giovedì 23 ottobre 2014

Antônio Dumas e la multi-nazionale della Guinea Equatoriale


«Tra l’altro, e parlo di quella parte di tribù Obiang
che vive in Spagna, stanno cambiando i nomi di questi bambini.
Un tempo ci chiamavano Pedro, Josè…
adesso Sheryl, Brooklyn… Brooklyn Obiang… mah»
(Pedro Obiang)


Antônio Dumas aveva un sogno. Voleva creare un altro Brasile nel cuore dell’Africa.
Una carriera da giocatore discreta con qualche stagione nel prestigioso Santos e una toccata in Portogallo, nell’Olhanense e nel Chaves, per il mondo era Toninho. Una decennale carriera da allenatore nei campionati federali brasiliani, prima della chiamata da Libreville: c’è da occupare la panchina della nazionale gabonese. Tempo di salutare i ragazzi della Lagartense, fresca vincitrice del Campeonato Sergipano (già vinto nel 1989 con il Guarany) Dumas si tuffa nella nuova avventura guidando la nazionale che conquista la qualificazione nella prima Coppa d’Africa del nuovo millennio. La squadra esce al primo turno, ma Dumas ha il coraggio di lanciare nella mischia il giovanissimo Shiva N'Zigou che a 16 anni e 93 giorni segna contro il Sudafrica e tutt’ora è il più giovane ad aver segnato nella manifestazione continentale.

Toninho, giovane e fascinoso

Dumas non ottiene il rinnovo, nonostante la vittoria nella Coppa Cemac del 1999, ma si sposta di poco e trova un ingaggio come commissario tecnico della nazionale di São Tomé e Príncipe: in questo minuscolo arcipelago, dove il portoghese è la lingua ufficiale (l’indipendenza da Lisbona è del 1975), Dumas comincia ad elaborare il suo piano. Ma la federazione saotomana non ha fondi e il calcio è poco più di un passatempo. Dumas prende armi e bagagli e si trasferisce in Togo. A Lomé il calcio è uno sport molto popolare e la nazionale è in piena crescita. In vista ci sono le qualificazioni alla Coppa d’Africa e soprattutto ai Mondiali del 2006. Dumas ha la possibilità di allenare una stella come Emmanuel Adebayor ma soprattutto ha l’appoggio della federazione e qualche soldo per lanciare il suo progetto. Nel 2004 vengono nazionalizzati ben sei calciatori brasiliani: Cristiano Alves Pereira, Fábio “Fabinho” Pereira de Azevedo, Fábio de Jesus Oliveira, Alessandro “Bill“ Faria, Hamílton Hênio Ferreira Calheiros, Jeferson “Mikimba” Paulo Rodrigues de Souza. Minimo comun denominatore? Nessuno ha mai avuto un rapporto con il Togo. Arrivano a Lomé, giocano con la nazionale e tornano con le tasche piene di soldi in Brasile. Dumas crede fortemente nella sua “missione” di brasilianizzazione della nazionale africana e imposta la squadra sull’estro di Alessandro “Bill” Faria, sei presenze e tre reti con la nuova nazionale. I veri togolesi però non ci stanno e con il capopopolo Adebayor si ribellano. Finisce dopo due anni e appena sei nazionalizzazioni la prima grande occasione di Dumas. Il nuovo tecnico, il nigeriano Stephan Keshi dichiara “dei brasiliani non so nulla, conosco a malapena i loro nomi” e i “naturalizzati” vengono rispediti in Patria… quella vera! Con Keshi il Togo ritorna togolese e si qualifica ai Mondiali. Impresa incredibile.

Volti del Togo Mundial

Tra il 2009 e il 2010 la federcalcio togolese ha richiamato più volte in nazionale il solo Hamílton ma per tutta una serie di circostanze (squalifiche, convocazione arrivata in ritardo, mancate comunicazioni) il rientro in nazionale non è mai avvenuto. Il brasiliano era stato anche incluso nella lista dei convocati per la Coppa d’Africa 2010, ma ha rifiutato la convocazione preferendo un periodo di vacanza nel Sergiepe. Grazie a questa scelta ha evitato di essere vittima dell’attacco terroristico che ha coinvolto la nazionale togolese l’8 gennaio 2010.
Il progetto “Brasile nel cuore dell’Africa” affascina il potente di turno, in questo caso, Teodoro Obiang, padre della Guinea Equatoriale, in carica dal 1979, che con la longa manus del figlio, Ruslán Obiang Nsue, ottiene il “si” di Dumas che ha finalmente carta bianca. Da quelle parti la nazionale non è al livello di quella togolese e un pò di supporto da una “legione straniera calcistica” è ben accetta. Il lavoro era già stato iniziato da Óscar Engonga, fratello del centrocampista del Maiorca Vicente, che durante il 2003 era riuscito a coinvolgere alcuni spagnoli di origine guineequatoriana a giocare nella nazionale d’origine: i primi ad accorrere sono i fratelli Alberto e Juvenal Edjogo-Owono, Sergio Barila, José Luis Senobua, Andrés Malango e Iván Zarandona. Fin qui nulla di male visto che ritornano in Patria i figli del colonialismo, che hanno discendenza diretta dalla etnie principali del paese, i fang e i bubi.
Pronti via, tempo di trovare la Guinea corretta (sul mappamondo ce ne sono tre con Guinea e Guinea Bissau) e Dumas chiama otto brasiliani, che nel giro di qualche ora ottengono il passaporto guineano e finiscono in campo: Danilo Clementino, Ronan Carolino Falcão, André Neles, Daniel Martins, Léo Quirino, Fernando Alves dos Santos, Anderson Ferreira ed Alex. La squadra ottiene finalmente buoni risultati: «Oggi la Guinea Equatoriale ha finalmente un numero di giocatori sufficienti per una grande squadra nazionale». Dumas è scatenato, il governo è compiacente, la federazione è complice e sono pronte altre nazionalizzazioni. Ma se Dumas voleva ricreare un secondo Brasile, il giovane Ruslán ha in mente un progetto ancora più grande: “voglio le Nazioni Unite del calcio”. Alcune incomprensioni e, sembra alcuni mancati pagamenti, provocano l’allontanamento del tecnico che rientra in Brasile (tutt’ora, però, dichiara: «vi assicuro che il mio cuore è con la Guinea Equatoriale, come la mia pelle»), non prima di aver portato a casa il titolo della Coppa Cemac (Comunità monetaria ed economica del Centro Africa, che riunisce Camerun, R.D. Congo, Ciad, Gabon, Rep.Centrafricana e Guinea Equatoriale), primo trofeo messo in bacheca dalla Nzalang Nacional. Ma Ruslán non bada a spese e vuole ulteriormente rafforzare la sua nazionale, radicalizzando i metodi poco ortodossi di Dumas, che ha tracciato la strada. L’incarico tecnico è affidato ad uno spagnolo, Quique Setién, sostituito l’anno successivo dal brasiliano Jordan de Freitas, prima dell’arrivo dell’idolo di casa Vicente Engonga (biennio 2009-2010).

