mercoledì 28 dicembre 2011

Punto B

[Agli ordini del Maestro]
 
Quest’anno è facile occuparsi di B: dovunque va Zemàn i giornalisti lo seguono augurandosi altri “j’accuse” al calcio di oggi. Dovendosi occupare, teoricamente, di calcio tocca loro seguire il Pescara e conoscere, a grandi linee, le avversarie. Sembra scontato da dire ma stavolta la cadetteria sta recuperando interesse e un pizzico di qualità dopo anni di crollo verticale. Il merito non è solo del boemo, sia chiaro, ma di una Serie C che negli anni ha ridotto il gap tecnico ed economico. Un campionato dove l’equilibrio può essere rotto da due fattori: la panchina e la psicologia. Un po’ tutte le formazioni sono coinvolte in tal senso. Sotto il primo aspetto emblematico è il caso del Torino. Urbano Cairo è riuscito nell’unica cosa che gli mancava nella sua presidenza: azzeccare l’allenatore. Il primo posto porta la firma di Ventura, che torna in B dopo il suo meraviglioso Pisa, e dietro di lui una squadra che conta meno sui nomi altisonanti ma sull’entusiasmo della gioventù. Il fattore psicologico ha ben due paradigmi: in positivo la Juve Stabia, in negativo il Brescia. Le vespe potevano pagare l’inesperienza (quasi nessuno conosceva la categoria) e i 4 punti di penalità. Non è andata così: Pierino Braglia ha compattato l’ambiente agli ordini del suo calcio sanguigno. I risultati sono evidenti: i play-off distano due punti. Come l’anno scorso Braglia predica la salvezza ma sappiamo come finì lo scorso Giugno. A Brescia è accaduto di tutto e non è finita: Beppe Scienza, ad inizio stagione paragonato a Guardiola, è stato esonerato quando ormai non era possibile fare altro. Il buco nero mentale in cui si era infilata la squadra poteva essere risolto solo così, nonostante Zambelli e compagni seguissero alla lettera i dettami dell’allenatore. Resta la grave crisi societaria ed un pubblico che invoca il ritorno dei miti di ieri: Hagi, Hübner e Baggio.

Torniamo un momento all’incipit, al Maestro. Il suo Pescara, nello spettacolo della B, non è l’unico nome di grido. Ci sono due prim’attori: l’altro è la Sampdoria. Si sono appena affrontati e la differenza è evidente, più dei 10 punti in graduatoria. Gli abruzzesi, nonostante il calo di condizione, sono lassù. Con il solito 4-3-3, vecchio di 20 anni e avanti di 20 anni. La Sampdoria non esiste: manca di gioco, di mentalità, di testa. Non è bastato un girone intero (all’epifania la B celebrerà il giro di boa) per calarsi nella categoria. In un mondo dove tutti faticano a sopravvivere devi avere più fame degli altri per salvarti. Da chi dovrebbe imparare? Dall’Hellas. Mandorlini non predica un bel gioco e l’organico non è neanche così forte ma intanto è secondo: con merito, con il carattere. Lì vicino, tra Verona e Pescara (il match di ritorno, tra poche settimane, sarà tutto da vedere) c’è il Sassuolo che quest’anno sta uscendo bene dalla mezza rivoluzione: ha ripulito una rosa, apparentemente senza più stimoli, e le ha donato linfa nuova con gente come Sansone e Boakye. Sistemati i giocatori in panchina c’è Fulvio Pea, il figlio perfetto di Mou, e non parliamo del José versione “blancos” ma quello sparagnino e ultra-difensivo (solo 14 gol subiti): ben 6 delle 10 vittorie dei nero-verdi sono state raggiunte con un misero 1-0.

