lunedì 15 dicembre 2014

Tutto merito di Mussi

La mattina andavamo in spiaggia a Grottammare. Protetti dalla consolante ombra proiettata dal monumentale Hotel Sylvia, esempio tra i migliori di tutta la costa adriatica di grattacielismo abitativo costiero, organizzavamo con Giorgio e i suoi amici estenuanti partite di pallone con un Super Santos di proprietà del figlio di Zenga. Era l’unico motivo per cui consentivamo che quel bambinetto con la zeppola giocasse con noi. I più grandi, e quelli che si davano più arie, erano i cugini Alan e Jean-Marc, che, nonostante i nomi francesi, erano di Colli del Tronto. Io avevo dieci anni e tanta voglia di impormi come il romano che aveva fatto la scuola calcio del CONI, pur occultando che non ero mai stato convocato per le partite ufficiali (ma non per limiti tecnici, che il pallone lo sapevo calciare con plastica coordinazione, quanto caratteriali, perché ero troppo sensibile). Dopo numerosi svarioni difensivi e palle recuperate tra le ultime file degli ombrelloni ci veniva a chiamare Edoardo, il fratello di Giorgio, che non giocava mai a calcio, per dirci che se volevamo potevamo andare a mangiare la pizza dalle nostre madri. Ogni tanto, ma proprio ogni tanto, ci scappava anche il fritto di calamari dello stabilimento Stella Marina, uno dei migliori cartocci di anellini fritti di tutta – di nuovo – la costa adriatica, ma quel giorno ci dovemmo accontentare della pizza comprata al forno di Borgo Miriam. Dopo pranzo i fratelli si godevano la siesta sul bagnasciuga e io sfogliavo il Corriere dello Sport che il vicino di ombrellone mi lasciava in eredità. Si parlava della partita che la nazionale italiana avrebbe giocato la sera (per noi, ma in realtà era l’ora di pranzo a Boston) contro la Nigeria. Era il 5 luglio del 1994, giorno degli ottavi di finale del campionato del mondo americano.

Tornati a Castorano, preso atto che il televisore a casa dei miei ospiti non funzionava perché non c’era l’antenna, rimanevano due opzioni per vedere la partita: il bar dei giovani e il bar dei vecchi. Erano questi i due unici bar del paese, da noi etichettati in tal modo perché in uno, quello che stava sotto, si riunivano – appunto – gli sparuti giovani del paese, ed era per questo motivo (e anche perché c’erano due videogiochi) il nostro favorito, mentre l’altro – che noi odiavamo - era il ritrovo dei vecchietti, una schiacciante maggioranza della popolazione locale che trascorreva le torride giornate estive giocando a biliardo e fumando sigari, lasciando i mozziconi nei posacenere della Algida. Dopo la doccia e il petto di pollo panato con le patate ci infilammo un maglione di cotone e, con Giorgio (Edoardo non era interessato), ci recammo al bar dei giovani. Con nostra immensa sorpresa, e delusione, lo trovammo chiuso. Tutto il paese era sciamato verso il bar dei vecchi. Ci andammo anche noi, ma la situazione era improponibile. C’era un solo televisore e lo schermo era coperto dalle nuche dei signori avanti a noi; inoltre c’era un’insopportabile puzza di sigaro. Tornammo di corsa a casa per chiedere alle nostre madri di trovare una soluzione. Fu allora che, dal nulla, alla mia venne l’idea di chiamare lo zio Diego.

Lo zio Diego era un mio zio, e non uno zio di Edoardo e Giorgio. Situazione paradossale, considerando che villeggiavamo a Castorano perché era la terra dei loro parenti, non dei miei (tanto che lo zio Diego è di Salerno). Eppure, a Castorano, un paese sperduto nell’entroterra piceno, il 5 luglio del 1994, si trovava anche mio zio Diego. Il destino l’aveva portato a conoscere e sposare una donna del posto, una donna – posso dirlo col senno di poi – orribile, nevrastenica, una pazza, e non lo dico per misoginia, ma perché questa donna è così instabile che anche la figlia, quando Diego e la moglie si sono separati, ha espressamente chiesto al giudice di abitare con il padre. Lo zio Diego ha sempre avuto un cuore e una pancia molto grandi e, per far felice la moglie, lui che è farmacista, aveva rilevato la farmacia di Castorano, e passava lì varie settimane d’estate. Era la prima volta che lo vedevo a Castorano, e comunque in vita mia non l’avevo visto più di quattro o cinque volte. Ci accolse davanti alla farmacia e ci portò in una stanza sul retro, una specie di magazzino adattato a ufficio, dove diede a me e a Giorgio una sedia e un bicchiere di Coca-Cola ciascuno, mentre lui rimase in piedi fumando nervosamente. Sopra un tavolo di plastica bianca era appoggiata una televisione non più grande di quindici pollici dove risuonavano gli inni nazionali. Sullo schermo scorrevano le immagini lontane – gli oceani sembrano distanze siderali quando si hanno dieci anni – e granulose di caldo soffocante del Foxboro Stadium, dei volti dipinti col tricolore dei nostri tifosi, degli sguardi seri dei giocatori nigeriani, con i loro nomi bizzarri e la loro fama di campioni esotici (c’erano, tra gli altri, Finidi George, Jay-Jay Okocha, Daniel Amokachi, Sunday Oliseh, Victor Ikpeba, Rashini Yekini, Efan Ekoku), delle facce dei nostri calciatori, che conoscevo alla perfezione per averle viste sull’album delle figurine del Mondiale (c’erano, tra gli altri, Mussi e Benarrivo, Donadoni e Signori, Albertini e Massaro). L’arbitro fischiò l’inizio della partita e nel retro della farmacia di zio Diego calò il silenzio.


All’epoca non avevo gli strumenti teorici, né l’esperienza, per capire se una partita fosse bella oppure no. Quindi non so dire se fu una bella partita; posso dire, però, di aver provato, per la prima volta con la nazionale, un’enorme sofferenza. Quando l’Italia aveva perso ai rigori con l’Argentina ero troppo piccolo per capirci qualcosa, e quella serie di rigori mi era scivolata sulla pelle come un foulard che si adagia sulla neve, senza rumore. Quella sera, invece, Amunike metteva in porta un pallone carambolatogli chissà come sul piede e portava in vantaggio la sua squadra. L’Italia non sembrava in grado di reagire, e, tra una recriminazione e l’altra di mio zio, che ce l’aveva con quel nostro buffo allenatore con gli occhialetti, soprattutto perché – così imprecava – faceva giocare Signori a cinquanta metri dalla porta avversaria (difesa da un omone chiamato Rufai che mi incuteva, allo stesso tempo, paura e ammirazione), finì il primo tempo. Con Giorgio ci guardavamo e non eravamo così tanto sicuri che saremmo riusciti a vincere. Poi il secondo tempo cominciò e successe una cosa terribile, un episodio che non cancellerò mai dalla mia memoria. Pochi minuti dopo essere entrato, Gianfranco Zola, talentuoso attaccante nel quale sia io, che Giorgio, che lo zio Diego avevamo riposto le sempre più tenui speranze di pareggio, venne espulso dall’arbitro messicano per motivi ancora oggi incomprensibili. Non aveva neanche commesso fallo. L’ingiustizia mi fu subito evidente e, in sincrono con Zola, ruppi in un pianto senza precedenti. Non piangevo, ma singhiozzavo, gemevo, tutta la mia sensibilità – che già mi aveva privato di un ruolo se non da protagonista quanto meno da comprimario nella squadra del CONI – venne sferzata come un albero esposto alla furia del vento. Zola era a terra, con le braccia conserte, la zazzera sugli occhi incapace di assorbire le sue lacrime, e anche io mi lasciai andare alla pazzia, persi la testa, tanto che sia Giorgio che lo zio Diego mi dicevano di stare calmo, che ce l’avremmo comunque fatta, ma io sapevo che lo dicevano solo per farmi felice, e invece ero toccato nel profondo da quella decisione, l’arbitro messicano non aveva espulso solo Zola, ma anche me e tutti i bambini di dieci anni che in quel momento stavano guardando la partita nel retro di una farmacia.

