mercoledì 26 ottobre 2011

Tomboy, o dell’identità calcistica

dove gioco io?
Ormai in pieno delirio pan-calcistico, che mi porta a riflettere sul pallone anche quando non c’entra niente, ieri sera sono andato al cinema Eden a vedere Tomboy,  un piccolo gioiello intimista, un capolavoro lo-fi, un film in cui non manca nulla e nulla è di troppo. La storia, per chi non la conoscesse, è quella di una ragazzina di nove anni, Laure, che, dovendosi ambientare nel nuovo condominio (dopo il trasloco), finge con il gruppo di nuovi amici – quasi tutti ragazzi – di essere un maschio, Mikael, e lo dimostra – tra le altre cose – anche giocando a pallone (non a caso, quando tra i ragazzini si sparge la voce che Mikael in realtà è una femmina, nessuno ci crede perchè “non può essere una femmina, hai visto come gioca bene a calcio?”). Il film, in poche parole, è una mirabile riflessione sull’identità, su che cosa si sceglie di essere nella vita, laddove spesso le scelte – più che vere scelte – sono in realtà situazioni obbligate dalla propria natura o dalla propria indole che si finisce per subire (cosa che, ovviamente, si porta come conseguenza anche una serie di incertezze sulla sessualità, che però sono giustamente relegate ad un ruolo marginale nel film).

Mi chiedo allora (e mi pare che, per quanto sembri incredibile, non se lo è mai chiesto nessuno) questo: come si sceglie – semmai anche lì lo scegliamo veramente, e non ce lo impone la natura o l’indole – quale tipo di calciatore vogliamo diventare? Come si diventa portiere, terzino, mediano, regista, fantasista, ala, centravanti? Come si sviluppa il nostro romanzo di formazione calcistica? Che relazione c’è tra il nostro carattere e il ruolo che, autonomamente, sin da bambini, ci assegniamo in campo? Quanto incide in campo il nostro essere fuori dal campo, e quanto invece è frutto della casualità?

Spesso si sente che un tale calciatore ha cambiato di ruolo nel corso della carriera, grazie a un allenatore che, magari nel corso delle giovanili, l’ha spostato venti metri avanti o indietro (in particolare, non c’è un solo difensore brasiliano che in carriera non sia stato anche attaccante e viceversa). Ma chi può dire qual è il vero ruolo – ammesso che esista un vero ruolo – di quel calciatore? Il primo o il secondo? Per me, ad esempio, l’immenso Aldair è sempre stato sprecato come centrale di difesa – lui era un centromediano metodista (peraltro dotato di gran botta da fuori). Francescoli, addirittura, un vero e proprio ruolo neanche ce l’aveva. E gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Anche tralasciando le alchimie da scienziato pazzo di Luis Enrique, che con il corpo esanime della Roma gioca a fare il dr. Frankenstein spostando – apparentemente senza senso – i ruoli dei giocatori (Taddei e Perrotta terzini a Milano sono il miglior spot anti ogm), ci sono calciatori che a un certo punto si reinventano in una nuova posizione, nella quale sembrano abbiano giocato tutta la vita (Ciriaco Sforza gli anni migliori li ha fatti da libero, non da trequartista). 

Dunque, mi chiedo, il ruolo in campo di un giocatore non è un dato ontologico, immanente alla natura del giocatore – dell’uomo – stesso, ma è piuttosto funzionale al gioco che vuole realizzare l’allenatore, o no? Si può andare “contronatura”, e fino a che punto? Va bene mettere Desailly a centrocampo, va bene arretrare Abate in difesa, va bene far credere a Messi di essere un panzer, ma si può arrivare a spostare – che so – uno stopper sull’ala, e viceversa? Freud che direbbe? Ogni tanto – la prima delle due cose – la si vede anche in campo, ma giusto per cinque minuti, quelli finali, in cui saltano gli schemi e si gioca solo a lanciare la palla in the box (Mourinho al Chelsea lo faceva spesso con il mitico SS Huth); si tratta appunto di un’aberrazione che è concepibile solo come eccezione alla regola. Altrimenti è una situazione insostenibile: avete mai notato un fastidio personale, vostro, da casa, quando un calciatore è palesemente fuori ruolo e quindi in difficoltà, si vede che non ha il passo o la prontezza o l’accortezza tattica, e vorreste urlare all’allenatore “cazzo Capello, sei un deficiente, togli Marcos Assunçao dall’ala destra che qui finisce male”, e in effetti il Liverpool fa due gol (che poi, è lo stesso sentimento di pena mista a compassione che si prova quando Jovanotti parla in televisione)?

