giovedì 27 febbraio 2014

L’ultima lezione



Genova…. che tutte le volte che ti ci trovi fuori ti rendi conto che è una città soprattutto da rimpiangere. Nel senso che…. ci nasci, ci vivi fino a 20 anni dove un nostro amico poeta diceva che si arde di inconsapevolezza. Poi a 20 anni cerchi di trovare lavoro e soprattutto quando il tuo lavoro non è quello di fare il giovane di studio da un avvocato oppure da un ingegnere ti rendi conto che è difficile lavorarci. Allora te ne vai e dopo che te ne sei andato cominci a rimpiangerla” (Fabrizio de André).

Non credo che ci possa essere una manifestazione d’amore più grande dell’immedesimazione, del diventare parte viscerale di qualcosa al punto da morirci. Seppur involontariamente e tragicamente (non era un reality) la morte in diretta di Franco Scoglio resta una delle pagine più drammatiche del calcio, e anche della TV, degli ultimi anni. Quella serata, negli studi di PrimoCanale, rappresenta indubbiamente uno shock culturale ed umano. Non solo per gli amanti del calcio. Raccontare cos’è stato il Genoa per Scoglio, e cos’è stato Scoglio per il popolo genoano, è impresa ardua, racchiusa nelle citazioni e nelle partite memorabili vissute in tanti anni. Ma c’è stato un momento oltre, qualcosa che era inimmaginabile perfino in una storia d’amore come questa.


Febbraio 2001, campionato di Serie B. A rileggerlo oggi fu uno dei campionati più strani degli ultimi anni, estremamente transitorio e senza grandi spunti. Solamente dal Veneto vennero fuori lampi degni d’interesse (le promozioni di Venezia e Chievo, la prima volta del Cittadella di Glerean). Anche il calcio sotto la Lanterna non stava meglio. La Sampdoria, dopo la sorprendente retrocessione del ’99, seppur nel caos dettato dalla fine dell’era Mantovani tenterà inutili assalti alla Serie A dissanguandosi economicamente ed arrivando ad un passo dal baratro. Solo in estate, dopo un’iniziale esclusione dal campionato per inadempienze, Riccardo Garrone compra la società e rimette a posto i conti. Al resto ci penseranno Volpi e la coppia Bazzani-Flachi. Anche il Genoa fatica a rialzarsi dal buio nel quale è sprofondata: dopo la fuga di Spinelli, andato via nel ’97, il Genoa continua a collezionare scudetti estivi ma di lotte per la promozione neanche l’ombra. In quell’anno la società vive la lotta intestina tra Scerni e Dalla Costa, che corrode l’ambiente e lascia i giocatori quasi allo sbando. L’amore della gente, che in quegli anni difficili ha sorretto il Grifone, non basta più e il destino sembra giungere ad un punto di non ritorno. È qui che arriva la mossa disperata della proprietà: richiamare Scoglio, ormai vittima del “Mal d’Africa”, e convincerlo a lasciare la Tunisia. Da C.T. della nazionale maghrebina aveva fatto miracoli: una Coppa d’Africa estremamente lusinghiera, una qualificazione ai mondiali nippo-coreani ormai certa e tanti giocatori interessanti lanciati al cielo d’Europa. Scoglio era amatissimo, con un contratto sicuro ed una prospettiva importante per un tecnico stimato in Italia ma essenzialmente legato alla provincia e dunque “avulso” alla grande vetrina. Ma il Genoa è il Genoa e come disse lui stesso: “Genova, Tunisi, Canneto di Lipari. Altrove sono un randagio”. Il Professore torna a casa e trova le macerie: perfino la poca argenteria rimasta è sommersa da chili di polvere e non splende più. Chiama accanto a sé Claudio Onofri, qualcuno che dall’interno sa quali sono le problematiche e che vive il Genoa alla sua stessa maniera, e si rimbocca le maniche. C’è da salvare una squadra sull’orlo della C1 e pronta a scoppiare da un momento all’altro. L’inizio è incoraggiante ma la sconfitta di Cosenza rende necessario un grande slancio, un’impresa che possa caricare un ambiente depresso e spingerlo verso il porto sicuro della salvezza. È il 2 Aprile 2001, un lunedì sera. È la sera del derby. Scoglio, che ne ha vissuti tanti ed ha la Sampdoria come ossessione, è perfettamente cosciente che quella sarà la sua serata, il momento della resurrezione. Sua e del Genoa. Dopo pochi minuti la partita si sblocca: calcio di punizione dalla trequarti doriana, sul pallone va Stroppa. È un pallone lungo, sul secondo palo, sul quale si avventa Mutarelli di potenza: un colpo di testa potente e preciso, sotto la traversa. A questo punto l’incontro si può indirizzare sui binari più congeniali ai rossoblu: adesso può anche bastare una partita accorta, con pochi micidiali contropiedi. Il derby della Lanterna tuttavia si vive sempre sull’orlo della crisi di nervi, non c’è l’apparente signorilità milanese o i lampi criminali romani: la scintilla per la rissa è sempre lì pronta ad esplodere. Ed esploderà. Il Genoa è spiritato: lotta su tutti i palloni, corre e domina a centrocampo lasciando ai soli Stroppa e Francioso il compito di far impazzire i difensori doriani. Sulle fasce Nicola e Ruotolo non lasciano spazio ai loro colleghi. Dall’altra parte la Sampdoria è frastornata, non reagisce come dovrebbe, ed il solo Flachi non può bastare. Il dominio genoano è evidente ma la partita resta sempre in bilico, decisa da un piccolo episodio. Nel secondo tempo la miccia esplode e dal calcio si passa ai calci, persino alla rissa da Far West (espulsi Nicola e Grandoni). Sul campo però c’è una sola squadra, il Genoa, ma il colpo del K.O. sembra non arrivare mai. Fino al 47’st: lancio lungo dalla retroguardia, colpo di testa di Stroppa che diventa una sponda per Francioso. Il bomber brindisino corre verso il pallone, lo aggancia e dopo una finta chiude il triangolo con l’ex-milanista, che ha seguito l’azione ed è solo a centro-area. A tu per tu con il portiere non può sbagliare: 2-0, finisce qui. Scoglio si lascia andare, libera fuori tutta la sua rabbia e si lancia in una corsa sfrenata verso la Gradinata Nord. Esulta come un bambino e non si ferma più: le sue mani al cielo, le sue smorfie di gioia, entrano immediatamente nell’iconografia dei derby e della storia genoana. Come la punizione di Branco, giusto dieci anni prima, che divenne cartolina di Natale.


