martedì 28 aprile 2015

Bala Roja



“Dottor Errasti?”.
Suor Isabel si avvicinò, un’espressione contrita sul volto.
“Sono appena arrivato, sorella. Non mi dia brutte notizie”. Abbozzò un sorriso, ma la suora non ricambiò.
“Stanotte, dottore”.
“Chi?”.
“Guillermo”.
Errasti sospirò. “Capisco”.
“Gli era già stata data quattro volte l’estrema unzione, dottore. Non c’era nulla che potessimo fare”.
“Già”. Per qualche secondo si accarezzò il mento, pensieroso. “Voglio vederlo”.
“È ancora giù, dottore. Lo passeranno a prendere in serata”.
“Mi accompagni, sorella”.
Suor Isabel annuì e si mise alla sua sinistra. Iniziarono a camminare in silenzio.
“Ah, dottore...”. La suora si frugò in tasca e ne trasse un portasigarette d’argento. “Gli abbiamo trovato solo questo. Possibile che non possedesse altro?”
Errasti prese il portasigarette, lo aprì, lo girò. Un sorriso amaro gli increspò le labbra. “Credo di sì, sorella. Aveva molti debiti”.
“È strano vedere un uomo tanto povero con una cosa così… preziosa. Chissà perché era finito qui, il nostro Guille”.
Il dottore si fermò di botto. La guardò stupito, come se non avesse capito bene.
“Davvero non sa chi era Guillermo, sorella?”
“Un pover’uomo solo e malato, dottore.”
“Non le hanno mai raccontato nulla di lui?”
Scosse la testa. “Non sono qui da molto, e faccio soprattutto i turni di notte. Parlo poco con i pazienti”.
Errasti ripresa a camminare, giocherellando a ogni passo con il portasigarette. “Vedendolo qui nessuno lo avrebbe detto, ma Guillermo trent’anni fa era famoso. Famosissimo. Probabilmente è stato uno dei calciatori più forti mai esistiti”.
“Un calciatore?” Suor Isabel sembrava sconvolta. “Un calciatore famoso? Qui?”.
Il dottore si fermò ancora. Guardò l’orologio: era ancora presto, e c’era tutto il tempo per iniziare il solito giro tra i vecchi tubercolotici senza speranza del Sanatorio. “Andiamo a prendere un caffè, sorella. Voglio raccontarle una storia”.

“Forse mi ha visto parlare con Guillermo, qualche volta. Lo facevamo spesso. Quasi non credetti ai miei occhi quando lessi il suo nome sulla cartella, la prima volta. Sa, mio padre mi ha trasmesso la sua immensa passione per l’Athletic, e Guillermo è stato uno dei miei idoli di gioventù. Lo chiamavano Bala Roja (il proiettile rosso). Era l’essere umano più veloce che si fosse mai visto su un campo di calcio, mi creda. Con la palla tra i piedi era due volte più rapido dei difensori che dovevano marcarlo. Poveretti, li faceva impazzire. Gli mostrava il pallone, tenendolo proprio lì, davanti a loro, ma quando facevano un passo... puf, il pallone era sparito e lui stava volando verso la porta. Gli avversari pensavano che ce ne fossero almeno un paio, di Guillermo. Uno che ti puntava a sinistra e un altro che ti passava da destra, e viceversa. Spesso non aveva neppure bisogno di fintare: si buttava in avanti caricando come un toro ed era così veloce da superare il difensore quasi senza toccare la palla. Ora dicono che Gento sia l’ala sinistra più forte e veloce di sempre, ma solo perché non si ricordano di Gorostiza. Guillermo Gorostiza. Bala Roja era così veloce da lasciare indietro anche i suoi compagni di squadra che correvano senza il pallone, allora decideva di buttarsi in mezzo e segnare lui, da solo. Gli ho visto fare così tanti gol da aver perso il conto, sorella. Giocava a sinistra, ma era destro: cosicché poteva rientrare al centro e calciare con la porta dal lato giusto. Vederlo in campo era uno spettacolo. Era fatto per il calcio, pensava solo al calcio e il calcio era l’unica cosa che gli riusciva bene. Una volta mi disse che avremmo potuto essere colleghi: il padre era medico, fu anche presidente del Colegio de Médicos de Vizcaya, e voleva che Guillermo seguisse le sue orme. Ma a lui non interessava curare la gente. Lui voleva divertirla allo stadio, con i suoi dribbling e i suoi gol... d’altra parte, meglio un bravo calciatore di un cattivo dottore. Il padre le provò tutte, ma lui tornò sempre al pallone. Smise si studiare e andò a lavorare in un cantiere navale a Sestao, un mestiere che gli permetteva di guadagnare qualcosa e di avere del tempo per giocare. Lo presero all’Arenas di Getxo, che allora era un gran club, ma poi il padre lo spedì da uno zio a Buenos Aires, per provare a raddrizzarlo. Non ci riuscì. Guillermo mi disse che frequentava i campi di calcio di giorno e le sale da ballo di notte, finché lo zio, disperato, decise di rispedirlo in Spagna. Si pagò il viaggio pulendo il ponte della nave, ma a lui non importò: voleva solo tornare per diventare un giocatore di calcio. E ci riuscì. Durante il servizio militare fu arruolato in marina e venne inviato di stanza a Ferrol, ma il mare lo vide poco. Quando si accorsero di cosa sapeva fare con la palla tra i piedi, lo fecero tesserare dal Racing. Alla prima partita, un’amichevole contro l’Espanyol di Zamora, scese come una furia sulla sinistra, si buttò al centro, tirò e segnò al portiere più grande del mondo, al Divino. Tutti parlarono di questo ragazzo di Santurtzi che aveva segnato un gol a Zamora, e anche a Bilbao arrivarono le voci. L’Athletic ci giocò contro in Coppa e decise subito di acquistarlo. Dovette pagare 20.000 pesetas all’Arenas, che ancora ne aveva i diritti. Sì, sorella, 20.000 pesetas… nel 1929. Adesso potremmo ristrutturare questo posto e aggiungerci anche un paio di ali nuove, con 20.000 pesetas di allora. Ed era quello che valeva Gorostiza. Con la zurigorri fu... tutto. Un genio. Un trascinatore. Un mito. I bambini che giocavano al parco volevano essere Gorostiza, le sue figurine erano le più popolari. Quattro campionati, sorella, quattro. E quattro Coppe. Questo ci ha fatto vincere Guillermo. A Bilbao, la linea della delantera era recitata come una preghiera: Lafuente, Iraragorri, Unamuno, Chirri e Gorostiza. Eravamo i più forti, allora. Un anno vincemmo 6-0 a Chamartín col Madrid e 12-1 in casa col Barça. Dodici, sorella! Dodici... che squadra! E Gorostiza era il migliore. I vecchi dicevano che, quando scendeva sulla fascia, l’erba del San Mamés non sapeva se fosse lui o il vento, tanto era leggero e impalpabile. Tutta la Spagna lo amava. Era il più forte anche in nazionale. Nel 1934 gli italiani dovettero azzopparlo per vincere il loro Mondiale. Le donne lo adoravano, e lui adorava loro... e la bottiglia. Fu quello a rovinarlo, anche se ci volle del tempo. Era tanto grande in campo quanto fragile fuori. Si faceva trascinare, lo sapevano tutti. Se incontrava qualcuno che gli diceva: Ehi Guille, andiamo a farci un bicchiere!, lui lo seguiva. Anche se doveva allenarsi. Era gentile e generoso, aveva tanti soldi e poca voglia di tenerseli. Ma finché era a Bilbao riusciva a non perdere del tutto il controllo. E poi... poi ci fu la guerra. Non ne ho mai parlato volentieri con lui, suor Isabel. Non perché lui non volesse, anzi. Ma il suo fu un tradimento. Prima decise di giocare con la squadra di Euskadi, quella che girò l’Europa raccogliendo fondi per la popolazione. Però, quando Bilbao cadde, lui scappò. Erano in Francia e Gorostiza disse agli altri che sarebbe andato a Parigi a trovare il padre... ma non era vero. Tornò in Spagna, chiese perdono e si arruolò volontario con i requetés carlisti, venendo usato per la propaganda dai franchisti. Luis Regueiro, che era il capitano di quella squadra, non lo perdonò mai. Quando la guerra finì, Gorostiza rientrò all’Athletic, ma le cose non furono più le stesse. L'anno dopo fu venduto al Valencia per 50.000 pesetas. Una cifra insensata per un 31enne, pensarono in molti. Guillermo dimostrò a tutti che non era finito. E anche se era più lento, più pesante e non volava più come una libellula, giocò 6 anni con loro e vinse due campionati e una Coppa. Ma a Valencia smarrì la strada, sorella. A volte spariva senza dire niente, altre ancora si presentava ubriaco agli allenamenti... talvolta anche alle partite. Eppure, nonostante tutto, era ancora il più forte, quando aveva voglia. Una volta, a Siviglia, scese in campo completamente ubriaco. L’arbitro fischiò un rigore al Valencia, lui lo tirò e mandò il pallone lontanissimo dalla porta, quasi contro la bandierina del calcio d’angolo. I tifosi del Sevilla cominciarono a irriderlo, a chiamarlo borracho, a fischiarlo quando toccava la palla. Allora lui si ricordò di essere Gorostiza, e iniziò a giocare. La partita finì 4-0 per la sua squadra e lui segnò 4 gol. Quando uscì, tutto il pubblico si alzò in piedi e lo applaudì. Questo era Guillermo Gorostiza, sorella”.
Suor Isabel rimase in silenzio. Sembrava riflettere. Forse confrontava l’immagine del Guillermo calciatore, che il dottore le aveva mostrato, con l’uomo invecchiato precocemente che ora stava sopra un tavolo dell’obitorio. “Non avevo mai sentito parlare di questo... Gorostiza” gli disse infine. “Mai, in tutta la mia vita. Eppure vengo da una famiglia dove vivono sei uomini, e tutti seguono il calcio”.

