mercoledì 28 settembre 2011

Cenere..

Belardi, Ignoffo, Scarlato, Savino, Toledo, Montervino, Gatti, Corrent, Mora, Sosa, Berrettoni. All. Ventura
26 settembre 2004, si chiamava Napoli Soccer, giocava con il Cittadella ed era stato strappato dalla polvere del Tribunale. Per la cronaca, la partita finì 3-3. A segno per gli azzurri andarono Ignoffo, Savino e Toledo. Sempre per amor di cronaca, quel Napoli Soccer sarebbe rimasto in C, al termine di un orrido spareggio con l’Avellino.
26 settembre 2011, il delirio collettivo è lo stesso di 7 anni prima. Stessi colori, stessa folla innamorata.
Ero allo stadio quella partita del lontano (?) 2004. C’ero anche ieri sera.
Sembrava non essere cambiato nulla, neanche l’avversario. Il Villareal, squadra inaspettatamente molle e senza ritmo, si frantumava contro il Napoli in poco più di venti minuti, senza neanche gli onori delle armi.
Per tornare ad una notte da campioni, da queste parti bisogna tornare al lontano 1991: coppa amara per i partenopei quella , sogni infranti in un misero ottavo di finale contro un roccioso quanto modesto Spartak Mosca.
Strani giorni correvano, tra regimi in declino, divinità (anch’esse in declino) che si presentavano last minute impellicciate e con una faccia un po’ così..
Le poche righe che precedono le ho intese come un esempio. Mi spiego: quando c’è il Napoli di mezzo, la retorica è sempre la stessa; si parte dagli anni di Diego, genio e sregolatezza, nemesi di una città al di fuori delle regole e condizionata da continui eccessi e frustrazioni, per poi continuare ad invaghirsi di una prosopopea da cuori teneri, da soldati innamorati e sangue amaro.
Basta.
Il Napoli visto ieri sera – FINALMENTE ! – è il completo opposto.
Poco spazio alle maliconie ed ai ricordi, tanta tattica, muscoli e concretezza. Quel furetto di Lavezzi a spezzare le righe, un turco di un metro e novanta a captare palloni un po’ ovunque. Ed ancora le geometrie saccenti di Hamsik e la forza fisica di un Campagnaro sempre più anima della difesa.
Aggiugiamo poi un pizzico di progettualità, investimenti mirati e tutto quello che impone il calcio d’oggigiorno.
Napoli oggi è questo: meno poesia, più concretezza. Ci voleva. Avanti speditamente.
Mi resta un dubbio: chissà se Ignoffo ieri sera non avrà provato un po’ di nostalgia.
Io, sinceramente, si.

lunedì 26 settembre 2011

Un uomo chiamato “O’ animale”