Dopo quel trionfo il Genoa farà 17 punti in 9 partite, non perderà più, e porterà a casa un’insperata salvezza. Riconfermato a furor di popolo il campionato successivo sarà avaro di soddisfazioni, con l’esonero finale a Natale, ma il Professore avrà il tempo per giocare, e vincere, un altro derby (punizione magistrale di Francioso). Eppure quello è cronaca da gazzettino locale, la Leggenda era stata già scritta.

Il Genoa non appartiene né ai dirigenti, né ai giocatori, né all’allenatore. Il Genoa è del popolo rossoblù” (Franco Scoglio)


lunedì 24 febbraio 2014

Sanremo, Laetitia e la Serie A che non c’è

 
 
L’unica nota positiva del weekend è la chiusura del Festival di Sanremo.
Magari anche ben organizzato, ma sicuramente non di livello quanto alle canzoni in gara.
Salverei solamente il pezzo scartato di Frankie Hi-Nrg (Frankie Hi-Nrg per me è un grande, da sempre adoro la sua Quelli che benpensano – bello anche il duetto con la Mannoia di venerdì) e Laetitia Casta (da brividi nello spot Dolce & Gabbana).
Meglio non parlare delle tre canzoni finaliste. La stessa canzone di Renga – a dire di tutti ingiustamente eliminata prima del gran finale – non mi è parsa un granchè.
Il Festival della Bellezza – se mai la stessa si possa rappresentare – è risultato piatto, poco coinvolgente.

Non solo il Festival. Penso che ormai anche questa Serie A abbia ben poco da dire. Una palla.
Per quanto la Roma (seconda solo al Bayern per gol subiti) faccia punti, la Juventus – in un modo o in un altro – ne fa di più. Per quanto il Napoli si avvicini, lascia sempre per strada qualche punto di troppo.
Buona la prestazione del Toro, ma il finale non sorprende. Troppa la differenza tra i bianconeri e qualunque altra squadra. Tanto che sembra quasi impossibile che la Juve entri in crisi.
 
Per quanto le ultime perdano, il Bologna non riesce a staccarle, a prendere qualche punto di ossigeno.
Buono che una doppietta di Radu affossi un bel Sassuolo (era scontato il declino di Berardi dopo il poker al Milan – ieri panchina in avvio). Buono che fuori casa il Catania sia inesistente. Male che la partita con la Roma poteva pure finire 0 a 4. Quest’anno c’è da soffire come cani.
 
Bellissime due cose: lo striscione della tifoseria laziale a Lotito (“A Cragnotti.. je spicci casa“) e Malesani che si toglie l’auricolare dopo la battuta di Gene Gnocchi sui capelli. Ovviamente, mi schiero dalla parte di Malesani.