Errasti allargò le braccia. “A volte capita, sorella. Capita di essere un dio e di non riuscire a reggerne il peso. Guillermo dava la colpa a tante cose – all’irriconoscenza, a chi gli aveva voltato le spalle, a chi si era fatto nemico durante la Guerra. Ma la realtà era un'altra, e lui lo sapeva. Sa, sei mesi fa venne a trovarlo un uomo. Una cosa strana, nessuno passava mai per lui – e sì che aveva una moglie e due figli. Era un regista e stava girando un documentario su personaggi un tempo famosi e ora dimenticati. Anche lui aveva avuto Gorostiza come idolo, da ragazzo. Guillermo fu molto gentile e acconsentì a farsi riprendere per un giorno intero. Tirò anche un rigore, alla fine... il suo ultimo gol. Comunque, a un certo punto il regista, Manuel Summers, gli chiese cosa facesse tutto il giorno. El ridiculo, rispose lui. Mi sono bevuto e fumato tutto, e ora faccio el ridiculo. Era consapevole di essersi distrutto da solo. Per questo è venuto a morire qui, senza soldi, lontano da tutti. Sapeva di aver buttato via ogni cosa e non riusciva a perdonarsi. Ma, in fondo, credo che non avesse nulla per cui chiedere perdono”.
La suora lo guardò in tralice. “Bere, fumare, andare a donne, sperperare i propri soldi, allontanare la propria famiglia… sono peccati mortali, dottore”.
“Forse”. Errasti si alzò. “Ma la gioia che lui ha donato a migliaia di persone, sorella, quella non ha prezzo”.
Suor Isabel scosse la testa. “No, dottore, non basta”.
“Probabilmente è così. Ma provi a pensare a quale sofferenza ha dovuto provare un uomo che aveva tutto e che si era ridotto a vivere qui. Anni di fama e una fine lunga, lunghissima, a parlare della gloria passata in un posto che odora di alcool etilico, di malattia, di morte. Credo che lei dovrebbe avere compassione di lui, sorella”.
Suor Isabel arrossì. Il dottore si diresse alla porta, ma lei lo chiamò. “E questo?” gli chiese, mostrandogli il portasigarette che lui aveva lasciato sul tavolo.
“Lo riporti lei a Guillermo, sorella”. Si voltò e fece per uscire, poi ci ripensò. “Lo osservi bene prima di restituirglielo... forse capirà”.

La suora prese in mano il portasigarette e lo guardò per un attimo, poi se lo mise in tasca e tornò ai suoi compiti. Per qualche ora non ci pensò più, ma quando le cadde, dopo aver tirato fuori un mazzo di chiavi, si ricordò. Scese da basso, dove venivano tenuti i morti, e vide subito Guillermo, solo nella stanzetta vuota. Qualcuno gli aveva posato dei fiori vicino alla testa. Colui che era stato Gorostiza, la Bala Roja, era steso davanti a lei, troppe rughe a coprirgli il viso ormai rilassate dalla morte. Aveva 57 anni, ma vedendolo così chiunque gliene avrebbe dati almeno 70. Suor Isabel prese in mano il portasigarette e fece per appoggiarlo sul corpo del defunto, quando ripensò alle parole del dottor Errasti. Sul davanti era scritto “Gorostiza”, nient’altro. Lo aprì e ne osservò l’interno: c’erano un paio di sigarette, trucioli di tabacco, una trapuntina in seta bianca ingiallita dagli anni. Lo richiuse, quindi lo girò. Fu allora che scorse l’incisione sull’argento, annerita dal tempo ma ancora visibile. La lesse, poi posò il portasigarette sul petto di Guillermo. Per un attimo incontrò il suo volto, e fu allora che iniziò a piangere.

Guillermo Gorostiza Paredes (Santurtzi, 15 febbraio 1909 - Bilbao, 23 agosto 1966) è stato una delle più grandi ali sinistre della storia del calcio spagnolo. In carriera giocò 257 partite e segnò 185 gol nella massima divisione, vincendo 6 campionati (4 con l’Athletic e 2 con il Valencia) e 2 titoli di capocannoniere, ai quali vanno aggiunti 5 Coppe del Re (4 con l’Athletic, 1 col Valencia) e 7 campionati regionali baschi. Con la maglia della nazionale spagnola giocò 19 volte (2 gol) e partecipò ai Mondiali italiani del 1934. Fu tra i primi calciatori iberici ad acquisire lo status di stella mediatica e girò anche un film, ¡¡Campeones!!, nel 1943. La passione per gli alcolici, manifestata fin da giovane, negli ultimi anni di carriera degenerò in alcolismo vero e proprio. Dopo aver dissipato tutti i suoi guadagni morì povero, solo e dimenticato al "Sanatorio de Tuberculosos de Santa Marina" di Bilbao.

Il portasigarette d’argento gli fu regalato dal presidente del Valencia Luis Casanova dopo l’ultima partita con la maglia “ché”, ma Gorostiza lo impegnò dopo il ritiro dal calcio per pagare alcuni dei suoi numerosissimi debiti. Qualcuno lo trovò in un Monte di Pietà e avvertì il presidente dell’Athletic Enrique Guzmán, che lo riscattò e lo spedì a Casanova. Questi riuscì a rintracciare Gorostiza, già nell’ospizio di Santa Marina, e glielo inviò insieme a una somma di denaro, pregandolo di conservarlo. Cosa che lui fece fino alla morte. Sul retro del portasigarette erano incise queste parole: “Al mejor extremo izquierdo del mundo de todos los tiempos”.

mercoledì 22 aprile 2015

Tre maglie. Resoconti calcistici dal centro Italia



Higuita who?