Lasciando da parte Padova e Reggina, che occupano gli ultimi due posti play-off, scendiamo verso il centro classifica (fascia da 28 a 24 punti) dove stazionano anche Varese e Bari. I biancorossi lumbard in estate avevano rinunciato, in un colpo solo, a Sannino e alla prima scelta per la successione, il neo-esonerato Mangia, puntando su Benny Carbone. L’anno scorso non aveva sfigurato a Pavia ma è stato un salto troppo alto (lo stesso che ha pagato Pecchia a Gubbio). Qualcosa di buono c’era ma il gioco non valeva la candela. Inevitabile l’esonero: al suo posto è arrivato Maran, un ottimo allenatore. E’ già da molti anni che bazzica la categoria e, dovunque è andato, ha sempre fatto bene. Ha la qualità, ha la gavetta. Potrebbe essere il trampolino di lancio per la Serie A? Me lo auguro, visto che anche qualcuno dei suoi giocatori lo meriterebbe (su tutti Neto Pereira). A Bari trema un po’ tutto: la società, ad un passo dal fallimento (di questi giorni è il fallimento dell’ennesima trattativa per la cessione da parte dei Matarrese), Torrente, che non ha mai convinto la piazza, e i giocatori, tanti i nomi illustri ma ben poca è la personalità. Una mediocrità a tutti i livelli che non può durare. Si salvano i giovani Crescenzi e Stoian (scuola Roma), Bellomo e Lamanna (che hanno seguito Torrente da Gubbio), l’eterna promessa Forestieri e Donati, l’unico della rosa che ha saputo accettare la B. La zona retrocessione sarà tutta da vivere: potenzialmente tutte possono, per un motivo o per un altro, uscire fuori dalle sabbie mobili ed altre squadre appena sopra potrebbero annaspare sul fondo. Un magma dove l’Ascoli è rientrato di gran carriera. I marchigiani partivano con un’impresa impossibile: salvarsi nonostante i 10 punti di penalità. Fabrizio Castori è uno tenace, un guerriero, e voleva tentare la seconda impresa. Stava andando bene ma sul più bello c’è stato il calo. L’arrivo di Silva, un ritorno il suo, serviva a dare una seconda scossa che è puntualmente arrivata, aiutati anche dalla riduzione dell’handicap da 10 a 7 punti. La zona salvezza dista solo 6 punti: il secondo campionato dei bianconeri può ufficialmente iniziare. Nelle zone basse bazzicano anche Livorno e Nocerina. Il Natale non sorride a Novellino, visto che perde il posto, ma Spinelli lo avrebbe potuto cacciare molto prima visto che l’ex-tecnico di Venezia e Sampdoria non aveva mai convinto. La squadra amaranto vive molti problemi, a cominciare dalla questione Paulinho. Sul capocannoniere della Lega Pro dello scorso anno, a Sorrento, si puntava moltissimo ma finora ha deluso parecchio. I 24 gol dello scorso anno sono lontani e l’attacco resta sterile (19 gol fatti, peggio solo il Gubbio). La Nocerina invece ha il problema opposto: segna tantissimo ma la difesa è un colabrodo, con 36 gol subiti. Auteri non è mai stato in discussione ma deve invertire la tendenza, soprattutto in casa (6 sconfitte in 10 gare al “San Francesco”). Il gioco c’è, l’ambiente è compatto, con qualche innesto la salvezza è alla portata. Senza sarà molto dura, per il resto occhio a Farias perché farà strada.

Parlare di tutti è impossibile (ad esempio non ho citato Foscarini. In un calcio dove gli esoneri sono più numerosi dei disoccupati in Spagna è commuovente sapere che allena, con buoni risultati, il Cittadella dal 2005) ma il tempo e lo spazio sono tiranni. Fortunatamente c’è sempre l’anno prossimo.

 

[Sto vendicando Ezio Glerean]

sabato 24 dicembre 2011

Breve elogio di Rodrigo Taddei e della Roma vista a Bologna

la festa dopo il gol di Taddei
Negli anni settanta e ottanta newyorchesi, gli anni della dolce vita per la grande mela, gli anni d’oro dei locali semi-clandestini in cui gli omosessuali di tutto il mondo potevano dedicarsi alle pratiche più avventurose, gli anni in cui chi aveva contratto l’aids ancora minimizzava parlando di “una brutta malattia tropicale”, gli anni in cui gli scrittori viveur alla McInenerney e Easton Ellis impararono a vivere, gli anni insomma in cui – forse per l’ultima volta nella storia – la notte, almeno per qualche istante, poteva ancora confondersi con la vita, a Manhattan c’era – tra le tante – una torbida ma allo stesso tempo patinata discoteca gay  a due piani che si caratterizzava per un ingegnoso dettaglio architettonico. Mentre al primo piano c’era il dancefloor in cui si ballava, peraltro dimenticandosi presto della camicia caduta a terra, al piano superiore si andava direttamente per scopare, o comunque – diciamo così – per sfogare la propria eccitazione in modo meno formale rispetto al dimenarsi dei corpi di cui al piano inferiore. Questo primo piano aveva però una particolarità: il pavimento era trasparente, e quindi durante le contorsioni amorose ci si eccitava ancora di più guardando i giovanotti del piano di sotto intenti a danzare a muscoli scoperti. La libidine era accentuata dal pensiero che questo vetro era trasparente solo in un senso e pertanto, al contrario, dal piano di sotto non si poteva vedere nulla di quanto accadeva pochi gradini più in su.

