venerdì 14 giugno 2013

Il Bel René



Se dovessero chiedere a René Vignal, brillante portiere del Racing Parigi a cavallo tra anni ’40 e ’50, quali siano le statistiche che hanno più segnato la sua vita, il nativo di Béziers non vi snocciolerà la sua media gol subiti, il record di rigori parati o le partite senza prendere gol. Non vi citerà nemmeno le 17 presenze in Equipe de France. La sua risposta sarà rinchiusa in due numeri: 19 e 27. Il perché è presto detto, se avrete la pazienza e la voglia di leggere queste poche righe.
Come detto, René Vignal nasce a Béziers, nel 1926: viene definito un giovanotto vivace, con il più classico degli eufemismi, anche perché il nonno, che si è appena visto una guerra e si appresterà a vederne un’altra nel giro di pochi anni, non si fa certo pregare nella schiettezza e dichiara candidamente che a quel suo nipotino, molto bello ed in salute grace à Dieu, gli manca qualche rotella, visto che non fa che buttarsi nei fossi e attaccar briga. Come ogni ragazzino turbolento, si spera che facendo un po’ di sport gli si possa placare un po’ gli animi: siamo nel profondo Sud della Francia, dove nei paesi si parla quasi più catalano che francese e dove ogni 15 agosto, cascasse il mondo, si organizza la feria, con tori, corridas e bodegas di ordinanza. Ed in questa parte della Francia, a maggior ragione se dimostri una certa attitudine al parapiglia, la palla che ti mettono vicino già nella culla è solitamente ovale.
La statua di Moliere:
bersaglio preferito del giovane René
A René il rugby non dispiace, si trova anche benino come estremo: maneggia bene l’ovale grazie alle mani che fanno provincia, ha un timing invidiabile nel gioco aereo ma soprattutto tira certe pedate da una parte all’altra del campo che c’è da rimanerci scemi. Con quel piede, attira le attenzioni dell’AS Béziers, quelli con la palla tonda che fanno un po’ da tappezzeria, ma in cui c’è meno concorrenza e si riesce pure a rimediare qualche franco per i premi partita: René si fa convincere assai presto e comincia nelle giovanili come attaccante. Dove si prende qualche banconota in più è però in prima squadra ed è solo per pure caso che Vignal fa il suo esordio tra i grandi, a soli 16 anni e mezzo: il portiere titolare, un certo Serano è indisponibile per la partita della domenica. E sì che l’allenatore lo cerca, pensa si sia infortunato, teme addirittura che l’abbiano chiamato nell’Esercito: macché, Serano si trova nelle patrie galere, colto in flagrante mentre rubava una dozzina di fascine di legna. Vignal quindi si accomoda tra i pali e l’impressione è quella di un talento naturale: esplosivo, reattivo e mezzo matto, come si conviene ad ogni buon portiere. Lo diceva il nonno, senza una rotella. È talmente bravo che arriva prima il Toulouse (e con i viola del TéFéCé vincerà la simbolica “Coupe de la Libération” a guerra finita) e poi la chiamata dalla capitale, dai "pinguini" del Racing.
Il suo stile ed il suo atletismo rivoluzionano il ruolo del portiere, almeno fino a come si era visto sino ad allora in Francia: come tradisce anche il nome, il Racing nasce come club d’atletica, salvo poi diventare polisportiva nel corso degli anni, uno di quei club omnisports che ha fatto la fortuna di tanti atleti d’Oltralpe. A Vignal, per scherzo ma nemmeno troppo, propongono di allenarsi anche con la squadra di atletica: ridicolizzati i velocisti sui 60 metri e asticella dell’alto fermata ad 1,85 in era pre-Fosbury.
"Metterci la faccia"
I racconti dell’epoca e le foto che ci arrivano (oggi penseremmo ad una grande opera di Photoshop...) raccontano di una via di mezzo tra Higuita, con cui condivide non solo il nome di battesimo, ed il mitico Ed Warner, il portiere-karateka della Toho che tutti noi (almeno spero) avremmo voluto titolare al posto di quel fighetto di Benji nella nazionale giapponese. Oltre all’atletismo, non è certo il coraggio a far difetto a René Vignal: il suo marchio di fabbrica diventa presto l’uscita spericolata sui piedi degli attaccanti, assieme al tuffo a volo d’angelo e alla manchette, la respinta di avanbraccio. Se quest’ultima non crea danni, le prime due carrateristiche portano presto delle conseguenze non proprio piacevoli: è la prima delle due statistiche che segnano la carriera di Vignal. Diciannove fratture. Parecchia avrebbe smesso dopo la prima, che avvenne quando era ancora al Toulouse in un derby occitano col Bordeaux: uscita tra i piedi dell’attaccante dei Girondins, il quale non si ferma e prende in pieno il portiere. Distaccamento della retina e frattura dell’osso temporale: da quel giorno in poi, il berretto di René non sarà più solo un vezzo, ma una necessità, visto che all’interno nascondeva una specie di primitivo caschetto di protezione.
"Sortie aérienne"
Proprio questa mancanza apparente del senso del pericolo rese velocemente René una figura di spicco, a cui la stampa dedicava spesso e volentieri le proprie attenzioni: accanto a France Football e L’Equipe, non era raro trovare articoli o fotografie del portiere del Racing su France Soir, e quasi sempre per le sue avventure extra sportive nei vari night club della capitale francese.
René è ormai lontano dal ragazzetto che dava una mano nella vigna di Béziers e la bella vita parigina non gli dispiace affatto: miracolosamente, non è uno di quelli che si lascia prendere la mano dalla bottiglia. Il vino rosso non gli piace, René ne ha bevuto troppo e di non ottima qualità quando si vendemmiava ed i film di gangster che renderanno famosi whisky e gin non hanno ancora fatto furore in Francia (ci si arriverà di lì a poco, con il mitico Du Rififi chez les Hommes, nel 1955), quindi per lui ed i suoi amici si serve solo champagne. La classe René, in campo e fuori.
Già perché in campo, tra una frattura e l’altra, Vignal continua a far furore, fino ad arrivare alla maglia numero 1 della nazionale francese, per ben 17 volte ed in palcoscenici storici, contruibuendo al primo storico pareggio dei bleus in casa degli amati-odiati inglesi, parando anche un rigore nella partita di Highbury. Ad un altro rigore parato in terra britannica, in quel di Glasgow, è legato uno degli aneddoti più folli della carriera da giocatore di Vignal, un
episodio che sembra essere a metà tra un film di Stallone (ed in effetti, una certa somiglianza con Sly in Fuga Per La Vittoria, sembra esserci) e quelle storie che l’amico di mio cugino ha sentito da uno che era presente: Young, tornante destro della Scozia, si presenta sul dischetto a metà del secondo tempo; ha capito che si trova di fronte un portiere particolare e che per battere la sua esplosività c’è bisogno di un tiro decisamente potente. Al fischio dell’arbitro, Young fa partire una bordata clamorosa che però Vignal non solo intuisce, ma ci arriva comodo. Voilà, allo scozzese gli pariamo il rigore con il marchio di fabbrica, solo che la manchette opposta al penalty fa schizzare il pallone altissimo ed oltre il cerchio di centrocampo! Ora, da questo episodio son trascorsi circa 65 anni ed il relatore è lo stesso Vignal, quindi c’è da fare una necessaria tara alle proporzioni, ma giornalisti dell’epoca sembrano quantomeno confermare la straordinarietà dell’evento.
Con le sue gesta in campo internazionale, la popolarità di René Vignal raggiunge il suo apice: il Racing quando è chiamato per amichevoli all’estero, contratta due ingaggi, uno standard e uno con “tariffa René”, superiore circa del 30% al precedente e subordinato alla presenza del loro portiere volante. Purtroppo però, le fratture cominciano a farsi sentire, nonostante René cominci a farci l’abitudine: in una partita al Parco dei Principi finisce con un radio in pezzi, ma rifiuta comunque di lasciare il campo ed i compagni in inferiorità numerica.