Campioni CEMAC!

Attualmente le “nazionalizzazioni facili” della Guinea Equatoriale sono sotto indagine dalla FIFA ma non sono finite, anzi sono in pieno fermento. Dopo aver cambiato altri commissari tecnici, affidando la panchina anche a Henri Michel (che ha criticato questo malcostume ed è stato allontanato), Gilson Paolo e Andoni Goikoetxea (attualmente in carico), la squadra è riuscita finalmente a centrare la prima partecipazione, come paese ospitante, alla Coppa d’Africa del 2012, raggiungendo addirittura i quarti di finale (eliminando una “grande” come il Senegal) e il 16 novembre è riuscita a limitare i danni contro i campioni del mondo della Spagna con la storica sconfitta per 2-1 a Malabo. La rete è stata messa a segno da Jimmy Bermúdez, difensore centrale nato a Puerto Tejada, nel sud della Colombia, contattato tramite Facebook. Ruslán l’ha premiato con 50.000 euro oltre ai 3.000 euro che prende a gettone.
Dei 23 convocati per la manifestazione continentale, solamente due sono nativi della Guinea Equatoriale, il portiere Felipe Ovono e il difensore José Bokung “Colin”. Gli altri arrivano dalla Spagna (10 giocatori), dal Camerun (5), dal Costa d’Avorio (2), dal Brasile (1), dalla Colombia (1), dalla Liberia (1) e dalla Nigeria (1). Il veterano dei “nuovi guineequatoriali” è il portiere Danilo Clementino, trentunenne pernambucano di Caruaru. Ai tempi di Pangea, quando la terre emerse erano coagulate in un’unica piattaforma continentale, la città di Caruaru sarebbe stata contigua con la Guinea Equatoriale. Ora c’è un oceano di mezzo, che Danilo ha attraversato almeno trenta volte, il numero delle presenze con la maglia numero 1 della nazionale Nzalang.

Sulla geografia non si scherza

La lista dei naturalizzati in questi ultimi dieci anni è interminabile, la più completa (ma comunque parziale) è quella riportata da Wikipedia che riporta ben 87 nazionalizzati, con una prevalenza di 37 brasiliani, seguiti da 21 camerunensi, 8 colombiani, 5 nigeriani, oltre a Mali, Liberia, Costa d'Avorio e Burkina Faso. Sono 14 invece gli spagnoli naturalizzati in quanto discendenti di guineequatoriani. E in rampa di lancio ci sono anche il sampdoriano Pedro Obiang e il centrocampista Omar Mascarell, del Real Madrid Castilla, che però non hanno ancora sciolto le riserve. Obiang è uno dei nipoti del Presidente Teodoro: «È mio zio… però non ho praticamente rapporti con lui. In Guinea le nostre famiglie sono grandissime, sono tribù. Certi zii e certi cugini non li conosco nemmeno. Una volta ho chiesto a mio padre di farmi l’elenco di tutti i cugini, è uscita una cosa lunghissima».
Ad essere rafforzata con decine di brasiliane e africane è anche la nazionale femminile che riesce addirittura a vincere due volte la Coppa d’Africa (2008 e 2012) oltre ad un secondo posto (2010). E proprio in questa ultima manifestazione è scoppiato il “caso Simpore”, con le due sorelle Salimata e Bilinguisa (nate in Costa d’Avorio, ça va sans dire) accusate di essere in realtà maschi. Le Simpore furono poi diplomaticamente esentate dai Mondiali dell’anno successivo, ai quali prenderà parte Genoveva Anona, autoctono bomber del Turbine Potsdam, anch’essa accusata di transessualismo.

La travolgente sensualità di Paul Pogba... ops... di Salimata Simpore!

Le nazionalizzazioni facili hanno però giocato anche qualche brutto scherzo: nelle sfide contro Capo Verde, valide per le qualificazioni ai Mondiali 2014, la Guinea ha vinto per 2-1 e per 4-3. Fra i guineiani ha giocato lo spagnolo Emilio Nsue, capitano (alla seconda convocazione) e autore di una tripletta nella seconda gara. La FIFA, però, di fronte alle 51 presenze di Nsue nelle nazionali giovanili spagnole ha dichiarato “ineleggibile” l’attaccante e ha punito la Guinea con la doppia sconfitta a tavolino.
Stessa sorte nelle Qualificazioni alla Coppa d’Africa del 2015, contro la Mauritania (0-1 e 3-0): questa volta l’”ineleggibile” è Thierry Fidjeu Tazameta, nativo del Camerun.
Peggio è andata a Claudiney Rincón Ramos che ha rappresentato la Guinea in tre occasioni, ma durante un viaggio nel paese ha contratto la malaria che lo ha portato alla morte a soli 33 anni.
Gioca invece nella primavera dell’Inter (questa stagione in prestito all’AltoVicentino) la giovane stella Jesús Valeriano Nchama Oyono, diciottenne malabeño (nato nella capitale Malabo). Nonostante sia in Italia da quando aveva 2 anni, ha già esordito nella nazionale maggiore, quindi, almeno in questo caso nessuna naturalizzazione.