Ammetto di non aver mai vissuto l’epopea di questo locale, nè similari avventure arbasiniane (sebbene il racconto provenga non dallo scrittore di Voghera, ma da un accecante ritratto che al grande poeta catalano Jaime Gil de Biedma ha dedicato l’intellettuale Luis Antonio de Villena), ma posso dire di comprenderne il grado di parossistica eccitazione, accentuata dal misto di piacere e voyeurismo che la compone, dopo aver visto la partita che la squadra per cui faccio il tifo, la Roma, ha vinto con il punteggio di 2 a 0 in casa del Bologna appena qualche giorno fa. Una partita senza precedenti, per quanto mi riguarda, e che auguro a tutti di vivere, prima o poi.

Certo che ricordo alcune memorabili dimostrazioni di forza della Roma capelliana, così come, prima, alcune divertenti scorpacciate di gol della Roma zemaniana, e, dopo, alcune epiche prestazioni della Roma spallettiana. Certo che ricordo i derby vinti e quelli stravinti. Certo che ricordo gli exploit della Roma mazzoniana. Ma una partita come quella dell’altra sera proprio non me la ricordavo, e mi dispiace per tutti quelli delle altre squadre che, ballando al piano di sotto, se la sono persa.

Non scomoderò il paragone col Barcellona di Guardiola, seppure, per una sera, la Roma sembrava davvero il Barcellona di Guardiola. I giocatori uscivano in fraseggio da situazioni impossibili sulla linea laterale. I terzini si esaltavano con doppi passi in area di rigore avversaria. A centrocampo si disegnavano triangoli post-euclidei. Il pressing veniva realizzato con il famigerato “sciame d’api”. Gli avversari – i poveri avversari – erano completamente smarriti, attoniti, svuotati di tutta la pugnacità con cui erano scesi in campo. In piccolo, è stata la nostra manita, non tanto al Bologna, ma al calcio italiano.

Mi dispiace per chi si è perso questa partita e per chi – vuoi per pigrizia, vuoi per spocchia – non se la vedrà mai. Penso una cosa: nessun tifoso di una squadra italiana potrà mai assistere a uno spettacolo del genere. Anzi, molti tifosi dovrebbero ora vergognarsi di tifare per squadre che giocano come giocano. Dovrebbero scioperare. Altro che andare in pensione a 60 anni: il vero diritto è quello di veder giocare la propria squadra come ha giocato la Roma a Bologna. Fuori dal tempo, dallo spazio e dalla nostra tradizione calcistica.

Il simbolo di questa Roma è per me Rodrigo Taddei. Come noto, almeno per chi mi conosce o legge questo blog, anche io, come Tato, detesto Pelè, e, fuor di metonimia, detesto tutti i calciatori brasiliani. Ovviamente, come tutti i pregiudizi, come avviene con le regole, ci sono delle eccezioni. E dunque ci sono dei brasiliani che ho amato. Di fatto, sono tre. In ordine cronologico: Aldair, Paulo Sergio e Taddei. E anche Fabio Simplicio – ma non mi soffermerò oggi su questo – mi sta simpatico. Dicevo di Taddei: la sua partita contro la Juventus è stata, come ho scritto in medias res al Fornaretto, semplicemente “da pippa”. Meglio ancora contro il Bologna: ha segnato un gol bellissimo, di difficoltà estrema, con la naturalezza di chi il talento ha abituato a rendere facili anche le cose più ostiche. Amo Taddei, e con queste poche righe natalizie lo voglio elogiare, perchè come Cerezo “è un grande professionista”; perchè è dotato di una tecnica sopraffina che però – a differenza dei suoi connazionali ombelicali – viene sempre e solo messa a disposizione della squadra; perchè pur avendo il secondo miglior piede della rosa si è sempre sacrificato a correre per gli altri; perchè dopo tre anni eccellenti ha perso un polmone ma non si è perso d’animo e quest’anno è tornato ai suoi livelli; perchè come i veri geni si è inventato un numero da circo (il famoso “Aurelio”, che peraltro io non ho neanche visto in diretta) ma non l’ha trasformato in un marchio di fabbrica con cui lucrare una carriera (alla Denilson, alla Quaresma, alla Cristiano Ronaldo, etc.), anzi l’ha dilapidato, probabilmente se ne è anche dimenticato; perchè sono convinto che è un grandissimo tifoso della Roma; perchè non ha mai fatto una polemica; perchè esulta in maniera poetica, con la mano sotto la maglietta a mimare il cuore che batte, come il nostro in tribuna; e, soprattutto, perchè quando è in campo so per certo che mi regalerà almeno l’emozione di un guizzo.