È il 1954 e a soli 28 anni René Vignal è costretto a ritirarsi: prova a mettersi a disposizione della Federazione, cercando di iscriversi al corso di formazione per allenatori, ma lo mandano via perché è ancora troppo giovane per prendere i gradi da “trainer”. Gli rimane la bella vita parigina: le donne, soprattutto quelle di una certa età, lo adorano e una di queste gli regala un appartamento nel quartiere di Clignancourt, con tanto di “diaria” per il disturbo; c’è da immaginare che René non spiegasse alla signora come parare i calci di rigore...
Cerca di riconvertirsi in “uomo immagine”, d’altra parte il suo è ancora un nome che attira le folle, anche se non più allo stadio: lavora per Ruinart (un distributore di champagne, ovviamente...) e come venditore di Martini di giorno, ma la sua vera occupazione rimane quella di frequentatore dei cabarets e dei clubs di Pigalle. Il problema è che all’epoca, oltre alle inevitabili donnine discinte e ad attori come Belmondo e Chevalier, tali locali servono anche da ritrovo per i personaggi di spicco del milieu, la criminalità organizzata che fa base a Marsiglia ma che non disdegna di fare affari nella capitale e va in sollucchero quando si trova nello stesso locale dell’ex portiere della nazionale francese. I fratelli Antoine e Memé Guerini sono tra i più attivi, stringono amicizie, fanno foto e soprattutto, presentano gente: oh ecco, giova ricordare come i due fratelli corsi, sebbene fossero nella fase di “riconversione” in cui cercavano di fare affari all’apparenza puliti, sarebbero sempre quelli della famosa “French Connection”, che si occupava di far arrivare l’eroina negli States nella misura di 270 kg per mese...
French Connection (sullo sfondo, un emulo di Gabriele Paolini?)
Quindi, ciò premesso, potete immaginare che le persone che venissero presentate a René Vignal non fossero esattamente teologi e filosofi del diritto, mentre ricorrevano sovente nome del tipo “Jo il Chimico”, “Serge il Bello” e soprattutto “Francis Mani di Fata”. Quest’ultimo in verità col giro grosso dei Guerini aveva ben poco a che fare e bazzicava l’ambiente proprio in cerca della grande occasione, in ragione del fatto che quel soprannome se l’era meritato sul campo a forza di rapine...René è reduce da una carriera distrutta, un divorzio devastante che gli toglie i due figli e molti risparmi, all’ennesima proposta di “colpo facile” cede all’insistenza di Francis e si affida alle sue mani di fata. Ed in effetti, i colpi sono davvero abbastanza facili e si susseguono senza colpo ferire (a questo ci tiene particolarmente René, che accetta a patto che non ci sia violenza alcuna) fino ad arrivare a 27 rapine, per un totale di 65 milioni di “vecchi franchi”.
Al processo, i suoi complici prendono tutti 5 anni, René invece se ne vede comminati il triplo, nonostante a suo favore arrivino le testimonianze di Kopa, Batteux e Fontaine: un po’ come se ad un teorico processo contro Barthez arrivassero a testimoniare Zidane, Deschamps e Thuram (che poi, siamo sicuri che i suoi ex compagni di squadra si spenderebbero in prima persona per il portiere pelato? No, perché a occhio, Barthez mi è sempre sembrato un discreto idiota...). Il giudice dimostra di gradire il giusto e al “Justo” dice testualmente: “Monsieur Fontaine, non sono qui per giudicare il calciatore ma il rapinatore!” che in effetti non fa una piega...tant’è, Vignal andrà in carcere con la convinzione che il sistema penale abbia voluto far di lui un esempio e nelle patrie galere ci resterà circa 10 anni, fino al rilascio per buona condotta. Del calcio, almeno ad alti livelli, non ne vorrà più sapere.
Oggi, René Vignal vive in un appartamentino alla periferia di Tolosa, non ha praticamente idea di quello che succeda nel calcio ed ha ancora problemi di vista a causa delle tante pedate rimediate nelle uscite sui piedi degli attaccanti. Per lui è una magra consolazione, ma nella mia personalissima classifica dei calciatori più matti e fuorilegge, ha appena soffiato il gradino più alto del podio ad Higuità. Sarà il nome René, che vi devo dire...

lunedì 10 giugno 2013

Inglourious Glories, Ch. IX, Selección Peruana de Fútbol


Il 31 maggio 1970 il Perù trema fortissimo. Una scossa di terremoto di magnitudo 8.1 della scala Mercalli investe i dipartimenti di Áncash, Yungay, Lima e La Libertad.
Il sisma provoca la morte di quasi 80.000 persone.   Altre 20.000 risultano disperse.   Città come Chimbote, Casma e Huarmey vengono completamente distrutte.
I 45 secondi di terremoto causano anche la rottura dei ghiacci della parete nord del massiccio di Huascaran, sulla Cordigliera Andina, e la conseguente alluvione della provincia di Yungay.
Il Peru è in ginocchio.

Due giorni dopo la tragedia, il 2 giugno 1970, la Nazionale di calcio peruviana fa il suo esordio ai Mondiali di calcio in Messico.   Contro la Bulgaria.

Per le Qualificazioni al Mondiale della zona CONMEBOL, il Peru era stato inserito nel primo dei tre gironi, assieme a Bolivia e Argentina. Sfruttando il fattore campo i peruviani avevano ipotecato la qualificazione già alla terza giornata, con un rotondo 3 a 0 ai boliviani, che andava a sommarsi alla precedente vittoria di misura contro gli argentini.   Il pareggio (2 a 2) all'ultima giornata alla Bombonera di Buenos Aires aveva portato il punto mancante per la qualificazione al Mondiale messicano.

Ai Mondiali, il Peru si presenta come una vera e propria incognita.   La squadra è per lo più formata da giovani ancora poco affermati, pressoché sconosciuti al di fuori dei confini nazionali.
 
Hector El Granitico Chumpitaz
L'allenatore Valdir Pereira, meglio noto come Didì (tra le altre cose, due volte campione del mondo con la Nazionale brasiliana, nel '58 e nel '62) decide di affidare le chiavi della difesa ad un ragazzo di 26 anni che gioca nell'Universitario, Hector Chumpitaz.   Nato a Canete da famiglia di imprenditori e trasferitosi in giovane età a Lima, dove inizia a giocare nell'Unidad Vecinal Numero Dos per poi affermarsi nel Deportivo Municipal, Chumpitaz è soprannominato in patria El Granitico. I capelli crespi e lunghi ma mai troppo e la bocca larga. Lo sguardo di Chumpitaz è sempre serio.  Nonostante la giovane età già un anno prima era stato premiato come Miglior Difensore del Sudamerica dalla rivista El Grafico.

La regia del centrocampo è, invece, nei piedi di un ragazzino nato nel distretto di Puente Piedra, a nord di Callao. Si chiama Teofilo Cubillas. Classe '49 e nessuno lo conosce. Si sa solo che da qualche anno gioca nell'Alianza Lima e che ha il compito di servire il centravanti della formazione: Hugo El Cholo Sotil, coetaneo di Cubillas e bomber di razza del Municipal, rapido e dal dribbling micidiale.

L'avvio contro i bulgari conferma ogni peggior timore. La squadra di Bojkov passa subito in vantaggio con Dermandzhiev e raddoppia ad inizio ripresa con Bosiev. ll colpo è forte e ben assestato, ma il Peru ha la fortuna ed il coraggio di accorciare immediatamente le distanze, con l'ex-cagliaritano Alberto El Jet Gallardo. I sudamericani continuano a spingere e riescono a pareggiare con Chumpitaz al 55esimo. Una boccata di ossigeno dopo la grande paura.

Sul 2 a 2, fra il frastuono del pubblico, la partita si trascina indolente per una decina di minuti o poco più. Fino al minuto 73.
Ramón Mifflin, raffinato interno dello Sporting Cristal, porta palla a centrocampo. Il passaggio in verticale a Cubillas, che chiede e ottiene il triangolo, attaccando l’intervallo tra le linee avversarie. I centrali bulgari sembrano bambole mentre il peruviano scivola verso sinistra. Alza la testa, un altro passo. Il tiro non incrocia, battendo Simeonov in uscita sul palo alla sua sinistra.
Un istante. E la terra in Peru è come se smettesse di tremare. Come se per un attimo non ci fosse più alcun rumore.
El Nene, lo chiamano. Perché timido e con il viso pulito di un bambino.
Le braccia alzate verso il cielo, il numero 1 nella colonna delle vittorie e il successivo match contro il Marocco.
 
