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mercoledì 19 dicembre 2012

Ipotesi di un carteggio



San  Pietroburgo, 1 ottobre 2012


Caro Vincenzo,

concluso l’allenamento, stasera ci siamo rinchiusi nella palestra, con ancora appesi i manifesti in cirillico dell’antica propaganda. L’autunno non ci lascia all’aria aperta a discutere di tattiche, il vento che arriva dalle steppe già supera le resistenze dell’acrilico. Uno dei vantaggi indiscutibili del freddo è avere più tempo a casa per riscaldarmi -ho un plaid di feltro mezzo mangiato dal cane, una poltrona e una vodka distillata dalla figlia del magazziniere-, rispondere con calma alle tue lettere e avere nostalgia.
Veniamo a quello che mi scrivi: hai un’ottima difesa, quella è gente tosta, sa come toccare le caviglie senza farsi accorgere dall’arbitro. Ho studiato alcuni schemi per i calci d’angolo: potresti sfruttare Gonzalo per la percussione conclusiva, dopo aver ingannato i difensori con quel movimento centripeto dei bassi che apre gli spazi esterni per il salto dell’ariete. Tutto il resto affidalo a Pizarro, hai visto come sfianca gli avversari col suo possesso certosino, il suo girare attorno su se stesso. Non hai centrocampisti adatti agli inserimenti, come un tempo io Perrotta, ma l’estro degli attaccanti dovrebbe prevalere, almeno contro le squadre medio-piccole. Nel fine settimana ti mando le schede atletiche per ciascuno, non allentare ancora i carichi, aspetta i primi di novembre.
Ti abbraccio, tuo, Luciano.

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Firenze, 14 novembre 2012

Caro Luciano,

grazie dei suggerimenti della settimana scorsa. A San Siro, in panchina, mi sembrava di averti a fianco. Certo, il Milan è malridotto, ma erano anni che a questa gente non capitava uno straccio di soddisfazione. Soddisfazione effimera peraltro, ci riempiono di complimenti perché sanno che non dureremo, che non c’è pericolo per il finale già scritto del romanzo. A volte mi chiedo cosa ti spinga a dannarti l’anima per Firenze, lontano come sei. Tanto ristretto è l’orizzonte delle loro speranze che si accendono per un abbozzo di bel gioco, o per la prospettiva di un terzo o quarto posto. Ma questa non è speranza, Luciano, è rassegnazione. Tu mi scrivi che Firenze non esiste se non in ciò che la circonda, la campagna ebbra, le onde delle colline, le carni abbrustolite degli animali o immerse in copiosi sughi. Tutto il resto è vaniloquio estetizzante, idolatria di un mediocre evo giunto fino a oggi. Non posso darti torto: ancora oggi si dissipano in dispute di campanile, aspettano l’insuccesso della Roma, esecrano la Juve senza capire che il riscatto è solo superarla. 
Qualche notte fa ho sognato ancora di Lojacono. Sogno banale, per quanto è facile da smorfiare. Vorrei seguire la sua traiettoria, che fu quella di un’educazione sentimentale, da Firenze a Roma, dove la sua vitalità trattenuta finalmente esplose tra risse in campo, tanghi clandestini, donne amate fino a pochi minuti prima della partita. Luciano, forse un giorno torneremo dall’esilio. Ti abbraccio.

V.

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San Pietroburgo, 4 dicembre 2012

Caro Vincenzo,

ieri sono andato all’Hermitage, e mi è sembrato di rivedere quel film di Sokurov che si aggira per i suoi fastosi corridoi, attraversando epoche e persone, fino alla vertigine finale in cui lo sguardo del regista esce fuori dal museo e si perde su un mare sterminato. Ho ripensato alle tue parole e ho concluso che non è dissimile a quella dell’arca russa la nostra piccola deriva. E’ vero, a Firenze accettano un ruolo subalterno. La Juve è già lontana, con ogni probabilità si ripeterà il solito copione. Poi tornerà il Milan, poi l’Inter, tutti gli altri saranno contenti del loro secondo posto. Ma noi forse siamo meglio?
Anche noi siamo prigionieri, di un gesto artistico se vuoi: io dalla Russia, complice la tua amicizia, alleno in incognito la squadra per cui tifavo da bambino; tu sogni di tornare a Roma (a proposito, come Lojacono, hai una bella faccia maschia da scugnizzo, adatta al tango e al pasodoble), vedi da lontano gli splendori e le miserie di Z., che tra qualche giorno ti accingi ad affrontare. Forse è tempo di non accontentarci, forse è tempo di pretendere un destino. Io dovrei stare dove sei tu ora ed essere il condottiero dei miei avi, senza perdermi in faticosi espedienti letterari. Tu non cedere, quando ti cercheranno, alle lusinghe di una vittoria contabile e senza eroismo, a questo ciclo di insopportabile ripetizione. Se desideri vincere a Roma, devi farlo solo a Roma. Aspetta che Z. compia il suo destino (lui è uno dei pochi, forse l’unico di noi, ad avere il coraggio di affrontarlo). Non basta sconfiggerli nel sogno e neppure dall’esilio. Dobbiamo essere come Ettore, scendere sotto le mura, tentare l’impossibile.
Ti abbraccio, tuo, Luciano.

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8 dicembre 2012 (sms)

Hai visto la partita? Arrivavano da tutte le parti. Non credevo si potesse giocare in questo modo. Non ti nascondo che sono felice. V.