martedì 26 luglio 2011

Insalata di mare (un post estivo, da buffet freddo ai Faraglioni)

Jaba Dvali segna per noi
Un amico e attento lettore del blog mi ha ricordato ieri, con un messaggio notturno di raro tempismo, che oggi scende di nuovo in campo il grande FC Zestafoni (“presso il medico della mutua”, ha aggiunto lui). I nostri amici georgiani sono riusciti infatti a superare lo scoglio del Dacia Chisinau, anche se non senza qualche apprensione. Dopo il trionfo dell’andata, quel 3 a 0 casalingo ancora davanti ai nostri occhi per le prodezze di bomber Jaba Dvali, la squadra con il nome di una compressa per l’ulcera (che, come è apparso ieri sul numero postumo del News of the World, è stato fatale alla cantante inglese Amy Winehouse, deceduta in seguito ad un cocktail letale di Fernet Branca, shaboo e Zestafoni 10 mg) è andata subito sotto in terra moldava, ha sofferto per l’espulsione di Teimuraz Gongadze, ammonito due volte in cinque minuti a inizio secondo tempo (el ruso Pèrez, da Buenos Airers, ha apprezzato), ha subito il 2 a 0 su rigore nel recupero, ma ha portato a casa lo storica qualificazione al terzo turno. Dunque, questo pomeriggio al Boris Paichadze National Stadium di Tbilisi (non so perchè non giochino a Zestafoni) arriva lo Sturm Graz, compagine austriaca che fu del Principie Giannini e di Ezio Gambaro. Diretta alle 18 nei migliori ambulatori del paese, sperando che Gogi Pipia, Saba Lomia e Rati Tsinamdzgvrishvili, pur partendo dalla panchina, ci regalino un’altra emozione.


Il barbaro Paolo Guerrero
E’ finita la Copa America e vorrei fare un breve bilancio (abbiamo commentato tanto e di più sull’argomento). I miei preferiti restano quei giornalisti italiani che avevano puntato tutto sulla finale Brasile-Argentina, come se la Copa si identificasse ontologicamente con questa partita. Sicuramente sono gli stessi pennivendoli che avevano già dato per marcio il futebol italiano in seguito alle “sensazioni” sul calcio-scommesse del procuratore Di Martino di Cremona. Auguro a tutti loro una lunga estate modello Massimo Ugolini 2006 di fronte alle porte della Procura, massacrati dal caldo, dalle zanzare e dalle anguille del Po. Tornando al campo, sono rimasto incantato dal bomber peruviano Paolo Guerrero, che con l’Amburgo (e prima ancora col Bayern) mi aveva sempre lasciato scettico, mi sembrava un po’ abulico, ed invece si è rivelato un vero barbaro dell’area di rigore (per una volta Bergomi ha detto una cosa suggestiva). Chi lo prende, se lo prende qualcuno, fa un affare; altrimenti le partite dell’Amburgo diventeranno un mio personale must del sabato pomeriggio. Tutto il Peru è stato commovente: una squadra con la stessa mobilità di una libreria della Città del Mobile Rossetti (ciao Nonno Ugo, ci manca la tua signorilità in questo mondo di capitalisti svedesi) ha incartato tutti gli avversari, Uruguay in semifinale compreso, che l’ha spuntata solo per il tasso tecnico fuori dalla norma del suo attacco. Del Peru vorrei citare Lobatòn, Yotun, Chiroque, Cruzado e il capitano Vargas, altro fenomeno. Una menzione speciale anche all’allenatore e al simpatico massaggiatore bassissimo che esultava al suo fianco ad ogni gol. Ho notato peraltro che in Sudamerica non esistono centrali di difesa rapidi (l’ultimo dev’essere stato Còrdoba), sono tutti marcantoni altissimi, lentissimi e con un evidente incapacità di controllare il pallone, non dico di palleggiare (forse Martin Laursen è stato adottato, dev’essere peruviano anche lui). Penso ai due del Venezuela, Vizcarrrondo (uno che ha la faccia di quello che scopa una cifra) e Rey, penso agli Acasiete, ai Rodriguez, ai Coates, a un altro paio che non ricordo come si chiamino. Poi ci credo che Suàrez passa in mezzo che è una meraviglia! Così come ho trovato intercambiabili i centrocampisti centrali, soprattutto gli interdittori. I vari Rincòn, Guarìn, Vidal, una faccia una razza. Mi ha destato meraviglia la qualità della nuova leva venezuelana: Orozco, Fedor, Rondòn, Gonzàlez, calciatori superbi, mi aspetto grandi cose dalla Vinotinto in ottica mondiale. Ineguagliabili, infine, i numeri dieci delle varie nazionali: il mago Valdivia, il gordo Ortigoza, il piede flautato di Arango, esponenti raffinatissimi di un calcio che non esiste più. Attendiamo con ansia la prossima edizione.