Ramón El Cabezón Mifflin, qui con la maglia dello
Sporting Cristal di Lima
Tra le squadre partecipanti al Mondiale, quella africana è sicuramente tra le meno temibili.
Il Peru tuttavia fatica, almeno nel primo tempo, a superare la difesa alla porta di Ben Kassou. Nel secondo tempo però l'aria cambia e arriva la doppietta di Cubillas, inframezzata dalla segnatura di Challe.
Un'altra vittoria e la qualificazione ai Quarti di Finale in tasca.
Contro la Germania Ovest, nell'ultima partita del girone, arrivano le pallonate (tripletta di Muller nella prima mezz'ora di gioco). E la rete di Cubillas nel secondo tempo rimane solo per le statistiche.
Ai Quarti, ai tedeschi l'Inghilterra campione in carica, ai peruviani il Brasile di Pele e Jairzinho, che nel proprio girone ha collezionato tre facili vittorie (oltre all’Inghilterra, Romania e Cecoslovacchia).

Il Quarto di Finale tra Brasile e Peru si gioca a Guadalajara, all'Estadio Jalisco, uno degli impianti più belli della competizione.
La storia racconterà di un Brasile distratto e di una vittoria a fatica. La realtà vide un Peru mai in partita e forse non ancora pronto per battere la squadra che quel Mondiale l'avrebbe fatto suo qualche giorno dopo a spese dell'Italia di Riva e Rivera.  Brasiliani sul 2 a 0 dopo un quarto d'ora con Rivelino e Tostao, rete di Gallardo e 3 a 1 ancora di Tostao. Nella ripresa la rete di Cubillas a riaccendere gli animi dei tanti peruviani in tribuna e il definitivo 4 a 2 a firma Jairzinho.

* * *

Il Peru non prenderà parte ai successivi Mondiali, in Germania. A spuntarla, infatti, nel girone di qualificazione sarà il Cile, complice anche l'assenza di Cubillas nel match di spareggio (2 a 0 all'andata con doppietta di Sotil e di nuovo 2 a 0 questa volta per i cileni, nel ritorno a Santiago). Curioso il fatto che la terza squadra del girone, il Venezuela, risulti "ritirato".
Si narra che i venezuelani, la cui storia calcistica internazionale è relativamente recente, alla prima apparizione in un torneo internazionale di prestigio, la Taça Independência del ’72 (una competizione organizzata in Brasile per celebrare i 150 di indipendenza), abbiano a dir poco sfigurato (segnaliamo solo un 10 a 0 dalla Yugoslavia) e che vari disaccordi in seno alle istituzioni calcistiche locali abbiano in quegli anni sfasciato, a livello gestionale ed organizzativo, la Nazionale.   E quindi il ritiro, d'accordo con la FIFA, dalle qualificazioni per il Mondiale tedesco.
Poco male, sia per il Peru sia per il Venezuela. Il divario scavato da Olanda e Germania nel 1974 era, in ogni caso, troppo ampio. Un calcio differente.

* * *

Nel 1975, invece, la sfortuna e l'inesperienza che avevano accompagnato il Peru negli ultimi anni svaniscono d'un colpo.
Mentre Love will keep us together di The Captain and Tennille e Fame di David Bowie scalano le hitlist di tutto il Mondo, la nazionale peruviana prende parte alla Coppa America.
Proprio a partire dal '75 la Coppa America ha una nuova formula. Fase a gironi, semifinali e finale. Nessun Paese organizzatore e scontri andata e ritorno. L'Uruguay - Campione uscente - ad aspettare in semifinale le vincenti dei tre gironi eliminatori.

Il Peru pesca bene: Cile e Bolivia. Ma deve fare i conti con la pesante assenza di Hugo Sotil, che il Barcellona non lascia partire alla volta del Sudamerica.
Per fortuna dell'allenatore Marcos Calderon per la fase a gironi bastano i gol di Percy El Trucha Rojas, Oblitas e Cubillas. Il Peru è imbattibile in casa (3 a 1 sia contro il Cile sia contro la Bolivia) e sereno fuori (una vittoria a Oruro e un pareggio a Santiago).
La Blanquiroja vola in semifinale, dove la attende il Brasile di Vanderlei e Dinamite.

A dire il vero quello allenato da Osvaldo Brandao è un Brasile strano. Per scelta, tra le sue file non ci sono i vari Falcao e Jairzinho ma solamente giocatori provenienti dallo Stato di Minas Gerais. In altre parole, giocatori per lo più di Cruzeiro e Atletico Mineiro.
 
Enrique El Loco Casaretto, qui con la maglia del
Club Universitario de Deportes di Lima
Andata a Belo Horizonte, senza Rojas. Al suo posto Enrique El Loco Casaretto, delantero d'esperienza e dalle basette importanti, come impongono le mode di quegli anni. In carriera ha sempre segnato tanto e, fuori dal campo, a palmares ha anche una relazione con Gisela Valcárcel, la reina del mediodia televisivo sudamericano.  Alla prima palla utile, la punta non sbaglia e fora anche Plassman, portiere della Seleção.
Ad inizio del secondo tempo, però, un gol rocambolesco di Roberto Batata riporta il risultato in parità. Il Brasile è di nuovo in gara e prendono forma gli spettri di sempre. Anche contro un Brasile strano e nonostante il bel calcio espresso, il Peru fatica. E Belo Horizonte dai televisori di Lima sembra bruttissima.

Fino al minuto 82.
 
Punizione appena fuori area. Sulla palla El Nene.
La rincorsa è breve. Il corpo rigido, quasi pietrificato al momento del calcio. La traiettoria è rassegnazione nella mente di Plassman.
Un altro istante. Il Peru sospeso in un respiro. Vantaggio peruviano a Belo Horizonte.
Dopo qualche minuto, Casaretto segna di nuovo. 3 a 1 in casa del Brasile. Nessuno lo aveva mai visto. Forse nessuno lo vedrà più.

El Nene
Il ritorno a Lima è l'ennesimo soffio infinito.
Già al decimo del primo tempo i brasiliani sono in vantaggio (autogol di Melendez). Ad inizio ripresa il raddoppio, a firma di Campos, abile a sfruttare un'indecisione di Chumpitaz. Il Brasile spreca ancora. Il Peru sembra bloccato, lontanissimo dall'impresa ipotecata all'andata.
 
Il risultato rimane inchiodato e tocca alla sorte. Tra le due contendenti, a scamparla è il Peru, si dice perché al bambino incaricato di estrarre la pallina vincente fosse arrivata voce di privilegiare la pallina fria. E migliaia di persone riprendono fiato dopo interminabili minuti di apprensione.
 
In finale la Colombia, che con una certa facilità ha avuto ragione dell'Uruguay.
A Bogota diluvia. Il campo è inzuppato e lento. Il vantaggio colombiano beffardo. Punizione sulla sinistra. Gli ospiti, concentrati sulle proteste, dimenticano di posizionarsi in barriera. Castro calcia verso la porta difesa da Otorino Sartor. La palla finisce la sua traiettoria in una pozza nell’area piccola, schizza ovunque e passa sotto le gambe di quest'ultimo. Senza Cubillas e Sotil, trattenuti in Europa. rispettivamente. da Porto e Barcellona, il Peru gioca male e non riesce a raddrizzare il risultato.
 
Juan Carlos Oblitas
soprannominato El Ciego perchè giocava con le lenti a contatto
All'Estadio Nacional di Lima tocca vincere.
I peruviani si scrollano di dosso il nervosismo e iniziano fin da subito a macinare gioco contro una Colombia che ambisce chiaramente al pareggio.
Arriva subito il vantaggio di Ramírez, a dire il vero molto contestato dai colombiani per una sospetta posizione di fuorigioco. A mettere tutti d’accordo è una magia del Ciego Juan Oblitas: dopo un’azione personale nell’area avversaria, il talento di Mollendo sembra andare verso l'esterno sull'uscita di Zape ma con un tacco coglie tutti in controtempo e porta il Peru sul 2 a 0. Ad uno storico desempate.

