venerdì 31 dicembre 2010

Il giorno in cui il Màgico Gonzàlez passò al Siviglia

Un sogno lungo una prima pagina
Il 28 dicembre in Spagna e in tutto il mondo spagnofono è il giorno dei Santi Innocenti, ovvero si commemora la mattanza dei bimbi cristiani da parte di Erode (anche se qualche revisionista parla più che altro di mascalzonata). Nonostante la sanguinosità della ricorrenza, è questo anche il giorno dei “pesci d’aprile”, l’equivalente del nostro primo aprile. E quello avvenuto quasi venti anni fa sulla prima pagina di ABC Sevilla, avente ad oggetto il nostro nume tutelare il Màgico Gonzàlez, così come ce lo ha raccontato in un’inaspettata e graditissima mail un nostro lettore di Siviglia, Alberto Arillo, è davvero uno scherzo giornalistico di quelli che ti ricordi per tutta la vita. 
Ma lascio subito la parola (che mi permetto di tradurre in italiano) ad Alberto:  

Cari signori,
come assiduo lettore del vostro blog (nonostante la mia conoscenza dell’italiano si riduca a quanto ho imparato da ragazzo sul televideo della RAI, dove seguivo con entusiasmo la Serie A), non ho potuto fare altro che ricordarmi di voi quando ieri mi è tornata alla memoria una “bufala” giornalistica (uno scherzo per il giorno dei Santi Innocenti) che avevo archiviato da qualche parte nel mio cervello. Ed era l’acquisto del Màgico Gonzàlez da parte del Sevilla FC (il club del mio cuore). Allora oggi mi sono messo a curiosare nell’emeroteca del giornale in questione dove mi ricordavo di aver visto la notizia (ABC Sevilla) e, bingo!, vi riporto il breve passaggio del Màgico nel Sevilla che rese così felici noi piccoli sevillistas (all’epoca io avevo 10 anni) che quella mattina guardammo quella prima pagina, senza sapere che quell’acquisto era solo una grande bugia. E’ chiaro che questa delusione fu risarcita con gli interessi con la presenza 5 anni più tardi di Diego nel Sànchez Pizjuàn, però quella è un’altra storia….

Querido Alberto, hai proprio ragione. E’ come se dieci anni fa, la mattina del primo aprile, il Messaggero fosse uscito con in copertina Totti che passava alla Lazio di Cragnotti, o come se tre giorni fa, proprio il ventotto dicembre, giorno dei Santi Innocenti e quindi giorno di bufale, un canale satellitare sportivo con sede a Milano avesse annunciato che una colonna storica del Milan come Leonardo era diventato il nuovo allenatore dell’Inter…Per fortuna noi siamo ancora figli di un calcio all’antica, dove queste cose non succedono, dove le bandiere sventolano tutta la carriera sulla stessa asta, dove le notizie le aspettiamo con trepidazione sulla pagina 229 del Televideo, dove la fantasia del numero dieci (dieci come gli anni che abbiamo ogni volta che la nostra squadra segna un gol) conta più dell’organizzazione tattica degli altri compagni, il calcio del Màgico e del Diego, dell’infanzia e delle lacrime, dei ricordi archiviati in qualche parte del cervello e dei Borghetti. Grazie per leggerci da Siviglia, grazie per aver condiviso con noi questo documento eccezionale, grazie per aiutarci a tenere sempre accesa la fiaccola del Màgico Gonzàlez, e auguri di buon anno caro Alberto, e cari tutti.

mercoledì 29 dicembre 2010

Grazie Gianni!



Grazie piccolo Gianni,grazie perché solo tu hai avuto il coraggio di dire quello che pensi senza essere minimamente intimorito da telecamere fari e giornalisti. Grazie piccolo Gianni che nonostante la tua tenera età sei riuscito con tre parole a rappresentare il pensiero di ogni singolo milanista e di tutti i vari amanti di un calcio romantico inabissatosi ormai da troppi anni,quando tu non eri neanche in odore di nascita. Grazie Gianni perchè in quel tuo “E’ uno stronzo” non vediamo solo una critica a Leonardo,ma vediamo un attacco a quello che è diventato il mondo del pallone oggi. E’ assurdo che un presidente come Moratti, dalla enorme disponibilità economica e a capo della società campione del mondo,affidi la sua panchina ad una bandiera dei cugini,uno che l’allenatore è finito a farlo per caso e grazie ai rossoneri,uno talmente tanto legato al Milan da chiuderci la carriera dopo averlo lasciato per un solo anno e mezzo. E allora si Gianni,sono proprio meritate quelle parole,e tutti noi dovremmo prendere spunto da te,da te che Leonardo neanche te lo ricordi come giocatore,da te che hai campato solo di un calcio figlio della pay-tv,un calcio orfano del romanticismo.


Leonardo in maglia AC Milan
 
“E’uno stronzo” non avrei potuto dire nulla di meglio,perché da un signore come Leo non te lo puoi aspettare,perché da uno come lui, splendido portabandiera dei calciatori onesti e intelligenti non lo puoi accettare. Io quest’estate quando Aquilani ha firmato per la Juve non ero (per grazia del Signore)in un multisala di Pioltello,ero in spiaggia,in Sicilia e se tra un bagno,un inutile sudoku(non è vero che ci gioco a sudoku…ma fa tanto spiaggia quindi ce lo metto)o una granita si fosse avvicinato un impomatato giornalista di Sky a chiedermi cosa ne pensassi del passaggio del principino di Montesacro alla corte degli Agnelli,io molto più vicino ai 30 piuttosto che ai 12 anni,avrei risposto con uno squallido e noioso giro di parole, sarei stato straordinariamente politically correct sentendomi sporchissimo , pur volendo urlare lo stesso medesimo stronzo(ovviamente calcisticamente parlando……..ovviamente……)bisbigliato con naturalezza da Gianni. Io non ce l’avrei fatta ,avrei recitato la parte richiesta dal mio intervistatore,perché come Moggi questo calcio moderno mi ha succhiato via l’anima,io che sono figlio del calcio di una volta e neanche troppo di una volta. Il calcio di una volta era quello dei tifosi laziali che scendevano in massa in piazza in lacrime per evitare che Beppe Signori passasse per 25 miliardi al Parma,(e pensare che oggi con 25 miliardi non ci compri neanche Constant,Constant uno identico a quello che cerca di appiopparti una rosa quando sei in giro con una)il calcio di una volta cono lo stadio che quasi scoppiava per un sedicesimo di coppa Uefa o un ottavo di Coppa Coppe(Gianni non sa neanche del che minchia sia una Coppa Coppe)il calcio di una volta, dove la nazionale quando andava in televisione faceva il picco di ascolti,mentre oggi perde contro la replica del documentario sulle abitudini sessuali del Tamandua su Super Quark. Il calcio di una volta dove eri incuriosito dal nuovo acquisto straniero che faceva colore,oggi invece è più raro e colorato un giocatore nato a Macerata,il calcio di una volta quello che ti corteggiava,che ti chiedeva di spendere qualche soldo per lui(e magari di comprare una rosa da un Constant qualsiasi) ogni tanto per un biglietto,come una brava ragazza di buona famiglia,oggi invece è una squallida battona maiala ed avida di denaro che ti chiede tutti i soldi e subito per farti vedere anche l’interno dello spogliatoio.