Li ho allenati tutti, questi ragazzi. Ne ho avuto l’occasione in una sera del 2009, quando decisero di eleggermi a mister della loro squadra di calcio a 7, torneo del CUS di Bologna, in virtù di una giacca lunga e zemanianissima che in quella circostanza non potevo non sfoggiare. Non giocavo, ma la mia visione privilegiata da bordocampo poteva – dicevano – rivelarsi molto utile; avevo inoltre la possibilità di svarionare – a colpi di Tuborg et similia – i panchinari e il mio collega dell’altra squadra, che godeva naturalmente di un nutrito seguito di morose ululanti in prossimità della panchina alla mia destra. Non davo alcuna indicazione, perché non mi sembrava di potermelo permettere. Non feci nemmeno i cambi quel giorno, perché nonostante un organico ben più ampio, quel giorno eravamo sette contati. Ci chiamavamo (o si chiamavano) i Granchi Aviatori, sulla base di un gioco verbale marcatamente allusivo e non per forza brillantissimo. Ad ogni buon conto essere il loro mister mi gasava, e non poco. Si aggiunga che quel giorno non avevo esami da preparare né avevo ancora conosciuto Valentina, dunque non si può dire che avessi esattamente di meglio da fare.

I miei Granchi persero tipo 4-2, sentendosi arrivati dopo un pareggio conquistato con fatica. Il momentaneo 1-1 lo segnò Ciccio, medico-ala destra, concentrato magrezza e pazzia, fumatore e al contempo veloce, che nell’accorgersi di aver dato alla palla una traiettoria che solo lui aveva visto iniziò ad ululare in tempo reale, finendo per ansimare come Robert Plant in Whola Lotta Love. Segnò anche Vincenzo, un pezzo del mio cuore, filologo nonché autore di uno dei raddoppiamenti fonosintattici più importanti di tutta Ragusa, specie in concomitanza della parola “dio”. In porta si distinse Enrico, di lì a qualche anno il primo a diventare padre, che aveva dei trascorsi come (secondo) portiere negli esordienti del suo paese. Completavano la rosa Stefano (altro mio ex-coinquilino, fantasista vero, che s’incazzava così tanto che finiva per giocare da solo e tirare a testa bassa. Questo succedeva quando Stefano realizzava che le cose non stavano andando come avrebbe voluto, cioè sempre), Alessandro (informatico, mago e grande cuoco), Lorenzo (I) (cui non si è mai trovato soprannome migliore di “il Toscano” o “il Tosco” perché colpevole di provenire da Prato) e Lorenzo (II) (roccioso centrale, medico anch’egli: uno da cui vorresti farti sempre curare o, nel dubbio, visitare ogni tanto).

Nella certezza di aver molto probabilmente mescolato due annate, è opportuno precisare che, da questo elenco, restano fuori tre persone.

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Nicola (I)

Nicola (I) è il miglior esegeta dei Beatles che io conosca: ti spiegava la genialità di Beatles partendo dal fatto che Why don’t we do it in the road? è di fatto “perché nun lo famo in mezzo alla strada”? Quando ti raccontava un gol che tu non avevi visto per cause di forza maggiore (situazione standard: eri in treno e stavi tornando), Nicola non esitava a descrivertelo come se fosse stato fatto “da metà campo”. Quando alla Master League creavamo il suo pupino, finiva per essere sempre una punta con l’otto. Pijava bè, diceva, questo alone boksiciano. Sulla nazionalità aveva le idee meno chiare: un anno si fece albanese sull’onda della parabola di Myrtaj, ma avendo capito che nel gioco l’Albania non esisteva e non poteva essere convocato, l’anno dopo decise di cambiarsi in brasiliano. La nazionale continuò a non vederla mai, ma almeno era più contento. Nella nostra coinquilinanza aveva mostrato un’ottima padronanza di rojadirecta – del quale fu pioniere se non scopritore – e della spasmodica pressione su effecinque, producendo dei refresh che ci aggiornavano sulle parate di Sirigu e sulle avventate uscite palla al piede di Comazzi. Aveva anche trovato alcuni spacciatori di link che gli passavano lo streaming da siti improponibili, tanto che alla fine la soluzione migliore era quasi sempre controllare il risultato in diretta o, alla peggio, telefonare al fratello che era allo stadio.

Nicola era uno che quando andava allo stadio da piccolo, con suo padre, si guardava nientemeno che la coppia Bertarelli – Tovalieri, a suo dire la più forte che la Dorica abbia mai schierato a certi livelli. Pare che Bertarelli avesse il vizio di segnare su calcio d’angolo, mentre la pericolosità del collega era paragonata a quella di un rettile di rara crudeltà. Poi i tempi di El Ratòn Zarate, fino a Maurizio Ganz e compagnia bella. Come tanti altri, Nicola non ama volentieri parlare di Mario Jardel, della sua panza e del suo saluto alla curva sbagliata in occasione di Ancona – Perugia. Del resto, Nicola è stato accanto ai ragazzi in momenti in cui anche il più accorato dei supporter avrebbe avuto motivo di vacillare: fallimento, ripartenza dall’eccellenza e quel bomber Genchi da tifare come fosse stato il miglior Vieri. Essendo la famiglia di Nicola tra quelle che avevano pagato la quota come soci sostenitori, quel Natale si videro recapitare a casa un premio-fedeltà. Questo consisteva in una macchinetta per fare il caffè (presente scelto, è ovvio, dallo sponsor) che i vertici della società decisero di recapitare ai soci personalmente. Quando la mamma di Nicola andò ad aprire la porta, le dovettero spiegare che quel signore con la panza (che non era, a sua volta, Mario Jardel) era Emanuele Pesaresi. Faceva i migliori auguri di buon anno a lei e famiglia, e pare che quel pomeriggio avesse pure la camicia macchiata.

Chiunque sia stato a contatto Nicola in quel triennio, è rimasto indissolubilmente legato a un nome. A parte Piccoli, terzino-col-dieci che rubava il numero di maglia al vero trequartista Miramontes, l’idolo non poteva che essere Salvatore Mastronunzio. Era quello che li aveva fatti salire dalla C, battendo il Taranto nello spareggio promozione. Li aveva quindi salvati dalla retrocessione l’anno dopo, segnando al Rimini quando i romagnoli erano già praticamente salvi. Era, infine, quello che alla sua terza stagione superò quota cinquanta gol in biancorosso. Ogni sabato di quel periodo, in cui Nicola fece in tempo a finire triennale e specialistica, fu condito da un’ottima prestazione del Mastro, che costituì l’anello forte di coppie improbabili quanto devastanti per la categoria: una con Maurizio Nassi, che poi tradì per il Brescia a metà stagione, e, l’anno dopo, con Roberto Colacone (punta con l’otto), che arrivò in doppia cifra dopo dieci anni. Non ci riusciva dai tempi della Lucchese, Colacone, quando c’erano pure Paci e Rastelli.

