domenica 31 marzo 2013

Dal diario di Rachid Mekhloufi. Il calciatore che giocò per la rivoluzione.



Risking all to believe in what is just (…) Giving up glory to fight for a cause (…) Forgetting a career to join a revolution (…) Taking the risk to avoid regret (…) Becoming the symbol of a struggle (…) And playing, playing, playing (…) Using football as a propaganda tool.







Saint-Étienne, 12 aprile 1958

La voce della donna al telefono mi avvisa che è un’interurbana. Qualche rumore d’interferenza poi, tra le scariche elettriche della linea, ecco la voce di Mustapha Zitouni. Dice che è d’accordo anche lui: domani si parte. Fino a questo momento Mustapha era il più restio del gruppo. A 30 anni sarebbe stata la sua ultima possibilità di giocare un Mondiale, e le recenti prestazioni al centro della difesa del Monaco quest’estate in Svezia ne avrebbero fatto un titolare fisso dei Bleus. Ma tra marcare da vicino la grande stella brasiliana Didi, e tentare una pericolosa fuga verso l’ignoto, anche lui ha scelto la seconda opzione. Mi spiega che lui e altri compagni approfitteranno di una trasferta a Nizza per passare da lì il confine. Ci si vede a Roma tra un paio di giorni, dice sforzandosi di sembrare tranquillo, quasi allegro. Ma la voce tradisce paura. Non è semplice, lo capisco, se li fermano alla frontiera possono arrestarli. Ma lui sa che per me è ancora più complicato: io sto svolgendo il servizio militare nel Battalion de Joinville, se mi arrestano sono un disertore.

Domani è un altro giorno, eppure stasera sono ancora un semplice calciatore. Anzi, a dirla tutta sono il migliore, sono un idolo paragonabile a un attore del cinema. Sono il Cary Grant di questo fottuto paese. Mezz’ala d’immenso talento, con la maglia dei verts del Saint-Étienne ho già vinto uno scudetto segnando caterve di gol. L’anno scorso ho portato la nazionale militare al trionfo ai mondiali di categoria e da allora, a soli 21 anni, sono già titolare indiscusso della nazionale francese: la stella più attesa al Mondiale che si avvicina. Ma io quella competizione non voglio giocarla con la Francia, io la Coppa del Mondo voglio vincerla per il mio paese. Nessun rimpianto, la decisione è oramai presa: dimenticare il presente per non avere nostalgia del passato, abbandonare tutto quello che ho raccolto fino ad oggi per tentare di conquistare l’impossibile. Mi accendo l’ultima sigaretta e lascio che il mio sguardo si perda nel rigoglioso giardino primaverile che mi si apre davanti. Ma oramai in quel verde riesco a vedere solo sabbia e deserto. Vedo casa mia: l’Algeria.

Ginevra, 13 aprile 1958

La mattina sveglia presto, mi rado e mi spruzzo di acqua di colonia: non troppa, per non attirare l’attenzione. L’appuntamento è per le dieci in stazione, alcuni si sono messi una crema schiarente sul viso: troppi arabi che vogliono passare un confine insieme, l’Europa li ha sempre visti malvolentieri. Figuriamoci nel 1958. Un giorno sarà diverso, e potremo attraversare tutte le frontiere senza problemi. Anche per questo voglio andare. Alla dogana con la Svizzera nessuno ci crea problemi, le guardie mi riconoscono e ci fermiamo un po’ a parlare di calcio: del gol che ho segnato allo Stade de Remis infilando sotto le gambe Colonna, il miglior portiere del paese. Solo tra qualche anno saprò che quel confine l’ho passato per pochi minuti, che un dispaccio del ministero telegrafato da lì a poco in tutto il paese avvisava la polizia di frontiera di fermarci e arrestarci sul posto. A sera siamo a Ginevra. Passeggiando lungo il lago rimaniamo incantati dal jet d’eau. Siamo tutti ragazzi e, benché calciatori famosi, del mondo non abbiamo ancora visto nulla. Mohamed (Soukhane) per esempio gioca a Le Havre, che su in Normandia è pieno di algerini, chiamati per la ricostruzione dopo la Guerra. Dahmane (Defnoun) invece gioca ad Angers. Non sanno nulla di quello che sta succedendo in Algeria. Io invece sono nato a Sétif, e la violenza mi è entrata in casa fin da piccolo.

Avevo nove anni quel giorno, e con i miei compagni di scuola anch’io ero in strada a manifestare. I grandi ci avevano spiegato che era il giorno in cui i nazisti si erano arresi agli Alleati, e allora ci avevano chiesto di fare dei disegni che raccontassero ai francesi che la loro occupazione sulle nostre terre era illegale come quella dei nazisti da loro. Che si stavano comportando esattamente come quei mostri che avevano combattuto. Doveva essere un giorno di festa, non sapevo che si sarebbe trasformato in un massacro. La gendarmerie e i pied-noirs si sono comportati come belve, la carneficina è andata vanti quasi una settimana. Non ho mai visto così tanto sangue in giro. Due anni dopo sono andato in Francia, dove sono diventato un calciatore ricco e famoso. Di Sétif ho rimosso tutto, fino a quando il mese scorso non mi è arrivata una lettera dal carcere di Parigi firmata Ahmed Ben Bella. Anche Ben Bella ha giocato a calcio: una volta con la maglia del Marsiglia ha battuto le Antibes per 9-0, segnando un gol. Poi ha deciso di disertare dall’esercito francese e di combattere per il suo paese. E ha fondato il FLN. Quando racconto a Defnoun e Mohamed la storia di Sétif, di Ben Bella, e del FLN, mi guardano con occhi sgranati: sono più affascinati dalla rivoluzione che non dal jet d’eau del lago di Ginevra.





Roma, 15 aprile 1958

Abbiamo passato anche il confine svizzero e siamo arrivati a Roma, dove ci aspetta l’aereo che deve portarci a Tunisi. La luce del mattino disegna i contorni di una città meravigliosa, ma l’idillio è interrotto quando ci portano i quotidiani francesi del giorno prima: le aperture sono tutte dedicate alla clamorosa fuga di nove giocatori algerini, che ora rischiano l’arresto. Io, che sono militare, sono considerato anche un disertore. Poche settimane dopo sarò condannato a dieci anni in contumacia. Ma la paura e lo sconforto del momento lasciano posto alla gioia quando ci ricongiungiamo con i fratelli che hanno passato il confine a Imperia. Ci abbracciamo calorosamente. A guardarci, già così siamo una delle nazionali di calcio più forti al mondo. Ci manca solo la nazione per cui giocare. L’Algeria ancora non esiste.

Quello che sappiamo mentre ci dirigiamo all’aeroporto è solo che abbiamo lasciato la fama e la ricchezza di un paese che non ci appartiene per servire il nostro popolo, non sappiamo ancora né come né quando sarà possibile farlo. Quello che sappiamo è che giochiamo bene a calcio, non sappiamo ancora se potrà essere questo il nostro contributo alla rivoluzione. Nessuno l’ha mai fatto prima di noi, non siamo sicuri che funzionerà, ma dobbiamo provarci. All’aeroporto di Ciampino, prima di imbarcarci sul volo che ci deve portare a Tunisi, siamo circondati dai flash dei fotografi. La notizia della nostra fuga si è diffusa. Sono lì quasi tutti per me: il Cary Grant francese, il fenomeno del Saint-Étienne, il più talentuoso giocatore che abbia mai indossato la maglia dei Bleus. Il pazzo che decide di abbandonare la nazionale francese a pochi mesi dall’inizio del Mondiale di Svezia.