28 ottobre 1975. Caracas. Estadio Olímpico Público. Pioggia torrenziale. Dai televisori di Lima sembra Caracas sembra bruttissima. Un film già visto, i dolci piedi peruviani bloccati dal campo e la Colombia ad abbracciare il lieto fine. Ma tra le file della nazionale peruviana c'è una sorpresa. Per l'occasione Calderon può di nuovo contare sulla "Dupla de Oro". Cubillas e Sotil sono in Colombia con i compagni. E la Colombia ha paura.
El Nene gioca per ciò che è: un genio. Chiama palla, verticalizza, conclude. E' immarcabile. Si procura un rigore, ma lo sbaglia. Prova a forare Zape con una gran botta da fuori, ma la traversa gli dice di no. Ci riprova e trova la respinta di un difensore avversario. Sulla palla si avventa El Cholo. Corpo in avanti e sguardo fisso all'angolo sinistro. Steccata secca, rasoterra. 1 a 0. Caracas è zittita. La Colombia non si alza più.

Il Peru è Campione del Sudamerica.
 
* * *
 
Juan Domingo Perón
Fresco vincitore della Coppa America, il Peru non inciampa nel corso delle Qualificazioni al Mondiale 1978, staccando il biglietto ai danni di Ecuador e Cile nel primo girone e della Bolivia (costretta ad uno spareggio contro l’Ungheria – perso dai boliviani per 9 a 2 nell’aggregato) nel girone finale.

Il Mondiale di Kempes e senza Johan Cruyff. Del Processo di Riorganizzazione Nazionale e di Jorge Videla, cattolico e anticomunista con la faccia da attore. E del logo sbagliato, perché ispirato al saluto di Perón.

Il Peru viene inserito nel girone di Olanda, Iran e Scozia.
E proprio quest’ultima è il primo avversario di Cubillas e compagni. Il pre-Mondiale scozzese era stato altisonante. MacLeod, il Cittì, aveva promesso grandi prestazioni e almeno il terzo posto, forte della stella Kenny Dalglish, già leggenda del Celtic e appena passato al Liverpool.
 
Cesar El Poeta Cueto
L’esordio Mondiale scozzese si rivela invece un incubo. Cubillas ha un altro passo. Si muove tra le linee e rende un nulla la difesa avversaria. Dopo l’immeritato vantaggio della Scozia, con Jordan, El Poeta Cueto ristabilisce la parità con un’incursione centrale. Il secondo tempo è un monologo del bambino nato a Puente Piedra.
Minuto 70. Punizione dal limite sinistro dell’area di rigore. Cubillas sfrutta la finta del compagno e con un’esterno fortissimo insacca nel Sette. Alan Rough, il portiere biancoblu, non capisce. Probabilmente non capirà mai. Peru in vantaggio.
Minuto 76. Azione di contropiede. Cubillas accena due passi, come passeggiasse. All’improvviso destro fortissimo nello stesso Sette. Alan Rough continua a non capire. Forse è impossibile capire.
Il bambino è diventato mago, il numero 1 nella colonna delle vittorie e il successivo match contro l’Olanda.

Un pareggio a reti inviolate che ha il sapore della vittoria. Quell’Olanda, sebbene senza Cruyff continuava a giocare un calcio diverso, uno sport differente a firma Rep e Resenbrink.
Tutto facile per gli uomini di Calderon nella terza partita contro l’Iran. Cubillas è sempre più immarcabile (tripletta) e assieme a Velasquez e al Poeta forma una mediana stratosferica. Il Peru si qualifica quindi alla seconda fase a gironi del Mondiale argentino. Purtroppo però le avversarie sono tra le peggiori: il Brasile di Zico, Amaral e lo zingaro Dirceu, l’Argentina padrone di casa e la Polonia di Boniek.
 
Il Peru perde alla prima contro il Brasile e ha sfortuna contro la Polonia (1 a 0, gol di Szarmach).

L’ultima partita è nient’altro che una rovinosa fine. La realtà dei gol di Kempes (2), Tarantini, Luque (2) e Houseman. L’immagine del sogno che si interrompe. L’immagine peggiore perché - si dice - truccata dalla necessità degli argentini di raggiungere la finale. Sul risultato strambo, sull’esigenza degli argentini di segnare più di quattro gol per estromettere il Brasile, sulla nazionalità argentina del portiere Quiroga (nazionale peruviano solo grazie a un passaporto fornitogli assieme al contratto dallo Sporting Cristal di Lima) si spaccheranno la testa in tanti.
Quel che resta è un Mondiale vinto tra le ombre e la fine sporca, miserabile della generazione de oro.
 
* * *

18 novembre 2007. Forse la pagina più buia della storia recente della nazionale peruviana. Dopo l’incontro a Lima contro il Brasile, valido per le qualificazioni al Mondiale sudafricano, Claudio Pizzarro, Jefferson Farfan, Andres Mendoza e Santiago Acasiete vengono scoperti in compagnia di ragazze e alcool nelle stanze dell’Hotel Golf Los Incas, sede del ritiro del Peru prima del successivo incontro contro l’Ecuador.
Gli organi competenti della Federazione peruviana decidono per la mano pesante: 18 mesi senza la possibilità per i giocatori coinvolti di essere convocati (verranno poi ridotti a 3). Per il calcio peruviano è un colpo tremendo. Pizarro e Farfan erano considerati la luce dopo due decenni di buio pesto. Finalmente il Peru aveva tra le sue fila giocatori di spessore europeo e sognava un ritorno alle vette. Donne e alcool avevano rovinato tutto.
 
Nel 2010 solamente la fine dell’esilio. A convocare nuovamente Pizarro, Farfan e Acasiete (ma non, per ragioni tecniche, Mendoza) è un allenatore uruguaiano da poco sulla panchina della Blanquiroja.
Sergio Markarián è nato a Montevideo e nella sua vita ha allenato ovunque. Racconta di aver scelto il mestiere di allenatore dopo aver assistito alla sconfitta dell’Uruguay contro l’Olanda nel ’74.  La sua è la disperata lotta di chi deve ricostruire su 30 anni di macerie e gestioni scellerate. Un compito quasi impossibile. Ha deciso di lasciarsi alle spalle la generazione dei Solano e dei Palacios, ripartendo dai ragazzini, da Carlos Kaiser Zambrano, Yoshimar Yotún, Paolo Guerrero e Juan El Loco Vargas. Da una linea offensiva spregiudicata e spesso eccessiva. Vulcanico e calcolatore, la voce trascinata, quasi svogliata. Il cappelino sulla testa e la pancia tirata. Prepara le partite con strategia esasperata. L’occasione è ghiotta, alle qualificazioni per il prossimo Mondiale non prende parte il Brasile e anche se Colombia e Cile spingono forte, i posti che contano non sono troppo lontani. La sua è la disperata lotta contro un passato de oro e miserabile.
 
Juan Manuel El Loco Vargas
 

sabato 8 giugno 2013

Cantami, o Diva, di Walter Junior Casagrande


Walter Junior Casagrande
Sono nato ad Ascoli Piceno, l’8 febbraio del 1990. Nella primavera del 1998 andai per la prima volta allo stadio. L’Ascoli giocava in quella che ancora si chiamava C1 e i gironi erano divisi tra le squadre del nord e quelle del sud. In quell’Ascoli la maglia numero 10 era indossata con eleganza da Mario Massimo Caruso, e credo che quello sia stato il primo calcatore di cui mi sono innamorato. Quando andavo allo stadio mio padre mi teneva per mano e quando gli dicevo che secondo me Caruso era “il giocatore più forte tutti”, lui non tirava in ballo Van Basten, Maradona o Gullit:

Perché te non hai mai visto giocare Walter Junior Casagrande”.

Walter Junior Casagrande io lo vedevo attraverso i racconti di mio padre, perché ancora non c’era You Tube. Vedevo le sue incredibili giocate, l’infortunio che per un periodo a me imprecisato, lo sottrasse al campo di calcio, il suo ritorno e quelle punizioni imparabili che in quelle storie che stavo ad ascoltare avidamente permisero all’Ascoli di salvarsi. Era tutto immerso in una nebbia pre-storica, come l’Iliade, un tempo indecifrato, con personaggi tratteggiati con segni imprecisi. Ogni volta che mi parlava di quelle partite Casagrande me lo immaginavo proprio come Achille, con i capelli lunghi, lo sguardo segnato da tante battaglie, le gambe lunghe e fragili, l’eroe che solo tornando a mettere un piede in campo riusciva a dare coraggio ai compagni.

