venerdì 17 maggio 2013

Guida galattica allo US Soccer #9

Kansas City, skyline

Nel lontano 1856, la nave a vapore Arabia partì da St. Louis alla volta di Kansas City e Sioux City. Tuttavia, appena ripartita da Kansas City l'Arabia -si narra- urtò un albero lungo le acque del fiume Missouri e affondò in men che non si dica. I passeggeri vennero tutti soccorsi, ma la nave e il suo carico andarono perduti. Fino al 1987, anno in cui il relitto venne riscoperto e riproposto nell'attuale Arabia Steamboat Museum di Kansas City.
I resti dell'Arabia sono ora tra le principali attrazioni della città che si divide tra gli Stati del Kansas e del Missouri.

Famosa per il barbecue (ulteriori informazioni a piè di post), Kansas City ospita anche un importante museo dedicato alla Prima Guerra Mondiale, il Nelson Atkins Museum of Art e oltre 160 fontane.

James Cool Papa Bell
Tuttavia -inutile girarci attorno- i must see a Kansas City sono indubbiamente altri. Al primo posto il Negro League Baseball Museum (le Negro Leagues erano serie in cui i giocatori erano di origine prevalentemente afro-americana o latinoamericana). A seguire, i riverboat casinò, guida assoluta e primo step per la nightlife che conta a Kansas City.
Infine, 4 parole: Schlitterbahn Kansas City Waterpark. Il parco giochi ha da poco annunciato la novità delle novità, una Meg-a-Blaster speed-slide da 4 persone. Sarà la più alta, la più veloce e, quindi, la più figa speed-slide del mondo.

N.B. per chi non lo sapesse, la speed-slide è una corsia, una pista, uno scivolo che va giù dritto, come se fosse solo la discesa principale delle montagne russe. In Italia, ad esempio, c'è il kamikaze dell'Aquafan di Riccione, inaugurato nel 1991 da Alberto Tomba.


Prima di lanciarvi a cannone al waterpark, però, forse vale la pena di assistere ad un match dello Sporting Kansas City.
La squadra, fondata nel 1996, è da sempre partecipante alla Major League Soccer, originariamente con il nome Kansas City Wizards, dal 2010 come Sporting per questioni di copyright.

Pur essendo tra i più assidui frequentatori dei playoff della MLS, solamente nel 2000 i Maghi sono riusciti a vincere l'MLS Cup, sotto la guida di Bob Gansler e con Tony Meola a registrare il record di imbattibilità in stagione (oltre 680 minuti).
Grande protagonista di quella stagione il danese Miklos Molnar (che alcuni di voi -solo i più attenti- ricorderanno a Francia '98), trascinatore dei Wizards sia in semifinale (contro i Galaxy) che in finale (contro i Chicago Fire).
Dopo il trionfo del 2000, però, solo delusioni per Kansas City. Tra queste la finale persa contro lo DC United nel 2004.

Vitalis "Digital" Takawira
Sono passati da Kansas City Igor Simutenkov, il nigeriano Uche, Alexi Lalas e Vitalis "Digital" Takawira, da Salisbury, Zimbawe.

Nonostante il primo posto a Est nella regular season, lo scorso campionato i Maghi sono stati eliminati al primo turno di playoff dalla sorprendente Houston Dynamo (poi finalista perdente contro i Galaxy).

Quest'anno (la stagione 2013 è da poco iniziata) contano sui gol dell'argentino Bieler, del panamense Zusi e della stella Kei Kamara (di passaggio anche al Norwich) per tornare campioni. Magari prima aggiustando un poco alcuni meccanismi difensivi, come sembrerebbe suggerire la partita dello scorso 8 maggio contro Seattle: assurdo che in sette contro due in area su calcio d'angolo non hai la marcatura sulla punta avversaria.. maledetta zona sui calci piazzati..

Infine, una considerazione: forse con la terza maglia lo Sporting ha un po’ esagerato..
* * *

Il BBQ, dicevamo. Da quanto ho capito, il KC BBQ-style consiste in una sorta di affumicatura lenta della carne tramite vari tipi di legna (tra questi, il noce) e nel ricoprire la carne con una salsa densissima a base di pomodoro e melassa.
Un paio di dritte. Se preferiamo lo stile e l'arredamento del locale, imperdibile l'Arthur Bryant's Barbeque Restaurant. Se invece vogliamo affidarci alle classifiche, da non perdere il Fiorella's Jack Steak. Danny Edward's Bld BBQ sembra invece il set di un film di Tarantino.
Qui invece i principali eventi legati al BBQ a livello nazionale.

0% VEGETARIAN

mercoledì 15 maggio 2013

Chiacchiere da bar

Questo non è un vero e proprio post, ma semplicemente questa mattina stavo sfogliando AS e ho trovato un sacco di notizie che volevo commentare per mail con i miei amici e ho pensato, ma perchè commentarle solo con i miei amici se posso farlo con tutti gli amici di LB?

Quindi queste sono solo chiacchiere da bar.

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La prima cosa che ho scoperto è che stasera si gioca la finale di Europa League. Botta secca tra Chelsea e Benfica (in realtà non l'ho scoperto oggi, me l'aveva detto ieri sera lo Zio, però nel frattempo l'avevo dimenticato perchè mi sono innamorato di Natalia Oreiro, meravigliosa attrice di Montevideo, che, in un film molto bello, dedica un vecchio tango alla lotta dei Montoneros). Ora, abbiamo parlato già troppe volte del peccato che una competizione così affascinante sia stata svilita, dagli interessi commerciali che girano intorno alla Champions, a poco più di un torneo di calciotto di Roma nord. E però, se dovessi scegliere quale finale andare a vedere allo stadio, io sceglierei questa, non Bayern-Borussia. Mi aspetto, quindi, una gran partita, decisa da un gol - naturalmente da fermo - di Cardozo ai supplementari.

Restando in tema, leggevo che Benitez è riuscito a farsi apprezzare dai tifosi del Chelsea, all'inizio - come dire - un po' diffidenti. La torta era la qualificazione alla Champions dell'anno prossimo, questa sarebbe la ciliegina. Ciò nonostante, Rafa se ne andrà (a Stamford Bridge siederà, come tutti sanno, il suo specchio Mourinho). Voci di corridoio lo danno in trattativa con il Napoli. Le voci che mi incuriosiscono (le vicende di un personaggio scialbo come Benitez non incuriosirebbero neanche la madre), però, sono altre, e cioè quelle che parlano di un interessamento di De Laurentis per el loco Bielsa. Inutile aggiungere che sarebbe una cosa fantastica, per il Napoli, per lui e soprattutto per noi che finalmente potremmo gustarci un uomo e un calcio che, in Italia, con i Corini e i Donadoni, gli Allegri e i Pulga (Dio benedica sempre Ventura!), con tutto il rispetto, ce li sogniamo. Certo, poi penso a Ilaria D'Amico e a Massimo Mauro che lo intervistano mi sento male, è come far uscire a cena Borghezio con la citata Natalia Oreiro...di che cazzo parlano?

Ora che ci penso, Bielsa al Napoli e Mazzarri alla Roma. Dov'è che devo firmare? Anche per il viceversa, naturalmente.

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Mercato sparso (le chiacchiere che più amo): Villa e Fabregas sono in uscita dal Barcellona. Sul primo c'è l'Inter. Mi sembra un acquisto ideale. Lui si rilancerebbe e il povero Strama (un errore non confermarlo, nonostante il suo look da domenica al centro commerciale) potrebbe finalmente giocare con qualcuno più reattivo del mio comodino (Cassano, Rocchi, Alvarez). Ho i miei dubbi - atavici - sull'adattabiltà dei calciatori e delle basette spagnole nel nostro campionato, però 10 euro su 15 gol alla prima stagione li punterei subito. Fabregas sarebbe invece stato chiesto da Moyes come primo rinforzo del dopo-Ferguson. Mi pare un'ottima pillola del giorno dopo.

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Per restare in Premier, si prospetta un - finalmente - City di livello con Pellegrini in panchina e Isco in mezzo al campo. Pellegrini è il miglior allenatore del mondo palla a terra, una sorta di padre putativo di Montella. Non a caso vari giocatori sono transitati dal primo al secondo senza neanche accorgersene. Di Pellegrini mi ha sempre fatto impazzire quel modulo 4-4-2 con due fantasisti come esterni di centrocampo (Ibagaza idolo assoluto). Isco è la mezz'ala giovane con più prospettiva in Europa insieme a tutto il centrocampo del Borussia Dortmund...Se lo lasciano lavorare in pace, cosa che dubito, considerando anche che Moyes non potrà far centro al primo anno, prevedo che Nesat si divertirà.

Quanto a Mancini, se trova una Juve Stabia che se lo piglia è fortunato. Non ho nulla contro di lui, l'ho sempre amato come calciatore, non l'ho mai disprezzato come allenatore, gli ho anche copiato il ciuffo (un ciuffo che scopa da solo) da un po' di mesi a questa parte, però se hai una rosa come quella del City e dopo aver perso col Wigan (che è appena sceso in Championship, sta bene a Roberto Martìnez, non l'ho mai apprezzato) ti lamenti perchè è stato sbagliato il mercato estivo, ti meriti due o tre anni di esilio in serie B.

