mercoledì 4 marzo 2015

Il Montefeltro del pallone: tra Edipo e Daniele Zoratto



1) Urbino, 1991-1995

Ai tempi dell’oratorio non eravamo che il germe della ciurma di blasfemi e fumatori che avrebbero animato nel giro di qualche anno i vicoli dell’Urbe. Coltivavamo con parsimonia il mito di un tale Angelo, molto più grande di noi, che aveva giocato nel vivaio del Parma e poi nelle serie minori. Sapevamo anche che se giocavi bene ti prendeva il Cesena. Sapevamo che Andrea e Simone a 16 anni avevano fatto alcune presenze nella Vis, che Danilo non aveva passato il secondo provino con il Toro per colpa (versione mai confermata) di un piatto di tagliatelle ai funghi maldigerito nell’incauto pranzo pre-partita, che altri (Mattia, in particolare) si erano rotti il crociato alla vigilia del provino della vita. Quelli forti arrivavano al massimo tra Pesaro e Fano; qualcuno, più di rado, finiva tra Ancona e Ascoli. Sapevamo che l’Urbino negli anni Quaranta aveva militato in C e che tale Gaudenzio Bernasconi, ex-Samp e Nazionale, aveva trascorso un periodo a Urbino tra 1968 e 1970: allenatore-giocatore, che manco Vialli al Chelsea.

A parte che ero scarso duro e stavo in panca anche ai tornei tra le varie sezioni delle scuole medie, avevo capito con buon anticipo che nessuna società avrebbe posseduto il mio cartellino. Non ho mai disputato una partita d’addio: dei miei scarpini appesi al chiodo si sono accorti solo i più nostalgici del me grasso e novenne, che aveva qualche chance come difensore centrale quando tutti erano alti uguale. Scelta saggia, avrei pensato in seguito. Meglio il nozionismo di chi ne parla senza giocarci. Ricordare a memoria Figurine; collezionare magliette-rarità: l’armadio raccoglie, a tutt’oggi, quintali di polyestere declinati in Overmars all’Arsenal, Gullit al Chelsea, Savicevic financo al Rapid Vienna, Butragueño al Real.

Non l’ho mai troppo capita, questa propensione dei miei (di miamadre, in particolare) a disprezzare gli sport di squadra. A parte che ero scarso e non potevo certo imputarlo a loro, non gradivano che mi sbucciassi le ginocchia e consumassi tute sempre nuove e di marche importanti. Volevano che portassi la camicia e la riga da una parte: benché atei e compagni di prim’ordine (la tecnica della persuasione “porta a porta” era rievocata con grande pathos ad ogni elezione comunale, prima che diventasse appannaggio nord-leghista) temevano il mio contatto con la bestemmie e la suburra, con le botte in campo e le goliardate in spogliatoio. Sottoproletariato culturale, they said.

Dunque tennis, nuoto, bicicletta. Purché non ci fosse squadra. Purché si rimanesse ben distanti da qualunque ambiente replicasse lontanamente quella specifica modalità di aggregazione. Tennis, per non sbagliare, anche con un maestro privato. Centri Federali Estivi; il C.O.N.I.; Serramazzoni.
Ormai ginnasiale, mi restava solo la saltuaria soddisfazione di giocare – solo nei tornei scolastici – nella squadra del Bomber: uno alto un metro e sessanta che in qualunque sport dava la merda a tutti, con cento metri in undici secondi e 180 centimetri di salto in alto. Mi è sinceramente dispiaciuto, quando anche il mio Bomber ci ha rinunciato: ho appreso solo di recente che, passato al calcetto, il Bomber si è trasformato in difensore e rompe i culi stricto sensu. Tutti hanno avuto almeno un conoscente Bomber, una volta nella vita, ma sono pronto a giurare che il mio meritasse la qualifica molto più di tutti gli altri simil-bomber di cui i miei colleghi millantavano conoscenza diretta. I miei amici, nel frattempo, qualche presenza l’avevano pure fatta: D, Eccellenza, Promozione. Stavano iniziando piano piano, a dare la colpa alle dirigenze, a procuratori che via via bruciavano i loro sogni trequartistici obbligandoli a pensare all’Università, se non alla ricerca di un lavoro per subito.

Comunque non mi è mai andata giù, ‘sta roba del “sottoproletariato culturale”.

Culla del Rinascimento, fine dei sogni calcistici.


2) Piobbico (PU); Parma (PR); Padova (PD), 1975-1995


Il Montefeltro è terra di fatiche, di abnegazione non ripagata, di monti che cingono persone che guardano a quegli stessi monti come a dolci catene cui imputare ogni insuccesso. È la prigionia della gente d’Appennino, condannata a contemplare con amore folle una terra straordinaria e maledetta. Daniele non fa eccezione: anche a lui quelle colline sembrano un giorno mostri e un giorno amici del cuore. Anche senza la minima idea di chi sia Paolo Volponi, Daniele sa che il cammino che potrà portarlo via da quella classe di geometri di Urbania, dove è l'ultimo non solo per ordine alfabetico, è tortuoso almeno quanto i suoi monti. Gli è successo, incidentalmente, di diventare un mediano polmonare, di concentrarsi cioè ossessivamente sull'andare su e giù. Non è che non voglia fare il geometra, Daniele: è solo che non vuole fare il geometra per forza. 

In realtà Daniele non è un sentimentale. è anzi un discreto stronzo e se ne compiace. Se in campo non parla, in classe non è il ragazzino impacciato davanti ai professori che lo correggono; risponde spesso di traverso e quando può prende per il culo i più disadattati. A cosa si giochi, nelle ore di ginnastica, è superfluo domandarselo: intanto perché al geometra sono tutti maschi; in secondo luogo perché Daniele, democraticamente, impone a tutti la sua politica. Certo non ama studiare: riversa tutto il suo odio su quella di diritto, un'aristocratica venticinquenne che ha avuto una supplenza annuale nel bunker urbaniese e che presto diventerà avvocatessa. La odia, perché ha proposto di non fargli passare l'anno. Daniele è venuto a saperlo dalla madre, dopo i colloqui di metà quadrimestre. “Signora Zoratto” si è sentita dire la madre dal corpo docenti “non ci è chiaro se il ragazzo non si applichi o sia un po', come dire, limitato nell'apprendimento. Soprattutto, signora, il problema è che il ragazzo a volte è molto sgarbato”. Mamma Zoratto ne soffre, perché vorrebbe che il figlio si togliesse da sotto le unghie quella terra che per generazioni ha sporcato le mani di tutta la loro famiglia e li ha costretti ad emigrare in Lussemburgo, dove Daniele, peraltro, è pure nato. In realtà Mamma Zoratto soffre più per lo “sgarbato”, ma quando torna e s’incazza la butta prevalentemente sul discorso dei voti. Teme che dovrà rassegnarsi molto presto: Daniele, il tempo per fare i pallosissimi compiti di diritto, non ce l’ha. Come tutti i quindicenni molto forti a pallone. 

Daniele si allena quattro volte a settimana, il sabato ha la partita e ogni tanto lo mandano nell'under. Se rimane almeno un altro anno a Piobbico lo porteranno in prima squadra, nei dilettanti. Potrà fare qualche presenza, avrà centomila lire al mese e si vedrà messo alla prova in una categoria già importante. Vedrè che quest’ maché i dilettanti li magna, dicono i piobbichesi classe millenovecentodieci che passano i pomeriggi a vedere gli allievi di quello strano capitano, arrogante ma muto, che non segna nemmeno per sbaglio. Hanno vinto tutti gli incontri casalinghi del girone d'andata. Hanno umiliato il Fermignano, ne hanno dati due all'Urbania e hanno beffato l'Urbino al 79'. Nel derby con l'Apecchio Daniele ha notato dei movimenti dalle sue parti, si è sentito osservato. Sergio, il tuttofare del campo sportivo, l'ha ribadito a capitan silenzio a fine partita, e poco dopo gli hanno presentato quel signore di Bologna che voleva conoscere i suoi genitori. 

Al babbo, Daniele non ha mai parlato apertamente delle sue possibilità di riuscita nel calcio. Prima di tutto perché sono due orsi, lui per primo. E per quanto sappia che il babbo gli vuole bene, pensa che non dia importanza a questa storia del pallone, perché ha conosciuto la miseria e vuole solo che il figlio finisca gli studi e si metta a lavorare. In più, tra un po', Babbo Zoratto vorrebbe andare in pensione. In realtà il babbo lo guarda eccome, Daniele, agli allenamenti. Passa al campo in lambretta, dopo le cinque, fingendo di essere lì per caso perché non gradisce che lo credano uno dall’illusione facile. In ogni caso Daniele è sempre troppo occupato per accorgersene: in genere sta pressando a centrocampo, perché non sopporta di dover aspettare che i suoi compagni recuperino palla. Il babbo guarda per qualche minuto, poi se ne va. Si agita, perché sente che non saprebbe come consigliare il figlio per il meglio. Sarebbe un coglione a non essersi accorto che Daniele ha una dote, anche perché non fanno che dirglielo tutti: lo fermano per strada, per ricordarglielo. Solo, ha paura che Daniele – che a suo avviso è solo un buono mascherato da bulletto – accarezzi un miraggio per poi essere costretto a tornare a Piobbico in veste di carpentiere.A casa, dopo una certa telefonata, il babbo prende coraggio e si decide. Affronterà l'argomento in presenza della moglie, perché da solo teme di non farcela. Mamma Zoratto, che parla e ragiona proprio come una mamma, sa invece che Babbo Zoratto ha solo paura di voci rotte e lacrime preventive: è così che lo prende per mano e aiuta i suoi due uomini-orsi a ragionare. La soluzione migliore per Daniele è che aspetti un altro anno, poi potrà lasciare Piobbico per Cesena. 