Oltre all’Ancona, Nicola tifa per la Juve: non si è mai capito, anche se gliel’abbiamo chiesto senza pace, per chi tifasse quando le due squadre si sono incontrate davvero. è stato piuttosto evasivo, Nicola: forse temeva di risultare eccessivamente sentimentale. Si sapeva che per Paulo Sousa nutrì – come dargli torto – un amore smodato: ma fu, ne siamo sempre stati certi, una passata momentanea.
Alla sua laurea, Nicola era felice. Gli rompeva un po’ questo fatto che la sua era un’interfacoltà tra sci.pol., economia e giurisprudenza, il che non gli aveva permesso di laurearsi nella sede di Strada Maggiore. Ad ogni modo Nicola era felice. Era da poco fidanzato con la ragazza che sarebbe rimasta la sua compagna negli anni a seguire. Si laurearono lo stesso giorno, e la sera fu immancabilmente festa grande al Bar De Marchi. Con, annessa, relativa spola in Piazza San Francesco. Quando aprì il nostro regalo non ci poteva credere, Nicola. Tramite un buon contatto si era riusciti ad arrivare al merchandising ufficiale: si era dato disposizione di creare una Mastronunzio #9, quasi fosse cucita a mano. Ci poteva credere ancora meno, Nicola, quando la Dorica fallì e si ritrovò, nel giro di qualche anno, a maledire il Teramo e a non giocare più al Del Conero. Del Mastro al Siena, come pure dei successivi e drammatici risvolti della sua carriera, non abbiamo mai più parlato. Solo, ogni tanto, abbiamo ricordato quanto Sandro Walter Salvioni fosse un grand’uomo e di quanto Mustacchio e la giovane promessa bulgara Mirĉev fossero due merde.
Che poi, comunque, il ritiro ancora non l'ha annunciato. Mai dire mai?

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Nicola (II)

Nicola (II) tifa per il Milan e simpatizza per la Vigor Senigallia, che a fronte della sua provenienza è un dato che ha dell’ovvio. Ma non c’è dubbio che, in un improbabile scontro alla pari tra le due, Nicola rimarrebbe milanista in ogni caso. Giurista, storico del calcio e della letteratura sportiva tutta, a vent’anni imbastiva narrazioni sul Millwall che Buffa, tra vent’anni e dopo un seminario di trecento cfu sulle serie minori inglesi, se lo sognerebbe. Zemaniano da prima di Giuseppe Sansonna, scommettitore accanito e tendenzialmente accorto. In saldo ampiamente positivo, si dirà. Gestore di un account su un certo sito maltese che ti fa vincere anche se non le azzecchi tutte: anche se Nicola lo ha sempre negato con fermezza, resta il sospetto che almeno un penny, sul numero totale dei calci d’angolo, ce l'abbia scommesso. Coniatore e promulgatore di frasi penetrate nel nostro gergo comune. Chi gioca o si comporta male è tassativamente “merda mai vista”; ad agosto, come il saluto al sole, bisogna dire “bentornato campionato”; se uno ti piace “te fa morì matto”. Una passione mai nascosta per sportivi di provenienza serba e non croata. Premier League, più che altro.
Vedemmo insieme, in diretta sulla pay-tv, il gol di Rooney in rovesciata nel derby di Manchester. Ma soprattutto eravamo al Dall’Ara, con Nicola ed altri, quando il Bologna di Malesani schierava Ramirez – Di Vaio (non ancora il Diamonds) e ospitava il lanciatissimo Palermo di Miccoli e Pastore. Era una buona annata, per la squadra, ma il combinato disposto di allenatore e scaramanzia non facevano proprio ben sperare. Civolani per primo, sui canali locali, invitava ad adottare una cautela che pareva d’obbligo.
I regaz, comunque, erano in gran forma. O, perlomeno, in uno stato di forma che permetteva agli altri regaz (i Boys della curva che avevano concesso di darci alloggio) di sventolare bandiere inneggianti alle porre e fare battute sulla cena che avrebbero fatto a fine partita, per salutare una settimana di fine febbraio che a livello meteorologico prometteva merda vera.
Nel rilevare la scarsa incidenza di Pastore, flaco più di tutti se visto dallo stadio, Nicola elogiava l’operaismo di Perez-Mudingay. Poi è chiaro che se davanti schieri Meggiorini, questo può persino rendere inefficace la presenza in campo di Sua Altezza Di Vaio.

Comunque, Franco Colomba è un lontano ricordo. E quando Santiago Garcia si permette di stendere Gastone, al sessantesimo circa, capiamo che i suoi tre gettoni stagionali difficilmente conosceranno un incremento. Se non che il freddo crea rassegnazione, mentre i Boys iniziano ad avere una certa (e comprensibile) fame.
Lo zero a zero sembra ancora più scritto quando al settantacinquesimo un appesantito Ramirez si prende gli applausi e lascia il posto a Paponi, l’amico di Paonessa (!), ovvero il secondo scorpione più famoso della storia dopo quello di Higuita. I regaz lo scherniscono per subito: “Oh, ma se segna Paponi chi la paga la pizzzza stasera?”. Attenzione però, perché forse Paponi ci crede: quel che è certo, è che ancora ne ha. Al settantottesimo, alla sua bomba di destro di poco fuori, i regaz iniziano a sussultare: “Se segna Paponi, occhio alle coronarie! Regaz capito? SE SEGNA PAPONI, OCCHIO ALLE CORONARIE”. Io e Nicola ridiamo.

Quanto al resto, è forse superfluo dire quello che succede al novantesimo. Della Rocca apre. Rubin riceve, fa un tocco e la crossa sul secondo palo. La punta del Bologna, che non è Di Vaio nella misura in cui Rubin non è Morleo, stacca imperiosa. è Paponi, che segna senza tema di smentite un gol bello e potente. Le coronarie esplodono, le bandiere dei Boys ci prendono pure in testa, le -o che fuoriescono a raffica dall’urlo “PAPOOOONI, HA SEGNATO PAPOOOONI” sono incalcolabili, oltre che strozzate in gola. Stasera, la pizza, qualcuno dovrà pur pagarla, pensiamo.
Alla laurea di Nicola ballammo musica trash per ore ed ore. Eravamo nella sede temporanea di un PD (presa in affitto, sia ben chiaro, per bassi fini materiali) che non perdemmo occasione di denigrare verbalmente e santificare materialmente. Pezzo della serata è Mc Hammer, You can’t touch this, con un balletto alla Little Miss Sunshine da antologia. Il regalo, in tema british, recita Southampton, Le Tissier, numero 7. Qualcuno, tra una roba e l’altra, parla dei Beatles e menziona una certa Lucia, in cielo tra i diamanti.
"Le God": non propriamente in linea con i parametri estetici del nostro tempo.

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Simone

Simone è stato, in gioventù, un mediano coi rasta. Il motivo per cui ha smesso di giocare te lo può dire, ma solo al settimo Campari e Gin. Il punto è che lui li regge, mentre tu col cazzo. Sia che stia vincendo 4-1 o perdendo 1-0 all’ultima azione, resta uno che se provi a fargli una veronica di troppo una stecca te la lascia, perché dai, basta. Gli piace il rugby per il suo connubio di etica sportiva e fisicità, ha una storia tutta personale con il Kurdistan iracheno e una sera è riuscito nell’intento di addolcire Giovanni Lindo Ferretti offrendogli una bottiglia di vino prodotto da suo nonno (nessuna forma di intimidazione di tipo fisico, a quanto pare). è per tutti il Capitano: tanto per quelli di San Benedetto che lo conoscono dal 1985, quanto per i pisani con cui ha studiato nel triennio e per la crew di Bologna cui non è parso il vero di poterlo avere in squadra per la specialistica. Niente Gerardo Bedoya: Simone è un sempreinpiedi, un Ercole ma non un Ercolino, è il professionista serio, il mediano col 5 che è una bestia ma ha pure i piedi buoni, è tipo Morrone ai tempi migliori (boh, io l’ho sempre venerato Morrone, specie da quando un mio amico di Parma, per farmi capire quanto fosse “forte”, ha battuto le nocche sul tavolino e mi ha reso l’idea).