Il caso Kasami
E’ passata sotto silenzio la cessione a titolo definitivo di Pajtim Kasami, giovane stellina svizzera, dal Palermo al Fulham. Non so perchè, ma sono quei misteri del calciomercato che mi intrigano più di mille tormentoni stile Fàbregas o Sànchez. I veri colpi per ora, mi spiace dirlo, ma li ha fatti la Lazio, che si è anche ritrovata in casa un Tata Gonzàlez gasatissimo. Dubito che Edy Reja saprà gestire una rosa di questa qualità (e di questa dimensione: trenta giocatori e tutti potenziali titolari, a parte Del Nero e Garrido), ma so anche che giocatori come Hernanes, Klose e Cissè non ha bisogno di nessuno che li gestisca (sanno gestirsi bene da soli). La Roma, come ricorda Tato, ha finalmente un portiere, l’ottimo Stekelembù, che ovviamente verrà fischiato al primo gol subito (segue coro di rimpianti per Julio Sergio, nonché frase del vicino con la faccia che la sa lunga “l’avevo detto io che era mejo Kameni”), ha finalmente un attaccante capace di emozionare come Bojan, ha finalmente una coppia di difensori che non si fanno le meches nè soffrono di saudade (Burdisso e Heinze sono più accattivanti di Pastore per quanto mi riguarda). Menez e Vucinic sono sacrifici necessari, il primo se ne voleva andare, il secondo l’ho fischiato tutto l’anno, forti sono forti, ma i musi lunghi hanno rotto le palle. Adesso aspettiamo che salti tutto con gli ammericans così va tutto a monte e ricominciamo da capo, abbiamo scherzato, la mattina ci svegliamo e c’è Pradè che presenta Guberti e Loria. Il mercato del Napoli mi convince fino a un certo punto, Inler è un buon innesto ma piuttosto che due scarti come Dzemaili e Donadel gli avrei preso uno solo, ma forte, vicino (Parolo?), e avrei riscattato l’ottimo Yebda. Poi manca un attaccante forte là davanti, qualcosa mi dice che i trettrè (quanto ci mancano anche loro) non si ripeteranno. Aquilani e la Fiorentina sono prove tecniche di eutanasia per entrambi, la coppia d’attacco Meggiorini-Morimoto un biglietto di sola andata per la B per il Novara, A. Masiello un vero colpaccio dell’Atalanta, Omar Milanetto al Lugano avviene con dieci anni di ritardo (ma come ha fatto uno così a giocare in serie A, nel Genoa di Gasperini poi?), Ricky Alvarez il nuovo Quaresma (e il suo leggendario sinistro sotto il sette tagliando da destra la nuova trivela), Pirlo l’orchestra suonante di una Juventus che affonderà al primo iceberg (il 4-2-4 è un approccio vincente per affrontare il dramma tricologico, meno le squadre della parte destra), Acquafresca farà un sacco di gol purchè nessuno gli dica mai che la casacca rossoblu che indossa non è quella del Cagliari, Konè del Brescia merita un palcoscenico più degno del suo taglio di capelli wedge. Infine, ascoltavo stamattina con attenzione del possibile passaggio di Stephen “bomber nero” Makinwa al Benevento: insieme all’ex primavera giallorosso Montini (quello della tripletta in finale), hanno già messo un’ipoteca sulla prossima Lega Pro.
E adesso, buon bagno a tutti!
 