Qualche nota dall’estero:
  • ride, e non poco, Carlo Ancelotti. Nel giro di poche giornate il suo Real si è ritrovato primo in solitaria. Tonfi assordanti quelli di Barcellona e Atletico a San Sebastian e Pamplona, rispettivamente;
  • partita chiusa, tattica e di studio Liverpool-Swansea. Mi chiedo solo una cosa: c’è qualcosa che non fa Suarez in campo? Lui si, riesce a formare la Bellezza disegnando il cross per il terzo gol;
  • chissà che combina Alino in Cina..

mercoledì 19 febbraio 2014

Il sogno di Renzo



Un sussulto. Qualche istante di puro entusiasmo. Ecco cosa ho provato un paio di giorni fa dopo che mi hanno segnalato che la nazionale padana di calcio prenderà parte al prossimo Campionato del Mondo della CONIFA.
Ma come, mi sono domandato, la creatura plasmata dal genio politico-calcistico di Renzo Bossi non era caduta in disgrazia dopo lo scandalo che ha coinvolto il suo Creatore, il Team Manager capace di portarla per tre volte sul tetto del mondo?
È bastato poco, però, per svegliarmi da questo fantastico sogno e prendere coscienza che l’attuale Padania non ha nessuna parentela con quella fondata, guidata e portata alla vittoria dal Trota.
La Federcalcio di riferimento è un’altra, la Padania Football Association, mentre la creatura bossiana si chiamava Lega Federale Calcio Padania, presieduta all’epoca da Nunziante Consiglio, deputato e tifoso del… Napoli. Un terrone, insomma.
Merita quindi ricordare a tutti il cammino di questo epico pezzo di storia del calcio.
Proprio dalla Terronia parte la nostra storia, con l’esordio della nazionale verde: a Benevento, il primo di marzo del 1998, è la libera terra di Ausonia a sconfiggere i verde-soleggiati per 2-0. Grazie a Thor, c’è il ritorno e i vichinghi bossiani si impongono ai rigori dopo aver ribaltato il risultato dell’andata nel più famigliare campo di Varese.
Seguirà un camino entusiasmante con vittorie contro l’Oltrepò, la Costa Azzurra, il Savoia, il Sud Tirolo (subissato per 12-0), l’Olimpia Lubiana, il Tibet (14 a 2, altro record!), l’Athletic Mozzecane. Poche le battute a vuoto come le sconfitte con l’Arpitania e con gli albionici dell’England All Stars (alla faccia degli indipendentismi scozzesi, irlandesi e gallesi!).
Per il momento la Kamchatka, la Jacuzia o il Regno di Zamunda sono salvi.
Nel mezzo anche un lungo stop di oltre otto anni, prima del riconoscimento ufficiale del massimo organismo calcistico delle nazioni non riconosciute, l’NF Board. Nel “board” c’è un po’ di tutto, dalle regioni secessioniste di aree calde (Tibet, Kurdistan, Cecenia), a qualche vecchio nostalgismo, specialmente italico (Cilento, Regno delle due Sicile), etnie senza terra (come la nazionale dei Rom), nazioni nate nei pensieri di qualche politico (appunto la Padania), piattaforme petrolifere (Sealand), parti onirici (Saugeais, Cascadia) o espressioni di natura storica e non territoriale (la nazionale dei Cosacchi). Un carnevale del folklore. Poco più. 

Grazie a paint, fanculo a Blatter!
Il genio organizzativo di Renzo Bossi però non intende farsi scappare il primo palcoscenico mondiale e la grande occasione arriva nel 2008, quando l’NF Board organizza in Lapponia (il nord del nord, il terreno ideale) la seconda edizione della VIVA World Cup. L’allenatore è di provata esperienza: Leo Siegel, giornalista, saggista, umorista, con un passato da allenatore semiprofessionista e un presente da Presidente della Lega Hockey.
In campo, Renzone ci prova con Carlo Nervo, Maurizio Ganz, Giampietro Piovani, Fabio Voltolina, Cristiano Pavone, provati contro gli studenti tibetani. Alla fine in Lapponia volano Alessandro Dal Canto, Pietro Bulleri, Massimiliano Scaglia, i fratelli Michele e Federico Cossato, oltre a qualche gloria dei campionati dilettantistici e semiprofessionisti.
D’altronde gli impegni non sembrano provanti e i padani nel freddo nord giocano da schiacciasassi: 6-1 alla Provenza, 2-1 al Kurdistan, 2-0 alla Lapponia e 4-1 all’Aramea. La finale è ancora contro gli aramei (popolo semitico con radici bibliche che vive in Siria) che vengono sconfitti per 2-0, grazie alle reti di Cossato e del bomber Giordan Ligarotti, massimo realizzatore della storia biancoverde con 5 reti. 
Gridiamolo al cielo: 
Campioni del Mondo!

“Maicol” Giordan Ligarotti. Il bomber.

L’anno successivo, dopo una dura battaglia per la candidatura e grazie ad un’abile strategia di promozione del “sistema Padania”, Renzo Bossi sconfigge Kurdistan e Gozo e ottiene la possibilità di organizzare la nuova edizione della VIVA World Cup. L’obiettivo è chiaro: riconfermarsi sul tetto del mondo. Gli stadi predisposti sono il Silvio Piola di Novara, il Franco Ossola di Varese e il Mario Rigamonti di Brescia. La finale si giocherà a Verona, al Marcantonio Bentegodi.
Le convocazioni confermano il bomber Ligarotti ma lanciano anche tre grandi vecchi come Maurizio Ganz, Giampietro Piovani e Giacomo Ferrari, risulteranno determinanti!
Il girone eliminatorio è superato senza patemi, grazie ai tre “anziani”: Piovani in gol contro l’Occitania, Ferrari e Ganz contro il Kurdistan (islamici, vittima predestinata della furia crociata!). In semifinale si fa sul serio: 4-0 alla Lapponia, mentre nella finalissima, ancora contro il Kurdistan è 2-0 grazie a D’Alessandro e Casse. Ancora vittoria.
 