E dire che nel calcio di una volta pensavi allo spogliatoio come un posto magico,oggi invece puoi vedere 2 in ciabatte che ascoltano Gigi d’Alessio con l’ipod e altri 3 che sorridono come ebeti alla telecamera. E allora…..tirate fuori il Gianni che è in voi,urlate i vostri stronzi!(ovviamente calcisticamente parlando…..ovviamente….)a chi volete voi. Per esempio se siete tifosi di Bari o Lecce prendetevela con chi fa giocare uno dei derby più sentiti e belli(a livello di tifo)d’Italia a porte chiuse e se siete dei tesserati prendetevela con chi vi ha fatto fare fila e foto tessere inutilmente visto che neanche quella vi da il diritto a tutte le partite del campionato. Se siete tifosi del Bologna fate come Gianni e urlate in faccia a Porcedda tutta la paura per un quasi fallimento,se siete tifosi della Samp prendetevela con Garrone per il caso Cassano(con cautela però,perchè non mi pare che Duccio sia uno che accetti ben volentieri i vostri insulti),insomma date sfogo,non reprimete il vostro “Stronzo” di natale. Il mio,come già detto(ovviamente calcisticamente parlando…ovviamente…) è dedicato ad Aquilani,perché poteva firmare per tutti…TUTTI meno che 2 squadre,perché con noi,su 50 partite era infortunato 45,in due andava ad infortunarsi a partita in corso,in due faceva il fenomeno e in una faceva irritanti quanto inutili colpi di tacco al 90esimo. Oggi invece è il ritratto della salute e un centrocampista di rara bellezza ed utilità in una squadra che detesto. Si il mio è tutto per lui. Gianni al quale a breve schizzeranno gli ormoni durante la lezione di educazione fisica,ha mostrato la via giusta per combattere,uno senza neanche il baffo adolescenziale che però ha molto più pelo sullo stomaco di noi,se anche tu come lui,sarai importunato dalle domande poco brillanti di un giornalista del digitale o del satellite,ora saprai cosa fare. A Gianni voglio fare un mio personalissimo regalo,una compilation di tutti i goal di Leo con la maglia del Milan,dopo averla vista sicuramente capirà quanto realmente vale il suo “E’ uno stronzo”,mi sembra il minimo dopo che lui con tre semplici parole mi ha ricordato che il calcio è un altra cosa rispetto allo squallido teatrino di cattivo gusto dei giorni nostri. Grazie piccolo Gianni e auguri per Natale,per capodanno e soprattutto per lo squallido calcio che ti aspetta.

martedì 28 dicembre 2010

Il fabbricante di gattini

Tutto è ierofania diceva Mircea Eliade, parafrasando questo noto assunto potremmo agevolmente dire che nella Bundesliga tutto è teofania. Il riferimento non può che essere ad una delle punte più concrete del panorama europeo: Theofanis Gekas. Il dio che si manifesta è certamente Hermes, rapido, efficace ed inafferrabile (secondo l’inno omerico: “dalle molte risorse, gentilmente astuto, predone, guida di mandrie, apportatore di sogni, osservatore notturno, ladro ai cancelli, che fece in fretta a mostrare le sue imprese tra le dee immortali). Questo è il nume tutelare della punta nata a Larissa trenta anni fa. La peculiarità di questo Dio delle aree di rigore è quella di manifestarsi solamente in Bundesliga. Nel campionato tedesco, infatti, Theofanis sembra essere davvero implacabile, un infallibile cecchino dei 16 metri. Tutto inizia nel 2007 quando Mercurio arriva a Bochum, orrida città del Ruhrgebiet (il bacino della Ruhr, ovvero dove il sangue della storia incontra il sudore, e la fantasmagoria delle merci e dei prodotti creata da Marx diventa la linea di confine della politica di potenza europea) che ospita una delle tante squadre che formano quella vera e propria galassia di passione calcistica che ha nello Schalke e nel Dortumund i rappresentanti più famosi. A Bochum, prima stagione in Germania, Gekas si presenta con un discreto curriculum in patria (23 gol in 41 partite al Panathinaikos dove incrocia anche Malesani), degli orribili capelli “a mezzo collo” vagamente biondi e fronte resa spaziosa dalla stempiatura. Mercurio abbiamo detto, non certo Apollo. La stagione è addirittura trionfale, fioccano i gol (20) e l’investimento di1,5 mln di euro risulta una sorta di vincita alla lotteria per il piccolo club bianco blu. Le attenzioni dei grandi club non tardano ad arrivare ed è il Leverkusen ad aggiudicarsi il bomber nel mercato successivo. Nel Bayer le cose non vanno troppo bene, Theo gioca, segna anche gol pesanti in Uefa ma entra in rotta di collisione con l’allenatore Skibbe (uno con la faccia simpatica più o meno come un mal di denti, ricattato anche da una poliziotta per delle foto osè) e non gioca con la continuità che serve ad un rapace. Si sa che Hermes, con le ali ai piedi, non si ferma mai ed allora arriva la grande occasione di sbarcare in Premier. A volerlo fortemente è Tony Adams ambizioso manager del Portsmouth ed ex alcolista. Abbiamo detto, però, che il personalissimo Trauerspiel di Gekas va in scena solo in Germania e dunque il Dio non si manifesta oltremanica. Servono addirittura due mesi per riuscire ad esordire e non resta che tornare nella sua Heimat calcistica. Dopo altri due anni appannati tra Leverkusen e Herta quest’anno all’Eintracht Francoforte nuova vita: 11 reti pesanti prima della sosta natalizia, gol al Bayern e al Borussia Dortmund. La squadra dell’Assia, guidata dallo stesso Skibbe che volle Theofanis a Leverkusen, si issa al settimo posto e vola sulle ali della colonia greca composta oltre che dal nostro anche da Ioannis Amanatidis e Georgios Tzavelas.

La storia di Gekas non è certo particolarmente originale, anzi è il romanzo di formazione di un piccolo bomber nato nella provincia dell’impero, ciò che la rende interessante è l’unicità del palcoscenico che sembra poterla ospitare: la Bundesliga. La cultura tedesca ha sempre avuto un occhio particolare, forse unico nel panorama culturale europeo, per il mondo classico. Nella seconda metà del secolo scorso, però la Grecia è soprattutto simbolo di emigrazione e gyros in Germania. Un fenomeno descritto in maniera agghiacciante da Fassbinder nel giovanile Katzelmacher, dove il greco Jorgos, totalmente inconsapevole, si calava nell’immobile e cripto-nazista ambiente piccolo borghese tedesco. Un diverso che entra a rompere la finta armonia di una di quelle cittadine che, secondo la brillante definizione di Bernhard, hanno come unico scopo la conservazione dell’idiozia. Jorgos col volto unico di Fassbinder che ripete meccanicamente di non capire cosa gli dicono è l’antenato di cui Gekas costituisce il riscatto, l’apoteosi. Va detto che lo stesso Theofanis, come Jorgos, nonostante gli anni e i gol ancora non ha una grande dimestichezza con la lingua di Goethe.

In Italia, invece, non abbiamo avuto una grande tradizione di calciatori greci. Visti con diffidenza, spesso tacciati di omosessualità nelle maldicenze da stadio, gli ellenici da noi hanno lasciato ricordi più per i loro trascorsi come studenti universitari che non come calciatori. Oltre ai 25 gol di Vryzas col Perugia e alle sgroppate di Georgatos c’è poco da raccontare. Rimane un idolo incontrastato l’eterna promessa Lampros Choutos, uno che con le maglie di Roma, Inter ed Atalanta non ha mai trovato il gol, ma che ha vissuto una seconda giovinezza nel A.S. Pescina Valle del Giovenco. La squadra marsicana ha accolto nelle sue fila altri grandi ex come Birindelli e Cesar, ma quest’anno ha avuto problemi ad iscriversi al campionato di lega pro ed è, pertanto, stata radiata. Speriamo, perdonerete la divagazione, che la squadra col lupo marsicano sulla maglia possa tornare presto a far gioire gli abitanti di Avezzano e a riempire lo Stadio dei Marsi.

