giovedì 29 marzo 2012

Milan-Barcellona, O del giorno in cui occupammo la tribuna d’onore

Correva il marzo dell’anno 2012, o il primo della sobrietà. Raccontano che il cambiamento geologico, che da subito tutti salutarono come Liberazione, cominciò a Milano; una notte in cui nel cielo apparve improvviso un arcobaleno. Liberazione in effetti fu, ma i generali della restaurazione del Termidoro non tardarono a rioccupare i posti che sostenevano da sempre gli spettassero per laico diritto divino. Milano rimase isola felice, ma solo fino ad un certo punto. Una rivoluzione profonda, culturale e cinese, avrebbe richiesto molto tempo o moltissima violenza; scelta la prima via, si accettò che le scorie sarebbero state smaltite con calma. I residui furono lasciati liberi di aggirarsi: protetti e inviolabili. L’istinto di sopravvivenza li portò pian piano a ritirarsi nei loro luoghi d’elezione, dove più si sentivano tranquilli; alla fine si asserragliarono in determinate e circoscritte enclavi. Una di queste fu la tribuna d’onore di San Siro. Quel giorno, per una serie di coincidenze, avemmo occasione di visitarlo.

Fin dall’arrivo, superati gli arcigni sbarramenti e destato il giusto scalpore a causa delle nostre vestigia non conformi, giunti in prossimità dell’opulento banchetto allestito nel foyer, non potemmo fare a meno di notare quella cafonaggine spacciata per eleganza e quella volgarità venduta come discrezione che da sempre caratterizzano la piccoloborghesia brianzola. I lunghi tavoli bianchi dove timorose precarie del catering offrivano ravioli e tortini di riso, sformati di spinaci e affettati vari, erano presi d’assalto da quella che pareva essere un’orda famelica a digiuno da mesi. Nessuna ordinata fila di matrice protestante, ma una caotica selva di proteste: urla, spintoni, pizzicotti, trabocchetti, piccoli sotterfugi e grandi espedienti per arrivare primi. C’era da mangiare per tutti ma loro, specie in via d’estinzione, non lo sapevano; nessuno li aveva avvisati.

Non lo sapeva il padroncino arricchito della fabbrica di scarpe di Legnano, figlio viziato di un calzolaio che nel dopoguerra era riuscito a esportare la sua maestria fino all’India e alla Cina. Né la prorompente avvocatessa milanese che aveva confuso il diritto con le dirette e l’editto di Tessalonica con le tette al silicone. Nemmeno il commercialista rampante di Monza, la cui vita era in mano agli strozzini dopo che Equitalia aveva sollevato perplessità sulla Ferrari con cui il figlio minorenne si presentava al Liceo Classico serale quando non era in comunità di recupero. O la rampante ex dirigente di una nota organizzazione rappresentativa nella cui villa di Paderno Dugnano oramai da anni si consumavano festini a tema sadomaso che le truci giornate di Sodoma non avrebbero saputo presagire. Neppure l’omofobo politico della cattolicissima e peccaminosa sezione omosessuale dell’Opus Dei. Loro non sapevano. Si avventavano sul cibo perché erano morti, ma nessuno li aveva avvisati.

Usciti a fumare una sigaretta nella capiente loggia dietro le panchine, a due passi dalla calvizie incipiente di Acciughina e dalla lucida pelata glamour del Pep, subito fummo circondati da ceroni di abbronzature chemioterapiche fuori moda, facce tirate come culi di bambini cambogiani seduti per dodici ore al giorno sul risciò a trascinare turisti, rolex d’ottone comprati in una notte insonne da Roberto da Crema, botulini da 16 millimetri e Louboutin da 16 centimetri. Ognuno col suo smartphone di ordinanza a imprimere nella memoria elettronica un’immagine che certificasse la loro presenza all’evento, timorosi che il mondo si dimenticasse della loro esistenza dopo che loro oramai da tempo si erano dimenticati dell’esistenza del mondo. Vincenzina aveva oramai abbandonato la fabbrica, chiusa per essere riqualificata come atelier di moda; e l’esserci sostituiva il partecipare, il mostrarlo agli altri sostituiva il doverne aderire. E se la libertà è partecipazione e l’adesione è fuoco, una volta di più questi invertebrati lemming si mostravano servi pronti al grande salto nel vuoto.

Accompagnati da una hostess le cui labbra a culo di passero scimmiottavano quelle dell’igienista dentale di riferimento, giungemmo finalmente in tribuna d’onore con una dozzina di minuti di anticipo e ci accomodammo su una poltroncina in gommapiuma che da subito ci fece rimpiangere le colorate seggioline di plastica cui le nostre natiche avevano fatto l’abitudine; se possibile erano ancor più scomode. Alla nostra sinistra la nuda vita di ex proletari liberati anni fa dalla casa del Grande Fratello, senza che però nessuno li avesse mai avvertiti. I loro occhi vitrei alla continua ricerca di flash che non sarebbero mai arrivati. Alla nostra destra politici inquisiti di quart’ordine pronti a rientrare nel quarto stato alle prossime elezioni, sacrificati sull’altare del famelico ricambio generazionale.

Dietro di noi mani avvizzite di vecchie baldracche che, nonostante andassero in giro agghindate come le loro pronipoti, non parevano in grado di resuscitare dal rigor mortis; poco più in là mani rancide di anziani papponi che si muovevano stanche su sinuosi culetti di ottima fattura messi in vendita da cercatrici d’oro appena maggiorenni. Se gli sguardi ebeti di quest’ultime le preservavano dal riconoscere nelle vecchie baldracche il loro destino, lo sguardo vitreo dei loro accompagnatori testimoniava di membri che non si sarebbero mai più sollevati: quanto spreco. Davanti a noi adolescenti pronti a correre in bagno a stendere qualche riga e a masturbarsi a vicenda pensando alla brutta copia dell’igienista dentale; futuri serial killer di zingari e immigrati, questi meravigliosi esemplari della peggio gioventù contemporanea continuavano a indicare facce a caso e ad attribuire loro nomi a noi sconosciuti.

