martedì 28 febbraio 2012

Aste, icone e nuove economie a Calcutta


Leggevo sul Sole 24Ore della settimana scorsa di un recente studio del Boston Consulting Group – dal titolo The Tiger Roars: Capturing India’s Explosive Growth in Consumer Spending – che analizza la sempre più sviluppata capacità di spesa della classe media indiana.   La “I” dell’acronimo BRICS è in questo momento il secondo Paese al mondo quanto a crescita e, come tale, domanda al mercato come spendere la sua nuova economia.    Tra battaglie contro il male diffuso della corruzione e masse prive di assistenza sociale, fattore chiave della nuova direzione, oltre all’apertura ad investimenti esteri, l’arrivo a destinazione della nuova generazione di forza lavoro, cui gli imponenti centri commerciali della prima periferia non bastano più.   Il suggerimento dello studio del BCG sarebbe quindi di allargare il campo da gioco, puntando non più solo sull’export verso il mercato indiano, ma portando e sviluppando direttamente nel Paese di Pratibha Patil prodotti di accessibile consumo.

Di assoluto richiamo a quanto sopra pertanto l’iniziativa calcistica messa in piedi negli ultimi tempi dalle parti di Calcutta, la città di Kalì, rappresentazione guerriera di Parvati, moglie di Śiva.    L’idea di un torneo con protagonista il calcio internazionale fino ad ora seguito solo alla televisione. Non più la proposizione delle principali competizioni del Vecchio Continente, Premier League, Liga e Champions su tutte, ma una vera e propria immagine di calcio indiano.

La formula è semplice: sei squadre, un’asta per l’ingaggio dei nomi più importanti e una serie di partitie da giocarsi tra marzo e aprile.   Ciascuna squadra con a disposizione un budget prestabilito per “comprare” staff tecnico, giocatori e medici sociali.   Tra i giocatori, massimo 4 stranieri e almeno 6 under 21.   Tra i 4 stranieri, la possibilità di ingaggiare un giocatore “Icona”, 2 giocatori “Overseas” ed un giocatore asiatico.

Ecco quindi il quasi trentanovenne Jay Jay Okocha arruolato tra le file del Durgapur assieme al costaricano Solis e il guatemalteco Castillo ed il Barasat aggiudicarsi uno degli idoli indiscussi di alcuni autori di questo blog: Hernan Crespo.    Il Capitano dell’Italia Mondiale del 2006 se lo è invece aggiudicato il Siliguri assieme a Santino Quaranta, punta americana scuola D.C. United e classe ’84.   Il vero affare lo ha fatto però il Kolkata, che per soli $530,000 (relativamente poco rispetto ad una media di circa $800,000 per Icon Player) ha fatto suo Robbie Fowler, ex stella del Liverpool.   Meno decisivi, a mio modesto avviso, i colpi di Howrah e Haldia, che hanno ingaggiato rispettivamente Robert Pires e Juan Pablo Sorin.   Tra gli allenatori, spuntano invece i nomi di Fernando Couto, indimenticabile centrale di Lazio e Parma e del Diablo Marco Etcheverry, ex stella indiscussa della Nazionale di calcio boliviana.

La macchina dei diritti TV stretta nella morsa delle sacche di povertà e della new economy indiana.   Un accenno di jet-set calcistico pronto a infrangere il dominio di passione del cricket.   Un adeguamento tutto paillettes alle stime di crescita di reddito della popolazione, che prevedono, entro il 2020, il raddoppio delle fasce di cittadini benestanti e aspiranti tali, con correlata diminuzione dei dati legati alla sofferenza sociale.

In tutto ciò, una sola certezza: i tagli sul primo palo di Valdanito e gli anticipi di Cannavaro a impostare ripartenze.


domenica 26 febbraio 2012

Autolesionismo a Roma


Occhio Luis, c’è Borini che stamattina non si è lavato bene i denti

Dopo la farsa messa in scena dalla Lazio nel corso della settimana appena conclusa ho pensato che questa città avesse toccato il fondo. Ma come fai a rompere le palle a un signore, peraltro più anziano, che con pizza e fichi ti ha portato al terzo posto in classifica, anche dopo che gli hai venduto due dei quattro attaccanti in rosa? Dev’essere stato da morire dal ridere il cazziatone che gli improponibili Lotito e Tare (ma vi rendete conto di chi stiamo parlando? Due personaggi che come – rispettivamente – presidente e direttore sportivo di una società di calcio sarebbero inverosimili anche sul palco del Salone Margherita, più inverosimili anche di Pippo Franco che entra col vestito rosso e dice con accento napoletano “buonasera sono Sofia Loren”, personaggi che non a caso allo stadio si accompagnano proprio con un reduce del Bagaglino) hanno rifiliato al povero Reja. Roba da ridere in faccia a quei due e tornarsene a casa, come infatti il vecchio Edi aveva fatto. Poi la marcia indietro, la partenza per Madrid, resto ma non resto, non resto ma resto, non ci si è capito niente. Per finire col teatrino dell’allenamento svolto mentre Zola era negli uffici del presidente, a prendere accordi – a questo punto – per l’anno prossimo. Una tristezza (forse) senza precedenti a Formello che per una volta mi ha fatto provare più pena che sarcasmo nei confronti degli amici biancocelesti. Forse perchè sentivo che questo folle autolesionismo avrebbe contagiato a breve anche l’altra sponda del fiume.

De Rossi è stato mandato in tribuna a Bergamo – nella partita che la Roma ha stranamente perso in maniera vergognosa – per essere arrivato qualche minuto in ritardo alla riunione tecnica. Questo è quello che dicono le fonti di informazione e non ho motivi per non crederlo – anche se mi piacerebbe sapere che cos’ è una riunione tecnica e perchè è così importante non perdersi i primi minuti (di solito nei primi minuti delle riunioni, di tutte le riunioni, non succede mai nulla; non sono come i primi minuti di un film, in cui magari il regista infila – ancora prima dei titoli di testa – la chiave cifrata per capire il film, nonostante quello che ci disse una volta la vecchia bigliettaia del cinema Gioiello, del compianto cinema Gioiello, quando le chiedemmo – arrivati alla biglietteria a “Fucking Amal” già iniziato da una decina di minuti – se ci eravamo persi qualcosa: “nun ve preoccupate, ce stanno solo dei pischelli che se stanno a drogà”). La prossima volta Gago verrà escluso per non aver svuotato il vassoio nel refettorio di Trigoria; Pjanic per aver parcheggiato la macchina fuori dalle strisce nel parcheggio; Heinze per essere andato a dormire dopo le undici (l’unico che non può mai essere punito è Bojan, per la sua “specialità” che tutti conosciamo). Ai microfoni di Sky ho sentito il nostro allenatore dire che De Rossi l’ha mandato in tribuna perchè non l’ha visto pronto. Pronto a cosa? A l’ennesima figuraccia? A prendere tre gol da Denis? A rincorrere Marilungo nello spazio lasciato libero da Rosi? Per una volta – e potete immaginare quanto mi costi dirlo – sono d’accordo con Caressa (la cosa dev’essere veramente e gravemente lampante, per averla capita anche lui), che quasi al termine di Diretta Gol (sì, alla fine mi sono spostato su Diretta Gol, tanto era il vomito che mi stava soffocando guardando la partita) si è lanciato  in una filippica di cinque minuti contro il modo in cui viene gestita la Roma, dentro (la Roma è più prevedibile di un film dei Taviani) e fuori (l’eterogenesi dei fini della “tolleranza zero” dal campo – una filippica condivisibile in ogni sua parola (anche se non ho capito cos’è questo “asilo Mariuccia” di cui ha parlato). 