Tornando al nostro Theofanis non possiamo che augurarci che riesca a concludere la stagione con altri gol pesanti, che sappia riscattare tutti i fabbricanti di gattini di Germania e che, soprattutto, continui a farci sognare come divinità incontrastata del calcio antiglamour.

venerdì 24 dicembre 2010

Il regalo di Natale

L’emozione di tenere il Màgico Gonzàlez in mano
Gli amici servono anche a questo, a regalarti un’emozione. Albis è tornato un mese fa dalla Coppa Italia di Subbuteo con un regalo inaspettato, il regalo più prezioso, il regalo che ognuno di noi vorrebbe ricevere sotto l’albero. Il Cadiz C. F. del Màgico Gonzàlez in versione subbuteo. E’ il mio regalo di Natale a LB.
Il pupazzetto del Màgico ha davvero qualcosa di magico. Innanzitutto, ho schierato la squadra in campo e lui non c’era più nella scatola. Era in salotto. Dormiva. Ubriaco. Abbiamo giocato in dieci per tutto il primo tempo e siamo finiti  sotto di tre gol contro il Manchester City (che poi volendo è anche Lazio, Napoli e Cipro). Avevo perso le speranze, anche perchè il pupazzo gigante che batte le punizioni era più impreciso del solito. Anche i tifosi dalle gradinate inveivano contro il sottoscritto. Per fortuna, nell’intervallo è arrivato lui. Si è finito la birra, due sigarette, si è mangiato un cartoccio di chipirones fritti, ha chiamato Camaròn per dargli appuntamento dopo la partita, e poi mi ha chiesto di poter giocare il secondo tempo, ma senza fare riscaldamento.
Ovvio, gli ho risposto.
Nella ripresa non c’è stata storia. Al pupazzetto del Màgico Gonzàlez basta dare una sola leggera schicchera e ci pensa lui a saltare tre uomini e a fare un pallonetto al portiere avversario (come noto i portieri del Subbuteo hanno grandi problemi quando si tratta di muoversi in verticale). Così ha segnato due gol, poi però la partita è stata interrotta prima della fine perchè a mia madre serviva la tavola per la cena di stasera. Ho raccolto tutto in fretta e furia e ho messo via. Poi però ho guardato meglio nella scatola del Cadiz C.F. e mancava un giocatore. Quel giocatore.
Mi sono girato, e l’ho trovato a letto. Nel mio letto. Fumava e beveva birra Alhamabra. Non era solo, ma in compagnia di una ragazza coi capelli lunghi e l’accento andaluso. Dalla maniera in cui mi guardavano ho capito inequivocabilmente che era meglio se uscivo dalla stanza. Succede sempre così con lui.
Dovunque ti trovi adesso, caro Màgico, ti auguro buon Natale.
Che Dio ti benedica

domenica 19 dicembre 2010

The Damned Internazionale?


Era da un po’ che ci stavo pensando e l’avevo lasciato sottotraccia, ma dopo il grottesco epilogo arabo di ieri sera mi è apparso chiaro, Benitez sta passando all’Inter lo stesso assurdo calvario che a Brian Clough è toccato sopportare nei suoi mitici quarantaquattro giorni al timone del Leeds United. L’inquietante ed ingombrante figura di José Mourinho, come per Clough fu quella di Don Revie, lo accompagna in ogni passo che muove ad Appiano Gentile, in ogni intervista che rilascia alla stampa, in ogni conversazione con il presidente, in ogni raccomandazione alla squadra, così come il vecchio amore della tua ragazza aleggia nel tuo appartamento, indossa i tuoi vestiti, si sporca le labbra del suo rossetto. Benitez sente, come Clough sentiva, che in tutto il tempo trascorso insieme il suo predecessore è entrato dentro la sua squadra, nella testa e negli scarpini dei suoi giocatori, nei muri degli spogliatoi e nei trofei della bacheca della presidenza, nelle sciarpe dei tifosi e nelle penne dei giornalisti, e sente, come Clough sentiva, che il suo fantasma è ancora lì quando lui arriva al campo, alla sala stampa, nello spogliatoio, lo osserva mentre parla, mentre i giocatori si preparano, mentre la coppa viene sollevata, mentre il presidente gli stringe la mano, e Mourinho per Benitez, come Don Revie per Clough, è un ectoplasma che fa venire voglia di piangere perchè lui, in quella squadra, non è entrato e non entrerà mai in questo modo.
 
Le dichiarazioni di Benitez a fine partita mi hanno toccato, la candida richiesta di “supporto” appartiene a una narrativa diversa da quella sfrontata di Mourinho, ad una grammatica educata e signorile, ad un’umiltà che conosce bene la linea divisoria con la mancanza di rispetto. La volgarità dell’ambiente interista è lo specchio fedele del nostro paese piccolo-borghese, nervoso e permaloso, è la volgarità di una società che ha abbandonato il suo allenatore ancora prima di cominciare, con le gambe ancora molli per l’orgasmo precedente, è la volgarità di un mondo che preferisce passare una settimana al sole di Sharm El Sheik piuttosto che a passeggio tra le librerie per il Marais, è la volgarità di un personaggio riprovevole come Materazzi che, piccato per non aver giocato (ma perchè avrebbe dovuto giocare?), viene intervistato dopo la partita e si lascia andare a parole di malcelato disprezzo verso l’allenatore, difendendo “la società che li ha portati sul tetto del mondo”, così come Billy Bremner aggrediva il povero Clough. E’ la volgarità di un giornalismo sportivo che se ne frega della decenza e lancia il sondaggio su chi sarà il prossimo allenatore dell’Inter, dimostrando ancora una volta l’infimo livello della categoria, dimostrando ancora una volta che i giornalisti sportivi scrivono di pesca quando l’unico pesce che hanno visto nella loro vita è quello che gli viene servito al ristorante.
 
Da piccoli ci insegnano che nella vita l’importante è fare una cosa che ci piace, che ci dia voglia di alzarci la mattina per uscire di casa, ed invece quasi tutti noi siamo finiti risucchiati in un mercato del lavoro che ci disprezza e che noi disprezziamo, dove l’unica cosa che conta è portare a casa le penne, è difenderci dalla vita, dai predecessori e dalle aspettative, dalla volgarità e dalla mancanza di rispetto, dal vicino di scrivania la cui invidia aspetta solo il nostro tonfo, per poterlo indicare con il ditino puntato e la risatina macabra. Per fortuna, ci rimane il senso dell’umorismo, i soffitti alti delle nostre case signorili, le spalle larghe con cui scrollarci tutto questo schifo di dosso, un microfono da cui lanciare un ultimatum al presidente, la dignità. Per quanto mi riguarda, siamo tutti Rafa Benitez, come siamo stati tutti Brian Clough.