Le squadre da citare in questo caso sono tre: Juventus, Newcastle (grazie al fratello) e Samb (sìsì, non la Samp). Questo, però, è solo sulla carta ed in ordine totalmente casuale. In un ideale triangolare tra le tre squadre Simone tiferebbe comunque per la Samb, andrebbe negli stadi avversari con un pullmann carico di migliaia di compatrioti e ne uscirebbe vincitore. Questo, del resto, è quel che succede se la Samb l’hai seguita per anni in trasferta. E se per un periodo ci hai pure giocato, “è normale che”.

Simone è il responsabile di storie su Ballardini, in accappatoio, che in un certo albergo ordinava bottiglie di prosecco e non si curava, andando ad aprire alla porta, di farsi trovare in dolce compagnia. Simone è il narratore principale di aneddoti sul sudamericano Bianchi, punta che si pronuncia Bianci come Carlos, e su quel cazzo di Teramo (aridaje) che ogni anno fa piangere qualcuno ma quest’anno siamo più forti e gliele suoniamo. Simone è lo storico di riferimento, che per renderti un’idea della tradizione pallonara della Samb parte dai portieri. Zenga, Ferron, Chimenti. Prosegue facendoti i nomi di allenatori mainstream, tipo Colantuono, Fascetti o Guidolin. Lo fermi – dicendogli che hai capito – quando inizia a parlarti di Cigarini, Kanyengele e Martusciello. Alla mia laurea, cui era presente anche un ragazzo di Ascoli, Simone l’ha fatto fuggire a suon di battute scherzose e sguardi biechi. Del resto, si badi bene, siamo di fronte all’autore della frase “io, la mia nonna ascolana, non la chiamo nemmeno nonna”. Insomma, è normale che.

Alla sua, di laurea, decidemmo di provargli la nostra gratitudine per aver scelto i Granchi, sebbene potesse concedersi a corteggiatori ben più blasonati. Dunque optammo per un buono Ryanair, estendibile anche alla di lui morosa che (ancoraa) si laureava nello stesso giorno in altro edificio Alma Mater, e per una maglietta che non sbagli mai. Decidemmo per colori che evocassero la Samb, nonché per uno stile sloganistico (“c’è solo un capitano”) che rendesse giustizia al ruolo che Simone aveva ricoperto nei nostri cuori in quel biennio in cui andavamo a trovarlo in via Sant’Isaia, quando seguimmo Sud Africa 2010 maledicendo il petto in fuori di Fabio Cannavaro.

Capimmo – motivo di vergogna – che la tipografia incaricata di stampare la maglia aveva affidato l’importante commissione al giovane garzone privo di adeguata formazione umanistica e all’oscuro dei veri valori calcistici. Quando Simone scartò la maglia, avemmo un’ulteriore conferma della sua smisurata statura morale. Alle nostre imprecazioni, al momento in cui leggemmo che era stato stampato un incomprensibile CE’ senza apostrofo, Simone fece l’unica cosa da fare in casi come questi. Prese la maglia, la guardò per qualche secondo e se la infilò. “Che cazzo mi frega”, disse, e venne ad abbracciarci uno a uno.
Poi andammo ai Giardini Fava, dove ricevemmo l’ordine di fare tutto quello che ci pareva.
“Se hanno qualcosa da dirci, raga’, io tiro fuori la cinta”.
Roba che manco al St. James' Park

***

Come era prevedibile, dopo quell’avventura i Granchi si sono sfaldati. Qualcuno è tornato alla città di origine, qualcun altro è finito all’estero mentre altri, non pochi, sono rimasti dov’erano. Lavorano in molti; chi non lavora, a breve lavorerà.
A tutti, questo è certo, Bologna è rimasta nel cuore. Io, che me ne ero pure andato, ora ci ritorno.

giovedì 16 aprile 2015

Friggere il pesce con l'acqua minerale. Perché Eziolino Capuano merita la Serie A (o almeno la B)


Piazza Sant'Agostino, cuore della Movida Aretina
Il mondo del web, soprattutto di carattere sportivo, crea fenomeni in maniera molto facile e con uno stile che rievoca il “Mai dire Gol” dei tempi d'oro (parlo di “tempi d'oro” non tanto perché quel calcio era più vincente e spettacolare di quello attuale ma perché la Gialappa's possedeva una forza narrativa oggi dispersa, per motivi diversi). Un fenomeno del web è senza dubbio Eziolino Capuano. Esistono decine di video nei quali il tecnico salernitano sfoggia un'energia dirompente, un italiano talvolta approssimativo e sfuriate al limite dello “Sgarbismo”. Capuano è noto per tirare fuori il meglio di sé in sala stampa, sebbene lo abbiamo visto anche festeggiare saltando sopra una macchina dopo una partita vinta contro l'Avellino. All'epoca allenava la Juve Stabia, era la C1 2006-2007. Non sto qua a rievocare le gesta mediatiche di Eziolino perché voglio sollevare altre questioni che in pochi si sono posti: Capuano è un buon allenatore? Qual è il suo calcio? Cosa c'è dietro il fenomeno mediatico? Avverto subito i lettori: il sottoscritto è un estimatore di Capuano, dunque intendo ergermi ad avvocato del diavolo cercando di cogliere le dinamiche dell'uomo e del trainer.



Partiamo dall'attualità: come sta andando ad Arezzo?

I risultati parlano per lui: molto bene. Personalmente – ma so che molti sono d’accordo con me su questo blog - sono convinto che il successo non sia solo vincere lo scudetto o una coppa. A volte una salvezza ottenuta con pochi soldi vale più di un “titulo”. A luglio l'Arezzo si trova in D, proviene da anni di depressione: è un ambiente da ricostruire. L'atteggiamento di Capuano è particolare: cerca soprattutto di far sentire importante la squadra e la tifoseria, di restituirle un blasone morale che il campo non avvalora. In sede di presentazione dichiara che l'Arezzo in D era come Belen Rodriguez che fa la barista (non si hanno notizie di repliche della show-girl argentina). Quando ad agosto emerge la possibilità del ripescaggio in Lega Pro, vera e propria arma a doppio taglio, prende le redini del gioco: preme sulla società per fare domanda di ripescaggio (il Presidente Ferretti era in un primo momento restio) ed è lui a fare calciomercato in prima persona. Approfittando della proroga concessa realizza una campagna acquisti intelligente, spendendo pochissimo e puntando soprattutto su giocatori svincolati o da rilanciare. In prestito arrivano, tra gli altri, Benassi, Conti, Dettori, Carcione e Montini. Gente che si va ad aggiungere a Gambadori e Bonvissuto, comprati a luglio per la D. Tutti giocatori presi da squadre di categoria che non rientravano nei rispettivi progetti tecnici. A parametro zero arrivano Villagatti, Cuccinello e soprattutto Horacio Erpen. Il fantasista argentino è il simbolo di questa squadra, fatta da giocatori qualitativamente validi ai quali non credeva più nessuno. Parliamo di uno che fa la differenza in giro per l'Italia da dieci anni ed è quasi incredibile che a stagione iniziata si trovasse senza un ingaggio. La campagna acquisti di gennaio ha confermato la tendenza, con l'arrivo del centrale Guidi, in uno scambio alla pari con il Forlì per Morga (l'attaccante sta stentando anche in Romagna, mentre Guidi è diventato uno dei perni della difesa amaranto), dei centrocampisti Sabatino e Barusso (quest'ultimo lo ricorderete al Brescia e alla Roma) e del giovane fantasista Yaisien, in prestito dal Bologna. Nonostante il poco tempo avuto a disposizione per preparare la stagione la squadra parte bene, trovando subito i primi punti contro alcune concorrenti per la salvezza (Giana Erminio, Torres, Mantova e Lumezzane). Il campionato si accorge definitivamente dell'Arezzo quando batte in casa il Real Vicenza, allora capolista, senza fargli fare un tiro in porta. Da lì in poi la stagione prosegue, con alti e bassi. Ad oggi l'Arezzo si trova a centro classifica quasi salvo ed in corsa per un posto nella Coppa Italia Nazionale. Mica male per una stagione partita sottotono e tra i Dilettanti.

