venerdì 26 settembre 2014

Gabriele Ambrosetti è uscito dal gruppo (Cardano al campo, 22 novembre 2007). Parte II



[qui la prima parte]

 La risposta di Ambrosetti è coerente con i suoi principi: “volevo tornare a casa, non avevo bisogno di un contratto più oneroso in giro, per fortuna avevo già il mio serbatoio, non c’era motivo di andare altri due anni in giro a cercare fortuna;  poi avevo già due figli e non è che uno può stravolgergli la vita, e inoltre ci sono stati alcuni lutti familiari che mi hanno segnato”. Certo, se fosse uscita un’opportunità importante e curiosa, ad esempio giocare in Australia, America o Giappone, Ambrosetti l’avrebbe presa al volo (“perché a me piacciono queste cose”), però poi ci rivela che non ha avuto il coraggio neanche di prendere in considerazione un’ipotesi del genere.

Alla fine, comunque, confessa che il ritorno in serie C, alla Pro Patria, a casa, gli ha lasciato un grande dispiacere: “ho trovato brutti comportamenti professionali che non vanno bene, che in 33 anni non avevo mai trovato, che distruggono una persona, pregiudizi verso chi ha una certa macchina o certi vestiti, verso chi ha giocato a buoni livelli e poi non può sbagliare un passaggio”. Ci ha pensato per tutti e due gli anni in cui ha giocato lì, poi l’estate del 2007 non si è più tenuto: “tenetevi i soldi che io sto a casa, tanto a me e a voi non cambia la vita”. Invece in questi mesi a Cardano al Campo, con il signor Scandroglio e i ragazzi della Fulgorcardano, ha incontrato una sensibilità e una coerenza che non immaginava, e inoltre ora gioca di nuovo da seconda punta.

Sì perché, tornando al calcio giocato, Ambrosetti nel Varese iniziò da seconda punta; fu poi Lucescu che a Brescia, in serie A, lo mise sulla fascia sinistra, ruolo in cui Guidolin l’ha definitivamente consacrato nel Vicenza (“arrivai il giovedì e la domenica già giocai in quella posizione lì contro la Lazio”). A pensarci bene, se si guarda il mondo come una partita di calcio (e quanti di noi lo fanno), Ambrosetti ci è rimasto impigliato nel suo ruolo di centrocampista esterno nel 4-4-2 del Vicenza di Guidolin: come in campo, così nella vita è una persona diligente, ordinata, umile, perbene, qualche guizzo ogni tanto e per il resto molta sostanza. Lui stesso riconosce che si trattava di un ruolo dispendioso, si tirava di meno e si correva di più, anche perché dovevano giocare sempre al massimo, col coltello tra i denti, sebbene poi giocare in casa era diverso che giocare fuori, lì ogni palla che toccavano c’era un grande fracasso sugli spalti, gli altri tifosi proprio non si sentivano. A proposito di piazze calde (ammesso che quella del Romeo Menti effettivamente possa rientrare nella categoria), ci confida che gli sarebbe piaciuto venire a giocare a Roma, addirittura nel ’99 era quasi fatto il suo trasferimento alla Lazio, e rimane un enigma perché non sia andato in porto. Basta un ricordo del genere per far riaffiorare la sua atavica mancanza di fiducia verso il mondo del pallone: “mi sono tirato fuori dal calcio, non è giusto il ruolo che hanno assunto oggi i procuratori”. Nel mondo del calcio ha imparato che “o è bianco o è nero”, e che è pieno di gente pronta a salire sul tuo carro, però lui non ha mai viaggiato col carro, ma con la sua macchinina tranquilla, perché a casa sua non entrano tutti. 


 
Il discorso sul marcio presente nel mondo del pallone lo porta a commentare lo scandalo Calciopoli (“da dentro non avevo avuto nessun sentore”) in termini molto netti: “è solo il primo di una lunga serie. Oggi nessuno ha pagato, se non i calciatori, che non c’entrano nulla; perché chi è stato condannato o radiato non ha ricevuto sanzioni economiche o penali?”. Le parole più dure, però, sono rivolte al sistema dei procuratori: “per quale motivo i procuratori, in serie C, possono sostenere che quello può arrivare e quell’altro no, che quel giovane della Primavera può andare in quella squadra e quell’altro no?”. Ambrosetti ricorda che, ai suoi tempi, a lui questo non capitò, e se ha avuto successo lo deve solo ai suoi genitori e a coloro che l’hanno fatto giocare, non certo ai procuratori che l’hanno mandato da una parte all’altra: “appena sono tornato in serie C i miei procuratori, ai quali qualcosa negli anni avevo dato, sono spariti, non li ho più sentiti, e questo è un peccato, mi dispiace, non per chiamarli perché ho bisogno di una squadra, ma per sapere come stai, siamo esseri umani, e io voglio sentirmi un essere umano 24 ore su 24”. E invece, adesso, alla Fulgorcardano, Ambrosetti è contento, perché tutti, dal signor Scandroglio (“a cui non riuscirò mai a dare del tu”) al presidente, dal magazziniere ai suoi compagni, lo giudicano per quello che è come persona (“e io sono così ora ma ero così anche a 20 anni”) e non perché la domenica fa gol o per la macchina, la casa o i capelli che ha.

Se ogni esperienza, comunque, gli ha lasciato dei ricordi e delle emozioni positive, gli chiediamo allora quale (e cosa) sia il calcio secondo Gabriele Ambrosetti – se gli esordi di Varese, l’epopea di Vicenza, i lustrini di Londra, o la semplice passione della Fulgorcardano. La risposta sembra uscita dalla bocca di Damiano Tommasi: il calcio è “fare l’allenamento la sera con a fianco i bambini che urlano, ridono, sono contenti, piangono perché cadono e si fanno male”. Anche suo figlio, a 7 anni, ha la faccia solare quando va a giocare a pallone, anche se lui non l’ha mai spinto e non lo va mai a vedere, perché non può, gli altri sanno chi è e sanno che Jacopo è suo figlio, c’è già pressione a quell’età, con i genitori attaccati alla rete che danno giudizi volgari, maleducati, “questo fa parte di una situazione che non va bene”. Anche per questo motivo Ambrosetti è uscito dal calcio (“non so chi è il capocannoniere in serie A”), ne parla con distacco ma c’è anche del dolore, “per me il calcio è molto, passione vera, ma a Controcampo sento di quelle cose, non ce la faccio, oggi per informarmi un po’ ho aperto la Gazzetta ed erano due anni che non la aprivo, ho trovato la storia di quel giocatore del Cagliari sotto scorta [Marchini] e l’ho chiusa”. Non si riconosce più in questo mondo: semplicemente, “speriamo che non finisca questo sogno”. 

Con questi valori antichi, Ambrosetti sembra nato per lavorare nel settore giovanile, magari proprio a Vicenza. Lui però scuote la testa, “le situazioni si sono proposte, ma io la mia decisione l’ho presa e o è bianco o è nero, con tutti i suoi pro e contro, il calcio per me è stato soprattutto positivo ma anche cose brutte, le racconto tutte”, e si capisce che non vuole più avere niente a che fare col calcio professionistico. Al riguardo, gli raccontiamo che abbiamo incontrato Amedeo Mangone e  Massimo Tarantino, rispettivamente allenatore e direttore sportivo a Pavia: “è tutto un giro così!” commenta, precisando comunque che gli fa piacere per Amedeo (“che è un bravo ragazzo”), “ma è tutto così e io non mi metto dentro questo giro”. È chiaro ormai il suo pensiero: nel mondo del calcio o si è dentro o si è fuori, o si accetta tutto o si rimane esclusi (e la mente corre inevitabilmente alla lezione di Oronzo Canà), sono tutte conventicole, e Gabriele ci dice che lui non è abituato ad accettare nulla, non è mai sceso a compromessi, a livello professionale-calcistico (“nel mio nuovo lavoro nel mercato immobiliare invece sì”, aggiunge con ironia). Quello che rimane allora sono le persone, peraltro molto poche, e Ambrosetti si lascia scappare che qualche tentennamento ce lo potrebbe avere solo se lo richiamasse il suo presidente del Vicenza, Delle Carbonare, al quale é molto legato. 