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Non è esilio ma trionfo quello del Trapani. Sì che mi fa piacere la notizia della loro prima volta nella serie cadetta. Trapani ha troppe belle chiese barocche per la Lega Pro. La prossima volta che passerò da Angelino al porto mi ricorderò di dedicare un calamaro ripieno ai gol che mio cugino segnò l'anno scorso, contribuendo alla prima delle due promozioni consecutive dei granata.

Concludo con due notizie inutili quasi quanto i gol di mio cugino. La prima: venerdì c'è la finale di Copa del Rey tra Real e Atletico Madrid. Pur non vedendola tiferò per i colchoneros e per interrompere questa maledizione che non so da quanti anni va avanti che non riescono più a vincere un derby. Ma il cholo resterà ancora al Calderòn? Mi sorprenderebbe quanto, se non più, un'eventuale permanenza di Falcao (che infatti danno già al Real Madrid via Monaco: già me lo immagino il minestraro che lo arringa nello spogliatoio: "devi essere un lupo famelico"). La seconda: Victor Valdes a fine stagione lascerà il Barcellona. Fossi il portiere della Juve Stabia, inizierei a cagarmi sotto.

giovedì 9 maggio 2013

Il Monolite Scozzese (ovvero i 26 anni che sconvolsero il mondo)


Manchester è il posto più ripugnante (…) Masse di immondizie, rifiuti e melma nauseabonda sono sparse dappertutto, in mezzo a pozzanghere permanenti; l'atmosfera è ammorbata dalle loro esalazioni e oscurata e appesantita da una dozzina di ciminiere; orde di donne e di bambini laceri si aggirano nei pressi, sudici come maiali sguazzanti tra mucchi di immondizia e nelle pozzanghere.

Friedrich Engels, La Situazione della Classe Operaia In Inghilterra, 1845





I PIANI QUINQUENNALI: MANCHESTER E’ ROSSA


In settembre il generale Kornilov marciava su Pietrogrado con l'intenzione di proclamarsi dittatore militare della Russia. Si riconobbe presto dietro di lui il pugno ferrato della borghesia, pronto ad abbattersi sulla rivoluzione”. A novembre, due mesi dopo, la storia si ribalta però clamorosamente. Arrivato in treno da Glasgow attraverso la Finlandia, appare a Manchester un immenso monolite - che gli indigeni giurano oggi ci fosse sempre stato – dalle sembianze di un tornitore e sindacalista scozzese. A questa pietra grezza, è dato il nome socialista di Alex Ferguson. Nato durante la seconda grande guerra a Govan, sobborgo di Glasgow, come tutti i ragazzi cresciuti in quelle strade di pietra levigata dal mare, a nemmeno 16 anni Alex Ferguson comincia a lavorare come tornitore nei cantieri del porto. Qui, grazie ai racconti dei compagni più anziani, nelle fredde notti passate a ubriacarsi intorno a fuochi che ardono nei bidoni industriali, si avvicina al comunismo. Legge Marx e Kropotkin, apprende il pensiero rivoluzionario sui testi di Lenin e Gramsci. In breve diventa sindacalista, e il suo cuore oramai rosso come la bandiera che sventola, lo porta a esporsi a tutela dei giovani e di quei compagni più anziani che lo hanno educato. Il monolite è comunista. Dopo il lavoro nel porto, la sera Alex Ferguson gioca a calcio nel Queen’s Park. L’impatto con il campo è duro. E’ tra il tornio e il terzo libro del Capitale, tra le lotte sulle banchine e sui campi di calcio della periferia di Glasgow, che il monolite chiamato Alex Ferguson consolida la sua tempra d’acciaio. 

Da calciatore vince un titolo di capocannoniere nella Scottish Football League e gioca per due anni nei Rangers Glasgow, la squadra unionista della sua città. Quegli anni al servizio del capitale imperialista lo convincono ancora di più della necessità storica della presa del  potere come culmine della lotta di classe. E qualche anno dopo, la mette in pratica. L’esportazione della rivoluzione pallonara comincia nel 1978, quando diventa tecnico dell’Aberdeen, con cui riesce a rompere il duopolio scozzese di Rangers e Celtic e a vincere tre campionati. Qui realizza l’impresa più bella. Nel 1983 a Goteborg con un manipolo di diseredati scozzesi travolge l’esercito franchista del Real Madrid in un’indimenticabile finale di Coppa delle Coppe. E’ il momento di partire: direzione Manchester. Il primo piano quinquennale (1986-1991) mancuniano comincia il 7 novembre del 1986, il giorno dopo la presa del Palazzo d’Inverno, coincisa con l’arrivo in città del monolite scozzese chiamato dal popolo a risollevare le sorti della repubblica decadente e imborghesita dal governo menscevico. L’inizio non è facile, mai. Dopo cinque anni l’eroe della battaglia di Goteborg è sull’orlo del licenziamento. Solo una fortunosa vittoria sul Crystal Palace nel replay della finale di FA Cup lo salva dal processo popolare e dall’allontanamento a fini rieducativi in un campo di lavoro in Siberia. Il secondo piano quinquennale (1991-95) coincide con l’arrivo del bandolero marsigliese Eric Cantona: rivoluzionario spontaneista di chiara matrice anarco-insurrezionalista. 

Nella pietra sono ancora scolpiti i nomi di quegli eroi. Roy Keane: mastino irlandese cresciuto nella rivolta repubblicana. Andrei Kanchelskis: immenso talento perso nell’alcol e nel gioco a furia di leggere romanzi di Dostoevskij. Lee Sharpe, sfortunato fuoriclasse cui lo stesso Fyodor dedica le sue pagine più toccanti ne L’Idiota. Saldata nella potenza dell’acciaio di Govan, temprata dal ritmo ossessivo delle catene di montaggio del Lancashire e foraggiata dagli stati satellite allineati e alienati del north-by-northest inglese, a Manchester si forma una res publica sovietica a immagine e somiglianza del monolite rivoluzionario che l’ha forgiata. Il terzo piano quinquennale (1995-98) è quello della crescita e dell’affermazione della generazione nata ai tempi della rivoluzione: i vari Giggs, Scholes, Beckham e Butt. I frutti più preziosi dei kolchoz, allevati dal monolite scozzese e iniziati ai segreti di Eisenstein e Majakovskij. Si vince ancora, anche grazie all’arrivo di Teddy Sheringham, vizioso dandy occidentale che abiura l’occidente capitalista e cerca la perfezione dell’essere, e quindi il suo oblio, al di là della cortina di ferro. Il quarto piano quinquennale (1998-99) è quello del trionfo, in cui i carri armati dell’Armata Rossa riescono a liberare il proletariato oppresso spingendosi fino a Barcellona: città socialdemocratica, le mani ancora sporche del sangue dei comunisti rivoluzionari e degli anarchici massacrati anni prima su ordine di Mosca. La vittoria in Coppa Campioni della brigata combattente del Lancashire contro le sturmtruppen naziste del Bayern Monaco - dopo aver rischiato il tracollo fino all’ultimo minuto - rimpiazza nella mitologia sovietica di Manchester e degli stati satellite perfino la Battaglia di Stalingrado. 





LA NEP (NUOVA POLITICA ECONOMICA): LA FINE DI UN SOGNO

Il quinto piano quinquennale (1999-2005) è dove appaiono le prime crepe sulle pareti del Cremlino di Manchester. Nonostante l’arrivo dello scrittore argentino surrealista e sovversivo Juan Sebastian Borges Veron, e dell’imnplacabile macchina da guerra olandese sottratta ai nazisti Ruud Van Nistelrooy, si contano i primi voti sfavorevoli e passano le prime mozioni contrarie. Nel 2001, al termine dell’odissea spaziale che certifica la supremazia comunista sull’occidente capitalista, tramite la certificazione dell’eternità spaziortemporale del monolite rivoluzionario scozzese, Alex Ferguson annuncia la sua decisione di ritirarsi a fine anno. E’ il primo segnale. Un nuovo occidente, basato sul neoliberismo finanziario e postindustriale, decreta la vittoria delle squadre della capitale come Arsenal e Chelsea: tigri di carta al servizio dell’impero. E’ l’inizio della fine. Terminato lo slancio rivoluzionario, messe da parte le speranze sulle magnifiche sorti e progressive dell’umanità nuova, il monolite scozzese comincia un lungo esilio che lo porta a intraprendere una lunga marcia dallo Jiangxi allo Shaanxi. Attraverso monti e pianure, boschi e altipiani, fiumi e foreste, cambi di clima e di stagione, conosce se stesso e l’antica sapienza cinese rivisitata nel conflitto di classe da Mao Zedong. Qui il monolite scozzese comporende l’importanza di una rivoluzione culturale che porti l’araba fenice della res pubblica mancuniana a risorgere nel nome splendente del comunismo e della libertà.