venerdì 22 luglio 2011

DAJE AMERICANO PEDALA

E’ di oggi la notizia che nell’ambito della trattativa che vuole portare la proprietà della AS Roma nelle mani di Thomas DiBenedetto sia intervenuto un fattore nuovo e scomodo. Un negativo di diversi milioni di Euro, residuo della vecchia gestione e a dir poco indigesto oltreoceano. Un pizzico di confusione che va ad aggiungersi allo scenario attuale.
E che l’AS Roma fosse un asset da ricaratterizzare lo si sapeva. Che il post-Rosella Sensi sarebbe stato difficile pure. Tanti – troppi – detrattori, una immensa torta tolta dal tavolo e un management da rifondare. Il fatto però è che i tempi sembrano allungarsi a dismisura. Il fattore tassi di interesse sul prestito alla cordata di Boston, il Presidente ad interim, le date non certe. Dalle notizie che trapelano in questi giorni, le parti sono lontane. Il mercato vive di voci e di grandi nomi.
I termini ufficiali su Bojan Krkic, fino ad oggi mascherati nell’incertezza tra acquisto o prestito con diritto/obbligo di riscatto, sono stati resi pubblici da Roma e Barcellona: acquisto a 12 milioni di Euro. Controriscatto a 13 il prossimo anno, che, se esercitato dal Barcellona, obbligherebbe la Roma a versare ulteriori 28 milioni per trattenere “el de Lyniola“. Di fatto, Sabatini sta pagando 12 milioni un prestito-prova di un anno. Stekelenburg? Kameni è titolare o una riserva? Gli Heinze a parametro zero e le scommesse Jose Angel. Da verificare poi l’affare Lamela – quanto a cifre, modalità di pagamento e, soprattutto, fidejussioni bancarie – e la posizione di Capitan Futuro nel nuovo progetto.
La prossima settimana dovrebbe atterrare a Fiumicino l’americano. Pronto ad intervenire in prima persona assieme agli uomini di finanza di fiducia per limare le cifre e fare chiarezza. Un passaggio di consegne tremendo per la tifoseria romanista. A mezza via tra gli affari delle banche e il sogno firmato Luis Enrique, l’allenatore che ha progetti ambiziosi.
L’affare si farà, perchè tra mille sfaccettature strane conviene a tutti, americani e banche. Tra mille dubbi si allontaneranno gli spettri. E se dovessero relamente chiudere la Roma avrebbe fatto il botto. Un’idea solida a livello societario ed un’avviata rifondazione in campo, tra vivaio, giovani già in prima squadra e acquisti di alto profilo (perchè, al di là di tutto, Bojan e Lamela sono nomi da mercato serio).
Insomma, succede.. ma se non succede?

giovedì 14 luglio 2011

Copa America – Cuartos de Final

Io dico Argentina facile sull’Uruguay, genio di Suarez permettendo.
Brasile stretto sul Paraguay.
Pioggia di gol in Cile-Venezuela.
Il sogno peruviano che si infrange.

lunedì 11 luglio 2011

Sogno di una notte di mezza estate

la bellezza senza tempo della maglietta del Peru

Volevo solo dire una cosa: questa Copa America è bellissima. Non lo dico perchè tutti i giornali affermano il contrario con snobberia; nè perché voglio perorare la causa dei commentatori di Sky (che fanno più tenerezza di Cerqueti e Sandreani quando commentano i quarti di finale di coppa Italia – mercoledì sera, nebbia, 4 gradi, duecentosei persone allo stadio, otto davanti alla televisione – e ripetono a ogni piè sospinto che le due squadre in campo stanno onorando la competizione, proprio mentre due panchinari cronici si sfidano sulla fascia). Lo dico perchè lo penso davvero – altrimenti non aspetterei tutti i giorni con ansia le ore più piccole.

