesse avuto una parte gigantesca nei trionfi del suo club e della sua nazionale), Aguero. Più ovviamente Yaya Touré, che è stato fondamentale in questi anni ma che non sarà parte del futuro del City. Ebbene, se diamo un’occhiata a questi nomi ci rendiamo conto che qualcuno, a tutti i livelli, ha sbagliato delle scelte e ha sprecato fior di milioni. Non mi sembra affatto, per usare una litote, che il City di Pellegrini circa 2016 sia più forte di quello lasciatogli da Mancini; anzi, mi pare che le scelte giuste sul lungo periodo siano state quelle effettuate dallo jesino.
Poi, certo, c’è quell’evento di cui non ho intenzione di parlare, e che magari potrà rivelare la statura internazionale di Otamendi, o segnare il riscatto di Demichelis, o non cosa; in quel caso sarò ben lieto di riconoscere ad allenatore e dirigenti la lungimiranza delle scelte effettuate. Al momento, restano 64 punti e un futuro nebuloso.
È pur vero che l’assenza di una programmazione chiara è un po’ il vizio comune delle grandi delle Premier, ed è figlia evidente dell’abbondanza di denaro e dell’ampia platea di rivali competitivi, che spinge a comprare subito e a casaccio. Però, pur in questa tendenza generale, il City sembra spiccare tristemente.

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La serie A (e Guardiola). Il campionato ha detto che la Juve è fortissima, è calma, è ben guidata, ha risorse importanti in panchina ed è campione d’Italia con amplissimo merito. Proprio un verdetto così chiaro però, mi pare, autorizza i rimpianti per una Champions in cui la Juventus avrebbe potuto e forse dovuto far meglio. Che tra le quattro grandi d’Europa di oggi si ponga il Bayern e non la Juve è normale solo dal punto di vista del blasone e di un’analisi pigra, contraddetta dai balbettii della squadra di Guardiola sia contro i bianconeri sia con il Benfica ai quarti.
Alla fine della sua esperienza a Monaco, è dubbio, credo, che Guardiola abbia portato qualcosa di più di quanto il Bayern è solito ottenere con qualsiasi guida; e questo, visto che si parla di finali di Coppa e di campionati dominati, è anche comprensibile. Il problema è forse che non si è visto neanche qualcosa di granché diverso. Ci aveva abituati bene, è vero; ma si era anche abituato benissimo, e magari non se l’è sentita di tentare rivoluzioni, né nel Bayern, né nel proprio modo di intendere il calcio.
Il resto della serie A è un po’ così. C’è da ringraziare il Napoli che ha tenuto aperto più del normale un campionato da cui l’altra possibile contendente, la Roma, aveva deciso di autoeliminarsi; per il resto, io tifo Gilardino e guardo con moderato interesse alle ultime due giornate.


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La Liga. Una cosa che non mi piace della Liga (per il resto non solo emozionante in vetta, ma piena di squadre che hanno saputo inventarsi e reinventarsi: vi ricordate tre-quattr’anni fa, l’aria di fallimento e smobilitazione diffusi? Adesso guardate un po’ l’Europa League), una cosa che proprio non mi piace, è il sadismo degli arbitri nei confronti delle piccole. Le tipiche piccole che vanno al Bernabeu e al Camp Nou e prendono un gol bello, o un rigore abbastanza netto, e poi un secondo gol in transizione; eppure continuano a giocarsela, vanno al tiro, sono pericolose. Oh, non so se è un’impressione mia, ma a quel punto succede un po’ troppo spesso che un contatto trascurabile divenga un rigore, o che qualcuno si prenda una seconda ammonizione troppo fiscale: col risultato che poi l’onesta squadretta ne prende sei o otto, e la cosa suona quasi come un monito.
Non so se sia sadismo da parte degli arbitri spagnoli o se è invece una sorta di traslatissimo e un po’ frainteso memento mori, però dà fastidio. Non è neanche sudditanza, è un fatto diverso e forse peggiore.