Anche perché, nel frattempo, nella oramai gloriosa res pubblica sovietica mancuniana, come dopo ogni rivoluzione è cominciato il periodo della restaurazione termidoriana. Nel maggio del 2005 una quinta colonnna menscevica approfitta dell’assenza del monolite dalle sembianze di tornitore e sindacalista scozzese, e del fatto che la società, benché sin dagli albori (1902) fosse costituita secondo la formula dell’azionariato popolare, per partecipare alle competizioni internazionali nel 1991 era stata costretta a quotarsi sul mercato azionario. Aggirando la vigile presenza di una brigata di Guardie della Rivoluzione, che sotto il nome di Manchester United Supporters' Trust vigila contro takeover ostili, la res pubblica mancuniana è scalata sul mercato da un manipolo ex cortigiani zaristi rimasti nell’ombra. E riapparsi quell’anno con l’appoggio della Cia. E’ il fantomatico miliardario americano Malcom Glazer - nom de plume di Henry Kissinger già usato in alcune delle più cruente Operazioni Condor - ad accaparrarsi il 97% della società e a decretare la fine dell’utopia egalitarista dell’Assemblea del popolo. La Nep (nuova politica economica) sovietica di Mr. Glazer prevede che per l’acquisto del club si chieda in prestito alle banche l’intero ammontare (circa 800 milioni di sterline) del valore d’acquisto. Il Lancashire entra definitivamente nel vortice critico dell’economia del credito: non più omnia communia sunt.

Eppure il monolite scozzese, grazie ai servigi dei fedeli luogotenenti Giggs e Scholes e delle nuove leve Rooney e Ronaldo, ritrova la tempra dell’acciaio in cui fu forgiato nel porto di Govan. Grazie ai preziosi insegnamenti maoisti, capisce che è ora di fare pulizia all’interno della res pubblica. La vittima sacrificale della rivoluzione culturale che sublima il nuovo corso, è il traditore Beckham. Il dissidente, discepolo di Solzenicyn, attratto dai jeans e dalla cocacola, è prontamente spedito nei campi di rieducazione siberiana, dove a lungo si convince di giocare a calcio per i monarchici imperialisti del Real Madrid, il nemico più acerrimo della rivoluzione mancuniana. Solo che lui a calcio non giocherà mai più, crederà solamente di farlo a furia di ripetersi che quell’immesa distesa di ghiaccio sia in realtà un rettangolo verde. Sono quindi il sottoproletario scouse, educato alle scuole del popolo del minatore Alexey Stakhanov, da cui ha appreso che la libertà è una forma di disciplina, e l’artista del popolo lusitano, figlio dell’incesto meccanico tra il vecchio centrocampista argentino Borges e il figlio Saramago, a rinvigorire l’ideale rivoluzionario del monilte scozzese. Oramai vecchio e stanco, non più in controllo della politica economica della res pubblica mancuniana, in mano alle multinazionali dell’imperialimo, Alex Ferguson deve concentrarsi sulla politica interna, riuscendo a ricacciare indietro i vanagloriosi tentativi del fronte italiano della triplice intesa e a suggellare un trionfo dietro l’altro.





FUORI DA MANCHESTER

Sul fronte esterno invece, il destino vuole che a fermarlo due volte (2009 e 2011) sia proprio quella Barcellona socialdemocratica in cui in altre epoche storiche la sua armata rossa aveva sconfitto l’avanzata delle truppe tedesche. Il mondo è cambiato.  Non solo la res publica sovietica del Manchester United, ma il globo intero è oramai preda dell’ultima fase dell’economia capitalista: l’età dell’immagine, intesa come capitale che si accumula fino a diventare spettacolo. Un’epoca in cui sulle barricate gli slogan cercano l’inclusione piuttosto che il conflitto, in cui il timore è di precipitare al di fuori dello spettacolo, dove c’è la vita ma dove si teme ci sia il vuoto. Un’epoca in cui regna sovrana l’immagine del falso, ben rappresentata da quel Barcellona che sconfigge due volte il monolite scozzese sussumendo tutte le istanze sovversive e rivoluzionarie e tramutandole nello spettacolo supremo del capitale. E nell’anno di grazia 2013 la narrazione tossica dell’immagine balugrana corrode definitivamente l’acciaio millenario del monolite, che accetta di sgretolarsi nella res pubblica sovietica mancuniana, solo perché consapevole che la sua materia si è già trasferita fuori da Manchester. Ovvero nella stessa Manchester dove nel frattempo un manipolo di valorosi eroi, fedeli alla linea dell’idea originaria che portò alla rivoluzione, si sono riorganizzati nell’opposizione totale e hanno officiato la nascita del sovversivo Fcum: il Football Club United of Manchester. 

E’ qui che una brigata di allegri combattenti, internazionalista, sognatrice e utopica, aperta al dialogo con i non-allineati e promotrice della rivoluzione permanente, ha deciso di vestire nuovamente i colori gialloverdi del Newton Heath. Luogo dall’alto valore simbolico, fu qui che nel 1878 un gruppo di giovani proletari e sindacalisti rivoluzionari delle ferrovie del Lancashire, fondò il Newton Heath LYR Football Club, la squadra da cui nel 1902 nacque il Manchester United. Questi valorosi rivoluzionari permanenti, contrari però ai calciatori che giocano con la permanente, allo stadio di Gigg Lane di Bury, periferia industriale di Manchester, hanno decretato la morte del calcio moderno e la rinascita della res pubblica socialista mancuniana. E’ qui che il proletariato unito ha dato scacco matto al capitalismo, e allo spettacolo che ne certifica il suo tardo impero. E sul luminoso sentiero che li condurrà a vedere sorgere il sol dell’avvenire, da pochi giorni è appraso un immesno monolite scozzese - che gli indigeni giurano oggi ci fosse sempre stato – dalle sembianze di un tornitore e sindacalista scozzese. E grazie a quel monolite, l'8 maggio 2013, il giorno in cui Alex Ferguson annuncia il suo ritiro dal Manchester United, finalmente: “II comitato centrale esecutivo panrusso dei Soviet degli operai e dei soldati, il Soviet di Pietrogrado ed il Congresso straordinario panrusso dei contadini, ratificano i Decreti sulla terra e sulla pace, (…) e così pure il Decreto sul controllo operaio (…) Le assemblee riunite dello Zik e del Congresso contadino panrusso esprimono la loro ferma convinzione che l'unione degli operai, dei soldati e dei contadini, questa unione fraterna di tutti i lavoratori e di tutti gli sfruttati, consoliderà il potere che essa ha conquistato e prenderà tutti i provvedimenti rivoluzionari necessari per affrettare il passaggio del potere nelle mani dei lavoratori negli altri paesi, assicurando così una vittoria duratura alla causa della pace giusta e del socialismo”.



Nota a margine. Questo post è stato pubblicato originariamente in due parti sul blog lo zio di holloway nell’ottobre 2010 (qui e qui) Essendo nel frattempo il suo autore passato a miglior vita, impegnato tutt'ora a fare la comparsa in un film di Ciprì e Maresco già uscito nelle sale più di sei anni orsono senza che lui se ne accorgesse e nessuno lo avvisasse, abbiamo pensato che editarlo e ripubblicarlo qui fosse cosa a lui gradita... 

mercoledì 8 maggio 2013

Il sangue dei vinti (l'Ascoli, la Sambenedettese e tutto il resto)


Tipo decidere di mettere sul comodino la foto della ragazza che ti ha spezzato il cuore, così, ogni mattina, ti svegli e ricordi immediatamente un motivo validissimo per odiare l'esistenza. Ché Emil Cioran era un dilettante e certi modi di farsi del male proprio non gli erano venuti in mente.


Ascoli-Sambenedettese, qualche secolo fa in serie B


Succede che tifi l'Ascoli, che dopo aver vinto a Bari in un gennaio di fuoco e fiamme vai a La Spezia, chiudi il primo tempo sul 3-0 e poi perdi 4-3. Da lì non ti riprendi più e dai sogni di playoff ti svegli a maggio sperando di riuscire a giocarti almeno i playout. Prima di un Ascoli-Verona ad aprile, il barista si era mostrato ottimista: «La lepre sta dove meno te lo aspetti». Quindi vai allo stadio pensando di rinascere contro gli scaligeri. Dopo quaranta minuti loro sono sopra di cinque gol e smettono di giocare per umanissimo sentimento di pietà. Che fai? Ridi, guardi Scalise sulla fascia, o Loviso in mezzo al campo, o l'evanescente Soncin davanti e ridi, come davanti alle barzellette 'a denti stretti' della Settimana Enigmistica, come per le battute sul Cucciolone o sulle bustine di zucchero. Dimostrazioni della totale mancanza di senso della vita umana, paradossi che si inseriscono tra la morte di Dio e, boh, qualcosa di infimo livello, tipo una puntata di Maria De Filippi con ospite Fabio Fazio che magnifica le sorti di Saviano mentre con una mano accarezza un busto di Matteo Renzi. Ecco, una cosa così.