Daniele mantiene il segreto ma è contento, perché ha davanti un po' di tempo per prepararsi al salto. A giugno, viene ammesso alla terza geometra con un solo debito. Tutto sommato non gli dispiace, poteva andargli peggio; pazienza se a settembre avrà l'esame di riparazione. Quando però settembre arriva, quella di diritto è cambiata e l'orale è una formalità. Il nuovo insegnante, informato della particolare situazione professionale dell'alunno, si complimenta con Zoratto per i suoi meriti sportivi, senza fargli nemmeno uno straccio di domanda sulla Costituzione. Il verbale, in qualche modo, viene riempito; Zoratto è congedato e ufficialmente promosso. È strano per Daniele, perché non si sente amareggiato: eppure, pensa, ha passato l'esame in qualità di imbecille. Si sente una merda solo perché, mentre lui è passato, Franceschino è stato stangato. Franceschino è affetto da nanismo, che in una qualunque scala gerarchica sarebbe un motivo per essere promossi persino più valido del suo brillante avvenire calcistico. In macchina verso la Romagna, Daniele giura che proverà a fare meno lo stronzo. Almeno sul campo, sarà molto severo con se stesso. Tornando da Cesena il signor Zoratto non resiste, e mette il nastro di Lugano Addio di Ivan Graziani.

Ai tempi d'oro, allenato da Nevio Scala.

***

Daniele – che talvolta riesce persino ad essere un razionale – intuisce in fretta che tra i professionisti è durissima, tanto che il Manuzzi nemmeno lo vede. Quando raggiunge la squadra in ritiro, lo mandano subito a Casale, in serie C, senza discutere. La provincia di Alessandria si rivela un posto freddo e inospitale, per di più lontanissimo da casa, in cui Daniele si sente come un ragazzo del Novantanove. Se possibile parla ancora meno e fisicamente soffre il confronto con colossi dal fisico già formato, uomini fatti e finiti rispetto ai quali si sente – a ragione – ancora un ragazzino. Non gioca quasi mai, Zoratto, e torna dal prestito con appena quattro presenze in tutta la stagione. Va meglio l'anno seguente a Bellaria. Il problema è che l'hanno fatto scendere di un paio di categorie, e in molti sono già scettici sul suo effettivo valore. Secondo gli allenatori è un po' stupido, forse non si applica, sarebbe forte ma a volte si perde.Quando il Cesena ci scommette, a Daniele non sembra vero. Zoratto esordisce in Serie A nel 1981-'82: i marchigiani più in voga in quel periodo sono il guizzante Roberto Mancini, attaccante del 1964 che stupisce tutti a Bologna, e Luca Marchegiani, di Jesi anche lui, con cui Zoratto si incrocia un anno a Brescia, nel 1987. Poi Rimini, per un ritorno in Romagna in grande stile, proprio mentre la riviera sta sfornando non mediani ma attaccanti capelloni: su tutti, pare, Neri Maurizio e Agostini Massimo, che nel particolare bestiario del tempo è conosciuto come il condor. Questa Romagna attorno a cui sta ruotando la sua carriera non è male, pensa Daniele, ma è tutta un'altra cosa. Come sempre: nulla da dire sulla piadina, ma la crescia sfogliata è nettamente meglio. È il triplo strato di strutto che fa la differenza.

A Brescia Daniele è ormai un ometto e ci rimane per un po'. Dopo qualche anno può permettersi il lusso di giocare in A, salvo poi riuscirci stabilmente solo a Parma, dove vince addirittura delle Coppe Europee e viene premiato dalla Nazionale di Arrigo. Esordisce in Svizzera, a Berna, e l’Italia di Arrigo perde 1-0. Qualcuno, a Piobbico, ripensa ad un certo giorno, con Lugano Addio sparata a mille e si commuove. Ha trentatre anni, Daniele, ma si rifiuta di pensare che il punto più alto della sua carriera l’abbia raggiunto da coetaneo di un certo predicatore fricchettone che è molto simile, nell’immaginario comune, al suo amico Marco Osio. Ritorna anche ad essere spavaldo come ai vecchi tempi. Per carità, in campo vige il silenzio più assoluto, ma con qualche ragazzo più giovane ed educato, tipo Melli, può anche permettersi di fare lo sborone. Pare che Osio ancora lo prenda in giro, quando si sentono: Marcone ricorda a Zoratto di quanto si risentisse (l’espressione più appropriata parrebbe “come una bestia”), quando gli davano del marchigia’. Finisce a Padova per chiudere con dignità, ma non si risparmia l’incazzatura di giocare poco e di rischiare in prima persona l’onta della retrocessione. In fondo, quando ci ripensa, sa di non essere stato poi tanto male. Meglio di un morto in casa, perlomeno.

***

A cinquant'anni Daniele Zoratto è un punto di riferimento delle rappresentative under. Allena, per conto dell'Italia, ragazzi che hanno di regola non più di 17 anni. La scelta della Federazione è caduta su di lui perché, oltre ad aver accumulato importanti trascorsi nei settori giovanili di varie società (meno bene a Modena, tra gli adulti, in combo con l’amico Apolloni), rappresenta un percorso reso esemplare dal sacrificio. Daniele ora è un cinico che ne ha viste tante, è persino spiritoso con la stampa che lo intervista nelle tournée delle sue rappresentative. Del ragazzetto arrogante delle origini non restano che i lineamenti, ma solo sullo sfondo e molto più addolciti. Daniele è una figura d’esperienza, che guida i giovani verso carriere assennate e sogni controllati. Dice ai suoi ragazzi che per non finire come Vincenzino Sarno ci si deve, semplicemente, rimboccare le maniche. Fa spesso battute, con i suoi giocatori: gli servono per dire ai suoi ragazzi – tra le righe – che il peggior nemico di Zoratto è stato Zoratto.

Poteva andare meglio, in quel di Berna...


3) Urbino, Palazzo di Giustizia, 1996 o poco più

Miamadre non ha mai amato il calcio. Non in quanto donna, ma in quanto figlia, sorella, cugina, moglie e madre di calciomani che l’hanno bombardata dal primo quarto d’ora della sua esistenza. Giornali della Juve al cesso, fratelli sivoriano-charlesiani fino alla morte, che scrivevano Anzolin et cetera su ogni superficie possibilmente imbrattabile, senza risparmiare i dizionari di Latino.
Poi è scappata a fare supplenze tra Udine e Saluzzo, proprio nel periodo in cui un suo amico giocava nella Triestina. Bel clima, nella Napoli del Sud, ma che palle andare allo Stadio a venerare il reame di Rocco solo per mostrarsi ospitali con tutti gli urbinati che, ogni quindici giorni, andavano in pellegrinaggio in Friuli a dare manforte al conterraneo.
Quindi è stata assorbita da un compagno che in realtà aveva la fissa di Lasse Viren, Anquetil e Gianni Brera, ma la filastrocca di Anzolin la conosceva benissimo anche lui (come Sarti-Burgnich-Facchetti, ma quella pare fosse d’obbligo fino a Jair-Guarneri-Picchi). Dunque si è sempre detta juventina, miamadre. Che io ricordi, ha avuto solo qualche momento di baggismo come ogni madre italiana. Al massimo, ha pensato che Padovano fosse un personaggio romantico (dire “bello” pesa come un macigno, ad essere edipicamente onesti); ha ammesso davanti a testimoni che Zinedine aveva un certo stile, e che la chierica lo rendeva forse ancora più interessante. Ha amato Gigirìva, quello sì.
Poi ha avuto un figlio, collezionista di magliette, che dal Novantaquattronovantacinque (parola unica e indivisibile) non ci ha capito più un cazzo, mentre Romario e Baresi, in copertina, ballavano un ballo nuovo.

L’umanizzazione di miamadre è iniziata quando un giorno, tornata a casa, mi ha raccontato di un incontro avvenuto con un tale in tribunale, di mattina. “Non mi riconosce?” le domanda il tizio, che ci tiene a precisare come stia facendo la fila in attesa di ufficializzare una separazione. “No” risponde miamadre, aggiungendo, in pieno formalismo avvocatizio “Mi scuso. Chi è?” – “Ma come, non mi riconosce Professoressa? Io sono Zoratto, lei è stata la mia insegnante di diritto!” “Ah!” dice miamadre simulando interesse e ricordando all’istante registri compilati per conto di direttive arrivate dall’alto. “Molto bene! Che piacere! Cosa sta facendo adesso?” Pare che Zoratto, a quel punto, si sia scurito in volto e abbia glissato, tornando in fila. A pranzo, raccontandomi l’incontro, miamadre non ha potuto fare a meno di aggiungere: “Non c’è niente da fare. è rimasto proprio un gran patacca”.

Non ho capito se in quel momento a parlare fosse mia mamma, un avvocato o una professoressa di diritto. Ma forse, alla fine e col senno di poi, miamadre l’ho capita un po’ di più.