Jesús Valeriano Nchama Oyono

Chi invece ha già deciso di riempire il proprio portafoglio con qualche soldo facile (1 milione di dollari per il premio dopo una vittoria sulla Libia) adduce le più svariate motivazioni, dalla “patria addottiva” al “ritorno alle radici”. Lawrence Doe, liberiano, ha dichiarato: «Sono un guineano, si prendono cura di me, il governo si prende cura di me. Mi sento molto felice e molto orgoglioso perché anche se sono nato liberiano ora sono un guineano. La Guinea Equatoriale è la mia casa, qui abitano mia moglie e mio figlio». Il brasiliano Daniel Sabino Martins dichiarò: «giocare in questa nazionale è un sogno. Volevo essere un giocatore internazionale e la Guinea mi ha dato questa possibilità». La spagnola Jade Boho ha richiamato le sue radici «Mi sono naturalizzata perché abbiamo radici africane». Il colombiano Roland de la Cruz ha dichiarato di avere parenti che vivono in Guinea, mentre Danny Quendambú ha fatto allusioni al suo cognome, di origine africana. A chi non può utilizzare questa scusa viene incontro la stampa locale che modifica i cognomi per farli sembrare coerenti con i gruppi etnici del paese: Yoiver González Mosquera diventa Zeiver Gonzales Ondo, Luiz de Paula Neto diventa Luis de Pablo Buechebu, Jônatas Paulino da Silva Inácio diventa Jonatas Asumu Mebaha, Mauricio Mina Quintero diventa Mauricio Ondo, Frankin Bama Yangoua diventa Francisco Obama Ondo e Jonathan Mbou diventa Juan Esono Ada. I funzionari della FEGUIFUT (Federacion de Football de Guinea Equatorial) dovrebbero scrivere un manuale!
Severo è il giudizio di Jacinto Elá, nato in Guinea, ad Añisoc, una lunga carriera in Spagna, con alcune capatine in Inghilterra e Scozia e pure qualche convocazione nelle selezioni giovanili delle Furie rosse: «Dopo tanti anni volevo restituire qualcosa al mio paese. Una volta arrivato li ho trovato tante cose che non mi piacevano… Giocatori che non collaboravano, gente che era li per riempire un posto, c’erano persone provenienti da Brasile, Nigeria, Ciad, ecc… Non c’era alcuno collegamento con la Guinea Equatoriale, nulla di serio. Non volevo essere parte di questa farsa e ho deciso di abbandonare dopo aver giocato un paio di partite».

Dio c'è ed è un guineanoequatoriale (naturalizzato):
Diouzer da Cruz dos Santos, detto "Dio"
I casi legati a Dumas non sono però gli unici nel continente nero. Altre nazionali come il Ruanda, la Mauritania e il Niger sono salite agli onori della cronaca per la concessione “rapida” di nazionalizzazioni.
Nel Ruanda hanno giocato i congolesi Taddy Etekiama (alias Daddy Birori, addirittura una doppia identità per lui) e Jerome Sina, l’ugandese Meddie Kagere, l’angolano, rifugiato in Belgio, Joao Elias: l’unica connessione con il Ruanda era il compagno di squadra al Mechelen, Desire Mbonyabucy. Con le “vespe giallo-verdi” hanno giocato anche il congolese Mafisango Mutesa, il camerunense Boubakary Sadou, e il nativo della Repubblica Democratica del Congo Labama Bokota, oltre all’ugandese Manfred Kizito, che ha un fratello, Nestory, che gioca per l’Uganda. Connessioni con il Ruanda? Nessuna, tranne un sostanzioso contratto. Con la Mauritania giocano Dominique Gourville e Yohan Langlet, “contrattualizzati” non appena il loro ex allenatore nelle squadre di club, Noel Tosi, è stato nominato commissario tecnico. Koffi Dan Dowa è il caso eclatante del Niger: nato in Ghana e ovviamente nessun rapporto con la nuova cittadinanza. Spostandosi più ad est e aggiungendo al budget un bel pò di petrodollari il caso da manuale è quello del Qatar che nel 2003 ha dato il via alle naturalizzazioni facili con il supporto dell’allenatore Philippe Troussier: «Ho cercato soltanto giocatori di oltre 25 anni che non hanno alcuna possibilità di essere selezionati nel loro Paese di origine. Il denaro è ovunque e il fine giustifica i mezzi». Da Sebastián Soria, uruguyano, ai brasiliani Emerson Sheik, Marcone e Fábio César Montezine, passando per i ghanesi Mohammed Kasola e Lawrence Awuley Quaye e i senegalesi Abdulla Koni, Mohamed Saqr e Qasem Burhan. Per non parlare di quanto avviene nella pallacanestro con i clamorosi casi del filippino (per un milione di dollari) Andray Blatche e del macedone Borche McCalebbovski (in arte Bo McCalebb). Il caso più simile a quello guineano è la trovata di Antonio Carlos Vieira con Timor Est: dopo il 2011 sono ben 7 i brasiliani che hanno acquisito del neonato paese del Sudest asiatico (Émerson Cesário, Diogo Rangel, Wellington Rocha, Ramon Saro, Paulo Helber, Alan Leandro, Murilo de Almeida). Se non altro est-timoresi e i brasiliani sono legati da un sottile filo rosso caratterizzato dalla lusofonia.

Tutti malriusciti tentativi di copiare il maestro Antônio Dumas. Dilettanti!

Il nostro, dopo le esperienze africane è rientrato in patria (rimane comunque il secondo allenatore brasiliano per squadre nazionali straniere allenate, alle spalle di Carlos Alberto Parreira, con 6 squadre) con la solita pletora di squadre minori (come il Colo Colo di Bahia, solo omonimo del mitico club cileno), dichiara di aver lanciato nel calcio che conta Diego Costa, sergipano pure lui, prima di ritentare una nuova campagna d’Africa, con l’Al Mourada, in Sudan, e, dopo aver rifiutato la panchina del Racing Luxembourg, l’Avenir Sportif de Gabès e nella libica Al Jazeera. I disordini in Siria gli hanno impedito di sedersi sulla panchina del paese arabo e quindi ora si accontenta di insegnare calcio nella guineiana Hafia FC, storica squadra di Conakry: «giochiamo un calcio simile al Barcellona. Il nostro tic-tac è fenomenale» e «stiamo facendo un calcio moderno, cercando qualità e dando una dinamica di calcio totale». Il suo credo calcistico è semplice: «serve un’impronta forte, solida, un calcio in cui tutti combattono assieme, con un solo obiettivo».