Mancavano ormai pochi minuti alla fine e io ero sempre più disperato. Era chiaro che non saremmo più riusciti a pareggiare. Guardavo Giorgio che era muto e anche io non sapevo cosa dirgli. Zio Diego aveva ripreso a fumare nervosamente, o forse non aveva mai smesso. La cosa che mi faceva più infuriare era l’atteggiamento dei giocatori nigeriani, che, approfittando della loro tecnica sopraffina (non l’ho detto, ma quella è stata sicuramente la più forte generazione di giocatori di quel paese), facevano scorrere quei minuti pigramente, dedicandosi a colpi di tacco, tunnel, fraseggi ravvicinati, virtuosismi, sombreri, con la calma – e l’inesperienza (ma all’epoca non lo sapevo) – di chi crede di avere già vinto. Bruno Pizzul in televisione parlava di “irridente melina” e io mi feci spiegare da mio zio cosa significasse. La loro melina e la nostra agonia, a questo pensavo, ed era proprio questo che non riuscivo ad afferrare: l’enorme, assoluta sproporzione tra la facilità con cui si può vincere una partita e la grande fatica che si deve fare per perderla. Per loro, quei minuti erano solo un girar di lancette verso un’altra partita; per noi, la fine di tutto.

Fu a quel punto che a cambiare le sorti del mondiale ci pensò Roberto Baggio, il nostro giocatore più forte, il più famoso almeno, l’ultimo dei nostri campioni dotato di quell’alone di magia che rende agli occhi del tifoso sempre possibile l’impossibile. Al minuto 43 del secondo tempo Mussi, simpatico terzino del Parma di Nevio Scala (la squadra per cui tutti tifavamo da ragazzini), quando ormai anche la panchina azzurra aveva capito che non saremmo mai saliti su un podio, ma solo sulla scaletta di un aereo, Mussi, dicevo, vinse un rimpallo al limite destro dell’area di rigore nigeriana, si ritrovò il pallone sul piede, alzò la testa e la passò all’indietro, poco oltre il dischetto del rigore, dove arrivava scodinzolando Roberto Baggio, colpevolmente lasciato libero dall’allegra difesa avversaria. Baggio colpì quel pallone senza stopparlo, di interno collo quasi piatto, come amavo colpirli anche io, privilegiando la precisione alla forza, e lo indirizzò verso il secondo palo. La palla rotolò beffarda in diagonale, infilandosi tra i piedi di un difensore e di un attaccante; Rufai si tuffò forse un po’ tardivamente, tanto che, allungando la mano, non riuscì nemmeno a sfiorarla. La rete della porta si gonfiò, Baggio corse verso la linea laterale del campo abbracciando Tassotti e Maldini, mio Zio Diego si lasciò andare a un urlo liberatorio, Giorgio scattò in piedi gridando e vai!, Castorano rimbombò per l’esultanza del bar dei vecchi e io sentii una scossa che mi svuotò la testa come un cucchiaio che raschia l’interno di un uovo alla coque.

La partita, per me, finì lì. Certo, poi ci furono i supplementari, il fallo su Benarrivo, il rigore (palo-gol) trasformato ancora da Baggio, la festa in campo, il ritorno a casa, la notte piena di sogni di gloria. Più avanti, ci fu la vittoria con la Spagna, vista - questa volta – nella casa di Castorano, perché i nostri padri avevano aggiustato l’antenna, con un altro gol di Baggio dopo che Tassotti aveva spaccato il naso a Luis Enrique; la doppietta sempre di Baggio contro la Bulgaria, vista in una televisioncina caprese odorosa di gerani e acquesantiere; e così via. Ma quel Mondiale era finito lì, con quel pareggio di Baggio, quel tiro furbo, disinvolto, bello, quel momento di sollievo dopo una corsa a perdifiato. Giustizia era fatta: per me, per lo zio Diego, per Giorgio, per Zola, per l’Italia tutta. Quello rimane il mio gol mondiale preferito, perché è quello che ho più desiderato che venisse segnato. Non per vincere qualcosa, ma perché sapevo che dopo sarebbe valsa la pena vivere, e non solo per la curiosità, ma anche per il piacere.

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Questo mio racconto è tratto da Gol Mondiali, un bellissimo libro appena pubblicato dagli amici di IN CONTROPIEDE, che hanno chiesto a diciotto autori (tutti appartenente al collettivo Scrittori di sport) di raccontare il gol della storia dei Mondiali a cui sono più legati. La prefazione è di Picchio De Sisti. Il libro si può acquistare sul sito dell'editore oppure durante una delle presentazioni che verranno organizzate.  

martedì 25 novembre 2014

Breve elogio della Coppa Anglo-Italiana (una lettera risentita)



Che cos’è la noia, Fritz? Tu lo sai? È l’Europa, la noia. Ne sono sicuro, di questo.
Franz Krauspenhaar, "Le cose come stanno"

Lo dico subito, questo non è un post accurato, non ho fatto ricerche, non ho guardato su Wikipedia, non mi sono messo ad aspettare minuti 3:24 su YouTube per dire guardate al minuto 3:24, mi sono solo dato 11 minuti e 34 secondi, il tempo del Movement for Piano di Tyshawn Sorey, per scrivere una lettera risentita contro la così chiamata Champions League, il torneo d'èlite che si gioca in Europa, nella vecchia Europa, e che consiste fondamentalmente in una ripetizione eterna e con variazioni minime, neanche alla Goldberg, di giocate in velocità finalizzate da Cristiano Ronaldo, di esultanze risentite (ma verso chi, poi? Verso cosa? Che cazzo vuoi coglione? Non hai anche tu nostalgia di Funchal, della sua luce naturale, della sua vegetazione frondosa, quando ti svegli la mattina nella stanza minimalista, ferro e vetro, del tuo chalet di Puerta de Hierro, e accendi la luce con un battito di mani?) di Cristiano Ronaldo, high-lights di serpentine di Messi tra poveri difensori bulgari con la faccia di chi prende la metro B a Rebibbia e deve scendere a Eur Fermi per andare a prendere la corriera per il litorale, e pensare che c'è anche chi scrive di calcio su Internet e si lamenta che in questa competizione non ci siano solo Grandi Squadre, perchè quello che vogliamo sono solo le Grandi Partite, con i Grandi Giocatori, così che le Grandi Televisioni possano parlare dell'Avvenimento dell'Anno, ogni martedì c'è l'Avvenimento dell'Anno, e poi il mercoledì si ripete, passano due settimane e di nuovo c'è la Partita da Non Perdere, ed ecco il Bayern Monaco che frantuma squadre a cui può rubare il giocatore più forte pagandolo con i soldi che gli sono rimasti nelle tasche del cappotto dalla notte precedente, ed ecco l'Arsenal che c'è sempre anche se non ha mai vinto un cazzo, ed ecco il Paris Saint Germain ed ecco il Borussia Dortmund ed ecco le Squadre Inglesi e soprattutto ecco il grande Classico tra Real Madrid e Barcellona e mi domando che cazzo ci dobbiamo fare ancora con questo Classico di merda, con questa partita che abbiamo visto e rivisto un milione di volte, quante volte ce la riproporranno fino a farci vomitare, fino a farci strozzare con un osso di pollo di Busquets come lo Zio di Brooklyn, quante volte dovremo riascoltare quella musica gregoriana noiosissima, quante volte ancora?