venerdì 17 dicembre 2010

L’ombelico del Congo

Se per esultare ad un goal della sua squadra un portiere comincia a saltellare sulle proprie natiche,beh,quella squadra merita di vincere,magari qualcosa di veramente importante. Nessuno aveva fatto caso a loro la scorsa stagione,sempre Abu Dhabi,sempre campionato mondiale per club,sempre Tuit Puissant Mazembe. Quarti di finale,allo stadio Mohammed Bin Zayed il Mazembe affronta i coreani del Pohang Steelers. Dopo il vantaggio iniziale africano ad opera di Bedi Mpenza,entra in scena il Brasiliano Rivaldo che ribalta il risultato con una doppietta e proietta i coreani in semifinale. Il Mazembe si ritrova così a giocare la finale per il quinto posto contro l’Auckland city,squadra neozelandese campione d’Oceania. Ora prima di andarvi a dire come finì quella partita,vi invito a riflettere,ma vi rendete conto che questa coppa inutile che ha cancellato il fascino storico della coppa intercontinentale ,preveda una partita per assegnare il quinto posto?. L’Auckland comunque batte la squadra africana per 3 a 2,il Mazembe che era tornato sul trono d’Africa dopo 40 anni(quando ancora si chiamava Englebert),ha probabilmente sprecato l’occasione della storia, chiudendo il mondiale per club con zero vittorie. Invece. Lubumbashi,ex Elizabethville(Mobuto Sese Seko,dittatore pacioccone gia nominato su LB ne cambiò il nome),provincia del Katanga,sud della repubblica democratica del Congo,ex Zaire,il Mazembe nasce qui. Lumbubashi un pezzo di Europa incastonata nell’Africa più nera,città universitaria costruita intorno alle miniere di rame,sede di una famosa birreria(i belgi ti colonizzano….ma ti insegnano anche a fare la birra)che produce la chiara Simba e la scura Tembo. Fondato da monaci benedettini alle soglie degli anni 40,il TP Mazembe è oggi la squadra più importante del Congo belga(tra le sue fila ha militato anche Ilunga Mwepu,già trattato da LB),non tanto per il numero di titoli in campionato (dove risulta Terzo con 10)ma per le 4 coppe dei campioni africane(alle quali si aggiungono una coppa coppe e una super coppa africana) conquistate. Una bacheca che nessun altra squadra della repubblica democratica del Congo può vantare. TP sta per “Tout Puissant” traducibile più o meno in “Onnipotente” appellativo aggiunto sull’onda dell’entusiasmo dopo il primo campionato conquistato. L’attuale presidente del Mazembe è il 36enne Moise Katumbi Chapwe,attuale governatore della regione del Katanga,stimato uomo politico congolese da molti accostato ad Obama,che vanta nella sua regione circa 100.000 voti a favore(pari al 94%). Grazie a questo giovane ambizioso ed importante presidente il TP oltre a vincere in campionato torna a trionfare nel 2009 nella massima competizione continentale africana ,battendo in finale i nigeriani del Hertland(ribaltando il 2 a 1 in Nigeria,grazie ad un autogol). Da qua la già citata figuraccia rimediata allo scorso mondiale per club,nel frattempo però il Mazembe si apprestava a rivincere la seconda Champions di fila. Guidata dal tecnico italo-francese Diego Garzitto(nato in Friuli) il Mazembe eliminava compagini ruandesi,maliane e algerine,fino ad arrivare alla finale con il temibile Esperance di Tunisi,partita chiusa già dopo il turno di andata dove i congolesi vinsero per 5 reti a 0 rendendo inutile il ritorno(finito per la cronaca 1 a 1). A fine stagione Garzitto lascia, a prendere le redini della squadra arriva il maliano Lamin N’diaye. E siamo ai giorni nostri. Il Tp fa il suo esordio contro i messicani del Pachuca. Secondo Pablo Marini allenatore dei messicani questo è“Il Pachuca più forte di sempre”. La partita finirà 1 a 0 per gli africani grazie ad un potente destro del centrocampista numero 13 Bedi Mbenza. Già in questa occasione Modeba Kidiaba,pittoresco estremo difensore dei congolesi,mostrerà il suono strano ballo dopo il goal. La semifinale contro l’Internacional sembra già scritta,ma come tutti già sapete,due goal meravigliosi(a firma di Kabangu e Kaluyituka) regaleranno al Mazembe la finale contro l’Inter,divenendo così, la prima squadra della storia non europea o sudamericana ad avere la possibilità di vincere la coppa del mondo per club . Io non voglio parlare della finale,dico soltanto che un eventuale seppur impossibile vittoria del Mazembe,quantomen, donerebbe un minimo di senso ad un torneo unicamente figlio del calcio moderno e dei petroldollari. Tifo Mazembe non per un dispetto verso l’Inter,ma per una sorta di giustizia divina contro il calcio miliardario, che non ci fa più svegliare la mattina presto per vedere l’intercontinentale a Tokyo ,quel calcio che ha voluto questo torneo tarocco con squadre improponibili,con partite assurde tipo il quinto e sesto posto,quello stesso calcio che per due spicci in più ,ha regalato un mondiale ad una nazione che ha la stessa superficie dell’Abruzzo. Sogno che il Mazembe stracci questo squallido copione,quello dove doveva essere soltanto una comparsa sottopagata. In parte ci sono già riusciti,se ciò accadrà del tutto,brinderemo con fiumi di birra Simba gustandoci un portiere che ballerà sulle sue natiche.

mercoledì 15 dicembre 2010

Gli indomabili


Ci può essere la grande sorpresa? Sì, direi che una netta vittoria dell’ Argentina può essere considerata una sorpresa. (Gianni Mura su Argentina-Camerun La Repubblica 8 Giugno 1990)

Le aspettative erano queste. Come dare torto a Gianni Mura? L’unica vera sorpresa di quell’8 giugno 1990 a San Siro poteva essere una vittoria in goleada di un Argentina un po’ spenta ma comunque strafavorita. Il Camerun arrivava da un ritiro premondiale in Iugoslavia dove aveva addirittura perso 4 a 2 contro una rappresentativa giovanile locale. Prima della partita, il numero uno della formazione africana Joseph Antoine Bell aveva sparato a zero sulla propria federazione ritenendo inadeguata l’organizzazione della trasferta italiana, attaccando il tecnico Nepomniachi per la scarsa armonia creata nel gruppo ed infine attaccando il gruppo stesso per le tante divisioni interne visti i clan formati dai vecchi, dai giovani, dai giocatori del campionato francese e da quelli del campionato locale.

La risposta di Nepomniachi non si fece attendere: Bell in tribuna, Thomas N’Kono titolare come nel 1982. Il clima prima del Match è tranquillo, Diego Armando Maradona palleggia con la spalla e l’ottimismo regna sovrano tra i campioni del mondo. Alle ore 18 l’Argentina – davanti a 73.780 spettatori – dà il calcio d’inizio. Il Camerun è ordinato, Capitan Tataw dirige alla grande i suoi rendendo difficile la vita al Pibe. I Primi 45 minuti si chiudono sullo 0 a 0 con un Argentina tramortita dalle ripartenze africane,che sfiorano per 2 volte la rete, prima con Oman-Biyik e dopo con Makanaky.

Nel secondo tempo sembra scendere in campo un altra Argentina,Caniggia subentra a Ruggeri e al 61esimo servito da Maradona vola verso l’area avversaria, Andrè Kana-Biyik lo ferma da dietro, l’arbitro francese Vautrot non ha dubbi, cartellino rosso e Camerun in 10. Al minuto 67 appena 6 minuti dopo l’espulsione, il Camerun batte una punizione dalla sinistra, Makanaky riceve palla e alza un improbabile quanto efficace campanile, Francois Oman-Biyik(fratello di Kana) salta e anticipa tutti colpendo di testa un pallone che Pumpido (al quale un anno prima era stato riattaccato un dito “perso”in allenamento) non riesce a trattenere, il Camerun in inferiorità numerica è in vantaggio contro l’albiceleste. Al minuto 81 con un uomo in meno, Nepomniachi effettua il seguente cambio, fuori una mezzapunta, Makanaky, dentro un attaccante di ruolo, il 38enne Roger Milla, un cambio che definire folle è poco. Al minuto 88 Claudio Paul Caniggia (ma quanto era forte Caniggia?) effettua un altra folle discesa verso l’area di rigore, Benjamin Massing non va tanto per il sottile e stronca la corsa dell’allora punta bergamasca (e nello scontro Massing perde una scarpa litiga con mezza Argentina ricevendo il cartellino rosso). Il Camerun è in 9. Al 91esimo Emile Mbouh rischia il raddoppio in contropiede, pochi secondi dopo arriva il triplice fischio: il Camerun batte i campioni del mondo in carica ed ottiene la prima storica vittoria ad una fase finale del Mondiale.