Non siamo pienamente convinti che tanta radicalità sia davvero necessaria: non si tratta di fare l’eroe o il missionario, piuttosto del desiderio di insegnare ai ragazzi quanto di buono uno ha imparato in tanti anni di carriera. Ambrosetti ci spiazza con una provocazione: “guardate che io sono un grandissimo figlio di puttana”. In effetti, ci racconta che in molti hanno avuto la nostra stessa impressione e gli hanno detto di insistere (tra questi il suo amico Fabio Rossitto), ma Gabriele si giustifica spiegandoci che la sua non è incoerenza o chiudere le porte in faccia, ma solo prendere atto di quanto gli è successo. Sempre lì si ritorna, perchè “il calcio è bello perché vedo l’emozione e il sorriso di mio figlio quando prepariamo la borsa o quello dei ragazzi qui alla Fulgorcardano che, quando corrono, corrono alla ricerca di un sogno, e spero solo che non ci sia qualcuno che glielo spezzi”. Con lo stesso disincanto un po’ naif, ricorda che nel settore giovanile del Varese, dove ha iniziato lui (e dove allenatore era proprio il signor Scandroglio), c’erano altri ragazzi molto bravi, anche più dotati fisicamente di lui, “e perché è successo proprio a me di sfondare?”.

Il discorso vira fisiologicamente verso la difficoltà di emergere che i giovani calciatori italiani incontrano attualmente, in seguito all’invasione modaiola degli stranieri, e anche qui Ambrosetti ha le idee molto chiare: “il mondo del calcio ha accettato i preparatori atletici e i procuratori, però ora non bisogna consacrarli; sono importanti, ma per quale motivo si vuole investire più su un ragazzo straniero che no su uno di Varese, Lecco o Reggio Calabria?”. Ricorda con ironia che l’ultimo ragazzo della primavera del Milan che ha esordito in prima squadra è stato Aubameyang, “non posso credere che il Milan o l’Inter non abbiano primavera italiani che giocano in prima squadra, l’ultimo è stato Albertini!”. Difficile dargli torto. Gi facciamo notare che, al contrario, alla Roma negli ultimi anni il cammino del vivaio è stato battuto ed ha dato i suoi frutti, e Ambrosetti commenta che è ancora più grave perchè al Milan o all’Inter hanno un bacino d’utenza diversa, più grande: Aquilani e De Rossi ci saranno pure lì però così non possono emergere. 

Il tema è caldo e interviene anche il più volte citato signor Scandroglio, una di quelle leggendarie figure di Maestri di calcio in provincia che rimarresti ad ascoltare una sera intera in trattoria. Avendo calcato i campi per tutta una vita, prima come calciatore e poi come allenatore, di football ne sa qualcosa: “il discorso è diverso, i De Rossi o Aquilani nascono sempre quando il portafoglio è vuoto, il Milan del periodo Farina diede i Baresi e i Maldini, l’Inter del periodo Pellegrini diede i Bergomi e altri, la retrocessione della Juventus e la cassa vuota hanno fatto sì che molti giocatori trovassero una loro vetrina. Il discorso dell’Atalanta è a sé, non ha seguito le mode, ha investito più soldi nel settore giovanile che in prima squadra, è andata controcorrente”. Con la tipica saggezza (e cadenza) lombarda, molto concreta, prosegue ricordando che i tre-quattro che comandavano il calcio avevano detto che fare il settore giovanile era inutile e costava di meno comprare i giocatori all’estero, e tutti sono andati all’estero; ancora oggi si pagano questi strascichi soprattutto in serie C, dove stranieri e procuratori non dovrebbero esserci, e lo stesso nel settore giovanile, dove i procuratori vanno e abbindolano le famiglie. Appare quasi rassegnato quando conclude che è difficile trovare presidenti che si sobbarchino avventure onerose come quelle di prendere una squadra in serie C con entrate zero; servirebbe un cambiamento, in serie C sono professionisti come nella A e nella B, però di fatto ci sono grandi differenze, e allora dovrebbero esserci situazioni diverse, mentre si va sempre avanti sullo stesso tran-tran. Su cento posti di lavoro, quindici anni fa c’erano ottanta lavoratori bravi e venti raccomandati, oggi è il contrario, e il calcio non fa eccezione a questa regola della società.


Ritorniamo al senso di questo incontro, al motivo per cui uno come Gabriele Ambrosetti continua a giocare a pallone in Promozione. Quando gli chiediamo quale squadra devono affrontare la domenica successiva e quale modulo adotteranno, Ambro, con la faccia divertita, non se lo ricorda. È Scandroglio ad informarci che giocheranno contro una squadra di Arese (“dove c’era l’ex Alfa Romeo”), il Novaffori, “e domani, durante l’allenamento dalle 7 alle 9, vedremo quali giocatori sono disponibili, e con questi faremo il modulo”. Chiediamo allora a Gabriele se all’allenamento dell’indomani, alla milionesima volta in cui gli spiegheranno come fare la diagonale, riuscirà, pensando al Novaffori, ad avere la stessa grinta di Vicenza per coprire quello spazio lasciato libero dal centrocampista centrale: con l’umiltà che lo contraddistingue (anche se a lui non piace la parola umiltà, “è usata in modo inappropriato, io sono fatto così”), ci risponde che “non cambia nulla”. Già, l’importante è che non gli tocchino le scarpe!

Sarà anche vero che una volta in campo non cambia nulla se di fronte hai un Pallone d’oro o un muratore, ma ci incuriosisce sapere che cosa si prova, a livello umano, nel passare in un paio d’anni dal Chelsea alla Fulgorcardano. Ambrosetti riconosce che ci ha pensato molto, e con grande modestia rivela che non voleva andare lì col desiderio di inculcare a qualcuno un aspetto professionistico maggiore, perché, a parte che l’ha trovato (in effetti, il campo da gioco della Fulgor, in erba, è bellissimo, qui dicono che sembra “Wembley”, anche se Gabriele ci tiene a precisare che non è andato lì per questo, il fango non lo spaventa, e ci racconta che a Vicenza si è allenato per quattro anni su un campo che la domenica veniva usato come parcheggio, col muro attaccato al palo della porta!),  non sarebbe comunque stato giusto, perchè era lui che doveva immedesimarsi nella parte, non i compagni nei suoi confronti, “ero io che dovevo abituarmi”, e ricorda che prima si era allenato la sera solo quando il giorno dopo c’era da giocare una partita di Champions League o di Coppa delle Coppe! Allo stesso tempo, è consapevole che ci sono delle cose che può dare in più, “però io sono da solo e loro sono in venti, sono più le cose che posso  imparare io dai miei compagni che non viceversa, e poi non è che possono imparare loro a tirare da 60 metri!”. Il pensiero è nobile: “sarò io, semmai, che potrò rubare qualcosa di umano, sulla passione per il calcio, a qualcuno di loro”, e ricorda che l’unica “persona bella” che ha trovato nel mondo del calcio è stata Davide Pellegrini, ala destra, ex, tra le altre, di Verona e Fiorentina, che lui ha incrociato al Venezia per tre mesi, “anche lui di Varese”, dove i due si erano già incontrati perché quando lui giocava lì Ambrosetti facevo il raccattapalle.