E pensare che in questo periodo dell'anno, sì, proprio in questo periodo, a cavallo tra l'autunno e l'inverno, tra l'umido e il freddo, si giocava il Torneo Anglo-Italiano, poi Coppa Anglo-Italiana, non ricordo chi la vinceva, ricordo a malapena chi la giocava, qualcuno mi aiuti, nei commenti, con i suoi ricordi, perchè io ricordo solo un gol di Montella in rovesciata con la maglia del Genoa, lo vidi alla televisione, ricordo un gol di Bierhoff quando giocava all'Ascoli, giocava all'Ascoli Bierhoff e dopo neanche due anni vinse l'Europeo, ma tutto era iniziato con quel gol che segnò in casa dei Tranmere Rovers, me lo ricordo quel gol, l'Ascoli vinse al Prenton Park e io lo vidi in televisione, era un gol di testa ed esultai con il dito all'insù, come esultava Bierhoff, perchè ero contento quando una squadra italiana di serie B vinceva contro una squadra inglese di serie B, ero un ragazzino ed ero contento, non c'era la televisione satellitare, c'erano quei sette o otto canali e io ero contento, Bierhoff segnava in casa del Tranmere Rovers e mi faceva sentire fiero di essere italiano, oggi invece vedo una partita di Champions League tra una squadra inglese e una italiana e non me ne frega niente di chi vince, anzi spesso spero che la squadra inglese vinca o comunque che quella italiana perda, tanto la partita è solo una lenta attesa verso gli high-lights del gol di Cristiano Ronaldo contro il Bate Borisov, con i difensori del Bate Borisov che neanche facendo una colletta tutti insieme potrebbero pagare la depilazione di Cristiano Ronaldo, neanche quella delle sopracciglia, e però quei soldi qualcuno li deve spendere perchè Cristiano Ronaldo deve segnare tre gol a partita e deve esultare sempre allo stesso modo, risentito, orgoglioso (ma di cosa? Di aver segnato all'Olympiakos? Al Rosenborg? All'Apoel Nicosia?), e mentre la mia testa si riempie delle immagini delle sue esultanze tutte uguali, dei suoi gol tutti uguali, sento che i ricordi della Coppa Anglo-Italiana sfilano via come parastinchi buttati per terra dopo la partita, come calzini gettati nella cesta che il magazziniere laverà con il detersivo del discount, come i capelli di Bierhoff che segnò quella sera contro il Tranmere Rovers  con una spizzata rendendo immortale, almeno per me, spero non solo per me, una competizione di cui ho nostalgia perchè era una competizione in cui il Lecco poteva sfidare il Notts County e la Reggiana andava a perdere in casa dell'Ipswich e per tutti i tifosi di quelle squadre, in anni alto medioevali in cui l'Europa era ancora, soltanto, una lettera risentita scritta dal narratore di Frank Krauspenhaar in Le cose come stanno, scritta dallo stesso Franz Krauspenhaar che se non il più grande è tra i più grandi scrittori italiani moderni, perchè è uno scrittore da Coppa Anglo-Italiana e non da Champions League quello scrittore che il pomeriggio esce da solo a piedi e va al Billa a comprarsi una birra che poi si beve tornando verso casa, guardando la gente che torna a casa a Lambrate, a Rozzano, a non lo so neanche io dove, e non sta davanti al computer a retwittarsi i complimenti, e in quell'Europa in cui ancora non esisteva la Champions League c'era la Coppa Anglo-Italiana che era l'unico modo per tanti ragazzi di seguire la propria squadra all'estero, di sognare l'Europa, di illudersi di essere europei, di dare un po' di glamour a vite del cazzo, a stagioni di merda, a squadre grigie destinate a scomparire per colpa di una fideiussione da cento milioni, era il sogno di andare a Lecce da Leeds e rubarsi le scarpe nei negozi di sport, andare a Birmingham da Ancona e provare il gusto di una curry house, e oggi ce l'hanno tolto questo piacere, questo sogno, questa illusione, l'unica cosa che si può fare a Lecce e a Leeds, a Birmingham e ad Ancona queste sere di autunno-inverno è accendere la televisione e aspettare che il Real Madrid asfalti una squadra di poveri disperati, che Cristiano Ronaldo posi davanti alla telecamera per farci vedere che è un grande (ciao grande), che la lattina di birra comprata al Billa finisca prima che diventi troppo calda.

domenica 16 novembre 2014

Ultime due settimane per leggere "Buba", il racconto di Roberto Bolaño

 

Probabilmente l'operazione culturale di cui siamo più fieri, durante l'estate del 2013 pubblicammo - per festeggiare i nostri primi 500 post - "Buba", uno stupendo racconto sul calcio di Roberto Bolaño, uno degli scrittori che più amiamo (evidentemente non solo noi, se anche un giocatore colombiano del Parma degli anni '90 decise di adottare il suo pseudonimo). La storia di Buba, fenomenale calciatore africano che con i suoi misteriosi riti pre-partita cambia le sorti del narratore argentino nel (e del) Barcellona, merita di essere considerata uno degli esempi più alti di scrittura calcistica, la stella polare di un movimento al quale anche noi, con l'umiltà dei ragazzi della primavera che puliscono gli scarpini dei giocatori della prima squadra, abbiamo cercato di contribuire in tutti questi anni. Per ragioni di diritti d'autore, potremo ospitare questo racconto fino al prossimo 30 novembre, dopodichè, per leggerlo, bisognerà essere così fortunati da trovare in una libreria di seconda mano la raccolta Puttane assassine - ormai fuori catalogo - della Sellerio, ovvero conoscere lo spagnolo (Putas asesinas, edito da Anagrama, è tutt'ora in circolazione). Meglio quindi approfittare di questi ultimi giorni con Roberto Bolaño su Lacrime di Borghetti.




mercoledì 5 novembre 2014

Certi giocatori hanno lo spirito vasto. Bartelt, Batistuta, Barcellona e la storia della mia corrispondenza con Arturo




Quello che sto per raccontare è successo ormai da quasi due mesi e non sono ancora riuscito a dargli una spiegazione.

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Mi trovavo a Barcellona, “la città del buon senso, la città del senso comune”, il giorno 5 di settembre. Mi ero svegliato tardi, quasi alle undici, con un cerchio alla testa che provai a sfumare con un oki e una doccia. Faceva caldo, caldissimo, un’afa che mi impediva di ragionare. Piano piano mi ricordai dell’unica commissione che avrei dovuto fare quel giorno, vale a dire portare il vestito blu alla tintoria all’angolo affinché me lo stirassero in giornata. La sera, infatti, dovevo andare al matrimonio di un mediocre tennista, Jordi Samper, famoso più che altro per essere il fratello maggiore di una giovane promessa del Barcellona, tale Sergi Samper, di cui il proprietario del Bar Barela, mio bar sport di riferimento, parla un gran bene. Jordi si sposava con una mia cara amica, bruttina ma molto ricca, Cassandra Puig i Mateu, primogenita di Bernat Puig i Molins, il magnate del cemento catalano, uno degli artefici – o forse dovrei dire carnefici – dell’indiscriminato sviluppo turistico della Costa Brava negli anni Settanta e Ottanta. Il matrimonio era alle sette in un’anonima parrocchia di Pedralbes, il quartiere borghese in cui Jordi e Cassandra vivono, mentre il ricevimento era previsto in una masia di proprietà della famiglia Puig i Mateu che si trova sulla strada per Sant Cugat del Vallès.