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Serie minori. Come appassionato di maglie molto belle e storiche, sono felice della promozione in B della Spal; mi urterebbe un po’ se l’Alessandria buttasse via circostanze piuttosto favorevoli e riuscisse ad arrivare fra le prime quattro d’Italia in Coppa ma non le prime quattro del proprio (non osticissimo) girone di Lega Pro. Nel caso comunque tiferei Pisa e/o Lecce, al limite anche Casertana; c’era forse la Casertana in B l’ultima volta che c’è stata la Spal? Può darsi; se non quell’anno era quello prima.
Come simpatizzante del Cosenza mi spiace molto che neanche quest’anno sia l’anno buono. E questo fatto che vada in A chiunque, adesso pure il Crotone…, comincia a essere pesantuccio. D’altra parte non so quali fossero gli obiettivi stagionali. Si è fatto il massimo? Qualcuno può illuminarmi?
Quanto alla D, mi spiace che non ce l’abbia fatta la Cavese e molto probabilmente neanche il Taranto; e mi addolora l’agonia - di anni, ormai - della Triestina. Che poi, oltretutto, avremo forse dieci stadi davvero belli e ben fatti, in Italia, e uno è nascosto in quarta serie e ci va a giocare il Campodarsego (con tutto il rispetto). Mah.

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Calcio marchigiano. L’Ancona ha mollato. Dopo aver fatto oggettivamente per due terzi di stagione circa il doppio o quasi dei punti che ci saremmo aspettati, date le circostanze di inizio anno e i soldi a disposizione per il mercato, visti svanire i playoff la squadra si è afflosciata. Qui siamo di fronte a uno di quei casi in cui ti dispiaci, ti accorgi che non è giusto farlo e che invece dovresti solo ringraziare, e poi ti dispiaci comunque: perché alla fine c’eravamo quasi, a questi benedetti playoff, e si sa cosa fa l’Ancona quando arriva agli spareggi…
L’assenza di entusiasmo intorno alla squadra, anche quando se l’è meritato e quando i risultati erano più che lusinghieri, conferma l’impressione che alla gente, più che un progetto serio, sostenibile, a lungo termine quale quello dell’Ancona (che è amministrata da un’associazione di tifosi e partecipata da un nutrito stuolo di sponsor purtroppo non così munifici singolarmente), alla gente, dicevo, piace el padró che buta i sghei ntel paló; salvo poi lamentarsi quando si fallisce, perché alla lunga succede quello. Eppure la gestione attuale dei dorici ha dimostrato di essere competente; il che non toglie che tutti noi, dovendo sognare, sogneremmo di vedere un bravo allenatore come Cornacchini fornito di una squadra in grado di vincere il campionato e di riportare l’Ancona a quella B che è il suo habitat naturale. Ma i sogni sono gratis e i campionati costano.
La Maceratese è riuscita dove l’Ancona no, dimostrando di essere uscita molto bene e con solida programmazione da una serie complessa come la D. Onore a loro; e adesso iniziano i playoff in cui, come si dice, non aver nulla da perdere può essere un vantaggio. A me pare tuttavia che rispetto ad altre squadre e società la Rata abbia però veramente troppo poco da perdere; mi stupirebbe dunque se riuscissero ad aggiungere qualcosa al già prestigiosissimo risultato ottenuto.
La Samb è tornata in C; ma della Samba, l’esperienza insegna, non si può parlare dopo un solo campionato vinto. Sarà meglio aspettare un altro anno o quantomeno un’altra estate, per capire che razza di impegno e di serietà attendersi dalla società rossoblù. Del dato sportivo in sé, ovviamente, non si può che gioire.
Il Fano non è riuscito a contendere davvero il campionato alla Samb; forse aver rinunciato al ripescaggio - per via delle condizioni imposte dalla dirigenza di Lega Pro - è stato un azzardo non ripagato. Di sicuro vincere la serie D è difficile e non è facile mantenersi pronti e al vertice per qualche anno di fila; e sarebbe un peccato se i granata dovessero rinunciare alle ambizioni e a quella terza serie in cui, sotto ogni punto di vista, possono stare tranquillamente. Notevole la vittoria dell’Eccellenza da parte della Civitanovese; da miseno mi dolgo che sia retrocessa la Vigor Senigallia. Da arceviese mi rallegro invece della permanenza dei biancorossi in prima categoria: bravi ragazzi, vi meritate una menzione in un blog di rilevanza nazionale.

