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sabato 15 marzo 2014

I Marginali. A proposito di Llewyn Davis, Zero a Zero, mio cugino, e altri

Sono guidato da istruzioni generali, ma più vado avanti più sfuggo al loro controllo. Da parecchi giorni nessuno sa dove mi trovo, cosa faccio, cosa progetto. Tutto dipende da unicamente da me. Potrei ritornare sui miei passi, passare agli Inglesi oppure suicidarmi: i miei superiori non potrebbero farci niente. Tuttavia, come un asino al mulino, proseguo senza sosta il mio cammino, e giungerò alla meta perchè la possente calamita che mi attrae (non mi costa nulla, contrariamente a molti altri, rivelare il suo nome), è il desiderio e la volontà di potere. Ma non del potere scintillante dei grandi capi. Di un potere più discreto e diffuso, il potere di colui che muove i fili senza mostrarsi, che animando sia il teatro sia le marionette rimane sconosciuto al pubblico. […] Ma questo desiderio e questa volontà sono temperati e come sminuiti da un rimorso sul quale un giorno dovrò pur spiegarmi.
                                        Langendorf, Una sfida nel Kurdistan



A fine gennaio, una sera in cui pioveva a dirotto e piazza Vittorio era sequestrata da un ingorgo apparentemente senza fine, siamo andati in un cosiddetto cinema off dell’Esquilino ad assistere alla proiezione di un documentario calcistico, “Zero a zero” di Paolo Geremei (persona molto gentile). La storia, che qui sintetizzo (per saperne di più, rimando alle ispirate recensioni che si trovano su Someone sill loves you, Bruno Pizzul e su Europa), è quella di tre promesse della Primavera della Roma degli anni ’90, due portieri e un attaccante, che, per ragioni diverse seppur accomunate da un certo elemento di sfortuna e di incomprensione (uno si infortunia gravemente, uno non si prende con l’allenatore, l’altro non si capisce con se stesso), proprio al momento di compiere il grande salto verso il calcio che conta, si perdono, e si perdono in maniera fragorosa, irrimediabile. Costretti a giocare nei polverosi campi di pozzolana dell’Eccellenza centro-italica, quando va bene, o in quelli di erba sintetica dei tornei di calciotto di Roma nord, quando va male, i tre ragazzi – Daniele, Marco e Andrea – recriminano su quello che sarebbe potuto essere e non è stato, mostrando una comprensibile inclinazione all’auto-commiserazione e a incolpare gli altri per il loro misero destino, non senza punte di piacevole auto-ironia (elemento che, dal punto di vista filmico, dona ritmo al documentario).

Confesso che, tornato a casa dopo la proiezione, la sensazione che l’incontro con quei tre ragazzi poco più grandi di me mi ha lasciato è quella di una desolata tristezza. Non sono loro ad avermi messo tristezza, naturalmente, ma la loro storia. Non è tanto il fatto del destino che ti toglie quello che pensavi di aver già ottenuto (personalmente, non ho mai creduto che si possa dare qualcosa per scontato), nè la retorica e paradosso (a me molto cara e sempre presente in quello che scrivo) alla Lost in translation per cui ciò che ci rende infelici non è l’infelicità in sè, ma il sentimento di non essere felici quanto si vorrebbe (o meglio, quanto si pensa che si potrebbe) esserlo (e non a caso, anche i tre ragazzi di Zero a zero non sembrano mai provare infelicità per la vita che hanno vissuto, quanto, piuttosto, per quella che non hanno vissuto). No, quello che mi ha messo tristezza della loro storia è la consapevolezza che nella vita – la bella vita, la dolce vita, la vita facile – non c’è spazio per tutti. La consapevolezza che, per ogni Francesco (Totti) che sboccia dalla primavera e diventa leggenda, c’è un Daniele (Rossi) (si noti l’ironia malcelata già nell’anonimità del cognome) che si deve fare da parte e accontentarsi di quella minutaglia che la vita gli lascia. Non è una casualità, ma la rigida regola su cui si basa il mondo, non solo quello calcistico: per esserci un centro, ci devono essere dei margini. E questo sono i tre giocatori di Zero a zero, dei Marginali. Il problema è che non sono solo loro.


Voglio chiarirmi con un esempio tratto dal documentario. A un certo punto, nella meno attraente delle tre narrazioni (quella riguardante il portiere Marco, uno a cui in nazionale giovanile Buffon ha fatto da riserva), ci si chiede come mai, e vi è molto stupore che colora questa domanda, scaduto il suo contratto con la Primavera della Roma nessuna squadra di prima o perlomeno seconda fascia si sia fatta avanti per tesserarlo. Ci si chiede: era stato il portiere della Roma, della Nazionale, era insomma non solo risaputo, ma anche – per così dire – certificato che fosse forte, o comunque promettente, possibile che un’Atalanta, un Cagliari, un Foggia (i nomi delle squadre li ho messi io) non abbia fatto di tutto per prenderlo e salvarlo dall’oblio del dilettantismo (per la cronaca, infatti, Marco finirà al Fiumicino)? Secondo me non solo è possibile, ma è anche ragionevole, se si considera che il calciomercato è un ambiente limitato, come quel gioco di cui mi sfugge il nome in cui si devono muovere delle tesserine per creare una certa combinazione e però, ad ogni spostamento, una tesserina va dove deve andare e un’altra no. Voglio dire, ipotizzando che non fosse un fenomeno, che non fosse, per dire, un Buffon, la situazione era questa: estate ’93 (più o meno), Marco, ex portiere della Roma Primavera, è sul mercato perchè la Roma non gli ha proposto di entrare in prima squadra; tutte le altre squadre – diciamo – di serie A e serie B si trovano nella medesima situazione di avere i due (se non tre) portieri della Primavera con il contratto scaduto o in scadenza e di dover decidere se tenerli oppure no; il direttore sportivo di una di queste squadre deve quindi scegliere se promuovere in prima squadra (al limite, poi, per girarli in prestito) i propri portieri, quelli su cui il settore giovanile della sua società ha investito per molti anni, quelli, insomma, che conosce e di cui si fida, ovvero se sacrificarne uno per prendersi quel Marco ex della Roma. In un caso o nell’altro, come si intuisce, c’è una tesserina che rimane fuori (Marco, o quello a cui Marco soffia il contratto da professionista); in un caso o nell’altro, quindi, si crea una storia alla Zero a zero. Tutto questo per dire che, nel mondo del calcio, le storie di Zero a zero non sono sorprendenti, nè insolite, ma – tutto il contrario – la normalità. C’è sempre qualcuno che rimane inculato.