Gridiamolo al cielo: 
Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!


Il Mondiale successivo è però quello più complicato. Innanzitutto entra una nuova squadra, come il Regno delle Due Sicilie, che annuncia dura battaglia. Poi si gioca a Gozo, con i padroni di casa intenzionati a fare bella figura e con temperature torride…da terroni. E poi c’è la volontà di rivincita dei curdi, già sconfitti tre volte su tre.
Nella sostanza le convocazioni confermano i protagonisti dell’anno precedente, con i venerandi Ganz, Ferrari, Ligarotti e Piovani in prima fila. E ancora una volta Renzo Bossi ha ragione! Si sbarazza con facilità di Gozo (2-1) e Occitania (1-0), prima di battere anche grazie ad un gol del “segna semper lu” il Regno duosiciliano in un derby dai mille significati che trasuda di anti-Italia.
La finale è quella preventivata: Padania-Kurdistan. I curdi hanno un bomber implacabile Haider Qaraman (ma visto il nome piace anche ai leghisti…). I padani hanno una tradizione favorevole e una quaterna arbitrale tutta lumbard. Basta un gol di Mosti e un paio di sviste arbitrali per permettere agli Eroi di Gozo di portare a casa il titolo di tricampeon!
 
 Gridiamolo al cielo: 
Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! 

Sembra ormai segnato un cammino invincibile guidato da un condottiero geniale. Ma qualcosa si mette di mezzo. Sarà che la Padania è Campione del Mondo e l’Italia è uscita al primo turno dei Mondiali sudafricani. Sarà che qualcuno è geloso. Sarà che l’intelligenza strategica di Renzo Bossi comincia a diventare fastidiosa. Resta il fatto che la magistratura inizia ad indagare sul “cerchio magico” e scopre che “i soldi dei rimborsi elettorali della Lega Nord sono serviti anche per portare la Padania nella titanica impresa di vincere i mondiali in Lapponia. Le spese per l’aereo e l’alloggio per i giocatori e 45 supporter, nonché quelle per l’affitto del castello resort di Fjallnas (con sauna e letto di velluto rosso) per Umberto Bossi, il Trota e l’altro figlio Riccardo sono tutte state rimborsate con soldi pubblici, per un ammontare di almeno 100.000 euro” (1). 

L’Autore di questo pezzo compagno di università di Renzone
 
Ma noi, cultori dell’epica e del grande calcio, ci chiediamo: cosa sono 100.000 euro se confrontai alla GLORIA?
Tutto si frantuma:
Ganz, uomo simbolo, tradisce e va in campo con la nazionale italiana evergreen di beach soccer, assieme a Pagliuca, Di Livio e Di Biagio.
Piovani, il primo storico capitano, appende le scarpe al chiodo.  
 

Maurizio, traditore della Patria

È la fine. La fine di un grande sogno. Il tramonto cupo di un pezzo di storia del calcio.
Grazie Renzo! Grazie Campione!

L’introvabile tomo-reliquia
 nota
(1) http://www.polisblog.it/post/14317/e-ora-la-nazionale-padana-rischia-di-scomparire

giovedì 13 febbraio 2014

Adel Taarabt, contro l’accelerazionismo




Gioca con lentezza, Adel Taarabt. Gioca con la palla, e per la palla. La prende, l’accarezza, la modella, la nasconde e poi la espone, la dona e la pretende. In quell’unico momento dilatato all’infinito che sono i novanta minuti della partita, come un artigiano la lavora per addizione e per sottrazione. La plasma. La crea muovendosi con lei nello spazio consentito dal campo, unica disciplina doverosa e possibile. La sua ubiquità sul prato verde, la sua insostenibile presenza in ogni zona del campo, non è fatta di corsa, di atletismo, è un movimento lento di costante seduzione della palla.


In un’epoca di tardo capitalismo calcistico in cui l’eccellenza sublime è rappresentata dal fisico di Cristiano Ronaldo, impressionante il suo corpo inorganico trasformato dalle macchine, dall’esile ragazzino che ieri solleva pesi per trovare equilibrio alla mostruosità tecnocratica della sproporzione muscolare dell’oggi, quella di Taarabt è una resistenza affettiva. Non rifiuta il moderno e i suoi colori. Non ricorda né rimpiange i bei tempi mai esistiti. Non propone nemmeno un ritorno al futuro incrostato di nostalgie kitsch e goffi pastiche postmoderni. Taarabt oppone i ritmi interiori di un corpo ancora umano all’accelerazionismo e alla velocità della transizione cibernetica.