Ma al di là del calcio professionistico o comunque giovanile, in cui ci sono occhi esterni che ti guardano giocare, che ti consigliano, che ti formano, che ti fanno anche cambiare il modo di giocare, che ti adattano alla loro mentalità, che in altre parole si mischiano ed entrano in competizione con le inclinazioni naturali del calciatore, se facciamo un passo indietro sul terreno più naif della nostra infanzia, delle nostre partitelle all’oratorio, di Tomboy, in cui non esistono condizionamenti esterni se non quello che nessuno vuole fare il portiere, e per il resto ognuno è libero di correre dietro al pallone senza alcun obbligo tattico (e in pratica è quello che succede), ognuno è libero di seguire il proprio istinto, ognuno è libero di mettersi in campo dove vuole, mi chiedo, e vi ripeto la domanda, ma come ci scegliamo la nostra identità calcistica? Il timido gioca dietro? L’irruento sulla fascia? Lo sbruffone a tutto campo? Il nostro amico Bisozzi, di sangue brasiliano, col pallone sempre attaccato al piede? Il pigro (o il vanitoso) impalato davanti alla porta avversaria? Ma è davvero un esercizio di psicologia così semplice, così schematico? E che influenza ha – su questo Gegen (allo stesso tempo il nostro Branko e il nostro Domenech) può illuminarci – il proprio segno zodiacale? 

Se ci pensate, è la risposta difficilissima, metafisica direi, all’apparentemente semplicissima domanda che si riceve la prima volta che si va a giocare a calcio (o calcetto, o calciotto) con un gruppo nuovo di persone: tu, dove vuoi giocare?

Io francamente non so dire perchè ho sempre voluto giocare centravanti. Certo, la tecnica ha influito – nel senso che la mia modesta capacità tecnica mi ha sempre impedito di incarnare ruoli più fantasiosi, e il mio archetipo di centravanti di riferimento è sempre stato quello essenziale alla Agostini, alla Inzaghi (gol di ginocchio in mischia, per intenderci), non certo alla “attaccante moderno” alla Van Basten o alla Ibrahimovic. Un po’ anche il carattere, perchè mi è sempre piaciuto farmi i fatti miei (e il centravanti è solo come il long-distance runner, per restare in zona Sillitoe), mi è sempre piaciuto il piagnucolio vittimistico-melodrammatico (e nessuno come il centravanti può lamentarsi per i pochi palloni che gli arrivano o per i falli non fischiati), mi è sempre piaciuto giocare più di intelligenza che di fisico (due qualità ho sempre cercato di coltivare: sponde e acrobazie) e mi è sempre piaciuto (egoismo/altruismo, vanità/generosità) l’abbraccio dei compagni per essere colui che ha coronato in rete una bella azione corale. Al contrario, mi sono sempre trovato in difficoltà in difesa (poco agonismo), in mezzo al campo (poca ambizione), sulla fascia (poca rapidità) – ovviamente, talenti (l’agonismo, l’ambizione e la rapidità) che non ho mai potuto spendere neanche nella vita, perchè non ce li ho. Mi domando quale è stata la vostra esperienza personale, la vostra formazione calcistica, e se vi sentite riflessi – caratterialmente – nel ruolo che vi siete scelti in campo.

Ad ogni modo, una cosa per me è certa: scoprire qual è la nostra identità, il nostro ruolo, quello che vogliamo essere, è molto più facile in campo, che fuori.
 
 

lunedì 24 ottobre 2011

Sui calciatori italiani, i Pulp, Albert Finney, il sesso, l’urbanismo e la lotta di classe