Gli chiediamo quale sia invece il giocatore più forte con cui abbia mai giocato, l’esempio calcistico da cui ha imparato qualcosa, e ci risponde che sono tanti. Vanificate le nostre speranze che si riferisca anche a Chris Sutton, nostro mito di gioventù, (“abbiamo condiviso in negativo l’anno al Chelsea, lui però giocava sempre ma non gli ho mai visto fare una partita positiva”), ci racconta che l’eleganza e la sicurezza di Desailly lo hanno stupefatto per la posizione in cui giocava, che Zola è una persona fuori dalla norma, e che il norvegese Tore Andre Flo è il giocatore con più tecnica che abbia mai visto (“ma il giocatore che secondo me non ha raccolto nulla per quanto valeva è stato Gigi Sartor, e lui ha avuto pure delle belle occasioni”). Ci sorprendiamo che non parli di Vicenza, e ci spiega che lì il suo esempio come giocatore è stato Fabio Viviani (“ma a Vicenza non c’era un leader, anche se c’erano delle gerarchie precise”). Che poi, a dirla tutta, scopriamo che a Vicenza, all’inizio, Ambrosetti neanche ci voleva andare: “stavo talmente bene al Brescia, sono venuti a prendermi all’aeroporto a Linate, dove tornavo dal Torneo Anglo-Italiano, che due anni prima avevamo vinto proprio con un mio goal a Wembley [in finale contro il Notts-County], e il Brescia mi ha venduto al Vicenza, in serie A, dopo che io, in serie A, già c’era stato proprio col Brescia, e col Brescia volevo ritornarci”. Quando si dice salire sul treno giusto, quel treno che nella vita forse non ripassa una seconda volta.
 


Prima di congedarci, c’è tempo per un paio di aneddoti curiosi. Lo si capisce subito che Gabriele Ambrosetti non è tipo da bravate, e fa quasi piacere scoprire un suo lato più umano, fallibile, quando ci racconta di un pazzo martedì sera a Vicenza, la sera di San Valentino (“tutti single, con Maini e Brivio, andammo al ristorante dove mangiavamo sempre, e alle 8 e un quarto eravamo già ubriachi”), bravata che alla fine l’ha pagata perché ha rovinato la macchina. 

L’altra storia indiscreta riguarda un suo ex compagno di squadra, “l’unico di cui non posso parlare bene”, l’unico giocatore con cui ha avuto un grosso diverbio in campo. Ci racconta che il Vicenza andava in ritiro estivo sull’altopiano di Asiago e c’erano sempre un sacco di persone in paese, (“accampate con tende, roulotte e camper: un vero macello!”), e il giorno della prima amichevole, davanti a circa 9 mila persone, questo nuovo arrivato, di professione centravanti, gli si avvicinò e gli disse “stai zitto te che devi solo correre, che poi ci penso io”. Colpito nell’orgoglio, Ambrosetti, che erano già tre anni che giocava a Vicenza, si presentò il giorno dopo in sede con Guidolin, Delle Carbonare e il ds Gasperin, e disse “signori io me ne vado”. Per Ambro era inconcepibile un atteggiamento del genere, era la prima amichevole del ritiro, quella che vinci 94 a 0, non c’era agonismo, era solo una festa per i tifosi. In realtà la cosa non proseguì oltre: “tutto è finito lì, ora ci vediamo e ci salutiamo, però per me è peggio così, non mi salutare, è un’incoerenza, se una persona mi tratta male o se io mi comporto male innanzitutto chiedo scusa e poi per me hai chiuso”. In ogni caso, mai aveva discusso in questo modo con un giocatore, e questo dà l’idea della correttezza, della timidezza e della lealtà della persona. Non a caso, dopo averci raccontato questo episodio, Ambrosetti ci gela con lo sguardo, e non solo: “se questa storia viene fuori so chi andare a prendere”. La prendiamo come una battuta, ma forse non lo è. 

Forse pentito da troppa confidenza, non c’è altro che vuole aggiungere (“niente, sono contento di quello che ho fatto”), e usciamo dalla sede della Fulgorcardano. Fuori piove, e dopo un giro per gli impianti della società, con grande gentilezza Gabriele ci accompagna in macchina alla stazione di Gallarate. Durante il tragitto parliamo del più e del meno, e a un certo punto Ambrosetti propone al signor Scandroglio di mangiare un boccone insieme al ristorante, prima di tornare a lavorare. A noi non ci considera proprio. Nondimeno,  nell’ameno piazzale davanti alla stazione ci salutiamo affettuosamente; una volta entrati nel fetido bar accanto alla biglietteria, però, rimpiangiamo di non essere stati invitati a pranzo al ristorante. Sul treno per Milano mi sfuggiva; ora invece, finalmente, capisco il motivo per cui non ci disse nulla: aveva già intuito che avremmo rivelato gli scabrosi aneddoti finali, e la vita è così, o ci si fida o non ci si fida, o è bianca o è nera, non ci sono sfumature. 

mercoledì 24 settembre 2014

Gabriele Ambrosetti è uscito dal gruppo (Cardano al campo, 22 novembre 2007). Parte I


 


Premessa 

Ormai sette anni fa (sette anni! Fa paura) io e Nesat riuscimmo a convincere non si sa come il direttore editoriale di una piccola casa editrice romana a commissionarci un libro di interviste a giocatori famosi che avevano deciso di finire la loro carriera in squadre minori. Attraverso questo libro – di cui avevamo pure trovato il titolo, riconosco non originalissimo, ma calzante: Tempi Supplementari – volevamo capire cosa spinge un calciatore che nella sua carriera ha avuto ogni tipo di soddisfazioni a continuare a mettersi in gioco nei campi di provincia, rischiando infortuni, fischi, fango, invidie. La tesi che volevamo dimostrare era che, nonostante tutto il male che si dice sul calcio moderno, ridotto a poco più di un sottogenere dell’industria dell’intrattenimento, ci sono ancora calciatori che giocano a pallone perchè amano giocare a pallone, tanto che lo continuano a fare pure quando tutto il resto (soldi, fama, visibilità, lustrini) è sparito. Dopo lunghe e faticose ricerche, stilammo una lista di calciatori da intervistare sparsi lungo tutto il paese, e – non senza emozione – iniziammo a metterci in contatto con le relative società. Di quei giorni ricordo soprattutto con piacere una lunga telefonata in autobus con Carmine Gautieri, che all’epoca mi rispose da Sorrento. Il primo calciatore che andammo a trovare, sfruttando uno zio gentilissimo di Nesat che abita a Pavia, fu Benny Carbone. Di quell’incontro, se vorrà, ve ne parlerà Nesat (all’epoca ci eravamo divisi i pezzi da scrivere). Il secondo, il giorno dopo, fu Gabriele Ambrosetti, che ci venne gentilmente a prendere alla stazione di Gallarate con un Porsche Cayenne (prima e ultima volta che ci sono salito sopra, si sta comodissimi). Il pezzo su Ambrosetti toccava a me, e lo scrissi appena tornato a Roma. Da quei giorni sono passati, già l’ho detto, sette anni. Nel frattempo: a) la casa editrice che doveva pubblicare il nostro libro è fallita; b) il nostro libro è rimasto incompleto e incompiuto (dopo Carbone e Ambrosetti fu il turno di Robbiati, e adiòs); c) è nato Lacrime di Borghetti; d) le nostre speranze di trovare un altro editore sono rimaste tali; e) Gabriele Ambrosetti è diventato il direttore sportivo del Varese. 
Penso sia dunque arrivato il momento di rendere omaggio all’epopea del Vicenza, una delle squadre più amate da tutti quelli della nostra generazione, per cui abbiamo pianto molte lacrime, e alla storia di uno degli artefici di quella epopea, con la pubblicazione – in due puntate – di questa intervista ad Ambrosetti, che sono certo non avrà perso un briciolo di freschezza. Allo stesso tempo, che questa pubblicazione sia anche un inno a tutte le cose che non abbiamo fatto nella vita, nonostante desiderassimo farle.