Non so perchè né quando con Nesat ci siamo inventati questa cosa del guizzo, ma credo che renda bene l’idea. Magari non lo vedi per tutta la partita, magari per un’ora si limita a correre e all’ordinaria amministrazione, ma poi a un certo punto succede qualcosa, una finta, un colpo di testa, un triangolo in velocità, un tiro, insomma un’azione che finisce sul tabellino del giornalista che dovrà rendere conto del match ai lettori che non l’hanno visto. Di solito questo guizzo avviene all’improvviso, quando meno te l’aspetti. Il guizzo di Taddei è una sicurezza, è la cosa più confortante di andare allo stadio Olimpico, per quanto mi riguarda.

Il non plus ultra del guizzo di Taddei è stato il gol di testa al Santiago Bernabeu, qualche stagione fa, con cui facemmo fuori dagli ottavi di Champions League niente meno che il Real Madrid. Io ero in un pub di Ginevra, nascosto nel ventre di questo posto addolorato a metà della rue de Lausanne. Intorno a me una marea di merde provenienti da tutto il mondo che ovviamente, senza alcuna vera ragione, tifavano Madrid. Non dimenticherò mai l’infarto che ho sfiorato quando il pallone di Taddei è entrato in rete; così come non dimenticherò mai le parolacce con cui ho ricoperto i miei vicini di posto, per fortuna a digiuno di italiano. Ma prima degli improperi, per un minuto intero ho solo urlato “il guizzo, il guizzo, il guizzo”. Un’emozione senza precendenti, fino al gol dell’altra sera a Bologna. Un nuovo guizzo da aggiungere alla collezione.

Oggi è Natale ed è quindi un momento per pensare alle cose importanti. Ecco perchè ho aspettato fino ad oggi per parlare della vittoria della Roma a Bologna e del suo simbolo, il grande Rodrigo Taddei. Ti auguro buon Natale, caro Rodrigo, certo che domattina sarai comunque in giardino ad allenarti e a provare nuove finte che però non ci mostrerai mai; così come auguro buon Natale a tutti voi, misteriosi scrittori e lettori di questo blog, una delle poche cose che, per dirlo forse nel modo meno inesatto, ci rende la vita meno amara.

martedì 20 dicembre 2011

Literaria: “Presidenti e contorno, da Dall’Ara a Guaraldi, il Civ Racconta”. Pallone, termomaglie e idrolitina.

La prima (e ultima) volta in cui ho visto Gianfranco Civolani dal vivo ero con il buon Greezo una sera d’inverno sui gradini del Liceo Artistico di via Marchetti, a Bologna. Quel Liceo era il luogo (meglio, forse, il non-luogo) di ritrovo domenicale perfetto per birre da asporto e attente analisi della giornata di Serie A. Fuori dalle rotte del divertimento e luogo di formazione e disperazione sentimentale, ci ha sempre regalato emozioni, tra queste anche lo scrittore Brizzi a passeggio con il cane e varie Mini nuovo modello cariche di giovani fanciulle dirette ai locali bene del centro. Quella sera, il Civ comparve come un lampo nella fitta nebbia. Cappotto pesante, i soliti occhiali, una sciarpa multicolor a un solo giro al collo e Panda bianca. Non sapevamo se il pandino fosse suo. Non capimmo perché una sciarpa così sgargiante di domenica sera con la nebbia. Ma ci piacque. Quell’immagine confortò l’idea del mito che già era radicata in noi, che mai, ancora oggi, ci facciamo mancare un suo “state benone” o un magistrale “domenica andiamo a Milano: 0 punti” su È TV.
* * *

Da qualche giorno è nelle librerie l’ultima chicca letteraria di Gianfranco Civolani. “Presidenti e contorno. Da Dall’Ara a Guaraldi, il Civ racconta“, per la collana VIAEMILIA del Gruppo Perdisa Editore. Pochi euro spesi bene. E vi spiego perché.
 