giovani incazzati
Leggo in un bellissimo saggio sui Pulp (“Uncommon”, di Owen Hatherley, edizioni Zero Books) – libro che per inciso consiglio a tutti quelli che come me sono cresciuti nel mito di Jarvis, prendendogli un colpo all’età di quindici anni mentre su Videomusic passava il video di This is hardcore con le ballerine, le piume e il “that goes in there, that goes in there” sussurrato con nonchalance, a tutti quelli che sono venuti fuori dalle “side-lines” del conformismo culturale liceale, e che come me hanno scoperto quanto sia breve il passo dalla noia del paradiso, della gloria domestica e sociale (His ‘n’ Hers e A different class) al disincanto dell’inferno, dell’amateurismo non solo sessuale (This is hardcore), chiuso l’inciso – questo aneddoto sul grande attore inglese Albert Finney, indimenticato protagonista della magica stagione del free cinema (imperdibile la sua interpretazione di Arthur Seaton nella trasposizione del capolavoro di Alan Sillitoe “Saturday night and sunday morning”, al riguardo consiglio di tenersi alla larga delle sciroppose edizioni della Minimum Fax che vorrebbero trasformare Sillitoe nell’ennesima icona pop working-class da esibire a cena con gli amici sulle terrazze politically correct di Monteverde vecchia):
When Albert made his million on Tom Jones and went on his sabbatical trip around the world, he stopped in Acapulco. One evening he was drinking Dom Perignon on a balcony with the most beautiful girl in Mexico. He took her into the bathroom and put his cock into her. With every thrust, he said, out loud: ‘That’s for Dad, and that’s for Mum, and that’s for Uncle Ted, and that’s for Cousin Jim, and that’s for Auntie Marron…’. A whole working-class family shared that fuck“.
Mi domando allora se la classe sociale rappresentata dai calciatori italiani, ragazzi nostri coetanei che come Albert Finney, come Jarvis Cocker, come l’intera generazione che si è sentita rappresentata dagli angry young men prima e dai Pulp dopo (e in un certo senso, meno sofisticato, sull’altra sponda del britpop, dai cori da pub tutto sommato ottimistici degli Oasis e dal teddy-boyismo da bank holiday a Cipro dei Boys and girls inneggiati dai Blur) sono cresciuti dal basso, dai margini, dalle side-lines del proprio ambiente sociale e culturale (e in molti casi anche economico), abbia saputo declinare in modo originale l’eterna sottocultura racchiudibile nella trinità “sesso, classe e urbanismo”, la variante giovanile della lotta di classe, del sex-as-revenge, dell’appartamento nel quartiere in come riscatto dal monolocale di borgata, che in tanti modi ci hanno tenuto fuori dalla festa, dall’establishment, dalle scelte che contano. Mi domando, per farla breve, se quando Marco Borriello si scopava Belen Rodriguez, o Alessandro Matri la sua velina, ovvero, per i più nostalgici, Maini la Merz e così – beati loro – all’infinito, scopavano con coscienza di classe, riscattando generazioni di parenti che si sono dovuti accontentare della cugina sciancata, oppure no.

Il mondo in cui vivono i calciatori è un mondo in cui non sono stati invitati. Non è un mondo pensato per loro. E’ un mondo costruito da altri, in cui i calciatori svolgono lo stesso ruolo ornamentale delle black panthers nei salotti della upper west side magistralmente descritti da Tom Wolfe. Ma questo lo sanno? Quando un Christian Brocchi, uno cui la vita non ha dato quasi nulla, neanche un collo (e lo dico al di là del derby, Brocchi è un feticcio storico per me e Nesat), uno che senza il calcio avrebbe potuto aspirare giusto ad essere un personaggio dei raccontini di Maurizio Milani, passa l’estate da re a Formentera, si porta a letto le più belle ragazze dell’isola, paga con la carta di credito in tutti i ristoranti, viene vezzeggiato e coccolato, pensa – anche solo per un attimo – alla rivincita sociale che sta mettendo in atto? Ad ogni forchettata di sushi a bordo scogli, pensa alle generazioni dei suoi avi cui la carne bovina è stata preclusa? Ad ogni bollicina ingurgitata a corso Como, pensa alle mani callose dei suoi parenti che a inizio secolo disossavano la pianura Padana? Ad ogni movimento avanti e indrè della bella sconosciuta inginocchiata, pensa agli amici del baretto che giocano a tresette fissando per ore le orride costruzioni dell’edilizia periferica degli anni sessanta italiani? E soprattutto, lo pensa con gioia, cinismo e avidità, quei sentimenti che proviamo tutti quando riusciamo ad intrufolarci in un buffet e ci riempiamo le mani e la bocca di pizzette, sapendo che potrebbero cacciarci da un momento all’altro?