Baghdad, 25 febbraio 1959

E’ nella culla della civiltà che per la prima volta sentiamo suonare il Kassaman, la musica patriottica che poi diventerà inno nazionale algerino. L’emozione è tale che nessuna vittoria con la maglia dei Bleus – i cui giocatori l’anno scorso ci hanno dedicato il Mondiale svedese, concluso con un’onorevole sconfitta nei quarti per 5-2 con il Brasile – potrebbe essere paragonata alla gioia di questo momento. Mentre risuonano le note del Kassaman, capiamo quanto il calcio sia importante per la costruzione di un’identità nazionale anticolonialista, e di come noi stiamo facendo la storia. Sono passati pochi mesi dal nostro arrivo a Tunisi e dalla creazione di una nazionale di calcio del FLN. Oggi a Baghdad della nazionale irachena ci sbarazziamo agevolmente, come abbiamo fatto di tutte le altre compagini affrontate fino a qui e di tutte quelle che incontreremo in seguito. Alla fine, nei quattro anni dal 1958 al 1962, giochiamo 90 partite in giro per il mondo, di cui ne vinciamo ben 65 diventando la rappresentativa nazionale più vincente della storia, se solo fossimo stati riconosciuti come tale. Ma non ci importa nulla, quello che ci interessa è che stiamo aiutando il nostro paese nella propaganda rivoluzionaria, che anche noi, a nostro modo, stiamo combattendo per l’indipendenza della nostra terra.

Il ricordo più bello è senza dubbio il viaggio a oriente. Cominciamo dalla Jugoslavia di Tito, che battiamo 6-1 in uno storico match. Poi la Cina e il Vietnam, dove ad attenderci c’è Ho Chi Minh in persona, e sul campo a onorarci prima della partita scende anche il generale Giáp. Sarà lui, scherzando, a dirci che siccome loro hanno sconfitto la Francia in battaglia e noi abbiamo battuto loro a calcio, allora siamo anche noi degli sporchi francesi. E’ in Vietnam che ci rendiamo conto che la lotta di un paese contro l’oppressore deve necessariamente essere la lotta di tutti i paesi contro tutte le oppressioni. E capiamo che anche noi, giocando a calcio, abbiamo contribuito alla lotta antiimperialista per l’indipendenza e l’autodeterminazione dei popoli. Dopo gli accordi di Evian del 1962 e l’indipendenza dell’Algeria, è Ben Bella in persona a concedermi il permesso di tornare in Francia, dove mi concedono un’amnistia. Ho solo 25 anni, e con il Saint-Étienne vinco altri tre scudetti, una Coppa di Francia e una Supercoppa. Ancora oggi sono il miglior marcatore dei verts con 192 gol. Nel 1962 viene sciolta anche la gloriosa nazionale del FLN, e da allora gioco per quella algerina, di cui diventerò anche allenatore. Perché in fondo io sono semplicemente un uomo di calcio, anche se sono contento di aver giocato per la rivoluzione. E di aver vinto.



mercoledì 27 marzo 2013

Su Fair-play finanziario e salary cap


Cristiano Ronaldo

Il Fair-play finanziario nasce nel settembre 2009 in ragione, si dice, delle folli spese del Presidente del Real Madrid Florentino Perez, che nell’estate precedente aveva speso una cifra esorbitante per far suoi Cristiano Ronaldo, Karim Benzema, Kakà e Xabi Alonso. Il Fair-play finanziario persegue obiettivi quali l’introduzione di specifiche regole per razionalizzare le finanze dei club, l’incoraggiamento agli stessi a contare solo sui propri profitti, l’incentivazione di investimenti a lungo termine su settori giovanili e infrastrutture e l’introduzione di misure volte ad assicurare il tempestivo pagamento dei debiti.
Inutile sottolineare l’importanza dei propositi circa gli investimenti sui settori giovanili e il tempestivo pagamento dei debiti.
Potrebbe invece essere interessante annoiarvi su profitti e razionalizzazione delle finanze.
A partire dalla stagione 2013/2014, infatti, l’Organo di controllo finanziario dei club dell’UEFA porrà in essere la valutazione di bilancio che interesserà gli anni finanziari 2012 e 2013.

Secondo quanto previsto dal Regolamento UEFA sul Fair-play finanziario quanto alle entrate, i club europei dovranno fare riferimento a incassi da biglietteria, diritti tv, sponsorizzazioni e altre attività commerciali. Quanto alle spese, invece, dovranno prendere in considerazione, tra le altre, le uscite per il personale dipendente, le spese operative, i costi finanziari e di autorizzazione.
In caso di deficit (non sanato e salvo esenzioni) tra entrate ed uscite i club potrebbero incorrere in sanzioni, quali, ad esempio, l’esclusione dalle competizioni europee.

Sono in molti a sperare che il Fair-play finanziario risulti la chiave per riequilibrare, da un punto di vista economico e, quindi, sportivo, il calcio in Europa.
Di fatto, si dice, con il Fair-play finanziario gli sceicchi e le squadre con dietro il credito delle banche non potranno più presentarsi sul mercato proponendo offerte d’acquisto e ingaggi a dir poco impareggiabili, se non folli. Non saranno più possibili atteggiamenti al rialzo come quelli recenti di Paris Saint Germain, Manchester City, Real Madrid, Barcellona o Chelsea.
Forse, ma ciò non toglie che il divario tra il calcio italiano e un certo calcio europeo potrebbe anche risultare amplificato.
La questione è infatti strutturale.

Se guardiamo recenti studi di Deloitte e Forbes, notiamo che il fatturato delle italiane risulta di gran lunga inferiore a quello dei top club europei. Real e Barcellona fatturano circa 500 milioni di Euro l’anno, lo United circa 400. Bayern e Chelsea sopra i 300. Il Milan, la prima delle italiane (secondo Deloitte), viene dopo Arsenal e City e risulta in calo. La Juventus è in risalita, grazie, immaginiamo, ai benefici che le porta lo stadio di proprietà. In classifica anche Internazionale, Napoli e Roma, ma con fatturati non competitivi rispetto alle omologhe realtà europee. Infine, in rampa di lancio Newcastle e Borussia Dortmund.

Emirates Stadium

Varie ragioni creano questo divario.
Partiamo dagli stadi (di proprietà). In Italia siamo al Pleistocene. Solamente la Juventus è riuscita a completare (in diversi anni) il proprio ambizioso progetto. Dietro il vuoto. La Roma si è affacciata all’idea, ma costi e burocrazia sono un ostacolo insormontabile per la proprietà americana e, in generale, per la stragrande maggioranza dei club di Serie A. Gli impianti sono quelli dell’Italia ’90 di Gianna Nannini mentre in Europa realtà rodate da tempo.
Non solo entrate da biglietti. Di mezzo di sono le concessioni che i nostri club pagano e le sponsorizzazioni non incassate (cartelloni pubblicitari ma anche denominazione, vedi Arsenal).

Poi i diritti tv. Non è un caso che la Lega stia in questi giorni strizzando l’occhio ad Al Jazeera. La Serie A è un prodotto non esportato. Quasi 200 Paesi seguono invece la Premier League attraverso più di 80 emittenti televisive (oltre 180.000 ore di partite e trasmissioni). Seguono Liga (alla faccia del duopolio Barca-Real -che comunque quest’anno ha portato tre squadre su 4 ai Quarti di Champions e, in ogni caso, prodotto 5 vittorie di UEFA negli ultimi 10 anni-) e Bundesliga (dove da diversi anni quasi tutti i club che vi partecipano chiudono l’anno con profitto).