Cristiano Ronaldo è accelerazione: movimento del falso in divenire, la sua massa muscolare è la cicatrice bionica conficcata nella gola dell’uomo contemporaneo. Messi è velocità: sublimazione della perfezione tecnica, prodotto seriale incapace di esistere al di fuori della confezione in cui è venduto. Nè Ronaldo né Messi, né uomo bionico né prodotto di nanotecnologie, Taarabt rifiuta di sacrificare il proprio corpo alla tecnica scegliendo di restare umano. Il suo fisico normale di atleta, in peso e altezza, i precetti islamici imposti dal padre immigrato in Provenza che proibiscono alcool e fumo quale unica disciplina imposta, sono laica resistenza alla teleologia della macchina.


Le sue migliori stagioni al Qpr, con Neil Warnock, in una squadra che giocava prevalentemente in transizione, movimento collettivo che coglie l’essenza del gioco: possesso palla al servizio del contropiede. Lui ne è il fulcro di quel gioco. A lui la palla va e da lui riparte, da lui sosta il tempo necessario per rompere gli equilibri e creare superiorità numerica. Contro Ronaldo e contro Messi, Taarabt è il numero dieci classico eterno, antico e moderno: parte da destra per effettuare il passaggio, parte da sinistra per rientrare al tiro, giostra nel mezzo disegnando arabeschi che aprono il gioco e danno il via alle danze.


I primi anni di vita li passa tirando calci al pallone nelle strade della Medina di Fes-al-Bali, una della più grande aree al mondo dove non possono passare le macchine. Dove la tecnica è costretta a servire e non potendo dominare si arrende alla lentezza della passeggiata. Il cammino come libertà dell’essere umano dal lavoro, rifiuto dell’impazienza, esilio della fretta. In quella placida, sonnolente e polverosa Medina, negli spazi aperti delle immense piazze Taarabt affina la visione periferica dell’assist. Nei lunghi vicoli bui e stretti acquisisce la razionalità del dribbling. Il paragone con Zidane è doveroso.


Dopo essere cresciuto sull’altra sponda del Mediterraneo, si trasferisce a Londra dove i mercanti del tempio vendono utili libertà preconfezionate. L’impatto al Tottenham è duro. Reticente a ogni ritorno al fordismo e insolente a ogni adattamento al due punto zero, rifiuta l’occasione e si dedica allo studio degli antichi testi di Adan Zzywwurath. Quando è pronto lo hanno retrocesso in Championship, al QPR. Lo prende in mano e lo riporta in alto. A passo d’uomo, con lentezza, ricordando che a Fes-al-Bali non c’erano macchine e quindi rifiutando velocità e accelerazione, Taarabt si fa idolo e profeta nell’isola del turbo capitalismo. Ma essendo umano non ne regge il peso. Conosce la sconfitta e la abbraccia.


Sottraendosi al lavoro si spoglia di titoli e onorificenze imperiali. Per restare umano smette di giocare e si rifugia nuovamente nella lettura. E’ nei laici testi sacri della sapienza cinese che comprende la verità del paradosso, se la velocità lo insegue accelerando non potrà mai superare la sua lentezza. Dopo essersi chiesto che fare, è finalmente pronto a guidare la rivoluzione. Lo chiama il Milan, lui si volta verso il meridione e la circostanza appare favorevole: grande è la confusione sotto il cielo di Milano e la situazione è pertanto eccellente. Taarabt, il calciatore che gioca con lentezza per combattere il turbocapitalismo, è pronto a guidare la lunga marcia della rivoluzione rossonera.

lunedì 10 febbraio 2014

Una giornata Atletica

L’unica tribuna coperta del Calderòn, con lo spiffero in fondo
Confesso che alla quinta razione di carciofi fritti che mi viene servita in questo rustico ma pretenzioso ristorante di campagna (di campagna, poi, così me l’ha venduto Julio, la verità è che è un casolare sul ciglio di una strada a scorrimento veloce, non dissimile dal Casalone sulla Flaminia, quel ristorante pacchiano dove organizzammo la festa di classe prima della Maturità, ma non sapendo come fare inversione sulla SS3 fummo costretti a farla nella rotonda davanti all’ingresso del cimitero di Prima Porta, manovra che a qualcuno portò male) inizio a pensare che non riuscirò mai ad arrivare in tempo allo stadio per assistere al cosiddetto big match di giornata, quell’Atletico Madrid – Barcellona a cui sono stato gentilmente invitato da un amico colchonero. Sono, infatti, le quattro appena passate e l’appuntamento fuori dalla metro di Marquès de Vadillo ce l’ho alle sei e mezza; ho, dunque, a disposizione poco più di due ore per: finire i generosi antipasti già apprezzati – come da fotografia incorniciata che allego – anche dal presidente mundial Pertini, ospite, nella circostanza, del rey Juan Carlos (approfitto per dire che sono un juancarlista della prima ora); gustare un cordero asado dalle dimensioni considerevoli; tracannare svariati bicchieri di patxaràn mentre i miei commensali mangiano i dolci (invece io i dolci spagnoli li detesto) e parlano di matrimoni; arrivare alla macchina (circa 50 metri nel parcheggio); digerire; prendere la metro (linea verde a Diego de Leòn) e fare una dozzina di fermate. Il problema è che sono sveglio da appena due ore, ore che ho impiegato per comprare i giornali sportivi e fare una passeggiata fino alla piazza di Chamberì, dove, facendo colazione con una tortilla, ho scoperto che Messi sarebbe partito dalla panchina (e forse pure Neymar); ore che, soprattutto, ho impiegato per smaltire la sbronza della notte prima, ma quella è un’altra storia. Per fortuna a un certo punto il pranzo finisce e, nonostante un carsico senso di nausea che mi accompagna nel tragitto in automobile, alle sei in punto mi ritrovo bello satollo in un vagone della metro che si dirige verso sud. A farmi capire che la linea è quella giusta ci pensa la marea umana che mi avvolge: hanno tutti le sciarpe, le magliette o i cappelli biancorossi e la loro bellezza cromatica e il loro entusiasmo sincero sono tali che mi sento di perdonarli per l’aria respirabile di cui mi stanno privando.