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Gabriele Ambrosetti è uscito dal gruppo
Cardano al campo, 22 novembre 2007



Direbbe Enrico Brizzi che Gabriele Ambrosetti è uscito dal gruppo. Varcata la soglia dei trent’anni, Speedy Ambro ha deciso di togliersi dal mondo del calcio che conta, sotto ogni punto di vista, per riscoprire il sentimento semplice e controcorrente di giocare a pallone per giocare a pallone. La sua recente parabola, che l’ha visto passare in pochi anni dal Chelsea (Premier League) al Piacenza (serie B) alla Pro Patria (serie C1) e infine alla Fulgorcardano (Promozione lombarda), solo apparentemente è discendente; in realtà si è trattato di un ritorno a casa, alle origini, al cuore del calcio. Da quando ha mollato gli ormeggi della serie A, Ambrosetti non è più abituato ai mass-media, alle copertine delle riviste, alle interviste sui giornali, e quando ci viene a prendere di persona, in macchina, alla stazione di Gallarate, sembra quasi incredulo che qualcuno sia (ancora) interessato ad ascoltare la sua storia. Eppure, la sua è una bella storia che vale la pena di raccontare, perché solo chi intende il calcio come passione può trovare il tempo e la voglia di allenarsi due sere a settimana nella nebbia di Cardano al Campo (anonimo paesino di 12 mila anime in provincia di Varese, degno di nota solo per confinare con l’aeroporto di Malpensa e per essere gemellato con Zarautz, splendida località balneare sulla costa basca), a trentaquattro anni, chiudendo nella Promozione lombarda una carriera calcistica ricca di gioie (e di Coppe) inattese. 

Ora che ha voltato pagina iniziando una nuova vita lavorativa (è agente immobiliare), è lui stesso cosciente che il calcio gli ha dato tanto, più di quanto potesse immaginare, ma è altresì consapevole che quanto ha ricevuto se l’è  meritato (“con i giusti comportamenti”), e lo testimonia il modo in cui ha sempre affrontato questa professione, sin dal principio, in serie A come alla Fulgorcardano. Ci dice Ambrosetti che l’essenza del calcio, alla fine, si condensa nella tensione prima della gara: “fino a quando proverò certe sensazioni non smetterò di giocare, perché quello, e solo quello, è ciò che conta”.

Tuttavia, Speedy Ambro non si sente un esempio per i ragazzi che oggi si allenano con lui. Persona di raro garbo, discrezione e riservatezza, non vuole (non può?) essere un modello per nessuno. Al riguardo, ci racconta con grande umiltà che quando si è presentata la situazione del Fulgorcardano non pensava di trovare il campo d’allenamento figo, i palloni belli o le coppe in bacheca, lui è andato lì e se è un esempio lo devono giudicare loro, i suoi compagni, che intanto, fino ad adesso, gli hanno insegnato molto, in particolare “che il calcio è soprattutto questo, passione pura”. Un’incredibile inversione dei ruoli. 

Ma se indubbiamente Ambrosetti, con la sua classe superiore, rappresenta il punto di riferimento in campo, è facile supporre che, con la sua genuinità fuori dalla norma, lo stesso si ripeta, suo malgrado, anche dentro lo spogliatoio. Lo si intuisce dalle sue parole e dall’effetto che possono suscitare sui suoi inesperti compagni: “come mi comportavo a Londra, a Vicenza, a Varese o a Gazzada, un piccolo paesino qui vicino dove ho iniziato e a cui sono molto legato, così io mi comporto anche adesso”. Ad esempio, guai a toccargli le scarpe da gioco, perchè gli scarpini se li pulisce lui. Ci racconta che a tal proposito a Londra ebbe addirittura un litigio col presidente: “in Inghilterra c’è quest’usanza che ogni giocatore della prima squadra viene affidato ad un giocatore delle riserve, il quale si assume la responsabilità di pulirgli le scarpe, dall’inizio alla fine, come lui preferisce. Io mi sono opposto e ho detto no assolutamente, me l’hanno fatto una volta e allora ho spaccato gli scarpini con le forbici e li ho buttati via. Pulirsi le scarpe da calcio è una cosa sacra, me l’ha insegnato mio padre. Ormai, solo questo è rimasto, le scarpe sono mie”. Il calcio come rito, come liturgia, come memoria.

Il riferimento al padre non è casuale. Ambrosetti è molto legato alla sua famiglia, ai suoi genitori che non hanno avuto il tempo di insegnargli niente, dal momento che lui, ultimo di otto figli, doveva sempre recepire da solo se c’era qualche messaggio positivo da accogliere. È cresciuto in fretta Gabriele, ci racconta che non sa cosa significa la parola adolescenza, a 16 anni si è ritrovato catapultato in prima squadra, l’emozione di andare in gita con la scuola o di fare le vacanze ad agosto non sa cosa vuol dire. Quest’atteggiamento guardingo lo ha accompagnato anche nei rapporti instaurati all’interno del pianeta calcio. Le sue parole nascondono diffidenza, amarezza, delusione: “è sempre meglio non verificare se quella persona che ritieni amico sia tale oppure no, alla fine spesso viene fuori la sorpresa, quindi è sempre meglio confidare solo su te stesso”. In trentaquattro anni non ha trovato una sola persona disponibile a fare qualcosa per lui disinteressatamente, e per ironia del destino l’ha incontrata ora nel “signor Scandroglio”, come lo chiama lui, ovvero il suo attuale allenatore alla Fulgorcardano. Lontano da ogni tentazione giacobina, Ambrosetti affronta il tema della riconoscenza nel mondo del calcio con lealtà: “è troppo facile dire quello è un amico perchè mi ha fatto giocare, quello no perché non mi ha voluto. A Londra, ad esempio, con 4 anni ancora di contratto, Ranieri arrivò, scese dall’aereo e disse a me, a Panucci e a Flo che non rientravamo nei suoi piani, eppure con me Ranieri si è sempre comportato benissimo, mi trattava nella stessa maniera di un titolare, è stato un vero e proprio signore”. 


La chiamata del Chelsea fu il premio per quanto seminato nelle scintillanti stagioni di Vicenza. Vero e proprio miracolo calcistico, l’esperienza in quel Vicenza vincitore della Coppa Italia rimane il più bel ricordo della carriera di Ambrosetti, “anche se chiamarlo miracolo è un po’ esagerato, il Signore bisogna tenerlo fuori”. È lui stesso a ricordare che lì ogni giorno era una sensazione fantastica: il giovedì ad esempio si disputava un’amichevole con tremila persone che li andavano a vedere, sembrava che arrivasse il pullman dei Santi, ai giocatori portavano pure i panini da mangiare. Vicenza ha segnato anche la sua storia personale, perché lì ha incontrato sua moglie e lì torna spesso, ad Asiago, dove ha casa in  montagna e dove vivono i suoceri. Ma soprattutto, è la gente di Vicenza che gli è rimasta nel cuore, perché “il vicentino è una persona che ti dà l’anima e te la dà per sempre. Quando vado, è come se il tempo si fosse fermato, come se giocassi ancora: è ancora indelebile il ricordo, l’affetto delle persone”. Non potrebbe che esser così per Ambrosetti: è convinto che il calcio gli abbia dato più soddisfazioni che amarezze, e pazienza per quella maledetta semifinale di ritorno in Coppa delle Coppe persa (proprio) contro il Chelsea per un lancio del portiere Ed de Goey al 115’ minuto (pianse mezza Italia quella sera, come se avesse perso la Nazionale) o per la retrocessione in serie B all’ultima giornata nella stagione successiva.