 
Partendo da Dall’Ara e arrivando a Guaraldi, il Civ svela – con piacevole minuzia di dettagli – retroscena, incontri, dialoghi che hanno come protagonisti i presidenti del Bologna FC. Gli anni degli scudetti e quelli dei buffi di Porcedda.
Il Bologna in Mitropa e il contorno di facce e società che accompagnava ogni partita. E allora scopriamo che il Commendator Paradiso Dall’Ara, imprenditore della termomaglia, non padroneggiava tanto bene la lingua italiana e forse neanche la geografia, amava inscenare particolari siparietti con i giocatori al momento del rinnovo del contratto nonostante i suoi talenti proprio non volesse venderli.
Senza grammatica e senza sintassi. E i suoi strafalcioni in ordine sparso erano diventati una delle tante gag inconsapevoli. E dunque “siamo in un veicolo cieco”, “di giocatori si sono parlati, ma io a lei non ci dico”, “nel calcio vi vogliono tre cose: la volontà, la disciplina e poi la disciplina volenterosa“, “sine qua non, siamo qua noi”. E via andare..
E scopriamo che Luigi Corioni, in precedenza presidente dell’Ospitaletto, era un presidente che le sparava grosse ma che alla fine andava bene così, perché portò Gigi Maifredi, una promozione in Serie A e una qualificazione alla Coppa Uefa, diventando per tutti Coriao Meravigliao. Bellissimi poi i ritratti di Giuseppe Gazzoni Frascara, il presidente dell’idrolitina, e di Alfredo Cazzola. Pulito, se vogliamo pure ingenuo, il primo, il prototipo del vincente il secondo, che già aveva portato in cima all’Europa la Virtus basket. Da un lato, con Gazzoni, i grandi campioni (Roberto Baggio e Giuseppe Signori su tutti), dall’altro, con Cazzola, la restituzione della Serie A (con una squadra che per la Serie Cadetta poteva essere considerata una corrazzata).

Fino a Menarini, che per il Bologna ha speso tanto (e forse troppo), a Porcedda, sul quale il Civ precisa solo che “qualcosa aveva nasato“, e all’attuale compagine azionaria, guidata dal buon geometra Guaraldi, uomo non di calcio ma di costruzioni che tifa Bologna. Per ogni presidente pagella e voto. Un affresco importante di storie e denari di provincia. Una squadra da sempre abituata a lottare e soffrire e il panorama finanziario e di potere attorno meschiino e mutevole.

La questione è una: Gianfranco Civolani è un’enciclopedia del Bologna FC. Dagli anni di Tuttosport alle attuali finestre sulle emittenti locali. Ogni suo scritto, ogni suo intervento o opinione – condivisibile o meno che sia – è più che preziosa e da mettere in un cassetto. O nella libreria del salotto, come nel caso di “Presidenti e contorno“.
Cinquant‘anni di presidenti vissuti da me con con un minimo di devozione e con un massimo di attenzione. Il migliore di lor signori? Ovviamente Dall’Ara. I peggiori? Gnudi e Porcedda, titanica lotta di supernani.
* * *
 

 
Gianfranco Civolani è nato a Bologna nel ’35. Giornalista e scrittore ha lavorato per i quotidiani sportivi Tuttosport e Corriere dello Sport-Stadio, per i quali ha raccontato sei edizioni della Coppa del Mondo di calcio e un paio di Olimpiadi. Anche opinionista a Il pallone nel sette (trasmissione ormai storica condotta dalla brava Sabrina Orlandi) su È TV. I suoi interventi in apertura il lunedì sono, per quanto mi riguarda, passaggi di formazione. 

lunedì 12 dicembre 2011

Esquina Blaugrana

Le note positive del weekend sono due: il 3 a 1 che ribadisce il Barcellona padrone del Bernabeu e le foto su mundodeportivo.com di Andrea Huisgen, Miss Spagna 2011 e bellezza semplice dai capelli lunghi castano-chiaro, con la maglia di Lionel Messi.
Mentre su Andrea c’è poco da aggiungere, sul Clasico c’è parecchio da dire.
Ad iniziare dal fatto che il Real Madrid ha deluso ogni aspettativa, rivelandosi ancora inferiore, quanto a qualità di gioco espresso, alla squadra catalana.
Di fatto, c’è stata partita solo per una trentina di minuti. Dalla rete – fortunata – di Benzema alla replica di Alexis Sanchez. La rete – anche questa fortunata – di Xavi ha semplicemente riportato la celebratissima squadra di Mourinho con i piedi per terra.
Il resto si può riassumere in tanto gioco Barca, in qualche buona ripartenza del Real Madrid e tanti falli al limte del consentito. La verità è facile da svelare: da un lato Andres Iniesta si è confermato un giocatore disumano e dall’altro Cristiano Ronaldo ha steccato, mangiandosi anche due gol clamorosi. Non credo che questo Clasico possa rivelarsi decisivo ai fini della Liga, ma sicuro è una bella scoppola. Uno schiaffo importante a chi si aspettava un Real superiore e un Mourinho finalmente padrone.
 