mercoledì 6 aprile 2016

Un amore piccolo piccolo



 
Adesso ce l’hanno tutti con Totti - beh, una minoranza invece lo difende, con argomenti tanto appassionati quanto inconsistenti; ma sono le stesse persone che vengono prese in giro dalle pagine facebook anti-gentiste e anti-complottiste, dunque non contano davvero. Perfino Valdano ha detto, del resto giustamente e in maniera intelligente come è solito fare, che Totti dovrebbe riconoscere che è giunto il momento di lasciare. In poche parole, almeno fra le persone non dico ciniche, ma disincantate, fredde, analitiche, è accettato come un dato di fatto che la carriera di Francesco Totti sia finita, e che manchi solo, alla pubblicazione di ciò sulla Gazzetta ufficiale del calcio, la ratifica da parte di Totti stesso. Più Totti aspetta a dichiararsi concluso, più si rivela, invece, immaturo, irrisolto, tutto sommato anche poco sveglio; questo viene detto meno, per ovvi motivi, ma viene comunque detto (anche e soprattutto da romanisti). Esiste insomma, in qualche modo, un movimento di gente che vuol bene a Totti, lo stima come calciatore, e per questo chiede che se ne vada, che la smetta con questo accanimento: perché, razionalmente, non ha senso.

Non che io sia in disaccordo sull’analisi: atleticamente, quarant’anni sono quarant’anni. La genetica e la dedizione assoluta hanno nascosto molto a lungo il tempo, ma il tempo, per sua natura, alla lunga vince: e su Totti infine ha vinto. Non ci sono più le condizioni sportive per far partire Totti titolare in nessuna partita della Roma, mi pare; e non ci sono mai state le condizioni tecniche per farlo giocare dieci minuti alla fine, quasi fosse un Altafini. Né mi pare che un simile utilizzo sarebbe, come dire?, opportuno. Non voglio perciò dibattere sul fatto tecnico - Totti è giunto a fine carriera - né sulle sue conseguenze logiche - dovrebbe accettarlo e smettere; si comporta in maniera sciocca se non lo fa. Ciò che mi stupisce è con quale autorità morale la Roma - in senso ampio: società, proprietà, giornalisti, tifosi, insomma l’ambiente - possano chiedere a Totti una rettezza e un’onestà intellettuale che loro, nei suoi confronti, non hanno mai avuto.

La carriera di Totti, dicevamo, è di fatto finita. Ma è mai iniziata davvero? Io, sinceramente, credo di no. Ci si appella al tempo, criterio inflessibile e imparziale, per indicare al vecchio campione l’uscita, adesso che, di base, non è più utile alla squadra ed è anche un po’ imbarazzante per la società; ma ci si dimentica che far sparire il tempo è stato il trucco, e l’inganno, che ha fatto sì che Totti passasse alla Roma questi venti anni, i suoi venti anni, gli unici venti anni che avrebbe potuto dedicare al calcio e a farsi ricordare.


Non c’è niente di speciale in questa storia: anche la fattura che ha irretito Totti, l’incantesimo che gli ha nascosto il tempo, è stato l’inganno solito che gli esseri umani adoprano sempre (volendolo o no, sapendolo o no) per questo genere di cose: l’amore. Il Totti che esordisce nella Roma è un ragazzino delle superiori; e il rapporto fra i due amanti rimarrà sempre di quel genere lì. La Roma è la fidanzatina del liceo di Totti: solo che sono passati appunto vent’anni e più da allora, e tutto questo non è romantico, anzi non lo è mai stato. Perché Totti, in questi vent’anni, è cambiato tanto, ha lavorato, si è migliorato: la Roma, tutto sommato, no. Il rapporto fra i due si è fatto dunque sempre più sbilanciato, col tempo, sempre più assurdo; e davvero, se era bello e dolce guardare Totti nella prima Roma di Zeman, un ragazzo forte e veloce e ancora immaturo in una squadra che correva tanto e sbagliava tanto, se tutto questo era bello e dolce come guardare l’amore di due ventenni, c’era invece tanto di sbagliato, di fastidioso, nel contemplare Totti anni dopo, un giocatore tanto più grande, in una Roma che si restringeva a vista d’occhio, nell’ultima Roma di Capello che smobilitava o in quella orribile annata piena solo di allenatori. Quando si parla di Roma (squadra, città) si finisce sempre a parlare di derby: ma ditemi voi se non vedete, come me, la differenza amara tra quel “Vi ho purgato ancora” (di cattivo gusto, indubbiamente, e sciocco; ma di uno sciocco genuino) e l’orribile esultanza sulla telecamera, sei anni dopo, in un derby di cui in fondo non fregava nulla a nessuno, perché era la toppa tardiva e inutile a uno dei capitoli più squallidi della storia sportiva romana.