Pazienza anche se l’avventura in Premier League non è stata particolarmente fortunata. Prima del Chelsea c’era stata la possibilità concreta che Ambrosetti andasse al Milan o alla Lazio, e lui invece optò per la più stimolante esperienza inglese, che gli ha aperto la mente in tutti i sensi. Nondimeno, Gabriele riconosce che il passaggio al Chelsea (per il quale il futuro player-manager Gianluca Vialli lo seguiva già da un anno) è stato travagliato, perché non era pronto a livello emotivo, professionale e umano. Forse fu prematuro il trasferimento da un squadra che si giocava la salvezza ad una grande del calcio europeo senza una tappa intermedia, e la grande attesa che il suo arrivo suscitò in Inghilterra, insieme all’inedita responsabilità per i tanti soldi (tre milioni e mezzo di sterline) che erano stati investiti su di lui, fecero il resto. Speedy Ambro arrivava da Vicenza, una società a conduzione familiare, una piccola realtà in cui si arrivava allo stadio un’ora e mezza prima della partita e lo stadio era semipieno, una città in cui ci si vedeva tutti i giorni in centro, per fare la spesa, e si poteva ancora vivere la  quotidianità. L’ambiente che trovò a Londra fu invece quello, ben diverso, del grande club: “lì gli interessava che il singolo giocatore, Ambrosetti, Zola, Vialli o chiunque, giocasse bene quelle 10 partite e non 30 o 40, oppure che entrasse 10 minuti e dimostrasse di essere un giocatore da Chelsea, e a volte ci riuscivi e a volte invece andavi in difficoltà”. Anche se forse avrebbe preferito giocare con più continuità (“ma quella è la logica del grande club”), per Ambrosetti quella inglese rimane un’esperienza fantastica, priva delle incomprensioni ambientali capitate ad altri italiani, come Paolo di Canio o Benny Carbone. Sentirlo parlare ricorda invece il Candide di Voltaire, convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili: “non è che se un’esperienza è negativa allora bisogna tentare di nasconderla, anzi, io me la tengo ben stretta. Tra l’altro, parlo bene l’inglese, che equivale a un lavoro assicurato, e poi Londra è una città ideale dove vivere: in Inghilterra non ci sono idoli, accanto a casa mia c’era Madonna che lavava la macchina e in giro non c’era un fotografo”. Ed essere considerato un idolo è il peggior incubo possibile per Gabriele Ambrosetti.


Non poco allora deve avergli pesato l’etichetta di “Ryan Giggs italiano” con cui Gianluca Vialli, manager del Chelsea, lo presentò al pubblico inglese. A Londra ormai si ricorderanno a malapena di quell’ala leggerina, inadeguata ad affrontare il rigore del football britannico, se non per un fantasticogoal (l’unico con la maglia dei blues) durante un 5 a 0 in Champions League sulcampo del Galatasaray. A parte questo episodio, però, ad Ambrosetti rimangono soprattutto le critiche dei tifosi (anche antipatiche, come i sonori fischi che lo accompagnarono mentre si alzava dalla panchina e iniziava il riscaldamento durante una partita di FA Cup contro il Nottingham Forest) e appena due partite piene su un totale di 23 apparizioni in tutte le competizioni. In ogni caso, Ambro non ha rimpianti, perché non si è trattata di un’occasione che si è lasciato sfuggire, lui se l’è giocata fino in fondo. Ci ricorda che in maniera molto brusca, gli allenatori possono essere la fortuna o la sfortuna di un giocatore, e lui, appunto, con Vialli e Ranieri (che rimane comunque una “persona fantastica, perché ho avuto anche altri allenatori meno corretti che non mi hanno dato neanche una possibilità”), ha conosciuto entrambe le situazioni.

Pur di giocare, il gennaio successivo (siamo nel 2001) accettò di scendere in serie B, in prestito a Piacenza, dove comunque per lui “è andata bene, c’era una squadra straordinaria costruita per salire subito in serie A, ed infatti facemmo otto vittorie di fila e ottenemmo la promozione”. Presto però tornarono i problemi, e da allora non si è mai più rivisto il vero Ambrosetti: prima la rottura del ginocchio e poi, al ritorno in squadra, il Piacenza non girava più come prima, perchè in serie A era difficile giocare con tanti giocatori offensivi. Addirittura, prima di ripartire per Londra per fine prestito, tornò a Vicenza per 3 mesi, a causa di un piccolo screzio che aveva avuto con l’allenatore Novellino, di cui non gli è rimasto un ricordo molto positivo, perché, come ricorda, “prima era venuto a prendermi a Londra, mi trattava come un figlio, poi invece il suo atteggiamento mutò e a me non piace che le persone cambino di giudizio dall’oggi al domani”. Da Londra, comunque, lo rispedirono nuovamente in prestito al Piacenza, che in quella stagione (è il 2003-2004) retrocesse tra i cadetti: a trent’anni appena, Ambrosetti giocò così il suo ultimo anno di serie A, perché l’anno dopo passò alla Pro Patria, in serie C1. Eppure, non c’è spazio per recriminare su una carriera finita forse troppo presto: “non ho rimpianti per trasferimenti mancati, un rimpianto lo si può avere per non aver giocato bene un incontro, ma per il resto no. Semmai, è un peccato che in Italia ci sia troppa differenza tra serie A e B e serie C”.

Al di là di certe affermazioni, tuttavia, è da quando siamo saliti in macchina che abbiamo capito che la decisione di finire la carriera con la Pro Patria, in serie C, ha lasciato Ambrosetti molto amareggiato. Come quella di Jack Frusciante, appare una scelta difficilmente comprensibile: era ancora relativamente giovane, fisicamente integro, perché allora non cercare un ultimo contratto importante in serie A o in serie B?

(continua – e finisce – venerdì)

venerdì 19 settembre 2014

“Nessuno vuole essere il calciatore di Sacchi”. Estratti dal romanzo “Arrigo” di Jvan Sica (edizioni INCONTROPIEDE, 2014)

Nell’ottica dell’amicizia e della collaborazione con le edizioni inCONTROPIEDE siamo felici di pubblicare alcuni estratti di “Arrigo. La storia, l’idea, il consenso, la fiamma“, l’ultimo volume pubblicato dai tipi di Alberto Facchinetti, vale a dire un bizzarro, ispirato, originalissimo libro di Jvan Sica – al crocevia tra la biografia, il romanzo e la sceneggiatura – dedicato al più amato degli allenatori italiani della nostra infanzia, e non solo dai tifosi milanisti: Arrigo Sacchi. La penna di Jvan Sica, non nuova a queste imprese, ha seguito cammini nascosti anche ai protagonisti di questo libro per ricostruire a modo suo – ma sempre con umilté – l’immaginario personale e collettivo dell’allenatore di Fusignano, sullo sfondo di un’Italia che ormai, probabilmente, non esiste più. Come quel calcio, d’altronde.

***

21 ottobre 1987
 
In albergo dopo la partita di Coppa Uefa Milan-Espanyol 0-2
 
Lecce (Italia)
 

 
“Cos’è successo Arrigo?”.
 