Questa non è più una squadra, è un ammasso di gente senza capo nè coda. Ci sono calciatori di ogni tipo: vecchi, ragazzini, spacconi, timidoni, prestiti, senza contratto, appena sbarcati (e soprattutto ci sono giocatori solo mancini, peccato abbiano dato via Riise altrimenti facevamo l’en plein). E’ una squadra che alle volte non riconosco più, ed è come se non riconoscessi più me stesso. Non lo so neanche io cosa sto tifando, perchè sto tifando, chi sto tifando. Chi sono quei carneadi in maglia bianca che corrono per lo stadio Azzurri d’Italia? Tutti contrassegnati da un unico elemento: guadagnano poco e non fanno polemiche. D’altronde se il governo Monti può parlare dell’abolizione dell’art. 18 senza che nessuno del milione (un milione!) di persone che Cofferati aveva portato in piazza si lamenti (anzi sembra che tutti non aspettino altro), non vedo perchè a Roma non si può parlare degli americani, del progetto, della squadra che viene prima di tutto, senza che a nessuno venga in mente di dire che forse abbiamo a che fare con degli squallidi truffatori. Non mi metterò a ripetere cose che ho già detto, perchè in cuor mio speravo che sarei stato smentito e ancora lo spero, ma mi pare evidente che sono riusciti a venderci il Colosseo. Mentre Pizarro segna con la maglia del Manchester City, noi guardiamo un tale Marquinho farsi rubare palla da Brighi (oddio, un altro nome che mi suona). Ma certamente tutto avviene per il nostro bene, per il progetto a lungo termine, per la rivoluzione a stelle e strisce! E chi se ne importa se ogni trasferta è un’umiliazione che neanche ai tempi di Carlos Bianchi, se i peggiori allenatori della serie A ci prendono in giro e si sfregano le mani ogni volta che devono ricevere la Roma, perchè sanno che saranno tre punti facili e sicuri (la riunione tecnica del martedì dura trenta secondi: “Ragazzi, domenica arriva la Roma: tutti dietro e appena rubate palla la lanciate a caso in avanti ed è gol, o al limite rigore”). Perchè poi anche questo conta: l’umiliazione attesa. Catania, Cagliari, Siena, Bergamo: quattro trasferte di fila immonde, in cui siamo stati presi a pallate dal primo all’ultimo minuto, con la beffa che ci prendevano a pallate mentre avevamo la palla noi! Ma poi all’Olimpico Borini segna (e meno male che lo fa) e nessuno pensa più agli americani che invece di comprarci Torres o Neymar hanno pensato solo a liberarsi di tutti gli stipendi pesanti e a prendere qualche discreto giocatore dal salario leggero, ovviamente a prestito. E tra poco si tornerà a parlare dello stadio, che ovviamente (e per fortuna) non si farà mai. E lì giù risate con i nostri amici kansas city vero

La cosa inquietante è che non hanno ancora finito di rompere tutto. Se non l’avete ancora capito, con i pochi minuti di ritardo alla riunione tecnica oggi è iniziata l’operazione “biscotto De Rossi”. Già li vedo che indorano la pillola; già li vedo colti con le dita nel barattolo di vaselina. L’anno prossimo ci sarà ancora il miglior centrocampo che la Roma ha avuto negli ultimi dieci anni (De Rossi – Pizarro), ma sarà lontanissmo da qui. Noi però avremo Josè Angel che sfreccia sull’esterno. Noi però avremo un allenatore che non ha paura di lanciare i giovani. Noi però avremo preso un altro gol da calcio d’angolo per noi.

Non voglio aggiungere niente su Luis Enrique, che mi sta simpatico e mi piace per il calcio che propone. Mi limito a considerare che non ha capito niente di Roma, dei romani, del calcio italiano, di questa città. Una città in cui nulla di buono è mai stato fatto in armonia, ma è sempre uscito fuori da situazioni conflittuali. La Lazio ha vinto lo scudetto con le pistole e due clan divisi; la Roma con Totti che rosicava quando Nakata lo sostituiva e giocatori che neanche si parlavano. A me personalmente non frega niente, ma proprio niente, che De Rossi arrivi con due minuti di ritardo a una riunione tecnica, o che Osvaldo attacchi al muro Lamela; meno ancora mi interessa che ci sia disciplina, il collettivo, i discorsi tipo “la squadra prima di tutto”. A me frega che quando Gago perde palla nella trequarti avversaria ci sia De Rossi, e non Marquinho, a interrompere il contropiede dell’Atalanta. Non mi è piaciuto per niente che, sempre a Sky, Luis Enrique abbia detto che lui sta cercando di cambiare una mentalità che a Roma ha portato solo tre scudetti in tutta la storia; non so a che mentalità si riferisce, ma so solo che a me nessuno deve cambiare proprio niente, mentre lui dovrebbe guardarsi cento volte di fila Aalst-Roma 0-0 per capire che noi siamo disposti ad accettare con gioia tutto, ma proprio tutto, anche Daniele Berretta mezzapunta, ma non quest’autolesionismo da Savonarola de’ noantri.

Buona settimana pre-derby a tutti, ora vi saluto che vado a denunciare ad Equitalia una multa che ho preso due anni fa e che non mi è ancora arrivata…