Sesso, classe e urbanismo, dicevo. Sesso come grimaldello per uscire dalla propria condizione, come veicolo di risentimento verso l’alto. Ed allora il vero atto eroico è quello di Speroni che nell’allenatore nel pallone si porta al letto la moglie del presidente. Quanti calciatori l’hanno fatto? Quanti vanno alle cene con gli sponsor e si portano a letto la moglie del banchiere, del professionista, del medico che gli rimette a posto il ginocchio? Mentre il marito esulta in tribuna per la rovesciata del centravanti nel sette, quante mogli bagnano il divano pregustandosi un altro tipo di rovesciate? Quanti fanno come Eto’o, che alle ragazze che volevano intrattenersi con lui diceva “va bene, ma prima devi fare un pompino al mio amico”? Quanti organizzano le orge di benvenuto ai compagni come fecero a Manchester con i neo-arrivati Nani e Anderson? Dov’è l’hardcore? Dov’è il cafonal? Perchè invece i calciatori italiani si fanno tutti ingabbiare dalla logica della sciacquetta che li aspetta nel privè del locale senza mutandine, o che si avvicina al tavolo del ristorante alla moda di Ponte Milvio e delicatamente fa cadere il tovagliolo a terra per potersi chinare a raccoglierlo? Dalla smandrappona televisiva? Dalla storia patinata con la bionda con due neuroni? Stimo molto di più – i nomi non si possono fare, peccato – quelli che si comprano i pied-a-terre ai Parioli, i capitani che si fanno beccare dalla moglie a letto con la sua migliore amica, i compagni di squadra che si scopano la moglie del compagno – come Scajola – a loro insaputa. Dirò di più: allora stimo più chi rifiuta tutto questo e si sposa la compagna delle elementari, l’amica di tutta la vita, la ragazzetta acqua e sapone del paese.

E urbanismo: perchè i calciatori italiani finiscono in quegli orrendi quartieri periferici, sobborghi-ghetti con piscine e edere rampicanti, e non si appropriano dei quartieri bene, delle aree residenziali, delle viale Parioli d’Italia, come – Gegen ci insegna – ha fatto il grande Pippo Pancaro nel borghesissimo Fleming?

Chissà se si rendono conto, i giocatori, che in realtà non stanno scegliendo nulla, che non possono scegliere nulla, che sono oggetti e non soggetti, che sono costantemente imboccati di bisogni che non sospettavano neanche di avere. Gli amici di tutta la vita continuano ad andare a Cattolica, a Maiori, a Torvajanica e invece loro sono là, a Porto Cervo, a Ibiza, a Miami, e si annoiano, ma perchè lo fanno? Non hanno mai visto il primo episodio di Fratelli d’Italia? Perchè Cristiano Lucarelli era alle Maldive, e non a Marina di Pisa, quando è successo lo tsunami? Perchè non si ricordano del consiglio di Jarvis, che in I spy avverte “take your year in Provence/and shove it up your arse“? Perchè vanno alle trasmissioni sportive vestiti così male, così fuori luogo? Perchè non sono se stessi? Perchè non leggono Lacan, o almeno non ascoltano gli Arctic Monkeys, e sputano in faccia alla feccia che li circonda che “qualsiasi cosa pensano che sono in realtà non lo sono”?

Qualche anno fa mi scioccò la foto di Federico Macheda che in piscina esibiva – a pelle – un borissimo borsello di Gucci, roba da matricola della Luiss. Perchè lo fa? Quando mai, se fosse rimasto al Quarticciolo o al Quadraro, avrebbe speso dei soldi per un oggetto del genere? Chi gli ha detto che si tratta di una cosa figa? Perchè i calciatori italiani abbracciano i valori del peggior ceto medio? Perchè Zebina si è fatto infinocchiare con i consigli di arte contemporanea di Fabio Capello? Che cazzo c’entra l’arte contemporanea con l’infanzia in una banlieu? Ma chi crede alla favola che possa essere un Mondrian in salotto a riscattare dalla schiavitù? Qualcuno dica a Lilian Thuram e alla sua infanzia nel camion in Guadalupe che non bastano un paio di occhiali con la montatura Armani a trasformarlo in un intellettuale azionista. Piuttosto che raccontarlo in televisione a Giorgio Porrà, quando i vicini di casa di Torino non lo salutavano in ascensore avrebbe dovuto scoparsi selvaggiamente le loro mogli, e dare così un senso a cinquant’anni di post-colonialismo. La classe operaia potrebbe andare in paradiso, ma preferisce accontentarsi del purgatorio. Un purgatorio pieno di gadget lussuosi, quanto meno.