“Non mi seguono, non mi vogliono”.
 
“Ma chi?”.
 
“Tutti, nessuno escluso. Nessuno vuole essere il calciatore di Sacchi”.
 
“Ma c’è qualcuno che te l’ha detto in faccia, qualcuno che rema contro?”.
 
“Non è un problema di remare contro. Sento che stanno iniziando ad odiare il mio essere in primo piano rispetto a loro”.
 
“I calciatori li conosci…”.
 
“Sì, li conosco, loro pensano che basti l’esperienza. Sono come quei vecchi falegnami che ormai pensano di non dover imparare più niente. Sono delle merde, guarda”.
 
“Dai Arrigo calmati, lo sai che ti stimano”.
 
“Non più ormai, non più. Lo sai cosa mi ha detto uno l’altro giorno: ‘Mister, qua ci facciamo il culo e sembra che in campo ci vai tu, non è mica giusto’”.
 
“La società?”.
 
“Una parte è con me”.
 
“E l’altra?”.
 
“L’altra sta già aizzando i tifosi. Vogliono Trapattoni, pensa un po’”.
 
“Davvero?”.
 
“Sì”.
 
“E Berlusconi?”.
 
“Berlusconi è incasinato. L’ho sentito due ore fa, mi ha parlato dell’importanza di mostrare sempre una faccia sorridente. Vincere le guerre, a noi le battaglie non interessano”.
 
“Ha ragione”.
 
“Ha ragione ma io non vado da nessuna parte se non prende posizione nei confronti della squadra”.
 
“E diglielo chiaro e tondo”.
 
“Non è facile, non si vuole esporre”.
 
“Perché?”.
 
“Perché cazziare uno dei vecchi in pubblico vuol dire mettersi contro una parte dei tifosi e a lui serve il consenso pieno, vuole che tutti lo adorino, lo sai com’è fatto, no?”.
 
“Ma perché oggi avete giocato così male?”.
 
“Non lo so, non riesco a capire. Siamo in forma, in allenamento siamo perfetti. Oggi in partita invece continuavo a chiamare Tassotti, Donadoni, tutti quanti ai loro compiti ma loro se ne fregavano, tutti facevano il cazzo che volevano in campo”.
 
“Gli olandesi?”.
 
“Ah quelli poi. Gullit pensa col cazzo, è troppo istintivo. Van Basten mi sta sui coglioni, con quell’aria da Cristo sceso in terra. Quando gli faccio vedere i tagli ad uscire in allenamento mi ride in faccia, come per dire: ‘E io, Marco Van Basten, mi metto a fare ste stronzate’”.
 
“Mi hanno detto che è mezzo infortunato”.
 
“È tutto infortunato. Ha caviglia e ginocchio fuori uso, ma deve giocare per forza. Lo abbiamo esaltato come il nostro Maradona e adesso, che faccio, lo metto in panchina? Ma è rotto, gli dico. E tu fallo giocare rotto. Io che punto tutto sull’efficienza fisica devo far giocare un giocatore rotto”.
 
“Senti Arrigo, tu al Milan non sei andato a campare di rendita. Tu stai là per un motivo ben preciso”.
 
“Una missione”.
 
“Ecco, una missione, bravo. Tu non puoi far decidere agli altri il tuo destino. Se Van Basten è rotto e decidi di metterlo fuori, deve stare fuori. Se Tassotti non ti ascolta, lo sostituisci con uno della Primavera. Se Gullit è fuori forma, lo sbatti fuori”.
 
“Sono in forma, non mi ascoltano”.
 
“Appunto, chi non ti ascolta si accomoda alla porta”.
 
“Non è facile”.
 
“Devi decidere tu, sei tu a comandare”.
 
“Siamo in tanti a comandare”.
 
“Così finisce tutto Arrigo, se non comandi tu finisce tutto. Parlane con Berlusconi, lui ti segue”.
 
“Ok, ma non è facile”.
 
“Fallo”.
 
“Adesso vedo”.
 
“Fallo”.
 




 
4 gennaio 1988
 
Incontro con Silvio Berlusconi
 
Arcore (Italia)
 

 
La stanza è angusta, ma l’amaranto alle pareti dà una piacevole tranquillità. Le librerie tutte intorno sono zeppe di libri, oggetti, fotografie, fogli. Non c’è uno spazio libero, tutto è ricolmo fino all’eccesso. La scrivania invece è vuota: un recipiente dorato contiene tre penne, un portadocumenti in pelle. Il Presidente accoglie Arrigo Sacchi con un gran sorriso.
 
Di fronte alla scrivania, affianco alla porta d’ingresso, la televisione è sintonizzata su una delle reti del Presidente. In quel momento c’è un break pubblicitario.
 
“Dove va il piccolo mugnaio bianco?
 
Clementinaaaaaaaaa”.
 
Il Presidente accoglie Arrigo Sacchi con il suo solito buonumore. Si complimenta per la partita di ieri. L’aggettivo che ama usare è quello con cui ha descritto la partita del suo Milan ai giornalisti: straripante.
 
“Il merito”, dice il Presidente, “è anche suo, Signor Sacchi, bravo nel far giocare alla squadra un calcio spettacolare e redditizio insieme”.
 
“Ragazzi sono arrivati i nuovi Mostruovi
 
I Mostruovi son tremendi, una vera novità…”.
 
Arrigo Sacchi si distrae, la tv è a volume alto. Il Presidente la indica e dice che è stato lui la fortuna di quella marca. Senza la sua capacità visionaria di dare spazio nelle sue tv a marchi anche piccoli oggi molte di queste aziende non esisterebbero e non ci sarebbero tanti occupati nelle fabbriche che producono i giocattoli, i mobili, le pentole.
 
“Ehi Paolo.
 
Buongiorno Signor Parroco.
 
Non hai ancora aperto il bar? Senza il tuo espresso chi mi dà la forza per suonare le campane?”.
 
Il Presidente guarda incantato. Ha aperto soltanto la porta, la gente non aspettava altro. Colori, musica, persone che finalmente ti sorridono e ti dicono quanto è bello il mondo, quanta è bella la vita. Alcune volte quello che fa gli sembra una missione per far stare meglio tutti. Un po’ quello che vuole fare anche con il suo Milan, una squadra che incanti e per cui tutti prima o poi facciano il tifo. Una squadra da guardare ed ammirare. Il Presidente sarà contento quando gli avversari uscendo dal campo diranno ai giornalisti: “È stato meraviglioso guardare questa squadra dal vivo”.
 
“Zigulì è una pallina che mi fa sentire più carina
 
Zigulì è una pallina che la fa sentire più carina”.
 
Il Presidente parla del futuro. Il domani non è dei vecchi bacucchi della politica, del giornalismo, del calcio, se vogliamo restare al mondo di Arrigo Sacchi. Il futuro è delle persone che vogliono dire cose nuove. Il Presidente risottolinea la parola “dire”, perché oggi se non riesci a comunicare alla maggior parte delle persone puoi inventarti tutto quello che vuoi, ma resti comunque un signor nessuno.
 
“Novità?
 
C’è un bel regalo, mamma.
 
Un altro forno, ma se c’è l’ho già?
 
Ma non lo usi mai…”.
 
E Sacchi lui lo ha notato e voluto proprio per la sua capacità di parlare del calcio in maniera nuova, lontana dalle piccole beghe di cui ogni giorno i quotidiani sportivi si occupano. Il Presidente ha bisogno di guardare dall’alto accompagnato da persone che insieme a lui si spingono un passo più in là.
 