La cosa ci fece sentire vecchi e fuori luogo, ma non avemmo modo e tempo di dispiacercene; perché l’avvento del loro messia, che oramai usciva dalla grotta solo in queste occasioni, in cui era sicuro si sarebbe trovato tra la sua gente, ci fece ringraziare gli dei per la buona sorte di non essere nati durante il suo regno. E la fortuna volle tenerci compagnia, a noi eretici capitati per caso in quella riserva naturale di una Milano da cirrosi epatica, oramai bevuta fino all’ultimo goccio; dopo pochi secondi i cori dei ragazzi della Curva Sud ci ridestarono dall’incubo, dissolvendo in un catartico detour quelle orribili facce e quegli sgraziati corpi, metonimia di un’era geologica oramai estinta, e ci annunciarono che la Liberazione era imminente anche in quell’angolo d’inferno milanese. Le squadre erano entrate in campo. La partita poteva cominciare. San Siro poteva esplodere.

mercoledì 21 marzo 2012

1-X-2-OV-G Parte I

 
Chi gioca ai cavalli è un misto, un cocktail, un frullato de robba, un minorato, un incosciente, un regazzino, un dritto e un fregnone, un milionario pure se nun c’ha na lira e uno che nun c’ha na lire pure se è milionario. Un fanatico, un credulone, un buciardo, un pollo, è uno che passa sopra a tutto e sotto a tutto, è uno che ‘mpiccia, traffica, imbroglia, more, azzarda, spera, rimore e tutto per poter dire: Ho vinto! E adesso v’ho fregato a tutti e mo’ beccate questa… tié!. Ecco chi è, ecco chi è il giocatore delle corse dei cavalli. (Bruno Fioretti in arte “Mandrake”)
Chiedo scusa intanto a tutti i giocatori di cavalli, sono di un altro livello, decisamente più nobili e romantici di noi sfigati scommettitori pallonari. Non potevo però esimermi dal prendere in prestito le parole di Bruno Fioretti, perché in fondo, anche se in minima parte, rappresentano anche noi. Quando vinco ho sempre un brivido, più che un brivido è uno scatto, non saprei proprio spiegarlo è una sensazione di benessere non legata al denaro che presto incasserai ma figlia della soddisfazione di averci preso, solo per dire “Ho vinto!”. Esiste uno schema nella mia testa, non da sempre, forse da 3/4 anni: 1-X-2-Over-Goal. Tutte le giornate di qualsiasi campionato hanno quasi sempre: una vittoria in casa, un pareggio, un 2, un over e un goal. Certo, direte voi ma ci sono anche Under e almeno un Nogoal, vero! Ma sono giocate che tagliano le gambe, perché , almeno per quel che mi riguarda, quando gioco Under o un No Goal succede sempre qualcosa di fastidioso. Esempio, Ascoli-Vicenza, tu ti fai il tuo filmino da 0 a 0 massimo 0 a 1 e ti giochi under. Torni a casa, fai le tue cose, ti ricordi delle giocate e giustamente vai a controllarle su diretta.it o su gazzetta e ti accorgi che dopo neanche 4 minuti e 32 secondi di gioco, Ascoli e Vicenza sono sul 3 a 1 con tripletta di Ganci(non credo che Ganci abbia mai giocato ad Ascoli ma rende l’idea del bomber anonimo che ti fa strappare una giocata). Con Goal e Over invece sei sempre in gioco, anche al 97esimo di uno scialbo 0 a 0 tra Atalanta-Cesena, qualcosa ti fa sperare in una doppietta del Tanque e del più classico dei goal della bandiera di Von Bergen di testa su calcio d’angolo. Sembra passato un secolo da quando da bambino vedevo i grandi giocare al picchetto, in un losco bar sotto a un ponte della periferia nord romana, pizzini che volavano, facce losche, bicchieri incrostati di calcare, puzza di sambuca, buio e fumo. Oggi non è troppo diverso, perché nonostante un look meno malavitoso, quel marcio ed illegale che tanto mi attirava da piccolo, si è solo messo il vestito buono della festa, come un barbone in smoking, da lontano pensi ad un “Signore” poi ti avvicini e ti rendi conto della puzza di alcol e delle bestemmie. Il mondo delle scommesse con tutto ciò che fa da cornice è semplicemente da amare.
LE SALE
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LA LILLIPUZIANA
La sala Lillipuziana è quel tipo di sala scommesse recuperata da uno spazio molto angusto, solitamente un ex box/garage per monopattino. Si trova spesso ai piedi di enormi palazzoni popolari, ed è conosciuta anche come “Sala Edicola votiva”, visto che qualche vecchia (confusa dalle dimensioni) di tanto in tanto, accende un lumino e snocciola un rosario davanti alla saracinesca chiedendo la grazia per quel nipote invertito. Per entrare nella sala Lillipuziana quando è piena, devi necessariamente essere un campione di Tetris, prima di devi mettere a “T” poi a “L rovesciata” ed infine cadere dritto per dritto fino al bancone(se sei bravo bravo riesci anche a far sparire una fila di persone). L’addetto alle scommesse(o il gestore) probabilmente è incastonato a vita dietro al bancone(un lavoro degno di Bulgari)e viene nutrito con un sondino.
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LA TABACCHI
La Tabacchi(anche conosciuta come “Sala & Tabacchi”) è quella ricevitoria dentro una tabaccheria. Poche sono organizzate per il doppio utilizzo, la maggior parte finiscono solo per stressarti e incasinarti. I fogli delle quote scarseggiano, non hai posti dove poggiarti per scrivere e le continue richieste dei clienti ti confondono, tanto che alla fine arrivi al banco e chiedi un pacchetto da venti di Ado Den Haag, mentre un signora infelice dietro di te, smadonna per aver perso a turista per sempre.
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LA PHONE CENTER
La Phone Center(o sala “Lampedusa”), si trova dentro ad un Internetpointphonecenterrivenditagruccemoneytransfert. Decisamente meno fastidiosa della tabacchi ma comunque confusionaria. Spazi piccoli, penne legate con lo spago, gestori cingalesi che ogni tanto insieme alla giocata cercano di appiopparti una rosa(Non la voglio..cazzo!) e soprattutto fastidiose conversazioni di popoli che parlano in modalità FFWD che finiscono per farti sbagliare il palinsesto, tanto che appena ricontrolli la schedina ti chiedi quale droga sintetica ti abbia portato a giocare 1 con handicap in Correcaminos-Estudiantes de Altamira match di Liga de Ascenso messicana.
* LA MODERNA
La sala Moderna è quel tipo di agenzia estera, nuova, che non vedi l’ora di provare. Personale con tanto di polo/divisa, locale pulito e confortevole e soprattutto climatizzato, 57 gradi in inverno, -23 in estate. Puoi giocarti tutto, dal minuto esatto in cui Costel Pantilimon, deforme portiere di riserva del City si schiaccerà un punto nero, fino al campionato afghano di Buzkashi,raffinatissimo sport made in Afghanistan in cui, a cavallo, ci si contende una carcassa di capra. Poi però, mentre cerchi di fare la bolletta e ti perdi tra le settemila opzioni compresa la serie A cipriota di pallamano, ti rendi conto che non riesci a trovare la quota di un semplice “Goal”. Nella categoria sala moderna, rientrano anche quelle sale che ti permettono di giocare sulle corse dei cani virtuali, punto più basso che può raggiungere uno scommettitore “Normale”. Vedere gente adulta che bestemmia, urla e minaccia di morte dei levrieri virtuali(tanto che l’ex ministro Brambilla sta raccogliendo firme per chiudere i canili lager virtuali dove vivono queste bestie) fa male al cuore. La stessa tristezza che provavi per il tuo compagno di classe effeminato che si coccolava il Tamagotchi.
* LA BERLINER MAUER
La Berliner mauer è una sala scommesse divisa a metà. Da una parte altri sport, si!c’è proprio scritto altri sport, quasi con sdegno, da un altra l’ippica. Sono le vecchie sale delle corse dei cavalli, che hanno dovuto chinare la testa alle nuove generazioni. Nella metà altri sport, può capitare di vedere per terra un foglio quote(con classica impronta di scarpa sopra, nei momenti di penuria di quote ho scritto anche la e non me ne vergogno ), magari una penna e al massimo un paio di giocate strappate. Il pavimento della metà dedicata ai cavalli è invece e ridotto peggio di una bidonville di Mumbai. Un immenso tappeto di bollette, bottiglie di plastica, cicche di sigaretta di qualche decennio prima(Nazionali,Sax e Futura su tutte), un feto umano, viscere di pollo utilizzate in qualche pratica divinatoria,mezzo panino con la coppa ,un cartone di vino rosè , un tuttocittà del 1987, pezzi di sigaro e ovviamente catarro di ogni annata, consistenza e colore. Passare anche solo per sbaglio nel territorio dei cavalli è rischioso quanto entrare in un centro commerciale il sabato prima di natale nell’ora di punta. I giocatori di cavalli non vedono di buon occhio i signor “Altrisport”, chi ha sconfinato, purtroppo non ha mai potuto raccontarlo. Nel lato cavalli c’è sempre il signore sulla 70ina con la camicia a quadri a maniche corte aperta e gli occhiali da sole, nessuno si ricorda quando è entrato(al colle c’era Saragat) tutti però sanno che non è mai uscito.
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ADDETTI ALLE SCOMMESSE