Al netto della vittoria, però, vorrei far presente qualche amnesia di troppo della difesa del Barca. Senza Mascherano si balla un pò, specie se Busquets è impegnato a fare altro. Quanto al Madrid, non riesco a capire perchè Mourinho si ositna a giocare con Xabi Alonso e un mastino nel mezzo del centrocampo. E’ una tattica che rende il giusto. E’ vero che è funzionale alle ripartenze, ma smorza ogni tipo di gioco. Perchè non Khedira?
 
Ora il Barcellona è primo assieme alle merengues. A pari punti ma con una partita in più (quella vinta nell’anticipo contro il Rayo: adesso la squadra di Guardiola è a Yokohama per il Mondiale per club. Avversario l’Al-Sadd di Mamadou Niang e Leandro).
Nelle altre di Liga, riprende a macinare punti la sorpresa Levante, che batte il Siviglia con un gol di Nano mentre si inceppa nuovamente l’Atletico, sconfitto per 4 a 2 a El Prat dall’Espanyol.
Continua a stupire il Betis (2 a 1 al Valencia di Emery) e a deludere il Villareal, che solo nel finale aggancia il pari casalingo contro la Real Sociedad.
Chiudo con una domanda: qualcuno sa dirmi se Falcao è forte? A Madrid è arrivato l’estate scorsa come il salvatore della patria, come il Superbomber. A me sembra abbia dei cali pazzeschi.

martedì 6 dicembre 2011

Contro la Filosofia: Tra Socrates e Aristoteles

 

Socrate ed Aristotele sono stati sicuramente due tra i più influenti esponenti della tradizione filosofica della modernità occidentale.. Il primo, un pedante cagacazzo che andava in giro a rompere i maroni ai suoi concittadini chiedendo loro sempre il perché di ogni cosa ed il perché del loro perché, è unanimemente considerato il padre della dialettica.. fondamento della filosofia scientifica e illuminista.. a domanda segue risposta, ad una causa corrisponde un effetto, dalla contrapposizione di tesi ed antitesi nasce la sintesi.. Il secondo, nelle sue critiche al pensiero del primo (divenuto categoria solo una volta fattosi scripta nell’esegesi platonica) rigetta l’idea dell’eterna dicotomia.. tra ideale e reale, materiale ed immateriale, giusto e sbagliato.. che regoli il mondo.. a favore di un panteismo materialista di ispirazione taoista che sarà riscoperto nella filosofia eretica di Bruno, Spinoza, Nietzsche e negli immanentisti del secolo breve.. Allo stesso modo, aggiungendo al nome dei due filosofi greci una semplice S, troviamo Socrates ed Aristoteles.. due calciatori brasiliani che sono stati sicuramente due tra i più influenti esponenti della tradizione calcistica moderna italiana.. anche se il loro nome non corrisponde necessariamente al ruolo filosofico loro imposto..

 

Il primo.. Socrates.. brasiliano di Belém chiamato “dottore” per aver conseguito una laurea in medicina, cresce con il mito di Simon Bolivar e Che Guevara, si posiziona all’estrema sinistra dell’indagine filosofica e festeggia ogni gol con il pugno chiuso… Domenica il suo Corinthians, prima di vincere lo scudetto brasiliano, lo ha salutato col braccio teso ed il pugno chiuso scagliato contro le ingiustizie.. così hanno fatto i giocatori, così i tifosi allo stadio Pacaembu di San Paolo.. Il brivido collettivo prodotto dalla comunione mistica di quei pugni chiusi si colloca necessariamente sull’onda emotiva del materialismo immanente aristotelico.. in antitesi ad ogni cogitazione socratica.. Il fatto che a dispetto del suo titolo di medico non abbia mai esercitato la professione, probabilmente in disaccordo con l’indirizzo preso dalla scienza nella modernità, lo allontana ancor di più dal campo socratico.. In Italia invece la Fiorentina lo ha ricordato con una più sobria fascia nera cinta intorno al braccio in segno di lutto.. Ma si sa, là hanno Lula (sebbene oggi si faccia chiamare Dilma Rousseff..) qui abbiamo Mario Monti..  a ognuno quel che merita.. A San Paolo, con la maglia del bianconera del Corinthians, Socrates si è inoltre reso protagonista di uno dei più belli esempi di utilizzo del calcio come bene comune.. Insieme ai compagni Wladimir e Casagrande, Socrates a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 organizzò una vera e propria autogestione dello spogliatoio.. la democracia corinthiana..