Ancora, il dilemma del merchandising. I top club in Europa fatturano cifre inverosimili vendendo i loro prodotti. In Italia, fatta eccezione per le striciate (perché in larga parte trainate da Nike ed Adidas), ciò non avviene.

Gazzola e Boakye del Sassuolo

Infine, diciamo che, ora come ora, l’unico aspetto postivio in Italia potrebbe essere quello dei settori giovanili. Da sempre in Italia si investe nei settori giovanili e da sempre il settore sforna calciatori di rilievo.
A ben vedere, però, la Serie A è un passo indietro anche in questo. Nel senso che i giovani devono anche essere valorizzati, esaltati. Prendiamo le politiche recenti di Milan e Inter. Perfette: ventenni nella formazione titolare. Ragazzini ovunque. Squadre come Arsenal o Barcellona però già da dieci anni non solo presentano giovani in formazione, ma con cessioni di prodotti delle giovanili incassano e reinvestono, alimentando il ciclo. Da noi rimane più attraente il nome straniero. Un ventenne brasiliano lo si compra, un centrocampista di pari età nostrano non è pronto.
Visionaria in questo senso la scelta di imporre il salary cap all’americana alle squadre di Serie B. Massimo di ingaggio a giocatore e rose ristrette (numero massimo di giocatori non under).

Il Fair-play finanziario probabilmente creerà un sistema calcio più sostenibile e di concorrenza a livello europeo, ma potrebbe anche portare ad una cristallizzazione del gap che paghiamo nei confronti degli altri campionati. La crisi del calcio italiano non è solo tecnica: siamo sicuri di essere pronti al Fair-play finanziario?

mercoledì 20 marzo 2013

Il miele e la medicina

Avete presente l’estate? In Liguria è la prova che esiste un Dio maligno e malvagio, proprio come pensava Cartesio.
Turisti, caldo, ospitalità forzata: insomma, un qualsiasi albergatore di Alassio preferirebbe una stilettata al cuore che l’apertura della stagione turistica. Ma l’estate del 2012, per me, è stata tutta un’altra musica.
L’intervallo di tempo tra il 18 ed il 28 Agosto, per me, ha avuto un sapore amaro: per fortuna che c’è la Samp.
Si, infatti la Samp ha alleviato le mie pene spirituali.
Catarsi blucerchiata, e Gaetano  Berardi a suonare l’arpa.
Arriviamo alla sera del 20 Agosto 2012. Caldo, afa, umidità. 95Kg di persona spiaggiati su un letto fradicio di sudore. In TV, Sportitalia: di solito si vede la Ligue 1, o il football americano, o le V8 Superstars.
Per me, invece, era un ritorno al passato.

20 Maggio 1992, Ronald Koeman dice no. 

Io sono nato nel 1995, quindi ho visto l’ultima Samp di Paolo Mantovani (scomparso nel 1993) lasciare la scia e schiantarsi come un aereo senza controllo per un rigore che, chissà, forse non c’era.
Non ricordo cosa successe in finale di Coppa delle Coppe ’89, o tantomeno nell’ultima partita di Coppa Campioni ’92: solo lacrime amarcord, di chi ha avuto il coraggio di ripartire da zero e la codardia di non diventare nessuno.
Chi cazzo erano Pagliuca, Vierchowod, Vialli, Pellegrini, Mannini, Mancini, Cerezo? Eroi di una poesia interrotta senza lieto fine, Cappuccetto Rosso mangiata dal lupo e il cacciatore smarrito nel bosco.
Ho vissuto la risalita in A, e poi Brema, Eindhoven, Kharkiv.
E poi Brescia, Cesena, Palermo.
Poi le lacrime, di farabutti pagati, di rigori sbagliati, di gente che non segna mai e argentini che non lo sapevano.
Inferno, Gubbio-Castellammare-Nocera.
Sassuolo e Varese, un eroe della favola a lieto fine cacciato come l’ultimo dei pezzenti.
E infine Barcellona, palinsesto di Sportitalia, ore 20:30: da una parte i miei eroi, dall’altra parte i miei incubi.

La gratitudine, questa sconosciuta.

Non è una partita come le altre, non ci sono né Coppe Europee né Campionati: solo un pezzo di metallo ben forgiato, messo in palio da una delle squadre più forti della storia, che ti ospita mettendo a repentaglio la tua credibilità a livello internazionale.
Finto come un cenone di Natale coi parenti che non vedi da una vita, e ti chiedi perfino cos’hai in comune con una 55enne chiattona coi leggins leopardati che millanta pure di essere vestita elegante.
Al tavolo sono seduti Romero, Berardi, Gastaldello, Rossini, Costa, Soriano, Tissone, Obiang, Juan Antonio, Maxi Lopez, Estigarribia: sapore di vendetta.
E infatti, passa un minuto e Roberto Soriano raccoglie un ghiotto assist di Pedro Obiang e di testa spiazza Pinto, 1-0. Wembley è ripagata.
Poi, 89 minuti di tiki-taka, sostituzioni, terzini col QI di Peter Griffin che fermano capocannonieri di Mondiali e triplice fischio. Nel tempio del calcio, una squadretta neopromossa batte la (seconda) squadra più forte del Mondo. Ho visto un pezzo di storia.

Daniele Gastaldello felice come una Pasqua.

La storia continua: sbronze, serate storte, amori finiti o manco iniziati, Serie A.
26 Agosto 2012: tra Genovesi e Milanesi non scorre buon sangue, solo un’autostrada.
C’è chi si lamenta delle nostre cittadine sul mare, dei nostri gelati o della nostra ospitalità.
Avete mai visto un Genovese in vacanza a San Siro? Io si.
I soliti (Romero, De Silvestri, Gastaldello, Rossini, Costa, Berardi, Obiang, Tissone, Poli, Estigarribia, Eder, Krsticic), di fronte al “club più titolato e meno modesto del Mondo, che non ha i soldi per comprare uno meglio di Constant.”
Calci, pugni, turbanti insanguinati, corner.
Alla fine è 0-1, e quella sera più tardi avrei perso pure il mio portafogli.
E da qui qualche partita vinta, un po’ di pareggi, crisi d’identità, predestinati che esplodono sul campo e spazzano via allenatori con la forza d’urto.
Un altro anno matto, come ormai siamo abituati a vivere.

lunedì 18 marzo 2013

Appunti del lunedì


Mario Balotelli

1. A Roma forse serviva uno che porta a casa punti a prescindere dal gioco. Rotonda vittoria dei giallorossi contro un Parma che alla fine ha pure creato abbastanza.
Al di là della vittoria e del gol numero 226 di Francesco Totti, confesso che Andreazzoli mi piace. Ha un bel modo di porsi. Si inventa poco e secondo me è vero che trasmette serenità. Da valutare come gestirà l’affare Osvaldo.

2. A me sembra – e lo dico sottovoce – che la rimonta del Milan qualche spintarella l’abbia ricevuta. Pure ieri, quella storia di Zapata. L’espulsione di Candreva, il rigore con l’Udinese o un paio di forse rigori non dati al Genoa.. In ogni caso, Balotelli mi fa impazzire. Ha voglia o non ha voglia corre o non corre.. Non mi interessa. Mi faccio i braghini col 45.