“Da giocatore, più volte avrei meritato il Daspo!
(Pasquale Bruno Gazzetta dello sport 23/11/2010)
Non esistono “Storie” su Pasquale Bruno. Su di lui non girano quelle voci che circolano su molti altri suoi colleghi. Pasquale Bruno era (ed è) uno serio fuori dal campo e nonostante incarni alla perfezione lo stereotipo del giocatore rissoso, oggi Pasquale Bruno, non si trova ubriaco in giro per strada a menar le mani come capita a molti calciatori(specialmente inglesi)dediti allo scontro fisico in campo, ed è per questo che Bruno è unico, unico ed indimenticabile. Di quanti difensori inutili ci siamo scordati? già, perchè il difensore, per essere ricordato, deve necessariamente essere un fenomeno e Bruno era un fenomeno, ma un fenomeno nel suo personalissimo modo di stare in campo. Avete presente Peter Parker? Peter Parker diventa l’uomo Ragno solo quando c’è bisogno, il resto del giorno è un anonimo fotoreporter di un giornale, ecco, mi perdonerà Pasquale per il paragone(anche perchè l’uomo Ragno mi è sempre stato sulle palle)ma lui è esattamente come Peter Parker, perchè Bruno nonostante il suo temperamento in campo, fuori dal rettangolo di gioco non ha mai fatto notizia, perchè lui si trasformava solo quando indossava un paio di scarpini e una maglietta da calcio,si trasformava solo quando scendeva in campo in “O’ Animale”. “O’ Animale” un soprannome che non è mai andato a genio a Pasquale, che preferiva essere chiamato Diabolik data la somiglianza, se non altro perchè quello stesso nomignolo era stato affibbiato a Pasquale Barra, esponente di spicco della nuova camorra organizzata, famoso per essere il principale accusatore di Enzo Tortora, ma soprattutto, per aver preso a morsi il cuore di Francis Turatello e non metaforicamente parlando. San Donato è uno dei tanti paesini del Salento, ed è qui alle porte di Lecce che nasce Pasquale. Il Salento è un po’ come Bruno, ha due facce, soprattutto in estate; di giorno addormentato e tranquillo e la notte vivo e vegeto con feste e sagre in ogni dove, proprio come lui fuori e dentro il rettangolo di gioco. Pasquale in campo è stato il migliore in Italia nel suo “Ruolo”, non quello dello squallido provocatore da quattro soldi che oggi infesta il nostro campionato, ma quello del difensore che non ti da respiro, che ti fa sentire continuamente il tacchetto e che ti asfissia nella sua morsa. Non è vero che era un violento, forse nella sua carriera c’è stato un solo vero fallo brutto(Quello su Raducioiu), ma ai difensori, anche ai migliori, può capitare. La stampa lo ha sempre dipinto come un sadico, ingigantendo ogni suo intervento, in realtà Pasquale Bruno non era solo entrate e fallacci, era anche un gran bel difensore, lo dice chiaramente la sua carriera. Esordisce nel suo Lecce in serie B, dove rimane per 5 stagioni. Nel 1983 passa al Como, allenato da Tarcisio Burgnich dove otterrà la promozione nella massima serie. Rimane altre 3 stagioni in riva al Lario, collezionando 3 salvezze tranquille ed una semifinale di coppa Italia persa a tavolino contro la Samp, per colpa di un oggetto scagliato dagli spalti del Sinigaglia, durante i supplementari con il Como in vantaggio, sulla testa del direttore di gara Redini. Assoluto punto di forza della retroguardia comasca, nel 1987 arriva l’occasione della vita, Rino Marchesi ex allenatore dei lariani ed in quel momento alla Juve, decide di portarlo con se a Torino. in 3 anni di Juventus mette in bacheca una coppa Italia ed una coppa Uefa, e diventa uno dei pupilli di Dino Zoff(mister del dopo Marchese). A Torino sponda bianconera è ricordato soprattutto per la sua amicizia con Ian Rush, compagno di pub, che tornerà in Gran Bretagna poco arricchito dall’esperienza italiana ma con un buon bagaglio di parolacce salentine. Nel 1990 passa al Torino neopromosso in A. In granata Pasquale compie un vero e proprio capolavoro, nonostante arrivi direttamente dall’altra riva del Po, diventa in poco tempo un idolo della tifoseria. La sponda bianconera ha sempre amato i piedi felpati, le punizioni a foglia morta, la classe e infatti uno come Bruno non è mai stato pienamente capito. La tifoseria torinista invece ha sempre apprezzato di più, chi ha versato per la maglia: lacrime,sangue e sudore. Intendiamoci, al Torino di campioni ne sono passati tanti, ma il vecchio cuore granata ha pulsato sempre più per l’uomo piuttosto che per l’atleta. Bruno entra a far parte di una squadra composta da gente come “Rambo” Policano ed Enrico Annoni giocatori che non tirano mai indietro la gamba e che anzi la mettono anche quando non serve. Bruno,Policano e Annoni il Torino in quel periodo era più pericoloso della striscia di Gaza. E’ un Torino meraviglioso, guidato da un enorme Emiliano Mondonico, un Torino che nei 3 anni di permanenza di Bruno, raggiunge risultati strabilianti, come il quinto posto e la qualificazione in Uefa il primo anno(la Juve arriverà sotto e non si qualificherà in Europa), la finale di coppa Uefa contro l’Ajax e la conquista della coppa Italia contro la Roma. E’ proprio a Torino che Bruno diventa per tutti “O’Animale”, è proprio al Torino che darà il meglio di se, non solo calcisticamente parlando. Il 17 novembre del 1991 compie un opera d’arte. Si gioca il derby della Mole, dopo appena 17 minuti di gioco per un entrata su Casiraghi, riceve il secondo giallo, Pasquale si trasforma in “O animale”, non accetta la sanzione, il referto recita così:”Per aver, successivamente alla notifica del provvedimento di espulsione, dapprima chiesto al direttore di gara, in modo concitato, spiegazione sulla decisione disciplinare, e quindi, ignorando l’ invito ad allontanarsi, cercato di avvicinarsi all’ arbitro, in ciò impedito da un compagno che lo tratteneva a distanza di circa un metro e poi dal capitano della squadra che accorreva in aiuto; per aver poi reiteratamente tentato di liberarsi dei compagni di squadra con l’ intento veemente carico di implicito quanto intenso significato minaccioso di riavvicinarsi al direttore di gara, obiettivo scongiurato da alcuni componenti della panchina del Torino che a forza lo bloccavano e a fatica lo portavano verso l’ ingresso degli spogliatoi; per aver nel tragitto che lo conduceva fuori dal campo, ancora e più volte cercato di liberarsi dai compagni di squadra che lo avevano immobilizzato. Solo dopo due minuti e trenta secondi il gioco poteva riprendere“.Non è facile rimanere dentro al campo per 2 minuti e 30 , quando squadra avversaria, compagni di squadra e terna arbitrale cercano di farti uscire, è un po’ come rimanere in sella al rodeo, probabilmente è record mondiale. Morale della favola? otto giornate di squalifica(poi ridotte a 5). Una punizione esemplare e pesante, ritenuta dai più eccessiva. Si ha la sensazione che Pasquale Bruno paghi più per il nome piuttosto che per il fatto. Nella stessa partita Casiraghi riuscirà a far buttare fuori anche Policano che per un fallo di reazione gli stamperà la marca dello scarpino sulla tempia. Per “O animale” già non particolarmente amato dalla stampa è la fine. Basta prendere qualsiasi archivio di giornale, digitare il suo nome e cognome ed accorgersi quanto Bruno fosse mal digerito, soprattutto dopo la fine della sua parentesi juventina(e non credo sia un caso). Il 26 Febbraio del 1992 Pasquale è di nuovo protagonista, questa volta però nella parte della vittima. Quel giorno a Torino si gioca il ritorno dei quarti di finale di coppa Italia. Il Milan di Capello ha vinto per 2 a 0 l’andata disputata 2 settimane prima a San Siro. Marco Van Basten gioca in Italia dal 1987 e molto probabilmente conosce molto bene la cura “Bruno” ed evidentemente non è un estimatore. Intorno al 15esimo l’olandese era stato ammonito per proteste nei confronti del direttore di gara, si lamentava per i continui interventi di Bruno. Al 23esimo del primo tempo Maldini mette un pallone in area granata, Pasquale arriva prima di tutti e malauguratamente batte un incolpevole Marchegiani. Pasquale Bruno rimane per terra, disperato per l’autogoal, per Marco van Basten l’occasione è troppo ghiotta, il cigno di Utrecht si mette a gambe divaricate sopra Pasquale ed esegue un balletto che definire irrisorio è poco. Marco van Basten dovrà ritirarsi dal calcio a soli 30 anni e se è arrivato a 30 anni, deve ringraziare Fabio Capello,che un minuto dopo quello show, lo richiama in panchina inserendo Serena. Bruno lo ribattezzerà “Roger Rabbit”, pur comprendendo il gesto del milanista e anzi elogiandolo, perchè quantomeno non è uno dei tanti attaccanti che provocano e sputano per una partita intera. Il 7 Febbraio del 1993 Davanti al neo presidente granata, il notaio Roberto Goveani, si disputa Torino-Brescia 19esima giornata di serie A. Nel Tunnel prima dell’ingresso in campo Pasquale si rivolge a Florin Raducioiu “Guarda che io oggi non ho voglia di correre” il rumeno non risponde, Bruno insiste ” O ti comporti bene, o mi Incazzo sul serio“, evidentemente Florin non ci fa caso, male, a fine primo tempo Raducioiu va via in dribbling, “O Animale” fa un entrata da codice penale, Squarcio fra tallone e tibia, 9 punti di sutura, 4 mesi di stop. Sarà la sua Ultima “Follia” in maglia granata. Dopo 3 anni, 74 presenze, 1 goal ed un coro dedicato a lui dalla maratona(“Picchia per noi Pasquale Bruno”), Pasquale lascia il toro per approdare alla Fiorentina in serie B. Pronti via e nelle prime giornate in Fiorentina-Brescia, Bruno si presenta subito al suo nuovo pubblico. Nello spogliatoio a fine partita, Franco Lerda sputa in faccia a Bruno, Pasquale cambia(con la complicità di Batistuta) i connotati alla punta bresciana. Ottiene 3 giornate di squalifica, una multa di 32 milioni dalla Fiorentina e viene anche messo fuori rosa dal presidente Cecchi Gori, tra il disappunto di Claudio Ranieri(allora allenatore viola) e della mitica mamma del presidente Valeria, che riteneva Bruno un ragazzo molto educato che andava sempre a messa. La parentesi di Firenze si chiude dopo appena una stagione, a fine anno Pasquale torna a casa, torna nel suo Lecce. Un Lecce disastroso che retrocederà in C1. La stagione seguente fa le valigie, vola in Scozia,più precisamente ad Edimburgo sponda Hearts e gioca tre partite di prova con la squadra scozzese, è subito amore e Pasquale viene ingaggiato, biennale da 450 milioni netti a stagione. A fine contratto passa al Wigan, ma fa in tempo a scendere in campo solo una volta. Torna in Italia e partecipa come opinionista a Goleada su TMC. Torna a giocare nel 2002-2003 come attaccante nel Delta San Donato in terza categoria, squadra della sua città allenata dal fratello. Altre apparizioni a Dahlia Tv e ultimamente si è dato al fantacalcio sulla Gazzetta. Inoltre rimane nel “Calcio” anche grazie alla figlia Sandra sposata con Javier Chevanton. Di Bruno oggi rimangono i 283 voti con scritto “Pasquale Bruno in nazionale” sulla rubrica “Le 5 cose per cui vale la pena vivere” del settimanale “Cuore”(post derby delle 8 giornate), ci rimane impressa la sua grinta e le sue entrate e soprattutto ci rimane il rammarico di non vederlo marcare e randellare la nuova generazione di attaccanti “Fighette” con look da romanzo di Moccia che oggi circolano in serie A e Dio solo sa, quanto ci vorrebbero un paio di entrate alla Bruno. In ogni caso so già cosa penseranno molti di voi, che non si può andare ad elogiare un macellaio, un violento, un difensore che faceva dell’intimidazione la sua arma migliore, so come la pensano in tanti, ma abbiate pazienza, ognuno ha i suoi idoli e Pasquale Bruno è sempre stato uno dei miei idoli incontrastati. Perchè vedete, Pasquale Bruno si può odiare come fate voi o amare come faccio io, ma una cosa certa, chi lo ha vissuto nel bene o nel male, di certo non lo potrà mai dimenticare e tanto basta per fare di un calciatore una leggenda, la leggenda di un uomo chiamato “O’ Animale“.