martedì 21 febbraio 2012

Maledetta Libreville….Benedetta Libreville

Quando il 12 Febbraio del 2012, il difensore centrale Stophira Sunzu, si presenta sul dischetto, Ha lo sguardo sicuro di chi non può fallire, lo sguardo di chi vuole voltare pagina, lo sguardo di chi vuole tornare a sorridere. Questa storia comincia a Libreville il 27 Aprile 1993, quando il De Havilland Canada DHC-5 Buffalo delle forze armate zambiane, decolla dalla capitale gabonese con destinazione Abidjan, Costa d’Avorio, ultimo dei 3 scali(il primo era stato a Brazzaville in Congo) in programma prima della meta finale, Dakar, dove la nazionale di calcio dello Zambia si sarebbe giocata parte della qualificazione a Usa 94 contro il Senegal. Pochi minuti dopo la partenza dal Gabon, il motore sinistro prese fuoco, una luce d’emergenza difettosa e la stanchezza del pilota, che per errore spense il motore destro(l’unico buono)fecero il resto. Il DHC-5 Buffalo si inabissò a 500 mt dalle coste di Libreville. 30 morti, nessun superstite. furono 18 i calciatori scomparsi, otto(Makinka, Chomba, Chabala, Chikwalakwala, Chansa, Mumba, Mwanza e Mulenga) facevano parte di quello Zambia che il 19 Settembre 1988 a Gwangyu (Corea del Sud) asfaltò l’Italia di Rocca per 4 a 0. Scamparono alla tragedia Johnson Bwalya , Charles Musonda e la stella Kalusha Bwalya(autore di una tripletta contro l’Italia)perchè impegnati con i loro rispettivi club europei, Il Bulle, l’Anderlecht e il PSV. Una generazione destinata a stupire, viene inghiottita per sempre dal golfo di Guinea. Con il volto ancora solcato dalle lacrime, i chipolopolo(Proiettili di Rame) tornano a calcare i campi per le qualificazioni alla coppa del mondo, la squadra allestita dallo scozzese Ian Porterfield(ex allenatore del Chelsea)ruota intorno al talento di Kalusha Bwalya ma non a quello di Musonda, che profondamente segnato dalla tragedia si ritira dalla nazionale. Lo Zambia arriva a disputare l’ultima partita del girone di qualificazione, in vantaggio di un punto sul Marocco. Il 10 Ottobre del 1993 a allo stadio Mohamed V di Casablanca basterebbe un pareggio(per l’occasione torna anche Musonda)per far parte delle 24 squadre di Usa 94. il Dio del calcio però, si sa, è completamente cieco, oppure semplicemente, decide che non è ancora arrivato il momento, perchè al 62esimo Abdeslam Laghrissi di testa, cancella cinicamente il sogno di un intero popolo ancora sconvolto. Non passa neanche un anno dalla tragedia e lo Zambia di Ian Porterfield, dopo aver eliminato Costa d’Avorio e Sierra Leone al girone, Senegal ai quarti e Mali in semifinale, approda alla finale di coppa d’Africa(la seconda della sua storia dopo quella persa in Egitto contro lo Zaire nel 1974) in Tunisia contro la Nigeria. Il 10 Aprile 1994 allo stadio El Menzah di Tunisi, lo Zambia ha nuovamente l’occasione per rendere omaggio ai suoi campioni scomparsi e voltare definitivamente pagina. Ma evidentemente per qualcuno, ancora non è il momento. I proiettili di Rame passano in vantaggio dopo solo 2 minuti con Elijah Litana ma già al quinto sono raggiunti da Emmanuel Amuneke che raddoppierà al 47esimo, fissando il risultato sul 2 a 1. I Chipolopolo arriveranno terzi alla coppa d’Africa del 1996, sconfitti in semifinale da una Tunisia che a sua volta verrà battuta dai padroni di casa del Sudafrica, poi il nulla. Nel 2010 lo Zambia, allenato da Hervè Renard darà timidi cenni di risveglio, passando il girone e uscendo ai rigori contro la Nigeria ai quarti. Renard lascia, lo Zambia finisce nella mani di Dario Bonetti e sotto la guida del tecnico italiano si qualifica per Gabon-Guinea Equatoriale 2012, Kalusha Bwalya ora presidente della federcalcio zambiana, esonera Bonetti e riassegna la squadra a Renard. C’è una cosa che mi fa impazzire di questo Zambia, la pacatezza, quel saper stare al suo posto, quel non fare proclami tipici del calcio africano, quelli del tipo: “Dio è con noi e con la nostra patria!” quelli da esaltati. Lo Zambia ha anche l’educazione di non tirare fuori a sproposito i propri morti. Non hanno alzato la cresta dopo aver battuto nel girone il Senegal, una delle favorite, non si sono esaltati neanche dopo aver conquistato il primo posto nel proprio gruppo, o dopo aver massacrato il Sudan ai quarti. La semifinale con il Ghana, sembrava un ostacolo insormontabile, hanno giocato con cuore e talento. Il cuore di Mweene che dopo solo 8 minuti respinge un rigore a Gyan Asamoah, il talento di Mayuka che al 77esimo trova uno straordinario goal vittoria. E’ finale, finale contro la Costa d’Avorio ma soprattutto per lo Zambia, che ha disputato tutto il suo torneo, dal girone alla semifinale, in Guinea Equatoriale, è finale a Libreville, la maledetta Libreville. Del resto, per chiudere un cerchio è necessario tornare al punto d’origine. Questa storia si conclude a Libreville il 12 Febbraio del 2012, con Stophira Sunzu sul dischetto. Il giovane Sunzu, numero 13 sulle spalle arriva a quei fatidici 11 metri dopo una partita tiratissima, dove lo Zambia ha giocato alla pari della squadra più forte del torneo. Sunzu la faccia emozionata di un intero paese che campa da sempre di rame, arriva davanti al portiere ivoriano, dopo che Didier Drogba al 69esimo ha spedito in cielo un “Generoso” calcio di rigore, dopo che nei primi minuti del primo tempo supplementare il suo compagno Christopher Katongo su assist del fratello Felix aveva colpito un palo clamoroso, dopo un estenuante serie di rigori che aveva visto la parata di Mweene su Kolou Toure e il successivo errore del suo compagno Kalaba, che aveva ricacciato in gola l’urlo liberatorio che il suo paese trattiene dal 1993, ma soprattutto dopo l’errore di Gervinho. Stophira Sunzu va a battere il calcio di rigore cantando, evidentemente per qualcuno è arrivato il momento, il destino solitamente avverso a questa nazionale, si fa da parte e Sunzu segna. E’ la vittoria di tutti. La vittoria del portiere Kennedy Mweene, leader carismatico , che non sbaglia nulla, e realizza anche un tiro dal dischetto(il quinto!), la vittoria di Stophira Sunzu che si segnala come uno dei giocatori più interessanti e che ha l’onore di mettere la firma sulla partita, la vittoria di Nathan Sinkala che a soli 20 anni gioca da veterano e mette dentro un rigore con una freddezza da far spavento, la vittoria di Reinford Kalaba forse il migliore dei suoi in questo torneo, la vittoria di Chris Katongo capitano giramondo, eletto miglior giocatore del torneo e di suo fratello Felix che quando è entrato ha illuminato la scena, la vittoria di Mayuka destinato ad una carriera di alto livello,la vittoria di Joseph Musonda che in finale è uscito dal campo in lacrime per infortunio dopo soli 10 minuti, è la vittoria del ct Hervè Renard uno con l’aspetto da idraulico di un film porno, uno che però non ha sbagliato una mossa, uno che è riuscito a dare una disciplina tattica ad una nazionale africana, creando un gruppo perfetto. Soprattutto è la vittoria di quei 18 calciatori mai dimenticati dal popolo zambiano, quello stesso popolo che dopo 19 interminabili anni, proprio a Libreville, la maledetta Libreville, è riuscito ad asciugarsi finalmente le lacrime ed è tornato a sorridere.
in ricordo di: John Soko (difensore)
Whiteson Changwe (difensore) Robert Watiyakeni (difensore) Eston Mulenga (centrocampista) Derby Makinka (centrocampista) Moses Chikwalakwala (centrocampista) Wisdom Mumba Chansa (centrocampista) Kelvin “Malaza” Mutale (attaccante) Timothy Mwitwa (attaccante) Numba Mwila (centrocampista) Richard Mwanza (portiere) Samuel Chomba (difensore) Moses Masuwa (attaccante) Kenan Simambe (difensore) Godfrey Kangwa (centrocampista) Winter Mumba (difensore) Patrick “Bomber” Banda (attaccante) Efford Chabala (portiere) Godfrey “Ucar” Chitalu(allenatore)

domenica 19 febbraio 2012

LIBERTADORES 2012

Santos Futebol Clube, Campione lo scorso anno
Da qualche giorno è iniziata la fase a gironi della Copa Libertodores 2012. La voglia del Santos di riconfermarsi e la fame del Flamengo, la rabbia del Penarol e il grande ritorno de Los Xeneizes. I segreti della competizione più equilibrata al Mondo.

Grupo 1 – Sport Club Internacional de Porto Alegre (BRA) / Santos Futebol Clube (BRA) / Club The Strongest (BOL) / Club Juan Aurich de la Victoria (PER)
Subito un incrocio di altissimo livello: il Santos Campione uscente dei soliti Ganso e Neymar contro l’Internacional di Porto Alegre, detentore della Recopa Sudamericana. Tanta la voglia di riscatto per il Colorado dopo la prematura eliminazione dell’anno scorso per mano del Penarol, subito confermata dal 2 a 0 al Juan Aurich in apertura di girone.
I peruviani e il The Strongest, pur essendo squadre dignitose, con ogni probabilità dovranno accontentarsi del ruolo di spettatori alla lotta per il primo posto nel girone. Ottimi tuttavia i tre punti dei boliviani contro il Santos (2 a 1, le firme sono di Cristaldo e Ramallo).

Grupo 2 – Club Sport Emelec (ECU) / Club Atlético Lanús (ARG) / Clube de Regatas do Flamengo (BRA) / Club Olimpia de Asunción (PAR)
Ogni anno, una tra le squadre del pacchetto argentino riesce a mettermi in difficoltà, a risultare per me indecifrabile: mentre la scorsa edizione era toccato al Godoy Cruz, siamo ora di fronte al Lanùs di Mauro German Camoranesi e Mariano Pavone (ex Betis, ricorderete). Mentre aspettiamo il conforto del buon Fornaretto quanto a El Granate, prendiamo nota che il Flamengo (bloccato 1 a 1 proprio dagli argentini alla prima) sulla carta è una signora squadra. Molto dipenderà da Ronaldinho e Vagner Love, ma mi spingo a dire che i brasiliani non fatichernno a passare il turno. L’Emelec di Figueroa, che l’anno scorso sfiorò la qualificiazione alla Tabla Final, è da tenere d’occhio. L’Olimpia di Donnet (quello di Venezia e Boca) non mi convince (e infatti ha già perso in casa dell’Emelec).

Los Tiburones de Barranquilla
Grupo 3 – Club Unión Española (CHI) / Club Bolivar (BOL) / Club Deportivo Universidad Católica (CHI) / Corporación Deportiva Popular Junior (COL)
Il girone che si preannuncia più equilibrato. Il Bolivar cerca vendetta sull’Union Espanola dopo l’eliminazione nelle fasi preliminari dell’anno scorso. Lo Junior e la Catolica vogliono stupire, quest’ultima anche senza quel Lucas Pratto che dopo averla trascinata fino ai Quarti nel 2011 è volato a Genova, sponda rossoblù, e poi al Velez.

Grupo 4 – Fluminense Football Club (BRA) / Club Atlético Boca Juniors (ARG) / Zamora Fútbol Club (VEN) / Arsenal Fútbol Club (ARG)
L’incognita Fluminense e la favola Zamora sulla strada del Boca. I brasiliani, terzi nell’ultimo Brasileirao dietro Corinthians e Vasco, si affidano al solito Deco e a El Negro Martinuccio per dimenticare la sberla presa dalla Libertad di un anno fa (3 a 0 secco in Paraguay dopo il convincente 3 a 1 al Maracana..). Lo Zamora prova a non interrompere il sogno (prima volta Campione del Venezuela nel Clausura 2011 dopo anni di onesto anonimato). L’Arsenal di Sarandì pronto ad approfittare degli scontri diretti tra Boca e Flu per strappare il secondo posto nel girone.
Per ora, pareggio a reti inviolate tra le due argentine e Flu facile sullo Zamora.