Forse l’autografo l’avrei voluto, ma non importa. 

mercoledì 25 febbraio 2015

L'illusione del gol



Nonostante fossi ancora incazzato per lo scellerato gol di Portanova del giorno prima, tentando di celare per quanto possibile il mio viso diventato rosso d’un colpo, abbassai il mento fra le pagine del mio diario e dopo averlo sfogliato concitatamente trovai il giorno giusto – 3 Marzo 2008. Ancora leggermente imbarazzato scrissi qualcosa di futile, o forse feci solo finta. Peccato perché avrei potuto annotare: “Il panico più seducente della mia vita”. O forse già sapevo.
Avevo diciassette anni e venni distolto dalla spasmodica lotta salvezza da un evento florido di illusioni come un’amichevole agostana: uno scambio scolastico con un liceo di Madrid, sorteggiato perdipiù –unico della mia classe- per andare a soggiornare a casa di una ragazza incredibilmente bella. Per settimane nessun compagno mi passò più la palla.  

Non so con quale strana alchimia i professori spagnoli e italiani scelsero le coppie per lo scambio, si mormorava di oscuri profili caratteriali e monetine lanciate per aria.
Inspiegabilmente infatti, come scoprii attraverso la nostra lunga corrispondenza, I. era una ragazza arguta, intelligente e sensibile: frequentava un’accademia teatrale, attività che, come mi confidò assorbiva ormai tutto il suo tempo anche a discapito della scuola. Aveva lunghi capelli a cascata che le lambivano i lati delle sopracciglia lunghe e curvilinee e due occhi alteri che sembravano divorarti, salvo poi socchiudersi abbassandosi verso terra durante i sorrisi, come a proteggersi da una luce abbagliante.

I., altrettanto inspiegabilmente, abitava fra le fermate della metro di Pavones e Vallecas e tifava Rayo Vallecano, una informazione che dapprima relegai frettolosamente a vezzo marginale.
(Non vorrei divagare troppo ma la metro di Madrid non mi ha fatto né caldo né freddo, mentre un giorno troverò l’annunciatrice di quella di Barcellona e le confesserò di essermi innamorato di lei per la sensualità con la quale pronuncia “Passeig de Gràcia”: se potete fateci caso).

Quanto assomigliamo alle squadre che tifiamo?
O ancora, quale è la linea che ci separa da loro, se esiste?
A me sembra che sia molto labile, e infatti per esempio mi capita spesso, al concessionario o al supermercato, dovendo scegliere fra Romario e Ekstroem (1986…) di optare con sicumera per il secondo.
Mi è capitato pure, prima di uscire per qualche appuntamento, di ricevere una telefonata in cui sento raccontare che il motore s’è rotto, che è un segno del destino, che non se ne farà nulla.

Pian piano che il nostro incontro si avvicinava tuttavia, conversando con I. avvertii che il calcio avrebbe potuto forse avvicinarci in quel territorio-cuscinetto, scivoloso e misterioso, fra le mie timidezze e la brama di conoscere, magra e affamata come una iena.
Non era certo una intenzione esplicita la mia. Tuttavia, al tempo avevo da poco cominciato a rendermi conto come il calcio fosse talvolta capace di aprire squarci improvvisi. Avevo già vissuto lunghe stagioni a fianco a mio padre, usando il calcio come surrogato di una più convenzionale comunicatività, come un nostro personale linguaggio cifrato.
Ancora oggi mi sembra che le sue rimostranze circa mancati acquisti celino in effetti un certo generico risentimento verso la piega presa dalla società occidentale, d’altro canto altre volte è capitato che insieme certificassimo l’ottimismo circa qualche delicata situazione familiare semplicemente trovando gli aspetti positivi ritornando a casa da uno scialbo zero a zero, o che ci riappacificassimo per merito di un improvviso numero ammirato sulla nostra fascia.


Date le premesse, l’ineluttabile conclusione di questa vicenda è che a due settimane dalla partenza l’insegnante squadernò il registro, espettorò un paio di volte e con la verve di un prete di campagna che annuncia i tornei di tennis dell’oratorio ci comunicò che I. aveva dei problemi con la casa. Che I. non ci sarebbe stata e che le scale del Teresa Rivero non le avrei mai salite dietro di lei.
E tu sei lì in piedi, ancora sorridente e inebetito, quando ti accorgi che il guardalinee aveva alzato la bandierina.

A Madrid finii lo stesso a Vallecas, dirottato però nella casa di una famiglia talmente operaia e vallecana da essere uno stereotipo vivente – il fratello maggiore in particolare avrebbe potuto fare la comparsa in un film Quinqui degli anni Ottanta -, girava per casa con la maglietta degli Ska-P (o degli Eskorbuto, nei giorni di festa) e pantaloni di pigiamone tipo Kiraly. Ovviamente mi divertii tantissimo.
I churros nella cioccolata al risveglio, il fritto, la sangrìa rotolando all’ombra di un ponte sul Tago a Toledo, quel kebab fuori dal Reina Sofia con le formiche dentro ma mangiato ugualmente in onore di Dalì, Bosch, Buñuel e degli insetti che spuntano dalle loro rispettive opere, tuffarsi la mattina nella nebbia per poi riemergere all’aria la sera fra gli spruzzi di Estrella Damm.

*  *  *

Era il giugno di due anni fa, e un paio di ore prima avevamo perso la finale playoff.
Stavo affogando sul mio divano nell’afa insopportabile della sera, piacevolmente inerte e svuotato dell’ansia di quella sgangherata rincorsa durata otto mesi.
Avete mai visto le strade di una città dopo una finale persa?
La città era ingoiata da una risacca di silenzio. Ciò insieme alla feroce umidità conferiva a quella serata una tranquillità vagamente sottomarina.
Il soggiorno era buio, illuminato solo dalla fioca luce azzurra di un vecchio film in portoghese trasmesso da Fuori Orario: scivolavo serenamente verso il dormiveglia fino a quella fase in cui, in sere particolarmente placide, sento risuonare nella mente frammenti di canzoni dimenticate, sentite chissà quando e riaffiorate carsicamente, oppure composte dalla mia immaginazione per frustrarmi, data la mia incapacità di riprodurle con uno strumento prima di dimenticarle per sempre.
Ormai ero abbandonato come stessi facendo il morto in un lago, quando qualcuno mi prese per mano e, alzata la testa ancora scosso verso il televisore, vidi un viso familiare, e due occhi che languidamente guardavano fuori da una finestra verso un cielo nordeuropeo.
Dieci secondi… stavo quasi facendo ciao con la manina. Ma io a te ti conosco.  
Ricomponendo confusamente i cocci di pomeriggi perduti, fu con una certa vertigine che vidi il logo Mercedes chiudere quella pubblicità.

Il giorno seguente cercai, attraverso le mie fugaci conoscenze madrilene, informazioni su I., che vidi ricomparire sul mio pc, con i suoi occhi filtrati da saturazioni, dissolvenze pacchiane, istantanee da fotoromanzi e fiction varie, passerelle e bollicine di Freixenet. Il tutto imbiancato da un tono candido che avrebbe voluto essere chic, ma che mi ricordava sinistramente le intonacature di certe case di campagna stese per nascondere vecchie crepe, specialmente allorchè fioccavano di tanto in tanto sciarpe, bianchissime, del Real Madrid.

No, I., tu no, al Rayo non assomigliavi per niente. Tu La Vida Pirata l’hai sempre odiata, così come il lato senza tribuna del Teresa Rivero, perdipiù con i suoi muri scrostati. Vedendo le tue immagini provo un immotivato fastidio, come quando venduto un giocatore a una grande squadra ci imbattiamo in una sua intervista a doppia pagina con la divisa nuova, e non vi troviamo traccia della nostra realtà, della nostra cittadina, non ci troviamo più alcuna traccia di noi stessi.


Complimenti per la promozione. Adesso per te avranno un che di esotico gli estemporanei incontri con gli idraulici di Fuenlabrada o con i postini di Leganès, divertissement innocui e carnevaleschi perché limitati unicamente all'anarchia simulata della Copa del Rey. Sono sicuro che sfarfallerai magnificamente le tue ciglia strizzando gli occhi per chiosare su quando stavi a Vallecas: e tuo padre macellaio, la Vespa, la coppia d’attacco Piti-Pachòn e la volta in cui ti ho quasi conosciuta sembreranno schegge incoerenti e inspiegabili come una stagione al Marsala nelle statistiche della carriera di Evra.
Per qualche ragione porto ancora nel portafoglio la mappa, spiegazzatissima, della metropolitana. Pochi minuti fa ho ricercato in rete una versione aggiornata, e non ho più trovato i nomi di Pavones e Villa De Vallecas: forse imbiancati anche loro da un inspiegabile maquillage, e allora tutto mi sembra un sogno ancora più assurdo, forse vicende mai esistite. E anche stasera, col contrappunto in crescendo della risacca atlantica, attraverso i vetri della mia stanza le strade sono deserte come dopo una finale persa per il lancio di una monetina.