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IL VERGINE
Categoria che incontri specialmente quando hai fretta. Il vergine è il classico ragazzetto al suo primo giorno di lavoro, che solo per digitare il palinsesto perde dai 17 ai 32 minuti. Al Vergine capita tutto, “Ops! ho finito la carta ” “Ohibò mi si è impallato il terminale” “Accidenti! non mi prende la tua bolletta vincente” “Oh no! sto prendendo fuoco!”. Il vergine è il nemico naturale del ritardo.
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IL NERD
Giovanissimo con ancora le stigmate dell’acne, il Nerd sa tutto. Parliamo del classico personaggio che probabilmente passa il tempo a creare sistemi e a leggere statistiche. Non si permette di darti consigli(sa che andrebbe incontro ad una morte prematura)ma una volta effettuata la giocata ti chiede come sia possibile giocare l’under del Brest quando il Brest nelle ultime13 partite fuori casa ha segnato almeno un goal tra il 25esimo e il 63esimo. Non guardatelo però come uno sfigato, solitamente è felicemente fidanzato da più anni…..con Red Tube.
* LA RAGIONIERA
Dita strappate alla contabilità. Ragazza bassa e tracagnotta, lavora alla sala scommesse non certo per vocazione. Non ha idea di cosa sia il calcio. E’ velocissima nel digitare palinsesti ,eventi e risultati, purtroppo va in stato di morte apparente se cominci a tirare fuori i nomi delle squadre. Essendo fondamentalmente un macchina che comprende solo codici, appena sente parlare di Sint Truiden- Mechelen no goal, ti guarda impaurita e comincia a tirarti l’acqua santa scambiandoti per indemoniato.
* LA BONAZZA
Solitamente lenta, impacciata e svagata, la bonazza non viene evitata principalmente per merito delle sue tette. Il problema numero uno della bonazza è lo sbaglio, lei spesso sbaglia e tu per non darle un dispiacere e un disturbo ti tieni la giocata sbagliata, anche e soprattutto perché sei troppo superstizioso per annullare una bolletta già stampata. Si rende conto dell’errore appena dato l’invio: “Oddio scusa!ho messo il 2 del Vigor Lamezia al Camp Nou contro il Barcellona, annullo? o va bene lo stesso?” – “No tranquilla va bene uguale! puttana!“.

lunedì 19 marzo 2012

BARCA-BAYER 7-1 : SONO APPARSO A MARADONA.

Vada bene, Lui è un mostro.

Ne ha fatti cinque in una partita di Champions e finirà col farne sei. Lionel Messi è una macchina da calcio implacabile. Statistiche alla mano, praticamente il miglior calciatore di sempre. Lo sanno tutti. Lo riconoscono anche i più agguerriti avversari.

Non che sbaglino, i pallonari – forse da salotto – a tingere di lirica, certo un pò sciatta, la vulgata mediatica sul Messi-a del momento, riconoscendo nella Pulce sì Grande Verbo.

Certo nei bar-sport dall’aria stantia, c’è chi cade sbronzo birra dopo birra, guardando sullo schermo piatto della tv l’ennesima goleada del Barca. Ci si ritrova incantati, accanto alle vecchie monadi, a guardare le foto polverose di Diego appesa alle pareti.