Quando sono cresciuto ho scoperto tante altre cose riguardo Casagrande. Ho scoperto che era nato calcisticamente in quel capolavoro di democrazia che fu il Corinthians di Socrates, quella squadra in cui ogni decisione veniva presa per alzata di mano, in cui calciatori e membri dello staff tecnico contavano tutti nello stesso modo, ogni testa un voto; quella squadra che quando Casagrande chiese di poter tornare in anticipo da una tournée lontana dal Brasile, perché proprio nei giorni prima della partenza aveva conosciuto una ragazza bellissima e voleva rivederla al più presto, gli permise di abbandonare il ritiro e di andare dalla sua amata. Ho scoperto che Casagrande dopo la parentesi nelle Marche, venne acquistato dal Torino, e lo trascinò in finale di Coppa UEFA, quando i granata persero con l’Ajax pareggiando 2 a 2 all’andata e zero a zero al ritorno, colpendo tre legni, quando Mondonico al cielo di Amsterdam non sollevò la coppa, ma una sedia.

Di Casagrande ho scoperto anche il lato più cupo, quello che mio padre non mi aveva mai raccontato, perché ogni Achille, per sentirsi vivo, ha bisogno di un tallone. Casagrande nel 1982, Quel Millenovecentottantadue, non prese parte ai mondiali in Spagna, Quei Mondiali in Spagna, perché, diciannovenne, venne trovato in macchina con della cocaina. Casagrande si sentiva tremendamente vuoto, forse perché dopo aver sfiorato il tetto d’Europa, la finale di Champions vinta dal Porto, ma vista dalla tribuna perché infortunato, era finito a lottare per la permanenza in Serie A, e quel vuoto aveva cercato di riempirlo con l’eroina. Viveva nel mito di Jimi Hendrix e di Jim Morrison e anche lui, come tanti altri, era convinto di quanto fosse meglio correre al massimo per poco tempo, condurre una vita da centometrista, piuttosto che appoggiarsi a un’esistenza da lento maratoneta. Quando Casagrande smise di giocare il vortice dell’eroina lo inglobò ancora di più.

Casagrande ha visto due volte la morte in faccia, prima un malore davanti alla sede di Rete Globo, poi un incidente stradale.

Casagrande, però, ora sta bene.

martedì 4 giugno 2013

Lo strano caso di Philippe Montanier

Questo post è solo una domanda, una semplice domanda, che rivolgo a chi tra di voi è più attento e assiduo di me nel seguire gli eventi della Liga spagnola e i rivolgimenti dello spirito umano. La domanda, per formularla nel modo forse meno inesatto, è la seguente: perchè Phillipe Montanier ha lasciato la Real Sociedad?

Qualche breve premessa per per provare a capire i fatti. Due anni fa giunge all'Anoeta un giovane ma praticamente sconosciuto allenatore francese, per la precisione normanno [non so se questo particolare possa essere rilevante], proveniente dal Valenciennes, dove aveva fatto bene. E' un tipo dal viso pulito e dai modi eleganti, ma schietti, che prima di fare l'allenatore è stato anche un portiere, difendendo in maniera dignitosa la porta di squadre mediocri come il Caen, il Tolosa e il Gueugnon. La prima stagione scorre via tranquilla, nel senso che l'Erreala si salva (obiettivo stagionale) senza particolari affanni, ma senza neanche mettere in mostra un gioco particolarmente brillante. Il rapporto tra la gradinata e il tecnico francese è di reciproco sospetto, se così si può dire, o se vogliamo, è un rapporto di fiducia che non è mai pienamente sbocciato. Montanier comunque viene confermato alla guida della squadra.

Questa stagione - la seconda - parte in chiaroscuro. La Real vince sempre in casa ma perde sempre fuori. Poi arrivano un paio di settimane zoppicanti e i mugugni si trasformano in boati di disapprovazione. La gente biancoblu chiede la testa di Montanier. In data 15 ottobre, ad esempio, il nostro amico Nima, sul suo diario txuri-urdin, scrive:
Abbiamo una buona squadra, composta da ottimi giovani giocatori, che questa stagione può ambire a qualcosa in più della solita salvezza. Inizio a credere che il problema sia l’allenatore. Ii Sig. Montanier a mio parere è un allenatore mediocre, non adatto alle ambizioni della società. Finche siamo in tempo dovremmo cambiare la conduzione tecnica. Purtroppo sono consapevole che tale cambio sia pura utopia… ma spero che presto accada.
Non è un sentimento isolato. Ricordo che in quei giorni ero, per casualità, in Spagna, e lessi sui giornali e ascoltai in televisione che da un momento all'altro questo Montanier doveva saltare (e insieme a lui il rojillo Mendìlibar). Poi, com'è giusto che sia (diciamo che anche a Roma abbiamo avuto i nostri problemi di conduzione tecnica), mi sono completamente disinteressato delle sorti della Real Sociedad, se non gettando ogni tanto uno sguardo alla classifica, compiacendomi per l'ottima stagione che stava vivendo [devo confessare, infatti, che ho una certa simpatia per la Real, dovuta principalmente al fascino di San Sebastiàn, la mia città preferita in Europa], ottima stagione dovuta alla definitiva consacrazione di eterne promesse come Carlos Vela, Xabi Prieto, Imanol Agirretxe (bomber fantastico) e Antoine Griezmann. Non mi sono mai più chiesto se, alla fine, Montanier fosse stato esonerato o meno e se, nel caso, quella prodigiosa risalita che in primavera portò la squadra a occupare il quarto posto fosse avvenuta per mano di un nuovo allenatore.

La settimana scorsa finisce il campionato e, con mia grande sorpresa, scopro che la Real ce l'ha fatta a conservare il posto in Champions League (battendo, nell'ultima giornata, il Depor a domicilio, e approfittando del crollo di quei coatti valenciani a Siviglia) [mi sia consentita una parentesi: lo scopro nel vero senso della parola, perchè sui giornali e siti sportivi spagnoli, per non parlare di quelli italiani, si tiene quasi nascosto questo fatto, relegato nelle tre righe di cronaca locale, perchè queste storie non solo non servono, ma fanno anche male al calcio business, e allora meglio continuare a sbrodolare all'infinito su Mou e Messi, Casillas e Neymar]. Un miracolo sportivo, che mi riempie di felicità, anche nostalgica, ricordando quella magnifica (e sfortunata) stagione di dieci anni fa in cui l'Erreala arrivò seconda dietro al Madrid al termine di una cavalcata strepitosa. Era quella una squadra che merita una lacrima a parte, non fosse altro perchè era guidata dalla coppia di attaccanti più brutti che l'Europa occidentale ricordi, Darko Kovačević e il turco Nihat, quell'anno semplicemente tarantolati, supportati inoltre da giocatori di valore e prospettiva come Xabi Alonso, Karpin, Aranburu e Gabilondo.

Torniamo ad oggi. La Real è quarta, Donostia è in festa, ma Montanier che fa? Annuncia che lascia la squadra. Esce dal gruppo. Se ne va. Ma non è che - come pure sarebbe legittimo - va in una grande squadra, o a guadagnare di più; non è che capitalizza la sua stagione memorabile per firmare un contratto migliore; non è che fa il salto di qualità; no, firma un triennale per il Rennes, modesta compagine bretone, prendendo per di più anche meno quattrini. Ma come, proprio ora che c'è la Champions da giocarsi? Proprio ora che a Donostia sei non dico amato ma almeno apprezzato? Proprio ora che il tuo nome è appuntato sui taccuini dei migliori direttori sportivi d'Europa? Proprio ora che la tua carriera ha preso il volo? Proprio ora che hai iniziato?

Mi domando, e vi domando, allora, i motivi di questa scelta, che a me rimane indecifrabile (perchè non conosco i retroscena e, soprattutto, non conosco l'uomo). Può essere che ci sia rimasto male per un anno e mezzo di scetticisimo più o meno latente, e che in questo modo si sia voluto togliere una soddisfazione personale. Può essere che sia voluto tornare in Francia per vincere anche in patria. Può essere che non regga la pressione di una stagione in cui bisognerà mantenere le alte aspettative. Può essere che abbia litigato con la dirigenza basca. Può essere che non creda al ripetersi dei miracoli. Può essere che sia un romantico, un pazzo, uno che segua le sue ispirazioni notturne, uno che non abbia paura di sperperare il suo talento, uno che se ne frega del successo. Qualcuno mi aiuti a capire.