E però, come anticipavo, questo pasodoble non avviene solo nel calcio. Cos’è “Inside Llewyn Davis”, l’ultimo strepitoso film dei fratelli Coen (per un giusto elogio rimando alla recensione del mio critico cinematografico di riferimento), se non una rivisitazione in chiave musicale della storia di Zero a zero (o viceversa)? Per sintetizzarne la vicenda, potrei replicare lo stesso esempio fatto poc’anzi: per ogni Bob Dylan che sfonda, che ha successo, che s’impone, per ogni Bob Dylan a cui le cose girano bene, per ogni Bob Dylan a cui una discografica che s’innamora offre le proprie risorse, c’è un Llewyn Davis che non ce la fa ad uscire dal locale off, che non viene apprezzato, che fa le scelte sbagliate, che viene ignorato dall’industria di riferimento. Llewyn Davis, come i ragazzi di Zero a zero, è un Marginale, uno che rimane ai margini del suo mondo, e che, come quei ragazzi, oscilla tra l’auto-compiacimento e l’auto-commiserazione, finchè quest’ultima prevale; anzi, nella mia interpretazione, finchè quest’ultima trascolora in una invincibile tristezza, che poi è la tristezza dell’essere umano che si rende conto dei propri limiti. C’è una frase molto ispirata di Gabriele, il mio critico di riferimento di cui sopra, che spiega bene questo passaggio:

In quel momento, in quell’incontro con un animale “selvaggio” lo sguardo del protagonista si riempie di tutta la tristezza del vivere umano, al culmine di una serie di batoste tutta l’amarezza quotidiana che sconfigge la speranza si contamina con la tristezza e la compassione in una notte di neve.
Da questo contrasto in cui siamo immersi – esplicitato, per fare un esempio tra i mille, dall’ascolto di Sokolov che esegue Sonatine di Ravel mentre si è in un vagone della metro B romana che la mattina ti porta al lavoro – non si scappa. Non può scappare Llewyn Davis, che rinuncia alle sue velleità artistiche quando si ritrova con la schiena rotta sul selciato bagnato del vicolo contiguo al locale, non possono scappare i protagonisti di Zero a zero, che rinunciano alle loro velleità calcistiche quando si ritrovano di fronte a una macchina da presa che chiede loro di raccontare come sono finiti a fare quello che fanno oggi, non è potuto scappare neanche mio cugino, che a 19 anni, all’esordio da professionista, portò con i suoi gol la Fermana in serie B, strappò un prestigioso contratto con l’Empoli, segnò al debutto sia in coppa Italia che in campionato, e poi ha passato il resto della sua carriera a fare la spola tra i due rami della serie C, con qualche guizzo (quella rovesciata al Marsala quando vestiva la maglia del Palermo, quella storica promozione con l’Acireale grazie alla sua vena da trascinatore, quei gol pesanti nell’ultimo Trapani, quella squalifica per cocaina apparsa come flash sulla pagina 229 del Televideo) e molto anonimato. Io credevo che lui potesse essere un Eletto, un Prescelto, un Segnalato, ma anche lui non è altro che uno dei Marginali.


Infine, ci siamo noi. I più Marginali di tutti. Giriamo per Roma, scambiamo il parco di via Panama per Central Park, facciamo l’alba mischiando aglio e olio con due pasticche di cialis insieme a una sottocategoria di Marginali, i Localari, scriviamo su questo blog, e intanto gli Altri – gli equivalenti dei Francesco Totti, dei Bob Dylan, di quelli che hanno fatto carriera al posto di mio cugino – girano per il mondo, dalla finestra del loro duplex lo vedono davvero Central Park, fanno l’alba con modelle proporzionatissime, scrivono sulle riviste più fiche. Si può dire che, per essere Marginali, siamo infelici? No, non lo siamo, almeno io non lo sono, perchè il mio desiderio maggiore, l’unico per cui mi batto da quando sono nato, e per cui mi alzo ogni mattina dal letto, è quello di sedermi al tavolino di un bar all’aperto, di una terraza insomma, all’ora del crepuscolo, e vedere come tutto si diluisce in un colore tra l’arancio e il rosso, come tutto si disfa, come la gente che mi passa davanti, e i timidi rumori del traffico in lontananza, mi diventano così alieni, così indifferenti, così lontani, che per un momento sento la tranquillità di vivere al margine della vita, e sono contento di non farne parte.