Tutto ebbe inizio il 19 Novembre del 1989, quando in Tunisia i ragazzi di Yaoundè passarono per 1 a 0 contro la nazionale locale bissando il successo di un mese prima (2 a 0 tra le mura amiche) e conquistando la qualificazione al Mondiale italiano. Non è un nome nuovo quello del Camerun, già nel mondiale di Spagna del 1982 si erano guadagnati, grazie a tre pareggi, contro Perù, Polonia ed Italia, l’appellativo di Leoni Indomabili, diventando la prima squadra africana ad uscire imbattuta da un Mondiale. Nonostante questo, il Camerun fu eliminato per differenza reti a vantaggio della nazionale italiana (con molte ombre proprio sulla partita Italia – Camerun) che qualche settimana dopo alzerà al cielo di Madrid la sua terza coppa del mondo.
Nel 1984, nel 1986 e nel 1988 il Camerun arriverà per 3 volte di fila in finale di Coppa Africa, trionfando per 2 volte (’84 e ’88) e perdendo una finale ai rigori (’86) contro i padroni di casa dell’Egitto. In Italia, il Camerun arriva quindi come la miglior squadra del continente nero, tanto che il presidente della Federazione Italiana Matarrese, per una volta inspiegabilmente lungimirante, prima dei sorteggi si augurerà di non “pescare” la nazionale africana.
Tuttavia, il Camerun verrà prima dell’esordio ridimensionato, vuoi per il premondiale non proprio brillante, vuoi per la lista ufficiale dei giocatori inviata via posta, vuoi perché si porta in Italia un dietologo del peso di 120 kg, vuoi per il malcontento dei giocatori nei confronti di Nepomniachi.

Sconosciuto allievo di Valeriy Lobanovsky, Valeri Nepomniachi sbarca in Africa nel 1988, probabilmente figlio degli ottimi rapporti tra Mosca e Yaoundè. Fino a quel momento aveva allenato in Turkmenistan. Dal suo arrivo al Mondiale passano quindi 2 anni pieni, dove mister Valeri non si degna d’imparare una sola parola di francese o meglio, così sembra, perchè qualcuno sostiene che in realtà Nepomniachi il francese lo parlasse e lo capisse, anche se era solito affidarsi ad un ex autista dell’ambasciata camerunense a Mosca per comunicare con i giocatori. Tra le altre cose, Nepomniachi aveva metodi di allenamento duri, con sedute che iniziavano alle 7 di mattina. Da anni nello spogliatoio per questi motivi si respirvaa malumore. Nepomniachi era un corpo estraneo alla nazionale, durante le partite lasciava che a dare le disposizioni ai giocatori fosse il vice Jean Manga Onguene.

Dopo il debutto vincente ai danni di Maradona e soci, il gruppo però si cementa e il ct sovietico comincia a credere di poter realizzare qualcosa di grande, dichiarando che il Camerun avrebbe fatto meglio del Mondiale ’82. Il 14 giugno del 1990 allo stadio San Nicola di Bari il Camerun affronta la Romania, che nella prima partita ha sconfitto 2 a 0 l’Unione Sovietica grazie ad una doppietta di Lacatus. Il calcio rumeno arriva al mondiale 1990 forte degli splendidi risultati ottenuti dallo Steaua nella coppa dei campioni (vinta nel 1986 e persa in finale contro il Milan nel 1989) ed è indicata da molti “esperti” come possibile sorpresa della competizione. Per il Camerun arriva il momento della verità. Dopo 58 minuti di poco e niente, i Leoni Indomabili effettuano il cambio della svolta, esce il numero 21 Maboang classe ’68 ed entra Roger Milla classe ’52. Il 9 sulle spalle e 38 anni suonati sulla carta d’identità. Contro l’Argentina Milla aveva giocato soltanto 9 minuti neanche il tempo di crearsi un occasione. Contro la Romania però a soli 18 minuti dal suo ingresso l’eterno Roger ruba con la forza il pallone al numero 4 rumeno Ioan Andone, entra in area e batte Lung. Per esultare Milla balla a ritmo di Makossa davanti alla bandierina e per puro caso davanti ad un cartellone della Coca-Cola, 20 anni dopo questa scelta pagherà bene Roger che diventa testimonial della bibita per i Mondiali 2010. Lo show di Milla si ripete dieci minuti dopo – all’86esimo minuto – con una favolosa azione iniziata e conclusa da lui con un violento destro sotto l’incrocio che non lascia speranze al portiere rumeno e che rende inutile il gol di Balint a 2 minuti dalla fine.

Il Camerun è la prima squadra a qualificarsi agli ottavi di finale, il Camerun è la prima africana della storia ad approdare agli ottavi di finale. Gia qualificato, affronta nell’ultimo match del girone l’Urss. Per passare i russi hanno bisogno di una vittoria di 4 goal di scarto unita al non pareggio tra Argentina e Romania. Un “arrendevole” Camerun, per nulla indomabile, con un orrida maglietta gialla, regala i 4 goal a Protasov e compagni che però vengono eliminati in virtù del pareggio per 1 a 1 tra Argentina e Romania. Il Camerun vince il girone. Negli ottavi i leoni incontrano la Colombia di Renè Higuita e Carlos Valderrama. Nonostante la prestazione contro la Romania che è valsa la qualificazione, Nepomniachi lascia Milla in panchina, lo farà entrare al minuto 54, i primi 90 minuti si chiuderanno sullo 0 a 0. Al minuto 106, i 50mila spettatori del San Paolo di Napoli vedono, dopo un delizioso passaggio di Oman-Biyik, l’immortale Milla scattare come un ragazzino, tagliare la difesa colombiana, entrare in area e lasciar partire un sinistro potente che batte un incolpevole Higuita. E’ ancora Camerun, è ancora Milla, è ancora Makossa. Passano 2 minuti, Renè Higuita cerca di dare ordine alla propria squadra spingendosi a centrocampo, riceve un passaggio scellerato, esita e Roger ruba la palla, qualche metro di corsa e appoggia a porta vuota, il Camerun si porta sul 2 a 0. Nel finale ci sarà gloria anche per il colombiano Redin, gli africani volano però lo stesso ai quarti. Un gioco perfetto, una difesa attenta, un grandissimo portiere, un centrocampo veloce e fantasioso e soprattutto una stella di quasi 40 anni che corre e calcia come un 18enne (e pensare che questa “stella” al Mondiale non doveva neanche esserci.

Albert Roger Mooh Miller (ovviamente per un errore all’anagrafe.. se rinasco voglio essere un impiegato di un anagrafe africana o sudamericana) nasce a Yaoundè il 20 maggio del 1952. Figlio di un ferroviere, cresce in una famiglia di 11 fratelli. Muove i suoi primi passi da calciatore a Douala, per poi ritornare nel ’74 a Yaounde nel Tonnere. Nel 1976 grazie alle belle stagioni con il Tonnere(vincerà la Coppa delle Coppe africana) viene eletto miglior giocatore del suo continente. Nel 1977 la prima esperienza in Francia dove viene ingaggiato dal Valenciennes. Nel nord della Francia raccoglie una manciata di presenze con 6 goal all’attivo dopo un anno passato da spettatore. Passa dunque nel 1979 al Monaco, dove diversi infortuni impediscono a Milla di potersi esprimere, la stagione si chiude con la vittoria in Coppa di Francia ma senza contributo alcuno da parte di Roger. Nel 1980 arriva la chiamata dei Corsi del Bastia. In Corsica Milla esplode. La prima stagione il Bastia chiude dodicesimo in campionato ma arriva in finale di Coppa di Francia dove trionfa ai danni del fortissimo Saint-Etienne di Michel Platini, in quella partita Roger Milla mette a segno il gol del due a zero, contribuendo alla vittoria dell’unico trofeo conquistato nella storia del Bastia. Dopo 4 stagioni intense le strade di Milla e del Bastia si dividono. A 32 anni Milla, dopo 7 stagioni di Ligue 1 decide di scendere in Ligue 2 accettando l’offerta del blasonatissimo Saint-Etienne che nel 1982 (un anno dopo la finale con il Bastia) era caduto in disgrazia con tanto di retrocessione per uno scandalo finanziario. In due anni regala 31 reti ai biancoverdi ed è protagonista nel 1986 del ritorno della squadra della Loira nel calcio che conta. Decide di rimanere in seconda divisione e firma per il Montpellier, dove in tre anni grazie ai suoi gol arrivano una promozione e due salvezze. Nel 1989 passa al Saint-Pierre squadra delle Reunion, dipartimento francese d’oltremare situato in pieno oceano indiano ad un centinaio di km ad ovest delle Mauritius. Unico giocatore stipendiato in una squadra di dilettanti che vincerà il campionato locale e prenderà parte ai 32esimi di finale di Coppa di Francia dove verrà sconfitto a Clermont-Fernand in uno stadio con 12 mila paganti arrivati in massa per ammirare le gesta del camerunense. Un anno prima nel 1988 mentre era impegnato in un amichevole della sua nazionale contro l’Arabia Saudita, Roger perde la mamma, scosso dall’evento e arrabbiato con il Ministro dello Sport Camerunense che aveva promesso il ricovero in strutture private (poi non avvenuto) della signora Milla, lascia la nazionale. Appena il Camerun raggiunge la qualificazione al mondiale, Paul Biya (che i maligni indicano come reale autore delle formazioni dei Leoni Indomabili), Presidente del Camerun (vorrei dire “presidente allora in carica”… ma è tuttora in carica!) telefona personalmente a Milla per convincerlo a tornare sui suoi passi e tornare a giocare per il suo Paese. Il resto è storia.