venerdì 23 settembre 2011

Breve Elogio della Stasi

 

La stasi è magnifica, è l’equilibrio perfetto.. è il moto immobile che si realizza nel piano di immanenza.. in quell’energia primigenia dove il caos assoluto è, al di là dello spazio e del tempo, in clamorosa quiete.. Fin da bambino poi, rimasi affascinato dal Ministerium für Staatssicherheit, un’organizzazione splendida ed esemplare che si occupava della felicità e del benessere della comunità.. che accudiva il popolo con amore e con una cura degne di miglior sorte.. infatti, tutti noi adepti e simpatizzanti la chiamavamo amichevolmente Stasi e sognavamo di poter un giorno viaggiare anche noi sulle loro Trabant a due tempi.. la Trabant, anch’essa riusciva a darti quest’idea di essere ferma pure quando viaggiava.. anch’essa, figlia della Stasi, bramava la stasi.. La stasi è l’aria serena, imperturbabile, tranquilla dei miei eroi.. da Clint Eastwood ad Humphrey Bogart.. che racchiude in sé tutta la gamma di espressioni necessarie e ogni sfumatura delle emozioni possibili..

 

 

La stasi poi è elemento costituente delle arti plastiche, della pura quiete e calma degli dei olimpici.. la famosa calma olimpica.. E’ l’Apollo di cui Dionisio ha bisogno, lo Yang di cui lo Yin è sempre in cerca, la luce che fa respirare il buio, il giorno che permette alla notte di nascere, il riposo necessario al movimento.. il silenzio nella musica, la pausa nella recitazione.. La stasi è l’immobilità trattenuta del David di Michelangelo, della Venere di Milo, delle teste di Modigliani.. perché la stasi è anche spiritosa.. E’ la placidità delle ceramiche e delle terrecotte, anche quando sono agitate e vorticose come nel Raku giapponese.. E’ il taglio nelle tele di Lucio Fontana, i buchi del giovane Riccardo De Marchi esposti al Macro.. E’ il momento in cui Paul Chambers riorganizza lo spazio e il tempo delle armonie e delle improvvisazioni di Davis e Coltrane.. in cui John Cage ci apre a nuovi spazi e nuovi tempi allargando le esperienze sensoriali dell’ascoltatore per quattro minuti e ventidue secondi di pura stasi..

 

    Però il calcio è uno sport.. e lo sport necessita del movimento, dei gesti, delle azioni.. (forse) anche nel cricket.. Il calcio è un gioco.. e come ogni gioco fin da bambino si pratica con la corsa, con l’impeto, con la foga.. (forse) anche nel Monopoli.. Non basta la calma apollinea, il calcio necessita della confusione e dell’ebbrezza dionisiaca, la quiete e il movimento.. Oltretutto il calcio moderno prevede una rigida organizzazione tattica, un generale che stabilisca una strategia di attacco ed una di difesa.. Ho cercato negli scritti di Sun Tzu e in quelli del subcomandante Marcos.. nelle opere di von Clausewitz, Che Guevara e in Napoleone.. nei lasciti di Võ Nguyên Giáp.. e ho trovato la calma, l’attesa, la tranquillità e il temporeggiare.. ma mai ho trovato la stasi.. Nessuno ha mai vinto una battaglia, menchemeno la guerra, restando fermo ed immobile.. Ed allora mi chiedo.. ma dove cazzo ha studiato Luis Enrique? Perché continua a chiedere ai suoi tre attaccanti di rimanere immobili? Che infatti in quasi dieci ore di gioco avranno tirato sì e no una decina di volte in porta.. Dove cazzo ha imparato che nel calcio l’equilibrio perfetto del moto immobile.. la stasi.. funziona?

mercoledì 21 settembre 2011

Agenda Lazio


Edy Reja

Reja ha deciso di dare una sferzata all’ambiente con delle dichiarazioni di difficile comprensione.
Come può un tecnico navigato, che ha allenato in realtà complicate, sparare a zero sull’ambiente riaccendendo la miccia di una contestazione mai del tutto sopita?
Questo sfoggio di lotitismo arriva all’inizio di una stagione strana. Ottimo mercato (il migliore dal tracollo Cirio), la partenza lanciata dai primi fantastici 30′ a San siro, poi altre due rimonte e psicodramma.
 