Si lo ammetto, è successo anche a me. Accadeva Barcellona-Leverkusen nel pub strapieno di catalani in overdose di trionfi. Lì, sepolto dagli “olè” della folla esaltata, ero solo. Loro, le masse adulanti del reich di Guardiola, sono abituati allo stravincere. Il loro gioco è così perfettamente, che alla fine non è più gioco. In parole altre: lo spettacolo accumula talmente in perfezione, da non lasciare spazio a quelle frattura del reale in cui si infilano a maturare in sentimento le emozioni. Io, loro, e non un’emozione. Osservo Messi fare 5 incredibili goal e non provo nulla, solo un voltarmi a dire “ne ha fatto un altro”, poi un sorriso e la mano sulla fronte. Senza capire il perchè, sentirsi sottratto alla Celebrazione di un campione.

C’è una vaga idea del gioco che fu dietro le sue imprese epocali. C’è il veleno inebriante del dribbling, il cioccolato dolce del tocco sotto che solleva la palla. C’è il vento dell’impresa. Eppure quei cinque goal di Messi, non suscitano in me la percezione della Storia.

Leo Messi è già nel tempo. Si parlerà del calcio nel Duemila con il suo nome scritto al centro. Si dirà che è la normalità del Genio.

Appunto.

Messi è quello che il tempo ha prodotto con previsione e progetto, un prodigio allevato con cura e coccolato per essere il migliore. Dietro di lui, la scia di cadaveri dei talenti mancati, quelli che fallirono e furono persi. Prototipi e tentativi di una realizzazione promessa. Il Mito di Messi, in una mitopoiesi perfetta: il ragazzo malato che non può pagarsi le cure. I sacrifici, l’impegno, la Causa. Messi ha una storia da raccontare che affascina i papà e i figlioletti scolari. Una buona novella, impressa in quel viso grossolano ma infantile. Il viso del Fenomeno assoluto – e quindi tristemente conclusivo – dell’epopea calcistica. Il coronamento di un’evoluzione in cui la velocità, la tecnica e il rigore tattico si fondono in una dinamica impeccabile. Come banalmente viene ripetuto, Messi è un calciatore da Playstation.

Purtroppo, in questo prodotto, non trovo nulla di autenticamente stupefacente, se lo stupore è per definizione improvvisa conoscenza dell’imprevisto e dell’imprevedibile, da Messi, appunto, ci aspettiamo il tutto che abbiamo voluto, chiesto, e infine realizzato.

Serviva, un Campione così, e muoverà certo oceani di entusiasmo.

Le mie invece, sono solo birre di troppo, straparlo ed è tutto un lamento di tedeschi poi finiti ad applaudire il loro boia con quella sportività post-atomica che sussegue alle umiliazioni imposte da chi è manifestamente il Più Forte.
Nessuna reazione, oltre all’applauso, è concessa alle vittime del Barcellona.
Come indigeni al cospetto della forza fatta Dio, dopo il tornado, ci si inginocchia al Totem implorando fratellanza.

No, non ero lì a inginocchiarmi di gioia per l’ennesimo ciclone-Messi. Ero a terra, fra le cicche spente.

Così si appare a Maradona.

Vi è, come diceva un Tale, una nostalgia delle cose che mai ebbero cominciamento.

Così Maradona – che mai ho avuto modo di vedere dal vero – è per sempre ultra-terreno, dunque Divino. Se Messi è la tecnica, Maradona è l’ alchimia: ignorante, egli crede di poter compiere Miracoli, e in questa consapevolezza, realizza il ferro in oro, perché ignaro della fisica.
Incosciente del suo essere, Maradona  – basso, tozzo, grasso  – non supera i suoi difetti fisici con la razionalità della Cura, ma semplicemente, li ignora.

Maradona è così l’allegria del Popolo, se nella sua ingenuità, vi è la stessa sostanza della gente.
Non vi è diversità dell’esistenza fra Maradona e i bambini che indossano la sua maglia nei campi sterrati: il prodigio è lo stesso.
Loro, i bambini, indossando la maglia di Diego, si credono, follemente, Diego.
Così Diego stesso, un giorno credendosi Maradona, ha sospeso la realtà, finendo con l’essere per sempre il più Grande, contro ogni regola e ogni verità.

Come un barbone, scaldo il mio cuore calcistico bruciando le statistiche al caminetto delle emozioni.
Considerare la velocità del calcio moderno. Considerare i successi raggiunti. Contare i goal, gli assist, i dribbling, le giocate, le coppe e gli scudetti. La rapidità di esecuzione. Tutto questo è l’arrosto: si può, al limite, senz’altro bruciare.

Impossibile è bruciare il fumo. Il fumo delle cose, che sono le cose stesse, ravvicinate al Cielo.

Perchè Maradona faceva i pallonetti certo come Messi, ma li muoveva nell’aria mai per necessità, forse solo per denigrare il portiere, lì annullato dal miracolo compiuto, e poi scappare via, come un monello, a godere i baci delle sue curve amate, matrigne e puttanesche, in ogni Sud del mondo.

La palla era il dettaglio, l‘arte era la leggerezza.

Maradona non ha mai saputo di essere, ma credeva di esistere. I suoi palleggi, svogliati e birichini, dicevano ai comprimari della squadra l’unica principesca verità che abbia saputo dire: Io sono io (voi non siete un cazzo).

Aveva, Diego, un gran da fare per dilapidare quel che un Dio senz’altro ingiusto dona a l’ Unico e nega ai tutti. Pensava, Diego, dopo una punizione sopraffina o l’assist regalato al brocco, nel piccolo passo compiuto verso il Cielo, a come barattarlo in fretta sulla bilancia di un più saporito peccato notturno.

Non voleva il Paradiso Diego, e nemmeno l’ Inferno.Nella vita, mica per colpa sua, c’era rimasto incastrato, e pure quella gli è sempre stata stretta, come la maglia del Siviglia a fine carriera.

Arrivò, fra i creduloni, nell’orgia calcistica degli anni ottanta, come l’ imprevisto che nessuno potrà più essere dopo di Lui. La sua più perfetta sintesi, non era l’evento-Vittoria, dettaglio infondo in sé trascurabile. La Vittoria – questo si – era per Diego solo il passaggio intermedio necessario per informare l’aria della sua febbre di allegria.

Bambino perfetto Diego, voleva tutto e il calcio diventò il gioco attraverso cui rappresentare al mondo i suoi capricci.
Maradona è stato così lo sberleffo e lo stupore. Il 10 perfetto, il Pibe.
Messi, già perso fra le righe, solo il primo della classe.