Il 1 luglio del 1990 vanno in scena a Napoli i quarti di finale. Il Camerun affronta l’Inghilterra in un San Paolo strapieno. Quel giorno saranno solo i 50 milioni di abitanti dell’isola di sua maestà nel Mondo a non tifare per l’undici africano. La formazione titolare vede ancora una volta l’inspiegabile assenza di Milla. Dopo appena 25 minuti un perfetto cross dalla sinistra di Stuart “Psycho” Pearce, trova la splendida schiacciata di testa di David Platt, da quel momento si ha la netta sensazione che la favola Camerun sia giunta al capolinea. Al rientro in campo nel secondo tempo, Nepomniachi sostituisce Maboang con Milla, la musica comincia a cambiare. Al 61esimo Roger entra in area e qui viene falciato da Gascoigne. Per la giacchetta nera messicana Codesal Mendez non ci sono dubbi: è calcio di rigore. Sul dischetto va il numero 6 Emmanuel Kunde, difensore centrale che nel 1988 proprio su rigore aveva siglato il gol vittoria in Coppa d’Africa contro la Nigeria. Kunde non sbaglia. Passano altri 4 minuti Milla al limite dell’area avversaria tocca con l’esterno destro per il 30enne Eugene Ekeke che appoggia delicatamente la palla alle spalle di Shilton. 2 a 1. Il Mondo intero sta assistendo ad un vero e proprio miracolo. I miracoli che che se ne dica però non esistono.. e a 7 minuti dal fischio finale, il rude Massing provoca un sacrosanto calcio di rigore. Gary Lineker non sbaglia e la partita va ai supplementari. Al 105esimo un altro altro tiro dagli undici metri procurato e realizzato da Lineker (causato sempre da Massing in collaborazione con N’kono) spedisce l’Inghilterra tra le prime 4 del Mondo. Nonostante la bruciante sconfitta, i camerunensi non si lasciano andare a scene di disperazione, rimangono in campo, scambiano la maglietta e fanno il giro d’onore dello stadio San Paolo come se avessero vinto, come se Lineker non avesse mai realizzato quei due rigori.

L’ultima scena vede Roger Milla, con indosso la maglia inglese numero 5 di Des Walker, salutare il San Paolo e imboccare le scale per lo spogliatoio. Finisce così, senza tristezza, la storia felice dei Leoni Indomabili, domati solo da due rigori. Quel Camerun per quanto straordinariamente rappresentato da Roger Milla, era un orchestra perfetta formata per metà da giocatori cresciuti e maturati in Europa. Tra i protagonisti, non si può non citare un portiere come Nkono, esperto e forte dell’esperienza nella Liga, dove militava nelle file dell’Espanyol, titolare come nel 1982 ma questa volta per l’auto-esclusione di Bell. Gianluigi Buffon chiamera Thomas suo figlio, proprio in onore dell’ estremo difensore camerunense. Non si può nemmeno non citare il capitano Tataw, schierato a centrocampo come in difesa, commovente all’esordio. Merita di essere nominato lo stesso Emile Mbouh instancabile motorino di centrocampo dalle folte sopracciglia, insieme a lui da nominare anche le splendide discese di Ndip ed Ebwellè senza ovviamente scordare i piedi buoni di Makanaky, la freddezza di Kundè e la caparbietà unita alla classe di Oman-Biyik.

Oggi, a 20 anni da quella splendida competizione molti dei 22 “Eroi” sono ancora nel mondo del calcio. Joseph Antoine Bell, dopo aver saltato per motivi disciplinari Italia 90, giocherà da titolare quelli del 1994, saltando però la debacle contro la Russia. Oggi collabora con la rete televisiva Africa 24, prima rete d’informazione del continente nero e con la RFI, la radio pubblica francese, dedica gran parte del suo tempo alla sua grande passione, il poker. Il terzo portiere Songo’o sarà presente al mondiale del 1994, dove disputerà la partita contro la Russia, diventerà titolare (giocando Francia 98) fino al mondiale 2002 dove pur partecipando lascerà il posto a Boukar. Ai mondiali del 2010 è stato allenatore dei portieri e per una sola amichevole ct ad interim, dopo la rassegna sudafricana,fino alla nomina di Javier Clemente. Suo figlio Frank è centrocampista e gioca nell’Albacete. Thomas Nkono a 35 anni farà parte come terzo portiere della spedizione americana del 1994. Chiuderà la sua carriera nel 1997 nelle file del Bolivar, club Boliviano di La Paz. Dal 2000 al 2003 fa parte dello staff della nazionale, dal 2003 diventa allenatore dei portieri dell’Espanyol di Barcellona squadra nella quale ha militato per gran parte della sua carriera, nel 2007 è nuovamente nello staff della nazionale fino al 2009 quando viene nominato per qualche mese ctin attesa del nuovo allenatore Paul Le Guen. Prima della semifinale con il Mali di Coppa d’Africa del 2002 disputata proprio in Mali, Thoms Nkono fu arrestato dalla polizia Mmaliana per magia nera. L’accusa per quanto assurda e ridicola non gli fece prendere parte alla finale vinta ai rigori contro il Senegal (oltre che alla semifinale con il Mali vinta per 3 a 0). Il centrale Jules Onana terminò la sua carriera nel 2005 dopo varie esperienze tra Camerun, Francia e Indonesia; dopo il ritirò divenne agente di calciatori in Asia. Il terzino destro Ebwellè (anche per lui qualche anno in Indonesia) dopo il ritiro ha allenato il Tonnere Yaundè. Capitan Tataw fu il primo giocatore africano a giocare nel campionato giapponese, precisamente nei Sagan Tosu. Kana-Biyik fratello di Oman terminò la carriera in Francia nel Le Havre, stessa squadra dove ha mosso i primi passi suo figlio Jean Armel oggi difensore dello Stade Rennais e in orbita Under 21 francese. Emile Mbouh terminata la carriera tra Qatar, Indonesia, Singapore e Malesia gestisce oggi una scuola calcio, la Emile Star Soccer di Rockville, Maryland. Jean Claude Pagal, dopo l’esclusione dal mondiale 1994, aspettò e aggredì il tecnico dei Leoni Indomabili Henry Michel all’aereoporto di Orly prima della partenza del Camerun per gli States. Thomas Libiih dopo aver chiuso la carriera nel Portovejo in Ecuador nel 2001, allena il Terek Yaoundè società satellite della squadra russa del Terek Grozny. Ciryl Makanaky si è ritirato a soli 32 anni, la sua ultima squadra è stata il Barcelona Club di Guayaquil in Ecuador. Francois Oman-Biyik (ha giocato anche nella Samp) ha chiuso la sua carriera nello Chateauroaux in Francia dopo qualche stagione passata in Messico. Nel 2003 è tornato a giocare in un campionato amatoriale messicano con il Deportivo Sahara, mettendo a segno 10 reti. Vive proprio in Messico, a Colima, dove allena la squadra locale. Suo figlio Emilio gioca nello Chateauroaux e nella nazionale messicana Under 17. Il cugino di Oman, Francis Elieze gioca (o ha giocato) nel Sant’Erminio Montebagnolo (ha militato anche nel Panicale) nella seconda categoria umbra. Eugene Ekeke è stato un rispettato membro del sindacato della Ligue 1 in Francia, oggi è allenatore. Il suo ultimo avvistamento è stato in Gabon sulla panchina del Franceville. Valeri Nepomniachi dopo svariate esperienze in Cina, Giappone, Uzbekistan e, come commentatore televisivo, in Russia, oggi allena i siberiani del Tom Tomsk. Il vice allenatore Jean Manga Onguene lavora per la FIFA. Roger Milla, dopo il mondiale 1990, giocò per altre sei stagioni. Al termine dei mondiali lascio le Reunion per tornare a Yaounde ovviamente nel Tonnere, mettendo a segno 89 reti in 4 anni. Nel 1994 viene convocato per i mondiali americani. Il 24 giugno 1994 entrando in campo al 64esimo minuto della partita Brasile-Camerun Roger Milla diventa il giocatore più vecchio ad aver giocato una partita dei mondiali, a 42 anni. Il 28 giugno del 1994 a San Francisco, entra nel secondo tempo, la partita tra Russia e Camerun è già sul 3 a 0 per i Russi. Roger Albert Mooh Miller impiega un solo minuto a buttarla dentro e a diventare il giocatore più anziano ad aver segnato durante una partita dei mondiali. Finito il Mondiale si trasferisce in Indonesia nel Pelita Jaya, dove in 23 incontri va a segno 23 volte. Gioca due partite d’addio al calcio la prima a Douala il 28 dicembre 1997 davanti a 95.000 spettatori, la seconda nella capitale Yaoundè con 110.000 tifosi assiepati sugli spalti dello stade Omnisport. Roger Milla lascia il calcio a 44 anni, in 32 anni di carriera mette a segno 387 reti in 707 presenze accumulando 102 presenze con la maglia del Camerun dove realizzerà 28 reti. Nel 2006 viene insignito della nomina di Cavaliere della Legione d’Onore francese. Oggi Milla è ambasciatore per l’Africa nel mondo e vive a Yaoundè.