Si alguna vèz me he de casar, una del Rayo, una y nada màs."

martedì 17 febbraio 2015

Di una scogliera, di un libro, di una sbronza



Dal cielo, giuro, cola una pioggerellina unta. Il centro abitato, grigio più della cenere, fa venire voglia di piangere dalla disperazione. La gente, la poca che si vede in giro, forse non piange perché ha semplicemente finito le lacrime.
Che cazzo fai lo schizzinoso, quando hai la possibilità di andare in giro per l'Europa per lavoro e avere anche un bel po' di tempo libero. Ma nel mondo ci sono postacci e postacci, e qualche volta l'unica cosa che ti viene in mente è scappare più in fretta che puoi.
Bellissima la Francia, ma il triangolo Dunkerque-Gravelines-Calais, diciamo così, non lo consiglierei. Bastano un paio d'ore per questa presa d'atto; e la prospettiva di trascorrerci, l'indomani, una giornata intera, è di quelle che tolgono il sonno. Niente di interessante nel raggio di 50 chilometri. Non un centro storico decente, un monumento, non uno stadio degno di nota. Neppure il brivido (di freddo, mica di emozione) di scavalcare un cancelletto per vedere il campo dell'Us Gravelines, roba di sesta serie francese, mi fa cambiare idea. E l'immagine spettrale di questa gigantesca centrale nucleare getta inquietanti ombre sul mio mercoledì nell'estremo nord della Francia.
Eppure una soluzione deve pur esserci. Anche l'opzione Calais, 25 chilometri più in là, mi pare leggerina: certo, la favola della squadra di dilettanti arrivata in finale di Coppa di Francia nel 2000... Ma io là cosa ci vado a fare? A Calais. Calais...
Eccola la soluzione. La risposta è dall'altra parte del mare: oltre la Manica c'è la terra promessa.


***

Il traghetto parte a mezzogiorno in punto. Un'ora e mezzo di onde da paura con la rassicurante compagnia di una ventina di camionisti e poi all'improvviso l'orizzonte si tinge magicamente di bianco. Le bianche scogliere di Dover. Non sarà Londra, d'accordo, ma ho un patrimonio di tre ore da spendere in Albione prima del traghetto di ritorno e il fascino di una cittadina portuale inglese non è mai in discussione. E poi ieri notte su internet mi sono fatto una cultura sulla città e sulla sua sfigatissima squadra di calcio.



Non piove, per ora, e dopo aver preso un po' di sterline in un bancomat e aver trovato chiuso l'accesso al castello, in cima alla collina, mi infilo in un negozio di libri usati. Ci sono chicche notevoli, ma non posso caricarmi troppo e così la mia scelta cade su un magnifico libro fotografico pieno zeppo di immagini d'epoca di calcio inglese. Il prezzo, scritto a matita su una pagina interna, mi lascia basito: 3 pound e 99, quando ero pronto a spendere quattro volte tanto.
Ora piove, ma solo chi ama l'Inghilterra conosce il piacere di una passeggiata sotto la pioggia. Anche perché è un'ottima scusa per infilarsi subito in un pub. 
Il Prince Albert è il classico pub dell'angolo, in cui il tempo non si è fermato ma è di certo passato più lentamente che altrove. Avventori over 60, tutti rigorosamente soli con la loro pinta; arredi piuttosto datati; coppia di quarantenni che si sfidano a freccette; camino pronto per l'uso; telefono a rotella su un tavolino. E una lager che va giù che è una meraviglia. Tutto fantastico, anche l'accento della signora di mezza età che sta dietro il bancone e tiene bene il passo (alcolico) degli avventori.


La tappa successiva, poco oltre i resti di una chiesa sventrata dai bombardamenti tedeschi, è in un pub meno spartano ma comunque pieno di fascino retrò. Mi viene in mente che ancora non ho pranzato, e mi ricordo anche del libro appena acquistato. Davanti a uno stufato di carne e patate e a un'altra pinta, stavolta scura, inizio a sfogliare questo favoloso contenitore di storie color seppia. Stadi strapieni, tifosi che vanno allo stadio in carrozza, signore col cappello che varcano i cancelli di Wembley, finali di Fa Cup finite con invasioni di campo oceaniche, scarpe da gioco grosse come scarponi da sci, palloni duri e pesanti come massi di pietra.



Un signore anziano che mi teneva d'occhio da tempo si avvicina, sorride e senza dire nulla si mette a guardare con me le foto del libro. Sono già quasi sbronzo. A un suo cenno arrivano immediatamente due pinte, poi altre due. La situazione si fa pesante, anche perché l'uomo mi vuole portare allo stadio. Gli spiego che tra non molto dovrò prendere il traghetto, che devo assolutamente tornare in Francia per scrivere di una partita che si gioca stasera alle 9. Non ne vuole sentire e per non essere scortese, dato che ha pagato tutto lui, sono costretto a seguirlo. Dopo una breve camminata sotto la pioggia, da una stradina sbuchiamo su un muro bianco, o forse sembra bianco perché è avvolto dalla nebbia. L'uomo tira fuori un mazzo di chiavi e apre una porta, poi un'altra ancora. Ci troviamo ai margini di un campo di calcio, sul quale un gruppo di calciatori vestiti in modo bizzarro sta effettuando lunghi lanci da una fascia laterale all'altra. Non tirano mai in porta, sembrano incazzati neri e dopo un po' spariscono. Mi accorgo che sul prato ci sono migliaia di granchi. La mia guida mi tira per un braccio e mi porta in uno stanzino, proprio sotto la tribuna, al quale si accede direttamente dal terreno di gioco. All'interno ci sono centinaia di coppe, gagliardetti, vecchi palloni e maglie di lana dei primi del Novecento. Una pallonata fa vibrare la porta in metallo, ciondolare la lampadina appesa al soffitto e fa correre via i granchi. “Prendi quello che vuoi, non ci servono più”, dice l'uomo indicando i cimeli. Sono sconvolto. Arriva un'altra pallonata, stavolta più potente. Mi sveglio di soprassalto. Giro la testa, appoggiata al bracciolo di una poltroncina, e riconosco la moquette sudicia del bar della nave. Ho la bocca impastata, sono stordito. Sulla porta di ferro arriva un'altra pallonata, ma è solo il rumore del portellone di poppa che si apre sulla banchina del porto. Fuori è buio, l'orologio dice che sono quasi le 8 di sera. Un messaggio bilingue, in inglese e in francese, mi dà il benvenuto - o il bentornato - in Francia. Il cartello luminoso dice Calais. Il libro è al sicuro, nello zaino. Io non tanto. Ma mentre spingo la macchina a tutta velocità verso quello spettro di città, sorrido con un angolo della bocca al pensiero che poteva andare molto peggio: potevo finire mangiato dai granchi, o potevo passare tutta la giornata a Gravelines.


***
[After the hangover.

Sono arrivato puntuale alla partita, c'era persino l'accredito. A lavoro finito non ho trovato un solo ristorante aperto e ho potuto mangiare qualcosa solo grazie a un turco gentilissimo che a mezzanotte ha tirato su solo per me la serranda appena chiusa della sua bottega. Il suo kebab mi ha salto la vita. Nell'hotel che avevo prenotato poco fuori Gravelines - la centrale nucleare di Gravelines è la più grande della Francia e una delle più grandi d'Europa - non c'era anima viva e nessuno mi ha aperto. Ho giudato alla cieca verso sud sino alle 2 di notte, poi finalmente ho trovato un hotel a Lille. La mattina successiva il mio volo è stato cancellato e ho dovuto trascorrere tutta la giornata a Bruxelles. Il Manneken-Pis, l'Heysel, le birre d'abbazia, certo... Ma questa è già un'altra storia.


Dimenticavo. Il Dover Fc, fondato nel 1894, è fallito nel 1901, nel 1909, nel 1933 e nel 1947, ed è sparito definitivamente nel 1983. Al suo posto è nato il Dover Athletic Fc, che negli anni si è confermato una squadraccia. Alla fine dell'ultimo campionato è stato però promosso in Conference Premier (quinta serie inglese) dopo 12 anni di assenza. Lo stadio di Dover, il glorioso Crabble (1010 posti a sedere e 3642 posti in piedi al coperto), ha un nome che deriva dall'inglese arcaico e che significa "buco in cui stanno i granchi".]

giovedì 12 febbraio 2015

Nostalgia di Funchal. Un'introduzione a "Memorie dell'Europa calcistica" (ed. In Contropiede, 2015)




I cannot come back to this neighbourhood
without feeling my own age
I walk past these houses where we once stood
I see past lives but somehow you're still here

Qualcuno ricorderà una serie di memorie ossidate, scolorite che, un po' di tempo fa, dedicai alla Spagna calcistica, nel tentativo di raccontare - attraverso esperienze reali o che nel momento in cui le scrivevo mi sembravano tali - in che modo quei luoghi, e il ritorno (reale o immaginato) in quei luoghi a cui sono così legato, hanno influito sulla mia formazione, sulla mia maniera di intendere il calcio, sul mio rapporto con gli abitanti di un altro paese (#1, #2, #3, #4). Credo sia la mia "serie" più longeva, considerando anche le tante altre occasioni in cui ho provato a parlare di calcio muovendomi sul crinale (della camera da letto) della nostalgia, del viaggio e dell'autobiografia.

Quando Alberto Facchinetti mi ha chiesto, ormai un anno fa, di dirigere una collana della sua neonata e felice iniziativa editoriale In Contropiede, è stato dunque naturale, per me, proporgli, come prima uscita della collana, un libro che riprendesse, espandendolo (nel senso letterale, e quindi geografico, del termine), questo approccio - esistenziale più che estetico - alla scrittura calcistica. Ho dunque chiesto a una serie di autori più o meno coetanei di raccontare - sulla falsariga di quanto avevo provato a fare con la Spagna - ciascuno un paese europeo, filtrando soltanto i ricordi - nel senso molto vasto che ho ricordato prima - legati al calcio. Ne é uscito un libro che, la prima volta che l'ho letto tutto di fila, mi ha fatto emozionare. Un libro che, evidentemente, non poteva che chiamarsi "Memorie dell'Europa calcistica".