3. E’ chiaro.. se la Juve gioca non c’è partita. Una bella squadra si è vista a Bologna. Curiosissimo per la doppia sfida di Champions contro il Bayern Monaco. Non so quanto partano favoriti i tedeschi. Se la spunteranno, sarà a fatica.

4. Clamoroso come il Paris Saint Germain sia capace di complicarsi la vita in Ligue 1. La verità forse è un equivoco: non puoi – nessuno può – permettersi una linea con Menez, Lucas e Pastore. La concretezza del solo Lavezzi non basta. In vantaggio 2 a 0 contro il Saint Etienne (ora quarto) viene rimontato e in un finale concitato rischia pure la sconfitta. Buon per Ancelotti che raramente le insegutrici approfittano dei passi falsi del suo giocattolo prezioso: il Marsiglia pareggia in casa con l’Ajaccio e il Lione crolla a Bastia (4 a 1).

5. Ennesima prestazione da fuoriclasse del Papu Gomez. Pure Castro mi piace tantissimo.

6. Preso atto del fatto che il Manchester United ha vinto la Premier League, non ci rimane che seguire la bella lotta per la qualificazione in Champions. Il City perde in casa dell’Everton, il Tottenham perde in casa contro il Fulham e il Chelsea (Lampard e Hazard stendono il West Ham) si riavvicina al secondo posto. In coda la risalita del Southampton mette in una brutta posizione l’Aston Villa e il Wigan.

7. Devo dire che Educazione Siberiana non mi ha convinto del tutto. Bella la fotografia, intrigante il contesto. Ben recitato, se si pensa che i due protagonisti sono – mi sembra di aver letto – debuttanti sul Grande Schermo. Il film però paga un’epica forzata e una storia che con ampio anticipo sai come andrà a finire. Bella la scena della giostra (con la musica di Bowie) e la rissa alla “Riva”.
 
Educazione Siberiana

venerdì 15 marzo 2013

Purgatorio

In Italia, lo sappiamo, il bellissimo Sassuolo di Eusebio Di Francesco macina gioco e punti, seguito da un bel Livorno e da un ottimo Verona. Ma nel resto d’Europa? Chi rischia di salire? E chi di abbandonare il calcio che conta? Non avendo una beneamata di meglio da fare, ho deciso di fare un punto sulle varie serie cadette del vecchio continente.

Glenn Murray IDOLO!

INGHILTERRA

Nel campionato più bello del mondo per distacco (credo che nessun lettore di codesto blog possa anche solo permettersi di dissentire) comanda il Cardiff City. Ora, va detto che il povero Cardiff City meriterebbe la Premier più di qualunque altro club, visto che in questi ultimi 5 anni hanno perso nell’ordine: una finale di FA Cup contro il Portsmouth per 1 a 0 con gol di Kanu nel 2008, una finale di playoff nel 2009-2010 contro il Blackpool, una finale di Coppa di Lega ai rigori contro il Liverpool (risultato nei 120 minuti di gioco di 2 a 2) nel 2011-2012 e sempre nella stessa stagione una semifinale di playoff contro il West Ham. C’è un solo motivo per tifare contro i gallesi, ovvero le folli decisioni del suo proprietario. In realtà il malese Chan Tien Ghee dovrebbe essersi dimesso proprio in questi giorni, non prima però di aver stravolto la storia del club. Nel giugno 2012 il simpatico malese ha avuto l’infelice idea di cambiare dopo appena 104 anni di storia i colori sociali del club.


Via lo storico blu, dentro il rosso. Non si è limitato solo al cambio cromatico ma ha sostituito anche il “Bluebird” con “Y Ddraig Goch” (il drago rosso simbolo del Galles), adottando inoltre un nuovo motto “Fire and Passion”. Tutto questo per fare del Cardiff una squadra che rappresentasse non soltanto la capitale ma tutto il Galles, ricevendo insulti dal resto del Galles ma soprattutto dai propri tifosi. Con le dimissioni di questo turista del calcio si spera che i Bluebirds (una volta) possano tornare ai loro storici colori. Vedremo.

A 4 punti dal Cardiff un ottimo Hull City si candida per un posto in premier a due anni dal suo addio alla massima serie. Ottimo il nuovo acquisto, l’egiziano Gedo che in sole 8 partite ha già timbrato 5 volte. Le Tigers hanno tutto per salire, un proprieta stabile grazie ai fratelli egiziani Allam, un buon tecnico come Bruce e una rosa più che discreta. Segue a ruota il Watford Di Zola, Pozzo e Cassetti, 11 che può vantare il miglior attacco del campionato. Da tenere d’occhio il centravanti ceco Matej Vydra autore di 20 reti, se non altro in previsione di un suo ritorno in quel di Udine. In quarta posizione il Crystal Palace di Ian Holloway, portato in alto da un inarrestabile Glenn Murray, splendido bomber di periferia da poco affiancato da uno dei miei idoli assoluti: il 39enne Kevin Phillips, autore di una tripletta in 8 minuti contro l’Hull. A seguire 6 squadre in 7 punti dal Leicester a quota 59 in quinta posizione (squadra interessante) al Leeds decimo a 52 punti. In coda disperata la situazione dei Wolves a serio rischio League One. Il mio tifo è tutto per il Palace. Tom Ince, figlio di Paul, gioca (anche piuttosto bene) come ala sinistra nel Blackpool allenato dal padre.

“Je suis Catherine Deneuve”

FRANCIA
In Ligue 2 comanda, e non poteva essere altrimenti, il Monaco guidato da Mister Potage. Ranieri sta facendo il suo, con una squadra costruita per salire in Ligue 1. Il patron Dmitry Rybolovlev ex re dei fertilizzanti ha promesso 100 milioni in 4 anni. Non male per una società che rischiava la National lo scorso anno e che ora si ritrova a programmare la prossima stagione nella massima serie transalpina. Rybolovlev ha un patrimonio intorno ai 10 miliardi di euro e una (ex) moglie che non ha preso bene le sue avventure extraconiugali (e la sua nuova passione per il calcio). Ora signora, ci rivolgiamo a lei, ma a che cazzo serve essere miliardari se non si possono fare orge con sei modelle sul proprio yacht e nel tempo libero comprare una squadra di calcio? E molli un po’ la presa!

I delicatissimi boxer del Sedan
Il futuro di Ranieri non possiamo saperlo (già si parla di Ancelotti e Mancini), per adesso il buon Claudio si gode il primato (9 i punti di distacco dal quarto classificato) e il bomber Tourè già a quota 16 gol. Va forte anche il Nantes, che dopo ben 5 stagioni dovrebbe riuscire a tornare tra i grandi. Ogni volta che scrivo del Nantes, mi scende una lacrima per Japhet N’Doram, eletto calciatore del secolo in Ciad (ecco.. magari la concorrenza non sarà stata agguerritissima..). Cosa starà facendo oggi? Ultimo posto utile per la promozione, occupato dal Caen squadra che non suscita veramente emozione alcuna. Quarto il Guingamp con la sua perla nera, il maliano (daje! Mali daje!) Yatabarè. Ottima la stagione del neo promosso Nimes, ancora in lotta per la terza piazza e che tutti noi (o forse nessuno) ricorda in quella finale di coppa di Francia persa contro l’Auxerre.
In coda brutta la situazione del Sedan. In realtà non me ne fotterebbe più di tanto se non avesse quel cinghiale come logo, che mi fa venir voglia di comprami tutti i prodotti ufficiali della società dal profumo al cappellino passando per i boxer.