Dopo il Camerun, altre due nazionali arriveranno ai quarti di finale della Coppa del Mondo: il Senegal nel 2002 e il Ghana nel 2010. Tuttavia nessuna delle due è lontanamente paragonabile a quel Camerun (al quale per forza e qualità di gioco si avvicina solo la Nigeria 1994). Il Camerun 1990 ha spezzato le catene che opprimevano il calcio africano allo squallido ruolo di colorato e gioioso sparring partner. Un giorno forse non troppo lontano avremo il piacere di vedere una nazionale africana spingersi più in la, fino ad allora la leggenda appartiene a quei 22 leoni indomabili, domati da due rigori di Lineker ma non dalla storia.

Camerun 1990 – formazione tipo: N’Kono, Ebwellè, Onana, Kundè, Ndip, Tataw(C), Mbouh, Makanaky, Mfede, Milla, Oman-Biyik. Allenatore: Valeri Nepomniachi

 

martedì 7 dicembre 2010

Literaria: “Addio al calcio”. L’epopea dei palloni perduti

“Non mi era mai capitato di pensarci, ma qualche anno fa, dopo un’ennesima operazione, ho smesso per sempre di giocare a pallone. […] Nacque da lì il mio definitivo addio al calcio”.
Come se fosse una piccola morte, davanti alla quale tornano in mente in maniera disordinata i ricordi più significativi della nostra esistenza, il momento in cui si è costretti a dire addio al calcio giocato è per Valerio Magrelli il dolente epilogo di una fase della vita, delimitata da quattro righe immaginarie e alla continua rincorsa di un pallone (di spugna, di cuoio, di plastica…). Se non si può più vivere il calcio da attore, non vale più la pena neanche di seguirlo da spettatore (anche se le domeniche così dilatate non cessano di essere irrequiete, come una pensione anticipata che è stata imposta e non richiesta), e all’eterno ragazzo che il pomeriggio scendeva da solo in cortile a calciare il pallone contro il muro “per imparare il controllo di palla”, non rimane che la fuga nella memoria, la consolazione di una grammatica di episodi familiare come quella delle sue poesie.  
Finisce così, ma in realtà inizia così, almeno come idea narrativa, il nuovo libro in prosa del poeta romano Valerio Magrelli, “Addio al calcio. Novanta racconti da un minuto“, appena dato alle stampe da Einaudi. Perchè l’inizio del libro, la sua ispirazione, è in realtà la fine della sua vita calcistica, una porzione di autobiografia che si stacca dal monolite di una vita intera con la stessa suggestione dei massi infuocati del vulcano di Stromboli che si spengono nel mare. E allora tanto vale raccoglierla quest’ombra che si deposita sul muro di uno spogliatoio, come se fosse una specie di “autobiografia sbilenca”, un punto e a capo che permette di cominciare un nuovo paragrafo, o forse no, perchè anche se si decide di non voler tornare indietro, il calcio rimane “un morbo lontano che continua a possedermi, senza che abbia trovato alcun antidoto”. Di fronte a quest’ansia malcelata di conoscere comunque i risultati, a questa voglia frustrata di tirare l’ultima punizione, a questa incomunicabilità con il figlio, che vive il pallone come un prodotto virtuale da osservare sullo schermo della Playstation (“sono lemuri neurologici, proiezioni, che giocano partite immaginarie, su campi immaginari, con voci di cronisti immaginari che commentano risultati immaginari”) e non come un rito sacro officiato in un campetto frondoso e polveroso, Magrelli si rifugia, e si perde, in “un rincorrersi di aneddoti, ricordi, storie di vite più o meno illustri”, dove il compagno di classe che non passava mai a pallone si ritrova (nella pagina) a fianco del grande campione.
La memoria come prolungamento involontario delle partite di pallone dell’infanzia, dell’infanzia stessa, come approdo maturo nel lessico accogliente dei ricordi, mi ricorda un passo di Rayuela, in cui Julio Cortàzar scrive (la traduzione è mia, chiedo perdono in anticipo):
D’ora in poi sentirò sempre di meno e ricorderò sempre di più, però che cos’è il ricordo se non la lingua dei sentimenti, un dizionario di volti e giorni e profumi che ritornano come i verbi e gli aggettivi nel discorso.
E la lingua di Magrelli, cristallizzata nel dizionario dei suoi ricordi, è anche la nostra, perchè anche noi abbiamo accatastato i maglioni per fare i pali, contando e ricontando i passi perchè gli avversari non si fidavano; anche noi abbiamo giocato in campetti improvvisati in mezzo al parco, con gli scalini naturali delle radici a distorcere le traiettorie dei tiri; anche noi siamo tornati a casa sudati dopo aver fatto rimbalzare il pallone nelle infinite eco delle saracinesche dei garage; anche noi abbiamo segnato innumerevoli gol con la palla di spugna nelle nostre stanze; anche noi abbiamo recuperato, o abbiamo abbandonato per sempre, i palloni che il compagno di squadra con i piedi a banana lanciava, con inquietante periodicità, dall’altra parte del muretto. L’abbiamo fatto nei nostri luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza, che magari non corrispondono a quelli di Magrelli, ma che in fondo si somigliano, così come si somigliano tutti i volti delle ragazze che abbiamo perso per strada.
E’ difficile giudicare un libro così personale. Conviene leggerlo, e riconoscersi, e piacersi in questo riflesso oppure no. Un merito, sicuramente involontario, è però indubitabile: probabilmente è la volta buona che ci sbarazziamo di Pasolini. Intendiamoci, non Pasolini in quanto tale (uno dei pochi intellettuali che ha avuto la grazia, in Italia, di rinunciare ad indossare la mantella dell’ipocrisia, che ha saputo vivere, per dirla con Gil de Biedma, sia l’amore pandemico che quello celeste), ma la vetusta retorica di Pasolini e il calcio. Non se ne può più di ascoltare discorsi sul calcio che cercano di nobilitarsi citando Pasolini, come se questi è stato, ed è, l’unica persona di cultura appassionata di pallone. Per fortuna adesso c’è anche Magrelli.
E’ difficile giudicare un libro così personale, ma qualcosa si può comunque provare a dire, e cioè che è composto da novanta racconti lunghi un minuto, come se fosse una partita di calcio. E’ prosa, ma sembra poesia. Poesia dell’esperienza, in particolare. Ho l’impressione che Magrelli non pretenda tanto comunicare al lettore una serie di verità risapute, quanto condividere delle fugaci esperienze il cui senso ultimo il lettore è invitato ad esplorare.
In questo senso, è un’opera riuscita a metà, perchè non tutti i racconti, non tutti i minuti, sono all’altezza. Ma d’altronde, in un eccesso di pura mimesi metaforica, non è altrettanto vero (come mi fa notare Arturo) che anche i minuti di una partita di calcio sono diversi l’uno dall’altro? In ogni partita ci sono interi minuti in cui si staziona stancamente a centrocampo, o le difese spazzano a casaccio, o il gioco si ferma per fare entrare la barelle. Ma poi succede che all’ultimo minuto, un secondo prima che l’arbitro si accinge a fischiare la fine, quando ormai lo zero a zero sembra il migliore dei risultati possibili, il fantasista si fa dare palla sulla trequarti, alza la testa, salta due uomini, sente il passo incerto del portiere che avanza e lo supera con un leggiadro colpo sotto. Troppo sotto, e il pallone si perde oltre il muretto. Con questa immagine si chiude il libro di Magrelli, con il giusto omaggio ad un’epopea silenziosa, quella dei palloni perduti – perduti, forse, come gli anni che abbiamo vissuto correndo su un campo di calcio.
Questo allontanamento dal calcio mi fa venire in mente una particolare fase del gioco (almeno di quello che praticavo da ragazzo), relativa al recupero dei palloni finiti fuori dal campo. Anche in quel caso, si trattava di fermarsi, e di uscire dal vivo della partita. Chi aveva spedito la palla lontano dal terreno, aveva ovviamente l’obbligo di andarla a riprendere. Ricordo in particolare un periodo in cui mi incontravo, sempre con lo stesso gruppo, nella casa di un amico situata in aperta campagna. Dietro una delle porte stava il muro di recinzione, e ogni tanto avveniva che un tiro lo superasse. Il designato, allora, si dirigeva all’uscita, per cominiciare la ricerca del pallone.
Che strana sensazione! Mentre ci si avviava, le urla e il chiasso cessavano pian piano. Poi, di colpo, non appena superato il cancello, ci si ritrovava in mezzo ai prati, in una distesa che correva a perdita d’occhio. Il verso di un uccello, il freddo improvviso, il vento, in una natura estranea e vicinissima. A volte, dopo aver visto la palla, fingevo di non averla ancora trovata, per rimanere un altro po’ nel nulla, estasiato, sospeso nel silenzio. Poi, dopo qualche istante, tornavo alla partita, dimenticando quello spazio muto che ci avvolgeva, al di là del muretto.