Non mi dilungo a presentare il libro, perchè di seguito, d'accordo con Alberto, ho pensato di pubblicarne la prefazione, sperando che serva a illustrare ancora meglio - quanto basta a far incuriosire senza appagare la curiosità - il senso, lo spirito, il contenuto di "Memorie dell'Europa calcistica". Voglio invece ricordare chi sono gli autori (mi viene da dire "gli amici": le due categorie su questo blog sono sempre sovrapponibili) che sono stati così gentili a seguirmi, e con entusiasmo, in questo progetto. Molti di loro non sono nuovi in questo bar: c'è Lorenzo Toppini, che Lacrime di Borghetti l'ha fondato; c'è Tommaso Giancarli, che praticamente è con noi sin dall'inizio; ci sono Gian Mario Bachetti e Andrea Romano, che qui hanno versato delle gran lacrime (e Andrea ha scritto anche un libro molto bello); c'è l'autore del - per me - più bel libro di calcio pubblicato in Italia negli ultimi anni, Fabrizio Gabrielli. E poi ci sono dei volti nuovi, nuovi su LB dico, ma non in assoluto: due giornalisti - e due miei miti personali - come Luigi De Biase e Francesco Olivo, rispettivamente il mio russologo e il mio romanistologo (e qua dovrei linkare tutte le chiacchiere sotto la Curva Sud) di riferimento, che hanno una prosa travolgente; e una ragazza inclassificabile, sorprendente come Marica Benini, pura Wunderkammer, forse la ragione per cui mi sono iscritto su twitter (per seguirla, dico). A completare la squadra, il mio amico Raymond Antonin (di più non posso svelare) e, vanitas vanitatum, il sottoscritto.

Li ringrazio tutti, questi santi, uno per uno, così come ringrazio quel fratello che per me è diventato Ricardo Cavolo, che - dopo quella di Mourinho - mi ha regalato un'altra copertina meravigliosa, così come ringrazio Alberto e Nicola della casa editrice, con la speranza che il vento (delle vendite; a proposito, il libro si può comprare sul sito di In Contropiede, nonché su Amazon, e poi alle presentazioni che organizzeremo in tutta l'Italia, almeno quella già Stato Pontificio) ci assista e ci permetta di immaginare e realizzare altri libri, così come ringrazio tutti i lettori, commentatori, futuri autori e in definitiva amici - di questo si tratta - del blog, che in qualsiasi modo leggeranno questo libro, perchè, è quasi superfluo ricordarlo, questo libro non è una monade, ma si inserisce - come risata in una conversazione, come break in un set - in questa scena amatoriale e disincantata, nostalgica e velleitaria, spesso controcorrente ma mai elitaria, di amanti del calcio e della letteratura che, tutti insieme, stiamo costruendo, con tanto amore, una riga alla volta.

*       *       * 



PREFAZIONE (NOSTALGIA DI FUNCHAL)

Mi capita spesso, negli ultimi tempi, di svegliarmi la mattina provando una forte nostalgia di Funchal. Delle crepe sulla parete della mia stanza a due passi dal mare. Dei giorni trascorsi perdendomi nei vicoli della città vecchia. Della vegetazione rigogliosa dell’isola. Degli anziani che mi raccontano con accento inglese delle gesta del Nacional de Madeira. Dei ragazzini che giocano a calcio nei campi improvvisati tra le case coloniali.

Partendo da questa nostalgia, da questa Fernweh, che, tante mattine, mi spinge a non alzarmi dal letto, ho invitato gli autori di questo libro – tra cui me stesso – a ripercorrere, senza avere paura del dolore che genera l’incontro con la perdita, le tracce d’acquarello lasciate dai ricordi di un’esperienza vissuta in un paese europeo.

Come fil rouge, però, non ho chiesto agli autori di condividere una forma, né di rispettare i confini tra diaristica e finzione, ma ho soltanto suggerito una prospettiva, quella di filtrare tra i propri ricordi solo quelli intrisi di calcio, sul presupposto che il calcio non è un aspetto isolato della vita, ma la vita stessa, osservata da una posizione privilegiata. 

Ecco allora che, nelle pagine che seguono, il pallone rotola su volti evaporati, luoghi difficili da pronunciare, incontri consumati, seguendo cammini reali e letterari nei quali non conta la meta, ma solo quello che si vede durante il tragitto: bistrot di periferia, gonne color pastello, spogliatoi per bambini, piazze innevate, friggitorie, toppe sulle giacche jeans, argentini che non passano mai il pallone, musei degli arazzi, copriscarpe in polietilene, cappellini da baseball.

Ogni viaggio ci lascia una storia, figuriamoci i paesi in cui abbiamo abitato. Eppure, a guardar bene, dire di aver abitato in un paese straniero è solo un’illusione. I paesi stranieri non si lasciano abitare. I paesi stranieri, passati al setaccio dei ricordi, sono solo un inventario sconnesso di nomi segnati a penna su un tovagliolo, facce incrociate sul metrò, storie ascoltate al bancone del pub, insegne luminose, strade notturne, parchi silenziosi. I paesi stranieri sono luci di flash che svaniscono all’istante, polaroid sbiadite, occasioni mancate per un soffio, pali-gol. Tra noi e loro c’è una distanza che non potremo mai colmare, e non importa quanti giorni, quanti mesi, quanti anni ci hanno ospitato. Questa distanza è la nostalgia non per quello che abbiamo vissuto, ma per quello che non abbiamo vissuto.

La nostalgia del futuro.

Altra cosa è dire che da ogni paese straniero si riportano a casa due cose: vestiti sporchi e regali. Passati gli anni, lavati i vestiti, scartati i regali, di quei giorni ci rimangono solo abbandoni, perdite, reminiscenze, fantasmi. La fortuna è che possiamo scriverne.

L’eco del pallone che rimbalza tra le storie raccontate in questo libro segue una melodia comune, a metà tra l’euforia e la malinconia, e spesso tutte e due le cose insieme, come nelle canzoni dei Daft Punk che vedevamo passare in televisione in sottofondo alla versione di latino. Non deve sorprendere. Tutti gli autori sono nati – molti all’inizio, qualcuno in mezzo, pochi (beati loro) alla fine – nella decade dorata degli anni Ottanta. Siamo una generazione che ha condiviso l’apertura a una serie di mondi (per quanto qui interessa, mi limito a pensare alle televisioni commerciali per il calcio, agli Erasmus e ai voli low-cost per l’Europa) che – senza andare troppo indietro - i nostri fratelli più grandi hanno fatto in tempo solo a rimpiangere. Svanita l’euforia adolescente, ci addentriamo ora in un’età malinconica, quella di mezzo, in cui non è più lecito, ma anzi è addirittura truculento, provare euforia per il futuro, perché i nostri futuri sono già arrivati e non assomigliano a quelli che immaginavamo. Per consolarci, possiamo solo guardare indietro, aggrappandoci alle esperienze passate.

Questo non è un male. Anzi.

Il protagonista di uno dei racconti di questa raccolta, a un certo punto, citando Fontanarrosa, afferma che “l’unico calcio che vale è quello che uno conserva nei ricordi”.

Anche io ho sempre pensato che l’essenza del calcio sia fondamentalmente nostalgica, nella sua declinazione fantasmatica - pura football hauntology - di nostalgia del futuro. Sono passati più di vent’anni da quando Paulo Sergio faceva entrare nel nostro immaginario collettivo un controllo di palla, un campionato straniero, una maniera di pronunciare il nome del marcatore, eppure quel goal è qui con noi, come il pigiama che indossavamo cenando davanti al televisore il venerdì sera. Viviamo il paradosso e la contraddizione che il calcio che abbiamo vissuto non esiste più, eppure persiste nella nostra memoria come se fosse reale, e spesso anticipa - mischiandosi con episodi che non abbiamo vissuto, o che abbiamo deformato, o che non sono mai avvenuti – il calcio che vivremo. La vita che vivremo.

Ecco perché mi capita spesso, negli ultimi tempi, di svegliarmi la mattina provando una forte nostalgia di Funchal.

Perchè io, a Funchal, non ci sono (ancora) mai stato.

mercoledì 4 febbraio 2015

In principio era un logo

Vidi infiniti processi che formavano una sola felicità e, comprendendo ormai tutto, potei anche capire la scrittura della tigre.


Molto onorati scrittori di Lacrime di Borghetti, cari lettori di Lacrime di Borghetti,
      io mi chiamo Bergenlöwe, Klaus Bergenlöwe, nato a Erlangen in Franconia, e sono un pensionato tedesco. Se voi, io voglio dire, se qualcuno di voi scrittori o lettori si domanda perché io ho inviato questa lettera a voi di Lacrime di Borghetti (agli scrittori, io voglio dire, non certo ai lettori i quali effettivamente non scrivono e non sono, io voglio dire, Lacrime di Borghetti nel senso più stretto del concetto). Mist. Ora io devo ricominciare perché ho perduto il senso della frase. Se qualcuno si domanda, ecco, perché io ho inviato questa lettera, io rispondo che è un dovere per me. Io voglio dire, non è un dovere nel senso più stretto del concetto; ma voi scrittori di Lacrime di Borghetti avete fatto una domanda, o così splende a me, e io forse possiedo la risposta. Dunque è un dovere, mi pare, scrivere a voi.