SPAGNA
Calcolando che l’Elche ha 14 punti di vantaggio sulla terza, possiamo senza alcun dubbio asserire che un biglietto per la Liga è stato giù strappato. Fino a ieri per me Elce era al massimo una zona di Perugia. Oggi mi ritrovo a tifare Elche, perchè vengo a scoprire che un mio idolo sta tornando grande. Sto parlando di Ferran Coro Corominas. Come Dionigi vi potrà confermare, la partita più emozionate della nostra vita non ha avuto come protagonista né la nostra squadra né tanto meno la nostra nazionale. Anni fa andai a trovare Dionigi in Erasmus in quel di Barcellona.Per farla breve ci ritrovammo allo stadio Lluiss Companys a vedere l’ultima giornata di Liga. In programma Espanyol-Real Sociedad. L’Espanyol per salvarsi aveva bisogno dei tre punti o di un passo falso dell’Alaves. Partita maledetta (3 legni per l’Espanyol) bloccata sullo 0 a 0, Corominas entrò nel secondo tempo e nella disperazione più assoluta (l’Alaves stava vincendo), ricordo vicino a noi diverse persone in lacrime, segnò al 91 esimo il gol della salvezza. Un boato incredibile e indimenticabile. Oggi non posso non essere contento per lui, che con 10 gol e 8 assist è uno dei trascinatori di questo super Elche.
Pur non avendo simpatia alcuna per il calcio spagnolo in ogni sua forma, devo ammettere che ogni anno la lotta nella Liga Adelante è quantomeno interessante. Ben 8 squadre in 8 punti a scannarsi per la seconda piazza valida per l’accesso diretto alla massima serie e per i 4 posti della zona playoff. In realtà vista la presenza del Barcellona B le squadre che si scannano sono sette. Questa cosa del Barcellona B è assurda…E’ come girare un film porno con uno degli attori impotenti: “Si sto qua, tocco anche qualche tetta, ma fondamentalmente non servo a nulla”.
Attualmente in seconda posizione si trova l’Almeria trascinato dai gol del brasiliano Charles Dias. Piccolo consiglio, Almeria non è sicuramente una bella città, ma è molto economica e la sua provincia lascia davvero senza fiato. Molto cazzuto l’Alcorcon (terzo) che tutti ricordiamo per il 4 a 0 rifilato al Real qualche anno fa.
Pradè in visita al centro sportivo del Villareal
In ritardo il Villareal. Solo quinto (a 5 punti dalla seconda), forse ancora sotto shock per la retrocessione e per il fatto che ogni qualvolta in ritiro si spengono le luci, Pradè con l’aiuto dell’oscurità, infila un paio di calciatori in un sacco e se li porta a Firenze. Ormai tra  le mamme di Villareal la minaccia più in voga fatta ai bambini capricciosi è: “O finisci  tutto quello che hai nel piatto o chiamo il ds Pradè che ti porta a Firenze”. Fa venire da piangere e non poco la situazione del Racing Santander, la terza serie per i cantabrici è davvero dietro l’angolo.

Maglia Eintracht Braunschweig 1973
GERMANIA
Campionato a due per i due soli 2 posti diretti. Herta e Eintracht Braunschweig sono lontani rispettivamente 14 e 11 punti dal terzo posto. I Blau-Weißen sono in cerca di riscatto dopo il discusso spareggio salvezza-promozione della scorsa stagione con il Fortuna Dusseldorf.  L’Herta è una squadra strana, sempre in bilico, senza pace. Ho avuto il piacere di vedere una sua partita qualche anno fa. L’Olympiastadion è favoloso, se non altro per il litro di Warsteiner alla spina che ti vendevano per 6 euro (parliamo del 2005). Ho visto giocare dal vivo Marcelinho Paraiba e Basturk, con un litro di birra in mano, la giornata perfetta.
Sul simpatico Eintracht Braunschweig so veramente poco. Ho scoperto però che il Braunschweig è stata la prima squadra in Germania a presentarsi con uno sponsor sulla maglia. Nel 1973 la  Jägermeister pagò circa 100.000 marchi per comparire sulle casacche gialloblu. Al terzo posto valido per lo spareggio attualmente troviamo il Kaiserslautern, seguito da un gruppo di 6 squadre – dal Koln all’Ingolstadt 04 – ancora in lizza per centrare la promozione non diretta. Facciamo 5 visto che probabilmente l’Ingolstadt 04 non esiste o almeno non sapevo della sua esistenza fino ad oggi. In coda spero possa salvarsi la Dinamo Dresda.

Forza ragazzi

OLANDA
Solo per dire che i Go Ahead Eagles sono in zona playoff e ovviamente tutto questo solo per ribadire un mai banale Zwolle merda.

martedì 12 marzo 2013

La patente


Rosario Chiarchiaro s’è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere. S’è lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliuta; s’è insellato sul naso un pajo di grossi occhiali cerchiati d’osso che gli danno l’aspetto di un barbagianni; ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfia da tutte le parti, e tiene una canna d’India in mano col manico di corno.

E’ il  4 dicembre 1996 allo stadio “El Campin” di Santa Fe, quando la giacchetta nera brasiliana Antônio Pereira da Silva fischia la fine dell’ultimo atto di coppa CONMEBOL (la Uefa sudamericana…oggi  Copa Sudamericana). A nulla è valso il rigore trasformato da Wittingham dopo 4 minuti, dato che il Lanus aveva messo in ghiaccio la vittoria dopo il rotondo 2 a 0 di un paio di settimane prima a “La Fortaleza”, ottenuto grazie ai gol di Mena e di Ariel Ibagaza. Quello del 1996 sarà il primo storico trofeo per la squadra granata. Sarà anche il primo storico trofeo per Hector Cuper, e purtroppo per lui sarà anche l’ultimo (escluse le supercoppe nazionali).

“Yo estoy contigo”
 (Hector Cuper ai suoi giocatori prima di entrare in campo)