Toni Dumas insegna calcio



R.I.P.

lunedì 20 ottobre 2014

Més que un (rotary) club


Esternamente, il Camp Nou è più brutto e fatiscente del San Paolo, con la differenza che al posto di stencil e murales degli ultras partenopei campeggiano gli enormi teloni degli sponsor, con le gigantografie dei campioni più acclamati. Les Cortes, barrio non troppo distante dal centro che da oltre mezzo secolo ospita l'impianto, appare un posto tranquillo, grazie ai diffusi spazi verdi che ossigenano la folta schiera di palazzacci residenziali.
Dopo essermi divincolato dalla fiumana di turisti provenienti da ogni parte del mondo per visitare il museo del clùb, che con oltre un milione di visite l'anno è tra i più visti della Catalogna, arrivo alla biglietteria: il display si rivela impietoso confermando gli stessi prezzi del sito ufficiale del club. Settanta euro per il settore più popolare, situato all’altezza di un palazzo di sedici piani. Lo sguardo fisso nel vuoto e la salivazione azzerata riacutizzano d'un colpo e prepotentemente un’oscura percezione che ogni calciofilo che si rispetti porta con sè. La contraddizione corrispondente alla nozione di calcio della nostra epoca. Da una parte fede, passione, sport popolare e dall'altra fenomeno tout court del mondo capitalista.
Nel momento in cui mi riprendo dal colpo e inizio vagare senza meta sento di aver buttato una mattinata e con questa l'illusione di assistere dal vivo a una partita del Barça. ..."Mès que un (rotary) club", penso. Eppure ci deve essere una spiegazione, non è possibile che ogni domenica novantottomila posti sono ad esclusivo appannaggio di turisti e ricconi.
Da quella mattina in poi, ogni qual volta si presenta l'occasione interrogo conoscenti e passanti, taxisti e venditori sulle possibili modalità alternative di accesso allo stadio. I risultati a tre giorni dal match sono sconfortanti. Gran parte dei suggerimenti ottenuti oscillano tra il generico "buscar on internet", e quello odioso ma ben più disincantato di vederla nel classico bar.
Dopo una prima reazione di sconforto appare chiara la necessità di cambiare rotta, scartare indicazioni dettate dal senso comune, percorrere strade alternative. Solo così avrei potuto assistere a Barcelona - Athletic Club Bilbao, derby indipendentista per eccellenza.
L'occasione si presenta il giorno dopo tornando a casa verso l'una e mezza di notte, nel quartiere di Sants. Mezzo assonnato, passo vicino alla stazione, davanti ad un anonimo e spartano bar: bancone, sgabelli e televisione regolarmente sintonizzata su canali sportivi. Il mio occhio viene catturato da una sagoma solitaria che indossa la seconda maglia del Barḉa con le sgargianti strisce rosso-gialle della senyera, bandiera della Catalogna.
Victor è alto, a occhio ha meno di trent’anni e quando irrompo al suo cospetto sta terminando una Estrella Damm.
Gli parlo di me, di cosa facessi lì dieci giorni, cercando quanto più possibile di spogliarmi di dosso l’etichetta di turista. Ben presto arrivo al punto. Mi chiede quanto fossi disposto a spendere. Metto subito in chiaro il mio principio etico: non avrei speso più di quanto non avessi mai fatto per sostenere la mia squadra del cuore. Per avvalorare ulteriormente la mia posizione, estraggo dal portafoglio due biglietti stropicciati ma gelosamente conservati, e glieli mostro. "ACF FIORENTINA" e "SS LAZIO" rispettivamente campionato e coppa Italia, entrambi curva B, 10€ e 8€, la sorte è dalla mia. Viktor rimane impietrito, lasciandosi scappare ad alta voce, in un misto di rabbia e invidia, un'imprecazione tanto colorita quanto comprensibile, anche in catalano. Dopo essersi ripreso dallo shock, e aver dato l’ultimo sorso alla birra, tratteggia in breve i contorni della macchina da soldi blaugrana.

In primis, c’è la spartizione dei diritti televisivi della Liga, monopolizzata per il 50% da Barça e Madrid, a seguire l'esorbitante apporto degli sponsor, che rimpinguano le casse dei due club. Ultimo, ma primo fattore a incidere direttamente sul prezzo dei biglietti, c’è la politica della campagna abbonamenti del club, che, annualmente, per una cifra conveniente ma comunque considerevole, comprende tutte le competizioni in cui è impegnata la squadra. Fidelizzato o spennato alla taquilla. In Spagna, per i vikingos e i culè funziona così, conclude allargando le braccia.
Poco dopo abbassa il tono della voce e scandisce le parole, capisco che è arrivato il momento dell’offerta. Mi spiega che il pomeriggio della partita avrebbe lavorato, riuscendo a liberarsi solo per il secondo tempo, e che quindi era disposto a vendermi l’ingresso col suo carné.

Poi chiede carta e penna al barista pakistano e inizia a disegnare un rettangolo inscritto in tre ellissi concentriche, illustrandomi il suo settore. Infine spara il prezzo: cinquanta euro più venti di cauzione, perché sono sempre uno sconosciuto e in caso di mancata restituzione avrebbe coperto le spese per il duplicato. Spiazzato dalla cifra, non sapendo che rispondere, gli faccio notare che anche lui era per me un estraneo e che non avevo garanzie. A questo punto, risentito, solleva il bordo del pantalone mostrandomi lo stemma del Barça tatuato sul polpaccio destro, credo a significare la sua parola d'onore.