“¿Por qué no te callas?”
Alla bocca della metro mi attende il mio amico Javier, avvocato e cantante (segnalo il suo grande successo Gabana, fantastico inno alla nostalgia degli anni aznariani in cui il giovedì si faceva l’alba nella discoteca di Calle Velàzquez). Ha portato con sè i suoi due figli piccoli, due frangettoni molto timidi, circostanza che mi fa venire in mente quelle belle cose sulla “fede dei nostri padri” che una volta scrisse proprio qui il nostro amico Emilio. A proposito di famiglia, so che è una metafora misera ma quella dei tifosi dell’Atletico mi sembra davvero una grande famiglia, perchè ad accomunarli vi è un senso di identità, di appartenenza, di somiglianze che i club multinazionali rivali, come il Real Madrid e il Barcellona, hanno perso; quando penso a un tifoso dell’Atletico, penso a un tassista con i baffi e i sedili di pelle impregnati di tabacco; quando penso a un tifoso del Real, invece, mi viene in mente un giapponese in vacanza. Siccome vuole infierire sul mio apparato digerente Javier mi porta a bere tre o quattro birre in un bar con un bel mattonellato caratteristico proprio accanto alla metro, e ogni birra è accompagnata da tapas giganti, e per non fare brutta figura visto che mi invita (mi inviterà tutta la sera) io mangio e bevo fino a scoppiare, ma ogni tanto mi tornano su i carciofi fritti (mi torneranno su tutta la sera). Facciamo amicizia con le persone intorno a noi, chiedo come vedono la partita, sono tutti preoccupati, danno per certa la sconfitta dell’Atletico, e in questa scaramanzia rivedo molto la mia, la nostra, la nostra dei romanisti dico; un tizio col volto rosso, paonazzo, si lamenta delle dichiarazioni in conferenza stampa di Simeone – che in generale adora, anzi lo adorano tutti – che ha detto che quelli del Barcellona sono più forti, c’è poco da fare, il tizio si lamenta perchè dice che così demotiva la squadra, allora gli domando “ma tu non pensi che quelli del Barcellona siano più forti?” e lui risponde “certo che sono più forti” e insomma anche in questa confusione mentale pre-partita mi rivedo molto. Poi mi informo su Oliver Torres, il nostro pupillo Oliver Torres (ce ne parlò un amico spagnolo quest’estate durante una vongolata a Maccarese), perchè non gioca mai, perchè lo volete dare in prestito (effettivamente, ora è al Villareal), e la risposta è perchè in quel ruolo ora c’è Tiago, il portoghese Tiago, quello della Juventus, che lo chiude, meglio che si faccia le ossa da un’altra parte, e allora penso annamo bene, se questo si fa chiudere da Tiago al massimo stiamo parlando di un’eterna promessa alla Baronio. Comunque, sono ormai le sette passate e decidiamo di uscire dal bar e ci mettiamo in marcia verso lo stadio, una marcia lunghissima, che durerà quasi mezz’ora li mortacci loro.