Grupo 5 – Club Libertad (PAR) / Club Nacional de Football (URU) / Club de Regatas Vasco da Gama (BRA) / Alianza Lima (PER)
Il 5 è il girone di ferro. Perchè grazie agli acquisti di Juninho Pernambucano (dall’Al-Gharafa) e Alecsandro (dall’Internacional) e la continua crescita di Dedè, il Vasco ha impressionato nell’ultimo campionato brasiliano e vinto la Copa do Brasil. Perchè da qualche anno la Libertad gioca un gran calcio (solo il Penarol nella scorsa edizione ne ha avuto ragione). Perchè Alianza e Nacional sono pessimi clienti cui far visita.
Brutto il pronti-via dei brasiliani, che hanno perso al Sao Januario per mano del Nacional. Nel frattempo, la Libertad ne ha rifilati 4 all’Alianza e ha vinto a Montevideo.

Arsenio Erico
(Asuncion, 1915 – Buenos Aires, 1977)
Grupo 6 – Club Deportivo Social y Cultural Cruz Azul (MEX) / Sport Club Corinthians Paulista (BRA) / Deportivo Táchira Fútbol Club (VEN) / Club Nacional de Asuncion (PAR)
Al di là del fascino della Cruz Azul (già vittoriosa sul Nacional) e delle vicende legate ad Adriano, credo che il Corinthians (già un passo falso con il Tachira) avrà vita facile. Qualche curiosità. Nella squadra di San Paolo gioca un tale Chen Zhizao, cinese. Capitano dei messicani è il buon vecchio Torrado (qualche stagione in Spagna e parecchie presenze in Nazionale). Con il Nacional debuttò Arsenio Erico, bandiera dell’imbattibile Independiente negli anni Trenta e Quaranta, miglior realizzatore di sempre nel campionato argentino e figlio di immigrati italiani.

Grupo 7 – Club Atlético Vélez Sársfield (ARG) / Defensor Sporting Club (URU) / Club Deportivo Guadalajara (MEX) / Sociedad Deportivo Quito (ECU)
Con una banda di giovani promesse in attacco il Guadalajara prova a ripercorrere il cammino di due anni fa (Finale persa con l’Internacional). Di traverso, un Deportivo che con una grande Segunda Etapa ha fatto suo l’Ecuatoriano 2011, il Velez di Emiliano Papa ed Insua (ritornato in patria dopo l’esperienza in Turchia con il Bursaspor) e il Defensor del Nacho Risso. Favoriti i messicani, anche se uruguaiani ed argentini sono già staccati (Defensor vittorioso sul Depor e sconfitto dal Velez vittorioso e Guadalajara fermato dagli ecuadoriani sulll’1 a 1).

Grupo 8 – Corporación Deportiva Atlético Nacional (COL) / Club Deportivo Godoy Cruz Antonio Tomba (ARG) / Club Universidad de Chile (CHI) / Club Atlético Peñarol (URU)
Lex squadra di Faustino Asprilla, Rene Higuita e Victor Aristizabal ha sicuramente il suo fascino.. e chissà che non riesca a fregare il Godoy Cruz (che per il sottoscritto rimane indecifrabile) nella corsa agli Ottavi. Poche le speranze dell’Universidad, anche perchè la quarta del girone è il Penarol finalista l’anno scorso. Gli Aurinegros hanno si perso qualche pezzo per strada ma anche avuto il coraggio di rifugiarsi in una certezza: Marcelo Danubio Zalayeta.

Il Panterone

mercoledì 15 febbraio 2012

Strani fatti a Barcellona: la fine di un’epoca? (un flash)

Nel giro delle ultime due settimane sono accaduti alcuni fatti legati a Barcellona che mi fanno pensare che sia arrivata la fine di un’epoca – anche, visto che è quello che qui interessa, per la Barcellona calcistica. D’altronde io mi lascio facilmente influenzare da questi segnali apparentemente slegati, un po’ come l’insopportabile zitella protagonista del Raggio verde di Rohmer che incontra carte da gioco abbandonate per strada e vi ci fonda sopra la metafisica dei giorni a venire (stamattina ad esempio, di fronte al caffè Volpini che hanno riaperto sopra la stazione Policlinico della metro B, ho trovato un nove di picche. Si prevedono sòle).

Cosa è successo. Il 6 febbraio è morto il grande pittore catalano Antoni Tàpies, l’ultimo baluardo dell’arte moderna spagnola, lasciando un vuoto incolmabile. Materico, riflessivo, ossessionato dall’idea della morte, Tàpies ha rappresentato su tela con ogni tipo di materiali – terra, polvere, sabbia, sacchi, buste, vestiti, un po’ come fece Alberto Burri in Italia – le immense domande dell’esistenza. Sempre fedele al suo linguaggio ermetico, coerente nelle sue scelte estetiche, Tàpies ha incarnato quel genere di artista da me così amato che – pur nella eterogeneità dei temi trattati e delle forme espressive utilizzate – lascia impresso il suo segno su ogni opera che esce dal suo studio, per cui, anche passeggiando distrattamente per una collezione d’arte, alla vista di un suo quadro il visitatore non può non riconoscere lo “stile Tàpies”. Tàpies produceva tantissimo e allo stesso tempo era lentissimo nella sua produzione. Prendeva ispirazione dai suoi lavori precedenti, cercava continuamente conforto nel suo passato, per trovare quella cosa che dà potere ai quadri, che rende magica la materia. Nondimeno, alla fine lavorava seguendo l’istinto, il più rapidamente possibile, cercando di non farsi influenzare troppo dalla razionalità ma seguendo, appunto, solo la suggestione delle opere precedenti. Pieno di dubbi all’ora di dipingere, riusciva ad accorgersi se il quadro era venuto bene solo quando era finito, ma non spiegandoselo intellettualmente, bensì notandolo fisicamente.

Negli stessi giorni chiudeva il mitico negozio di dischi CD Drome della calle Valldoncella, situato peraltro proprio dietro al MACBA dove tante volte ha esposto (e esporrà) Antoni Tàpies. Punto di riferimento della scena indie prima ed elettronica poi di un’intera generazione di giovani melomani, è stato per me un luogo di culto e di visita obbligatoria. Qualsiasi disco usciva dagli scaffali ti veniva voglia di comprarlo. Con qualunque avventore, per non parlare dei proprietari, si poteva parlare per ore di shoegaze o twee pop o folk pastorale (tipici argomenti di noi hipster musicali che frequentiamo indifferentemente il Festspielhaus di Bayreuth e il bingo di Crotone). Lì si imparava a mettere da parte i soldi per comprare quel disco, che poi si sarebbe ascoltato per giorni e giorni con sacro rispetto. Lì ho comprato per la prima volta un cd del Sr. Chinarro. Insomma, il negozio Cd Drome era un’istituzione e un punto fermo.

Sabato scorso, infine, un Barcellona pieno di giovani della cantera cadeva rovinosamente in campionato a Pamplona e consegnava, con quasi quattro mesi di anticipo, la Liga 2011/2012 al Real Madrid. Per la prima volta da quando c’è Guardiola a guidarli, i blaugrana devono rinunciare così presto a un traguardo così importante (la copa Catalunya del primo anno non vale). Per la prima volta, i ragazzi di Guardiola si trovano di fronte concetti tormentosi e molto tapiesiani come la disillusione, il fallimento, il non-essere, la morte, la fine. Il tiqui-taca non è servito a nulla al Reyno de Navarra, e l’Osasuna si è fatto beffe in verticale del pacioso orizzontalismo del Barcellona. Il calcio del passato è il calcio del futuro, e il presente è già finito. Pim pam pum. Il Real ringrazia e festeggia.

Dicevo della profezia sulla fine di un’epoca.