Io non sono molto interessato per il calcio. Sono ancora un po', io voglio dire, interessato, ma specialmente perché io ho lavorato tanti anni con aziende di calcio. Io conosco il calcio specialmente come concetto sociale ed economico; come sport io conosco poco, ma credo che è più interessante il calcio come concetto sociale ed economico piuttosto che come sport. Come sport io tifo per il Borussia Mönchengladbach, perché io sono stato giovane negli anni Settanta.

Na gut. Io non leggo Lacrime di Borghetti; effettivamente io non leggo molto di calcio. Specialmente io non leggo di calcio italiano e, parlando in generale, io non leggo l'italiano. Una settimana fa, tuttavia, l'ingegner Drockfült mi ha chiamato; l'ingegner Drockfült è stato mio collega alla ditta Puma, negli anni Settanta e nei decenni successivi. Ora l'ingegner Drockfült, che è pensionato come me, vive in Italia, a Ravenna; lui è restato interessato per il calcio e legge di calcio, anche i blog di calcio. Lui legge anche i blog italiani di calcio. Lui ha tradotto questa lettera, che io ho scritto in tedesco.


Quando lui mi ha chiamato, l'ingegner Drockfült mi ha detto: "Io ho letto in un blog di calcio italiano - Lacrime di Borghetti... No... Dopo io te lo sillabo, ma non ha importanza... - ho letto che qualcuno ha notato il puma rovesciato. Tu ricordi il puma rovesciato?".

Ganz klar, cari scrittori e lettori di Lacrime di Borghetti, che io ricordo il puma rovesciato. Io ho inventato il puma rovesciato! Io ho inventato il puma rovesciato negli anni Settanta. Negli anni Settanta c'era, io voglio dire, un pochino di rivoluzione; ma in generale essa non c'era più. C'era un pochino di violenza, questo c'era effettivamente, ma la violenza non è sempre rivoluzione. Comunque c'era già, io voglio dire, un ambiente che diceva che i marchi vanno bene. I marchi avevano già vinto. Na ja, io voglio dire, i marchi nel senso: il marchio di un'azienda, non i marchi tedeschi. Il marchio della Puma, nel caso specifico, cioè il puma diritto. Ma siccome c'era un pochino di rivoluzione, alcune cose un pochino rivoluzionarie succedevano. Per esempio il Bruges è arrivato nel 1978 in finale di Coppa dei Campioni: questo è stato, molto onorati scrittori e cari lettori, un pochino rivoluzionario. Avessero essi vinto, sarebbe stato ciò molto rivoluzionario; in questa maniera, effettivamente, un pochino. In onore di questa piccola rivoluzione, io ho inventato il puma rovesciato. Io lavoravo all'epoca, come voi avete forse già capito, alla ditta Puma. Io ho inventato il puma rovesciato insieme all'ingegner Drockfült. All'inizio questa era una maniera per ridere fra colleghi e fra giovani, come eravamo noi. Una maniera, effettivamente, non molto sottile.

Puma rovesciato sembra un esempio di umorismo tedesco. Forse esso è un esempio di quell'umorismo, io voglio dire, abbastanza rozzo, l'umorismo che piace nelle birrerie, alle persone che hanno già bevuto diverse birre. Essi vogliono ridere, ma non vogliono pensare; non, io voglio dire, in una maniera fina... Il popolo tedesco ha molti pregi, ma il suo umorismo non è effettivamente un pregio del popolo tedesco. Però attenzione: il puma rovesciato è anche un esempio di filosofia tedesca; se voi pensate che il puma rovesciato è un marchio, dunque esso è la cosa più diritta del mondo, almeno del mondo capitalista, e insieme esso è anche una mutazione di un marchio in senso alternativo, però esso resta un marchio!, voi vedete dunque, io voglio dire, che il puma rovesciato è un esempio del pensiero filosofico tedesco. Il pensiero filosofico tedesco è molto fino ed esso è un pregio del popolo tedesco.

Effettivamente tutti, alla ditta Puma, hanno apprezzato il puma rovesciato. I capi hanno detto: "Diamo il puma rovesciato anche ad altre squadre! Però non a squadre molto forti, grandi, famose: diamo il puma rovesciato specialmente a squadre - wie sagt man? -  un pochino alternative". Così la Puma ha dato il puma rovesciato al Bruges, al Fortuna Düsseldorf, alla Stella Rossa di Belgrado, alla squadra nazionale del Kuwait: nel 1982 la squadra nazionale del Kuwait è arrivata ai Mondiali! Ma lo sceicco del Kuwait ha fatto tutta una scena, effettivamente una scena molto eccessiva, durante una partita dei Mondiali... Quello è stato effettivamente un esempio di umorismo tedesco. Nelle birrerie la gente ha riso molto, io credo, per quella scena; io non so questo con sicurezza perché non ero in una birreria. Ero in Italia con l'ingegner Drockfült, siamo andati là perché a lui l'Italia piace... Siamo andati a Ravenna. Abbiamo fatto una vacanza lunga e bella, come sempre in quegli anni, perché abbiamo avuto un aumento di stipendio per il puma rovesciato.



Numerosi anni sono passati. Io non ho pensato più molto al puma rovesciato: ormai esso c'era, sempre sulle maglie delle squadre alternative, ma ormai il puma rovesciato funzionava da sé, anno dopo anno. Nessuno pensava più a lui; nessuno pensava, io voglio dire, a raddrizzarlo. Poi un giorno la Stella Rossa di Belgrado, una di quelle squadra alternative che noi avevamo scelto per il puma rovesciato, ha vinto la Coppa dei Campioni. Questo è, effettivamente, strano; oltretutto la Stella Rossa di Belgrado gioca e vince quella finale di Coppa dei Campioni allo stadio San Nicola di Bari. Anche questo, effettivamente, è strano, anche se Drockfült, che vive in Italia, dice che non lo è. In ciascun caso, Drockfült e io abbiamo avuto un altro aumento; i ragazzi del marketing ci hanno detto che una vittoria alternativa era perfetta per il nostro, appunto, marketing. In più, come detto, noi abbiamo inventato il puma rovesciato e noi, di conseguenza, abbiamo un pochino vinto la Coppa dei Campioni.

Questo è successo a maggio. D'estate Drockfült è sceso in Italia, come sempre, mentre io sono rimasto in Franconia. Un giorno io sono tornato tardi a casa - ero stato a Norimberga a vedere la casa di Dürer e poi a bere una birretta in un giardino - e il telefono squillava. Drockfült mi chiamava dall'Italia, da Ravenna.

- Hai visto il telegiornale?, mi ha chiesto.
- No, io ero a Norimberga.
- E hai letto i giornali questi giorni?
- No, sono in vacanza.
- Hai visto che succede in Jugoslavia?

Io non avevo visto, per farla breve; Drockfült allora mi ha spiegato tutto. E poi mi ha chiesto, questo effettivamente è strano, se noi non avessimo fatto del casino con il puma rovesciato. Se noi non avessimo creato un pochino di problemi nel mondo con quel rovesciamento che non doveva esserci; non una rivoluzione, non proprio, ma di sicuro della violenza. In pratica, secondo Drockfült, noi avevamo girato in qualche modo il mondo, girando il puma, e quello che avevamo regalato alla Jugoslavia con quella Coppa dei Campioni loro lo stavano scontando con un pochino di violenza, effettivamente più di un pochino, che non doveva esserci.

Drockfült, secondo me, leggeva troppi libri strani, specialmente quando lui era a Ravenna. Io, effettivamente, non potevo credere a quei ragionamenti e neanche capirli del tutto; però quella notte ho dormito male.

Il giorno dopo io ho chiesto ai ragazzi dell'amministrazione se potevano fare una ricerca geopolitica sul puma rovesciato e sulla possibilità della teoria di Drockfült. Loro ci hanno lavorato due settimane e poi mi hanno detto che il puma rovesciato non c'entrava nulla; ma comunque i ragazzi dell'ufficio legale hanno detto che era meglio non rischiare e hanno cancellato il programma del puma rovesciato, prima che qualcuno si accorgesse degli eventi dell'estate 1991 e ci facesse causa, a noi ditta Puma, o scrivesse un libro un pochino complottista per darci la colpa di quanto successo. Così io e Drockfült abbiamo avuto un altro aumento. Anzi, Drockfült voleva rifiutarlo, però io non so se alla fine lo ha rifiutato davvero.

Sono andato in pensione qualche anno dopo quella faccenda; Drockfült mi ha preceduto. Come detto, lui si è trasferito in Italia. Io sono andato a trovarlo a Ravenna, un giorno; lui mi ha portato al mare, in un ristorante un pochino buio, con le pareti di legno, ma effettivamente buono, e abbiamo mangiato pesce guardando l'Adriatico. A fine pasto, io gli ho chiesto se si ricordava del puma rovesciato e se davvero credeva che quel ricamo e due o tre guerre civili erano, in qualche strano modo, collegate. Lui mi ha risposto che non c'è nessun collegamento, effettivamente, ma che comunque quelle due storie - il puma rovesciato e la nazione ribaltata - sono forse una sola storia. Il diritto e il rovescio di questo puma sono, per Dio, uguali; mi ha detto così, guardando il mare, e io non ho capito.