Qualcuno obietterà: ma la maggior parte delle partite sono bruttissime! Pochi gol, campi spelacchiati, ritmi lenti, giocatori svogliati, tecnica modesta. La cosa non mi tange. E’ che ormai ho imparato a vivere e a valutare il calcio come vivo e valuto i romanzi o i film. Non mi importa più niente di che cosa parla il libro (o il film), che è la tipica domanda che si sente a cena; la trama, la storia, non significano nulla per me, tanto niente si può più inventare, tutto è ripetuto, elaborato, reinventato, destrutturato (tutto è detour, vero Zio?), nessuno svolgimento degli eventi può sorprendermi. Quello che mi importa, e mi affascina (o mi annoia), è lo stile, il modo, l’atmosfera, il contesto in cui la storia – qualunque storia! anche la più scema, anche la più brutta – si svolge. I film di Kaurismaki, i libri di Bernhard, i quadri di Rauschenberg, raccontano tutti la stessa storia, una monotonia probabilmente asfissiante per il lettore di gialli svedesi o per l’amante della nuova commedia all’italiana, ma che a me attrae per la sua capacità di catapultarmi dentro quella storia, perchè parliamo la stessa lingua, condividiamo la stessa sensibilità, ci accomuna la stessa curiosità, perchè è un’estetica che riconosco e comprendo, e questo mi conforta.

Le partite di questa Copa America hanno per me lo stesso significato. Per assurdo, non mi importa nulla di quello che succede in campo, o almeno, dei cd. momenti salienti. Anzi, meno cose succedono, meglio è, così mi godo tutto il resto. Ciò che mi coinvolge sono i nomi esotici dei giocatori, le loro capigliature eccentriche, i loro fisici così poco occidentali; sono le vite dei tifosi sugli spalti, le vite delle città che ospitano gli stadi in cui si gioca, le vite delle persone rimaste a casa a bere mate; sono i commentatori locali, le mimiche facciali degli allenatori, la pesantezza di certi difensori centrali; sono le giocate di classe di certi numeri dieci intervallate da venti minuti di sparizione, le corse insensate di ali dribblomani, le scivolate senza senso di terzini in ritardo; sono i fratelli dei calciatori che giocano in Europa che vedono i loro fratelli più grandi tre volte l’anno, i giovani costaricensi con le valigie pronte verso Oriente, le parate goffe del portiere venezuelano; sono le magliette dei peruviani, l’altezza spropositata del centravanti boliviano, i gol sbagliati dai colombiani a porta vuota; sono la densità a centrocampo dei paraguaiani, la passione di Burdisso, l’addetto del Rosario Central che va all’aeroporto a raccattare suo fratello in arrivo da Roma; sono la mediocrità dell’Ecuador, il ceviche che si mangia a Lima, l’odore acre che si respira a Piazza Mancini; sono i libri di Ribeyro, i dischi di Javiera Mena, la faccia d’attore di Ricardo Darìn; sono la pappagorgia di Borghi, il look da cattivo di Batista, gli occhiali da professore di Martino; sono il tridente dell’Uruguay Forlan-Cavani-Suarez, il rigore orrendo calciato da Guevara, la duttilità di Vidal; sono la freddezza di Guerrero, i risultati imprevedibili, i fischi dalle tribune; sono le dittature del passato, le repubbliche di bananas del presente, i passaggi rasoterra dello stopper col codino; sono le pagliacciate di Neymar, le aperture del mago Jorge Valdivia, i commenti di Onofri; sono il colpo sotto di Ortigoza, le serpentine di Estigarribia, i movimenti di Falcao; sono l’assenza dei Pizarro, l’assenza di Pinilla, l’assenza di Pastore; sono il ricordo di Zamorano, di Salas, di Batistuta; sono le spiagge di Florianopolis, i balneari di Jujuy, il deserto di Sonora; sono gli emigranti italiani, il tacco sul calcio d’angolo, l’attesa di Lamela; sono i tocchi di prima di Ganso, i falli che subisce Sanchez, il mestiere di Acasiete; sono i dieci minuti in cui non succede nulla, i cinquanta minuti in cui non succede nulla, i novanta minuti in cui non succede nulla; ed è soprattutto la dolce consolazione di potermi immaginare, poco prima di addormentarmi sul divano, nelle notti afose di questo luglio romano umido di sogni, una nazione così distante e che però sento così simile a me, così vicina, anche se so che non la visiterò mai, se non in questi scampoli di vita che mi regala la Copa America, una competizione che se ne fotte dei giornalisti sportivi italiani, una competizione fuori dal tempo e oltre ogni estetica,  come il paese che la ospita, come noi.