Non che la cosa mi sorprenda. Viviamo in un’epoca di bisogni inventati in cui la coscienza critica è rimasta priviliegio di pochi; sarebbe ingiusto addossare ai calciatori una coscienza di classe che non ha più nessuno. D’altronde non c’è differenza tra il bisogno del calciatore di essere nella serata all’Hollywood o in barca a Porto Rotondo e quello dell’hipster del Pigneto di avere il nuovo I-Pad. Viviamo infatti in una società che è riuscita a santificare anche un coglione come Steve Jobs, uno che ha inventato dei gadget (dei gadget di plastica, cazzo!), uno la cui unica vera invenzione (una rivoluzione!) è stata quella di mettere i ping-pong negli uffici. Ma noi non vogliamo ambienti di lavoro friendly, parcheggi per skateboard e pacche sulle t-shirt se poi ci dovete riempire la testa e la stanza di cose di cui non sentivamo l’esigenza, figuriamoci il bisogno. Io, sul tram, voglio parlare col mio vicino, sono disposto (vero Gegen?) anche a imparare il tagalog per farlo, non voglio immaginare cosa sta ascoltando nelle sue cuffiette. Da socialisti (digitali) dobbiamo tornare a essere socialite (reali). E vorrei che anche i calciatori tornassero alle proprie origini, godendo del potere che hanno, riscattandoci tutti, cavalcando selvaggiamente questa società che da reietti li ha trasformati – loro malgrado, mi verrebbe da dire – in protagonisti.

Chiuderò con un aneddoto. Anni fa, per ragioni che forse un giorno espliciteremo, a me e a Nesat venne a prenderci alla stazione ferroviaria di Gallarate un noto giocatore italiano che aveva vissuto i suoi anni di gloria con il Vicenza, per poi fallire – ma non economicamente – all’estero. Guidava un Porsche Cayenne nera, e durante il tragitto verso il suo nuovo campo di allenamento ci raccontò della sua nuova attività professionale, che gli dava molta soddisfazione. Aveva da poco iniziato a fare l’agente immobiliare. Poi ci raccontò della tranquillità della vita in provincia. Infine ci disse che il pomeriggio avrebbe accompagnato il figlio piccolo al cinema (la tipica multisala vista Tangenziale) a vedere un film Disney. Toni pacati. Zero rabbia. Alla fine dell’intervista che gli facemmo, ci raccontò un episodio che aveva scatenato la sua ira. Aveva a che fare con un compagno di squadra con cui non andava proprio d’accordo. Per un momento, quel giocatore – quel ragazzo – che stava seduto davanti a noi mi sembrò un umano. Gli dicemmo che grazie al nostro racconto si sarebbe finalmente potuto vendicare. Gelo nei suoi occhi. Ci guardò fisso e ci fece giurare che non l’avremmo scritto. Questi sono i calciatori italiani, una gran rottura di palle. Una generazione sprecata. Un gruppo di cripto-borghesi di provincia. La vendetta di classe, già fredda, finirà per rimanere congelata, accanto alle pizze nel freezer.

giovedì 20 ottobre 2011

Esquina Blaugrana

Il Real Madrid chiama. E Iniesta risponde.
Il tanto celebrato nuovo modo di giocare della squadra di Mou, la quadratura del cerchio finalmente raggiunta, trova un pronto riscontro. Un’espressione tecnica assordante. Doppio triangolo (con la complicità di Messi) e primo palo in controtempo.
Bene così. Con un filo di gas e con il gol ritrovato anche da David Villa (che in stagione stava mangiandosi l’inverosimile).
La rosa regge nonostante le tante assenze (ieri, Piquè, Sanchez e Fabregas) e tiene il passo delle merengues sul doppio fronte.
 
Per quanto riguarda il Milan – avversario per la testa del girone – devo dire che continua a non convincermi.
Ieri una prestazione di grande quantità di Nocerino (a un certo punto in telecronaca Cerqueti ha detto “ha l’argento vivo addosso”.. .. ..) e Boateng ha mascherato i molti limiti di una squadra buona ma certo non eccelsa, non da vittoria in Champions League.
Ho sempre l’impressione che il Milan sia un bluff. Che alla fine Robinho non sia gran che e così i vari Cassano, Ibra e lo stesso Boateng. Che Nesta perda colpi e che Thiago Silva (ieri assente, al suo posto Bonera) debba ancora crescere molto.
Non fraintendetemi. Non dico il Milan faccia schifo. Solo non l’ho mai capito. Ecco.. sicuro non avvicina minimamente certi Milan di Ancelotti.
 