Riparlerò di lui, quando saprà essere questo.

mercoledì 14 marzo 2012

Lettera alla Vecchia Signora

Una Regimental perfetta
Tra sfuriate e guerre mediatiche contro la truppa rossonera di Allegri, ultimamente la Vecchia Signora sembra aver perso buona parte dello stile che, a detta di molti (ma non di tutti), l’ha contraddistinta nel corso degli anni. Lo stile brevettato dall’Avvocato, tanto per intenderci.

Diciamo che in questa stagione ne abbiamo viste parecchie di “trovate” quantomai antipatiche. In primis, il piano in tre mosse raccontato ai media dalla nuova dirigenza per uscire dalla melma di Calciopoli. Poi la richiesta di risarcimento al TAR nel ricorso contro la Federazione Italiana Giuoco Calcio (per una cifra superiore ai quattrocentro milioni di Euro) per i provvedimenti adottati nell’estate del 2006, seguita dalla infinita querelle sull’assegnazione dello relativo scudetto (quello del 2006). Infine, le varie ricriminazioni contro le dubbie (?) condotte arbitrali.

Parliamoci chiaro. La Juventus è una buona squadra. Non un’ottima squadra, specie se rapportata alle varie realtà europee, ma molto più che sufficiente per il campionato italiano.

Il punto però non è assolutamente questo. Ciò che penso è che la Juventus stia giocando una competizione diversa. Che la Juventus stia con cattiveria cercando una resurrezione che le è dovuta. Che stia, a ragion sua, giocando sola contro il mondo.

Non dico che la Juventus dopo Calciopoli abbia perso ogni diritto possibile immaginabile, per carità. Ognuno rimane libero di gestire una società come crede. Di espremirsi come preferisce, specie dopo aver pagato (più degli altri). Semplicemente richiamo ai modi.

Il silenzio stampa dopo la partita con il Genoa è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi sgradevoli – peraltro, entrando nel merito delle scellerate decisioni arbitrali di Marassi ho avuto la forte impressione che pure il Genoa qualcosina avesse da recriminare.. che evidentemente, non solo la dirigenza juventina si trovi in una posizione scomoda nei confronti della FIGC, come molti già insinuano.

Ma come si fa a schiacciare una palla così?
Qualche errore di troppo? Pazienza.. Qualche rigore non fiaschiato.. Pazienza. Agli altri succede da quando hanno creato il campionato, decine di anni fa. A Muntari – guarda un pò.. – è successo di recente. Cioè, se la Juventus è davvero già con il dossier in mano.. chiediamoci anche gli altri cosa dovrebbero fare?

Insomma, che la Juve giochi al calcio, come ben sa fare grazie a Conte (che trovo antipatico ma che è un buon tecnico). Che la Juve impari a non smarrirsi in provincia. Che si goda il suo bellissimo stadio e vinca lo scudetto (in fondo, non mi pare serva tutto questo sforzo). Ma ci lasci stare fuori dal campo. Ricopra i nervi. Ritrovi lo stile e dimentichi di attaccar briga dopo ogni partita. “Abbassiamo i toni” direbbe un tale di Setúbal.

Un’ultima cosa, che la Juventus per la prossima stagione non si azzardi a sfoggiare una maglia rosa fluo. La “seconda” di quest’anno è lo schiaffo che fa più male.

lunedì 12 marzo 2012

Al norte del norte

Eterno Patxi
Nel fine settimana che resterà alla storia per la tripletta di testa del Bati Larrivey (come mi scrive Bostero, “peccato per quei 6 gol del Napoli che gli hanno rovinato il gran giorno”), mentre i media spagnoli si interessano unicamente alle solite, banali, noiose questioni che riguardano il duello da machos tra Real Madrid e Barcellona (il fallo di mano di Sergio Ramos all’ultimo minuto della partita col Betis, i 32 gol di Ronaldo contro i 30 di Messi, la querelle a distanza tra Pep Guardiola e José Mourinho), ecco che una partita serale giocata nel nord del paese, quindi nella periferia del calcio spagnolo, riaccende in me l’interesse e la stima verso un calcio, e un campionato, che da tre anni sembrava sepolto sotto le macerie di uno stucchevole dualismo da Super Bowl in salsa brava.

Al di là della partita, che è stata – come spesso accade quando si incontrano queste due squadre, non fosse altro perchè è un derby – bella,  vibrante, accesa, e si è conclusa con il meritato successo per 2 a 1 dell’Osasuna sull’Athletic Bilbao (il Reyno de Navarra non è l’Old Trafford…), ma che, solamente per quanto è successo nei minuti di recupero, sarebbe potuta finire in tanti modi diversi, e tutti i diversi risultati sarebbero comunque stati meritati, mi sono reso conto che queste due squadre del nord, con il calcio identitario che praticano sempre uguale stagione dopo stagione, puro genius loci, pur cambiando gli uomini e pur cambiando gli allenatori (Caparròs e Bielsa sono all’opposto, eppure l’Athletic di oggi è lo stesso di ieri, solo un po’ più tecnico, come una ragazza che per una sera prova ad uscire con un filo di trucco), rappresentano la vera singolarità del calcio spagnolo, l’unica ragione per cui avere speranza nella Liga del futuro.