 

Erano i giocatori a decidere in maniera diretta.. stabilivano la formazione da mandare in campo, gli orari e l’intensità degli allenamenti, gli stipendi e i premi partita.. Ma anche qui il termine democrazia ha poco a che vedere con la socratica forma di governo paventata nella Repubblica di Platone.. E sebbene a prima vista non collimi nemmeno con le teorie sul governo espresse da Aristotele.. va invece detto che considerare il calcio bene comune al di là della dicotomia (socratica) tra bene pubblico e privato,   diventa quindi un’aristotelica “relazione qualitativa” – come nelle parole di Ugo Mattei – volta al benessere dell’uomo e dell’ambiente che lo accoglie finalmente considerati come una cosa sola.. Il calcio è tutto, ed è di tutti.. Capitano di due brasili mondiali (’82 e ’86) Socrates si guadagna inoltre il soprannome di “tacco di dio”, per la sua tendenza compulsiva a colpire il pallone col tacco quand’anche sarebbe bastato un bel piattone.. e in quel “di dio” a proposito di un mezzo usato a sproposito si può riconoscere un’eresia blasfema contro la religione cristiana, altrimenti detta “platonismo (e quindi socratismo) per il popolo”.. Dopo aver vinto un paio di scudetti con la democracia corinthiana.. Socrates decide di esportare la rivoluzione come il Che, ed espatria in Italia, approdando nella stagione 1984-85 alla Fiorentina di Antognoni, Passarella e De Sisti.. A Firenze non si integra e dopo solo un anno, abbandona il paese.. Dopo il ritorno in patria conclude la sua carriera di esportatore della rivoluzione delle dottrine dell’immanenza aristotelica negli anni novanta in Inghilterra, come allenatore/giocatore del Garforth Town..

 

Dall’altra parte abbiamo invece Aristoteles.. il giocatore più socratico della Serie A anni ’80.. Anche lui come Socrates giocò in Italia una stagione sola, la stessa.. nella filosofica annata 1984-85 trascinò ad una insperata salvezza la sua squadra, la Longobarda del leggendario tecnico Oronzo Canà, ideologo heideggeriano del 5-5-5.. Aristoteles fu giocatore socratico in quanto arrivato suo malgrado alla Longobarda come colpo spettacolare in chiusura di calciomercato, piano dialettico dove le trattative monetarie ricalcano alla perfezione il noto schema tesi-antitesi.. ma la sintesi per la Longobarda non fu né Platini, né mezzo Giordano, né Rumenigge, come agognati dal esistenzialista Canà, bensì questo sconosciuto ragazzo di strada pescato all’ultimo giorno utile dalla lungimiranza del duo di osservatori Gigi e Andrea.. Anzi, va ricordato che Aristoteles fu visionato dopo che, come ricorda Gigi che all’epoca vendeva gelati al Maracanà sotto le mentite spoglie di Giginho, Socrates rifiutò la Longobarda per la Fiorentina.. (dichiarazioni che per la verità non hanno trovato altri riscontri..) Appena giunto in Italia, Aristoteles è afflitto da incombente saudade e nel girone di andata gioca da schifo..  per esempio non segna nemmeno un gol nella rovinosa sconfitta per 5-0 patita dalla Longobarda allo Stadio Franchi di Firenze contro la Fiorentina di Socrates allenata da Giancarlo De Sisti, soprannominato “Picchio”.. Una sconfitta epocale che spinge l’allenatore Canà ad uscirsene con la storica frase “Altro che Picchio De Sisti, io picchio De Sisti..”