Con la morte di Tàpies, muore l’arte moderna legata alla materia, alla sostanza, all’esistenza. D’ora in poi sarà il trionfo dello sterile concettualismo dei new media. Dal silenzio che accompagna opere evocative alle mille righe che spiegheranno opere incomprensibili. Un disastro. Con la chiusura di CD Drome, muore l’ultimo spazio fisico in cui ascoltare (molto), parlare (parecchio) e comprare (poco) la musica. D’ora in poi sarà il trionfo della sterile fruizione dematerializzata e casalinga di una valanga di mp3 senza capo nè coda. Un altro disastro. Con la resa del Barcellona, muore l’utopia di Guardiola – che poi, come Tàpies, si basava sullo studio della propria storia – di fondare una realtà calcistica capace di ricrearsi stagione dopo stagione solo grazie ad un’identità nel modo di giocare. La partita di Pamplona – ma tutta la stagione in corso – dimostra che i giocatori contano ancora più del gioco, e se non hai i piedi e la testa di Iniesta non importa quanti anni hai fatto alla Masià, un nuovo Iniesta non lo diventerai mai. Dopo la fine del tiqui-taca ci sarà solo un  breve post-tiqui-taca, necessario a liquidare le ultime vestigia guardoliane e a depurare l’ambiente (con un rapido viaggio fino al termine della notte) delle velleità del passato, probabilmente in mano all’allenatore che oggi sta facendo uno stage a Roma, e poi il Barcellona tornerà umilmente a confrontarsi con il corso normale della storia, seguendo magari un altro sogno, un altro stile, un altro gioco. Se questo sia un disastro oppure no lo lascio dire a Bostero e a tutti voi.

A me bastava dire che a febbraio ci sono stati tre segnali inequivocabili a Barcellona – tre segnali che è finita un’epoca.

domenica 12 febbraio 2012

Io sto con il silenzio di Luis Suàrez

l’umorismo senza eguali dei redattori di cologno monzese
Non credo ci sia bisogno di entrare nel merito della questione a monte, vale a dire l’epiteto razzista (“negro“) con cui Luis Suàrez ha apostrofato in campo l’avversario Patrice Evra nel corso di un Liverpool – Manchester Utd di qualche mese fa (per chi non ricorda i fatti, Evra, in seguito ad un intervento duro di Suàrez su di lui, gli chiese spiegazioni, e Suàrez gli avrebbe risposto di averlo fatto perchè Evra era “negro”, e in seguito avrebbe anche aggiunto che lui “non parla con i negri”), che gli è costato, in seguito al procedimento disciplinare sorto con la successiva denuncia del giocatore francese, otto giornate di squalifica per razzismo, e quindi non entrerò nel merito dell’adeguatezza o meno di una sanzione del genere, nè dell’adeguatezza o meno dell’attuale tendenza politica e culturale a contrastare, anche con misure proattive, le discriminazioni di ogni genere o tipo. Non credo ci sia bisogno neanche di fare del sofismo sulla peculiarità linguistica spagnola per cui la parola “negro” non ha, a differenza di quanto avviene nella lingua italiana, una connotazione di per sè dispregiativa, trattandosi del sostantivo che semplicemente designa il colore nero o – per una figura retorica che qualcuno più attento di me al liceo si ricorderà – l’uomo la cui pelle ha tale colore. Non voglio neanche soffermarmi, perchè andremmo fuori tema, sulla quantità e varietà di epiteti offensivi che fanno da colonna sonora alle partite di calcio, al fine di classificarli secondo categorie di maggiore o minore scorrettezza, e sulle diverse accezioni semantiche e sugli usi prettamente metaforici che tali epiteti acquistano o svolgono quando vengono pronunciati in un campo di calcio, rispetto alla vita quotidiana. Non mi importano neanche le ulteriori variabili fenomenologiche (trance agonistica, risposta a provocazione, svalutazione del significato offensivo). No, voglio dare per scontato che Luis Suàrez abbia voluto dare del “negro” a Patrice Evra in maniera consapevole e volontaria, al fine di ingiuriarlo con una dichiarazione di subalternità razziale, sul presupposto obbrobbrioso che la razza di Evra meriti una considerazione inferiore alla propria (chissà qual è, peraltro, la razza di Suàrez), così come è stato accertato dalla Football Association inglese, la cui sanzione pertanto voglio dare per scontato che sia giusta e proporzionata.

Se questo è vero – e come ho detto lo do per vero, come tutti dobbiamo darlo per vero, e quindi dobbiamo considerare condivisibile la delazione di Evra e la reazione della FA e della società civile in generale, salvo dover essere qualificati anche noi come razzisti consapevoli – non mi sento tuttavia di biasimare il comportamento silenzioso tenuto ieri da Luis Suàrez, il quale, in occasione dell’incontro di campionato tra Manchester Utd e Liverpool, e quindi in occasione del primo incontro pubblico con Evra dopo i fatti descritti, “non ha voluto stringere la mano allo stesso Evra durante il tradizionale scambio di saluti fra giocatori prima dell’inizio della sfida” (fonte il Corriere dello Sport). Ancora meno mi sento di condividere i commenti di chi – telecronista della partita in primis – ha voluto stigmatizzare questo (non)gesto di Suàrez ed etichettarlo, nuovamente, come razzista.

Mi spiego. Per me, la situazione è la seguente: in una data circostanza, un uomo manifesta una sua opinione ad un altro uomo, convinto della correttezza di tale affermazione secondo la propria scala di valori; per tale manifestazione del pensiero, tuttavia, il primo uomo viene punito, perchè essa ha offeso un valore che l’ordinamento ritiene di estremo valore tutelare, di un valore addirittura maggiore rispetto alla libertà di opinione, e che quindi viene protetto attraverso una sanzione in caso di violazione; peraltro, il procedimento che porta alla sanzione scatta a seguito di delazione da parte dell’uomo, portatore dell’interesse pubblico leso, a cui l’affermazione lesiva era stata rivolta, il quale, quindi, nell’ottica del primo uomo, non accetta di difendersi sul piano privato dello scambio di opinioni, ma preferisce rendere pubblico l’avvenuto, al fine di azionare una reazione amministrativa; il primo uomo accetta e sconta la sanzione integralmente, ristabilendo così l’ordine giuridico; espiata la sanzione, il primo uomo dimostra di essere stato rieducato dalla pena, poichè, alla prima occasione in cui avrebbe potuto reiterare la condotta offensiva, non la commette, evitando di manifestare la stessa opinione lesiva che, a suo tempo, aveva violato il bene giuridico protetto.

Non vedo quindi alcuno scandalo nel silenzio, gestuale e verbale, con cui Luis Suàrez ha accompagnato il proprio passaggio davanti a Patrice Evra. Tutto il resto, per quanto mi riguarda, è un fatto privato, interiore ed insindacabile, attinente unicamente alla coscienza di Luis Suàrez. Nessuno può pretendere che Suàrez provi simpatia per Evra. Nessuno può pretendere che compia un gesto di distensione nei suoi confronti, quale lo scambio di un saluto prima di un incontro di calcio. Nessuno può pretendere che muti il proprio quadro di valori. Nessuno può pretendere che riconosca espressamente, con una parola o con un gesto, di aver sbagliato (e in particolare non io, che per coerenza ho cantato sin dall’inizio di questo blog le lodi dei personaggi più politicamente scorretti del mondo del calcio). Per quanto mi riguarda, conta solo una cosa: ieri Suàrez non ha dato del “negro” ad Evra, e quindi non ha reiterato il proprio errore. 

Il suo silenzio dimostra semmai che l’uomo non è un ipocrita, ed è per questo che io sto con lui. Posso comportarmi in maniera civile con chi considero – a torto o a ragione, questo non conta – un traditore, ma non mi comporterò mai con lui in maniera ipocrita, a beneficio di telecamere. Perchè Suàrez avrebbe dovuto dare la mano a Evra, magari sorridendo? Per fare un piacere al polticamente corretto? Per regalare un happy ending? Per nascondere alla FA che il vero problema del razzismo nel calcio inglese non sono le frasi che si dicono in campo, ma la presenza di solo due allenatori di colore in tutto il calcio professionistico? Perchè, in altre parole, avrebbe dovuto mentire, quando l’unica cosa che l’ordinamento gli richiede è di non commettere nuovamente un illecito disciplinare? Perchè pretendiamo che Suàrez aderisca, si conformi, accetti e magari condivida anche dei valori morali, che possono essere i nostri valori morali, quando in realtà tutto quello che gli si può  legittimamente chiedere è di comportarsi secondo delle regole (non morali) che deve necessariamente condividere per fare parte di una associazione privata, oltre che di una più ampia società civile? A meno che passandogli davanti non abbia dato – dato, non pensato – di nuovo del “negro” ad Evra, e a quanto risulta non è successo, non riesco a individuare – a differenza dei media – alcuna esecrabilità nel silenzio di Suàrez. Io vedo solo un uomo che ha commesso un errore e che per tale errore ha pagato, che riconosce nel modo più naturale e meno ipocrita – il silenzio – la propria sconfitta, la propria espiazione, le proprie ferite. Nessuno può imporgli come leccarle.