C’è qualcosa che non va in Hector Cuper, forse una maledizione, il fatto è che dopo Lanus non è mai riuscito a ripetersi, è andato vicino a qualche vittoria è vero, però non esiste gloria per i secondi, si può al limite gioire per un bronzo, ma l’argento è da sempre la medaglia del perdente, la medaglia del rimpianto del ciò che poteva essere e non è stato. Hector Cuper dopo quella serata colombiana si è trasformato in un Re Mida al contrario, tutto ciò che toccava, purtroppo per lui, si trasformava inesorabilmente (almeno in parte) in merda. L’anno dopo il successo con il Lanus, Cuper sbarca nel vecchio continente. La panchina è quella del Maiorca. Al primo tentativo regala subito spettacolo, il club delle Baleari sotto la sua guida vola e in campionato arriva quinto qualificandosi per la Coppa Uefa. In Coppa del Re arriva invece in finale. Il 29 aprile 1998, al Mestalla di Valencia, dopo soli 6 minuti il Maiorca passa in vantaggio grazie ad un gol di Jovan Stankovic, manca però una vita e il Barcellona pareggia 60 minuti dopo con Rivaldo. Il Mallorca resiste in 9 contro 11 per tutti i supplementari, prima di soccombere ai calci di rigore. Cuper ricomincia la stagione con la vittoria in Supercoppa, proprio contro il Barça. Non so voi, ma io ritengo le Supercoppe (almeno quelle nazionali) trofei del tutto inutili, che anche da tifoso ti possono al massimo far abbozzare un sorriso. Il Maiorca si conferma in campionato arrivando terzo e qualificandosi per la prima volta nella sua storia ai preliminari di Champions. La soddisfazione vera arriva però dalla Coppa delle Coppe dove, dopo aver eliminato nell’ordine Hearts, Genk, Varteks e, a sorpresa, Chelsea, i rojinegros si ritrovano in finale contro la Lazio. E’ il 19 maggio 1999 al Villa Park di Birmingham, Hector Cuper ha la possibilità di entrare nella storia regalando al Maiorca il primo trofeo internazionale. Allo splendido vantaggio di Vieri, risponde dopo pochi minuti Dani. Il Maiorca resiste, ci prova ma crolla a 9 dalla fine con Nedved che insacca alle spalle di Roa. Cuper riassapora il gusto della sconfitta ma ancora è niente. Hector prova a cambiare città, in valigia mette però anche la sfiga. A Valencia in 2 anni arriva terzo e quinto in Liga (il primo anno vincerà un’altra Supercoppa di Spagna), compie però due miracoli consecutivi in Champions centrando due finali. Nel 99/00 il Valencia passa i due gironi agevolmente. Cuper si riprende una rivincita ai quarti con la Lazio, a cui rifila 5 goal tra le mura amiche del Mestalla e supera in semifinale il Barcellona. La finale dello Stade de France del 24 maggio non ha però storia, il Real Madrid chiude la pratica con un netto 3 a 0. L’anno seguente dopo aver passato il doppio girone, il Valencia di Cuper si sbarazza di Arsenal e Leeds United (un grandissimo Leeds United). Per la seconda volta consecutiva il Valencia è in finale di Coppa Campioni, per Cuper è la quarta finale di coppa (la terza internazionale) da quando è in Europa. A San Siro contro il Bayern Monaco, nonostante il vantaggio immediato dagli 11 metri di Mendieta e nonostante il Bayern fallisca un rigore in partita, sempre su rigore al 51esimo arriva puntuale il pareggio dei tedeschi. La partita scivola fino ai tiri dal dischetto. Pellegrino si fa ipnotizzare da Kahn e la coppa va in Germania.

Ecco bravo! Fatte benedì!
A questo punto a tutta Europa è chiara una cosa, Cuper è un buon allenatore, ma purtroppo per lui è un perdente, lo capiscono veramente tutti, tutti tranne uno. Massimo Moratti ha due sogni, vincere il campionato e vincere la Champions League. Si è portato a casa una Coppa Uefa durante la sua gestione, ma in rapporto a quanto ha speso in questi anni, quel trofeo è solo una magra consolazione. Moratti sceglie Cuper, Cuper accetta. Questo mix fatto di Presidente ricco che spende a cazzo e allenatore sfigato produce uno dei più grandi drammi sportivi della storia del nostro campionato. Il 5 maggio. Quel che è successo il 5 maggio è inutile ricordarvelo. Lo abbiamo tutti impresso nella memoria. Se chiudo gli occhi vedo ancora Materazzi piagnucolare, Ronaldo disperarsi e Gresko fare cazzate mentre Poborsky umilia la totalità della rosa interista e si becca i fischi di parte del suo pubblico, impaurito da un ipotetico scudetto giallorosso (e quando mai..). Come si fa a cominciare una partita da campione d’Italia e finirla da terzo classificato, dopo aver dominato un’intera stagione? Solo Cuper poteva riuscirci.
Nel 2004 torna a Maiorca, si salva con un miracolo all’ultima giornata, la stagione seguente neanche la termina per via dei risultati poco soddisfacenti. Nel 2007 arriva al Betis, dopo 14 partite senza vittorie e un penultimo posto in classifica è costretto a dimettersi. A marzo 2008 viene chiamato a Parma da Ghirardi. La missione è salvare i ducali da una clamorosa retrocessione. Dopo 10 partite viene esonerato ad una giornata dalla fine con i gialloblu praticamente condannati alla serie cadetta. Dopo l’esperienza in Emilia diventa il nuovo CT della Georgia. E’ il 2 agosto 2008, una manciata di giorni dopo la Georgia dichiara lo stato di guerra per la crisi in Ossezia. La Georgia con l’argentino in panchina ottiene in 10 partite 3 pareggi e 7 sconfitte. Nel novembre 2009 passa in Grecia a Salonicco sponda Aris. In Grecia torna il Cuper dei tempi di Maiorca. Porta l’Aris al quinto posto finale e soprattutto arriva in finale di Coppa di Grecia con il Pana. Inutile dirvi a chi finirà il trofeo. A giugno del 2011 firma per il Racing Santander, a fine novembre si dimette, il Racing terminerà la stagione con una retrocessione dopo 10 anni di Liga. A dicembre del 2011 firma per l’Orduspor società che disputa la serie A turca. Stranamente Hector ottiene una tranquilla salvezza.

Aveva pure il cappello color viola che porta scalogna (cit)

Hector Cuper ha avuto la possibilità di diventare uno dei tecnici più vincenti di sempre, qualcosa però è andato storto. Sarebbe bastato un goal in più al Villa Park o magari un rigore segnato in meno dal Bayern a Milano, forse sarebbe stato sufficiente tenere Gresko in panchina il 5 maggio. Quella del portare iella è una delle accuse più infamanti che si possa fare a una persona. Hector Cuper non porta iella, Hector Cuper forse è semplicemente uno che non ha mai avuto in carriera una sacrosanta botta di culo, più che iettatore, iellato. Oggi Cuper si trova ancora a Ordu, forse dopo anni e anni di continue delusioni, ha trovato la sua dimensione, un squadra turca di bassa classifica senza alcuna ambizione, il posto adatto per evitare di scottarsi ancora. 5 finali perse e un campionato già vinto buttato alle ortiche sono bastate. Io continuerò a seguirlo nella speranza che possa spezzare il sortilegio, che vinca una coppa di Turchia o un torneo di canasta non importa, l’importante è che vinca. Vai Hector! Yo estoy contigo.

venerdì 8 marzo 2013

Guida galattica allo US Soccer #8


Quando ero in seconda liceo, la professoressa di inglese un bel giorno arrivò in aula e scioccò la classe con una proposta a dir poco sensazionale: quest’anno organizziamo uno scambio con gli States.
Boom! Facce stralunate, occhi sbarrati. Si si.. – continuò – con una High School di Los Gatos, nella Silicon Valley – la professoressa in questione era una patita della Apple, una fervida sostenitrice del genio di Steve Jobs già prima che Steve Jobs scoprisse l’estetica quale grimaldello per la conquista del Mondo e, quindi, ben sapeva che la Apple era nata a Cupertino.
Fatto sta.. nessuno di noi aveva la benchè minima idea di dove fosse Los Gatos. E nessuno di noi aveva mai sentito parlare della Silicon Valley. California.. – tagliò corto la professoressa.

Macintosh LC
Tra una rima di Coleridge e l’altra venimmo poi a sapere che la Silicon Valley è una vasta area a sud di San Francisco.
La vallata venne chiamata “Silicon” negli anni Settanta/Ottanta per la forte concentrazione di aziende produttrici di circuiti integrati e altri componenti elettronici. E questi prodotti vengono fatti, tra le altre cose, anche col silicio. Attualmente, diversi colossi dell’elettronica hanno stabilimenti nella Silicon Valley. Tra questi, oltre alla Apple, anche 3Com, Microsoft (per la produzione di hardware) e Hewlett-Packard.

La città principale della Silicon Valley è San Jose.
Fondata nel 1777, San Jose (che ufficialmente non ha l’accento sulla finale) è ora la terza città per popolazione in California e la decima negli U.S.A..
Da vedere sicuramente la modernissima City Hall, il Lick Observatory e il Sikh Gurdwara, il più grande tempio Sikh d’America (in America, d’altronde, tutto è il “più.. d’America”).