 

Un ottimo girone di ritorno, condito da diversi gol uno più spettacolare dell’altro, permette invece ad Aristoteles di salvare la Longobarda e di segnalarsi come una delle più belle novità della Serie A 1984-85.. Ma strani affari e giri di soldi, per cui al presidente della Longobarda sarebbe convenuto retrocedere piuttosto che rimanere in Serie A, porteranno poi all’allontanamento forzato di Canà e del giocatore brasiliano dal campionato italiano.. Anche qui si può notare come il nome del giocatore non corrisponda necessariamente a quello del filosofo il cui pensiero ha influenzato la loro vita, il capitalismo è figlio del razionalismo e dell’illuminismo di tradizione socratica.. Inoltre, nel caso di Aristoteles il calcio è vissuto (e male) come bene privato, in mano a singoli che perseguono l’arricchimento personale a discapito degli altri, non rendendosi conto che i cosiddetti altri sono parte di loro.. e dell’immanenza del uno che diventa due in opposto al due che si fa uno.. “Io sono lui come tu sei lui come tu sei me e noi siamo tutti assieme” si presentava all’inizio dei suoi scritti un altro giocatore di chiara impostazione aristotelica come Luther Blissett quando, appesi gli scarpini al chiodo, si dedicò al mestiere di terrorista culturale negli anni ’90..

 

Come Socrate e Aristotele, così anche Socrates e Aristoteles.. i calciatori brasiliani che giocarono in Italia nella meravigliosa stagione 1984-85, non rispettarono le dottrine filosofiche dei loro omonimi ed anzi se le scambiarono .. restano fondamentali per comprendere il senso della vita e del calcio.. A loro il mio ringraziamento e il mio saluto.. Ovviamente col pugno chiuso levato al cielo..

 

venerdì 2 dicembre 2011

Fatti inquietanti

Dopo l’Europa, anche il calcio europeo è a un bivio. Leggo sul Foglio di oggi che in occasione di una recente riunione dell’European Club Association (lobby dei club continentali più forti, di cui ignoravo l’esistenza, presieduta da Rumenigge), tenutasi in Qatar (e dove sennò?), il presidente blaugrana Sandro Rosell, amico di Bostero e con una faccia perfetta per il ruolo del pedofilo-ex-bambino-timido in un film americano, si è sfogato con i colleghi per il poco appeal che il campionato spagnolo – a differenza della Champions League – ha sul mercato dei diritti televisivi, lanciando due proposte: riduzione della Liga da 20 a 16 squadre e, sfruttando i nuovi spazi liberi nel calendario, ampliamento della Champions fino ad arrivare alla fatidica Superlega Europea. La sua speranza, parole sue, è quella “di poter giocare Barcellona-Manchester United anche di sabato”. Magari a Tokyo, a Dubai o a Bombay, aggiungo io.
In pratica, dopo aver smantellato uno dei campionati più affascinanti d’Europa, peraltro anche piuttosto equilibrato, almeno a cavallo di secolo (i successi di Atletico Madrid, Valencia e SuperDepor sono lì a testimoniarlo), imponendo un insopportabile duopolio che ha privato di suspense il 96% delle partite (il 4% sono i due classici e le trasferte al San Mamès), i dirigenti del Barcellona (e quelli del Real, va da sè), si sono accorti che hanno fatto un casino, che così com’è il gioco non conviene più, che si guadagna di più a giocare col Milan che non con il Getafe (anche se poi si vince coi primi e si perde coi secondi, ma il calcio giocato è un dettaglio), e vogliono quindi smantellare l’Europa. E’ la bolla immobiliare applicata al calcio. Peraltro mi fa ridere questo oscillamento blaugrana tra local e global: un giorno fanno i catalani tutti d’un pezzo, sognando leghe regionali e sfide all’ultimo sangue con Matarò e Sabadell; il giorno dopo sono pronti ad imbarcarsi per le migliori mete europee.

Giustamente, la Premier League ha rispedito la proposta al mittente. Il campionato è una bomba, le partite si vendono bene, ci sono soldi per tutti (pure per Norwich-Stoke City, per dire). E poi c’è il rispetto per i tifosi, che il sabato vogliono farsi la passeggiata fino al pub down the road, non vogliono fare la fila al check-in. Ma c’è da chiedersi chi sono, oggi, i tifosi del Barcellona e del Real Madrid.

Io, personalmente, sarei d’accordo a ridurre il campionato italiano a 16 squadre (mi accontenterei di 18). Ma non per giocare la Superlega europea nelle quattro domeniche così riguadagnate, figuriamoci; ma per farla finita con questo obbrobbrio dei turni infrasettimanali. E se rimane una domenica libera, andiamo al mare.