La sua conferenza stampa finale di certo non aiuta. "Avevo due opzioni", traduco a braccio, "rinnovare e fare la Champions o affrontare una nuova sfida; nessuna delle due è migliore o peggiore, sono solo ragioni professionali. Rispetto l'offerta della Real, ogni proposta merita rispetto, ma è solo un'opzione professionale. La proposta della Real era buona, perchè al Rennes guadagnerò meno di quello che mi offrivano qui. Ma già una volta lasciai il calcio professionistico per andare in una squadra amateur, è un progetto che mi piace di più".

Mi chiedo cosa lascerà, oltre ai preliminari di Champions, questo elegante signore francese alla storia e alla memoria dei tifosi della Real Sociedad. A me ricorda molto el Ojo Silva, il cileno protagonista di un omonimo racconto del grande Roberto Bolaño, che, traduco sempre a braccio, "era sempre stato una persona strana e tuttavia accessibile, qualcuno che non imponeva la sua presenza, qualcuno a cui potevi dire addio in qualsiasi momento della notte e solo ti avrebbe risposto addio, senza rancore, senza un insulto". Perchè alle volte le storie è giusto che finiscano così, senza un motivo apparente, perchè anche se sembra un paradosso, è bello cominciarle proprio perchè un giorno possano finire. In fondo, è come nei viaggi; si viaggia sempre per tornare a casa o, in un certo senso, per riportare a casa il viaggio. E allora adieu monsier Montanier, il prossimo giro di sidra lo pago io.
 

venerdì 31 maggio 2013

Literaria: "Manicomio Football Club". Storie di campioni e colpi di testa.



Ci sono tutti (o quasi) e se non li abbiamo vissuti ne abbiamo comunque sentito parlare. Ci sono tutti (o quasi) e Andrea Romano ci racconta le loro storie con involontaria devozione, evitando di esaltare le loro bravate, al contempo evitando anche di giudicarle. Manicomio Football Club (Andrea Romano - Zero 91 - 2013): 16 storie 16 di artisti del pallone e della provocazione, di macellai tutta grinta e tacchetti, di chi ha fatto la storia in campo ma anche fuori, di chi è diventato idolo incontrastato della propria tifoseria e nemico numero 1 di tutte le altre.

Il calcio non è solo una punizione a foglia morta, un colpo di tacco, uno scavetto (perchè si chiama "Scavetto" e non cucchiaio) ma anche una reazione eccessiva, un'esultanza provocatoria, un cartellino rosso al momento giusto. Un libro che racconta l'uomo più che l'atleta. E lo fa tuffandosi nelle loro storie, nei loro vizi e nelle loro debolezze, nei loro "Colpi di testa" senza però mai mancare di rispetto. Un libro che parte da Harald Schumacher e dalla sua leggendaria uscita che quasi costò la vita a Patrick Battiston, commentata dallo stesso con un sarcastico: "Battiston ha perso due denti? Può stare tranquillo, gli regalerò una dentiera d'oro", che continua raccontando la vita di Bruce Grobbelaar a partire dalla sua esperienza nell'esercito della Rhodesia, passando per l'inizio carriera in Canada, la finale della coppa campioni a Roma (con le sue celebri quanto efficaci "Spaghetti legs") e lo scandalo scommesse dal quale uscì pulito.

Un  libro che racconta le vicende giudiziarie di capitan Tony Adams e la sua vittoria contro l'alcool, che ci parla della rivincita di Andoni Goikoetxea dopo le 18 giornate di squalifica per aver rotto la "Caviglia de Dios", delle svolte spirituali di Taribo West e di quando pensando a uno scherzo telefonico, Montero mandò a quel paese l'avvocato Agnelli. 


Molto belli i capitoli su Gazza - con una serie infinita di aneddoti (alcuni noti e altri meno) - e  su Roy Keane, dove viene raccontato il suo particolare rapporto con Brian Clough ai tempi del Nottigham.

Una guida a tutti i nostri idoli che non scivola nel banale neanche quando ci racconta le vicende che tutti conosciamo, come quelle di Best o Cantona, riuscendo nella non facile impresa di arricchirle con qualche particolare in più. Un libro che ci voleva, per esaltare quel lato del pallone che più ci diverte, che narra di gesta non proprio eroiche ma comunque eternamente scolpite nella nostra memoria. Un omaggio  alla faccia sporca del calcio, quella che oggi si combatte in nome del fair-play, escludendo i calciatori dalle nazionali per via del sempre più ipocrita codice etico e organizzando fasulli terzi tempi.

16 storie 16 raccontate con passione per rendere onore a chi ha acceso le nostre domeniche. 206 pagine utili più che mai in questo periodo in cui non esiste un solo centimetro del rettangolo di gioco non ripreso dalle telecamere, pronte a pescare ogni singolo equivoco comportamento dei 22 in campo, per poi riproporlo a ripetizione e permettere al giornalista o al perbenista di turno di puntare il dito, di sottolineare che così non si fa, perchè comunque i bambini ci guardano. 206 pagine che volano via. Tra un Effenberg che fa cornuto Strunz, un Edmundo che rimedia 40 giorni di stop per un esultanza molto poco british, Chinaglia e il suo fucile e Zigoni che  trova un modo molto poco carino per riscaldare chi si lamenta dell'acqua troppo fredda sotto la doccia. 206 pagine che scavano nella vita di 16 persone, che offrono goliardia e riflessione che non si ostinano a trovare una morale. Cronaca, pura cronaca per rendere certi gesti e certi atteggiamenti immortali. 16 storie di 16 folli, perchè comunque, vuoi o non vuoi, il calcio è anche, se non soprattutto, follia.

Manicomio Football Club (4-2-3-1) - Schumacher, Bruno, Goikoetxea, Adams, West, Gascoigne, Keane, Best, Cantona, Edmundo, Chinaglia. A disposizione: Grobbelaar, Montero, Effenberg, Zigoni. Allenatore: Raymond Domenech.

giovedì 23 maggio 2013

Lassame perde


In vista del derby più derby che c'è, l'imperativo è tenere bassi i toni. Lo dicono tutti: presidenti di vario genere, prefetti, sindaci ed alti prelati. Anche i commentatori TV ripetono questo ritornello da più di un mese.

Mi allineo a questa saggia valutazione. Low profile, è solo una partita di calcio in fin dei conti.
Che poi del portaombrelli a noi che ci frega? Sarebbe la decima, garantirebbe l'accesso all'Europa League ed alla Supercoppa Italiana contro la Juventus, ma ci importa davvero?

In ottemperanza a tale indicazione negli ultimi giorni avviene che i presidenti dei club capitolini vengono invitati da Papa Francesco per una benedizione (o estrema unzione).



Ma - dico io - a voi sembra una cosa normale? Sottacendo ogni valutazione di carattere religioso o politico - farei chiudere il blog in 9 secondi netti, roba che neanche Usain Bolt - vi sembra normale che il Papa, il  vicario di Cristo sulla Terra, debba benedire il derby della Capitale!!!!???

Una roba del genere sembra uscita da un film di Monicelli,  con l'affabile James "core de roma" Pallotta nelle vesti di Onofrio del Grillo. 

Stempera i toni anche un lampadatissimo candidato sindaco, che  parla di "lutto nazionale" in caso di macata vittoria della Roma.

Anche la gestione dell'evento è stata all'insegna del minimalismo:  sono stati preallertati circa 2000 poliziotti per la partita ed allestiti presidi in tutte le piazze principali della città.

Clima rilassato, non c'è che dire.

Qualche genio pensa inoltre di invitare questo tizio a cantare prima della partita.




Più che di cori razzisti, lunedì si parlerà dell'iniqua spartizione delle membra del malcapitato tra i capi ultras dei vari gruppi delle due fazioni. Se avanzano, gli occhiali sono miei.

 ***

Nel mio piccolo anche io mi sono attenuto alle direttive e - pertanto - la vivo con un certo distacco.

Devo confessare però che alcuni effetti collaterali li ho notati.
Alle 7 non mi serve più la sveglia. Il caffè non posso berlo. Fumo come Funari e bevo come Fred Buscaglione.
E poi ascolto tanta radio, leggo quotidiani e aggiorno compulsivamente stupidi siti che parlano di entrambe le squadre.