Sul resto:
  • credo sia definitivamente tornato Fernando Torres. Questa stagione l’ha iniziata a livelli molto molto alti;
  • il Borussia Dortmund è stato preso a pallonate. Strano vederlo in fondo a tutti;
  • il Valencia mi sa ha buttato nel cesso ogni speranza di qualificazione;
  • il Manchester United c’è. E con il minimo sforzo;
  • le maniche della maglia del Milan non mi piacciono;
  • non ho la benchè minima idea in merito a quante probabilità abbia il Napoli di arrivare agli Ottavi.

mercoledì 12 ottobre 2011

I nostri premi

Siccome qua siamo tutti fan di Thomas Bernhard e i premi ci fanno schifo, ci provocano ribrezzo, repelùs, ci nausea chi ce li propina, ci servono solo per compare case putride tra le montagne austriache o macchine nuove con cui fare il botto su strade costiere dalmati, l’unico premio che vorremmo ricevere è quello che vorremmo anche dare, e viceversa, ed è quindi giunto il momento di provare a inventarci il premio di Lacrime di Borghetti (anche perchè oggi, ci ricorda il sempre attento Bostero, sono passati esattamente due anni dal primo post). Piuttosto che metterci noi autori, collaboratori e borghettari vari a congiurare nel buio delle nostre camerette, ho pensato (ma penso di interpretare il sentimento di tutti) che la cosa migliore è discuterne tutti insieme, come in una vera assemblea scolastica da film di Muccino (così qualcuno può anche appartarsi nella sala del preside a pomiciare con quella con l’apparecchio dell’altra sezione). Si tratta infatti di decidere un po’ di cose ed è bello farlo pubblicamente, anche perchè – ed è sempre stato così, in realtà – questo non è un blog, è una comunità di disintossicazione, un pub per disperati, una sinagoga per iconoclasti, il bar italia di Soho dove farsi l’ultimo caffè prima di andare a dormire, mentre fuori sorge il sole.

Qualcuno si ricorderà che la proposta – peraltro – è venuta da un nostro lettore, l’ormai di casa anonimo sfidante, che da quel di Crema, in un uggioso 11 gennaio, propose: “Si può, volendo, proporre ogni anno un Pallone d’oro di LB. I gestori scelgono la lista dei possibili vincitori e il pubblico vota. Ovviamente la lista comprende solo giocatori di carisma, personalità, distruttori di talento, amanti della vita. Giocatori che vedono il calcio ancora come un gioco e, nei fatti, lo hanno dimostrato nell’anno in corso (ad esempio con un gesto più che con un goal). Non ce ne sono molti, concordo. Però si possono trovare almeno 3 nomi ogni anno”. Io poi avevo proposto di fare diverse categorie (“talenti dilapidati”, distruttori di talenti”; mentre Kalle, in piena fase omosessuale o comunque signoriniana, proponeva “di assegnare anche il “PALLONE ROSA” al miglior calciatore dalla sessualità chiaccherata”. Lo stesso Kalle proponeva anche di assegnare dei premi alla carriera, in particolare al marziano Alviero Chiorri). I nomi in ballo erano “Borghetti d’oro” e “Lacrima d’oro”.

A questo punto, e questo è il motivo del presente post, direi che ognuno (autori, collaboratori, gente che ha versato una lacrima e poi se ne è pentita, commentatori, lettori, passanti, profeti, “baristi, spacciatori, puttane e giornalai, poliziotti, travestiti, gente in cerca di guai”), chi vuole, può proporre le categorie che vorrebbe veder premiate, i personaggi che vorrebbe candidare, il nome del premio che più gli piace, etc. etc. Noi poi ci prendiamo la briga, alla fine della fiera, di scegliere (categorie, cinquine di candidati e via dicendo. Anzi vi promettiamo che sceglieremo durante una cena al Timoniere, a Garbatella, cui chiunque è già invitato). Seguirà il tempo per il pubblico voto (non vedo l’ora di poter dire, con abbronzatura alla Carlo Conti, “via al televoto!”), e infine per organizzare una ricca serata in cui declamare i vincitori e perdere completamente i sensi insieme ai nostri beniamini.

