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lunedì 19 novembre 2012

A.C.A.B.


In un paese in cui i lacrimogeni sparati dai celerini rimbalzano sui cornicioni e sui soffitti delle stanze del Ministero della giustizia, e poi piovono come missili in testa ai manifestanti assumendo traiettorie ondulate. In un paese in cui i proiettili sparati verso il cielo dai carabinieri in segno di pace colpiscono sanpietrini e deviano il proprio percorso finendo con l’ammazzare la sua meglio gioventù, che poi se proprio non vuole morire la si schiaccia col defender o ancor meglio la si colpisce a sassate in testa, magari per sottolineare che il foro d’entrata del proiettile era sporco di materiale pietroso. In questo paese può succedere che un questore di Catanzaro, che è un po’ come un giudice in Danimarca, tutti lo cercano e spesso non si trova, decida di affibbiare un Daspo a un calciatore, reo di aver manifestato la propria opinione, nello specifico differente da quella del questore e dei suoi colleghi. In realtà non è la prima volta in assoluto che tale provvedimento, di solito usato incostituzionalmente nei confronti dei tifosi, è esteso a un tesserato, anzi. Solo pochi mesi fa anche Gaetano Iannini, centrocampista classe ’83 del Casale, lo aveva subito. Il problema è che il giocatore nerostellato, dopo aver protestato per la conduzione di gara dell'arbitro a conclusione di un rovente match contro l’Entella, ha cominciato a spintonare le guardie che difendevano la giacchetta nera (tutto torna, quella degli sbirri che proteggono le divise e le anime nere è un’altra costante del paese di cui sopra) e ha preso poi a calci un operatore della polizia scientifica che riprendeva la scena con una telecamera. Iannini è stato quindi denunciato per violenza e resistenza a pubblico ufficiale, e poi gli hanno rifilato il Daspo. Ma quello che è successo oggi ha dell’incredibile.




Pietro Arcidiacono, destinatario del Daspo della durata di 3 anni emesso dal questore di Catanzaro, non ha mai fatto del male a nessuno, anzi. Ha solo espresso una sua idea, per altro anche abbastanza condivisibile. Lo scorso fine settimana, dopo aver segnato il terzo gol di una meravigliosa tripletta con la maglia del Cosenza sull’ostico campo del Lamezia Terme, il 24enne attaccante è corso verso la panchina dal fratello, anche lui tesserato cosentino, che gli ha consegnato per i festeggiamenti una maglia con scritto “Speziale innocente”. Tutto qui. Il problema è che ‘lo Speziale’, come recitano i rapporti redatti dai questurini, sarebbe colui che la sera del 2 febbraio 2007 uccise l’ispettore Filippo Raciti negli scontri seguiti a Catania-Palermo. Lo fece alla tenera età di 17 anni, tirando in testa all’ispettore un lavabo divelto dall’interno dello stadio. O almeno questa è la dinamica dei fatti accertata dalla Giustizia italiana nei suoi tre gradi di giudizio. La maglietta sfoggiata da Arcidiacono segue infatti di pochi giorni la sentenza della Cassazione che passa in giudicato la condanna per Antonio Speziale ad otto anni di carcere. E fa niente se è la medesima giustizia che ha sempre sostenuto che Pinelli si fosse buttato da solo da quella stanza, in una sera infame come la colonna di picchiatori che lo aveva ammazzato. E fa niente se è la medesima giustizia che ha cercato di proteggere gli esecutori materiali dei propri aprioristici verdetti di diseguaglianza sociale nei recenti casi di Stefano Cucchi e di Federico Aldrovandi. E fa niente se anche nello specifico processo Raciti ci sono troppe parti oscure, come i 7-8 secondi di buio video che passano tra le immagini di Speziale col lavandino in mano e quelle di Raciti a terra. E fa niente se non sono mai stati accolti i ricorsi della difesa, le loro perizie volte a dimostrare che lo sfortunato ispettore, anche lui vittima innocente di un sistema retto dalla repressione, potesse essere stato invece ammazzato dalla camionetta di un collega.




Ma poi cosa importa se Speziale è innocente o colpevole, non è questo il punto. E il punto non è nemmeno che quella maglietta, come raccontato dal medesimo Arcidiacono, sia stata solo un atto di solidarietà verso Antonio Speziale, un ragazzo che il calciatore conosceva benissimo, perché entrambi sono nati e cresciuti nel medesimo quartiere di Catania, là dove le forze dell’ordine si guardano bene dal far rispettare la legalità o addirittura dall’educare ad essa, troppo impegnati a randellare pesci piccoli perché gli squali possano scorrazzare tranquilli e indisturbati nei mari della corruzione politica. Il punto è che mentre la Figc apre un’inutile inchiesta che va ad assommarsi alle migliaia in atto su partite comprate, vendute e regalate, sia invece un questore ad emettere il Daspo nei confronti del ragazzo dopo la fortissima pressione esercitata dal Coisp, lo stesso sindacato di polizia che ha sempre difeso e protetto il cecchino in divisa Spaccarotella, che una domenica di cinque anni fa si divertì a sparare ad altezza uomo verso una macchina in cui placido dormiva Gabriele Sandri, tifoso. Perché ad alcuni uomini in divisa è permesso picchiare, violentare e financo uccidere, quasi sempre impuniti. Ad altri invece non è consentito di manifestare la propria opinione, per le strade o nelle curve. E da oggi nemmeno con una maglietta di solidarietà, oltretutto dopo aver segnato una tripletta sull’ostico campo di Lamezia Terme, il sogno di ogni ragazzino che abbracciando la vita ha sempre voluto rincorrere un pallone con gli amici, ma chissà perché, non ha mai desiderato indossare una divisa.