Da quando è a Ravenna Drockfült legge troppo e parla strano.


giovedì 22 gennaio 2015

Il colombiano dai capelli strani



 
No se trata de ganar, sino de tener la pelota
 
Santa Marta, dipartimento di Magdalena. Costa atlantica colombiana. E’, dicono, la città più antica della Colombia, forse del Sudamerica. Agli inizi del Cinquecento, giunse nella regione di Magdalena il conquistador spagnolo Rodrigo de Bastidas, già al fianco di Colombo durante il secondo viaggio verso le Indie e con licenza di scoprire nuove terre a sud del Caribe. In un niente, i soldati di de Bastidas costrinsero alla resa i Tairona, i nativi di quelle terre, e assunsero il controllo della regione. Serviva, a quel punto, creare un’attrattiva per i coloni, servivano schiavi e ricchezze. de Bastidas fondò quindi Santa Marta, utilizzandola come base per spedizioni nell’entroterra e porto per l’esportazione di mais, balata e ananas. Morì poco dopo, de Bastidas. Aveva idee strane, non voleva solo conquistare e sfruttare, voleva creare un qualcosa che gli permettesse di passare in quella regione gli ultimi anni di vita. Aveva idee diverse su come trattare gli schiavi. E siccome non piacevano ai suoi luogotenenti e soldati, questi decisero di colpirlo. Morì, dopo una breve fuga, a Santiago de Cuba, all’età di 82 anni.

Verso la fine degli anni Sessanta, per le strade del Barrio Pescaíto, nella parte a nord della città, inizia a gironzolare un ragazzetto dagli occhi grandi ed il mento piccolo, con uno strano batuffolo di ricci sopra la fronte. Gironzola sempre con una camicia a quadri e tira calci al pallone su ogni campo disponibile. Gioca centravanti ed è figlio di Juana e Jaricho, un ex giocatore di calcio professionista che allena la squadra del Liceo Celedón. Di nome porta Carlos, Carlos Alberto Valderrama. Per tutti, a Pescaíto, el Mono, perché ha i capelli rossicci.

* * *


Quando debutta con la maglia dell'Union Magdalena, a vent'anni, Carlos Valderrama non gioca più centravanti come da ragazzo e da scimmia si è fatto Pibe. E' suo padre Jaricho ad avere l'intuizione giusta: il figlio è un giocoliere e la sua arte nel trattare il pallone là davanti è sprecata. Meglio qualche metro più indietro, a ridosso della linea di difesa.

Le prime stagioni passano tra alti e bassi. El ciclon bananero non è certo una squadra di spicco in Colombia in quegli anni. Ma qualche buona prestazione basta ad attirare le attenzioni dei Millionarios, la squadra dove aveva giocato anche la Saeta Rubia.

Una stagione, senza incanto, a Bogotà e poi, nel 1985, il passaggio agli azucareros di Cali. Nel Deportivo Cali Valderrama recita calcio per due anni, ma a vincere sono sempre quelli dell’altra parte della città, Los Diablos Rojos dell’ América. In quegli anni, l’America è strepitosa, semplicemente imbattibile in patria e sempre protagonista fuori. Raggiunge tre finali di Libertadores consecutive. Le perde tutte. Ma poco conta, per Valderramma e il suo Deportivo non c’è gloria. Carlos e il fidato Redín, suo compagno di reparto, permettono alle punte (Angulo e Gonzalez) di segnare a raffica. Lui gioca a dieci tocchi, stoppa, nasconde, dribbla, nasconde e lancia. E le sue recite con la maglia del Depor (e le prime apparizioni con la Nazionale colombiana) non passano inosservate in Europa.

Un piccolo club francese del Languedoc-Roussillon, il Montpellier, decide di acquistarlo e di costruire la squadra attorno a lui e Laurent Blanc. Il primo anno, però, Valderrama stecca. Arriva in ritiro sovrappeso, manca l’ambientamento e non riesce a lasciare il segno. Il secondo, svolta. Un nuovo allenatore, Henryk Kasperczak, gli regala fiducia incondizionata. Lui lo ripaga partita dopo partita. Il Montpellier chiude bene in campionato e fa sua la Coppa di Francia. Il calcio del Pibe è pronto. Giusto in tempo, perchè a Bologna hanno appena finito di sistemare il Dall'Ara per il debutto della Colombia contro gli Emirati Arabi Uniti nella Coppa del Mondo.

* * *



Le collanine e i braccialetti, la maglia rossa sgargiante e i capelli ricci lunghissimi biondi.
El Pibe è una cosa che non si era mai vista. Come il suo calcio ad altalena, concedere metri e secondi per riguadagnarli pochi istanti dopo.
La Colombia si allena ogni giorno e il suo guru, Francisco Pacho Maturana, le riempe la testa di tattica. Ha preso l'ossatura del Nacional, fresco campione in Libertadores, e l'ha perfezionata. Valderrama è de volante, Redín e Rincon la tecnica, Iguaran la punta che deve aprire lo spazio. Giocano a memoria e predicano un calcio strano: possesso palla e passaggi corti.

All'esordio, gli Emirati ci capiscono poco e niente. Reggono un tempo, nel quale riescono anche ad avere diverse occasioni da gol. Poi, però, il calcio colombiano parte. La squadra del Pacho accorcia e si allunga, fraseggia e verticalizza. Arriva il gol di Redín, sugli sviluppi di un calcio d'angolo, e il raddoppio del Pibe, un tiro secco da fuori area. L'assedio finale degli arabi è confuso, la Colombia incassa i due punti e si fa bella per le telecamere.
A riportare i colombiani sulla Terra è il gol di Jozic nella seconda partita del girone. Gli ingranaggi dei cafeteros subiscono il fisico e l'organizzazione di Katanec e compagnia. E al 75' crollano: palla in mezzo, difesa fuori fase e Jozic stoppa di petto e tira fortissimo. Gran gol. Il rigore parato da Higuita nel finale tiene la differenza reti. Ma il problema è un altro: si chiama Germania e si dice sia fortissima. Per passare il turno alla Colombia serve un punto.

A Milano, i tedeschi dalle maglie stupende aggrediscono e attaccano senza sosta. Solo i miracoli di Higuita tengono a galla le speranze. Passano i minuti e i tedeschi non passano. Passano i minuti e il Pibe prende le misure al centrocampo tedesco. Toglie un tocco al suo stile e inizia a servire assist ai suoi, con qualunque piede gli capiti vicino al pallone. Fajardo si mangia un gol impossibile, anche Estrada spreca. Ma la notizia è che la Colombia c'è. La Germania scopre il fraseggio cafetero e barcolla. Estrada sbaglia ancora, la traversa aiuta Higuita su Matthaus. La ripartenza del centrocampo tedesco a due dalla fine è quella giusta. La manovra che porta al gol di Pierre Littbarski è da manuale del calcio. Il colpo è durissimo.
Ma non letale.
Riprende il gioco e la palla subito arriva a Valderrama. Ha addosso tre avversari ma dribbla, si gira, appoggia e riprende il triangolo. Il centrocampo della Germania salta. La difesa scala verso destra perchè tutti si aspettano il passaggio verso le punte che sono partite da quella parte. La palla che esce dal piede di Valderrama è un sibilo nella direzione opposta. In un attimo Rincon è davanti a Illgner. Palla sotto le gambe mentre esce, 1 a 1. Le maglie rosse che saltano addosso a Rincon sembrano centinaia. Come fiamme. Ottavi.

* * *

Camerun - Colombia è la tristezza di ogni sogno. L'adorazione per entrambe in quell'Italia 90. Il pianto e la gioia si presentano assieme alla fine dei supplementari. Un'altra scuola di Valderrama aveva rimesso in partita i cafeteros dopo la doppietta di Milla. Palla filtrante di trenta metri, l'ala, Perea, si ferma e appoggia. Di nuovo il Pibe, chiede il triangolo al limite, lo ottiene, entra in area e serve Redín sui piedi per battere Nkono.

Dopo il gol che accorcia la Colombia, però, si ferma. In una recente intervista, il Pacho Maturana ha modo di spiegare tutto, di permettere anche a noi di capire perchè quella Colombia non avrebbe mai pareggiato:
Aquel partido fue impactante por muchas circunstancias. Marcamos el 2-1 a falta de tres minutos para el final de la prórroga y le dije a uno de los marcadores, Luisfer Herrera, que tirara el balón arriba porque no había tiempo. No me hizo caso y siguió tocando y tocando. Después me dijo: "Pacho llevamos toda la vida tocándola por qué iba a dejar de hacerlo hoy". Era un grupo muy aferrado a sus convicciones. El partido se puso 2-0 con la jugada de René y cuando hicimos un gol, muchos no lo celebraron porque pensaban que iban a lincharle. Pensaron "la prensa lo va a destrozar porque si el partido queda 2-0 no pasa nada, pero con 2-1 le van a culpar de la eliminación". Ese planteamiento demuestra que más allá del resultado estaba la unidad del grupo y su estabilidad emocional y afectiva.
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Tornato in Francia, Valderrama gioca ancora a livelli altissimi.

La stagione ha il suo momento più alto nello scontro con il PSV di Romario e Popescu in Coppa delle Coppe. El Pibe pontifica i suoi dieci tocchi, stoppa, nasconde, dribbla, nasconde e lancia. Nuove forme di controllo del pallone, nuove linee verticali. Porterà il Montepellier fino ai Quarti, fino al Manchester United di Alex Ferguson, poi campione contro il Barcellona di Cruyff grazie ad una doppietta di Mark Hughes. C'è una buona fetta di storia del calcio in quell'edizione di Coppa delle Coppe e Carlos Valderrama insegna a tutti tecnica e visione.