Il Presidente dice che non è un fatto di supremazia, voglia di essere il numero 1, qui si parla di valori, di una nuova società, di una nuova Italia, finalmente. L’italiano nascosto dietro le tonache della mamma o del parroco deve scomparire, lui vuole un nuovo italiano che guarda in faccia l’America e le dice quello che non va.
 
“Oh fermamose n’attimo, io gnela faccio più.
 
Dai, non fare lo stupido, domani c’è la gara
 
Ma che gara e gara, so’ cinquanta chilometri che stiamo camminando…”.
 
Il Presidente è certo, lui ci riuscirà. Con uomini come Arrigo Sacchi che ci credono, perché la fede è la forza che ti fa andare avanti nelle difficoltà.
 
Il Presidente lo congeda mentre il canale ricomincia il flusso normale delle trasmissioni. Il sorriso del Presidente è sincero, largo, contagioso.
 
Arrigo Sacchi non ha più voglia di pensare o solo di fermarsi un attimo per riflettere. Ha solo un desiderio: ricominciare a fare il prima possibile.
 



 
27 novembre 1988
 
Negli spogliatoi dopo la partita Napoli-Milan 4-1
 
Napoli (Italia)
 

 
“Ci hai fatto impazzire oggi”.
 
“Ero in forma, è andato tutto bene”.
 
“Questa volta è toccata a voi”.
 
“Fortuna, Mister”.
 
“No, Diego la fortuna non esiste. Tu sei il migliore”.
 
“Grazie Mister, tu sei sempre gentile con me”.
 
“Te lo meriti”.
 
“Anche tu sei il migliore”.
 
“Con te succede una cosa che non succede con nessun altro calciatore. Non riesco a tagliarti fuori dal gioco, ho provato diverse soluzioni in questi due anni ma quasi mai sono riuscito a non farti giocare”.
 
“Giocare è la mia vita, se mi togli il pallone Mister mi fai diventare triste”.
 
Sorridono.
 
“Peccato che non potremo mai incontrarci”.
 
“Perché?”.
 
“Perché non potrei mai allenarti”.
 
“Non sono così cattivo come dicono”.
 
“No, anzi, tu sei il giocatore perfetto, ma io e te non andremmo d’accordo”.
 
“A me piace come giocano le tue squadre, sai attaccare, non giochi come facciamo noi. Hai visto anche tu, difendiamo sempre in tanti e quando attacchiamo tutti aspettano me. Quando vedo il Milan giocare mi piace”.
 
“Grazie Diego ma tu non puoi giocare nelle mie squadre, intendiamo il calcio con la stessa intensità ma da due prospettive totalmente diverse. Quando scendi in campo tu sei il calcio, per novanta minuti non esistono avversari, compagni, arbitri, pubblico, per te esiste solo il pallone e quello che tu con il pallone puoi fare. La partita diventa una tua invenzione, una tua creazione”.
 
“Mi piacerebbe fare parte di una tua squadra, capire come alleni tutti questi campioni”.
 
“Sai come faccio? Gullit sa che è importante quanto Colombo e Maldini sa che senza Massaro non potrebbe giocare come fa. Come farei a farlo con te? Come farei a convincerti che sei uguale agli altri?”.
 
“Sono un uomo curioso, potrei seguire quello che dici”.
 
“No Diego, sarebbe una bestemmia per te e un disastro per me. Vincere con te non ha senso, tutto sfuma, l’allenatore non ha alcun valore quando giochi. La partita è di Maradona e di nessun’altro, io non ci riuscirei a stare in silenzio”.
 
“Saremo sempre avversari?”.
 
“Sempre Diego, i migliori non possono stare insieme”.

giovedì 11 settembre 2014

Yo no soy Juan, yo soy el Loco


Firenze, Parco delle Cascine
Primavera 2012


Un gruppo di ragazzi sudamericani tra i venti e i trent’anni, si passano la palla sul pratone. Fa caldo, e tra un passaggio e l’altro le birre ghiacciate vanno via più veloci del solito. Una Moretti, due Moretti, tre Moretti, tante Moretti da lastricarci col vetro delle bottiglie tutti i chilometri che ci sono tra Firenze e Lima. A un certo punto la palla arriva sobbalzando lentamente a uno dei meno atletici della compagnia. È bolso e gonfio di birra, ma nonostante questo riesce a caracollare incontro al cuoio. Come se fosse la cosa più naturale del mondo si coordina, si piega, tira fortissimo. Mentre il pallone vola nell’aria verso l’Arno, che porta al mare, all’Oceano, a Lima, vola nell’aria anche un rumore secco, un crac, che sale su da quel cuscinetto di fibre che i dottori il giorno seguente chiameranno legamento collaterale mediale. Quegli stessi dottori diranno anche: «stagione finita». Perché sì, nonostante i chili di troppo, le birre, il pratone, a squarciare con un tiro troppo forte l’aria ansiogena e appiccicosa della primavera fiorentina è stato un calciatore professionista.
La squadra è contestata, le ultime due partite casalinghe le ha perse per 5-0 con la Juventus e per 2-1 col Chievo, lo spogliatoio è in frantumi, il capitano ha già firmato per passare i prossimi anni a Milano, l’allenatore sembra non riuscire a tenere in pugno le diverse anime dello spogliatoio, specialmente quella dei ragazzini balcanici. Per questo si decide di raccontare di un infortunio in allenamento, che ci manca soltanto che in giro si sappia che mentre siamo a cinque punti dalla retrocessione questo passa il lunedì pomeriggio a lanciare verso l’Oceano palloni, legamenti e vetri ambrati ancora sporchi di schiuma.
Ma comunque la situazione disciplinare resta grave, tanto grave che nelle ore seguenti abbandonando chissà quale consiglio d’amministrazione, che tanto l’importante è che ci sia il fratello maggiore, arriva anche il Presidente, anche se Presidente non lo è più. Lo convoca, lo guarda negli occhi, prova a spiegargli che Juan, qui ti abbiamo sempre coccolato, pagato, difeso, ma queste cose non le puoi più fare, che già rischiamo di andare in trasferta a Gubbio il prossimo anno, e ne sono passati solo due, di anni, da quando vincevamo ad Anfield. Juan, così si chiama il ragazzo sudamericano che tira fortissimo, alza gli occhi verso l’interlocutore e capisce che la sua storia in quella città così lontana, così diversa da Lima, è finita.
Si alza, e mentre gira le spalle al Presidente, pensando di non dover mai più entrare in quell’ufficio, pronuncia, scandendo bene ogni lettera, otto parole che sembrano proiettili.
«Yo no soy Juan, yo soy el Loco»


***

Firenze, Stadio Artemio Franchi
Autunno 2013


Tra la porta sbattuta nell’ufficio del Presidente e questa serata settembrina ne sono successe di cose. L’allenatore che non riusciva a tenere in pugno i ragazzini balcanici alla fine ha trovato una soluzione ma poi per questa è stato costretto ad andarsene. La squadra ha evitato le trasferte a Gubbio, ma solo perché in uno strano sabato pomeriggio a Lecce Cerci ha segnato il gol che gli ha fatto perdonare quelle passeggiate col gatto al guinzaglio che proprio ai fiorentini non andavano giù, per poi infine andare via anche lui, dopo aver rubato il giorno del suo compleanno delle pernici imbalsamate in un ristorante di Moena, insieme ad una compagnia composta anche, come se ci fosse bisogno di dirlo, dal sudamericano che tira fortissimo. E anche lui se ne è andato, a Genova, che non sarà Lima ma almeno c’è il mare, dopo aver cercato per tutta l’estate un trasferimento in una grande squadra che non è mai arrivato, perché già è difficile entrare nell’élite del calcio europeo se sei dieci chili in sovrappeso, figuriamoci se questi li accompagni ad incidenti con Suv guidati da cugini ubriachi, paparazzate con boccali di birra a notte fonda e tante, troppe, malinconie. Arrivato a Genova dichiarazioni raggianti, il passato alle spalle, i cattivi pensieri, causati dalla troppo lunga permanenza a Firenze, che non ci sono più. Ma nei fatti niente cambia: restano i chili, resta il numero zero, per la seconda stagione consecutiva, alla voce di gol segnati in campionato, restano gli infortuni che gli fanno saltare in totale oltre tre mesi e mezzo di calcio giocato.