Noto cioè che in Spagna, a differenza dell’Italia, le squadre riflettano, nel modo di giocare, nell’attitudine in campo, il carattere della propria città, del proprio popolo, del proprio clima, della propria storia. Pamplona e Bilbao – e così seguendo tutta la costa del mar cantabrico da est a ovest: San Sebastiàn, Santander, Gijòn, La Coruña, Vigo – sono, per tanti versi (senza cadere in facili stereotipi), città spagnole, ma allo stesso tempo sono città profondamente europee, alcune mitteleuropee (l’ordine e l’eleganza asburgiche del capoluogo navarro), altre di impronta britannica. Per le strade di Pamplona e di Bilbao si incontrano uomini dal volto serio, lungo, austero, ossuto, che camminano silenziosi sotto un cielo grigio, davanti a possenti palazzi di cemento e mattoni che devono resistere al vento e alla pioggia. In campo le giocate dell’Osasuna e dell’Athletic sono essenziali, geometriche, le marcature rigorose, l’intensità alta, i cross tesi. E’ gente tosta quella del nord della Spagna, di poche parole e amicizie di ferro, che – nel bene e nel male – non ha nulla a che vedere con la gente del sud, con l’Andalusia, che – sulle pagine dei depliant turistici, nel nostro immaginario collettivo – è diventata, per metonimia, la Spagna intera. A Pamplona e Bilbao non splende il sole, no hay siempre fiesta, non si mangia la paella, non si balla il flamenco (solo in Italia siamo riusciti a farlo ballare a Natalia Estrada, in realtà asturiana, come se avessero chiesto al ministro Fornero di ballare la pizzica), e allora ecco che Osasuna e Athletic segnano la propria diversità anche nel calcio, declinando in euskera i canoni del gioco che si pratica nel resto del paese. Prima bisogna salvarsi, ogni anno, e per farlo bisogna correre, sacrificarsi, giocare facile, tenere alta la guardia, non mollare mai, essere pragmatici. Ecco che la lenta agonia del fraseggio a centrocampo (Barcellona, Valencia, Siviglia), la fatalistica ricerca della giocata individuale (Real Madrid, Atletico Madrid, Malaga), vengono reinterpretate al San Mamès e al Reyno de Navarra con la stessa ruvida genialità con cui i grandi chef delle due città hanno trasformato le ruffiane tapas in esaltanti pintxos, partendo – ça va sans dire – dalle materie prime della zona. Mentre tutte le altre squadre si assomigliano, o cercano di assomigliare alle due di testa, ecco che Osasuna e Athletic Bilbao, con le loro qualità a chilometro zero – spigolosità, corsa, linearità, minimalismo, epica – rappresentano il diverso essere di un calcio, oltre che di un paese, più variegato di quello che si vuole far credere.

Probabilmente i giapponesi, gli americani e gli emiri che tifano Barça e Real non si saranno accorti di niente, non avranno neanche visto la partita di stasera, o comunque non l’avranno capita, perchè non ci sono state giocate virtuosistiche, tacchi o dribbling, non ci sono state stelle (i buoni giocatori in campo – Patxi Puñal e Raul Garcia da un lato, Llorente e Muniain dall’altro – non giocano per se stessi, ma sono calati nel contesto come ikurriñe sui balconi del casco viejo), ma stasera secondo me la Spagna ha trovato una via, la famosa terza via, per dare un senso, e un futuro, al proprio calcio, oltre l’esasperante ping-pong tra le merengues e i blaugrana. Questa via passa dal nord, dalla pioggia e dalle industrie pesanti, dall’identità di un unico popolo (questa sera erano più i navarri che giocavano nell’Atleti…) e dall’ermetismo di un’unica lingua, dai ragazzi che praticano la pelota vasca e dagli anziani che agitano la loro txapela, da Mikel Laboa e dai Lisabö (più taglienti del destro di Llorente, più industriali del porto di Pasai Donibane, più spettrali della Croydon tanto amata dallo Zio, vi prego di ascoltarli), dai caffè della plaza del Castillo e dai boschi dipinti, dal conflitto e dal freddo (“Vivo al norte del norte/Hace frío en mi país” cantava Nacho Vegas), e conduce lontano, molto lontano, oltre il mar cantabrico, oltre i confini di una Spagna che, senza la diversità culturale di questa regione, sarebbe condannata ad ospitare un campionato di seconda fascia, scontato, turistico, inutile, finto come un flamenco ballato su RaiTre, come una paella gialla fosforescente mangiata nel centro di Madrid, come i complessi residenziali per stranieri che hanno devastato l’intera, meravigliosa costa mediterranea.

el mar es un olvido, scriveva il poeta

lunedì 5 marzo 2012

The (blue) hurricane

That’s the story of the Hurricane,

But it won’t be over till they clear his name

And give him back the time he’s done.

Put in a prison cell, but one time he could-a been

The champion of the world.
 