giovedì 7 luglio 2011

Gracias Dios, por el fútbol, por Maradona, por estas lágrimas


Non credo che possano esistere parole migliori di quelle di Giorgio Perozzi, per descrivere il senso della parola “Genio”. Io non scrivo questo post dopo la seconda partita steccata dall’argentina della pulce, per deridere quanti coloro sostengono che Messi abbia già superato Maradona, ne tantomeno lo faccio per pungolare Messi. Credo, e lo credo per davvero, che Lionel Messi vincerà almeno un mondiale da trascinatore, forse segnando in tutte le partite. Credo che per vedere un altro giocatore lontanamente paragonabile a Leo Messi dovremmo aspettare non meno di altri 20 lunghissimi anni. Ora probabilmente l’Argentina batterà agevolmente la Costarica, passerà il turno e vincerà questa coppa America, spero con tante prodezze del suo numero 10, uno dei pochi al mondo capace di esaltarci anche quando batte una rimessa laterale(ammesso che l’ abbia mai fatto). Il problema è che i paragoni sono deleteri per tutti, soprattutto quando i paragoni, non hanno alcun senso. Troppo diverse le carriere, troppo diverse le loro epoche, troppo diverse le nazionali avute a disposizione, ma soprattutto, troppo diverse le due teste in questione. Da una parte esiste il “Genio”quello genuino e spontaneo, quello nato senza contaminazione esterna, quello non costruito, quello autentico. Dalla parte opposta invece esiste una sorta di macchina, assemblata in laboratorio, con dei difetti di fabbricazione riparati nel tempo, una sorta di perfetto clone, ma senza quel tocco di umanità, di debolezza che lo renderebbe identico al suo predecessore. Parliamoci chiaro, Messi giocherà fino a 40 anni, senza mai incorrere in nessun tipo di problema, non avrà figli illegittimi, non verrà prelevato in campo da una sgraziata infermiera, non avrà neanche contatti con la malavita e non dovrà mai perdere 50 kg per non rischiare di morire. Forse è proprio questo, che non renderà Lionel Messi immortale, almeno per quelli come me, quelli che credono che per essere superiori, per non dire divini, non si può essere anche dei bravi ragazzi. Lo insegna la storia, la follia è arte, basta prendere pittori, scrittori, compositori ma anche cantanti e musicisti. I migliori hanno sempre qualcosa che non va. Il calcio di Diego Armando Maradona è arte, la splendida arte di un folle. Il calcio di Messi no, il calcio di Messi è una stampa, un imitazione perfettamente riuscita ma non è e non sarà mai l’originale e forse molto meglio così per lui e per la sua carriera. Messi è come una torta confezionata, magari buonissima, cotta alla perfezione, con il giusto mix dei vari ingredienti, ma pur sempre con quel vago sapore industriale, non genuina come quello della nonna, che rimane un po’ bruciacchiata sul fondo e lievemente cruda all’interno ma che con rispetto parlando è un altra cosa. “Si ma vorrei vedere uno come Maradona nel calcio di oggi” dicono in molti, già, forse è vero, ma vorrei vedere anche io un Maradona che cresce nelle giovanili di una squadra come il Barca, senza contare che un Messi ai tempi di Diego,visti i suoi problemi non sarebbe, purtroppo, mai arrivato a fare il calciatore. Mi piacerebbe anche vedere un Messi nel Napoli o un Maradona servito da Xavi e Iniesta, ma sono discorsi TOTALMENTE inutili. Qualche tempo fa IL PA fece un eccellente “Elogio della locura” con protagonista Martin Palermo. Ecco è la “Locura” o come direbbe qualcuno “E’ la cazzo de locura !“, la differenza è tutta là, sembra nulla invece è tanto, manca giusto una spruzzata di pazzia a Lionel Messi, ma ripeto tanto meglio così, perchè in questa maniera ce lo godremo in santa pace per tanti, tantissimi anni. Delle volte immagino Messi nei quarti di finale con l’Inghilterra che supera Shilton, il goal viene convalidato, ma lui va dall’arbitro per dire che l’ha toccata di mano. Delle volte immagino anche un Diego Armando Maradona con la testa sulle spalle, ma mi viene la tristezza, la sua arte come già detto viene dal suo “squilibrio”, riuscireste mai ad immaginare un Van Gogh che dipinge “Notte stellata” da sano di mente? Un Bukowsky astemio? O per tornare a qualcosa di più terreno e vicino a noi un Keith Richards dopo 6 mesi di San Patrignano? Lasciamo stare. Forse sbaglio, forse sono di parte, forse non voglio semplicemente ammettere che sia nato uno più forte e completo di quel che ritengo essere il mio Dio calcistico. Non saprei come chiudere questo post, per me questo post non dovrebbe esistere, come non dovrebbe esistere il paragone, chiudo quindi con le parole pronunciate da Victor Hugo Morales il 22 giugno del 1986, durante la telecronaca del quarto di finale dei mondiali messicani in occasione del goal del secolo. Il giorno che Messi riuscirà a far piangere un telecronista ne riparleremo. Fino ad allora facciamo silenzio, per rispetto non di Maradona, ma di Lionel Messi.
 