Capita poi che in una piovosa pausa pranzo, mentre vado a caccia di boxer per una nota via di Roma Sud (per inciso, siano maledetti quei cinesi chic che hanno chiuso la catena di negozi da cui mi rifornivo da 20 anni) incontro Daniele De Rossi.

Tripudio. Mi emoziono molto. Non è grasso come sembra. Trovo coraggio e mi avvicino.

"Daniè - farfuglio visibilmente emozionato - mi raccomando per domenica".

Mi guarda con un aria un po' stravolta (cit.) e mi dice "Lassame perde, so'n fascio de nervi."

Resto di sasso. La faccia era quella di chi soffre come un cane. Per intenderci, quella del pischeletto della salumeria sotto casa che tra una consegna e l'altra canticchia "..sei fantastica, superfantastica.." in motorino, con il casco all'altezza della nuca ed i gomiti larghi.

Mi allontano. Ora si che sono sereno.

Per dovere di cronaca, non trovo le agognate mutande. Pare che a Roma Sud i boxer non si usino più.

Peccato, per i prossimi tre giorni avevo stimato che me ne servissero almeno 7 paia.

Quello che segue è un piccolo pensiero a quelli dall'altra parte dello stadio. Penso che il loro umore sia pressoché lo stesso che ho io.




martedì 21 maggio 2013

Riflessioni sul Manchester City


Francis Lee


Doyle battè la rimessa, Lee irruppe nella fragile difesa del Newcastle e scagliò il pallone alle spalle di McFaul: 4-2! Era nostro. Potevo assaporarlo. Lee salì sul muretto dietro la porta in cui aveva appena segnato, le braccia in alto, in attesa dell'adorazione, che gli venne tributata in egual misura da tifosi e compagni.
Lee si vide annullare un altro goal, e fatalmente, a cinque minuti dal termine, un errore di Doyle provocò il 4-3. Lo united intanto aveva accorciato le distanze all'Old Trafford. Tutti i più spaventosi pensieri che avessero mai attraversato la mia mente tornarono a ossessionarmi. Se Mulhearn regala due goal in tre minuti e lo United pareggia, schiatterò. Il traversone è indirizzato verso il palo lontano... e Mulhearn resiste. Il direttore di gara guarda l'orologio. Mi manca il respiro. I giocatori quasi si fermano aspettandosi il fischio finale. L'arbitro fa cenno di continuare. Doyle butta via il pallone e il Newcastle avanza di nuovo. Sto per morire dalla paura E' come se fossi in un altro mondo. Non so dove mi trovo. Dov'è questo mondo? Il City vincerà il campionato in questo mondo? E poi David mi abbraccia e salta su e giù. E' finita, abbiamo vinto. Sto urlando e non sono il solo. E' un isterismo di massa, come i Beatles e le loro scatenate giovani fan.
(Colin Shindler - La mia vita rovinata dal Manchester United)



C'è un attimo preciso, forse una frazione di secondo, è l'istante appena dopo che un calciatore della tua squadra scocca il tiro verso la porta avversaria, in cui tu prendi fiato, rizzi la schiena e cominci ad alzare le braccia, ancora incerto se quel gesto servirà ad esultare o a disperarti. Il 13 maggio 2012 quel momento a Manchester è durato un'eternità. Quello del Kun è un gol rivoluzionario, importante quanto la caduta del muro, un cambio dei tempi, una rete che in un certo senso ha mutato per sempre la storia. A cambiare la storia ci provò già una volta il gol del 4 a 2 di Francis Lee in quel di Newcastle, nel lontano 11 maggio del 1968, gol che metteva in banca il secondo titolo del City a danno proprio dello United. La vittoria in campionato arrivò, ma fu parzialmente rovinata dall'impresa dei ragazzi in rosso, che appena 17 giorni dopo alzarono al cielo di Wembley la loro prima coppa dei campioni, frantumando le ossa del leggendario Benfica di Eusebio. Il Manchester United è come quel cugino (o figlio di amici di famiglia o dei vicini) che quando tu fai qualcosa di buono, lui riesce comunque a metterti in ombra, del tipo: tu trovi un bel lavoro lui viene promosso, tu ti fidanzi lui si sposa e fa un figlio, quello che tutto il resto della tua famiglia guarda con ammirazione nonostante sia uno stronzo arrogante, simpatico come una ginocchiata nelle palle. Manchester, un città e due facce, quella che ride e che si da di gomito dopo il goal di Mackie certa come non mai che il destino sia nuovamente pronto a sorridergli e l'altra, quella già in lacrime dopo il pareggio di Cissè, certa che il destino sia nuovamente in procinto di sputargli addosso. Il finale sembra scritto ed è sempre il solito, con la città bardata di rosso a celebrare l'ennesimo trionfo.

La delusione... Questa sconosciuta..

Di quel 13 maggio 2012, ci sono due immagini fisse nella mia testa. Una, quella forse più nitida, è di una cicciona bionda a Sunderland, che agita le sue grasse braccia red devils al cielo, convinta di averla sfangata ancora una volta, poi però, sente un boato e sempre con i suoi pugnetti lardosi al cielo, si rende conto che intanto a Manchester è successo qualcosa, si rende conto che il City ha segnato. E' talmente ben abituata che ci mette un po' a realizzare. Già signora mia, non è sempre domenica, non c'è sempre Ole Gunnar Solskjær e Terry non può regolarmente scivolare sul dischetto. Benvenuta nel mondo di chi ogni tanto se la prende nel culo. Fa male vero?

A Sunderland è finita, e lo United ha vinto, Balotelli al limite, scivola, serve l'assist per Aguero, Aguero!  Aguero! Aguero! Al 94', il gol del Kun, che vuol dire Titolo! Nella maniera più incredibile possibile! Nella maniera più pazzesca possibile! Nella maniera più impensabile possibile! Il Manchester City, non da Manchester City, diventa Campione d'Inghilterra! È il modo più bello per farlo, ma è il modo più rischioso, perché si prendono infarti così!
(Massimo Marianella 13/05/2012)

L'altra immagine è quella di un tizio del City, che poco dopo il pareggio di Dzeko prende a colpi di sciarpa in maniera rabbiosa il proprio seggiolino, perchè è talmente abituato male che sa già come finirà,  2 a 2 (sempre che non arrivi il vantaggio del QPR in contropiede) e titolo ai dirimpettai, quelli che vincono sempre, anche quando non devono. Poi il City segna, lui non viene più inquadrato, probabilmente è svenuto, il suo posto lo prende una ragazza con gli occhiali (la amo) che si sventola gli occhi per asciugarsi le lacrime e riprendere aria dopo l'orgasmo di una rete all'ultimo secondo, una rete che vale la Premier. Benvenuti nel mondo di chi  ogni tanto ha una botta di culo. Strana sensazione vero?

Queste righe, queste poche righe, le ho scritte qualche settimana dopo la vittoria in campionato del City. Volevo battere un post per celebrare una vittoria che da simpatizzante di vecchia data attendevo da molti anni. Poi però ci ho ripensato. Il City è una questione di cuore, un qualcosa di intimo e personale, non volevo si pensasse che fossi saltato in corsa sul carro dei vincitori (nonostante avessi già scritto del Manchester City in altre occasioni). Un anno dopo però è cambiato tutto o meglio, tutto è ritornato al proprio posto di sempre. Lo United trionfa in campionato e i citizens perdono in maniera stupida una finale. Ciò che lega con uno spago le due annate sono le critiche, rivolte, ieri come oggi, agli Sky blues. Un anno fa si denigrava la vittoria del City, perchè nonostante i petroldollari erano riusciti ad acciuffarla solo all'ultimo secondo. In questa stagione si deride il City perchè, nonostante i petroldollari, non sono riusciti nella facile impresa di  portare altri titoli in bacheca. Tanta, troppa gente in Italia parla e senza sapere nulla della storia di questo club. Si critica il City per via della sua proprietà dai fondi illimitati. Ipocrisia allo stato puro. Questi tanti, troppi tifosi italiani godono quando vedono vincere il Wigan, non per il Wigan, cosa che ci starebbe anche visto che solitamente in una finale siamo naturalmente portati a sostenere la squadra più debole, no! Queste persone tifano Wigan perchè così i cattivoni arabi che sperperano denaro non avranno la soddisfazione della vittoria. Sono però gli stessi tifosi che se domani arrivasse un ricco sceicco a risollevare le sorti della propria  squadra si metterebbero a 90, come peraltro è giusto che sia. Da molti sento dire che il blasone non si compra. Questa è la più grossa stronzata da quando l'uomo inventò il pallone (semi cit.). Le squadre vincenti sono da sempre le squadre più ricche. Io ho i soldi, io compro i migliori e io vinco. Da sempre. Lo United in questi anni ha vinto per quale motivo? Per via di una polverina magica o perchè sono stati spesi pacchi e pacchi di sterline?
No, però il problema è il City, brutto e antipatico perchè in mano a un pugno di arabi. Poco importa se in questa stagione i Red Devils si sono ritrovati con un passivo superiore (e non di poco) a quello dei cugini. Il City paga le spese "folli" di Mansour delle precedenti stagioni, cifre effettivamente astronomiche ma che sono servite a colmare il gap con le più forti squadre del paese. Il Ciclo dei Citizens è cominciato nella stagiione 2010/2011 e come convincere gente come: Yaya Tourè, Balotelli, Dzeko e Silva ad accettare una piazza come quella blu di Manchester (al tempo neanche in Champions) senza l'ausilio del vil denaro?