Un antico padre dice che ci troviamo meglio in compagnia di un cane conosciuto che di un uomo il cui linguaggio ci è sconosciuto. “Ut externus alieno non sit hominis vice“, scriveva Plinio (“sicchè lo straniero non è uomo per l’uomo”). Montaigne commenta che, in questi casi, un linguaggio falso è molto meno cordiale, e quindi molto meno auspicabile, del silenzio. Io la penso come lui, e sto con il silenzio di Luis Suàrez.  

giovedì 9 febbraio 2012

Affinità e divergenze tra il compagno Ancelotti e l’acciuga Allegri del conseguimento della maggiore età

 
 
 

Quando a febbraio 2010 gli è assegnato il poco prestigioso trofeo Panchina d’Oro.. con i colleghi che preferiscono lui al Mourinho che vinto lo scudetto si sta apprestando alla tripletta.. si capisce che c’è qualcosa non va.. Se proprio per la stagione 2008-09 non si voleva premiare il dandy di Setubal, che almeno l’inutile premio fosse dato al Prandelli che porta la Fiorentina alla qualificazione in Champions o allo splendido Genoa di Gasperini che arriva quinto.. Invece no.. È premiato un tizio che dopo aver perso le prime cinque partite di fila arriva nono con in squadra Matri, Acquafresca, Lazzari, Cossu, Marchetti e via dicendo.. Si capisce che c’è qualcosa che non va.. Il tizio, che all’anagrafe fa Massimiliano Allegri ma che a Livorno tutti chiamano Acciughina, ha evidentemente appoggi importanti.. E infatti a fine anno.. nonostante nella stagione 2009-10 riesca a fare peggio della precedente e ad essere esonerato in un tiepido aprile dopo l’invidiabile record di nove partite senza vittoria.. sbarca a Milano alla corte di Galliani e del Signor B..

 

Acciughina.. alcuni fanno risalire il soprannome al fisico asciutto, mentre pare più verosimile che derivi dall’esoftalmo, quella caratteristica protrusione dei globi oculari verso l’esterno che lo rende simile ad un pesce..  mostra subito di avere la schiena dritta e, appena il nuovo padrone gli consiglia di rendere inoffensivo un ciuffo troppo sbarazzino e comunista, si reca dal parrucchiere ad estirpare quel che di bolscevico ha in sé essendo nato a Livorno.. Vinto uno scudetto con una media punti bassissima.. da Serie A a 16 squadre e 2 punti a vittoria.. Acciughina perde completamente la capoccia.. Prima.. Alle guardie che lo fermano perché a bordo della sua poderosa fuoriserie da arricchito (la sua innata tendenza coatta all’imitazione lo porta subito a replicare le gesta dei suoi nuovi amici Corona Fabrizio e Vitagliano Costantino..) infrange ogni possibile limite di velocità e ogni minima regola della civile convivenza, grida “lei non sa chi sono io” e “terrone ti faccio licenziare”.. Poi.. si fidanza con una nota milf del prime time televisivo nell’era Fininvest, e il giorno dopo.. giusto per imparare a smentire.. dichiara il suo amore per una meno nota pornografa dell’era delle pennette alla vodka..

 

 

Infine.. nell’anno in cui si dimostra per quello che è.. un piccoloborghese che prende bastonate dall’aristocrazia (Juve, Inter, Barcellona) dalla nobiltà (Lazio, Napoli) e che si accanisce sulla nuda vita proletaria (4 gol a Catania, Chievo e Parma e ben 3 al Novara.. uao!) trasformando una delle squadre più belle del mondo da quando lo conosco in una meschina e utilitaristica arraffatrice di marxiana roba.. una congrega di estorsori forte con i deboli e debole con i forti come neanche Equitalia (copyleft Gegen..) In quell’anno dicevamo.. a uno dei tanti finti pentiti che infestano le aule giudiziarie raccontando il già noto e mandando in sollucchero la stampa inquisitoria e che prova a tirarlo in mezzo.. così risponde: “Mi attaccano solo per invidia perché sono l’allenatore del Milan”.. L’osmosi è completa.. il contratto è rinnovato.. Acciughina ascende a corte e si trasfigura nel ruolo di fedele servo del decadente imperatore Pompetta.. replicandone in tutto e per tutto parole e comportamenti nel suo personale Gosford Park..

 

 

 

Ma qui di Acciughina non si vuole raccontare la psicopatologia da fulminato sulla via di Arcore, né le sordide gesta di vita quotidiana.. piuttosto, una volta che si è stabilita la corrispondenza tra la sua persona e ciò che rappresenta, analizzarne tattica e strategia in antitesi a colui che lo precedette (saltando la penosa parentesi dell’ispettore Derrick  dello stato di Rio.. colui che nella società dell’immagine suprema buono fu solo a grattarsi il mento a favor di telecamera con l’aria ebete di chi non capisce che cazzo ci faccia lì.. e che il piccolo Gianni qualificò con l’unico epiteto possibile..) ovvero l’immenso Carletto Ancelotti da Reggiolo.. uno dei più grandi tecnici e strateghi della (troppo) breve storia del calcio.. Un’altra breve digressione è però necessaria.. Dati cause e pretesti che a tutti sono noti.. sossoldi.. l’AC Milan da diversi anni persegue la politica di acquistare vecchie glorie sul viale del tramonto da abbinare a sconosciute casalinghe di Voghera.. Succede così che diventi impossibile per il tecnico teorizzare un’utopia.. mettere in pratica un’idea.. costruire un’identità.. ma sia bensì necessario assemblare diverse e spesso inconciliabili ed antitetiche individualità in qualcosa che somigli il più possibile ad un insieme di differenze che viaggi nella medesima direzione..

 

 

Degno erede dell’ecologia kropotkiana.. Carlo Ancelotti è riuscito a coniugare la libertà individuale del campione (Rui Costa, Pirlo, Shevchenko, Rivaldo, Cafù) con la necessità comunista imposta da madre natura.. Attraverso lo sviluppo del mutuo soccorso e la prassi della solidarietà, in quel fantastico Milan ognuno riusciva ad esprimere il meglio della propria individualità in funzione del benessere collettivo.. I campioni si divertivano ed entusiasmavano il pubblico, il collettivo funzionava all’unisono ricalcando le meccaniche divine  e l’arcaica volta celeste ritornava ad essere armonia interna all’essere umano e non idea altra, esterna e soggiogatrice..  Così, plagiando Malatesta, parlò Ancelotti in una celeberrima conferenza stampa: “Sono convinto, fino a prova in contrario, che più gli uomini sono affratellati e più intima è la cooperazione dei loro sforzi a favore di tutti gli associati, più grande è il benessere e la libertà di cui ciascuno può godere. L’uomo, se anche è liberato dall’oppressione dell’uomo, resta sempre esposto alle forze ostili della natura, ch’egli non può vincere da solo, ma può col concorso degli altri uomini dominare e trasformare in mezzi del proprio benessere”.

 

 

Con i medesimi mezzi di produzione a disposizione.. ovvero con un’accozzaglia di individui antitetici e inconciliabili.. e con un’esperienza personale da cafone arricchito.. tra milf, pornostar, esegesi del “la mafia l’ha inventata l’antimafia” e “lei non sa chi sono io”.. Acciughina ha invece scelto l’anarco-individualismo di destra, che presto dimentica il fondamento morale della libertà e scade nel laissez-faire più idiota.. dove la prassi è scissa e l’altro da sé.. sotto forma di teorica mano invisibile o pratico uomo della provvidenza che tutto vedono, provvedono e risolvono.. torna prepotentemente ad imporsi sulla collettività e sul singolo, rendendoli schiavi e non più liberi.. oggetti e non più soggetti.. Più simile a servi di un uomo come un Carlo Rossella o un Capezzone (ma è un cognome a cui deve seguire un nome o un epiteto?) che a padroni di un’idea come uno Stirner o un Evola.. Acciughina vive la sua vita vuota abbagliato dal luccichio dell’oro e si affida al singolo.. Ibra, Robinho, Cassano, Boateng.. non messi in grado di rendere al meglio per la collettività ma lasciati liberi di cercare la soluzione personale estemporanea.. I risultati arrivano contro chi non può opporsi (vedi i vari Chievo, Parma, Catania e Novara) ma appena l’uomo della provvidenza è al cesso, o è malato, o è morto.. in campionato come in Coppa (là dove il collettivo di Ancelotti  si esaltava) il Milan crolla..