“Scusa, sai dove cazzo si entra?”
Sciamiamo verso il Calderòn, la strada è un fiume in piena parallelo al fiume vero, il Manzanares rimesso a nuovo dal Comune, quel Manzanares che avevo lasciato orribile, arido, abbandonato, e ora invece è una promenade elegante, curata, intervallata addirittura da sidrerie dove servono dell’ottimo pollo (è una delle due opzioni per la cena, mi dice Javier). Avviso ai tifosi del Milan (per i quali fondamentalmente sto scrivendo tutto questo): il Calderòn è uno stadio senza senso. Innanzitutto, è costruito in un’ansa stretta tra il fiume e una circonvallazione (dettaglio magico: dalla tribuna si intravedono le macchine sfrecciare, sembra di stare all’Autogrill), quindi con un accesso complicato, a imbuto; praticamente, per metà è costeggiato da un tunnel, quindi mancano i punti di riferimento, si cammina a caso per questo tunnel finchè, se si è fortunati, e dopo aver chiesto informazioni a chiunque, si trova l’entrata, che però non è mai quella giusta, servono almeno tre tentativi, gli abbonati ormai ci sono abituati; insomma consiglio – in vista della sfida di Champions – di arrivare con un certo anticipo. Poi ricordavo bene: è uno stadio davvero brutto. Dentro e fuori. Vecchio, cadente, pieno di piloni di cemento. Entriamo con Javier e i suoi figli e ci sediamo ai nostri posti in tribuna coperta, su sedioline di plastica rossa. Non fa troppo freddo e subito penso che esagerati i miei amici che a pranzo mi hanno detto che mi sarei congelato, tanto da consigliarmi di indossare, nell’ordine: maglietta della salute, calzamaglie (portate apposta da Roma), doppio golf, guanti, sciarpa, cappello. Bullandomi del mio tepore osservo il campo, dove c’è il riscaldamento delle due squadre. Mentre Javier va a prendere due birre e due coca-cole, nonchè svariati pacchi di pipas, ho il mio momento proustiano: eccomi su quella stessa tribuna quindici anni prima, con più capelli e un vestiario più pariolo, per assistere alla partita di coppa Uefa tra Roma e Atletico Madrid, una sciagurata sconfitta (ma mai sciagurata quanto la partita di ritorno, per fortuna credo che l’arbitro Van Der Ende sia morto) a causa delle amnesie difensive della squadra zemaniana che, in quell’occasione, venne purgata anche da un gol di testa di un all’epoca sconosciuto Josè Mari, sconfitta resa meno amara solo da un bolide su punizione di Di Biagio (unico tiro in porta della Roma) e dalla grossa cena di paella, una vera turistata, che poi seguì. Javier torna con le bevande e mi ridesta dal mondo dei ricordi chiedendomi cosa penso del Principito Sosa, quello del Napoli, che l’Atletico ha appena acquistato. Per una volta non riesco a mentirgli e gli auguro di vederlo giocare il meno possibile.
APLASTA ATLETI
Le squadre entrano in campo alle otto accompagnate dall’incessante tifo della curva dell’Atletico, munita di tamburi che fanno subito anni ’80 (chissà perchè oggi sono vietati negli stadi italiani, vabbè che oggi qualsiasi cosa è vietata negli stadi italiani), che srotola una colorata coreografia con quattro personaggi che sembrano appena usciti da Indovina chi? e recita “APLASTA ATLETI”. Incessante tifo in realtà è una versione un po’ romanzata dei fatti, perchè dopo pochi minuti i sostenitori biancorossi già tacciono e non faranno più molto casino durante tutta la partita, tanto che più volte il Cholo Simeone si gira verso la tribuna facendo ampi gesti al pubblico, come a dire, svegliatevi, stiamo sfiorando l’impresa, abbiamo bisogno di voi, tifate. E’ vero che questo di andare allo stadio come si va a teatro è un malcostume iberico diffuso, però ho dato un’altra spiegazione, molto meno sofisticata, al fenomeno del Calderòn: l’ipotermia. Ebbene sì, i miei amici avevano ragione: mi accorgo presto che a questo cazzo di stadio mancano due pezzi, cioè la tribuna coperta è staccata dal resto dello stadio, sono come una C e una I vicine ma non attaccate, e quindi ci sono due buchi alle due estremità nei quali passa un mega-spifferone di tramontana che fa gelare (anche perchè si è in alto e quindi c’è sempre vento; non a caso le bandiere sui tetti degli alberghi sventolano sempre); con un freddo così neanche io, se fossi un tifoso locale, avrei voglia di tifare, ma sarei ben contento di sopravvivere. Quindi, amici milanisti, non venite in jeans e Barbour che al Calderòn fa freddo. La partita è agguerrita, molto tattica, l’Atletico parte timoroso, il Barcellona è piacione, il primo tempo finisce senza sussulti a parte qualche iniziativa sull’asse Iniesta-Alexis, in fondo lo zero a zero va bene a tutte e due le squadre. I giocatori rientrano negli spogliatoi e anche noi ne approfittiamo per fare due passi e riscaldarci nei corridoi dello stadio.