Quando si tifa contro il City non lo si fa solo contro lo sceicco, si tifa contro un'intera tifoseria che prima di questo paradiso ha vissuto praticamente costantemente all'inferno. Una vita passata a osservare dalla finestra i vicini esultare, un anno sì e l'altro pure. L'ultimo titolo conquistato dal City prima della Fa Cup del 2011 è stata la coppa di Lega datata 28 febbraio 1976. Sapete quanti trofei ha vinto lo United dal 1976 al 2011? Più di 40 (ho perso anche il conto), lo sceicco è un premio alla pazienza, lo sceicco è semplicemente giustizia divina. Nel 1999, 4 giorni dopo il trionfo di Barcellona del Man U contro il Bayern, il City a Wembley si giocava l'accesso alla seconda serie (First division) contro il Gillingham. Una partita emozionante come quella di Ferguson e soci, con pareggio di Dickov al 94esimo e vittoria ai rigori grazie a un super Weaver. Da una parte il tetto d'Europa, dall'altra una promozione in First division festeggiata con lo stesso identico entusiasmo. Nonostante tutto Manchester rimane sempre una città divisa in due, le nuove generazioni in blu cresciute giocando contro Portvale e Tranmere e non contro Real Madrid e Liverpool, non hanno tradito. Sono cresciuti insieme a Jeff Whitley e Shaun Goater, senza mai invidiare i vari Giggs e Beckham. Hanno accolto Distin e Sommeil mentre l'altra sponda si assicurava Rio Ferdinand, non hanno mollato neanche quando a suon di sterline Fergie convinceva Rooney, mentre loro al massimo ottenevano il prestito di Kiki Musampa.

Paul Dickov dopo il pareggio contro il Gillingham

L'anno prossimo quando vi ritroverete a gufare la "Squadra dello sceicco" in Premier, Champions e Fa Cup, pensate a quei tifosi che hanno visto la propria squadra annaspare per anni, a quei tifosi che tifano per la prima squadra detentrice di una coppa europea ad aver disputato una terza serie, a quei tifosi che per 35 anni non hanno vinto nulla e che per 35 anni hanno visto i loro rivali storici alzare trofei, a quei tifosi che nonostante rose non proprio esaltanti hanno continuato a riempire Maine Road prima e il City of Manchester poi. Se volete, continuate a tifare contro chi sta vivendo il  sogno di tutti noi, però prima di continuare a farlo non siate così tanto ipocriti da non ammettere che la vostra è solo e soltanto invidia.

Scout: "What could be better than Man united?"
Jimmy Grimble: "Man City!"
(There's Only One Jimmy Grimble)

venerdì 17 maggio 2013

Guida galattica allo US Soccer #9

Kansas City, skyline

Nel lontano 1856, la nave a vapore Arabia partì da St. Louis alla volta di Kansas City e Sioux City. Tuttavia, appena ripartita da Kansas City l'Arabia -si narra- urtò un albero lungo le acque del fiume Missouri e affondò in men che non si dica. I passeggeri vennero tutti soccorsi, ma la nave e il suo carico andarono perduti. Fino al 1987, anno in cui il relitto venne riscoperto e riproposto nell'attuale Arabia Steamboat Museum di Kansas City.
I resti dell'Arabia sono ora tra le principali attrazioni della città che si divide tra gli Stati del Kansas e del Missouri.

Famosa per il barbecue (ulteriori informazioni a piè di post), Kansas City ospita anche un importante museo dedicato alla Prima Guerra Mondiale, il Nelson Atkins Museum of Art e oltre 160 fontane.

James Cool Papa Bell
Tuttavia -inutile girarci attorno- i must see a Kansas City sono indubbiamente altri. Al primo posto il Negro League Baseball Museum (le Negro Leagues erano serie in cui i giocatori erano di origine prevalentemente afro-americana o latinoamericana). A seguire, i riverboat casinò, guida assoluta e primo step per la nightlife che conta a Kansas City.
Infine, 4 parole: Schlitterbahn Kansas City Waterpark. Il parco giochi ha da poco annunciato la novità delle novità, una Meg-a-Blaster speed-slide da 4 persone. Sarà la più alta, la più veloce e, quindi, la più figa speed-slide del mondo.

N.B. per chi non lo sapesse, la speed-slide è una corsia, una pista, uno scivolo che va giù dritto, come se fosse solo la discesa principale delle montagne russe. In Italia, ad esempio, c'è il kamikaze dell'Aquafan di Riccione, inaugurato nel 1991 da Alberto Tomba.


Prima di lanciarvi a cannone al waterpark, però, forse vale la pena di assistere ad un match dello Sporting Kansas City.
La squadra, fondata nel 1996, è da sempre partecipante alla Major League Soccer, originariamente con il nome Kansas City Wizards, dal 2010 come Sporting per questioni di copyright.

Pur essendo tra i più assidui frequentatori dei playoff della MLS, solamente nel 2000 i Maghi sono riusciti a vincere l'MLS Cup, sotto la guida di Bob Gansler e con Tony Meola a registrare il record di imbattibilità in stagione (oltre 680 minuti).
Grande protagonista di quella stagione il danese Miklos Molnar (che alcuni di voi -solo i più attenti- ricorderanno a Francia '98), trascinatore dei Wizards sia in semifinale (contro i Galaxy) che in finale (contro i Chicago Fire).
Dopo il trionfo del 2000, però, solo delusioni per Kansas City. Tra queste la finale persa contro lo DC United nel 2004.

Vitalis "Digital" Takawira
Sono passati da Kansas City Igor Simutenkov, il nigeriano Uche, Alexi Lalas e Vitalis "Digital" Takawira, da Salisbury, Zimbawe.

Nonostante il primo posto a Est nella regular season, lo scorso campionato i Maghi sono stati eliminati al primo turno di playoff dalla sorprendente Houston Dynamo (poi finalista perdente contro i Galaxy).

Quest'anno (la stagione 2013 è da poco iniziata) contano sui gol dell'argentino Bieler, del panamense Zusi e della stella Kei Kamara (di passaggio anche al Norwich) per tornare campioni. Magari prima aggiustando un poco alcuni meccanismi difensivi, come sembrerebbe suggerire la partita dello scorso 8 maggio contro Seattle: assurdo che in sette contro due in area su calcio d'angolo non hai la marcatura sulla punta avversaria.. maledetta zona sui calci piazzati..

Infine, una considerazione: forse con la terza maglia lo Sporting ha un po’ esagerato..
* * *

Il BBQ, dicevamo. Da quanto ho capito, il KC BBQ-style consiste in una sorta di affumicatura lenta della carne tramite vari tipi di legna (tra questi, il noce) e nel ricoprire la carne con una salsa densissima a base di pomodoro e melassa.
Un paio di dritte. Se preferiamo lo stile e l'arredamento del locale, imperdibile l'Arthur Bryant's Barbeque Restaurant. Se invece vogliamo affidarci alle classifiche, da non perdere il Fiorella's Jack Steak. Danny Edward's Bld BBQ sembra invece il set di un film di Tarantino.
Qui invece i principali eventi legati al BBQ a livello nazionale.

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