 

 

Se l’anima del calcio è il Milan e la sede dell’anima è lo stomaco.. l’unico modo per assicurarle una degna digestione è seguire alla lettera la vecchia ricetta in voga sulle barricate parigine, la città in cui Ancelotti sta cucinando l’ennesimo delizioso capolavoro.. che alle acciughe si tagli la testa..

sabato 4 febbraio 2012

Un bizzarro edoardiano: YR ERCWLFF SYNFAWR HWN

Curioso come la dimensione autentica di una persona talvolta possa essere descritta solo raccontando cose non provate. Ci sono infatti personaggi per i quali, riassumendone le gesta, si è tenuti a riportare gli aneddoti meno attendibili e le voci che appaiono più fantasiose, giacchè solo queste possono dipingere il personaggio in tutta la sua autentica bizzarria: viceversa, uno scrupoloso lavoro di ricerca storica porterebbe a setacciare fra maglie troppo fini il mito, riducendolo a uomo comune. E ciò non corrisponderebbe a verità, la tradirebbe irrimediabilmente.

Credo proprio che Leigh Richmond Roose rientri in questa categoria. Se nasci nel 1877 a Holt, Galles settentrionale, e non fai il minatore puoi considerarti un privilegiato: se sei figlio di un ministro presbiteriano puoi considerarti rispettabile. Se a scuola, durante una agitata partita di football prendi con tuo fratello a calci il maestro così violentemente da danneggiargli permanentemente il fegato, sei un pò matto: se questo povero giovane maestro si rivela essere H.G. Wells, il futuro autore de “La Guerra Dei Mondi”, significa che sei destinato a una affascinante vita fatta di polvere, pedate e continui intrecci con l’arte e la storia. Roose, un incrocio calcistico fra un dandy, Primo Carnera e Syd Barrett, è noto per essere rimasto fedele al suo status dilettantistico in un epoca di crescita del professionismo, ed è considerato da molti il più grande portiere di inizio Novecento. Interessante all’occhio moderno anche perchè è forse il primo giocatore ad aver raggiunto un importante eco mediatica, anche grazie alle sue doti istrioniche.

Comincia la sua carriera tra i pali nel 1895, ad Aberystwyth, graziosa cittadina costiera del Galles centrale, terra che calcisticamente regala sempre grandi gioie e del cui campionato ci dovremmo occupare prima o poi. Con la maglia dei neroverdi gioca sei anni e viene elevato subito a figura leggendaria. E’ affascinante leggere le cronache e le testimonianze dell’epoca: lodano il portiere con uno stile ampolloso e poetico, reminescente della letteratura preraffaellita. Curioso ricordare come di lui si occupassero anche filosofi e storici, che nel contesto del cosiddetto Rinascimento Celtico vedono pure nello sport un modo per dare lustro alle tradizioni gaeliche. Addirittura lo storico Thomas Richards, di solito chino su ponderosi trattati sul Puritanesimo Seicentesco, affibbia a Roose il pratico nomignolo “Yr Ercwlff Synfawr Hwn”, che significa, come tutti voi avrete compreso, “Il Poderoso Ercole”.

All’alba del Ventesimo Secolo il nostro eroe passa allo Stoke City, noto covo di preraffaelliti in incognito, dove rimarrà per sei stagioni fornendo forse le sue migliori prestazioni, con una parentesi al’Everton di mezzo. Una volta lasciato lo Stoke giocò tre anni nel Sunderland, arrivando secondo in campionato per due volte e salvando il club nella terza stagione. Come usuale in questa era pionieristica, fece anche alcune apparizioni “sfuse” in giro per il Regno: Celtic Glasgow, Port Vale, Arsenal, Aston Villa. Fin qui i dati relativi alla carriera. Il contributo di Roose al suo ruolo è enorme: era ritenuto il portiere più coraggioso e scaltro della propria era, nonchè un pararigori e l’originale inventore del concetto di “portiere volante”. In molte partite usciva infatti boriosamente dalla porta fra gli applausi per lanciare i compagni: le regole di allora permettevano al portiere di toccare la palla con le mani nella sua intera metà campo e Roose sfruttava questo regolamento uscendo fino al centrocampo per servire i suoi attaccanti con lanci lunghi. La regola che confinò l’uso delle mani nell’area di rigore venne cambiata proprio in seguito alla tattica di Roose. Scrive lo stesso portiere: “se necessario, uno dovrebbe uscire dalla propria porta immediatamente, indipendentemente dalle conseguenze personali, entrando con la testa in mischie nelle quali un uomo esiterebbe a mettere un piede, e sopportando le successive ferite come uno Spartano”. Una volta fece addirittura cinquanta metri per tirare una spallata ad un avversario in possesso palla sulla linea laterale: il poveretto perse i sensi. In base alle regole di allora, non venne fischiata punizione. In una partita contro i Druids fermò un violento tiro bloccando il pallone fra le ginocchia, e venne allora battezzato con un altro di quei leggiadri appellativi che mi piacciono tanto, “Gwr O Athrylith”, ovvero “Uomo Geniale”.

Da vero sportsman edoardiano, affiancava alla carriera la scrittura di manuali sul gioco, contribuendo alla diffusione della tecnica di base e descrivendo con sagge parole la differenza caratteriale fra un portiere e gli altri giocatori. (“un portiere non dovrebbe attenersi alle usuali linee stereotipate, ha invece la libertà di coltivare l’originalità”). Il suo appeal per la stampa dell’epoca era enorme: l’Athletic Times descriveva con toni gotici e sepolcrali il senso di fatalità incombente di un calcio di rigore assegnato contro lo Stoke, per poi concludere che il pericolo era stato sventato da quel portiere con le mani nude (“in the blink of an eyelid, revolution: a thump and the ball landed in the heather”). Fu talmente moderno da comprendere, anche se ancora con atteggiamenti un pò da cartolina, l’importanza del fascino esercitato sulla folla: spesso quando l’azione si svolgeva nella metà campo opposta si aggrappava alla traversa eseguendo esercizi ginnici bulleggiandosi fra le ovazioni, e talvolta si sedeva letteralmente su di essa. La stampa ovviamente ci sguazzava. Nel 1909, quando il Galles affrontò a Belfast l’Irlanda, Roose si presentò con un tutore alla mano dicendo di essere infortunato, nonostante alcuni compagni si fossero accorti che in realtà il loro portiere stava benissimo. Dato che a Belfast si era diffusa la notizia del’infortunio del portiere, il giorno della partita lo stadio era stracolmo di irlandesi che pregustavano una vittoria: peccato che il Galles vinse 3-2 con una grande prestazione di Roose che disse poi di aver simulato tutto per richiamare più pubblico all’incontro.

All’occorrenza una colossale faccia di bronzo, Roose una volta perse un treno che avrebbe dovuto portarlo a Birmingham per una partita: dovette quindi noleggiare un treno apposito, il cui costo esorbitante fece poi recapitare al suo club, con l’annotazione a margine “Dovuto usare due volte il bagno, +2 pence”. Una volta durante una partita con il Celtic in Coppa di Scozia inseguì per tutto il campo un giocatore del Clyde che aveva appena violato la sua porta e che, dati i precedenti, se l’era data a gambe vedendo il colosso sulle sue tracce. Quando finalmente Roose lo raggiunse, gli strinse la mano e gli fece i complimenti, fra lo stupore generale. In una sua breve parentesi al Port Vale gli capitò di giocare contro il suo ex club, lo Stoke, parando tutti i tentativi avversari con una facilità e un atteggiamento talmente irridente da suscitare l’ira di settemila tifosi di casa, furibondi anche per il fatto che Roose aveva deciso di scendere in campo per gli avversari con la sua vecchia maglia dello Stoke City. Ad un certo punto i tifosi inferociti strariparono in campo e tentarono di sollevare di peso il portiere gettandolo nel fiume Trent che scorreva ai margini del campo, ma fu salvato dall’intervento del conestabile della contea. Nei tafferugli il Reverendo di Stoke, intervenuto per richiamare tutti all’obbedienza alle Sacre Scritture, venne tramortito da un giocatore di casa che non l’aveva riconosciuto. Una volta raccattati i feriti e placato il parapiglia, Roose dichiarò candidamente di non essere al corrente che ci fosse un trofeo in palio, scusandosi per il troppo impegno profuso contro il suo vecchio club. Sono questi straordinari episodi alla “Tre Uomini In Barca” che mi fanno optare per questo periodo semmai verrà inventata una macchina del tempo calcistica.