Buco di merda
A questo punto vorrei parlare di calcio. Mi ero segnato su un quadernino i dettagli che più mi avevano colpito dell’Atletico, a beneficio dei tifosi rossoneri e anche del suo nuovo allenatore, per risparmiargli la fatica di dover visionare le partite dei prossimi avversari di Champions; e però confesso di aver perso quel quadernino, non so dove e non so quando, anzi approfitto per dire che sono disposto a dare una grossa ricompensa a chi me lo riporterà, perchè dentro c’era il telefono di una milf di Pozuelo (una sorta di Olgiata di Madrid, e anche lei molto Roma nord, bionda con dettagli vezzosissimi, tipo orecchini arancioni di Bimba y Lola, Mercedes classe A di ordinanza e due ore fisse al giorno di palestra in agenda) che ormai si sentirà sedotta e abbandonata. La fortuna è che mi ricordo quasi tutto e quindi qui riporto i miei suggerimenti per Clarence Seedorf:
1) Villa è bollito, pertanto, ammesso che si riprenda dall’ultimo infortunio, può essere marcato anche da un Mexès, Bonera o Zapata qualsiasi;
2) au contraire, Diego Costa è un’ira di Dio. Dal vivo fa impressione, è l’incarnazione del luogo comune calcistico “fa reparto da solo”. Anche se sembra una contraddizione, l’ho trovato smisuratamente generoso ma egoista. Generoso perchè mette sempre la gamba, rincorre gli avversari, ci prova, si fa fare falli, tira da qualsiasi posizione e pure se in precario equilibro; egoista perchè va un po’ troppo dritto per dritto, non si appoggia quanto dovrebbe ai compagni;
3) Arda Turan sembra uno scemo – non so perchè ma io pensavo fosse uno scemo, uno scemo nel senso di fantasista fumoso e inconsistente – e invece è veramente bravo, tutta la creatività dell’Atletico (una squadra che non fa della creatività la sua principale caratteristica) passa dai suoi piedi, che sono sopraffini, giocate sorprendenti, dribbling impossibili, ecco io non rischierei un Constant in marcatura; la fortuna del Milan sarebbe che, per qualche astrusa ragione, Simeone gli preferisse il brasiliano Diego, che al Calderòn è appena tornato ed è molto amato, ma sempre una pippa rimane;
4) Filipe Luis è il terzino sinistro più forte d’Europa, mi spiace dirlo ma è più forte anche di Archimede Morleo;
5) l’Atletico gioca solo in verticale, cioè Simeone non concepisce i passaggi in orizzontale; dev’essere uno che va dritto al sodo, pure nella vita; la squadra non cincischia mai, e non è mai prevedibile. Pensa Simeone: la palla, possibilmente, a loro; quando la recuperiamo, anche grazie alle linee di difesa e centrocampo strettissime (tipo club sandwich), subito ripartenza in avanti, palla a Diego Costa e sfondiamo; quindi non si illuda il Milan se avrà possesso palla, ma, al contrario, si preoccupi.
Detto questo, ora sembra facile prevedere un comodo doppio successo dell’Atletico; il paradosso è che, con Allegri ancora in panchina, sarebbe stato meno facile.

Antonio detto Tifossi
La partita, come noto, finisce zero a zero. Nel secondo tempo entra Messi, ma è tipo un cadavere e non combina nulla; entra pure Neymar, ma non è un giocatore di calcio e quindi non se ne percepisce la presenza; al contrario, l’Atletico va due volte molto vicino al gol, naturalmente con Diego Costa. Morti di freddo usciamo dallo stadio e, dopo aver abbandonato i figli alla solita bocca della metro, con Javier ci incamminiamo verso la Puerta de Toledo; alla fine non andiamo alla sidreria sul fiume, ma a un bistrot francese in centro, dietro la plaza de Oriente. Tradotto: tre quarti d’ora di passeggiata in salita. La cosa buona è che non ho più forze, ma mi è tornata la fame. Al Caripèn (un posto bizzarro se ce n’è uno) mangio cose mai viste e consigliate dalla moglie di Javier: cozze con la panna, pizza con la morcilla e una specie di pollo alla Stroganoff (dico una specie perchè il ristorante è così buio che è impossibile vedere cosa c’è nel piatto). Mancava solo il cappuccino di rane in crema di piselli e salsa di burro e lemongrass. Quando ci alziamo da tavola sono quasi le due, sono esattamente dodici ore che sono sveglio, di cui la metà passate a tavola, un quarto allo stadio e l’altro quarto spostandomi da e verso lo stadio. Javier e la moglie mi lasciano in albergo; sono pronto a andare a dormire quando ricevo un messaggio del mio amico Chus che mi invita ad andare a bere una cosa al vecchio Shabay (una discoteca pariola coi Buddha sparsi un po’ dovunque) con il suo amico Antonio detto Tifossi (con due esse perchè in Spagna non sono capaci di usare le doppie italiane). Questo Antonio è detto Tifossi perchè l’unica sua distrazione dal lavoro è il calcio e in particolare quello italiano, quindi quando mi vede parliamo solo di storie borghettare, di solito anni ’90. Sono tentato di non rispondere e invece dico di sì, tra mezz’ora sono lì, mi faccio una doccia, mi cambio, prendo un taxi e li raggiungo al bancone, dove mi aspettano con i gin tonic in mano, e dove restiamo fino alle sei, quando finiamo come sempre la notte allo Snobissimo, dove mi sembra di riconoscere la milf di Pozuelo insieme al ricciolone di Tiago, ma non è vero, non sono loro, sono solo io che sono ubriaco e forse non ho più il fisico per queste giornate Atletiche.