sabato 4 dicembre 2010

Dimissioni! (E sono due….)

Se questo è un allenatore

A un anno di distanza esatto sono costretto a ripetere il mio grido di dolore. Tre milioni di romanisti (includo in questa cifra approssimativa anche Davide Moscardelli, lo ripeto, un uomo un mito, che oggi pomeriggio era il più giallorosso tra i ventidue in campo) non abbiamo fatto nulla di male per meritare tanta indegnità, tanta indecenza, tanta incompetenza. L’uomo si è evoluto dall’età della pietra ad oggi perchè, grazie alla memoria, ha saputo trarre insegnamento dall’esperienza, evitando così di commettere sempre gli stessi errori. Quest’uomo (se questo è un uomo, e se stasera non si dimette, non lo è) invece no, non si è mai evoluto, e ogni partita la gioca, e la perde, come se fosse la prima volta. Non si contano le rimonte contro la Roma; non si contano (ma noi sì le sentiamo tutte sotto la pelle) le vittorie risicate della Roma con il culo stretto fino all’ultimo secondo; non si contano i secondi tempi giocati in trincea, nell’area piccola, senza il minimo interesse a giocare a pallone. Come stasera. Una vergogna.

Questo non era, o non voleva essere, un post sulla Roma e sul suo allenatore (se questo è un allenatore e, credetemi, non lo è. Garantito al limone), ma sul rispetto che ogni tifoso deve pretendere, e sulla dignità che non deve mai perdere. Quando il tiro a botta sicura di Pellissier al novantesimo è stato miracolosamente ribattuto da Mexes sulla linea io non ho esultato, ma ci sono rimasto male. Volevo che entrasse. Volevo che perdessimo la partita. Volevo il cupio dissolvi. E’ questa la cosa orribile che ci sta facendo Ranieri, ci sta facendo sperare la tristezza, desiderare la morte, perdere la dignità. Quella che, se non si dimette stasera, avrà perso anche lui.

giovedì 2 dicembre 2010

Ma che cos’è il Qatar?

50 gradi all’ombra di idiozia (la Fifa, non il Qatar)
Non so voi ma io ne ho la palle piene di questo mercimonio mondiale con cui Blatter sta mortificando il gioco per cui noi versiamo lacrime, trasformato ormai in un carrozzone ambulante, in una macchina da merchandising, in uno stroboscopico show(business) televisivo da vendere in giro come un tour mondiale di Madonna, senza alcun rispetto verso la tradizione, che poi è l’unica cosa che conta, l’unica che gli da un senso. Gli Stati Uniti, la Corea del Sud, il Sudafrica, ora il Qatar, mi domando cosa abbiamo fatto di male per doverci sorbire l’insipidità di quattro Mondiali (calcisticamente) apolidi e vuoti, siliconati, in soli trent’anni – i nostri trent’anni di gioventù. Cosa abbiamo fatto di male a parte vivere questa modernità, s’intende. Maledetta globalizzazione, anche nel calcio.

Intendiamoci, io non ho niente contro il Qatar. Non so neanche dov’è. Non so neanche cos’è (ma esiste il Qatar o è l’ennesimo Molise?). Che mi rappresenta un Mondiale in Qatar? La mancia (o la tassa) che il mondo occidentale versa per il petrolio?  Ma ce l’ha un campionato di calcio il Qatar? E dei tifosi? E una squadra? Perchè allora il prossimo Mondiale di cricket non lo organizziamo a Rovigo? E quello di curling a Caltanissetta? Anche lo sport dovrà avere la sua par condicio.

Io non ho niente contro il Qatar, ma faccio mia la “regola Coventry” con cui si apre The Football Factory (il libro):
Coventry are fuck all. They’vo got a shit team and shit support. Hitler had the right idea when he flattened the place. The only good thing to come out of Coventry was the Specials and that was years ago. Now there’s sweet FA and we’ve never had a decent row with Coventry.
Peccato che in Qatar non ci andranno degli hooligans ripieni di pollo tandoori, ma dei turisti ricchi del pallone. Sarà l’ennesimo sberleffo finto esotico, finto etnico, finto tutto, a quello che amiamo davvero. Uno stadio che emana storia, un pubblico che ci capisce, l’eterno ritorno delle epiche partite del passato. Ed invece, ci dovremo accontentare dell’ennesima finale giocata sotto un sole di cinquanta gradi. Olé!


PS Va da sè che della Russia sono molto contento.