Di seguito alcune mie idee per possibili categorie da premiare, oltre a quelle già citate (“talenti dilapidati”, “distruttori di talenti”, “pallone rosa”) che mi piacciono tutte:
“Premio Tubo Nero” (inutile che specifichi a quale tipo di giocatori è rivolto)
“Premio tag dell’anno”
“Premio ricerca dell’anno”
“Memorial Profeta del Gol per la migliore polemica sterile”
“Premio Severgnini per il giornalista più odiato da LB”
“Premio Antonio Conte per il miglior look”
“Premio Thomas Bernhard per il personaggio più sprezzante” (Mourinho sempre in lista)
“Premio libro calcistico dell’anno” (già inserisco l’amico Krauspenhaar)
“Premio Zestafoni” (non so quale sia l’oggetto ma gippis già l’ha vinto”

Quanto al nome, mi piace il Borghetti d’oro, mi piace il Lacrima d’oro, mi piace anche lo Zestafoni d’oro…

Ma la parola, adesso, a voi.

lunedì 10 ottobre 2011

Emozioni p.. #1

Emozioni porno, ovvero come voi arrivate a Lacrime di Borghetti e a Tubo Nero. Le ricerche più strambe su Google, le logiche più impensabili, che poco (o forse troppo) c’entrano con i nostri post. Da qualche tempo, dalla sezione “statistiche” del blog le vediamo.

Don Sebastiano Natali, conosciuto anche come “Papa Nanu”; Pascalone di noia; P.. filippine; Raccolta immagini erotiche spaccate 18+; Nanismo; Gnocche a Budapest; Buco per la testa urlo di Munch; Occidente decadente e reazionario; Donne asiatiche seno grosso; Aereo triangolare americano; Tasselli per raggiera; Escort Jackie O Roma; Arte p..; Aquilana cornici tubo; Parrucchieri Superstar red hair; Carta igienica stampa dollari Bari; Birra Wuhrer premio indigeni; Arkan kebab; Schema Monarchia feudale; Allodi moneta Unione Sovietica; Eddie Guerrero quaderni; Ecopass Milano 19-27 luglio 2011; Abbigliamento da tifoso della little italy.

“Emozioni porno” è la ricerca che ci è piaciuta di più.
Le ricerche più indecenti non verranno pubblicate.

domenica 2 ottobre 2011

E chissenefrega

C’è qualcosa contro l’Inter per la storia dello scudetto 2006 non revocato? Sarebbe davvero diabolico, non ci voglio pensare, ma arbitri e designatori stiano con gli occhi aperti. Un indizio non vuol dire niente, tre cominciano a essere una prova.
Sapete che vi dico? Questo polverone è quantomai stucchevole. Un errore arbitrale a San Siro e sembra sia crollato il mondo. Una svista che porta il Napoli a vincere a Milano dopo un’eternità e tutti a parlare di rabbia e di partita falsata e di inadeguatezza. Anche il sempre equilibrato Ranieri a perdere il controllo. Ad aspettare l’arbitro per dirgli di pregare di non aver sbagliato. E la stampa dietro. E le tv dietro. Sapete che vi dico? Ben venga questo errore. Ben venga questa aria nuova in Serie A. Uno schiaffo alla monotonia delle strisciate, uno schiaffo alle moviole in campo e agli arbitri dietro le porte. Un affronto a un calcio perfetto. Un affronto fatto di errori da tutte le parti, di valutazioni in un mezzo secondo. Un affronto ai replay e alle mille telecamere. Ok: Rocchi ha sbagliato. Ha sbagliato e di parecchio. Ma chissenefrega. Capita. Per una volta, potrebbe pure non essere una tragedia. Un male sopportabile. Abbiate pazienza se per una volta ogni 17 anni non battete il Napoli. Abbiate pazienza se dopo anni al vertice ad inizio campionato siete a mezza classifica. Gli errori sempre ci saranno. E non si parli di complotto. Non si pronuncino frasi per non pronunciarle. Non si alluda. Basta. Ha vinto – meritatamente – il Napoli. Amen. I complimenti a Mazzarri. Perchè questo Napoli piace e ha carattere. Perchè vince e corre nelle zone alte pur non essendo una fuoriserie. Perchè è sempre in crescita.