L’unico modo che la Roma aveva - e che ha effettivamente utilizzato - per tenere Totti, un personaggio tanto più grande di lei e in fondo inadatto a lei, era l’amore; ma non più l’amore romantico, l’amore fresco, bensì l’amore immorale e morboso. E quell’inganno orribile per cui si diceva - tutti lo dicevano: tifosi, giornalisti, società - che Totti avrebbe giocato per sempre nella Roma, pur sapendo che sempre nel calcio (nella vita) non esiste, e che ogni giorno in giallorosso era un giorno in meno con la maglia della squadra o delle squadre in cui Totti avrebbe potuto scrivere nel metallo dei palmares la sua grandezza indubbia, ma a cui forse, domani, non crederà nessuno.

Il problema è che il calcio è uno sport di squadra. Fra trent’anni, fra quarant’anni, Totti sarà un calciatore che ha vinto uno scudetto (e, Deo gratias, un mondiale): sarà difficile convincere gli appassionati di calcio di allora, i giovani che leggono, guardano i filmati, che Totti era tanto più forte di praticamente tutta la sua generazione. Chi lo dirà sarà un originale, un cretino, o al limite uno di quelli che vanno a tutti i costi controcorrente; un romantico, diranno i più bendisposti. Ma è romantico, questo? È romantico che Roma e la Roma, che lo hanno amato, abbiano legato Totti a una dimensione che non era la sua? Secondo me fa schifo. Tutta la carriera calcistica e passionale di Totti  sono state un eterno scambio risentito, quello scambio che tutti noi conosciamo bene, fra una fidanzatina che è rimasta sciocchina, immatura, in ultima analisi inadatta, e un uomo che ha studiato, che va verso la vita, che ha un grande futuro: se le cose fossero andate come dovevano andare, il rapporto si sarebbe spezzato, e Totti sarebbe stato libero, libero di essere grande, grandissimo davvero. E poi avrebbe potuto guardare con affetto, con tenerezza, anche con gratitudine al suo primo amore; così, tutto affoga nel rancore, nell’aver compreso troppo tardi che non c’è più tempo, che tutto il tuo tempo è stato sottratto, e non ce ne sarà altro. Con l’ovvio ma doloroso paradosso che la Roma, essendo una società di calcio e non una persona, ci sarà ancora, e potrà perfino decidere di maturare, se riesce e se vuole, di migliorarsi, di essere per qualcun altro ciò che non è potuta essere per Totti, ossia una compagna all’altezza; ma Totti non ci sarà più, Totti, il meraviglioso campione che tutti coloro che amano il calcio hanno amato e amano, Totti invece è finito, finito in questo modo qui, senza gloria, e con in più la colpa di non aver accettato da uomo che tutta la vita l’abbiano trattato da ragazzino.


Vent’anni e passa. Vent’anni sono, per dire, Iliade e Odissea; ma certi eroi incontrano Penelope, altri sono fermati da Circe. Sono, senza dubbio, casi; è umano che ne capitino, ma sarebbe disumano non lamentarsene. Non che non ci siano stati effetti positivi di vent’anni in cui a Totti hanno bloccato il tempo: pensiamo all’arrivo di Spalletti nel 2005, quando Totti era una bellissima ma non immensa mezza punta di 29 anni, che come bellissimo ma non grandissimo sarebbe stato archiviato. E invece, a 29 anni, Totti cambia come un ragazzino, diventa contemporaneamente uno dei migliori attaccanti d’Europa e uno dei più grandi registi bassi, nella stessa squadra e nello stesso tempo, poi va a vincere un Mondiale con un pezzo di ferro nella gamba.