A San Jose sono nati Pat Tilman, giocatore di football americano (degli Arizona Cardinals) che dopo l’11 settembre si arruolò nell’esercito, per poi cadere sotto il “fuoco amico” in Afghanistan nel 2004, Tony Sly, leader dei No Use For A Name e Kira Kener.


George Best
A San Kose, al Buck Show Stadium (ma presto si trasferiranno al New Earthquakes Stadium), giocano i San Jose Earthquakes.
 La squadra venne fondata nel 1974 e per diversi anni prese parte alla North American Soccer League. In quegli anni, tra gli altri, giocarono negli Earthquakes anche Guus Hiddink, Antonio Simoes e George Best.
Dal 1996, The Goonies prendono parte alla Major League Soccer.

Campioni nel 2001 (a sorpresa – quell’anno il campionato sembrava una lotta tra L.A. e Miami) e nel 2003 (dopo aver dominato la stagione regolare e aver segnato grappoli di gol nei playoffs), gli Earthquakes sono una delle squadre più prestigiose della lega statunitense.
Contro i Galaxy di Los Angeles giocano il California Clasico e sono seguiti da una delle mascot più indecifrabili della MLS: “Q”. Un pupazzo interamente blu.

Tra le Shakers degli Earthquakes forse segnalerei Mia, da Pacific Grove.

Nel campionato appena concluso San Jose ha chiuso in testa la stagione regolare a Ovest ed è stata eliminata alle Semifinali di Conference da Los Angeles (poi campione, a firma Robbie Keane).

Chiudo regalandovi un bel yoga workout della squadra (con panta della maestra annesso) e il Groundbreaking Day

ps: il best burger della città dovreste trovarlo al The Counter.

martedì 5 marzo 2013

La Battaglia di Kenilworth Road (Avere Vent’anni a Croydon) Volume II




(qui la prima parte…)


Quando scendiamo a Luton sono le 5 del pomeriggio e siamo tantissimi, e incazzatissimi. Non ci sono bobbies ad attenderci: sembra una provocazione, o almeno molti di noi la pensano così. Lungo la strada verso Kenilworth Road cominciamo a spaccare tutto. Steve e Joe sono esaltatissimi, infoiati dalle parole di quelli del National Front, sembra che stiano conquistando le Falkland anche loro; ogni giornalaio o pub dove si vede un negro o un asiatico è messo a ferro e fuoco. La patria è nostra, è bianca e senza la feccia risorgerà anche l’impero. Con i broadsheet rubati in giro costruiamo i millwall brick, li arrotoliamo e poi li pieghiamo in due, ci versiamo sopra della birra e li facciamo ancora più pesanti: così fanno più male di una mazza da baseball. Alcuni di noi poi schiacciano una delle due estremità, per renderla tagliente come un coltello. Mentre cammino e canto, canto e cammino insieme ai fratelli, vedo Joe inseguire un pakistano lungo una stradina laterale, mentre corrono Joe gli fa lo sgambetto da dietro e lo fa cadere a terra di faccia, quando quello si volta tutto insanguinato e si accuccia tremante sulle ringhiere di un cortile, Joe gli grida qualcosa e gli sputa in faccia. Poi gli tira un calcio sul costato, si gira, e mi sorride col suo sguardo sdentato; segnato dalle lotte di strada e dai glasgow kiss dati e ricevuti a ripetizione. Per non essere da meno, appena entriamo in un corner shop butto a terra cassette della frutta, bottiglie di latte, squarcio sacchetti di patatine e tiro lattine di cibo in scatola contro i muri. Quando vedo in fondo al corridoio dei detersivi un omino indiano alto come un bambino, che cerca di proteggere sua moglie e le sue figlie piccole, mi prende un groppo alla gola; vorrei scappare, correre da Sara e mettermi a piangere tra i suoi riccioli neri che profumano di terra e di sole. Che cazzo ci faccio qui? Non lo so. So solo che non posso fermarmi: i fratelli sono tutto quello che ho. Se anche mio padre li avesse, dei fratelli come i miei, non sarebbe seduto sulla poltrona a esercitare il suo potere sui sudditi immaginari attraverso il telecomando, sarebbe anche lui in piazza a lottare, a farsi restituire il suo lavoro di merda che adesso non ha più. E forse tratterebbe diversamente mia madre, smetterebbe di pestarla ubriaco ogni sera. E allora singhiozzando, con le lacrime che mi rigano le guance, comincio a spaccare tutto di nuovo. E quando due bobbies mi prendono alle spalle ne stendo uno con una gomitata e mi divincolo dall’altro; poi corro più veloce che posso per infilarmi di nuovo in mezzo al gruppo e confondermi con gli altri. Sono di nuovo in mezzo alla F-Troop, sono al sicuro: i fratelli mi proteggono. L’alcool e le anfetamine girano in quantità, e intanto su Luton è calata la notte. Dietro di noi la luce fioca dei lampioni è illuminata a giorno dai nostri fuochi; altro che le battaglie di Brixton o di Lewisham, questa è la vera guerra di noi inglesi, un popolo che merita un impero.

I bobbies ci scortano fino all’impianto di Kenilworth Road e ci buttano dentro a forza, quasi che in uno stadio possano contenere meglio la nostra rabbia; credono di metterci in gabbia, ma non sanno che stanno commettendo un errore di cui si pentiranno amaramente. Ci mettono tutti nella Kenilworth Stand, una delle tribune centrali, ma siamo tantissimi, troppi, forse più di diecimila. Molti di noi hanno già scavalcato le transenne e si sono seduti sui tabelloni pubblicitari a bordo campo. Indietro è impossibile tornare, la polizia sta continuando a spingere dentro tutti i tifosi ancora ai cancelli. Si soffoca, ci si comprime, si rischia di rimanere schiacciati. E allora sempre più fratelli cominciano a scendere verso il campo. E’ un’invasione. Dall’altro lato del campo quei froci dei MIGs cominciano a insultarci. Qualcuno alle mie spalle grida. Andiamo a fargli vedere chi siamo! Dai forza, siamo la F-Troop cristoddio! Quei coglioni dei MIGs (Men in Gear) vorrebbero essere gli eredi dei Bolts, la storica firm del Luton Town, dopo che questi ultimi li hanno decimati arrestandoli tutti; ma non valgono un dito dei Bolts, gli stramaledetti MIGs. E’ ora che glielo dimostriamo. Un po’ per farglielo vedere, un po’ perché se no nella Kenilworth Stand rischiamo di rimanere compressi, scavalchiamo anche noi le transenne e scendiamo sul terreno di gioco. Le guardie arrivano di corsa per respingerci ma da dietro i fratelli cominciano a fare fuoco di copertura con i seggiolini, prima divelti e poi tirati in campo. Appena i bobbies arretrano, corriamo verso la Oak Road End e cominciamo a lanciare di tutto addosso a quelle stramaledette merde dei MIGs: lattine, bottiglie, accendini, alcuni anche i seggiolini sradicati prima; i conigli scappano, evitano il confronto e cercano di salire verso le uscite, ma la gente che sta entrando nella tribuna blocca la loro via di fuga e così rimangono sotto il nostro tiro. Tra cariche dei bobbies e ritirate, sotto una pioggia battente di tutto quello che sia possibile far volare ad altezza uomo, il tabellone luminoso avverte che la partita così non può cominciare. Ma a noi non ce ne frega un cazzo del tabellone luminoso! Continuiamo con la tattica del mordi e fuggi: avanti e indietro, attacchiamo e indietreggiamo. E solo quando George Graham entra in campo e con il megafono ci chiede di tornare sugli spalti lo ascoltiamo. Ubbidiamo al nostro condottiero scozzese, figlio di un popolo fiero e ardito i cui discendenti hanno creato il Millwall F.C.. Io lo so, perché ho studiato la storia del mio club: viva gli scozzesi!, altro che quegli irlandesi di merda che mettono le bombe nelle nostre città: crepassero di fame loro e la loro isola di patate. Forse la Thatcher non ha tutti i torti.