Allora succede che il giorno dopo aver visto l'airone Caracciolo impallinarti per bene, regalandoti l'ottava sconfitta in dieci partite - o la nona in undici. Ho perso il conto -, il tuo beneamato giornale ti spedisce a San Benedetto del Tronto, ché la squadra locale sta per vincere il campionato di serie D. Tu sbianchi, la sera prima ti sbronzi, poi ti svegli inforchi gli occhiali più scuri a disposizione e ti immergi in una melma di bandiere rossoblù. Il maxischermo in centro è sintonizzato su RaiScuola, la rete della tv pubblica che trasmetterà le immagini imperdibili di Recanatese-Samb ai tanti che sono rimasti senza biglietto. RaiScuola, Recanatese, Samb. Ti viene da vomitare, senti ancora quell'inconfondibile sapore di gin tonic che si piazza alla base della gola e non va né su né giù. Segna la Samb, la piazza esulta, tu rimani impassibile. Accenni un sorriso a qualche collega giornalista, ostenti disinteresse. Pareggia la Recanatese, non esulti ma ghigni, ammiri la piazza improvvisamente silenziosa, ti compiaci mentre pensi a scene di funerali, campane a morto e cieli grigi sul mare. Al 98' - novantottesimo - l'abitro fischia un rigore alla Samb. «E vaffanculo», dici, ma la tua voce si confonde con l'estasi dei tifosi. Fissi lo schermo e implori a distanza il portiere della Recanatese - tal Paniccià - di fare il miracolo. Paniccià ovviamente sviene mentre il pallone si infila sotto la traversa. Rete, Samb campione. Roba da invidiare il 5 maggio di Napoleone e Cuper. Stai lì e guardi 'sti pesciari che festeggiano, si agitano, cantano, ballano, esultano. Mentre tu cerchi di sprofondare in silenzio, raggiungere le agognate fiamme dell'inferno prima che i caroselli invadano il lungomare.

Scrivi faticosamente settanta righe di celebrazione della magniloquenza della piazza rossoblù con il sangue che ti ribolle nelle vene. Ritorni a casa, ad Ascoli, con la sensazione di avere impresso in fronte il marchio dell'infamia. 
Non dormi, litighi un po' con la tua ragazza, fai strani sogni di derby che vanno in malora, universi paralleli popolati di mostri che manco Rob Zombie nelle notti di luna piena.


Centravanti di governo

Ti svegli con un curioso sorriso. Poi realizzi: la Juve ha vinto lo scudetto, l'Ascoli sta per retrocedere, la Samb viene promossa, la Dc è al governo. Alla fine scopri che è morto Andreotti e ti chiedi un'altra volta se valesse veramente la pena far fare quella fine ad Aldo Moro per ritrovarci in mano questo compromesso storico neanche tanto nascosto. Insomma, se valesse veramente la pena soffrire tutto un campionato per poi andare a vedere la festa della Samb. 

domenica 5 maggio 2013

L'immagine di un femminicidio


"In una via leggermente in pendenza, fiancheggiata di auto e camion distrutti, notai sul marciapiede un uomo, con una mano appoggiata a un lampione. Era un soldato, sporco, mal rasato, vestito di stracci trattenuti da spaghi e spilli, la gamba destra amputata sotto il ginocchio, una ferita fresca e aperta da cui colavano fiotti di sangue; l'uomo teneva sotto il moncherino una scatoletta o un bicchierino di stagno e tentava di raccogliere quel sangue e di berlo rapidamente, per evitare di perderne troppo. Compiva quei gesti metodicamente, con precisione, e l'orrore mi afferrò la gola".
Sono costretto a prendere in prestito le parole di Max Aue, l'indimenticabile protagonista de Le benevole, il romanzo capolavoro di Jonathan Littell,  per descrivere, nel modo meno inesatto possibile, la sensazione di disgusto, strazio e abiezione che ho provato quando l'arbitro ha assegnato alla Juventus il calcio di rigore che le ha permesso di sbloccare - e vincere - la partita odierna contro il Palermo e, in questo modo, di celebrare davanti al proprio pubblico la conquista del secondo scudetto consecutivo da quando la allena Antonio Conte. Non dedicherò molte parole alla descrizione dell'azione, che immagino tutti abbiano avuto modo di vedere - di fatto, un velleitario lancio in area di rigore verso Vucinic, l'anticipo non proprio pulito ma efficace e soprattutto corretto di Donati, la vigorosa presa di posizione con il corpo di quest'ultimo, con tanto di innocuo e fisiologico appoggio con il braccio, la rovina a terra dell'attaccante montenegrino, l'incomprensibile fischio dell'arbitro con contestuale indicazione del dischetto, la realizzazione di Vidal, il boato dello stadio, la celebrazione del goal. L'immagine di una festa? No, per me, l'immagine di un femminicidio.

L'aspetto più carico di abiezione dei femminicidi - la sfumatura più cupa del nero che colora la cronaca di questi mesi - è la ricorrente inutilità del gesto. L'insulto su Internet, il livido sullo zigomo, l'occhio pesto, la spruzzata di acido, lo stupro, la coltellata, non sono quasi mai il mezzo barbaro di cui l'uomo si serve per raggiungere il suo ignobile fine, sia esso un fine di assoggettamento, di controllo, di vendetta o di mero sfogo animale, ma il sigillo di sdegnosa prepotenza che viene apposto al termine dell'atto, quando già tale fine è raggiunto o è impossibile da raggiunere. In altre parole, l'aspetto più rancido dei femminicidi è la loro superfluità, la loro "oscena gratuità", per rubare un verso - da molto amato - di Cristiano Godano (quando Godano era ancora ispirato; e non è un caso che citi proprio lui, che venendo dalla provincia cuneese e potendo quindi legittimamente essere juventino sia, invece, un grande tifoso del Torino). La stessa oscena gratuità del rigore di oggi. Non c'era nessun motivo per fischiarlo (intendo: motivi oltre a quello lapalissiano per cui non era rigore, non poteva mai esserlo). La Juventus avrebbe vinto comunque - oggi - lo scudetto, perchè le bastava un pareggio; probabilmente, avrebbe vinto comunque anche la partita, perchè è più forte del Palermo, e di tutte le altre squadre del campionato. E però l'uomo che può umiliare la donna, anche se la donna non oppone resistenze, non ci pensa due volte a farlo. Anche se non serve. Anche se ha già vinto.

Altra costante del carattere del femminicida è l'assoluta insensibilità al pentimento. Il femminicida non cambia, non si redime, neanche se va un periodo in carcere. Non solo: se abita in un paese, più o meno piccolo, non si fa scrupoli a passare accanto alla donna che ha umiliato, a schernirla, a perpetrare l'offesa. Prima della partita di oggi, il canale 201 di Sky ha mandato in onda una sorta di speciale celebrativo (in anticipo?) dello scudetto della Juventus, con le immagini delle partite al termine delle quali la Juventus si è laureata campione d'Italia negli ultimi venti anni. I sigilli finali delle cavalcate verso il titolo con i vari Lippi, Capello e Conte. Per me, non devo neanche sottolinearlo, non è stata altro che una lunga galleria di femminicidi. Non quelli avvenuti nelle partite passate in rassegna, sempre pulite, ma quelli sepolti nella mia memoria, che hanno disseminato di sangue quegli scudetti, preparando quelle feste. Nella società dello spettacolo e di Sky, infatti, tutto diventa high-light, immagine, flash, perdendosi qualsiasi tipo di narrazione o contestualizzazione, ci si dimentica di come si arriva a certi eventi perchè (viene scelto che) rimangono solo gli eventi in sè considerati. Anche la partita di oggi è già diventata - sterilizzata, privata di significato - soltanto un'ulteriore trentina di secondi di immagini in movimento da aggiungere al video che ho visto e che verrà mandato in onda la domenica a pranzo l'anno prossimo, prima dell'inizio della partita che vedrà la Juventus laurearsi campione per la - finalmente! - trentesima volta. Eppure, l'immagine del rigore fischiato a metà del secondo tempo contro il Palermo segna un momento di discontinuità, perchè rimarrà a imperitura e retroattiva memoria dei tanti soprusi che non compaiono nel video, perchè avvenuti prima dell'ultima giornata, e ci ricorderà qual è il modo più ricorrente in cui, da quando quelli della mia generazione abbiamo iniziato a seguire il calcio, si vincono gli scudetti in Italia. Senza che, una cosa che mi sembra incredibile!, qualcosa cambi.