Lasciai dunque il vestito in tintoria e pensai che, visto il tipo di giornata, non ne sarei arrivato vivo in fondo se non mi fossi rinfrescato in piscina. Presi quindi un costume e un libro e, scartata l’ipotesi di andare in spiaggia a Sitges,  camminai un quarto d’ora fino a un hotel di discreto lusso dell’Exaimple che ospita, all’ultimo piano, una piacevolissima piscina. Il primo bagno nell’acqua fresca mi diede vigore e soprattutto appetito, così ordinai al ristorante l’unica cosa che non mi facesse venire la nausea dopo tutto quello che avevo bevuto la sera prima, e cioè una bistecca alla piastra con l’insalata. Mangiai con gusto e tornai al mio lettino. 

Ero lì, dunque, a bordo piscina, facendo la digestione dell’insalata e della bistecca alla piastra, sdraiato sul lettino azzurrino con il logo dell’hotel, circondato da ombrelloni di plastica e corpi che profumavano di Nivea e cocco, mezzo addormentato, in attesa che si alzasse la brezza del pomeriggio, con la bottiglia d’acqua che si riscaldava al mio lato, ogni tanto mi giungevano le grida dei bambini grassi seguite dagli splash e dalle lamentele delle straniere in bikini, allegramente stanche dopo due giorni in cui si erano iniettate piccole ma costanti dosi di alcool nelle discoteche sulla spiaggia, lontano dal mondo reale fatto di notizie e persone, convalescente dopo il mio fine settimana di bagordi, pensando distrattamente al matrimonio della sera, quando sentii una mano che si poggiava sulla mia spalla e pronunciava il mio nome. Mi voltai di scatto, in maniera brusca, come se avessi aspirato il fondo di una granita. Dietro di me c’era un volto familiare. Erano almeno cinque anni che non lo vedevo, ma l'ho riconosciuto, dalla sua elegante pelata, dai suoi occhi penetranti. Arturo.

La verità è che su Arturo non ho molto da dire. Più grande di me di almeno una decina d’anni, prima dei fatti di settembre avevo giusto trascorso con lui alcune estati in Sicilia. Quando l’ho conosciuto non lavorava più come giornalista, professione che, per quello che ho avuto modo di capire (ma lui non me ne ha mai parlato apertamente), decise di lasciare dopo la famosaintervista che gli concesse Luis Cesar Menotti quando fu esonerato dallaSampdoria. Quando l’ho conosciuto, dicevo, nel 2007, lavorava come guardiano presso il campeggio di Favignana, dove io trascorrevo almeno quindici giorni ogni agosto. Nel corso di tre estati consecutive ci eravamo quindi frequentati, e apprezzati, sulla piccola isola a forma di farfalla, dove Arturo cambiava spesso ruolo (l’anno successivo faceva il cameriere, quello dopo gestiva l’edicola, l’ultimo anno affittava le biciclette e i motorini). A partire dal 2010 smisi di frequentare l’isola e, pertanto, anche Arturo, a cui però mi legavano ricordi molto cari.

Per la verità, nel corso degli ultimi cinque anni ho ricevuto una serie di cartoline, e anche un paio di lettere, di Arturo. Il fatto è che non ho mai capito se scherzasse o se fosse serio. In queste missive – che mi arrivavano soprattutto dall’Argentina (ne ricordo una, molto poetica, con un’immagine in bianco e nero di Buenos Aires, in cui mi scriveva: “Caro Federico, oggi è domenica, ma le domeniche a Belgrano, se non c’è la partita, non sono domeniche, sono palloni sgonfi che aspettano il fiato dei tifosi per prendere forma”)  - mi parlava di una ricerca che stava facendo sulle tracce di un vecchio allenatore argentino, ormai cieco, di cui era dubbia non solo la dimora ma anche la stessa esistenza, e di cui ora non ricordo il nome, di cui Menotti gli aveva parlato come del suo maestro. Nel corso di queste sue ricerche, Arturo mi aveva raccontato, per la verità in maniera del tutto ermetica, gli incontri che faceva con ex giocatori, allenatori, dirigenti, tifosi, i quali il più delle volte finivano per depistarlo. Quel giorno di settembre, era più di un anno che non ricevevo sue notizie e immaginavo che o fosse morto o fosse tornato in Sicilia, e in ogni caso che avesse interrotto la sua ricerca. Ed invece me lo trovai lì, a bordo piscina, in un hotel dell’Eixample, più vivo che mai.

La cosa più incredibile, però, non fu quella. Mentre bevevamo due birre al tavolino del bar della piscina, riparati da un ombrellone, Arturo, dopo avermi fatto parlare per venti minuti filati della mia vita, alla mia domanda su cosa ci facesse quel giorno a Barcellona, mi rispose che era venuto per il matrimonio di un suo vecchio amico, il tennista Jordi Samper. Lì per lì la cosa non mi sconvolse più di tanto. Arturo, infatti, da ragazzo era stato un ottimo tennista, quasi una promessa, se così si può dire. Tanto che, a Favignana, giocavamo quasi ogni pomeriggio al campo dell’ex villaggio Gassman, dove lui conosceva tutti, avendoci lavorato per alcune estati. Si limitò a dirmi che era molto amico dell’allenatore di Samper, un catalano di cui non ho afferrato il nome, e tanto mi bastò. Mi rallegrai della fortunata casualità, sperando che fosse così fortunata da farci finire anche nello stesso tavolo durante il ricevimento. Quanto al motivo della sua presenza in piscina, in quella piscina, mi disse che alloggiava proprio in quell’albergo, dal momento che era l’albergo che gli sposi avevano messo a disposizione degli invitati. Anche questa spiegazione, perfettamente plausibile, fu sufficiente a non farmi dubitare delle sue parole. Dopo aver parlato un altro po’ del più e del meno, con la stessa velocità con cui era apparso, Arturo scomparve. Quando provai a chiedergli della sua ricerca, dei suoi viaggi in Argentina, cambiò leggermente espressione, si incupì, e mi disse che mi avrebbe raccontato tutto durante la festa, nell’aria fresca di Sant Cugat, allietati dai gin tonic e dalle ragazze che ballavano, e che ora doveva proprio scappare perchè aveva ancora una serie di commissioni da sbrigare nel Barrio Gotico, compresa la ricerca di un papillon per la cerimonia. Per un attimo pensai di offrirmi di accompagnarlo, ma faceva così caldo, il Barrio Gotico mi è così indigesto, avevo ancora l’eco del mal di testa, e non volevo arrivare distrutto al matrimonio, che restammo che ci saremmo visti direttamente in chiesa all’ora convenuta. Ci abbracciammo in maniera affettuosa e ci salutammo.