So perfettamente di non essere Bob Dylan(anche se mi sento un po’ il Bob Dylan de Valle Muricana)ma anche io voglio raccontarvi la storia di un uragano, la triste storia di un uragano blu. L’uragano quando arriva devasta tutto. rade al suolo le città e distrugge intere regioni. L’Uragano che mercoledì 13 gennaio 1999 si abbatté su Roma, non sarebbe stato in grado, tanto era fiacco, di scombinare la postazione di una battona ultra sessantenne di Tor di Quinto. Come tutti gli uragani anche lui aveva un nome, No, non Katrina o George, il suo nome era più esotico si chiamava Fabio Junior Pereira. Nella torbida estate del 1997(Avete fatto mai caso che per Studio Aperto ogni estate è l’estate più calda del secolo?nel servizio il solito esperto ti svela i trucchi per stare meglio: “Cercate di non uscire nelle ore di punta e bevete tanta acqua”…cazzo che luminare….) arriva in Italia, Luis Nazario da Lima, meglio noto come Ronaldo, il presidente interista Moratti caccia 50 miliardi per assicurarsi le prestazioni sportive del “Fenomeno”. Quella stessa estate, l’estate più calda del secolo(dove tutti non uscivamo nelle ore di punta e bevevamo tanta acqua), la Roma ingaggia Zdenek Zeman(ancora fresco di esonero dalla Lazio)come allenatore. Zeman passa un intero mercato a richiedere al presidente Sensi, un ragazzetto biondino che all’epoca faceva la fortuna della Dinamo Kiev tale Andriy Mykolayovych Shevchenko(io amavo Rebrov), Franco Sensi , invece, era concentrato su un altro obiettivo, sicuramente non inferiore al calciatore ucraino, si trattava del centravanti franco-argentino del Monaco David Trezeguet. Sensi fu quasi ossessionato da Trezeguet, tanto che non diede un attimo tregua al presidente della società monegasca Jean Luis Camporà. Non arrivò nessuno dei due, la Roma terminò quarta in classifica, e l’estate successiva, quella del 1998(a detta di Studio Aperto l’estate più calda del secolo), Sensi e Zeman ci riprovarono. Niente da fare, Sheva e Trezeguet non arrivarono, neanche Vincenzo Montella altro pallino del Boemo arrivò a Trigoria, in più la Roma salutò(destinazione Parma) Abel Balbo, in rotta con il tecnico. I giallorossi allora ripiegarono sull’angelo biondo “El facha” Bartelt, proveniente dal Lanus, Franco Sensi lo definì un “Piccolo Balbo”o meglio ancora un “Balbetto”. Purtroppo”El Facha”, non entrò nelle simpatie di Zeman, si narra che una persona molto vicina al boemo, un parente stretto, incontrò a tarda notte in discoteca il povero Gustavo, per lui ovviamente fu l’inizio della fine. Va detto che Bartelt non è ricordato come bidone dalla tifoseria giallorossa, per via di quei magici minuti finali di Roma-Fiorentina. A gennaio, dunque, una Roma altalenante tornò sul mercato per garantire al boemo un centravanti di livello. Per giugno viene messo sotto contratto tale Nesat Gulunoglu, calciatore tedesco di chiare origini turche, che in quel momento contava quasi 30 presenze con la maglia del Bochum condite da ben 4 goal, stiamo parlando di una punta. Secondo un giornalista del corriere della Sera il buon Nesat era già stato ribattezzato dai tifosi romanisti “Glu-Glu”(bah!). Ma questa è un altra storia, la storia del mio nome, una storia che forse non racconterò mai. Per l’immediato, i nomi che uscirono furono 3. Il costaricano del Derby County Paulo Wanchope e due brasiliani, Christian centravanti dell’ Internacional de Porto Alegre e Fabio Junior Pereira attaccante del Cruzeiro da molti ribattezzato il “Nuovo Ronaldo”. Neanche a dirlo Zeman pende per i primi due, Franco Sensi invece punta dritto su Fabio Junior, la speranza è quella di comprare un fenomeno. Zezè Perella presidente del Cruzeiro fiuta l’affare e come un venditore abusivo che a Portaportese cerca di rifilarti per 200 euro una scatola di un Iphone con dentro un mattone di argilla, mette fretta al presidente romanista. Perella, fa forza su un presunto interessamento del Parma(non a caso il simbolo del Cruzeiro è una volpe), Franco Sensi vede sfumare l’affare e compra a caro prezzo. La Roma se lo aggiudica per 27 miliardi, il calciatore firma fino al 2004 per 2 miliardi netti a stagione. Fino a quel momento Fabio junior Pereira contava 40 presenze e 18 goal con la maglia(blu..da qui il soprannome uragano blu) del Cruzeiro. Il presidente Sensi, parla di fine di un incubo, non sa che purtroppo è solo l’inizio, addirittura arriva a sostenere di aver preso:”Uno meglio di Montella“. Grazie a Dio, solo qualche mese dopo, avrà l’occasione di comprare l’aeroplanino di Pomigliano d’Arco e rendersi effettivamente conto di quanto fosse infinitamente più forte del”Rutto blu” di Manhuaçu. In città c’è fermento, grazie anche ai giornali che tessono un infinita tela di cazzate sul conto del brasiliano. Si arriva a dire che è simile a Ronaldo, solo che in più ha il colpo di testa. Quando sbarca a Fiumicino, si nota una impressionante somiglianza con il comico Aldo Baglio del trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Ha la faccia sperduta è tonta, la faccia di chi punterebbe mezzo stipendio al gioco delle tre carte sul retro di un autogrill della Roma-Napoli. Le sue prime parole sono però da duro: “Io il nuovo Ronaldo? No, signori: io sono Fabio Junior…” e ancora : “Non mi sembra corretto fare un paragone tra Ronaldo ed il sottoscritto. Io sono Fabio Junior e basta. E anch’io, vedrete, avrò il mio spazio nel mondo del calcio” e poi: “Io sono pronto, e non vedo l’ora di cominciare. Mi sono informato e so alla perfezione che la Roma non ha ancora perso la speranza di poter conquistare il titolo: ebbene, io sono qui per aiutarla a vincere” e infine: “Ho scarpe bianche, nere e anche rosse e, tranquilli, farò gol con tutti i colori“. Tutti a Roma cominciano a sognare. il Corriere dello Sport fa uscire una videocassetta entrata nella leggenda(chi ce l ha faccia in modo di farla arrivare su youtube). Non mi ricordo la durata,mi ricordo però qualche goal, dei rigori, lui che riceve palla e la ridà indietro e un goal in particolare visto da 767 angolazioni diverse. Una videocassetta maledetta, si narra che se la guardi, entro 7 giorni perdi ogni talento calcistico. l’unico a sentire puzza di bruciato in città è Zdenek Zeman. Il 7 febbraio del 1999, Fabio Junior Pereira viene schierato titolare a Venezia. La partita finirà 3 a 1 per i lagunari, con goal addirittura di Fabiano Ballarin, il brasiliano ha il merito di cogliere un palo, questa la sua pagella: Fabio Junior 6 La prima palla toccata, dopo dieci minuti: palleggio in scioltezza, a metà campo. Difende bene il pallone, non appare emozionato per il debutto. Grande giocata ad inizio ripresa: dribbling in velocità e tiro secco a scheggiare il palo. Si sposta a destra quando Zeman inserisce Delvecchio. La settimana seguente il 14 febbraio 1999 io c’ero. Insieme a me c’era anche Dionigi, due acerbi ragazzini, pieni di speranza. Lo stadio contestava la