Eziolino portato in trionfo dai suoi ragazzi, dopo la vittoria contro il Pordenone


Capuano è “ossessionato” da quella che definisce la “fase difendente”. E' davvero così efficace? 
Emblematica la partita casalinga contro l'Alessandria, squadra in corsa per la promozione in Serie B. Marconi, attaccante dei grigi, in settimana accusa Capuano di essere un catenacciaro ed un assassino del gioco. Lasciando stare la risposta stizzita di Eziolino, s'è visto un Arezzo che, come suo solito, ha imbrigliato l'avversario, è passato in vantaggio con merito sfiorando ripetutamente il secondo gol e, nel secondo tempo, ha subìto l'arrembante ritorno dei grigi che hanno pareggiato con Mezavila. Tutti quanti si recano in Toscana parlano di un avversario che si difende bene ma rispetto al quale, apparentemente, sembrano convinti di avere opportune contromisure. La verità è ben più amara, soprattutto al Comunale. Quella dell'Arezzo resta, comunque, una delle migliori difese dell'intera Lega Pro. C'è da dire che si tratta di un'arma a doppio taglio. Infatti è capitato, soprattutto in casa, che l'Arezzo non sia stato in grado di rimontare un eventuale svantaggio. Il match al “Comunale” contro l'Albinoleffe è l'emblema di questa difficoltà ma si è ripetuto anche contro la Cremonese.



Però Marconi non ha tutti i torti: Capuano punta, in primo luogo, a non prenderle, e spesso gioca letteralmente per lo 0-0.

A questa domanda Eziolino userebbe un sofismo, esaltando la “fase difendente”. Sotto quest'aspetto ricorda Mourinho, con il quale ebbe a discutere durante una lezione del portoghese a Coverciano. Si mormorò anche d'insulti pesanti da parte del portoghese, quel che è certo è la riconciliazione tra i due durante una visita di Eziolino a Appiano Gentile per vedere i metodi dello “Special One”.Cerchiamo di mettere ordine andando alle origini tattiche di Eziolino. Nasce come allenatore offensivista, folgorato sulla via del Sacchismo e dei nuovi profeti del calcio a zona. Le sue prime esperienze, a cominciare dalle promozioni ad Altamura e Cava (Serie D), lo dimostrano. Cambia, adottando una difesa a 3 con due esterni (si potrebbe parlare di fluidificanti) meno portati all'offensiva, a Sora, con una squadra che aveva necessità di salvarsi ma con pochissime risorse. Ci riuscì, con molti sforzi e all'ultima giornata. Da lì in poi non ha più abbandonato quello schieramento, almeno per quanto riguarda il reparto arretrato. Ciò che colpisce più di ogni altra cosa non è il modulo quanto l'organizzazione. Tatticamente è questo il grande pregio di Capuano: le sue squadre raramente si sfilacciano o perdono il filo del discorso. Lavora tantissimo le soluzioni su palla ferma (non a caso è tra le squadre che segna di più e subisce di meno, in queste situazioni) e pretende grande intensità. Si difende bene perché i suoi giocatori corrono tutti e lavorano per la squadra. Anche l'attaccante ripiega e fa il primo difensore e, al contrario, il difensore centrale può diventare un goleador. Intendiamoci, non è il calcio totale olandese. E' propensione al sacrificio, al lavoro collettivo. Uno stoicismo applicato alla salvezza. Volendo essere cinici si potrebbe dire che Capuano cerca di sfruttare gli episodi, invece di vincere attraverso il gioco. Questo cinismo si scontra con la realtà dei fatti, almeno in Serie C. Lo spettacolo è merce rara ed è fondamentale essere pratici, sfruttando ogni situazione possibile e pallone giocabile. La salvezza o la promozione, dipende dagli obiettivi, passa spesso da queste circostanze. E Capuano lo sa bene.


Eziolino alla Pinetina, nel 2009


Già, la salvezza. Capuano per salvarsi va bene ma più di quello non può fare. E poi in B non avrebbe speranze.

In queste settimane si parla tantissimo del mercato allenatori in Serie A, un tourbillon che muoverebbe una decina di tecnici in giro per lo stivale. Questo aprirebbe ad una spirale che si diffonderebbe, a pioggia, nelle serie minori. Infatti, sono diversi gli allenatori attualmente in Lega Pro destinati al salto di categoria. Anche senza passare dall'eventuale promozione della loro squadra. Da Colombo, protagonista di una grande stagione alla guida della Reggiana, a Beppe Scienza, pronto a replicare il salto dopo la deludente esperienza a Brescia, ad Antonino Asta - l'ex-capitano del Torino sta confermando a Bassano quanto di buono aveva già fatto a Monza, dov'era andato via a causa dei problemi societari della società brianzola - Mi permetto di menzionare anche Roberto De Zerbi: il suo Foggia è un mix di orgoglio e mentalità offensiva e nessuno, neanche in terra dauna, avrebbe immaginato la squadra in lotta per i play-off promozione. In ogni caso parliamo di allenatori che stanno facendo bene ed hanno portato le loro squadre ai vertici della classifica. Capuano ha rinnovato con l'Arezzo per altre due stagioni e l'obiettivo, almeno a parole, sembra quello della promozione. Bisognerà valutare l'adattamento al Girone B, intriso di derby e lotte fratricide, e le disponibilità che il presidente Ferretti sarà disposto a mettere in campo. In ogni caso parlano i risultati e quelli che sta ottenendo non gli precluderebbero un salto di categoria. Quella stessa che sta offrendo storie degne di essere raccontate Si sono viste polemiche esplosive (dalla guerra mediatica intrapresa da Brini, allenatore del Benevento, al “presunto” saluto romano di Leo Perez ad Ascoli), bomber di altissimo profilo (segnalo Donnarumma, trascinatore del Teramo capolista nel girone B, e Caturano, l'anima del Melfi di Bitetto), grandi delusioni (su tutte la SPAL, partita con ben altre ambizioni) e grandi imprese (la Giana Erminio meriterebbe un articolo a parte).



Parliamoci chiaro. La carriera non è dalla sua parte. Ha sempre allenato piccole realtà, prevalentemente in Campania e Puglia. E nessuna gli ha chiesto obiettivi importanti. Se fosse bravo almeno una chiamata dalla B o da una piazza ambiziosa di C l'avrebbe avuta.

In verità una chance importante Eziolino l'ha avuta. O, per meglio dire, gliel'hanno offerta. Siamo nel 2003. Dopo la retrocessione in C Aniello Aliberti, presidente della Salernitana, pensa a Capuano per la panchina granata. L'obiettivo è quello di ricostruire un progetto tecnico, partendo dai tanti giovani provenienti dal vivaio (all'epoca uno dei più floridi del calcio italiano) e altre scommesse scovate da Carmine Longo, il D.S. Dell'epoca. Dopo il ripescaggio, derivante dal Caso Catania, Longo, già perplesso in prima battuta, convince Aliberti a non puntare su Eziolino ma di scommettere su un allora sconosciuto Stefano Pioli, alla sua prima esperienza su una panchina. I risultati premiano l'intuizione di Longo ma feriscono profondamente Capuano (in rete si trova anche una polemica a distanza tra i due). In precedenza esperienze ambiziose gli capitano a Taranto e Nocera (entrambe in C2, più di dieci anni fa) ma si concludono anzitempo, a causa di capricci ed incomprensioni più che per risultati negativi. Esemplare il campionato nell'Agro: riceve l'esonero da terzo in classifica, dopo una sconfitta nello scontro diretto contro il Brindisi. La Nocerina è in calo di risultati ma non tale da giustificare la cacciata.