 
Il mercato:
La campagna acquisti ha portato giocatori blasonati e di prestigio in attacco e, soprattutto, ha segnato la partenza del giocatore che è stata la croce e la delizia degli ultimi anni Mauro Zarate. Piaccia o meno la cessione di Maurito è sembrata inevitabile. Sicuramente era un giocatore da trattare con rispetto per i gol fatti nei derby e nell’ultima Coppa italia vinta, ma bisogna dire che oramai non sembrava più essere stimolato a dover da un ambiente troppo indulgente (delle dichiarazioni di Reja le più condivisibili sono state proprio quelle su Zarate). E’ dispiaciuto di più per Floccari, giocatore duttile e intelligente, un Anelka calabrese, che avrebbe potuto far comodo. Se però la cessione è nell’ottica di una valorizzazione di Kozak, bomber da guerra fredda, allora il giudizio è diverso.
Sicuramente è mancato qualche innesto dietro, comunque va detto che l’anno scorso con questa difesa sono stati incassati pochi gol. Forse, allora, il problema è più nel modulo.

  
Il modulo:
Come detto, la porosità della difesa della Lazio, più che un problema di uomini, sembra una questione di copertura da parte degli altri reparti. Giocare con Cissè, Klose, Sculli ed Hernanes lasciando solo Brocchi e Matuzalem a portare la croce è stata una scelta, quantomeno, azzardata. Il modulo con due mediani, tre mezze punte e un centravanti che ha segnato la svolta dell’inter di due anni fa, e ha consentito di vincere la Champions a mourinho & co, ha anche fatto perdere ai nerazzurri tantissimi punti in campionato (a beneficio della Roma di Ranieri e del “nun succede” dei suoi tifosi).
Ora, se con questa architettura di gioco soffriva in campionato l’inter del triplete non vedo come non potrebbe soffrire la lazio. Cissè non è certo Eto’o, che comunque ha accettato di sacrificarsi solo per mezza stagione e sapendo che il premio per la vittoria in Champions era astronomico. Djibril sembra già stufo dopo due partite e, francamente, credo a ragione. Vicino alla porta sarebbe devastante e non sprecherebbe energie a correre indietro per tutto il campo. Capisco che Reja potesse criticare Zarate perché non copriva, ma non capisco come poteva aspettarselo da Cissè, ancora più punta dell’argentino.
Rimane aperta la questione su Cissè e Klose, se i due possano rendere se giocano in coppia e, soprattutto, a livello di spogliatoio, come gestire Rocchi, emarginato, rientrato e ora di nuovo emarginato.
Altro punto interrogativo di questa disposizione tattica è l’esilio di Hernanes sulla fascia, perché un giocatore nato come regista, coi piedi da fantasista deve essere spesso sacrificato sulla fascia laterale?
 
 
Punti all’ordine del giorno per il futuro della Lazio:
– non far giocare mai più Zauri (reja ama troppo “l’usato sicuro”, ma deve capire il limite)
– trovare più spazio al “Tata” Gonzalez
– recuperare Radu al pù presto, anche con pratiche eugenetiche
– mandare Diakitè in un paese dove sia ancora consentita e praticata la schiavitù
– trovare un allenatore che giochi con un 4-3-1-2 oppure riuscire a smussare le ottusità un pò senili di Reja. Delio Rossi sarebbe bellissimo, ogni laziale dovrebbe essere una vedova di Rossi, ma credo che il rapporto con Lotito sia irrecuperabile. Casiraghi sarebbe un incubo. Donadoni per antipatia neanche lo prenderei in considerazione. Benitez un sogno (soprattutto se pagato in parte dall’inter).

Zanetti, voto 6

Già che si parla tanto di secessione, tanto vale che i giocatori dell’Inter lo dicano anche loro chiaro e tondo: nessuno può sostituire Jose Mourinho. Nessuno può colmare il vuoto lasciato dall’allenatore portoghese. Né un maestro di calcio come Benitez, né una figura neutra come Leonardo e né lo spaesato Gasp. L’allenatore “fumetto” è solo l’ultima pagina di una crisi a basso costo, di basso profilo.
Giocatori finiti e senatori dispettosi, scarsa fame e disattenzione. Quanto sta succedendo all’Inter è incredibile. La sconfitta di Novara solo un capitolo annunciato. C’è da dire che, a differenza di Benitez, Gasperini un po’ la fossa se l’è scavata da solo. Un esordio folle, con la difesa a tre pura contro il dinamismo del centrocampo del Palermo. Una seconda di campionato troppo timida, trascorsa a guardare il palleggio sterile della Roma. La resa, infine, sul sintentico. Nel mentre, la figuraccia contro la squadra da Trebisonda.
E il punto, da anni, è sempre lo stesso: la società.
Allenatori lasciati alla mercé della stampa e dei primi che passano. Dirigenti incapaci anche di stilare una lista UEFA. Un Presidente cui forse è passata la voglia. Sembra proprio che o Mourinho o niente. O Special One o totale assenza di credibilità e progetti. Proprio ora si può ammirare l’immenso lavoro del portoghese a Milano. Ora è palese perché lui azzeccò tutto.
Le prospettive non sono rosee. Baggio alla prima esperienza, Ranieri all’ennesima, l’esotico Quique Sanchez Flores o l’indecifrabile Donadoni. Tra tutti – ne sono certo – la spunterà Luis Figo.
Il braccio destro di Mourinho nella cavalcata in Champions. Il richiamino ai bei tempi che furono. Un uomo di sistema e di bella presenza. Quello dei 5 anni a Madrid per vincere qualcosa e che esultava al gol regolare annullato a Bojan.
Non cambierà nulla. Maicon e Sneijder saranno sempre sul piede di partenza. Zanetti prenderà sempre 6 in pagella (mai 5,5 o 6,5: solo 6). Stankovic continuerà a perdere dinamismo e non potrà certo essere Cambiasso ad impostare. Milito.. beh.. Milito ha smesso di giocare.
Ascolti un consiglio, Presidente Moratti. Torni a Rafa Benitez. Invece della confusione, scelga un maestro di calcio.