Man mano che le sue apparizioni si diradavano, il nostro cominciava a godere sempre più della sua fama nella Londra della Belle Epoque: ebbe relazioni con molte donne dello spettacolo, tra l’altro bombandosi allegramente Marie Lloyd, celebrità dei music hall nota per aver introdotto nei suoi spettacoli doppi sensi e temi considerati ”turpitudini morali”. E poi chissà, forse avrà sentito il richiamo della patria, forse Marie non gli avrà perdonato qualche uscita un pò avventata o qualche spallata, o forse era più un gallese cocciuto e orgoglioso, un uomo da battaglia. Comunque, si arruolò come volontario e partì per il Fronte Occidentale, e qui ognuno può valutare personalmente se sia stato un eroe o un bischero. Sulle Somme le sue enormi braccia e le doti da portiere diedero un ultimo guizzo: divenne un prodigioso lanciatore di granate. Cadde a trentotto anni e riposa a Thiepval. Medaglia al valore. Morì il 7 Ottobre 1916: durante un attacco tedesco si lanciò in una corsa disperata con il fucile in mano attraverso la Terra di Nessuno. Perchè quando gli avversari attaccavano, lui usciva fuori dall’area.

mercoledì 1 febbraio 2012

Literaria: “Con lo Spirito Chollima” di Marco Bagozzi – Quando il calcio della Repubblica Popolare Democratica di Corea è di tutti e per tutti..

Today I want to address a few remarks to you on the shortcomings in our Party’s ideological work and on how to eliminate them in the future.

Kim Il-sung “On eliminating dogmatism and
formalism and establishing Juche 
in ideological work” 28 dicembre 1955

(da: Kim Il-sung: Selected Works, Vol. I, pp. 582-606)

Era la mattina di lunedì 19 dicembre 2012, per noi decadenti consumatori del calendario gregoriano, quando ho appreso la notizia che il caro leader Kim Jong-il aveva deciso che il suo compito terreno era terminato e che si sarebbe dedicato a riorganizzare in maniera socialista il paradiso.. metabolizzato il fatto che ci avesse messo due giorni ad ascendere (risulta infatti che abbia cominciato a decedere sabato 17 dicembre, data ufficiale della morte, e abbia completato l’iter il 19 dicembre) rincuorato dal fatto che comunque ci avesse impiegato un giorno di meno del Nazareno.. mi apprestavo a decidere come commemorare al meglio quella giornata di lutto per l’umanità intera.. quando anche i laghi si ghiacciarono e le gazze lacrimarono.. che la vita decise di riservarmi due graziose sorprese..

Un amico da Londra mi manda un lungo articolo sul cinema nordcoreano (come tutti sanno il caro leader era un raffinatissimo critico cinematografico e, se non avesse dovuto fare il dittatore avrebbe scelto la carriera di regista ad Hollywood) ed Marco Bagozzi mi lascia nella casella della posta il suo libro sul calcio coreano.. Dopo un colloquio telefonico (in cui Lamberto Giorgi e Gianni Minà facevano da interprete.. probabilmente l’un con l’altro) con il simpatico Kim Jong-un.. che mi r-assicurava marxianamente che le coincidenze non esistono e che quindi tutto era preordinato dal sincronico procedere della storia intesa come successione dei conflitti di classe.. mi apprestai a leggere il testo del Bagozzi, collaboratore della rivista di studi geopolitici Eurasia e animatore del blog Calciocorea..

Con lo Spirito Chollima è un’affascinante cavalcata in 55 anni di calcio nordcoreano.. che seguendo l’insegnamento leninista dimostra come la sovrastruttura calcistica di un popolo sia al tempo stesso prodotto della sua struttura economica e capace altresì di influenzarla.. e ci regala la speranza che, una volta cambiata la struttura economica della nostra società, come è accaduto nella Repubblica Popolare e Democratica di Corea, anche un altro calcio diventi possibile.. Un calcio rivoluzionario intriso dello spirito di Chollima.. “il leggendario cavallo alato che poteva coprire un migliaio di ri (500 metri circa) in un sol balzo, superando altissime montagne e vaste distese, attraverso nebbia e nuvole..” eletto a simbolo del giant leap messo in atto dal popolo coreano una volta ottenuta l’indipendenza e scelto di essere comunisti.. I prolegomeni e paralipomeni del testo   – corredato da una quantità incredibile di statistiche, rare foto d’archivio, riproduzioni di manifesti e francobolli.. – sono il Mondiale inglese del 1966 e quello Sudafricano del 2011.. dove Lacrime di Borghetti si schierò compatto a sostenere la squadra della luminosa Chosŏn Minjujuŭi Inmin Konghwaguk..

Dalle meraviglie di Middlesbrough, città rossa ed operaia che sostenne compatta le mirabolanti avventure di Pak Doo-ik e compagni.. Alle vergognose menzogne (tutte rigorosamente e storiograficamente confutate) con cui la stampa occidentale.. decadente e borghese.. colorò la sfortunata epopea di Jong Tae-se e compagni nel paese che fu (?) dell’Apartheid.. Nel mezzo una quantità incredibile di nomi e di sigle che riportano ai meravigliosi tempi che furono della Guerra Fredda.. come le Spartachiadi, delle vere e proprie Olimpiadi Socialiste dove partecipavano le varie squadre degli eserciti.. o il prestigioso Ganefo  (Games of New Emerging Forces).. Oltre a chicche assolute come il ‘programma partita’ del quarto o quinto match ufficiale giocato dalla RPDC.. un’amichevole persa 6-2 a Riga contro l’FK Daugava l’11 agosto 1957..

Nel libro troviamo inoltre la traduzione dello splendido Aekukka (Inno d’amore per la Patria) che fece piangere di gioia e commozione Jong Tae-se prima della partita col Brasile.. Veniamo anche a sapere che il 29 maggio 1984 l’amichevole della Dynamo Barnul contro la nazionale nordcorena fa registrare il record di presenze nello stadio siberiano.. 22.500 spettatori, record tutt’ora insuperato.. O che la finale del prestigioso trofeo delle squadre del settore ferroviario.. la Coppa Usic.. nel 1958 fu decisa in favore della squadra che ottenne più calci d’angolo (fatto unico nella storia del calcio mondiale)  permettendo alla Jugoslavia di trionfare.. E apprendiamo inoltre della squalifica imposta alla luminosa Chosŏn Minjujuŭi Inmin Konghwaguk per aver rifiutato di giocare contro Israele in solidarietà con il popolo palestinese.. delle storiche Partita della Riunificazione (la prima del 1990) contro i fratelli-traditori-del-socialismo della Corea del Sud.. dell’amichevole a Washington nel 1991 contro gli imperialisti Statunitensi.. e della vittoria a Catania nei Mondiali Militari del 2003 dopo aver battuto gli azzurri in semifinale..

Nel prezioso testo è anche elencata minuziosamente la giornata di allenamento dei norcdoreani in vista dei Mondiali 1966.. Spiccano la ‘lezione di scienze politiche ed economiche’ dalle 10 alla 11.. i canti patriotici che suonano sul grammofono all’ora di pranzo, dove si degustano carne arrosto ed insalata.. la ‘frugale cena’ delle 18,30.. e la partitella in notturna (ore 22) per novanta minuti di seguito, senza ruoli fissi e con la palla che non può rimanere in possesso dello stesso giocatore per più di 10 secondi.. Dimostrazione quest’ultima di una concezione del calcio proto zemaniana.. dove il calcio è “fattore di educazione e formazione” come spiega l’autore.. tanto che diversi giornalisti (riproduzione di articoli di Frosi, Foglianese, Ansaldo..) trovano nella RPDC del 1966 la base su cui Rinus Michels costruirà l’Ajax del calcio totale.. Un calcio dove tutti corrono per tutti, sempre in movimento, sempre pronti al raddoppio in aiuto al compagno, sempre insieme in difesa ed in attacco, tesi all’utopia socialista.. Un calcio di tutti e per tutti, specchio di un meraviglioso paese dove, da 55 anni, ognuno dà secondo le proprie capacità e ognuno riceve secondo i propri bisogni..