E il resto della carriera? Solo risultati modesti e piccole squadre!

Ribadisco la premessa iniziale: non merita soltanto chi vince coppe e scudetti. Capuano ha un altro grandissimo pregio: sa friggere il pesce con l'acqua minerale, uso una sua espressione. E' uno stoico, si esalta nelle situazioni difficili lì dove altri rinuncerebbero a priori. Ho già citato il primo campionato a Castellammare, dove nessuno gli dava un centesimo e invece arrivò settimo. Non è l'unica volta in cui Eziolino ha firmato imprese simili. Nella sua carriera non ha quasi mai cucinato con ingredienti di alto profilo, si è sempre accontentato di quello che passava per il convento. Un po' per scelta, un po' per obbligo. In un pallone come quello attuale, fatto di ristrettezze economiche e di stipendi non più da capogiro (soprattutto nelle serie minori), qualcuno capace di fare necessità virtù può essere una risorsa decisiva. Un tempo si parlava di calcio “pane e salame”; personalmente ritengo valida la lezione di Luzzara, storico patron della Cremonese (squadra che dovrebbe ricordarsi il suo passato, fatto di saggezza e calma). Forse è questo il grande insegnamento che possiamo trarre osservando la parabola calcistica di Eziolino Capuano. Un uomo figlio del mondo dov'è vissuto, quello di Serie C, dove i parametri del grande calcio hanno poco valore e non ci sono scorciatoie. In tanti, arrivati alla prova del nove, si sono scottati restando bruciati per sempre. Al momento opportuno arriverà pure il suo momento.



Almeno su un aspetto dovrai darmi ragione: anche se allenasse in B chi sarebbe disposto ad accettare le sue sceneggiate in sala stampa?
Sinceramente non saprei chi potrebbe frenare il suo carattere istrionico, al limite del triviale. L'autocontrollo è da escludersi, non fa parte dell'uomo Capuano. Ho detto “dell'uomo” e non “del personaggio” perché sono convinto che non finga. Lui è così e va accettato come tale. Forse avrebbe bisogno di un bravo assistente o di un team manager in grado di mediare tra i suoi bollenti spiriti e la polemica mediatica. Non possiamo saperlo. Solo il tempo potrà dircelo, al momento ci accontentiamo di “questo” Capuano che va benissimo così.

"Ma che staje dicenne?" "La verità, Mister"

giovedì 2 aprile 2015

Guida Galattica allo US Soccer #14


Islands of Adventures

Perché Orlando si chiami Orlando non è ad oggi ancora ben chiaro. Sappiamo che ad inizio Ottocento il principale insediamento della zona si chiamava Jernigan, da Aaron Jernigan, un mandriano che era riuscito a far suoi diversi terreni grazie al Florida Armed Occupation Act. Sappiamo che la leggenda vuole prenda il nome da Orlando Reeves, una sentinella americana che perse la vita durante una delle guerre contro i Seminole e che i discendenti di tale Orlando Savage Rees dichiarano che quel nome viene dal loro avo che possedeva terreni su terreni tra Florida e Mississipi.
Com’è come non è, Orlando è un bel nome per una città, suona bene in inglese.

Nel mondo Orlando è conosciuta come la capitale dei parchi di divertimento. Oltre ai quattro parchi tematici della Walt Disney (Magic Kingdom, il primo ad essere costruito, quello con il Cinderella Castle, per intenderci, Epcot, dedicato alla scienza, i Disney’s Hollywood Studios, Animal Kingdom, il secondo parco più grande al mondo e la Typhoon Lagoon), Orlando e dintorni offrono Sea World, Gatorland, il Wet ‘n Wild e la galassia di parchi Universal, che ricomprende il CityWalk Orlando, Islands of Adventures e gli Universal Studios Florida. Per i non amanti dei parchi tematici, meritano forse una visita l’Osceola County Welcome Center (Osceola era il più valoroso tra i capi Seminole) o i tanti shopping mall (tra questi, il Millenia) o il Lake Eola. Non credo comunque che Orlando sia una meta per chi non ama i parchi tematici, sinceramente.

Sono di Orlando Jack Kerouac, Wesley Snipes, per noi, Blade, e la drag-queen Tyra Sanchez. Orlando accoglie, inoltre, una delle comunità ispaniche più importante degli U.S.A. in virtù della forte immigrazione portoricana e cubana.

Ricardo Izecson dos Santos Leite - Kaka

La storia dell'Orlando City Soccer Club inizia a Austin, Texas. I colori sono il bianco ed il rosso dell'Austin Aztex F.C., club di proprietà di Phil Rawlins, fino a qualche tempo fa azionista dello Stoke City, e impegnato nella seconda e terza divisione americana. Nel 2010, Rawlins decide di spostare la franchigia in Florida, ad Orlando, appunto, dove il soccer manca dai tempi dei Miami Fusion e dei Tampa Bay Mutiny. Con l'occasione, la franchigia cambia nome, diventando Orlando City S.C., colori, viola e bianco, e annuncia l'intenzione di prendere parte alla Major League Soccer nel giro dei successivi 5 anni.

Quella da poco iniziata è la prima stagione dell'Orlando City in Major League Soccer. E l'inizio è di quelli buoni. Lo scorso febbraio è stata presentata anche la nuova mascotte, Kingston (a dire il vero un pò criticata per i colori sbiaditi) e i primi di marzo ha preso il via la Orlando City Purple Pride, una corsa dei supporters del club per tutta downtown Orlando.

In rosa figurano giocatori del calibro di Brek Shea (ex Stoke City e Birmingham City), Sean Patrick St Ledger (ex Boro, Milwall e Ipswich Town) e Kaka, con tanto di fascia di Capitano al braccio. Un pareggio all'esordio contro il New York City e una vittoria alla seconda giornata a Houston contro la Dynamo. Poi la sconfitta al Citrus Bowl - in attesa del nuovo stadio a downtown, a due passi dall'Amway Center, dove giocano i Magic di Victor Oladipo e Nikola Vucevic - contro Vancouver e il buon pareggio a Montreal. La stagione promette bene, l'esperienza di head coach Adrian Heath è quello che serve.

Qui trovate la sintesi del pareggio con Montreal, caratterizzato da fasi difensive rivedibili.
La squadra ha anche un profilo Instagram e un profilo Twitter.
 
Conch fritters

Una gita ad Orlando è l'occasione per assaggiare qualche specialità floridana, latinoamericana e vietnamita. Per iniziare fried gator tail e conch fritters. La fried gator tail è servita alla maniera del Sud tipo nuggets e accompagnata da salsa piccante. Una buona alternativa può essere il gator tail piccadillo: la carne viene cotta assieme a spezie di vario tipo e servita con riso e verdure.
Conch - che si pronuncia "konk" - è invece lo strombo, un mollusco di media grandezza. I conch fritters sono un piatto di origine bahamense. La carne viene panata in una maniera particolare (generalemente alla panatura si aggiunge la cipolla, il peperone e la cayenna) e fritta prima di essere servita con salsa tartara.
Non mancate una fetta di key lime pie: simile, nell'aspetto, alla cheesecake, con la quale condivide la base di biscotti sbriciolati imburrati, è un'esplosione di crema di lime e panna che passa prima al forno e poi per diverse ore in frigorifero.