lunedì 19 settembre 2011

Esquina Blaugrana

L’era dei campionati strani. Punteggi tennistici, “cappotti” e inaspettati scivoloni. In Inghilterra come in Germania come in Spagna la parola d’ordine è non fermarsi, mostrare quanti più muscoli possibile. Svettano nella specialità, Manchetser (United o City poca differenza), Monaco e le due spagnole. Grazie al cielo, però, la palla è ancora rotonda e gli avversari alle volte picchiano come fabbri. E quindi inciampa Mou al Ciutat de Valencia dopo la figuraccia del Barca all’Anoeta di San Sebastian. In altre parole, non ci sono mezze misure. Una volta vinci 8 a 0 e l’altra scontri congiuntura indecifrabili. Gode il Valencia di Soldado, che assieme al Betis guida la classifica dopo le prime tre giornate e respira l’Atletico grazie ad una tripletta del superbomber (come lo chiamano i giornali iberici) Falcao. Crisi nera, invece, per il Villareal di Pepito Rossi. Quanto al Barca, sono soddisfatto solo a metà. Bene i due trofei ad inizio stagione, chiaramente. Con alti e bassi la Liga. Malino la Champions. Perché comunque il Pep Team si è lasciato fregare dal Milan (come si fa a pareggiare una partita dominando per 88 minuti?) e ha peccato di narcisismo contra la Real. Mi piace Guardiola quando dice di promettere gioco e non titoli. Mi piace che non cambi filosofia mai (col Milan avrebbe potuto – dovuto – coprirsi meglio). Ma è sempre meglio non passare per fessi. C’è da dire che la condizione non è ancora delle migliori e che manca mezza squadra.(Piquè, Iniesta e, soprattutto, Alexis) ma non può essere una giustificazione, anche alla luce del fatto che le occasioni da gol sono state tante, troppe. Sulla carta, questo è il Barca migliore tra quelli di Rijkaard e Guardiola (in più degli altri ha – avrebbe -, semplicemente, Sanchez), ma occorre capire quanta fame e corsa c’è e quanto peseranno gli infortuni. Bene, ad ogni modo, l’inserimento di Cesc Fabregas. Sempre in rete, sempre decisivo. Un’intesa perfetta con Leo Messi. Bene anche Thiago Alcantara (perla vera, doveva finire a Roma..). Ancora sotto tono Mascherano, Busquets e Pedro. Spaesato Villa. Rigido Alves. D’altronde – e presto il fianco – non deve essere il Barcellona ad inventarsi qualcosa questa stagione. Tocca agli altri dimostrare che questa non è la miglior squadra di sempre. Pertanto, io dico che la Liga la porta a casa il Real. Con poco scarto. Troppo importante per Mourinho salvare la stagione. Troppo forte e completa la rosa delle merengues – cavolo! Higuain sta facendo addirittura panchina.. E poi non oso immaginare l’arteriosclerosi dove arriverebbe senza tituli.. Come outsider vedo il Valencia e provo a valutare il ricco Malaga. In Champions dico Manchester United (impressionante all’avvio) e una a sorpresa. Oppure anche il Bayern.

 

mercoledì 14 settembre 2011

Appunti del mercoledì

Nel frattempo che l’Inter decide di perdere contro una squadra di provenienza sconosciuta ai più, ecco servita una grande prestazione del Napoli in terra d’Albione.
I partenopei partono corti, cercando di non far ragionare Toure e la perla Nasri e provando a rompere le posizioni di Barry e Lescott. Pazienza e attenzione contro una formazione che impressiona per mix di potenza, eleganza (Dzeko e’ l’Apollo del calcio, copyright Gegen) e organizzazione difensiva. Traversa di Lavezzi (classe pura), per impressionare, traversa di Toure, per soffrire. Ma il Kun non punge. Quasi quasi c’è spazio per un colpaccio.
E in contropiede, quando meno te lo aspetti – a Pocho fuori dai giochi – ecco un prezioso Cavani battere Hart. Maggio scende veloce, il Matador lo accompagna e la palla scivola con il contagocce. Tiro freddo e mani al cielo.
Il gol di Kolarov è un’altra questione. E’ l’inevitabile realtà, il pugno alzato di uno spocchioso Mancini (allenatore non degno di una panchina a Manchester. Vincerà, ma solo per manifesta superiorità, per estremo gap).
Bene così. Anche se ho l’impressione che il City abbia pagato l’emozione più del dovuto, il Napoli ha fatto ben figurare la Serie A in Champions League. Molto più del passivo Milan visto ieri sera (si, lo dico.. ha fatto tutto il Barca: sconfitta, vittoria e pareggio).
Infine, Real di misura a Zagabria, Giggs salva lo United contro il Benfica. Crollo del Villareal senza Borja Valero in casa (Rafinha e Kross per il Bayern).
Qualche pensiero in libertà: 1. Cavani e’ pazzia; 2. Silva a me non piace; 3. per chi stesse cercando Abate, sta ancora accompagnando la palla in fallo laterale; 4. con Aronica non si passa; 5. voto basso alla cravatta di Ranieri in diretta Rai; 6. Busquets ha deciso di entrare in forma a Natale; 7. comprare Toni Kross; 8. Joe Cole fa panchina anche a Lilla (città brutta, peraltro); 9. non ho capito contro chi ha giocato il Basilea; 10. parte la Coppa e Dionigi, da buon romanista, va al cinema.