La partita comincia ma la rabbia è troppa, la interrompiamo di nuovo dopo nemmeno un quarto d’ora e decidiamo di prenderci il campo; fanculo il calcio, fanculo alla FA Cup, vogliamo lo scontro! E scontro è, ma dura poco. I bobbies arrivano in gran numero con i cani e ci ricacciano nella Kenilworth Stand. Non tutti, alcuni fratelli hanno occupato la Main Stand a suon di cazzotti, scacciando via quelle merde del Luton. Altri si sono arrampicati sulle torrette laterali, agli angoli del campo. La partita riprende, e alla mezz’ora quel negro di merda di Brian Stein del Luton Town ci infila: 1-0 per loro. E’ troppo, che se torni in Sudafrica, lì i negri sì che sanno come trattarli, dicono i fratelli. E hanno ragione, cazzo! Con la vista annebbiata dall’odio mi lancio giù dalle gradinate ma sbatto contro il cordone di bobbies e sono rimbalzato indietro. Le mani dei fratelli mi riportano in tribuna. Steve mi prende con lui, dice che dobbiamo metterci di lato, vicino a suo fratello, dove stanno quelli tosti; è da lì che al fischio finale partirà l’invasione e la conquista definitiva del campo. Prenderemo Kenilworth Road, come ci siamo ripresi le Falkland. Quando la partita ricomincia, nella ripresa, vedo il fratello di Steve che gioca con un coltello a serramanico; appena l’azione è dall’altra parte del campo lo tira contro il portiere del Luton Town, mancandolo per un soffio. Dalle tribune parte di tutto; i bobbies in gran numero fanno scudo e respingono ogni cosa. Oramai vogliamo solo la sospensione della partita, e lo gridiamo a gran voce, ma quelli continuano a giocare. Appena l’arbitro fischia la fine capisco che è il nostro momento, l’ha fatto per noi; quel triplice fischio stridulo è il suono salvifico delle trombe dell’apocalisse. Il segnale definitivo che aspettavamo tutti quanti. Scendiamo in massa dalla tribune sul terreno di gioco a portare l’inferno sulla terra. Sul campo comincio a picchiare tutto quello che mi passa davanti, cado nel fango, mi calpestano e poi mi rialzo; chi sono io per arrendermi quando i nostri avi hanno conquistato il mondo e creato l’impero.Raggiungo uno stronzo dei MIGs e con il millwall brick gli apro uno squarcio sulla faccia sotto l’occhio destro, appena quello abbassa la guardia comincio a colpirlo in testa con la parte pesante. Una guardia mi prende le braccia da dietro e mi blocca, mentre mi divincolo faccio in tempo a vedere Joe che come una furia si getta addosso a David Pleat, il tecnico del Luton Town che non ha ancora abbandonato il campo. Prendono anche lui, lo sbattono a terra e lo riempono di calci e manganellate. Steve invece, lo vedo quasi al rallentatore, sta saltando a piedi uniti sulla faccia di uno stronzo rimasto a terra; i suoi anfibi schiacciano le ossa facciali di quel ragazzo pestandole come fosse merda, e la smorfia che ne esce dal suo viso deturpato sembra quella di un vecchio cartone animato giapponese. E’ l’ultima cosa che vedo, poi una botta in testa mi spedisce a faccia in giù sul prato verde oramai inzuppato di sangue; alla nebbia sugli occhi si sostituisce buio totale. Prima di perdere conoscenza sorrido, ho lottato come un vero uomo e i miei fratelli ne saranno fieri. Ho lottato perché non voglio finire i miei giorni in poltrona a guardare ogni mattina Breakfast Time in tv: lo devo a mio padre, lo devo a tutti i padri e tutti gli uomini che hanno fatto grande l’Inghilterra. Finalmente, per un attimo, sono felice.



 

Croydon, 16 febbraio 2013

Dalla stratificazione di nuvole che non hanno mai abbandonato le nostre vite, è uscito un flebile raggio di sole oggi su Croydon, a illuminare una desolazione che sembra eterna. Dopo essermi sputtanato al pub anche oggi, in un sabato mattina qualsiasi, metà del sussidio di disoccupazione ritirato ieri pomeriggio al Job Centre, ho accompagnato mio figlio più grande alla sala di scommesse della William Hill; quella sotto il ponte della tangenziale. Quando ho visto sugli schermi che in programma nel pomeriggio c’era Luton Town-Millwall F.C. di Fa Cup, un nodo mi ha strozzato la gola, ricordi sepolti mi hanno assalito, e ho cominciato a tremare; deve essere stato brutto, perché Sam mi ha chiesto se stavo bene. Certo, gli ho risposto, devo avere solamente bevuto un po’ troppo. L’ho guardato mentre faceva la sua giocata, lui non sa niente del Millwall F.C. e della gloriosa F-Troop; tifa Chelsea, fin da piccolo, quando a Match of The Day guardava gli italiani: Zola, Vialli, Di Matteo. Penso all’Italia e mi viene in mente Sara, i riccioli neri che lenivano le mie ferite di cucciolo incazzoso, sua madre, tutte le volte che aveva messo a tavola del cibo anche per me; e adesso mi rendo conto di quanto poco avevano e del tanto che mi davano. Non ho mai amato nessun altra donna come lei, anche se all’epoca non ero capace di amare. Forse nemmeno oggi. Non l’ho mai più rivista Sara da allora, nemmeno per caso: Croydon è il buco di culo del mondo, ma è un immenso buco di culo. Due anni fa sono scoppiati ancora dei casini, dei riots. I miei figli per fortuna non hanno partecipato a quelle cose da negri. Gliel’ho spiegato bene. E gli ho anche regalato la X-Box per tenerli lontani dalla strada, perché non facessero la vita di merda che ho fatto io. Ho anche messo la tv via cavo, così le partite della Premier League possiamo vederle alla televisione; che tanto il prezzo del biglietto non possiamo più permettercelo. Cinque anni fa mi hanno licenziato, è arrivata la crisi e ho perso il lavoro. Anche per i miei ragazzi la situazione è dura, sono disoccupati; ma almeno stanno lontani dalla strada e dalla droga. E dalla feccia degli immigrati. Vanno alle riunioni della English Defence League, e l’altro giorno mi hanno chiesto di appuntarmi sulla giacca una spilla con la Union Jack; l’ho fatto volentieri. Chissà cosa ne direbbe Sara, forse si metterebbe a ridere, ricordandomi cosa dicevo di mio padre; ma sono anni difficili, sono sicuro che lei mi capirebbe. Anche se, quando ripenso a trent’anni fa, mi sembra che non sia cambiato nulla; che siamo alla fine o all’inizio dello stesso circolo vizioso. L’unica cosa che è cambiata è che, dal 13 marzo 1985, non ho mai più messo piede in uno stadio.