Finisce la stagione, il riscatto ovviamente non arriva, e così viene rispedito all’indietro per il tratto autostradale che collega Genova e Firenze, e Lima, la pace, casa, diventano così lontani che non basterebbero più nemmeno tutti quei vetri ambrati ancora sporchi di schiuma. Quando arriva in ritiro è praticamente un imbucato alla festa di matrimonio di due sconosciuti. A Firenze è cambiato tutto, e mentre gli infortuni e i piatti di buridda riempivano il 2011-2012 di Juan, la squadra è tornata ad ottenere risultati importanti e nell’aria si respira davvero l’armonia cristallizzata di una festa di matrimonio. Considerando una minaccia inserire un Loco in questo mondo viola confetto e in piena pax borjana la dirigenza fa di tutto, ma proprio di tutto, per liberarsene. Ma nei giorni necessari per trovare qualcuno che finalmente accetta (e questo qualcuno è il Livorno appena tornato in Serie A così bisognoso di giocatori d’esperienza gratis che forse sarebbe pronto ad accogliere a braccia aperte anche Fabrizio Cammarata, e infatti finisce a prendere Leandro Rinaudo), l’incarico di gestire quello che ormai è soltanto un problema, un investimento non poco costoso e ad alto tasso di rischio, accade qualcosa.
Molti, rovinati dai cliché di certa narrativa, innamorati dell’entrata in scena del deus-ex-machina, dell’aiutante, del saggio che redime e illumina la via, diranno che il nuovo allenatore è riuscito a convincerlo a mettere da parte, almeno per un po’, il Loco, o almeno coprirne la confusione con il rumore secco che fanno i palloni quando sono tirati fortissimo. Agli altri resta il vagheggiare di un percorso psicologico e emotivo del tutto individuale, maturato nelle infinite sedute d’allenamento trascorse a passarsi stancamente il pallone con l’altro emarginato, ed altro ladro di pernici, Ruben Olivera (ma questa è un’altra storia). Il fatto è che Juan a Livorno non ci vuole andare. Ok c’è il mare, ok a dieci minuti di macchina dallo stadio c’è un ristorante peruviano che magari fa un ottimo ceviche, ok è ancora Serie A. Non sarebbe un problema Livorno in sé: il problema è andare via. Juan vuole restare, anche se questo significa dover prolungare di un anno il contratto dimezzandosi di fatto lo stipendio, anche se questo significa dover tornare in una forma presentabile, anche se questo significa smettere con le Moretti e il pratone, e il tutto senza aver nessuna garanzia di giocare. Firenze, ovviamente, non capisce. Accusa il giocatore di essere un mercenario, di aver così poca voglia di giocare da essersi accontentato di fare tribuna per altri due anni pur di strappare ancora qualche soldo alla dirigenza. Le ultime due stagioni sono più che sufficienti per sentenziare che quell’esterno sinistro dalle incredibili doti atletiche e balistiche conteso per tutta l’estate 2010 da Real Madrid e Barcellona ormai non esiste più, e che se ne è andato nel mondo onirico in cui ogni giocatore ripete all’infinito la sua migliore stagione (e lì in eterno riceve sulla fascia sinistra i passaggi filtranti del Gaetano D’Agostino 2008-2009) lasciando il posto a un ex-giocatore forse buono per un ultimo campionato in Qatar. A Firenze nessuno sembra ricordarsi che uno dei grandi classici della letteratura di ogni tempo e di ogni qualità è la risalita del protagonista dopo l’aver toccato il fondo, e soprattutto nessuno sembra accorgersi di quanto sia letterario questo personaggio che, trovata occupata la sua maglia numero 6, opta per la numero 66, come i centilitri di quelle Moretti stappate con la foga di chi forse in fondo ci crede che sia possibile lastricare di vetri la strada che riporta a casa. Dopo un mese dall’inizio della stagione gli zero minuti di presenza e l’esclusione dalla rosa designata per le competizioni europee lasciano presupporre che in fondo i tifosi avevano ragione, che ha rinnovato giusto per non sforzarsi e magari creare pure un po’ di confusione nello spogliatoio, ché si sa che quello è Loco.
È un triste posticipo del lunedì sera quando, in una partita messasi malissimo proprio allo scadere del primo tempo, dal tunnel non riesce il ragazzino polacco che c’era entrato un quarto d’ora prima, ma uno sconosciuto. Prima che lo speaker annunci il cambio in Curva sono già state formulate almeno quattordici teorie sull’identità del neo entrato. Nessuno si accorge dei chili persi, nessuno pensa che sia seriamente ancora in rosa. La seconda volta della serata in cui lo speaker è chiamato a pronunciare il suo nome, quando ormai è montata la consapevolezza che davvero si è appena completata una rimonta (che poi sarà puntualmente vanificata dal gol di un ex a tempo scaduto) con un gol di Juan, parte spontaneamente, a coprire tutto, anche la voce dello speaker stesso, il coro dedicatogli negli anni passati, come se non fosse mai cambiato niente, come se fosse passato un giorno, e non ottocentottantatrè, dall’ultima volta che ha segnato in questo stadio.
Un qualsiasi giocatore in una situazione del genere sarebbe corso sotto quella Curva per sanare una volta per tutte una situazione rimasta tesa troppo a lungo, un bacio alla maglia valido come una versione condensata in due secondi dei trecentosessantotto giorni della conferenza di Versailles. Ma Juan non è un giocatore qualsiasi, ed ha qualcos’altro in sospeso da risolvere. Invece di esultare alza gli occhi verso la tribuna, e, mentre corre con lo sguardo fisso verso questa, bisbiglia visibilmente commosso alcune parole. Mi piace pensare che non siano state parole d’amore, che il destinatario non sia stato un familiare, che tanta fatica non sia stata fatta per finire con una battuta presa in prestito a un romanzetto sentimentale. Juan non è un giocatore qualsiasi. Juan non può che aver detto, scandendo bene ogni lettera, dieci parole che sembrano proiettili.
«Vede Presidente, yo soy Juan, pero también soy el Loco»

***

Varsavia, Stadion Narodowy
Estate 2014



Un gruppo di ragazzi tra i venti e i trent’anni, di cui molti sudamericani, si passano la palla sul pratone dello Stadio Nazionale. Nonostante non faccia poi così caldo, tra un passaggio e un altro sugli spalti le birre ghiacciate vanno via veloci, come al solito. Una Tyskie, due Tyskie, tre Tyskie, tante Tyskie da lastricarci col vetro delle bottiglie tutti i chilometri che ci sono tra Varsavia e Firenze, e poi tra Firenze e Lima. A un certo punto la palla arriva sobbalzando lentamente a uno dei più atletici della compagnia. È scattante e veloce, e si lancia incontro al cuoio. Come se fosse la cosa più naturale del mondo si coordina, si piega, tira fortissimo. L’impatto con le mani del portiere costaricense fa lo stesso rumore secco di un legamento che si rompe.