Prima di salutarci torniamo a varcare quel meraviglioso terreno drammatico e nostalgico in cui all'istante sembriamo amici di vecchia data. Commentiamo la mancata qualificazione del Napoli alla Champion’s e la disfatta al San Mamès per mano proprio del prossimo avversario del Barça. Victor sentenzia che è un peccato che il Napoli abbia una difesa di merda, non posso che acconsentire. L’ultimo argomento toccato, sovvertendo ogni ordine gerarchico, è il pibe de oro.
"Aqui Maradona solo fiesta e coca" fa lui. Io serro le labbra e annuisco, mascherando forzatamente un filo di compassione, che nel giro di pochi istanti carbura in cieco orgoglio.
Ci scambiamo i numeri di telefono, lo saluto e torno a casa, appagato della chiacchiera ma sicuro che non l'avrei più visto.

I giorni successivi scorrono via intensi e veloci tanto da ridimensionare la fissa Camp Nou alla modesta aspettativa del classico bar e della birra, più amara che mai. In fin dei conti, Barcellona ha molto altro da offrire a settembre, con un clima mite e la temporanea migrazione dei turisti. Fino a quando un pomeriggio, ricevo un messaggio di Alessandra, una ragazza conosciuta la sera precedente, che mi comunica di aver trovato un modo per entrare allo stadio. La sera stessa ci vediamo sulla collina di Montjuïc e mi spiega da vicino. Il nucleo del piano è sempre il famoso carné. Per i soci over 70, mi spiega, sono previste forti riduzioni per l'acquisto di un ulteriore abbonamento per un altro membro della famiglia. Spesso capita che figli e nipoti non possono e prima della partita, fuori lo stadio trovi manipoli di nonnetti pronti ad adottare presunti congiunti, liberamente o per una cifra simbolica. Nell’arco della passata stagione, aggiunge Alessandra, due colleghi di lavoro con questo sistema sono riusciti a seguire quasi l'intero campionato. Queste ultime parole riaccendono quel sentimento di ansia ed emozione legato all’evento che la vita barcellonese assieme al sano buonsenso avevano assopito. Realizzo che l'elevato numero di abbonamenti, principale fattore che si frapponeva tra me e il Camp Nou potrebbe rivelarsi la sola condizione che mi consentirebbe di entrare allo stadio. Nella peggiore dell'ipotesi ripiegherò in un bar di Les Cortes, per soffrire come si deve, fino in fondo.
Il fatidico giorno, sabato tredici settembre arriva, portando con sè un caldo asfissiante e un sole intermittente.
Un'ora e mezza prima del fischio d'inizio, decido di incamminarmi verso la fermata della Metro. L'impeccabile puntualità del treno non mi consente di scambiare due parole con qualche tifoso, posticipando l'occasione durante le otto fermate che separano Paral-lel da Palau Reial. Avvicino un signore di mezza età chiedendo conferme e eventuali dritte sul mio piano. Ben presto capisco che non sarà facile colloquiare per via del suo forte dialetto catalano. Riesco a malapena a intendere il suo nome e la sua disponibilità, mi fa cenno di seguirlo.
Sarà per il complesso universitario ubicato nei dintorni, sarà per il clima pre-partita ma Avda Joan XXIII, lungo discesone asfaltato che conduce allo stadio ricorda in maniera imbarazzante via Cinthia. Sincronizzo il mio passo a quello spedito del mio provvisorio compagno di ventura, Josep, cercando di estrapolare il senso dei lunghi periodi in catalano. Da una serie di informazioni logistiche forse utilissime per le mie sorti ma il cui senso mi sarà sempre ignoto, Il discorso fortunatamente vira sull'universo culè. Josep esordisce connotandomi politicamente l'atavica inimicizia col Real Madrid. Noi storicamente compagni, loro ex-franchisti. Io obietto che non è del tutto vero, in origine la squadra franchista era l'Atlètico Aviación (oggi Atletico Madrid) e che il caudillo, come spesso accade ai dittatori, sposò le merengues demagogicamente, essendo il Real già all'epoca uno dei club più titolati al mondo. Lui rimane un po' spiazzato, annuendo timidamente. Arrivati all'esterno dello stadio ci separiamo, mi augura buona fortuna, mettendomi in guardia da bagarini camuffati da nonni soci. Lo ringrazio, rassicurandolo che per determinate cose la mia città allena a un occhio clinico formidabile.
Detto fatto, intravedo tra la folla un signore anziano dall'aria un po' spaesata. Bassino, occhiali, camicia a quadri e cappellino blu del Barça. Mi avvicino. Capisce le mie intenzioni e lancia subito l'offerta: cinquanta euro, di nuovo. Reagisco con un espressione indignata, e borbotto un "trenta", mimando però con le dita venticinque. Aquilino, questo il suo nome, tentenna, ma alla fine cede. Lo abbraccio. Mi passa il carné del figlio. Sarò per un pomeriggio Aquilino jr. Una volta arrivati all'ingresso, passo la tessera sulla fotocellula. Spingo in avanti il tornello, che non oppone resistenza, sono dentro.


Siempre agradecido de ti, Aquilino  

Il settore dei nostri carné è Lateral, BOCA 36, ed equivale ai distinti inferiore del San Paolo, con la differenza che l'assenza del fossato e della pista d'atletica non sacrifica la profondità, consentendo una visuale ottima. Fino a venti minuti prima del fischio d'inizio lo stadio è semideserto, per via dei posti numerati. Attorno a me gli spettatori si caratterizzano per tre quarti da aficionados e un quarto da turisti, la metà di quali possiede almeno una busta dello store del Barcellona. 
Entrambe le squadre scendono in campo non con le prime divise, bensì con quelle dei colori sociali delle rispettive comunità autonome, Catalogna e Paesi Baschi. Specie di questi tempi, le istanze autonomiste vanno portate avanti a ogni costo, anche a colpi di marketing.           
                                                          

Pronti via e l'occhio cade e resta ipnotizzato per una manciata di minuti sul numero dieci blaugrana, distante da me una quindicina di metri. Gli occhi del mondo sono sempre su di lui, ma per una volta sono i miei ad essere su di lui, senza alcun filtro. E' come osservare un'icona lontana, eterna, perfetta, denudata di ogni pixel e piombata nel mondo sensibile, su un prato verde, che prende corpo in una persona e nient'altro. Una persona vera, che respira, suda e corre, corre tanto.
Dagli spalti le uniche emozioni arrivano allo scoccare del 17'14" di entrambi i tempi, quando per celebrare il tricentenario della Diada, giorno in cui la Catalogna perse l’indipendenza, il coro "i-inde-indepèndienca!" anima un Camp Nou impietosamente addomesticato.