Quello sembrava un Totti nuovo, cui nulla era precluso; ma i limiti dello spazio e del tempo erano invece esattamente gli stessi di sempre. Permettetemi di inserire qui un piccolo paragone, che spero non cada a sproposito: prendiamo Zinedine Zidane. Zidane, che era un giocatore sopraffino, con un fisico da atleta che stonava un po’ con la sua grazia, ma che invece era il segreto che gli permetteva di essere Zidane più a lungo e meglio di un altro trequartista; Zidane che aveva il temperamento nervoso e insofferente di chi sa di valere, e le reazioni sciocche di chi vuole sempre valere; Zidane, che segnava quando c’era da segnare e faceva segnare sempre. Ma tutto questo, comprese le sciocchezze, le reazioni, le meschinità occasionali, non vale forse anche per Totti? E perché allora il gol dei trent’anni, della maturità, il gol che riassume una carriera, per Zidane è quello al Bayer (aveva 30 anni meno un mese) e per Totti quello alla Samp (aveva 30 anni e due mesi)? Tolte le spiegazioni stupide e false, quali la maggior semplicità del segnare alla Samp (quel gol lì!) o altre scempiaggini, resta solo, ed è immenso, il senso d'ingiustizia.

Francesco Totti, nel 2016, adesso, è in torto, forse in torto marcio; come sempre accade ai buoni che sono stati fregati in quanto buoni, reagisce in maniera nevrotica, rozza, non sa spiegare le proprie ragioni, o forse non ne ha più. È un uomo a cui chiedono ragionevolezza, ora che lui non serve più, gli stessi che gli hanno chiesto per vent’anni amore, cioè il contrario della ragionevolezza. Ma forse voi direte: poteva, e doveva, pensarci lui. Gli uomini risolvono da sé le proprie questioni, e sanno sciogliere i legami stretti e dolorosi, quando devono, e riconoscere l’amore dall’ossessione e dall’alibi. Ma provateci voi a liberarvi di un amore che si chiama Roma, con le sue braccia lunghe, infinite; provateci voi ad accettare e a dire a voi stessi che quello che pareva il vostro sogno era un incubo, e che il vostro paradiso era, in fondo, una gabbia.

lunedì 15 febbraio 2016

Uccidendomi delicatamente

The street heats the urgency of now
As you can see there's no one around
 

Vede Gascoigne alla bandierina, i capelli ossigenati e il fare di chi passa da quelle parti per caso. Sente il braccio di Babbel in marcatura. La coda dell’occhio intravede il bianco puro della maglia. Ancora i brividi per God Save The Queen cantato da ogni inglese sulla faccia della Terra qualche minuto prima. Gazza calcia, teso sul primo. La spizzata di Tony Adams è perfetta, manda fuori tempo ogni movimento. Inclusi quelli di Babbel. La marcatura è rotta, mezzo metro. Quanto basta. Chiude gli occhi e schiaccia verso Kopke. Dentro. La mano destra al cielo.

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La panchina rossa alla fine della Queen’s Parade affaccia su un cielo grigio e una spiaggia spoglia. 

"Ma chi gioca in attacco?" Chiede senza troppa convinzione.
"Stasera devo fare un tentativo. Magari quando passano un lento". Scarto il packet-lunch che il college ci ha gentilmente offerto. Sarà la solita merda, cheese sandwich, succo d’arancia e, se va bene, tortino confezionato al gusto carota.
"Killing Me Soflty la passano sempre a metà serata. Alle ragazze piace, eccome".
"La punta non l'abbiamo" Guardo il tramezzino e ogni aspettativa è confermata. Il succo è al gusto d'arancia, mi fa cagare il gusto arancia. E niente gusto carota.
"Come si chiama qua? Perché siamo qua? Giochiamo senza punta". Forse convinto che siamo troppo giovani per poter apprezzare un posto del genere.
"Tentare senza atmosfera sarebbe fallire miseramente. Scarborough, o qualcosa del genere. Siamo sulla costa est".
"Ti rimane solo questa sera". Come se non lo sapessi.
"Pure gli spagnoli sembrano bravi". Come se non lo sapesse.
"L'importante è non perdere da quelli di Perugia. Li odio. L'odore del loro Fahrenheit è ovunque".
"Se vedi che non può funzionare cambia obiettivo. Dovevi provarci a York, quando siete rimasti soli".
"Si. Aspetto i Fugees".
"Giochiamo senza punta".
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Euro ’96 è l’Europeo del calcio che ritorna a casa. Per l’occasione, l'Inghilterra si mette a festa e lustra 8 stadi che solo i nomi mettono i brividi. Per l’occasione Terry Venables, coach della Nazionale inglese, propone una difesa inzaccherata guidata da Adams e Stuart Pearce, un centrocampo raffinato e un attacco come raramente se ne sono visti. Ince a distruggere, Gascoigne e McManaman a inventare, Shearer, Sheringham e Fowler a definire.
Le incognite sono tante. La pressione, la voglia di Gascoigne e la scarsa vena realizzativa dell'attaccante del Blackburn, a secco da una vita o quasi con la maglia della Nazionale.
L'esordio contro la Svizzera scaccia molti dubbi, ma non tutti. Shearer, ben imbeccato da Ince, buca Pascolo. Il rigore di Turkylmaz allo scadere sopisce le gioie.