Benvenuto in Serie A


Benvenuto in Seria A caro Luis Enrique,
come saprai, un topos della società multietnica è il cultural clash, ossia la manifestazione di una profonda incomprensione tra culture differenti che si trovano a dover condividere uno stesso spazio fisico. Penso che Domenica ti sia capitata una cosa del genere, uno scherzo antipatico da parte di un calcio che sottovaluti, a volte disprezzi che, per ora, non ti sta regalando molte soddisfazioni.
Il tuo personalissimo “italiano per principianti” è cominciato con una lezione di Serie A: una provinciale viene in casa tua, si difende con ordine meticoloso soffocandoti tra le spire di una difesa avvolgente, al primo errore ti castiga e poi, in contropiede (questo sconosciuto, per te) ti rifila il due a zero: l’equivalente calcistico dello scippo del rolex al turista americano su via chiaia a Napoli.
Già, lo so che non ci avevi pensato, che quando avevi letto “Cagliari” avevi giusto pensato a quanto fosse maledetta questa lingua che non vuoi imparare, perché in spagnolo, la TUA stupenda lingua, la G e la L non sono mai così vicine e cacofoniche. Quando ti hanno provato a tradurre il nome “Ficcadenti” hai riso, pensando a quanto fossero buffi e arretrati questi italiani, il loro gesticolare continuo, il loro macchiettismo e soprattutto la mancanza assoluta di una forma fisica come la tua, la tua aria da macho tirato, tosto: uno che ha fatto la Marathon des sables. A Roma chi la farebbe la una corsa di 240 km in mezzo al deserto?
La serie A è questa caro Lucho, un calcio semplice, è questo quel catenaccio che tanto ti faceva ridere a te che pensi di essere l’espressione del calcio campione d’Europa e del mondo. Per te era quasi una superstizione, un retaggio del passato, di un calcio senza ipad e lavagnetta, rozzo e incolto come questo paese che tu non vuoi comprendere ma vuoi solo colonizzare, come i tuoi antenati in america del sud, quando brandivano la croce davanti agli indios sottomettendoli senza pietà.
Questa mia inutile lettera aperta serve per dirti che il calcio è tradizione, particolarismo, una tradizione che tu hai pensato di calpestare, forte di quell’empio illuminismo calcistico che si insegna a Barcellona, quindi rimboccati le maniche, diminuisci la tua spocchia e sforzati di conoscere un calcio che ti sta dichiarando guerra.
Già, perché la guerra, come diceva Clausewitz, non è mai iniziata dai conquistatori – loro vorrebbero entrare nel paese oggetto di conquista marciando indisturbati – mentre il vero atto di guerra è quello di chi si deve difendere dall’invasione e, quindi, Roma Cagliari è stato l’atto di guerra del calcio italiano nei tuoi confronti.. Vedremo se saprai reagire

venerdì 9 settembre 2011

Filologia dell’attaccante moderno

Da qualche lustro, imperversa per l’etere calcistico nazionale una definizione controversa e sibillina: ATTACCANTE MODERNO.
Tal dei tali è il prototipo dell’attaccante moderno, manca un attaccante moderno, con gli anni è diventato un attaccante moderno, servirebbe in rosa un attaccante moderno.
Urge, a mio pare, interrogarsi su cosa si intenda per “attaccante moderno”, ammesso e non concesso che tale definizione abbia poi un contenuto tangibile.
Stando alle parole dei tanti frottolieri che si dilettano di pallone – si badi che in Italia sono un esercito, secondi per numero solo a politicanti ed avvocati – l’attaccante moderno è quello che non da punti di riferimento, uomo d’aria ma allo stesso tempo disposto ad attaccare gli spazi, veloce ma fisico, prima punta ma all’occorrenza esterno d’attacco.
Un concentrato di calcio offensivo, per intenderci. La versatilità al potere, con il rischio neanche poi tanto latente della più completa inutilità tattica e realizzativa.
Se penso ad una prima punta il mio pensiero vola diretto ad un Batistuta. Cinico, straripante e incontenibile. Solitamente questi energumeni indossano la maglia numero 9, sono grossi e puntuali sotto porta.
Di contro, la seconda punta ideale si ispira all’estro di un Romario, ovvero alle folate malinconiche di Edmundo. Si nascondono dietro vari numeri di maglia, ma scardinano le difese a suon di tecnica e velocità.
Ci sono poi le ali pure: 7 e 11. E’ così che un Bruno Conti diviene MaraZico, che un gallese diviene Giggs, che un Manoel Francisco dos Santos qualunque si trasforma in Garrincha.
C’è poi il trequartista; per legge, si ispira a Maradona e veste la 10. Nella migliori delle ipotesi può diventare un Baggio ovvero, se un po’ meno dotato, un tamburino sardo. Lo contraddistingue la tecnica individuale e l’accensione repentina di inattesi lampi al fosforo capaci di illuminare tutto ciò che gli gira intorno.
A latere di tali macrocategorie ci sono poi i giocatori atipici, intesi come coloro che non ritraggono nel loro gioco i classici stereotipi di cui discutevo poc’anzi, ma piuttosto interpretano un copione proprio, rivisto e tagliato sulle loro qualità personali.
Di qui escono fuori giocatori sensazionali con capacità di adattamento impensabili: vi si ascrivono gli Etoo, i Totti o i Kuyt.
In questo contesto, nei corsi e ricorsi storici del mondo del pallone, non riesco proprio a capire dove risiederebbe la presunta “modernità” di questi attaccanti.
Paolo Rossi amava spesso allargarsi per tagliare poi verso il centro, Careca in fase di non possesso palla spesso e volentieri si allargava sulla destra per confondere il dirimpettaio e all’occorrenza per dare una mano ai compagni.
E poi ci sono stati trequartisti fuori taglia, come Gullit, bomber tascabili come Montella, seconde punte inspiegabilmente votate al sacrificio.
In tutto questo estro, questa valida affermazioni di carattere a caratteristiche nuovamente mi chiedo: ma che cazzo sono gli attaccanti moderni ?
Stereotipi, tutto qui.
Per fortuna, ognuno ha ancora le sue caratteristiche tecniche e fisiche. Ognuno interpreta il campo a suo piacimento ed in base alla sua impressione del gioco.
Sarà un caso, ma ogni qual volta che si associa il termine “moderno” al gioco del calcio si fanno sfaceli.
A mio modestissimo parere l’attaccante ha un solo compito: fare gol. Lo faccia a suo piacimento, che tanto quello è sempre attuale, altro che presunte modernità !