Nel primo tempo il Barça spreca tutto ciò che c'è da sprecare. Hombre del partido manco a dirlo è Messi, che nella seconda frazione di gioco apparecchia sia il primo che il secondo gol al subentrato Neymar. Uscendo dallo stadio penso a Victor, avrà fatto giusto in tempo ad assistere alla vittoria della sua squadra del cuore.

mercoledì 15 ottobre 2014

Contro la Juve ne farai tre - Un omaggio a Gigi Meroni


Colpiti da una storia che è qualcosa di più di quella di un talento calcistico, una storia che ha conseguenze inaspettate, ma anche una storia d'amore e uno spaccato di un'Italia e di un calcio diversi da quelli che siamo abituati a vedere oggi, in occasione dell'anniversario della sua prematura scomparsa, Gian Mario Bachetti, già Borghettaro per raccontarci la storia di Mattia Biso, e Edoardo Romagnoli, entrambi amici de La Calzoleria, ci offrono un ritratto, uno storytelling sull'ala di Genoa e Torino Luigi Meroni.

* * *


Solitamente una buona storia di calcio inizia sempre in un polveroso campo di periferia, ma questa non è solo una storia di calcio. Siamo nell’Italia degli anni Sessanta: la Democrazia Cristiana è alla guida del Governo, le famiglie vanno in vacanza con un nuovo modello della 500, la Giardiniera, la Domenica i fedeli assistono all’Angelus di Papa Giovanni XXIII e le radioline sono sintonizzate su Radio 1 per seguire Tutto il calcio minuto per minuto.
E’ l’Italia delle messe in latino, del bianco e nero, di Rai 1 e Rai 2, di gonne lunghe e completi grigi, è l’Italia del cinema di Sordi e della Magnani, è l’Italia in bicicletta di Adorni, Motta e un giovanissimo Felice Gimondi, è un’Italia dove l’estate del ‘68 è ancora lontana, ma nonostante tutto qualcosa già si muove. 

La nostra storia ha invece inizio in una notte di pioggia torinese e seduta in un angolo della sala d’attesa di un pronto soccorso c’è una bellissima ragazza, bionda, lineamenti delicati e il viso rigato da lacrime color catrame. Intorno ha un esercito di facce sospese, come in attesa, tutte con lo sguardo rivolto alla porta chiusa di fronte a loro. Quella ragazza è sposata, ma non è il marito l’uomo per cui sta piangendo. Cristiana si era sposata anni prima, con un uomo di Roma, un aiuto regista, anzi l’aiuto regista di De Sica, il primo che aveva chiesto la sua mano alla famiglia e l’aveva sposata.
In chiesa, quel giorno, fra i presenti, mimetizzato in un esercito anonimo, c’era proprio quell’uomo che Cristiana adesso stava aspettando seduta su quella sedia.

E pensare che quello non era un uomo da folle, lui che non piegava i suoi gusti alle mode ma disegnava i suoi vestiti, lui che alla Mercedes 220S cabriolet preferiva una Balilla del 1936 e al cane da passeggio una gallina.
Eppure Cristiana non l’aveva visto, altrimenti su quell’altare avrebbe detto NO e questa sarebbe diventata un’altra storia, magari sarebbe stata l’ennesima storia di calcio. Una di quelle ambientate nell’epoca in cui le maglie non avevano sponsor né nomi, il pallone era una pesante sfera di cuoio e i calciatori erano ancora lontani dall’essere divi.

Allora allo stadio si andava soprattutto per vedere le giocate dei campioni: le parate di Albertosi, le punizioni di Corso e le discese di Rivera. Era il calcio in cui il numero dettava il ruolo, senza spazio alla fantasia: era una questione di disciplina, fuori e dentro il campo. Ma il calcio è un gioco e il gioco è divertimento.

E che divertimento ci sarebbe senza spettacolo?

E allora vanno bene Ramazza, Benitez e Mazzola, Alessandro e non il più famoso Valentino, mediani tutta spinta e polmoni, ma a fare spettacolo chi ci pensa? Solo Sivori?
No. L’argentino tutta garra e finte era in buona compagnia, d’altronde erano gli anni 60 e qualcosa stava cambiando, anche nel calcio.

Mentre dall’altra parte della Manica fa il suo esordio con la maglia dei Red Devils un nordirlandese di Belfast – di nome fa George, di cognome fa Best, porta capelli lunghi e un 7 stampato sulla maglia – a Genova esordiva con la maglia del Grifone un ragazzo di Como, quello stesso che Cristiana sta aspettando su quella sedia di un pronto soccorso di Torino, lo stesso che si confondeva invisibile fra la folla degli invitati al suo matrimonio, porta i capelli lunghi, non ha il 7 sulla maglia, ma lo prenderà da lì a poco e di nome fa Luigi, Luigi Meroni. Detto Gigi.

L’esordio con la maglia rossoblu non è fumo negli occhi e già da quella partita a Udine si intuisce il Meroni che sarà. Palla lunga dal centrocampo, Gigi la incolla al piede, con una finta di corpo sposta il pallone sul destro, mette a terra il portiere e con un colpo sotto realizza il suo primo gol in Serie A.

Eleganza, estetica del movimento e quella voglia di andare con il pallone al piede il più lontano possibile, sempre guardando la porta, quasi fosse un traguardo da superare. D’esterno, d’interno a girare, di collo sul palo lungo, il colpo non era mai a caso, sempre immaginato prima di essere compiuto, con in testa il pallone che gonfia la rete prima ancora di essere partito.