Lo scetticismo dei media accompagna i Tre Leoni nonostante il pareggio nell'altra partita del girone, quella degli olandesi favoriti per il passaggio del turno.
Fino alla partita contro la Scozia, che si presenta con una maglia da fiaba.
Prima frazione bloccata, stanca: il biondo Hendry e Calderwood tengono bene, l'Inghilterra inventa poco o niente. In avvio di ripresa la scossa. La squadra di Venables schiaccia gli scozzesi nella loro area, McManaman vede i binari di Neville e lo serve sulla corsa, dalla destra parte un cross morbido ma forse troppo lungo. Goram è scavalcato, il taglio di Gascoigne spariglia la difesa. Shearer appare dal nulla, sul secondo, in anticipo sul ritardo del pallone. 1 a 0. La mano destra al cielo, di nuovo.
Una testata ai cattivi pensieri.
Che si ripresentano una manciata di minuti dopo. Fallo di Adams su Durie in area, McAllister sul dischetto. Il rigore è ben calciato, potente, ma Seaman lo battezza e manda in angolo, l'Inghilterra si carica, respira. La Scozia barcolla. Sul successivo rinvio di Seaman la follia. Due tocchi mandano Gazza verso la porta scozzese. Sombrero a Hendry sulla corsa, cambio di direzione e rasoiata sul primo. Wembley è matto. Preparate la sedia del dentista. L'Inghilterra ha preso fuoco nel giro di un minuto.
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Da qualche parte, nello Yorkshire, c'è una cittadina chiamata Harrogate. Strutture termali e un centro città ben curato.
Ero stato spedito ad Harrogate in vacanza-studio, che poi era una vacanza con poco studio e tanto cibo immangiabile, stufati tutti dello stesso sapore, pasticci e patate fritte e patate lesse e patate al cartoccio, i fast-food appena possibile.
Giornate noiose, impegnate tra tornei di calcio e badminton, calciomercato e gite nelle cittadine vicine, tipo York o Scarborough. Una scusa come un'altra per conoscere ragazze e fumare tabacco.

La struttura che ospitava il mio gruppo era un immenso casermone diviso in varie ali a circondare uno sconfinato prato, con tanto di porte e campi da tennis.
Camere da due, cemento armato e infissi tipicamente inglesi, di quelli che non puoi aprire la finestra, ma solo inclinarla, che tengono il caldo d'estate e il freddo d'inverno.
Noi nell’ala sud, i francesi e quelli di Perugia nell’ala nord. In mezzo quelli di Padova.
Refettorio e club house in comune, come la discoteca: una vecchia casupola con un organo, uno stereo e due casse, roba anni Ottanta. Ma tanto bastava.
La mattina dovevamo prendere parte a lezioni di inglese, il pomeriggio, invece, sport e rimorchio.
E proprio il torneo di calcio nello sconfinato prato era ciò che rese ogni gruppo nemico dell'altro.
Girone all'italiana e finale tra le prime due classificate. Una partita ogni tanto, per farlo durare il più possibile. La nostra squadra era, per distacco, la più scarsa del torneo. Un'accozzaglia di gente che col calcio aveva poco a che spartire, capace solo di sfoggiare maglie meravigliose di squadre straniere.
E però, con le ragazze, ogni appiglio è buono a quell'età. Specie il calcio. E quindi tutti a professarsi calciatori.
Per l'occasione mi riciclai ala. Per l'occasione feci più schifo del solito.
La squadra con me. Una serie interminabile di gol subiti. Una totale assenza di movimenti e tattica.
La ricerca costante della simulazione o di una fitta al polpaccio pur di salvare la faccia. Lontani anni luce dalla finale e ben oltre il baratro: semplicemente, una cosa alla quale non dovevamo prendere parte.
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Il facile e inaspettato 4 a 1 contro l'Olanda consegna a Venables i quarti di finale.
Hierro, Nadal, Zubizarreta, Kiko e Alfonso. La Spagna sembra fortissima. Un brutto cliente.
Specie se la porta sembra stregata. Prima il legno, poi la girata alta di Tony Adams. Il gol annullato a Salinas è un sospiro di sollievo prima di riprendere ad attaccare. L'ennesimo brivido per la caduta in area di Alfonso ad inizio ripresa. Il risulato è inchiodato. McManaman e Sheringham hanno sui piedi l'occasione buona, ma la sprecano. Tempi supplementari. Poi rigori.