Se non potete rinunciare al classico burger, tre mete imperdibili: that one spot, sulla West Colonial Drive in direzione Clermont (le foto parlano chiaro), Burger Craft, prima di Clermont, sul Lake Minnehaha, e BurgerFi (il più vicino è a Windermere), dove servono i panini con sopra grigliato il nome o con la lattuga al posto del pane.

*   *   *
Classifiche
Eastern Conference New York Red Bulls 7, D.C. United 6, New York City FC 5, Orlando City SC 5, New England Revolution 4, Columbus Crew SC 3, Toronto FC 3, Chicago Fire 3, Montreal Impact 2, Philadelphia Union 2 Western Conference FC Dallas 10, Vancouver Whitecaps FC 9, San Jose Earthquakes 6, LA Galaxy 5, Real Salt Lake 5, Houston Dynamo 5, Sporting Kansas City 5, Seattle Sounders FC 4, Colorado Rapids 3, Portland Timbers 3
Top scorers 3 reti: Fanendo Adi Portland Timbers, Clint Dempsey Seattle Sounders FC, Blas Pérez FC Dallas, Octavio Rivero Vancouver Whitecaps, Chris Wondolowski San Jose Earthquakes; 2 reti: Jozy Altidore Toronto FC, Fernando Aristeguieta Philadelphia Union, Kaká Orlando City SC, Robbie Keane LA Galaxy, Obafemi Martins Seattle Sounders FC, Ike Opara Sporting Kansas City, Kelyn Rowe New England Revolution, Lloyd Sam New York Red Bulls, Bradley Wright-Phillips New York Red Bulls.

venerdì 27 marzo 2015

Fuga da Via Tacito (ode alla leggerezza)


“That was fun yesterday
When you raged watered
But today’s a working day
And tonight’s a school night”
(Kurt Vile - Take Your Time)

La notizia che anche il caro Emilio è diventato papà mi ha spinto, ieri pomeriggio, a cercare qualche sprazzo di leggerezza.

Avendo qualche minuto a disposizione in ufficio, mi sono fiondato immediatamente alla ricerca dell’esempio di leggerezza più concreto ed allo stesso tempo intangibile che io conoscessi. Sentivo di aver bisogno di una leggerezza ideale, paradigmatica, irreplicabile. Desideravo allontanarmi per qualche ora, per qualche anno, da Via Tacito, dove lavoro, e tornare indietro nel tempo, sperando di ritrovarmi ad un certo punto nella taverna di casa di Emilio a San Saba, al piano sotterraneo, dove passavamo spesso i pomeriggi ed il grande camino era la porta che a turno difendevamo.

In pochi minuti mi sono avventato su un bellissimo video del “Mundo Deportivo” di diversi anni fa, che raccoglie tutti i gol di Ronaldo in casacca blaugrana con commento in catalano.

Non starò qui a descriverli uno per uno, sono noti a tutti e su di loro si è già scritto moltissimo.

Ho trovato la leggerezza che cercavo dopo appena 6 minuti e 32 secondi dall’inizio della riproduzione video. E’ Betis-Barcellona, è gennaio del 1997.

Dopo una strana carambola e qualche tocco incerto, O Fenômeno intercetta di sinistro un violento passaggio (forse di Giovanni, forse di un Luis Enrique quel giorno ispiratissimo autore di una tripletta) a 40 metri dalla porta, come avesse una calamita sullo scarpino, inizia a controllare la sfera e ad avanzare in obliquo. Si fa quindi passare la palla in mezzo alle gambe per disorientare gli avversari in una specie di doppio passo e, ai 30 metri, decide di innescare la magia.

Lo scatto sotto la curva del Benito Villamarín è bruciante mentre il crocifisso del brasiliano sobbalza al ritmo del cuore sotto sforzo, simulando il folle andamento delle sinusoidi dell’encefalogramma di chi sta rinascendo dopo 75 minuti di insulti, di cabròn urlati a squarciagola. Per un attimo la sua classica esultanza, il gancio destro al cielo con il pugno ben chiuso. Poi, all’improvviso, la leggerezza, la giovinezza, l’inesperienza, l'istinto: l’indice destro sulle labbra serrate in un interminabile invito al silenzio rivolto alla platea andalusa, Giovanni che lo raggiunge e tenta inutilmente di distrarlo, di farlo ritornare in sé. Ronaldo ansima, ha fatto un bello scatto, è senza fiato, ma non per questo allontana il dito dalle labbra che in quei giorni baciano con passione la bella Suzana.


Arrivano Popescu e Ferrer, Nadal e Luis Enrique, lo avvolgono, lo abbracciano, ma in realtà vogliono solo allontanarlo dalla linea di fondo. Lui sguscia via e appena è di nuovo da solo si porta nuovamente l’indice sulla bocca, stavolta rivolto verso un altro settore dello stadio.
Lo raggiunge anche Figo che lo prende dalla collottola per portarlo al cospetto di Guardiola e farlo uscire definitivamente dal trance. E’ Pep stavolta ad alzare il ditino e la voce, a scuoterlo, a richiamare la sua concentrazione, a riportarlo con la mente e con il corpo sul terreno gelato del Villamarìn con una vivace ramanzina, forse la prima seria lavata di capo per il ragazzo di Rio.

Ho sempre avuto un debole per i giocatori che zittiscono lo stadio altrui dopo una rete, anche se non saprei spiegarne il motivo. Probabilmente lo trovo un gesto liberatorio, come fosse qualche istante di rivalsa concesso dal destino allo spauracchio di giornata, a quello che sapeva che sarebbe stato complicato e che però ce l’ha fatta comunque anche se poi in fondo non è servito a nulla. Una celebrazione pagana. Come per la strana danza indiana di Luiso a Stamford Bridge, come per il girotondo di Batistuta al Camp Nou.

In verità, quel gesto compiuto da Ronaldo ha avuto il potere di catturare la mia attenzione non tanto per il suo effetto intimidatorio sul pubblico quanto per la sua causa, per il fatto d'essere stato partorito da chi un gesto del genere non era abituato a farlo, da un ragazzo tutto sommato rispettoso e presente a se stesso e che forse replicherà il "rito del silenzio" in una sola altra occasione in carriera. Il desiderio del Fenomeno di liberarsi per un istante delle sue pressanti responsabilità verso i compagni e verso il pubblico, esattamente come stavo cercando di fare io stesso ritagliandomi qualche minuto nell'ennesimo, monotono, interminabile, pomeriggio di lavoro e di pressioni.

Ronaldo era la leggerezza, il potere di far svanire il proprio corpo e riuscire a traslarlo in pochi istanti dall’altra parte del campo, alle spalle del portiere di turno.

In un pomeriggio di fine marzo del 2015 il Fenomeno mi ha riportato nella taverna di Emilio, davanti al camino, con una palla di spugna da un lato e l’Amiga acceso dall’altro. Non c’erano figli all’orizzonte, non c’erano doveri, c’erano solo le nostre partite e le pizzette rosse del forno di San Saba, quello accanto all’alimentari del Sig. Spuntarelli.

Poco prima di tornare a concentrarmi sul lavoro, ho trovato casualmente una foto di Ronaldo che non avevo mai visto. E' la foto del penalty che permise al Barca di sconfiggere il PSG e di portare a casa la Coppa delle Coppe ’97.



Il Fenomeno ha appena iniziato la rincorsa nella lunetta e si appresta a calciare. Qualcuno dagli spalti ha lanciato verso di lui un fumogeno che inspiegabilmente, a causa dell’effetto prospettico della foto, non appare minaccioso. E’ più simile ad una stella cometa, scagliata dalla sfera celeste a santificare quel momento e quella vittoria, a glorificare me, Emilio, suo figlio e la nostra antica leggerezza.