A fine stagione, Maturana lo chiama a Valladolid. Lui lo segue, trovando in Spagna anche Higuita e Leonel de Jesús Álvarez, El Leon. Le premesse sono ottime, ma le difficoltà economiche affossano la stagione: retrocessione e fallimento sfiorati. Cambierà il presidente, la forma societaria, tutto.
Fallisce il Valladolid de los colombianos. Per El Pibe è tempo di tornare a casa. Independiente de Medellin prima (dodicesimo posto deslucido in campionato) e Atlético Junior poi. 


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Si avvicina USA ’94 e la Colombia è impegnata nelle qualificazioni sudamericane. E’ inserita nel Grupo 1, assieme ad Argentina, Paraguay e Perù. Dopo 5 giornate è in testa al girone con tre vittorie e due pareggi. Deve scendere in Argentina e tenere a un punto di distanza la nazionale di Alfio Basile. Per evitare un rischioso spareggio con l’Australia. Per la testa del Grupo. Deve scendere a Buenos Aires e non perdere. L'Argentina aspetta e mostra il petto. Sceglie il Monumental e al gioco colombiano contrappone la storia e due stelle sulla maglia. Prova a sminuire l'avversario e la moda, la simpatia, che lo accompagna.
Lo riempie, il Monumental, fino a farlo scoppiare. Lo fa tremare di bianco e celeste.

E gli uomini di Basile partono forte, sfuriano. La prima mezz'ora è loro ai punti. Ma non a tabellino. Redondo e Simeone gestiscono, Batigol e El Mencho Bello non mettono il punto. Con il passare dei minuti l'Argentina si affievolisce. Per El Pibe è il momento di stropicciare gli occhi al popolo dell'altro Pibe, quello più forte di tutti, seduto in tribuna con addosso la sua albiceleste Le Coq Sportif.
Raccoglie palla a centrocampo, passeggia, ferma il tempo. Sa che un fulmine si è lanciato sulla sua destra. Il passaggio è liscio, non disturba neanche la solita carta bianca portata in campo dal vento. Lo stop a seguire di Rincon un po' lungo, ma tornerà utile. Goycochea esce. Ed è saltato. Colombia avanti al Monumental. In qualche passo e un lancio. E' il minuto 41 e l'Argentina non ha neanche il tempo di reagire.

La ripresa inizia con un lancio di Rincon per Tino Asprilla. El Pulpo controlla e trafigge. E' il minuto 49 e l'Argentina era appena rientrata in campo. Gli uomini di Basile sfuriano nuovamente e per la Colombia è facile piazzare il contropiede. Il terzo gol lo segna di nuovo Rincon su cross di Alvarez. Il quarto è un'invenzione di Asprilla che ruba palla a Borelli e con un pallonetto trafigge ancora Goycochea. Il quinto un contropiede finalizzato da El Tren Valencia, che sfrutta l'occasione per spiegare a tutti il proprio soprannome.
Voce del verbo Colombia. Valderrama, El Pacho e il loro calcio diferente volano in America.

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A moment comes.
You start to remember what happened.
Bad thoughts flood your mind
(Leonel Alvarez, Los dos Escobar, 2010)


Per un mese gli Stati Uniti si fermano, per un mese abbandonano i loro sport più amati e mandano in scena il soccer. La cerimonia di apertura di USA '94 è uno spettacolo degno del miglior Superbowl. Ogni nazione partecipante presenta una sua danza e Diana Ross, in tailleur rosso e sneakers bianche canta l'inno americano e calcia un rigore sfondando la porta. Bill Clinton in tribuna dispensa sorrisi sotto il sole di Chicago. Il calcio sbarca in America. Con il Mondiale più bello di tutti.

La Colombia, quarta nel ranking mondiale FIFA, è tra le favorite, forte del sontuoso percorso nella fase di qualificazione. A contenderle la Coppa le solite note. L'Italia di Roberto Baggio, il Brasile di Romario e Bebeto e l'Argentina di un Maradona che si narra rinato. Le aspettative verso la squadra del Pacho sono enormi, ma tanti sono anche i nomi: Asprilla e Valencia sono stelle in Europa, Rincon viene da un'ottima stagione nel Palmeiras, il blocco dell'Atlético Nacional garantisce la solidità che sempre in un Mondiale fa la differenza. E poi c'è il Pibe.

Qualcosa, però, decide di andare storto.

22 giugno 1994, stadio Rose Bowl di Pasadena. Andrés Escobar è a terra. Le mani a coprire il volto. Il cross teso di John Harkes e il suo ginocchio in scivolata hanno appena scagliato il pallone alle spalle di Oscar Cordoba, lanciando gli Stati Uniti verso gli Ottavi di Finale del Mondiale. La Colombia non mostra il petto dopo la derrota all'esordio con la Romania. Dopo la morte de El Patron, la disgregazione del cartello di Medellín, la violenza padrona della calle. Dopo le minacce di morte a Barrabas Gomez e le lacrime di Maturana negli spogliatoi di Pasadena, il buio per la Colombia si avvicina. Le gambe corrono e attaccano, ma le menti sono gelide. In Latinoamerica lo chiamano fracaso.

Una decina di giorni dopo, Medellín. Andrés Escobar è piantato al sedile della sua automobile. Sei colpi calibro 38 si sono confusi a sfottò e liti nel parcheggio della disco El Indio. Il dito del grilletto è quello di Humberto Castro Munoz, autista dei fratelli Gallon, affiliati ai Los PEPEs, vecchi nemici di Don Pablo. Scommesse, una deviazione, sei colpi. E il buio in Colombia è arrivato per davvero.

L'omicidio di Andrés Escobar ha mille connessioni, anfratti sullo sfondo. Narcotraffico, riciclaggio, gambling, lo malo che incontra el fútbol. La Colombia inizierà a voler aprire gli occhi, ma ci vorra tempo. In strada si dice che se ancora fosse stato vivo Pablo ad Andrés non lo avrebbero anmazzato, Pablo aveva le sue regole. Ai microfoni El Pacho spiegherà che il calcio è una lucha. "Entre lo que es y lo que quiere ser". E che però c'è qualcosa di più importante. El Pibe, semplicemente, si fermerà. Perché anziché nascondere il pallone, costretto sotto scorta a nascondere se stesso dalla vita che ognuno merita di vivere.

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Un passo indietro. 1988, agli Stati Uniti viene assegnata dalla FIFA l’organizzazione dei Mondiali. In cambio, la US Soccer si impegna per la creazione di una lega professionistica di calcio statunitense. Il progetto prende concreta forma nel 1995 con la nomina a commissioner di Doug Logan. Di origini cubane e combattente in Vietnam per la 101esima Airborne Division, Logan imposta una lega in cui squadre e contratti sono gestiti direttamente dalla lega stessa e per la stagione inaugurale – 1996 – sfrutta al meglio il sistema delle allocation: le star vengono sparpagliate tra le varie compagini che prendono parte al campionato, così da garantire spettacolo e competitività.

Tra queste, Carlos Valderrama, che già aveva manifestato l’intenzione di sbarcare negli USA. A Tampa.

La prima annata del colombiano in Florida è semplicemente monstre. I Mutiny dominano la stagione regolare, primi a Est e Overall, arrivano alle finali di Conference e si arrendono solo davanti al poi campione D.C. United di Rammel ed Arce. Valderrama è MVP stagionale e sforna nella stessa stagione 17 assist a condire quattro marcature. Per l'Est è MVP anche dell'All Star Game giocato a East Rutherford: Preki e l'Ovest non ci capiscono niente, la palla gira troppo pulita, troppo precisa e veloce. A 35 anni, El Pibe stropiccia gli occhi anche agli americani. Uno così, a nord del Rio Grande, non si era mai visto.

L’annata successiva e quella dopo ancora il registro non cambia. Giocate, assist, il centrocampo è il suo regno. Disegna, inventa, traccia nuove linee nello spazio sconfinato americano. Sempre a Tampa nel 1997, poi una parentesi a Miami, tra le fila dei Fusion nuovi di zecca e di nuovo a Tampa.

Nel mezzo, la parentesi del Mondiale francese. Di nuovo la Romania - con Ilie - a mettere la Colombia sulla cattiva strada all'esordio. L'illusione dopo la vittoria contro la Tunisia. Infine, il risveglio: una pallonata a giro calciata, come sempre, in maniera perfetta.

A quarant’anni – siamo nel 2002 – El Pibe ancora insegna. Tra le montagne del Colorado, la maglia è quella dei Rapids. Una delle stagioni migliori della franchigia. Con quasi 20 assist in 27 partite Valderrama guida i Rapids fino alle Semifinali di Conference, fino ai Los Angeles Galaxy di Cobi Jones e Luis El Matador Hernandez.

E’ la sua ultima stagione. Toglie gli scarpini e sveste la 10.

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Le collanine e i braccialetti, la maglia sgargiante e i capelli ricci lunghissimi biondi. Il chiamare palla e il nasconderla. Il fracassare e l’esplodere, l’indietreggiare per conquistare. Carlos Valderrama giocava un calcio opposto, differente. Tecnica contro il tempo. Immagine contro lo schema. Spazio contro la linea. Cercare di capire non ci è concesso. Rimane la visione. Il racconto è diventato corto e debole rispetto all’idea. Un dèmone ha attraversato il calcio in lungo e in largo. Lo ha perfezionato di continuo, senza mai cambiarlo. Ce lo ha regalato come si regala una cosa preziosa.