Genova non è solo l’inizio di una carriera. È il punto di partenza di tutta la storia di Meroni.
Dopo una partita Gigi entra in un bar che era solito frequentare con i suoi compagni, ordina una cioccolata calda e si siede in disparte senza togliersi il cappello; lì, per la prima volta, quella sera, gli occhi di Cristiana si fermano sui suoi.
È il '63 e si fa il nome di Meroni per la Nazionale B, ma come si può stare lontano da quegli occhi? E allora Meroni fa un patto con il suo allenatore, Beniamino Santos: “io faccio due gol e salvo il Genoa, te mi fai uscire dal campo simulando un infortunio”. E andò proprio così: Meroni entra in campo e segna, ne fa due, il Genoa si salva, allora si accascia per terra e si fa fasciare una gamba. Meroni è infortunato, non può partire, Meroni resta a Genova, resta da Cristiana.

Nonostante i capelli lunghi e le trasferte mancate nell’estate del '64 è uomo mercato. Si scatena un’asta e a uscirne vincitore è Orfeo Pianelli che lo porta sotto la Mole, sponda granata, per 500 milioni di lire, tanto, tantissimo soprattutto per allora.

A Torino tutto sembra andare per il meglio, il pubblico lo acclama, la squadra vince e quel sette sulla fascia fa parlare tanto di sé, anche fuori dal campo.
D’altronde i campioni oltre a far sognare servono a dare speranza, la stessa speranza che Best stava dando al Manchester del dopo Monaco, quella speranza che Meroni darà al Torino di Nereo Rocco, orfano dei campioni di Superga.
Il dribbling come materia per portare la fantasia nel bel mezzo di un campo di calcio. Ma la fantasia che cos'è se non la capacità della nostra mente di vestire di eccezionalità il quotidiano? È fare di qualcosa di tutti i giorni qualcosa di eccezionale, come una partita, un vestito, un’automobile. Ma quella è l’Italia degli anni Sessanta, la fantasia è spesso bandita e per entrare in nazionale ci vogliono capelli corti e maglia nei pantaloncini. Arriva il giorno delle convocazioni e il mister Fabbri lo mette di fronte al bivio: “Questa è la maglia, quello è il barbiere”.

Poi i riflettori si accendono sul Mondiale del ’66, quello in Inghilterra e nella seconda partita, contro l’Unione Sovietica, le televisioni trasmettono l’immagine sbiadita di un ragazzo, poco più che ventenne, che corre e dribbla con la maglia numero 15. Porta i capelli lunghi e si chiama Gigi Meroni.

L’Italia perde 1 a zero e sarà solo il presagio di un Mondiale disastrato per la compagine azzurra, ma quel ragazzo di Como, pur soffrendo la fisicità dei russi, gioca bene e bene fa sperare. La partita dopo si gioca contro la Corea del Nord, Meroni è seduto in panchina e lì rimarrà per tutta la gara, il resto è storia.

Ma è una storia di calcio e questa, l’abbiamo già detto, non è quel tipo di storia, perché la vita di Meroni non è fatta di solo calcio. La delusione del Mondiale viene mitigata dall’inizio della convivenza con Cristiana: una piccola mansarda, qualche tela su cui dipingere e pochi volti fidati a difesa di quella storia così scandalosa. Non scordiamoci di quella chiesa, di quell’aiuto regista e di quell’Italia in cui il matrimonio era un vincolo impossibile da spezzare.

Meroni però vedeva il mondo con gli occhi della bellezza, cercando in ogni gesto di avvicinarsi il più possibile a quest’idea, questo ideale irraggiungibile. Un’idea talmente nitida e sublime che non riusciva, per quanto si sforzasse, a riprodurre.
C’è un quadro in un angolo della mansarda: è un ritratto di Cristiana e, in basso a destra, una firma: Luigi Meroni. Ma quel ritratto è incompleto. A mancare sono gli occhi, proprio quei due occhi che stanno piangendo in una sala d’attesa di un pronto soccorso Torinese.

* * *


San Siro non ha ancora il terzo anello, si gioca Inter – Torino. Davanti a Meroni ci sono i giocatori del Mago, Helenio Herrera. È la Grande Inter e sono tre anni che non perde una partita; poi arriva una palla dalla difesa il numero sette granata la controlla con il collo del piede, la sposta con l’esterno, per un instante tutto sembra congelato, tutto si muove a rallentatore, Gigi guarda in alto, sulla destra, verso il sette e calcia. Interno destro, a girare, e la palla va a finire proprio lì, dove già se la stava immaginando un attimo prima. Il Torino vince 2 a 1, segna anche Combin a cui Gigi dirà a fine partita: “Contro la Juve, ne farai tre”.

La partita dopo però non c’è la Juve, ma la Samp. Il risultato non cambia da quello della domenica prima: il Torino vince, vince per 4 a 2 e Meroni viene espulso.

La prassi del tempo voleva che i giocatori cenassero tutti insieme e insieme restassero tutta la notte in ritiro in un albergo della città. Ma quella sera no. Quella sera c’è da festeggiare una vittoria e ognuno ha voglia di farlo dove vuole. Così, pressato, dopo la cena Rocco lascia andare i suoi.

Meroni e Poletti salgono in macchina, direzione casa, direzione Cristiana. Ma Cristiana sotto casa non c’è e non è nemmeno al solito ristorante; così i due attraversano la strada e vanno nel bar di fronte. È l’Italia degli anni Sessanta e non ci sono cellulari. Ma Cristiana non risponde: attraversano di nuovo. Adesso Meroni e Poletti sono al centro della carreggiata, piove, scatta il verde, le macchine partono, Poletti scatta, Meroni no, si blocca, forse ha paura, fa due passi indietro. Poi, lo schianto. La macchina ha colpito Poletti a un polpaccio e l’ha scaraventato a terra. Meroni invece è preso in pieno. Dalla macchina scende Attilio Romero, tifoso sfegatato del Torino e di Meroni. Tanta la passione per quell’idolo che con la foto dell’ala destra Romero ci girava in macchina, come si fa con i santini nella speranza che possano proteggerci.

La farfalla granata adesso è stesa sul cemento, la linea bianca alla sua destra, come tante volte sul campo, ma le ali sono rotte e inermi sul petto. Cristiana nel frattempo è arrivata e anche questa volta non riesce a vederlo, eppure Meroni non vuole confondersi in nessuna folla, è lì al centro della strada, al centro di tutti. Cristina però ora lo sente, sente che è proprio lui quell’uomo a terra circondato da tante persone.