Scrivo tutto questo non perchè odio o ho sempre odiato la Juventus, ma perchè, con tutte le sue passate crudeltà, non posso - non voglio - tenere, anche questa volta, la mia sofferenza personale solo per me. Già so che il femminicida mi ignorerà beffardo, quando non mi riempirà di scherno. Non solo lui, però; tanta gente, tifosi normali, si è ormai assuefatta a questo stato delle cose, e magari ci scherza anche su. Questa è una dinamica non soprendente della natura umana. Racconta una storia terribile a questo proposito il grande scrittore V.S. Naipaul. Nel 1945, quando nei cinema di Port of Spain, la capitale dell'isola caraibica di Trinidad e Tobago dove Naipaul è cresciuto, il cinegiornale mostrava i sopravvissuti dei campi di concentramento, il pubblico dei neri nelle ultime file si metteva a sghignazzare. Riflette il premio Nobel che "forse le crudeli punizioni ai tempi degli schiavi erano accompagnate da reazioni come queste, e non sempre da paura o compassione". Mentre loro - i negrieri, i femminicidi - festeggiano, noi non solo non siamo capaci di ribellarci, di toglierci le catene come Django, di prendere il primo oggetto trovato per casa o nella borsetta e di conficcarglielo nelle palle nude, ma dopo un'iniziale momento di smarrimento, di incomprensione, ci rassegniamo che così doveva andare, che tanto avrebbero vinto comunque, che il fatto di essere i più forti in fondo li legittima anche ad abusare del loro potere, perchè pur essendo sbagliato in fondo non altera l'esito degli eventi. Stiamo lì, con il nostro barattolo di sangue in meno, lo beviamo e ci diciamo anche che in fondo è molto buono, finchè non moriremo dissanguati. Ancora un po', ancora qualche rigore così, infatti, e finirà che il calcio non lo seguirà più nessuno.

Anche questa non sarebbe una novità, però. Spiega Jonathan Wilson (nell'articolo "The essential backdrop", apparso sul sesto numero della sua rivista The Blizzard) che lo sport non ha bisogno delle folle intorno al campo per essere praticato; discipline come l'hockey, la pesca o l'arrampicata funzionano benissimo anche in assenza di migliaia di persone che urlano incoraggiamenti o insulti ai partecipanti. Lo stesso gioco del calcio non era stato programmato per attrarre le folle - a differenza, ad esempio, del wrestling o del cinema; è stato organizzato e strutturato perchè alla gente piaceva giocarci e voleva un set di regole standardizzate e degli avversari regolari. Gli spettatori sono arrivati dopo e sono arrivati perchè erano affascinati dalla sfida, dall'incertezza, dalla suspense: il divertimento era tutto nello scoprire, alla fine, chi avrebbe vinto. Dopo il rigore di oggi, dopo tutti i rigori di questi anni, chi si avvicinerebbe più a questo sport? Perchè dovrebbe farlo? L'alea non è più su chi vincerà, ma su quando vincerà (il come è noto).

Per me, la più bella poesia della poetessa argentina Alejandra Pizarnik, morta suicida troppo presto e, in un certo senso, vittima della diffidenza dell'ambiente letterario maschile del suo paese, è anche una delle più brevi. S'intitola Nombrarte

No el poema de tu ausencia, 
sòlo un dibujo, una grieta en el muro, 
algo en el viento, un sabor amargo.

A furia di fischiare rigore come questi, di vincere campionati come questi, di infliggerci crudeltà inutili come queste, del calcio che amiamo non ci rimarrà più niente, ci disamoreremo, ci distaccheremo, e quando tra trent'anni ci passerà, per casualità, un'immagine di Arturo Vidal che celebra il goal dal dischetto, il goal dello scudetto 2012-2013, ci ricorderemo all'improvviso di questo sport che avevamo tanto amato, un ricordo effimero e inafferrabile come "qualcosa nel vento", e un "sapore amaro" (non più l'orrore di un tempo, ma su di esso sedimentato) ci afferrerà la gola, come al grande Max Aue, insieme al quale tireremo dritto verso la fine della Storia. Ma intanto, lasciamoli festeggiare sulle macerie della nostra civiltà, con il corpo della donna ancora caldo accanto.
"Nel salotto, ansimando per riprendere fiato, sentii distintamente un pianoforte; impugnando la pistola mitragliatrice, aprii la porta della camera da letto: all'interno, sul letto disfatto era sdraiato un cadavere sovietico, e uno Hauptmann in colbacco, seduto a gambe incrociate su uno sgabello, ascoltava un disco su un grammofono appoggiato per terra. Non riconobbi l'aria e gli domandai cosa fosse. Attese la fine del pezzo, una musica allegra con un piccolo ritornello ossessivo, e sollevò il disco per guardare l'etichetta: "Daiquin. Il cucù"".

[i collage sono del grande James Gallagher]

martedì 30 aprile 2013

Sfottò



Io come sono fatte le donne, l'ho scoperto ai tempi di Castroman al 95'. 
(Da una mail del mio amico laziale MCM)

Non è colpa nostra, ma purtroppo a Roma abbiamo solo quello. La verità è che, togliendo sporadiche annate vissute da protagonisti, non abbiamo mai contato un cazzo. Abbiamo vinto 5 scudetti in due, neanche la metà degli scudetti di una squadra strisciata. Tralasciando i discorsi sul "Vento del nord", giusti o sbagliati che siano, è questa la triste realtà. Il derby è dunque diventato un campionato nel campionato. Sono spesso le uniche soddisfazioni che riceviamo. Va detto che nessuno di noi (parlo di tifosi devoti e normali) vive la settimana del derby con gioia, per noi è solo angoscia e fastidio. Esci da casa teso, demotivato, non pensi minimamente alla vittoria (le volte che lo fai, per dirlo alla romana, la tua squadra "Scaja"), speri solo di non perdere. A me personalmente il derby fa veramente schifo e sono certo di non essere l'unico. E' sicuramente appagante vincerlo, ma non vale tutto lo sbattimento passato, l'andare allo stadio prima, evitare le zone calde, la tensione lunga novanta minuti che non ti abbandona neanche al minuto 85 in vantaggio di 3 reti, perché pensi sempre alla rimonta della vita, cosa che tra l'altro a parti inverse reputi assolutamente impossibile e, quindi, quando sei in svantaggio anche di una sola rete al 65esimo, hai la certezza di essere spacciato. Però come già detto per noi è tutto, perché per dirla alla zingara della metro A (la metro B è più patria di maghi cingalesi, suonatori e maglioni brutti): "Siamo due squadre povvere, con una dirigenza povvera". Capita quindi di ricordarsi delle tante stagioni anonime rievocando le stracittadine: "Ma sì l'anno del tacco di Amantino Mancini", oppure: "Il campionato del gol di Mutarelli sotto la nord". Peraltro questo giochino funziona anche con gli eventi della propria vita. Come quando mi sono messo con V, io mica mi ricordo il giorno esatto, mi ricordo solo che un paio di giorni prima Montella aveva infilato 4 volte Peruzzi. Anche quando mi sono messo con M, me la ricordo la data, ma ricordo ancor meglio che è stato il giorno dopo un derby di coppa Italia, con errore di  Marchegiani e gol sempre di Montella. Ora che ci penso, da quando Montella ha lasciato Roma...scopo molto di meno.

Tutto questo per dire che il derby del prossimo 26 maggio non è atteso con gioia, ma come un fottuto castigo divino. Il tifoso normale non lo vuole giocare, perchè quella stramaledetta partita è resa sopportabile dall'occasione di riscatto del successivo Roma - Lazio.  Questa volta in palio c'è un trofeo, un trofeo di cui ce ne fottiamo altamente tutti e due, che poco importa perderlo in finale 4 a 0 con l'Inter o contro la Reggina, ma che in questo caso diventa una sorta Champions League. Io in semifinale non ho tifato Inter, ma vi posso assicurare di non aver tifato nulla, e al fischio finale ho cominciato ad avere quel nodo allo stomaco da derby. Siamo in tanti a pensarla così, in tanti ma non tutti. Girando la manopola della radio e visitando social network mi sono accorto che esiste il partito degli ottimisti e cazzo sono tanti. Sono quel genere di tifosi che realmente credono di essere storicamente più forti non solo della rivale cittadina ma anche del Brasile del '54. Sono quelli che urlano per radio: "Ahoo e sfonnamo ste merde 3 a 0 e tutti a casa", sono quelli che scrivono su Facebook: "Asfartamo quei profughi e andiamo a arzà sta coppa". Ma io dico, ma la storia non vi ha insegnato nulla? Anche quando l'altra parte era NETTAMENTE inferiore il derby veniva spesso perso e anche male e ora come ora che le squadre sono praticamente identiche, cosa vi dà la sicurezza "De asfartà" l'avversario?
Oltre alla categoria ottimisti, composta comunque solitamente da tifosi veri anche se faziosi, si fa notare via etere e via Facebook il gruppo dei dispensatori di sfottò. Gente che viene allo stadio solo nelle poche partite di cartello, con sciarpe tarocche brutte; tutti abbiamo sciarpe tarocche, ma le loro sono quelle con colori accesi e lo stemma della società fatto male o con slogan da ebeti, per intenderci quelle che aveva appese in studio il grandissimo mago Nicola. Quelli con il cappello da giullare e i nomi su FB come Giada aquilotta Sbomberni o Guido ASR Frattarelli che si comprano l'orologio da muro con scritto "E' l'ora della Roma" o le pantofole con scritto: "Biancoazzurro dalla testa ai piedi". Sono quelli che dicono in radio e scrivono in giro per internet sempre le solite battute: "ContadiniguidateiltrattoreaveteportatoilcacioaRoma" o "Peperonescoattinoisiamonati27anniprima". Io odio il termine sfottò e odio ancor di più lo sfottò, una cosa da scuole elementari, come quando scrivevi M Lazio/Roma e W Lazio/Roma alla lavagna. Non fanno ridere cazzo! Sono una tristezza infinita.