La sera, la sposa arrivò con venti minuti di ritardo. La cerimonia durò poco più di un’ora. Uscimmo alle otto e mezza sul selciato della chiesa con il sole ancora forte, vigoroso, spagnolo. Di Arturo neanche l’ombra. Pensai che non aveva fatto in tempo a venire alla cerimonia e che ci saremmo incontrati direttamente alla festa. Andai in macchina con alcuni cugini simpatici di Cassandra. Quando arrivammo alla villa, una masia antica ma non particolarmente pittoresca, ci attendeva un esercito di camerieri con vassoi pieni di tapas. L’aperitivo fu lungo e piacevole; l’afa, giunti nel Vallese, si era smorzata, e il tramonto colorava di sfumature violacee i volti degli invitati. Venni presentato al vecchio allenatore di Samper, che era stato amico di Arturo, e parlammo degli anni Novanta, anni d’oro del tennis spagnolo che avevo vissuto in prima persona, ma non gli chiesi se conosceva il mio amico. Venni presentato, anche se di sfuggita, al fratello calciatore dello sposo, e mi premurai solo di consigliargli di non seguire troppo il suo nuovo allenatore, quel Luis Enrique che avevo conosciuto a Roma, perché tanto non sarebbe durato molto. Venni presentato, infine, a un’amica molto avvenenente di Cassandra, Valeria, una ragazza argentina, di origine italiana (di cognome faceva Bertuccelli), con cui Casandra aveva recitato in alcune coproduzioni minori (erano entrambe attrici) e che era venuta apposta da Buenos Aires per il matrimonio, la quale, in maniera forse inconsapevole, mi fece dimenticare, un bacio alla volta, l'assenza di Arturo.

La mattina successiva, ormai il 6 di settembre, mi svegliai nella stanza di un hotel che, a quel punto, mi era diventato familiare. Dopo aver fatto la doccia, provai a fare nuovamente l’amore con Valeria, ma avevamo entrambi troppo mal di testa. Indossai allora faticosamente il vestito sgualcito del matrimonio e la salutai, promettendole che sarei tornato nel pomeriggio, per fare un ultimo bagno nella piscina all’ultimo piano e magari poi andare al cinema a vedere un film con Elena Anaya che era appena uscito e in cui lei era la co-protagonista. Valeria aveva delle sopracciglia bellissime e mi dissi che sarei dovuto assolutamente ritornare a baciarle. Prima di uscire dall’hotel mi fermai alla reception per sapere se il signor Arturo *** fosse già ripartito. Fui quasi sollevato quando il ragazzo francese dietro la reception – che immaginai fosse lì in stage – mi disse che non risultava alcun ospite registrato con quel nome nell’ultima settimana.

Anche se non ce n’era bisogno, sulla strada di casa decisi di telefonare a Cassandra. Dopo un rapido preambolo di ringraziamenti, auguri di buon viaggio (con il marito erano in partenza per il Perù) e ammiccamenti su Valeria, le chiesi se avesse mai conosciuto un amico del marito, o comunque se avesse mai sentito nominare il nome di Arturo ***. Mi disse che non sapeva chi fosse. Ci salutammo dandoci appuntamento al suo ritorno. Arrivato a casa, per la verità esausto, mi accorsi subito, già quando aprii la porta, che c’era qualcosa di strano, com’erano sempre state strane, d’altronde, le lettere di Arturo, in cui quello che voleva dirmi non era mai nelle righe, ma tra le righe. La porta di casa, infatti, era come bloccata. Dovetti fare forza per aprirla. Entrando a casa capii il motivo: sotto la porta qualcuno aveva lasciato una busta, che quindi aveva fatto attrito. La presi in mano e riconobbi subito la scrittura di Arturo. Sulla busta c’era questa frase, tra virgolette: “Lo spettacolo calcistico è l’unico rito che ancora vale la pena di far sopravvivere, perché a volte l’esistenza filtrata attraverso la finzione, chiarisce qualcosa”. Non sapevo se era una frase sua o di qualcun altro (magari del famoso allenatore cieco). Aprii la busta con un misto di ardore e timore. Per prendere tempo con me stesso, misi l’acqua sul fuoco per farmi un tè. Quando fu pronto,  mi sdraiai sul divano a leggere la lettera.   




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Caro Federico,

come avrai già verificato tu stesso, non ce l’ho fatta a venire al matrimonio. Purtroppo sono dovuto ripartire immediatamente. Sappi però che mi ha fatto un enorme piacere incontrarti. Io e te siamo fatti della stessa materia, una materia calda, siamo come due scolature di catrame che invadono le strade che percorrono.

Mi hai chiesto della mia “ricerca”, e io sono stato forse elusivo. Mi accorgo ora che la nostra amicizia richiede che io mi apra un po’ di più. Ed allora voglio dirti questo, anzi mi sento di dirti questo. Prendilo come un anticipo sui nostri incontri futuri.

Il ventisette settembre, nello stadio S. Siro, Batistuta segnò per tre volte al Milan, di cui una con un curioso calcio di punizione tirato all’interno dell’area di rigore, con i giocatori rossoneri in barriera sulla linea di porta. Esultò come se imbracciasse una mitraglietta e il giorno successivo un quotidiano progressista pubblicò l’accorato articolo di un intellettuale che dipinse Batistuta come un porco e un guerrafondaio. Seguirono: su una rivista giuridica internazionale, la lettera aperta di un noto tennista che rivendicava il diritto di spaccare la racchetta per terra; l’intervista, su un rotocalco cattolico, a un prete di Avellaneda che millantava di aver impartito i sacramenti al piccolo Gabriel; la raccolta di firme, a cui Batistuta non diede alcun peso, di un nucleo pacifista del Valdarno perché abiurasse quell’esultanza.

Il diciotto ottobre, Batistuta segnò un gol alla Roma. Era un pomeriggio tiepido e nel primo tempo della partita Batistuta, cui arrivavano pochi palloni, ebbe modo di riflettere sulla conversazione tenuta la sera prima con Gustavo Bartelt, suo connazionale che giocava nella Roma e che gli aveva chiesto di incontrarlo tramite il comune amico Nestor Sensini. I due si erano visti in un bar dei Parioli, Batistuta indossava un cappello da giamaicano per non farsi riconoscere, Bartelt non lo riconosceva nessuno, perché non era molto famoso e assomigliava, se mai, all’altro calciatore argentino Claudio Caniggia, talentuosa ala destra e latin-lover che qualche anno prima, a Roma, era stato squalificato per cocaina: lo avrebbero al limite scambiato per qualcun altro e dopo una pacca sulla spalla o uno sputo sarebbe finita lì.

L’ospite romano di Batistuta aveva l’aria furba (in questo Bartelt ricordava molto Caniggia) di chi si fosse trovato, senza nemmeno accorgersene, a vivere a scrocco un più fortunato destino (in questo Bartelt, almeno per qualcuno, era Caniggia). Tra le altre cose (il conto gratis dal meccanico, un appartamento con un numero elevatissimo di specchi, fornicare con un numero elevatissimo di donne le cui posture si moltiplicavano nel numero elevatissimo di specchi), questa reincarnazione aveva dato a Bartelt la possibilità di incontrare i suoi idoli, come lo sbigottito Batistuta che seduto al tavolino del bar si sentiva lontano anni luce dal conseguimento di quei vertici sessuali. Bartelt gli confidò di essere un calciatore non più che mediocre, ma per ordine dell’allenatore della Roma, un boemo di cinquant’anni, complice una stagione fortunata nel Lanus (tredici gol in diciotto partite), era stato acquistato per ricoprire il ruolo di ala destra, guarda caso lo stesso di Claudio Caniggia. Per come glielo descrisse Bartelt, il boemo, che si chiamava Zdenek Zeman, non parlava quasi mai, fumava sempre e proponeva un gioco d’attacco quasi suicida. Soltanto un giorno, nel ritiro pre-campionato, si era avvicinato a Bartelt pronunciando le seguenti parole: “Sappiamo tutti e due che sei pressappoco una pippa. A me non importa, mi serve solo che tu corra verso l’area avversaria più velocemente che puoi. Possono succedere due cose: o t’insegno a essere la più grande ala destra del mondo oppure non ci riesco, ma le persone penseranno che sei comunque fortissimo, perché in te gioca ancora lo spirito di Claudio Caniggia”.