giovedì 8 settembre 2011

Clip, accadì e Ilaria d’Amico (e altre cose suppostamente moderne che non mi piacciono di Sky)

“le ragazze che a sognare passano le ore, con la coperta fino al mento quando piove, [..] cercano l’infinito, lì  nascosto in un dito” (Stadio, Le ragazze che mi fanno compagnia)
Il campionato inizia domani e come ormai da qualche anno Sky la farà da padrona. Siccome mi piace lamentarmi ma poi non accompagnare le mie parole con gesti concreti (l’abbonamento me lo faccio perchè non so rinunciare al secondo tempo di Hannover-Schalke 04 mentre pranzo il sabato o al posticipo domenicale di Liga tra Racing Santander e Valencia prima di andare a dormire) mi limiterò a enunciare undici cose di Sky (sì, undici, come i giocatori in campo, perchè anche a me ogni tanto piace vincere facile con le metafore) che dovrebbero essere fighe (così ce le vendono) ma che a me non piacciono per niente.
1. Non mi piace questa campagna pubblicitaria tipo parodia religiosa. Il calcio ha tanti tratti liturgici, tanti elementi spirituali, ma non ne vedo il riferimento ai progressi tecnologici che permettono di vedere “le gocce di sudore in alta definizione”. E’ anche vero che una volta, in una chiesa (vabbè, era Marbella, non Fatima), ho visto dei televisori al plasma, immagino per seguire la messa sui maxi-schermi, o forse proprio una partita in diretta, ma trovo comunque questa campagna volgare, di cattivo gusto, non vedo il motivo di sacralizzare  quattro mercenari che davanti ad un’offerta di contratto della squadra della tua città pari a cinque milioni di euro annui ancora non firmano “perchè è normale che io voglio guadagnare di più” (DDR dixit).
2. Non mi piace l’induzione forzata della necessità di avere l’accadì. La devono smettere di inculcarci bisogni che non abbiamo. E’ un continuo e subliminale martellamento. Tra un po’ sarà come l’alta velocità per i treni, resterà solo quella. Io sono cresciuto con la televisione in bianco e nero della cucina in cui non si vedeva quasi nulla, me ne fotto dell’accadì.
3. Non mi piace che la loro offerta televisiva sia così prepotentemente antagonista dell’andare allo stadio. Stanno facendo passare il messaggio che il calcio è uno spettacolo ontologicamente nato per essere gustato in salotto, molto più comodo dello stadio. Alla fine qualcuno ci crederà. E’ un’inversione naturale e logica, è un deturpamento, è una ferita che bisogna sanare. Dovrebbe essere vietato l’abbonamento televisivo alle partite della squadra della città in cui si ha la residenza.
4. Non mi piace che stanno uccidendo la radio e il televideo.
5. Non mi piace che siano privi di fantasia, gusto della sfida, curiosità della sorpresa. Lo studio del post-partita è sempre uguale. Dicono sempre le stesse cose. Ci sono sempre le stesse persone. Possibile che bisogna sempre affidarsi ad un format? Possibile che tante teste pensanti non riescano ad andare oltre lo stereotipo del finto salotto, con quelle postazioni orrende da concorrenti di quiz? Perchè sono seduti così distanti? Perchè è tutto così freddo? Perchè, per dire, non ci sono dei bei tappeti persiani a terra, un’abat-jour, dei ragazzi nel pubblico vestiti in modo decente? Perchè ti devono far sentire tutto lo squallore dello stile Publitalia, tutto lo squallore di trovarsi a Cologno Monzese, tutto lo squallore che alberga nella testa vuota di Fabio Guadagnini? Non possono fare un post-partita estivo tipo rotonda sul mare, direttamente da Sanremo o Capri o Gallipoli?
6. Non mi piace la stupidità degli ospiti in studio. Che cosa apportano? Nulla. Qualcuno si accorgerebbe di niente se domani Gianluca Vialli o Paolo Rossi o Billy Costacurta sparissero dallo schermo? Hanno mai detto una sola frase interessante, una sola frase originale, una sola frase personale? Una sola cosa da ricordare? Perchè non invitano mai qualcuno che, perdonatemi la banalità del concetto, sappia uscire dagli schemi? Perchè mi tocca rimpiangere di non vedere Controcampo dove almeno c’è il grande Giuseppe Cruciani?
7. Non mi piace Ilaria d’Amico. Non sopporto la sua voce. Non sopporto la sua assoluta mancanza di interesse per quello che sta facendo. Si vede che non sa nulla di quello che dice e che quello che dice glielo passa un povero stagista nell’auricolare. Non sopporto che si agita come una donna che non sa gestire la tensione. Non sopporto le domande che fa. Forse, di peggio, nel mondo esiste solamente Simona Ventura.
8. Non mi piace che viene dato troppo poco spazio ai giornalisti più bravi. I vari Roggero, Trevisani, Nucera, Gentile, Barone e Marianella, e qui mi fermo, dovrebbero avere molto più spazio. Dovrebbero condurre loro dei programmi, fare degli approfondimenti, raccontare delle storie. Relegarli solo alla telecronaca è un delitto.
9. Non mi piace la sky-cam, non mi piace avere cento telecamere, non mi piace l’intervista a fine primo tempo, non mi piace andare negli spogliatoi, non mi piace l’ennesimo replay dello show facciale di Ibra che mi fa perdere i movimenti dei mediani senza palla a centrocampo.
10. Non mi piace la clip, l’high-light, il collage della partita, l’animazione con i giocatori, l’americanizzazione insomma, la spettacolarizzazione esagerata, l’ansia da Super Bowl prima di Udinese-Cagliari.
11. Non mi piace che non si vede più Martina Maestri. Ridateci Martina Maestri. Mi piaceva Martina Maestri, cazzo.