squadra e soprattutto la società. Mi ricordo che eravamo in distinti in basso, non troppo distanti dal cancello vetrata che separa il settore dalla pista d’atletica. Fabio Junior è titolare. Dopo 10 minuti l’uragano riceve palla nello spazio, scocca il tiro e buca Ferron che colpevolmente non trattiene, 1 a 0. Abbiamo comprato un campione. Poi però, dopo soli 5 minuti pareggia la Samp(allenata da Spalletti)con Saliou Lassisi(rendetevi conto). Fabio fa un altro tiro in porta, poi il nulla, ciondola inutilmente per il campo aspettando una palla che non arriverà mai . A salvare la baracca ci pensa un altro brasiliano, Paulo Sergio(uno dei calciatori più sottovalutati della storia della Roma) che entra e fa doppietta. Al 90esimo Fabio junior lascia il posto a De Vezze(De Vezze n.g. Giusto il tempo di esordire. E’ di Trastevere e viene dalla Primavera, di cui è capitano. Ha tutto per sfondare). Il 21 febbraio la Roma va a Firenze a far visita alla capolista. Fabio Junior gioca dal primo minuto insieme a Totti e Paulo Sergio. La Roma gioca benissimo ma sciupa tanto, al 28esimo del secondo tempo, la svolta , errore di Ficini e l’uragano parte soffiando in direzione di Toldo, niente può fermarlo, la sua corsa è devastante e tu pensi: “Vai Fabio…dai!Dai che sei come Ronaldo...Dai che sei come il fenomeno…dai che sei solo…DAI che sei solo! DAI che sei solo un invereconda pippa!..mortaccituachecazzohaisbagliato!?”, si perchè, l’uragano, perde l’attimo e Toldo anticipa senza problemi. Comincia un auto convincimento da parte di tutti: “Ma no, era stanco per lo scatto!” ma anche :” Aveva la caviglia dolorante” e ancora: “E’ merito di Toldo”. Tutte scuse, per sentirsi meglio, come quando perdi il portafoglio e qualcuno ti dice: “Magari l’hai lasciato a casa”, ecco, in quel momento non volevamo credere di aver perso un portafoglio con 27 miliardi e una dose di speranza. Per tre partite rimane a guardare, giocando qualche minuto, rientra dal primo a Udine, dove segna, poi però arriva Roma-Atletico Madrid e una dolorosa conferma. La Roma gioca una delle sue tipiche partite dove l’ Olimpico si trasforma in uno stadio turco stile Alì Sami Yen, quelle da rimonta con una bolgia impressionante e dove già prima di entrare allo stadio, sai che te la prenderai irrimediabilmente in quel posto e in maniera dolorosa. Basta l’uno a zero, Delvecchio illude la Roma, i colchoneros pareggiano con Aguilera, la Roma allora cerca il 2 a 1 per andare ai supplementari. Fabio Junior Entra al 78esimo sul risultato di 1 a 1, con la squadra in 10(espulso Wome) contro 12 per via di una scandalosa direzione arbitrale ad opera dell’olandese Mario Van Der Ende. Fabio riesce nell’impresa di sbagliare 2 goal mostruosamente facili in 60 secondi, è ufficiale, l’uragano blu è una pippa nera. Franco Sensi non perde tempo e mette sotto contratto già ad aprile Vincenzo Montella, Fabio reagisce così: “E’ un grande giocatore e lo rispetto. Ma si discute troppo di Montella dimenticando me. Spero che pian piano vi accorgerete di Fabio Junior, spero di convincervi a suon di gol. Voglio dimostrare che valeva la pena spendere quei soldi per acquistarmi“. Il brasiliano non gioca quasi più. L’ultima di campionato a Vicenza, mette a segno il goal del 4 a 1, viene servito dalla destra, lui quasi inciampa sul pallone che si alza a pallonetto e batte Brivio. C’era qualcosa di terribilmente sbagliato in Fabio Junior Pereira, intanto sembrava come se avesse il piede sinistro montato al posto del destro e viceversa, era terrorizzato dalla palla, giocava sempre spalle alla porta e quando riceveva la sfera se ne liberava subito,quasi schifato, girovagava estraneo al gioco per tutto il campo barcollando come un rimastino in cerca di una dose e poi non aveva veramente nulla del brasiliano, era meno esotico di Maccarese a metà Gennaio. L’anno seguente sulla panchina della Roma arriva Fabio Capello. Il mister di Pieris cerca di recuperarlo. In Roma-Vitoria Setubal di Coppa Uefa(16 settembre 1999) lo butta nella mischia al 74esimo, sul risultato sul 6 a 0,Capello urla fino al 90esimo:”Giocate su Fabio!!”, l’uragano trattato come un bambino(dai su amore di mamma fai goal!) in una partita dei grandi, non riesce a timbrare. Dopo aver visto il suo primo goal contro la Samp ho avuto l’onore di vedere anche il suo ultimo capolavoro in casa. 4 novembre 1999, freddo e pioggia(secondo studio aperto il novembre più piovoso del secolo), classica partita di coppa giocata alle 18 in mezzo alla settimana contro il Goteborg, squadra ormai decaduta. In Svezia era finita 2 a 0 per la Roma, quindi passaggio del turno al sicuro. Insomma, non esisteva motivo alcuno per andare allo stadio, di motivi per me e per il mio amico Luca, compagno di coppa e trasferte che purtroppo non c’è più, ce ne stavamo ben due, la presenza in panchina di Thomas Ravelli e Fabio Junior dal primo minuto. L’uragano garantiva risate. A memoria non ricordo una partita più noiosa, nonostante la caterva di battute originalissime della gente intorno a noi sul centravanti avversario, il ghanese Tetteh. Fabio si muove in campo con la stessa sicurezza di un bambino di 5 anni che si perde al supermercato. Poi al minuto 88 succede l’incredibile, cross dalla destra di Tommasi, stacco di testa perfetto e goal, un goal che Ronaldo non ha mai fatto. Roma 1 Goteborg 0, Fabio Junior. Penso di aver riso poche volte così tanto dopo un goal della mia squadra, non riuscivamo ad esultare ,riusciva ad essere involontariamente comico anche quando faceva qualcosa di buono. La domenica dopo, il 7 novembre 1999, al 39esimo minuto, Fabio Junior Pereira detto “Uragano blu”, segna il suo ultimo goal con la maglietta della AS Roma 1927. E’ il goal del 3 a 0 romanista contro la Reggina allo stadio Oreste Granillo, un delizioso tocco a scavalcare Orlandoni, esultanza condita da un inspiegabile gesto dell’ombrello, rivolto forse alla curva reggina o forse a tutti i romanisti, chissà. Il 7 marzo del 2000, Fabio Junior si trasferisce in prestito al Cruzeiro. Continuerà a prendere lo stipendio dalla Roma fino al 2003 quando passerà all’Atletico Mineiro dopo una non entusiasmante esperienza con il Vitoria Guimaraes in Portogallo. Poi la sua carriera continua tra: Giappone, campionato Emiro, Germania, Israele e di nuovo Brasile. Oggi gioca ancora, la sua squadra l’America Mineiro disputa il campionato di serie B(Fabio è stato un dei protagonisti del momentaneo ritorno in A nel 2010)in 64 partite ha segnato 24 goal. Chissà se ogni tanto,mentre bighellona impacciato nei campi brasiliani, ripensa a noi, a quei 27 miliardi e a quella volta che è stato trattato come un fenomeno. Quando la mia squadra va male, per sentirmi meglio, mi piace ripensare alla storia di Fabio Junior Pereira, quel ragazzo brasiliano che arrivò a Roma da uragano e finì per essere a malapena un colpo di tosse, uno dei tanti nella storia della Roma.