La pioggia batte sul vetro della sala d’attesa, Cristiana è ancora immobile sulla sedia, intorno ci sono tutti: Combin, Poletti, Agroppi, Vieri – tutti sospesi, come quel giorno a San Siro, a guardare quella porta bianca. Poi, quella porta si apre. Meroni è morto.

Il NO di Cristiana finalmente arriva, tardivo e questa volta spezza il silenzio.

La partita dopo è Juventus – Torino. Combin, segnerà tre volte, come da profezia, calciando con una forza incredibile, come a voler scacciare l’immagine della morte dell’amico dalla sua memoria. Il quarto gol lo realizza un giovane esordiente che quel giorno indossa la maglia numero 7. Il Torino vince 4 a zero, sarà l’ultima volta che i granata vinceranno un derby con un tale risultato. Molti anni dopo invece Attilio Romero diventerà presidente del Torino.

Perché questa non è una semplice storia di calcio: è una storia di coincidenze, di passione e bellezza.


domenica 12 ottobre 2014

Red Or Dead: le bandiere rosse di Liverpool e del Liverpool Football Club





A un certo punto c’è questa intervista della televisione italiana, una troupe della televisione italiana sale da Roma a Liverpool per raccontare il dominio del calcio inglese in Europa e il declino della società inglese in Europa. Il dominio del calcio inglese in Europa. Dal 1977 la Coppa dei Campioni è due volte del Liverpool Fc di Bob Pasley, che si appresta a vincere la terza, e due del Nottingham Forest FC di Brian Clough. E il declino della società inglese in Europa. Finita l’epoca del welfare di Howard Wilson, al termine del shakespeariano winter of discontent del 1979, dal 4 maggio Margaret Thatcher è alla guida di un paese in rovina: fabbriche che chiudono, miniere che chiudono, razionamento energetico, razionamento alimentare, lunghissimi scioperi delle poste, lunghissimi scioperi della nettezza urbana.

A un certo punto c’è questa intervista della televisione italiana a Bill Shankly, fuori da Anfield, e Bill Shankly che sulle macerie di una nazione dice che il calcio è nel cuore e nel sangue dei lavoratori, che il calcio è dei lavoratori e per i lavoratori, che il calcio sono i lavoratori. E allora l’intervistatore della televisione italiana scuote la testa e dice: “Forse oggi è rimasto solo lei Shankly a pensarla così?”. E il maestro Bill Shankly s’interroga. E il maestro David Peace s’interroga. Perché questo è scrivere di pallone per David Peace: il calcio come metodo per raccontare la società, il calcio come strumento per raccontare la società, il calcio come pretesto per raccontare la società. Nel superbo Red Or Dead (David Peace, Il Saggiatore, 2014, pp. 649) la storia di Bill Shankly è la storia del paese, il lavoro di Bill Shankly è il lavoro del paese, i pensieri di Bill Shankly sono i pensieri del paese, la sconfitta di Bill Shankly è la sconfitta del paese.




A differenza del capolavoro Il Maledetto United (Il Saggiatore, 2009, pp. 416), dove la vittoria e la sconfitta di Brian Clough e dell’Inghilterra delle Trade Unions erano sapientemente alternate tra la prosa del racconto di un rivoluzionario Brian Clough nei quarantaquattro giorni alla guida del Leeds United Afc, e la poesia del monologo interiore di un paranoico Brian Clough nei quarantaquattro giorni alla guida del Leeds United Afc. In Red or Dead, David Peace la prende alla larga, parte dalla fine degli anni Cinquanta (Bill Shankly lascia l’Huddersfield Town Football Club per il Liverpool Football Club nel dicembre 1959) per raccontare in un crescendo sinfonico alienato e alienante la cavalcata trionfale di Bill Shankly, una cavalcata trionfale che dura due terzi del libro e che ha in nuce, su uno sfondo che è già primo piano, la sconfitta dell’ultimo terzo del libro.

I primi due terzi del libro, l’ascesa che prevede la caduta, l’ascesi di un uomo di cui conosciamo solo la dimensione produttiva del lavoro che ne impone il crollo, sono raccontati come l’ossessione totalizzante di un uomo e di un paese per il lavoro. Attraverso una ricerca stilistica di ripetizioni continue sempre uguali e sempre diversi che raggiunge le vette del sublime. (qui, nella recensione di Giuseppe Genna, lo trovate spiegato molto meglio di come potrei mai raccontarvelo io ndr.) Nell’ultimo terzo il racconto si sfilaccia, si perde consapevolmente in un ditirambo angosciante, dove è vomitata in faccia al lettore e raccontata in ripetizioni che diventano alternate in maniera casuale a seconda del capitolo – la partita di addio, con la serratissima dialettica tra cronaca dal campo e monologo interiore di Bill Shankly, ci riporta per un attimo a Il Maledetto United – la dimensione umana di Bill Shankly. E quindi la sua e la nostra sconfitta.





Bill Shankly è un comunista, ci ripete in continuazione David Peace. Le maglie del Liverpool Fc sono rosse, ci ripete in continuazione David Peace. Le bandiere del Liverpool Fc sono rosse, ci ripete in continuazione David Peace. Le bandiere dei lavoratori di Liverpool sono rosse, ci ripete in continuazione David Peace. Questa è la storia di Bill Shankly, del Liverpool Fc, dei tifosi del Liverpool Fc e dei lavoratori di Liverpool che scendono per strada con le loro bandiere rosse a festeggiare una vittoria dopo l’altra, sapendo che stanno andando incontro a un’inevitabile sconfitta, ci ripete in continuazione David Peace. Un martello pneumatico che come nella sezione ritmica di un brano degli Einsturzende Neubauten - SHANK-LEE, SHANK-LEE, SHANK-LEE, SHANK-LEE, SHANK-LEE, canta incessante la Kop - sottolinea in maniera ossessiva che David Peace usa Bill Shankly e il Liverpool Football Club, le bandiere rosse del Liverpool Football Club e le bandiere rosse dei lavoratori di Liverpool, per raccontarci del tentativo e del fallimento di un uomo, di una squadra e di una città di realizzare l’utopia comunista. Del tentativo e del fallimento del comunismo.