lunedì 5 settembre 2011

Memorie della Spagna calcistica #3: il signor Peirao, O Grove, Galizia

l’horror vacui del signor peirao
Sono sicuro che la prima cosa che il signor Peirao vorrebbe che si dicesse di lui, quando si parla ad un amico della sua omonima taverna nascosta in un vicolo dietro il porticciolo di O Grove, villaggio di pescatori abbarbicato nella rua de Arousa, non lontano da Pontevedra, è che lui è da sempre un grandissimo tifoso del Real Madrid. In realtà, al di là delle parole, basta entrare nel locale e osservare la quantità spropositata e claustrofobica di oggettucoli di dubbio gusto (sembra un fumetto di Jacovitti) attaccati alla parete per scovare, tra il busto di un marinaio barbuto, un timone, un pesce con la bocca aperta, un granchio gigante e svariati velieri (e molto, molto altro), i segni tangibili di una passione lunga un’intera vita. Tra i ninnoli più eclatanti, sono in particolare rimasto ammaliato – nell’oretta buona di attesa che con Nikolas e Arianna ci siamo allegramente sorbiti, dove l’allegramente non è eufemistico, si stava davvero bene al bancone del Peirao – da uno scudetto del Real Madrid (grande almeno 1 metro per 70 cm) che il signor Peirao ha pazientemente composto con conchiglie di diverso colore (alcune bianche, altre violacee, altre ancora rosa); da un attestato con cui il Real Madrid lo definisce “tifoso speciale”; dal logo – bellissimo – del club madridista locale che il signor Peirao ha da poco fondato, in cui sono racchiusi il simbolo delle merengues e quello – marinaro – di O Grove; dalle foto (alcune a colori, altre in bianco e nero, altre semplicemente ingiallite dal tempo e dalla salsedine) delle tante squadre di calcio in cui il signor Peirao ha militato nella sua vita; dal gagliardetto di una oscura squadra di Lucerna, Svizzera.


chipirones a quattro euro
Una volta che il signor Peirao – un tipo, è quasi superfluo descriverlo, fisicamente molto gallego, piccolino, con grandi baffoni, i capelli mossi, a metà tra Woody Allen e il tipico cameriere anziano che ti fa il caffè nel bar sotto casa – ci ha trovato il tavolo (ce l’ha lasciato un gruppo in cui primeggiava un suo amico, un signore basco che faceva le vacanze a O Grove e che mi disse di conoscere benissimo l’Italia, per averci avuto molti rapporti di lavoro, in che ambito? gli chiedo, mah, ristoranti, bar, hotel, mi risponde, ah, capisco, faccio io, e dove in Italia?, no, in Italia non ci sono mai stato, mi risponde lui, erano ristoranti italiani all’estero, soprattutto in Germania e in Svizzera; che bello, penso, poter conoscere un paese senza doverci mai andare, senza che l’orrore della visione diretta sporchi la suggestione dei racconti indiretti); una volta che ci ha portato un vassoio di chipirones grossi (e teneri) come delle uova, un vassoio di calamari pastellati divinamente, un vassoio di pimientos del padròn che mi sono visto bene dal mangiare, un vassoio di patate fritte nell’olio più saporito del mondo, un vassoio di pulpo alla gallega così morbido e profumato da farmi venire voglia di cospargermi di paprika; una volta che ci ha fatto scoprire l’elitaria delizia del vino turbio, un vino di sua produzione che si beve in alcune tazze modello sakè, un elisir con retrogusto a detersivo per piatti al limone ma la cui ingestione compulsiva era quasi impossibile da fermare, e che infatti ci richiese anche l’attesa di una bottiglia portata giù direttamente dalla sua riserva personale al primo piano (ho omesso infatti che la cucina della taverna O Peirao si trova al primo piano dello stesso edificio, da cui il signor Peirao e i suoi due figli fanno avanti e indietro, mentre la moglie – o quel che ne resta – cucina); una volta che, satolli come mai e ormai soli nel locale, si è seduto con noi per fare quattro chiacchiere, ho approfittato per chiedergli lumi sulla sua vita e, in particolare, sulla sua vita calcistica.

Il signor Peirao – a cui, con queste poche e sbiadite righe, ormai si è capito, voglio rendere un sentito omaggio, a lui e a tutti quelli (a breve si capirà) che hanno affrontato le sue stesse peripezie – emigra a diciassette anni in Svizzera. A O Grove non c’è lavoro, neanche sui pescherecci, e il signor Peirao riempie la sua bisaccia e si imbarca nel mare della vita, raggiungendo uno zio a Lucerna (tutti gli spagnoli hanno uno zio in Svizzera, e così tutti i portoghesi, e quasi tutti gli italiani). Gli anni settanta svizzeri non sono il luogo più accogliente per un latino (tuttora non lo sono), e sconfiggere la nostalgia del mare gallego nell’abbrutimento delle montagne gli costa un certo periodo di ambientamento. Grande lavoratore, non si dà per perso, e inizia la sua gavetta come sguattero in ogni tipo di stabilimento (ristoranti, bar, hotel, e via dicendo). Le uniche consolazioni – come per noi, d’altronde – gli arrivano dal pallone. Quello giocato, con i colori di una squadra locale che milita in qualche categoria semi-professionistica (il Luzern qualche cosa, purtroppo non me lo ricordo il nome intero); quello ascoltato, con i racconti delle partite del Real Madrid, vissuti insieme ad un gruppo di espatriati spagnoli. Non solo Lucerna, anche tanti altri paesi e città della Svizzera accolgono il signor Peirao, offrendogli ogni volta la consolazione di un rettangolo verde. Negli anni novanta, ormai maturo, ormai sposato, ormai papà, il signor Peirao decide di togliere gli ormeggi e tornare a casa. Ad O Grove, con i soldi messi da parte nei durissimi ed umilianti anni di lavoro nelle cucine più spregevoli dei cantoni elvetici, compra un piccolo locale, sotto il suo appartamento. Nasce la taverna, nasce la sua nuova vita. Prezzi bassi, porzioni ricche, sguardo sincero. Alle pareti si accumulano gli oggetti, gli oggetti più amati, quelli del mare, quelli del calcio giocato, quelli del Real Madrid, per rimpiazzare, come colombe morte che cadono sulla strada e vengono spazzate via, le memorie degli anni di esilio. Perchè negli anni settanta spagnoli l’esilio non era un lusso che si potevano permettere solo gli intellettuali scomodi alla Rafael Alberti, ma era anche una necessità che dovevano affrontare i lavoratori umili alla Peirao.

Chiunque passi da O Grove, dalla provincia di Pontevedra, dalle Rias Baixas, dalla Galizia, nel prossimo futuro, brindi per me insieme al signor Peirao, facendo schioccare le tazze di vino turbio, osservando le conchiglie alla parete, e ricordando che la presenza del calcio, come quella del mare, aiuta a sopravvivere.
 
[le precedenti memorie: #1#2]