Ma questi signori, entusiasti della finale del prossimo 26 maggio, hanno mai pensato anche solo per un minuto alla  possibilità che tutto possa concludersi ai calci di rigore, e, se sì, come pensano di sopravvivere?

Già so che sarò così tanto idiota da prendere il biglietto. Mi mancano i primi anni 90 con quella sequela di derby pareggiati e forse apparecchiati. E' proprio questo il problema, non potrà uscire il segno X, dovrà per forza esserci un perdente. E allora ripensando ai derby dominati e a quelli umilianti, non mi rimane che maledire Cianì per quel gol di testa al 94esimo contro il Siena e Destro per quel gol a Firenze ai supplementari. Sono questi i momenti in cui vorrei essere uno di quei tizi che odiano il calcio e che usano le domeniche per andare a fare un allegra gita fuori porta o al centro commerciale. Quelli che da bambini avevano l'album del WWF e non quello dei calciatori, che per disperazione e per non sentirsi emarginati cercavano comunque di scambiare una figurina di un dugongo con quella di Marco Osio.

Coso che fa le fiction insieme a coso che pure lui fa tipo le fiction.. In un derby del cuore

No vi prego! Non ce la faccio, anzi non ce la facciamo, qualcuno faccia qualcosa. Ministro Idem, Napolitano Bis,  nuovo papa così attento a tutto, fate qualcosa, fateci dividere la coppa e mandateci a casa.
E se proprio deve essere assegnata, fatecelo fare in fretta, a chi piscia più lontano tra i 2 capitani, a ruba mazzetto tra i portieri di riserva. Fate scendere in campo le formazioni del derby del cuore, che se la giochino Masciarelli e Ray Lovelock in un Olimpico semi deserto tra ole e gag del pelato della premiata ditta con Brignano. Lasciateci in pace, lasciateci marcire nella nostra splendida e meravigliosa mediocrità, con i nostri scudetti ogni 20 anni e i nostri quarti di coppe europee persi malamente, senza pressioni, senza stress, con due soli brividi l'anno....Perché in fondo a noi piace così.

giovedì 25 aprile 2013

Sulla morte del Barcellona (e, forse, della Spagna)

"E, forse, domani morirò! E non rimarrà in terra nessun essere che mi abbia capito completamente. Alcuni mi considereranno peggiore, altri migliore di quello che effettivamente sono. Alcuni diranno: era un gran bravo ragazzo; altri: un mascalzone. E gli uni e gli altri mentiranno. E dopo ciò vale la pena vivere? Ma si vive lo stesso, per curiosità: si aspetta qualcosa di nuovo. Fa ridere e fa rabbia".

Sono queste le riflessioni che attraversano la mente dell'ufficiale Pečorin la notte prima del duello che lo attende sulle alture caucasiche appena fuori la città termale di Pjatigorsk, e sono queste le riflessioni che dovrebbero attraversare le menti di Tito Vilanova e di tutti i giocatori e tifosi culé dopo la mazzata che hanno ricevuto dal Bayern Monaco proprio il giorno di Sant Jordi, il loro santo protettore, quello che aveva ucciso il drago, ma non è riuscito a tirare una sola volta nella porta di Neuer. Il Barcellona è morto, viva il Barcellona (?).

Sulla morte, c'è poco da dire. Intanto per questa stagione. Una stagione buttata (a chi obiettasse che "e però hanno vinto la Liga", rispondo che anche io martedì ho preso il tram al volo, senza doverlo aspettare, ma non per questo mi vanto di vittorie di così poco conto). E' completamente inutile sperare in una seconda remuntada. Desiderare qualcosa e raggiungerlo, va bene, ha un senso, ma sperare non serve a niente. A Montolivo gliela incarti, a Javi Martìnez proprio no. Secondo me, però, la morte sarà molto più lunga. E' proprio finito - come si dice in questi casi, in perfetto gergo da giornalismo calcistico - un ciclo.

La mia sensazione è che sia molto meglio così per il Barcellona. Il rischio, legato alle vittorie, ad alte vittorie, era quello di far diventare la squadra una presenza permanente nella mente dei tifosi di tutto il mondo, con l'unico scopo di vendere magliette. Una montagna di soldi, a fronte della perdità di identità. D'altronde, è evidente, i bambini cinesi sono più di quelli catalani. Un vero paradosso, per una città che fa dell'identità (regionale, pardon, nazionale) il proprio vessillo. Sarebbe stato un peccato trasformare il Camp Nou in un negozio da Duty Free. Il Barcellona, questo Barcellona, creato da Guardiola ed ereditato da Vilanova, è stato etichettato, in puro stile marketing, sicuramente scaturito da una brillante mente dell'ufficio branding della Nike, come "il Dream Team", ma in realtà stava diventando una specie di Harlem Globetrotters, di costola del Circo Togni, buoni giusto per tournè asiatiche estive e triangolari con la nazionale cantanti di Gianni Morandi e degli altri suoi colleghi dalle alimentazioni eccentriche. Tornare a perdere significa, invece, purificarsi; lasciare qualcosa per strada per ritrovare, appunto, la strada. Fossi in Rosell mi libererei anche di Messi, quest'estate, stravendendolo a qualche sceicco, e ripartirei con l'anima libera.

***

E' impossibile, poi, non vedere nei risultati di questi giorni (Germania-Spagna 8-1) un evidente riflesso dello spirito dei tempi, un'analogia con il trionfo tecnocratico della più grande potenza europea. Lo stesso che ho respirato il fine settimana scorsa a Mallorca, un'isola che se la Germania non si è ancora comprata dalla Spagna è solo perchè fa prima a lasciare che siano i suoi cittadini, singolarmente, a comprarsela casa per casa, terreno per terreno, hotel per hotel.

Con il trionfo delle squadre tedesche, il calcio sta tornando quello delle sue origini, quello di oltre un secolo fa, quando questo sport non era altro che il figlioccio e il riflesso (come diversivo, come dopo-lavoro) della seconda società industriale, ancora fondata sul lavoro fisico e intensivo. Forza fisica e affidabilità erano apprezzate sul campo da calcio così come lo erano in fabbrica o in miniera, e oggi non è cambiato niente, perchè la resistenza, l'abnegazione e, appunto, l'affidabilità sono le doti che si vendono negli uffici che producono servizi, derivati e burocrazia. In questo contesto - industriale prima, tecnocrata oggi - l'individualità dotata di talento ma un po' capricciosa è mal vista come una figura scostante, preoccupantemente imprevedibile.

Il calcio del Bayern (e del Borussia) segna il passaggio di consegne di questi anni, il mutamento dei rapporti di forza. Nella Liga, un campionato dove non esiste pressing, Xavi ha tempo per stoppare la palla, farsi un giro, chiacchierare con i compagni, dare uno sguardo alla Vanguardia per controllare il suo oroscopo e solo a quel punto, sempre con molta calma, decidere dove scaricare il pallone. Al contrario, l'altra sera all'Allianz Arena, prima ancora che il pallone gli arrivasse, aveva già mezzo Bayern Monaco intorno, con le fauci ben aperte e il Financial Times sotto il braccio. La stessa dinamica si intravede nella quotidianità del povero impiegato iberico, che iniziava le sue distese giornate con un'ampia lettura di Marca al bancone del bar di riferimento, quello sotto casa, gestito da Paco (un galiziano coi baffi), spalmando lentamente di pomodoro il suo pane croccante, mentre oggi, impiegato della multinazionale con sede legale in Germania, deve timbrare il cartellino alle otto in punto, altrimenti lo echan.

I tedeschi mi hanno impressionato per il modo in cui hanno coperto il campo. Cioè, sembravano che coprissero il doppio del campo rispetto ai catalani. Voglio dire, il campo a disposizione del Barcellona sembrava la metà di quello che, invece, aveva il Bayern. Poco spazio significa, quindi, più contatti, e sul piano fisico non c'è stata storia. Lo spread era enorme (sul primo gol, ad esempio, Dani Alves sembra il figlio scemo di Dante).

***


Torniamo alla morte. Oltre a quella del Barcellona, per fortuna, c'è anche quella del tiqui taca. Con teutonico rigore, i numeri non mentono, e le statistiche della partita dell'altra sera - con i catalani largamente avanti quanto a possesso palla e passaggi realizzati - dimostra inequivocabilmente (una cosa che chi ha sofferto un anno di Luis Enrique già sa, e cioè) che maggiore il numero di passaggi in un'azione, minore sono le possibilità che esca un goal. 