Shearer sul dischetto, la palla un macigno sistemato con cura. La rincorsa parte dal limite dell'area. Zubizarreta intuisce ma il tiro è a mezz'altezza, teso. Come deve essere calciato un rigore.
La replica di Hierro si preannuncia feroce. Il centrale di Malaga calcia potente, centrale. A Seaman battuto è la traversa ad opporsi, ricacciando il pallone verso il centrocampo. Inghilterra sopra.
Platt, morbido a destra. Poi Pearce dopo la realizzazione di Amor. Una staffilata che viaggia a pochi centrimetri da terra. Zubizarreta non può nulla e Psycho prende a pugni l'aria, pazzo di adrenalina, l'aquila sul braccio quasi si straccia. Belsue accorcia, ma la Spagna è sempre sotto. Il rigore successivo spetta a Gazza, che si avvicina al dischetto come se nulla fosse, il fare di chi passa da quelle parti per caso. Rincorsa veloce, palla da una parte, portiere dall'altra. Il resto lo mette Seaman, respingendo l'angolatissimo tiro di Kiko. Inghilterra in semifinale, per la Spagna non è ancora tempo.

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Le mani in tasca, la pioggia fitta e sottile di traverso sul k-way e il gel appena piantato sui capelli. Per arrivare alla discoteca devo attraversare tutto il college. L'erba bagnata che mi sporca le scarpe. Il pensiero di quale sia il momento migliore mi rompe i nervi.

La sala, forse un tempo una cappella, è addobbata come al solito. Il parquet a fare da pista, alcune panchine addossate alle pareti e una palla stroboscopica a penzolare da uno dei canestri, neanche fossero ancora i tempi di Happy Days e dei balli di fine anno. Lei ancora non è arrivata.
Immagino come sarà vestita. Come mi saluterà, i suoi capelli castani pettinati appena. Immagino un fare spavaldo e deciso nell'andare incontro ai suoi occhi verdi. Parte la musica. Passano Africa di Toto, gran pezzo, bel video per carità, forse un pò datato, ma comunque non serve. L'atmosfera è fredda, mancano gli alcolici, avrei scoperto qualche anno dopo. Un pezzo ancora, poi un altro.

Il vociare e le chiacchiere calpestano i nervi ormai in frantumi. Ecco i Fugees. Tutto a monte.
Decido di arrendermi, che non è cosa. Le mani tornano in tasca e ha smesso di piovere quella pioggerellina del cazzo. Torno verso la club house ma di lei neanche l'ombra. Dovevo provarci a York, quando siamo rimasti soli. Nell'aria una scia di Fahrenheit, nella testa l'idea che un profumo non dovrebbe mai seguire le mode, e mai lasciare una scia. Come se fosse una cosa intima.
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Più che pensieri, un'insana voglia di oblio. L'oblio del rigore realizzato, non certo l'eterna fama di un rigore sbagliato o calciato male. Una umana necessità di liberazione.
E infatti tutto accadde troppo in fretta. Dalla posa del pallone sul dischetto alla rincorsa, forse perchè troppo lunga. Appena terminato di indietreggiare, neanche uno sguardo al bersaglio, al portiere o ad altro. La testa giù e il pallone nelle pupille. Il tiro è potente, ma Kopke è già sceso, veggente.
Wembley cede. Pearce raccoglie Southgate e lo riporta a centrocampo.
Sul dischetto per la Germania andrà Möller e non si farà pregare per spiazzare Seaman. Rigore perfetto, come tutti i rigori che lo avevamo preceduto.
End of the story. Fine della migliore Inghilterra di sempre, fine del calcio che era ritornato a casa.