“Mister, mica è morto Caniggia”.

“Lo so, ma certi giocatori hanno lo spirito vasto”.

Al trentaduesimo del primo tempo, Batistuta agganciò un pallone che sembrava spiovere dall’altra parte del tempo o della terra. Era immerso in un torpore che non sapeva se imputare alla tattica troppo difensivista del suo allenatore o al fatto che i difensori della Roma erano sistemati in modo che la loro linea di difesa coincidesse con quella di metà campo, confinando, in virtù della regola del fuori gioco, la metà in cui la Fiorentina avrebbe dovuto attaccare al di là del lecito calcistico. La nuova disciplina cui si era sottoposto cominciava a funzionare, perché in un solo istante si riscosse dall’abulia e di esterno al volo scavalcò il portiere in uscita.

In genere, i difensori delle squadre avversarie lo tempestavano di botte, qualcuno gli diceva che si sarebbe scopato sua moglie, un paio di volte si era ritrovato con un dito in un occhio. La difesa della Roma al contrario era, la parola giusta gliela offrì proprio il ricordo della sera prima, spirituale, di una sostanza strana fatta di aria e mistero. Tutti si disinteressavano di lui, forse un altro pallone giocabile sarebbe arrivato, avrebbero vinto due oppure tre a zero (la Roma non sembrava intenzionata a segnare, ci furono risse, l’arbitro cacciò alcuni giocatori per comportamento scorretto, ma tutto si svolgeva al di là di una bruma nebbiosa e a Batistuta veniva di chiudere gli occhi), che importa, pensava, l’importante è vincere e che vincano i buoni.

Verso la fine della partita, l’allenatore boemo mandò in campo Bartelt. Non gli disse nulla, solo gli strizzò l’occhio sorridendo. Bartelt pensò: “Che cazzo ridi, stiamo perdendo, siamo rimasti in nove e non ho la più pallida idea di come giocare”. Batistuta pensò: “Sono ridotti alla frutta, io potrei sdraiarmi sul prato per sognare di quando ero bambino, e questo schiera il sosia di Claudio Caniggia, che ieri sera si è pure fatto quattro gin tonic”.

L’ingresso di Bartelt, senza una ragione visibile, ha l’effetto di una scarica elettrica. La Roma, che fino a quel momento aveva giocato in modo a dir poco confusionario, è percossa da uno slancio convulso e teatrale. Lo stadio Olimpico lo avverte e intona una litania crescente di cori. Al novantesimo Bartelt scarta con una mossa fulminea il terzino sinistro della Fiorentina, un tedesco dalle orecchie a sventola, non senza averlo prima irretito con una sequenza di pasodoble che gli aveva insegnato una puttana di Mataderos. A Batistuta, che adesso vede tutto con chiarezza da sfiorare la premonizione, la chioma giallastra di Bartelt pare una lama efferata e incosciente: chiunque al suo posto tirerebbe verso la porta o passerebbe a un compagno, Bartelt no, continua ad avanzare verso la fine dell’area di rigore, rallenta per non oltrepassare la linea, si avvicina all’area piccola del portiere, e da qui offre una traiettoria radente a un compagno di squadra con cui prima di allora non aveva mai avuto a che fare (nessuno per la verità ci aveva mai avuto a che fare, Dmitrij Anatol'evič Aleničev era un idraulico russo che sbarcava il lunario nello Spartak di Mosca, ma sul cui acquisto Zeman aveva molto insistito, sfinendo gli scetticismi della dirigenza) e che non chiede di meglio di pareggiare la partita.

Allo scadere dei minuti di recupero, Bartelt corre in verticale nell’area della Fiorentina, riceve un pallone che arriva dalla destra e prova a girarlo verso la porta. Ne scaturisce un tiro pietoso, neutralizzato da un difensore diverso dal tedesco di prima. Il pallone torna di nuovo sui piedi di Bartelt, che ha la visuale sgombra e può sprecare la sua seconda occasione. Il tiro sbatte sul portiere ma - questo Batistuta già lo sapeva, era ineluttabile - Francesco Totti, il giovane e promettente regista della Roma, si avventa sulla sfera di cuoio e non fallisce il gol del due a uno.

Bartelt, forse con innocenza o forse con perversione, propose a Batistuta di scambiarsi le maglie come ricordo di quella partita. Batistuta non sapeva più cosa pensare, tutto gli pareva assurdo, ridicolo e miracoloso. Scendendo negli spogliatoi incrociò l’allenatore boemo, che lo guardò con una maschera di silenzio dietro cui c’erano il vuoto della saggezza e il vuoto della follia.

Spero di rivederti presto.

Con affetto, il tuo amico Arturo




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Verso le sei tornai in albergo a cercare Valeria. In camera non c’era. In piscina neanche. Alla reception, un altro ragazzo, questa volta catalano, mi disse che la signora Bertuccelli aveva fatto il check-out verso le dodici. Telefonai a Cassandra, ma il telefono era staccato. Pensai di mandarle un messaggio, ma non mi sembrava il caso di disturbarla durante il suo viaggio di nozze. Da Valeria, ovviamente, non mi ero fatto lasciare il suo numero. Quando stavo per allontanarmi dalla reception, il ragazzo mi chiese se per caso mi chiamassi Federico ***. Risposi di sì, che ero io. Ah, fece lui. Ah cosa?, lo incalzai. La signora Bertuccelli ha lasciato questa per lei. Una lettera. Il ragazzo mi allungò la busta azzurrina con il logo dell’hotel. Senza neanche pensarci, gli dissi che non la volevo. Mi guardò perplesso. Non la voglio, gli dissi un’altra volta, scandendo le parole. No-la-quiero! Va bene, disse lui. Mi chiese se allora dovesse buttarla. Sì, certo, tagliala in quattro pezzi e buttala nel cestino, gli risposi. Però fammi un favore, aggiunsi: prima di buttarla, leggila. Uscii dall’albergo e mi incamminai verso il cinema, sperando di fare in tempo per lo spettacolo delle otto.

giovedì 30 ottobre 2014

Cattolicità del calcio (un post, necessariamente, uno e trino)



Dimas Manuel Marques Teixeira.
Appare in questo post per mere, e dunque profonde
e insondabili, ragioni nominalistiche

Mettiamo, anche se non è vero, che ieri mi ha chiamato Jorge Bergoglio (Papa Francesco, per i meno intimi).
- Perché non scrivi un bel pezzo per Lacrime di Borghetti?, mi fa (il pontefice conosce e apprezza Lacrime di Borghetti, ve lo posso assicurare; anche se in effetti è convinto che il nome sia un omaggio a Jared).
- Lei ha ragione, Santo Padre; ma non mi viene nulla di valido...
Ho percepito allora, dall'altra parte della cornetta, un silenzio riflessivo; e poi di nuovo la voce di Bergoglio che mi diceva: "Sai (beh, lo saprai già...), io ho due passioni: il calcio, e il cattolicesimo. E so che anche tu non sei insensibile all'argomento... Sicché pensavo: perché non unire le due cose? Io credo che ne verrebbe fuori qualcosa di carino.
- Calcio e cattolicesimo, dice? Beh, possiamo provare. Ad esempio, potrei buttare giù una cosa così:


Tattiche e statistiche catto-calcistiche.
di Tommaso Giancarli, PhD

Il calcio è una creazione inglese e una realtà globale. Siamo oggi nel 2014; e possiamo dire dunque che è quasi un secolo che il nostro sport si gioca a livello mondiale e in modo dannatamente serio. Abbiamo soprattutto una messe ormai ingombrante, perciò affidabile, di dati: ed è quasi un dovere, prima ancora che una possibilità, trarne analisi scientifiche e basate sui numeri e sulla realtà.
Parlo di dovere nel senso di attribuire una dignità da disciplina reale e misurabile al calcio, invece di lasciarlo agli opinionisti, agli editorialisti dei giornali sportivi, ai polemisti che fanno caciara (e creano questioni sul nulla, e a volte producono dal nulla una violenza verbale facilmente infiammabile in contesti già propensi). Questo perché? Perché noi che amiamo il calcio sentiamo di doverlo rispettare ed onorare con l'esattezza e la precisione.
Il primo e principale strumento dell'esattezza calcistica è la troppo vituperata statistica; che è vista sovente come non pertinente al calcio fantasioso e imprevedibile, ma che - ove adoperata con intelligenza - ne rifrange invece la grandezza con tutta precisione e con impagabile chiarezza. E la statistica, rapportata al massimo evento calcistico appunto globale, cioè ai mondiali, ci dice che il calcio è affare cattolico. Non sarà un caso, infatti, che su venti edizioni per ben quindici volte si siano laureati campioni del mondo paesi di prevalente tradizione cattolica, quali Brasile, Italia, Argentina, Uruguay, Francia e Spagna; mentre per quattro volte ha trionfato la divisa Germania - in cui comunque il calcio è affare principale della cattolicissima Baviera e della piuttosto cattolica Renania - e solo in un caso l'Inghilterra antipapista.
Ciò ci porta ad affermare, senza tema di smentite, che pensare cattolico equivale a pensare meglio il calcio...

- Aspetta, aspetta, mi interrompe allora Bergoglio, - cos'è questa pappina? E poi che c'è di male a parlare di nulla? Uno potrà anche divertirsi un minimo, o deve sempre misurare ogni cosa?
- Santo Padre, cerco di raggiungere la fede attraverso la ragione, se posso rievocare Sant'Agostino...
- A dire il vero dovrei controllare i permessi, ma non sono certo che tu possa. In ogni caso non ci siamo, ci vuole qualcosa di più accattivante, stimolante, fiammante; te lo dico da latinoamericano.
- Capisco. Proviamo in questo modo:


L'inganno della predestinazione e le vittorie pretese.
di Tommaso Giancarli, Analyst

Si parla spesso, nel calcio, di "vittoria meritata"; se notate, però, lo si fa sovente quando questo merito viene reclamato contro le regole del gioco.
Mi spiego meglio. Non c'è niente da meritare. Dire "ha meritato, ha giocato meglio" significa di solito passare a un altro registro che con il calcio, sport profondamente cattolico, non ha niente a che fare, e che deriva semmai la sua legittimazione dal pensiero protestante oggi egemonico. Chi "ha meritato", infatti, è di norma chi ha tenuto più palla, chi si è avvicinato di più all'area avversaria, chi ha imbastito molte manovre potenzialmente pericolose, che è poi di solito chi ha in formazione i giocatori meglio pagati e più valutati; in breve, il passaggio da questo genere di meritocrazia alla sudditanza psicologica (quella per cui un rigorino, a chi ha meritato, possiamo anche giustificarlo, benché fosse tutt'altro che evidente, così come possiamo condonare un gol in fuorigioco, sì, però meritato), beh, è un attimo.
E quando dico "protestante" intendo soprattutto calvinista, con la ributtante concezione della predestinazione eletta a dogma e prassi di vita: e, fra una squadra che ha vinto scudetti e coppe e vanta una proprietà prestigiosa e una neopromossa, non sarò io a dirvi chi debba essere il favorito di un dio tanto meschino (per la verità anche Martin Lutero fece della sua dottrina una stampella dei prìncipi e una santificazione del classismo e dell'arbitrio dell'essere umano sull'essere umano, ma lui ebbe almeno il buon gusto di pervertire visibilmente, per viltà e per bassezza d'animo, la Riforma tedesca che invece era nata in tutt'altra maniera).
L'unico modo lecito di meritare, nel calcio, è di vincere seguendo il regolamento (che è comunque un regolamento saggiamente umano e fallibile, sia chiaro; in nessun senso voglio scagliarmi contro gli errori arbitrali): se è meritare mettere frequentemente degli uomini davanti alla porta avversaria, e certamente lo è, ebbene è meritare anche avere un portiere capace o fortunato, o una porta misteriosamente piccola; è meritare anche possedere diversi difensori bravi a ribattere di piede, di testa, di ginocchio; è meritevole anche il giocatore alto alto messo in barriera e bravo ad alzarsi sulla deliziosa palombella del 10 altrui, così come è meritevole il brevilineo che accorcia in un attimo i nove metri della distanza e para con la suola un tiro destinato all'angolino.
Quello che giustifica le ruberie in nome del merito è lo stesso meccanismo per cui qualcuno, senza arrossire, ritiene che un paese che è democratico al proprio interno sia legittimato, avendo ragione da sempre e per sempre, a - poniamo - gettare bombe...

- Dove vuoi andare a parare?
- Beh, polemizzerei con...
- Non devi polemizzare, figliolo mio. Siamo cattolici, ricordi? "Universali", vuol dire.
- Chiaro, ma abbiamo anche dei princìpi i quali...
- Lo so che abbiamo dei princìpi, ma suaviter in modo. E poi che brutto tirar fuori quella cosa delle bombe... No, in nome di San Lorenzo - grigliato e de Almagro - ti chiedo di inventarti qualcosa di meglio.
- Uhm... Diciamo allora che:


Zona Cesarini.
di tamas

Ero a Urbino, e non avevo molto da fare. Sicché sono andato a visitare l'Oratorio di San Giovanni, per vedere se avevano ragione quelle iperboli che lo descrivevano come "La Sistina del gotico". Mi inerpicai dunque per vicoli e scalinate (o scesi; non ricordo in effetti se mi trovassi, quando ho preso la mia decisione, più in alto o più in basso dell'oratorio stesso, e cioè se fossi in piazza o alla fortezza); e quando arrivai trovai che avevo invece raggiunto una sorte di Sistina del fastidio e dell'odore di cipolla stantia, visto che insieme a me, in quello spazio tutto sommato piccolo, c'era anche una classe delle medie, piena di ormoni, di voglia di correre via, di sudorazione, e in generale di tutto ciò che abbiamo odiato essere, al tempo, e che ora odiamo osservare.
Provai dunque sulle prime, soprattutto per non offrire altri pretesti di disattenzione ai monellacci, a stare sulle mie; ma lo spazio, come detto, è limitato, e in più la mia altrettanta limitata preparazione artistica e iconografica mi spinse ad approfittare subdolamente della spiegazione fornita - gratis, almeno per me - dall'accompagnatore della scolaresca. In quel momento la guida stava appunto illustrando l'affresco magnificissimo fra quelle pareti tutte magnifiche (sì, dimenticavo: è davvero una Cappella Sistina del gotico), quello sopra l'altare, che raffigura la crocifissione di Cristo. In esso sono dipinti con enorme maestria innumerevoli personaggi: ci sono i soldati, c'è la folla dei saggi barbuti, ci sono la Madonna e la Maddalena dolenti e assistite da altre dame, ci sono angeli e arcangeli, c'è il pellicano che si strazia il petto per nutrire i propri piccoli e c'è ovviamente il Cristo; e accanto a lui, come lui condannati dalla giustizia terrena, i due ladroni. Sopra quello alla sinistra del Messia sta un diavolo cornuto che ne ghermisce l'anima - sì, i bravi fratelli Salimbeni hanno disegnato anche l'anima; sopra l'altro, viceversa, si librano degli angeli, che ne accolgono l'anima in cielo.
Il buon ladrone si chiama Disma (o Tito, in altre versioni); ne conoscevo la storia, certamente, ma non gli avevo mai badato troppo. E avrei continuato a non badargli, nonostante il capolavoro urbinate, se quella ignota guida non avesse detto ai ragazzini, probabilmente per interessarli un po' di più a quei dipinti forse troppo immensi per la loro giovane età, che il ladrone era come un centravanti opportunista, diciamo un Inzaghi: in tutta la sua vita, per tutto il tempo che il Sommo Selezionatore gli ha concesso su questo campo di gioco solcato da lacrime, non aveva fatto nulla per meritare la fiducia dimostratagli, anzi aveva ciccato malamente fior di opportunità di redenzione; ma all'ultimo minuto, credendo in se stesso e nella grandezza altrui, aveva confessato al Cristo i propri peccati e aveva implorato perdono: come, scusate il paragone improprio che è farina mia e non della guida, un Bartelt che si affidi a Totti per vincere al 93° un match che sembrava segnato, o, si parva licet eccetera, un Max Vieri che creda nell'ultimissimo cross di Parente per andare a incornare sotto la Nord.
Ai bambini, quella pur immaginifica spiegazione parve non fare particolare effetto; ma io, ricordo, io rimasi elettrizzato da quelle parole e mi astenni a malapena dall'andare a baciare ed abbracciare il bravo educatore, temendo più che altro i "ma te vara sto finocchio" dei piccoli omofobi. Ma poi, uscita la scolaresca, rimasi diversi minuti nella chiesa, in stato di vivissima agitazione mistica. E mi ripromisi che presto avrei scritto di quel fortunato incontro e di quel bellissimo episodio; non tanto per esaltare la ricchezza del caso, ma per Disma-Inzaghi: per quel dannato, piedi storti e anima sudicia, che più di mille esempi teologici incarna la realtà del fede e opere e la cattolicità del calcio. Sport in cui non basta credere, ma tocca anche impegnarsi; né basta impegnarsi, perché bisogna anche crederci, e pensare che arriverà, prima che l'arbitro fischi tre volte, il tempo di un tocco rapinoso che trasforma, per i giornalisti pigri, una partita indecorosa in un superbo 7 (più tre per il fantacalcio). E ci si può convincere, perfino, che un giorno Bressan siederà accanto a Ronaldinho, e nessuno gli chiederà di rifare il suo gol; perché è bastato crederci e provarci una volta sola per meritare la gloria e la salvezza eterne.

- Figliolo, ora ci siamo.
- Santo Padre, io, tuttavia, io tifo Rosario Central.
- Il Signore, figlio mio, è misericordioso; e dicono perdoni anche alle canaglie.

lunedì 27 ottobre 2014

Target-shooting, paludi e goleade



Diciamo che sono un pò seccato in questo periodo. Sarà l'estate che non finisce mai, che Twitter mi ha stancato (eccezion fatta per i tweet dedicati al traffico) e che lo scenario politico (italiano e sportivo italiano) stagna. Sarà che ho finito di leggere la biografia di Keith Richards - pagine pazzesche, centellinate verso la fine perchè non volevo finissero - e ora non so cosa fare. Fatto sta, vorrei presentare alcuni punti.

È come se fosse un piacere. Una gradevole distrazione capace di riconciliare tutti dalle solite polemiche interne, da rigori e compensazioni, da frecciate e rancori ormai eterni.
Ogni gol mangiato sottoporta, ogni prestazione opaca viene sottolineata da video e articoli di ogni genere. Riempiono il web e le trasmissioni le magagne di Balotelli in maglia Liverpool.
Dal passaggio ai Reds, vissuto come una liberazione, all'arrancare della punta bresciana dalle parti della Kop. Fino allo scambio di maglia con Pepe e alla vicenda della Ferrari. Così non ci sto. Non ne vedo il motivo.

Finito il tempo della timidezza trasformata in superbia, ben catturato, al tempo, dallo ZIo di Holloway nel suo The Limits Of Control, ora è come se il Mondiale fosse diventato il suo peccato originale, un marchio indelebile per stampa e tv. Quello che non mi è chiaro è cosa abbia fatto Balotelli di tanto grave. O meglio, cosa di meno degli altri. In tutta sincerità: davvero mi venite a dire che è stato il peggiore? Davvero si può onestamente puntare il dito contro di lui?

Non scherziamo.
C'è chi ha fatto ben peggio, chi ha addirittura corso meno. Accanirsi contro Balotelli mi sembra veramente bieco. Mi divertirò quando mai Brendan Rodgers - uno che quanto a tattica e gioco è secondo a pochi - ritroverà il talento smarrito di Mario Balotelli. Mi lascerà indifferente, e quasi dispiaciuto, un eventuale fallimento di Mario Balotelli a Liverpool. Non cliccherò l'ennesimo video celebrativo di una sua ammonizione inutile.

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Il secondo punto. Forse avevo capito male io. Anzi, sicuro.
Dopo due Mondiali finiti in vacca, le polemiche tra CT e giocatori e gli attacchi contro, di nuovo, Balotelli, mi aspettavo un giro di vite sulla gestione della Nazionale.

Esce Prandelli ed entra Conte. Bene, penso. Allena ora la Nazionale il migliore - per risultati sicuramente, sul resto possiamo discutere all'infinito, siamo d'accordo - in Serie A. Arriva, imposta un progetto nel lungo periodo e costruisce una nuova ossatura. D'altronde, siamo nel 2014 e ci sta pure di girare la pagina dedicata a Germania 2006.
No.
L'ossatura viene ribadita. A Coverciano vanno i soliti. Una buona partita contro l'Olanda e siamo, d a n n a t a m e n t e, punto e a capo. (Per lo meno non c'è più il codice etico)

L'unica differenza è la davanti. Ma si sa, là davanti, avanti così non si poteva andare. Viene pure acclamato il ritorno in Nazionale di giocatori che fino a quel tempo prima chiudevano il Mondiale con cinque-scatti-cinque all'attivo.
Fesso io che mi illudo che qualcosa possa cambiare. E' una palude.

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Infine, fanno un certo effetto queste goleade sempre più frequenti.
Non solo l'1 a 7 del Bayern alla Roma. Penso alle Semifinali di Champions dell'anno scorso, alla debacle del Barcellona sempre contro il Bayern dell'anno prima o a quella del Real Madrid in casa del Borussia. A vari scontri negli Ottavi e nei Quarti che, anche se non goleade, hanno presentato squadre completamente perse, fuori dalla partita dall'inizio alla fine. Fuori dalla Champions, la Semifinale tra Brasile e  Germania.
Paradossalmente, quelli che vengono presentati come i migliori spettacoli, le più grandi sfide, il top di gamma, finiscono in farsa. Nell'imbarazzo generale.