Scrisse una volta il grande tecnico argentino Angel Cappa, commentando una vittoria del Brasile ai Mondiali dell'82:
"la palla arrivava in un lato del campo e poi scompariva, per apparire di nuovo dall'altra parte come un coniglio dal cilindro, e poi veniva nascosta di nuovo agli avversari che, in piena angoscia, la cercavano nei posti più assurdi senza essere capaci di trovarla...E il pubblico, me per primo, guardavamo l'orologio nella speranza che il tempo potesse fermarsi perchè volevamo che il gioco andasse avanti per sempre...".
L'avrebbe potuto dire anche del Barcellona, fino a martedì sera. Adesso l'orologio si è fermato, la palla non scompare più, la musica è finita, gli amici se ne vanno.

***

Oltre che del Barcellona, probabilmente, è la morte anche del modello Spagna, quello per cui i gol sono sopravvalutati, e l'unica cosa che conta è il controllo del centrocampo e, quindi, del gioco. La retorica del falso nueve, per capirci. Se si pensa troppo, ci si dimentica di giocare. D'altronde, l'unico organo della Spagna che rimaneva ancora in funzione era quello dello sport, che adesso seguirà, diligentemente, nella morte, il resto del corpo. 

Diceva Gil de Biedma che la Spagna, un paese feudale che non ha avuto feudalesimo e un paese borghese che non ha mai fatto la rivoluzione borghese, ha provato a diventare un paese neocapitalista senza un vero capitalismo. La Germania, in questi due giorni, gliel'ha semplicemente ricordato.


lunedì 22 aprile 2013

I più grandi numeri 10 della storia del calcio. Una presentazione

Noi abbiamo già scelto, e da tempo, da che parte stare...
Questo mercoledì, 24 aprile, al noto locale brasileiro Beba Do Samba (Via dei Messapi 8, a San Lorenzo, quartiere di ballatoi e borghettari), a partire dalle 19 si presenterà un curioso libro calcistico, diciamolo meglio, una bella antologia di brevi scritti calcistici, ritratti-flash aventi ad oggetto il tema classico, ma non per questo saturo, dei numeri 10 ("I più grandi numeri 10 della storia del calcio", Autori Vari, L'erudita editore). Tema su cui noi, sin dalla nascita del blog, abbiamo chiaramente preso posizione, in tante e variegate occasioni, ad esempio schierandoci dalla parte di Maradona (il detesto Pelè vergato da Tato in un momento di lucida follia è uno dei tatuaggi più diffusi a Roma) o rendendo il Màgico Gonzàlez nostro nume tutelare (fatemi levare un sassolino: prima che lo facessero anche molti altri...). Per non parlare dei tanti e marginali fantasisti di cui abbiamo narrato le gesta in questi anni.

A questa antologia partecipiamo, nascosti come vietcong tra i 40 autori, il sottoscritto (con un pezzo su Litmanen) e Lo Zio (con un pezzo su Le Tissier), nonchè alcuni amici di questo blog come il "doriano d'Argentina" Alberto Facchinetti (che parla di Omar Sivori).

Non solo io e lo Zio, però, ma [come tutti sanno, "ma, però" non si può dire, invece "però, ma", è molto chic] anche altri autori e amici di LB saranno presenti mercoledì al Beba Do Samba, quindi, per chi riesce a passare, è l'occasione per bere un borghetti insieme e versare qualche lacrima sui numeri dieci di questa antologia nonchè su quelli, tanti, della nostra infanzia che, per un motivo o per l'altro, ne sono rimasti fuori.

Vi lascio con tre stralci dei nostri contributi, in attesa di vederci mercoledì.
Lo chiamavano Le God. Sincretismo linguistico che deriva da fattori geografici e affonda le radici nella genesi del verbo, Le God nasce a Saint Peter Port, capitale dell’isoletta di Guernsey, sputo di terra, escrescenza del canale della Manica a una cinquantina di chilometri dalla Normandia, dove sul finire degli anni Settanta del muove i primi passi nella squadra locale: il Vale Recreation. Più prossima a Napoleone che ad Albione, Guernsey è protettorato della corona inglese. Ma Le God è lì a ricordarci anche che l’Inghilterra non solo non ha le tradizioni di cui si vanta, e su cui fonda il suo impero ideologico, ma nemmeno una lingua. E siccome come diceva il suo maestro Heidegger, è la lingua che fa l’uomo, un paese senza lingua è una terra senza uomini. Solo un sesto delle parole dell’inglese moderno proviene infatti dal cosiddetto inglese antico, il resto è frutto della colonizzazione normanna. E per chiudere il cerchio, è proprio dal Ducato di Normandia che nell’anno domini 933 viene donata alla grande isola britannica la piccola isola di Guernsey. Da lì, mille anni dopo, Le God parte alla volta della grande isola, e approda in una città portuale che quando l’aria è tersa ed il cielo è sereno, appare alla vista dei bambini di Guernsey che smesse le scarpette siedono sull’erba a rimirare l’orizzonte. E’ Southampton, il porto da cui nell’aprile del 1912 salpa per il suo primo viaggio il Titanic, e da cui nel settembre 1986 parte il viaggio di uno dei più sublimi talenti del fin de siècle calcistico britannico.

Se penso a Litmanen, penso a un talento puro, un inguaribile malato, un centrocampista fantasioso ma anche capace di finalizzare, spesso e volentieri al volo; penso al migliore interprete di un ruolo inclassificabile, dietro le punte ma anche punta, praticamente un trequartista metafisico, un otto e mezzo felliniano, uno da lasciare libero da compiti e pressioni, uno di quelli che gli allenatori italiani non saprebbero dove collocare; un campione incompreso e sfortunato, dagli occhi tristi e i capelli “a mezzo collo”, come Fantozzi quando fa il comunista; sicuramente, il personaggio calcistico che meglio incarna lo spirito del suo bizzarro paese, quel vivere alla propria maniera riassunto nel termine finlandese “itse tehty elämä”, la versione baltica della self-made life. 


Sregolato e geniale, Sívori fece perdere la testa prima ai tifosi della Juve, con la quale conquistò tre scudetti e, da oriundo italiano, un pallone d’oro. Quindi a quelli del Napoli, che lo acquistò nel 1965, anticipando di 19 anni il genio ditirambico del connazionale Diego Maradona, cui somigliava in non poche cose. La gente non si lasciava conquistare solo dai gol (ne fece tanti: quasi 200 in campionato), dai tunnel carogneschi agli avversari o dal modo in cui sapeva proteggere e nascondere la palla al difensore. Ma anche dalle sue pazzie.  

giovedì 18 aprile 2013

L'eterna beffa


Mark Berger non è nessuno, Mark Berger in realtà non esiste ma a tifosi, dirigenti e calciatori del Levski Sofia, il nome Mark Berger rimarrà impresso a imperitura memoria.

Quello tra Levski e Cska Sofia lo chiamano il derby eterno, anche se in realtà tutte le stracittadine dell'Europa dell'est sono chiamate così:  Partizan - Stella Rossa, Olimpja Ljubjana - Maribor, Dinamo - Steaua Bucarest e tante altre. Addirittura l'avvincente derby di Skopje tra Vardar e Pelister (il mai domo Pelister) può fregiarsi di questo appellativo. Quello di Sofia è seriamente un derby eterno, che va storicamente oltre la singola partita di calcio. E' un derby giovane, vede la luce nel 1948, l'anno in cui viene fondato il CSKA, club un tempo dell'esercito bulgaro. In questi pochi anni le due compagini di Sofia hanno dato vita  a partite memorabili, scontri cruenti in campo e fuori, ma, soprattutto, hanno dominato il campionato bulgaro trasformando una semplice stracittadina nella partita della vita. Dal 1948 ad oggi le due squadre si sono portate a casa la bellezza di 52 titoli su 64. 21 il Levski (che ne aveva vinti altri prima del 1948) e 31 il CSKA. Stesso copione ma a parti invertite in coppa, dove i due club hanno raccolto dal '48 ad oggi 41 titoli, 22 il Levski (che ne aveva vinti 3 prima della fondazione dei rivali) e 19 il CSKA.

CSKA - Levski non vale solo la supremazia cittadina, spesso vincere equivale a portarsi a casa un titolo. La partita è talmente sentita che da sempre (esclusa qualche recente edizione) viene disputata nello stadio nazionale Vasil Levski, stadio della nazionale di calcio bulgara, preferito per capienza (poco meno di 50.000 posti) ai due impianti dei club: il Georgi Asparuhov del Levski (19.000 posti) e il Bulgarska Armia (22.000). In tutto questo, le tensioni tra le due squadre e soprattutto tra le due tifoserie sono accentuate da una visione politica opposta, tradizionalmente di destra i tifosi del Levski e chiaramente orientati a sinistra quelli del CSKA.
Il match più duro, che in parte segnò la storia delle due squadre, fu disputato il 19 giugno del 1985. Finale di coppa di Bulgaria. Mentre sugli spalti la situazione rimane tranquilla per tutti i 90 minuti, in campo le due squadre se le danno (anche pesantemente) per 90 minuti. Finisce 2 a 1 per il CSKA con più di un episodio dubbio, 3 espulsioni e sei gialli. Sul campo non succede nulla, ma nel tunnel dello stadio nazionale si parla di scene da incubo, tra mani al collo, costole fratturate e spogliatoi in frantumi. Si parla appunto. A quanto pare, secondo molti dei presenti nel sottopassaggio dello stadio non successe nulla di così tanto grave. Due giorni dopo le due squadre vengono radiate dal Politburo del comitato centrale del partito comunista con la seguente motivazione: " I giocatori avevano violato le più elementari norme di comportamento sociale, degradato la dignità umana e offeso la morale sportiva socialista". Il campionato vinto in quella stagione dal Levski viene assegnato alla squadra terza in classifica, il Trakia Plovdiv (oggi Botev Plovdiv). Vengono squalificati a vita i seguenti calciatori: Borislav Mihailov, Plamen Nikolov, Emil Velev, Emil Spassov dal Levski e un giovane Hristo Stoichkov del CSKA. Squalifica per un anno al calciatore del Levski Nasko Sirakov. Anche diversi dirigenti vengono allontanati. CSKA e Levski sono costrette ad iscriversi al campionato seguente cambiando nome. Il Levski diventa Vitosha Sofia, il CSKA CFKA Sredets. A ordinare queste pesanti sanzioni, a quanto pare, fu il leader bulgaro Todor Živkov in persona. I derby tra Levski e CSKA erano diventati sempre più motivo di contestazione nei confronti della dittatura.

un giovane Hristo nella finale del 1985
Dietro lo scioglimento delle due squadre bulgare ci sono altri retroscena. Attorno al Levski, negli ultimi tempi, si era consolidata una sorta di "fronda" popolare verso il regime, che si manifestava con espressioni di tifo avulse dalle fasi di una partita e che esplodevano in particolare contro il Cska, la squadra più forte, che secondo la psicologia di massa, rappresentava il "potere". Gli incidenti del 19 giugno sono stati, in pratica, un pretesto colto al volo dal regime comunista per fare un rapido "repulisti" e sbarazzarsi di un problema politico molto fastidioso.
(La Repubblica 25/06/1985)
Dopo solo un anno le squalifiche vennero revocate (per fortuna della nazionale bulgara del 1994, vista la presenza di Mihailov e Stoichkov); le due squadre invece ritornarono al loro nome originale solo nel 1990.

Da citare anche il derby eterno del 27 aprile del 1996. Il CSKA vince la partita 1 a 0. I tifosi del Levski, decisamente contrariati, aprono una cesta e lanciano sulla terna arbitrale un serpente, a quanto pare una vipera. Un modo originale per farsi giustizia, parliamo pur sempre del paese che ha regalato al mondo l'ombrello bulgaro. La vipera verrà barbaramente giustiziata in campo da un poliziotto. Il rettile se ne è andato con il Levski nel cuore ma continua a seguire la sua squadra dalla tribuna paradiso.

Ma arriviamo a Mark Berger. E' il 17 settembre del 2009, mancano solo 3 giorni al derby e nella sede del Levski si lavora in vista del primo big match della stagione. Arriva un fax, è del Rubin Kazan, squadra russa con tanti dindini che da un po' di tempo a questa parte spende e spande in tutta Europa per formare una signora squadra. Il Rubin, secondo il fax, è intenzionato ad ingaggiare i 4 calciatori più forti del Levski: Zhivko Milanov, Darko Tasevski, Zé Soares e Youssef Rabeh. L'offerta è di quelle che non lasciano indifferenti, 1 milione di euro per Milanov, un altro milione per il macedone Tasevski, e qualche cosina in meno per il brasiliano Ze Soares e il marocchino Rabeh. L'occasione è troppo ghiotta e la dirigenza del Levski comincia a tentennare. Il giorno seguente arriva a Sofia un dirigente del Rubin, mette fretta al Levski, perchè a quanto pare la sua squadra è stata decimata dall'influenza suina e nonostante il mercato fosse chiuso, la UEFA, compassionevole, aveva concesso una deroga al club del Tatarstan. I calciatori devono partire subito per Kazan, altrimenti l'accordo salta. Il Levski in una conferenza stampa annuncia che i calciatori non prenderanno parte al derby, quei soldi al club servono per garantire un futuro luminoso. I giornalisti bulgari, poco convinti dalla faccenda, contattano il Rubin, e scoprono che a Kazan il mercato è chiuso come nel resto del paese e soprattutto non vi è stata alcuna epidemia di influenza suina.

Todor Batkov...un Sergio Vastano di Bulgaria
Il presidente del Levski Todor Batkov (personaggio non particolarmente amato dai propri tifosi) non vuole sentire ragioni e convinto dell'affare mette i propri giocatori su un aereo in direzione Mosca. I 4 atleti, accompagnati dal dirigente Konstantin Bazhdekov, atterrano nella capitale russa, dove ad attenderli trovano tale Mark Berger. Berger porta i calciatori e il dirigente in albergo, continua a parlare dei contratti e fissa per il giorno seguente (la domenica del derby) le visite mediche. La mattina seguente Zhivko Milanov, Darko Tasevski, Zé Soares e Youssef Rabeh effettuano la visita in una clinica moscovita; non resta che attendere i documenti dell'ingaggio. Documenti che ovviamente non arriveranno mai. Non arriverà mai neanche il buon Mark Berger. Solo allora i quattro tesserati del Levski  e Konstantin Bazhdekov sono colti da un leggero sospetto. Non resta che correre all'aeroporto e prendere il primo volo per Sofia. Una volta atterrati la prima notizia che giunge alle orecchie dei cinque è la netta vittoria per 2 reti a 0 dei cugini del CSKA. Un match senza storia, un assalto continuo del CSKA, risolto da 2 gol di Ivan Stoyanov (al 15esimo e al 65esimo).

Milanov lasciò il Levski per il Vaslui nel 2011, per 400.000 euro. Il macedone Darko Tasevski, passerà nel 2012 allo Shimona in Israele per 150.000 euro. Zé Soares al termine di quella stagione firmerà per il Metalurh Donetsk (350.000 euro). Infine, il difensore marocchino Rabeh tornerà in patria (al Moghreb Tétouan) nel 2010 per 100.000 euro. Il presidente del Levski è ancora oggi il lungimirante Teodor Batkov (di cui esiste una spassosa imitazione..almeno credo sia spassosa a giudicare da quanto ridono...). Konstantin Bazhdekov fa ancora parte del quadro dirigenziale. Quella stagione, la stagione 2009/2010, si chiuse con la schiacciante vittoria in campionato Liteks Loveč. Al secondo posto, con un solo punto di vantaggio sui rivali di sempre, si classificò il CSKA. Quella "Zingarata" messa in piedi chissà da chi (l'allora primo ministro bulgaro, Boyko Borisov si interessò al caso per scoprire i colpevoli), non servì a portarsi a casa il campionato. Di certo, però, fu utile per vincere in maniera schiacciante e umiliante una delle tante battaglie dell'eterna guerra di Sofia.

lunedì 15 aprile 2013

Appunti del lunedì


Mauricio Pinilla
1. Direi che la trasferta (a Trieste) contro il Cagliari mette la parola fine all'esperienza di Andrea "è vostro è vostro" Stramaccioni sulla panchina dell'Inter. Aspettando il ritorno di Coppa Italia (mercoledì sera) appuntiamo una media da zona retrocessione, una valanga di infortunati e il sorpasso della Roma (vittoriosa a Torino con un capolavoro di Lamela).

2. Corre forte la Fiorentina di Montella. Europa League ipotecata e tanti saluti all'emergenza (mancava pure Jovetic a Bergamo).

3. La lotta per non retrocedere si fa interessante. Trema il Genoa. Di rincorsa Siena e Palermo. Sul chi va là Torino e Chievo. Da qui in avanti tanti scontri diretti e i rosanero con il calendario forse peggiore.

4. Mettiamo a verbale il pronostico centrato da Laura Cremaschi su Milan-Napoli..

5. Paolo di Canio porta a casa un derby importantissimo. Il Sunderland ne rifila 3 al Newcastle e respira in faccia al Wigan, acciuffando Aston Villa e Stoke al quart'ultimo posto in Premier. Nel frattempo, il City batte 2 a 1 il Chelsea e si guadagna la finale di FA Cup. Avversario il Wigan.

6. Anche in Liga la lotta per non retrocedere è pazzesca. Sei squadre coinvolte: Osasuna 31, Depor 29, Granada 28, Saragozza 27, Celta e Maiorca 24. Chi sta peggio è il Maiorca, non solo per l'ultimo posto ma anche perchè in caduta libera. Osasuna e Saragozza le squadre che vedo meglio. In Liga 12 squadre hanno segnato meno di Messi (43 gol), 4 meno di Ronaldo (31).

7. Vi direi che il campionato francese è finito. Il PSG (che vince col Troyes grazie a un gol di Matuidi)  Marsiglia e Lione non lo riprendono più.

8. Diciamo questo: Come un tuono è bello per 1/3. Fin che c'è Ryan Gosling tutto bene, poi il film crolla. Perfetti gli occhiali e la moto di Luke il Bello. Una chicca la scena iniziale e quella della festa verso la fine. Da capogiro l'entrata di Eva Mendes.

Come un tuono