la va a tocar para Diego, ahí la tiene Maradona, lo marcan dos, pisa la pelota Maradona, arranca por la derecha el genio del fútbol mundial, y deja el tendal y va a tocar para Burruchaga… ¡Siempre Maradona! ¡Genio! ¡Genio! ¡Genio! ta-ta-ta-ta-ta-ta… Goooooool… Gooooool… ¡Quiero llorar! ¡Dios Santo, viva el fútbol! ¡Golaaaaaaazooooooo! ¡Diegooooooool! ¡Maradona! Es para llorar, perdónenme … Maradona, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos… barrilete cósmico… ¿de qué planeta viniste? ¡Para dejar en el camino a tanto inglés! ¡Para que el país sea un puño apretado, gritando por Argentina!… Argentina 2 – Inglaterra 0… Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Gracias Dios, por el fútbol, por Maradona, por estas lágrimas, por este Argentina 2 – Inglaterra 0.
 

domenica 3 luglio 2011

E la chiamano estate

Walter Sabatini
E’ difficile parlare di pallone durante l’estate, l’estate senza i Mondiali e senza gli Europei. Il chiacchiericcio del calcio-mercato è obiettivamente un simulacro di adolescenza che non ci appartiene più. Leggere il giornale durante un’intera settimana solo per capire se qualche oscuro calciatore sudamericano – che non abbiamo mai visto giocare e che con tutta probabilità non vedremo mai – ha firmato o meno con la nostra squadra ha un senso sotto l’ombrellone, tra un Dylan Dog e una Settimana Enigmistica, molto meno nella pausa caffè al lavoro. Trovo straniante – ma la ascolto ogni mattina, grazie a Gegen che me l’ha fatta scoprire – la rassegna stampa radiofonica che Radio Incontro – una delle tante radio romane votate al calcio – dedica a Roma e Lazio ogni mattina alle nove, da un giorno all’altro non cambia nulla (giocatori, offerte, commenti) se non i tempi e i modi dei verbi utilizzati. Ho chiesto ieri sera, durante una cena, ad alcuni giornalisti sportivi della carta stampata se non soffrono anche loro quest’immobilismo afoso che avvolge il mondo del calcio in queste settimane, ma non mi sono sembrati così rassegnati. D’altronde per loro è un lavoro e, come tale, è immobile tutto l’anno. Ho capito però che durante l’estate le redazioni spotive dei giornali sono come delle monadi che non si parlano tra loro, ma come cani in un parco si annusano con diffidenza. Si vive cercando di trovare un equilibrio tra l’ambizione di pubblicare lo scoop che brucia i concorrenti e la prudenza di non dire delle cazzate che verranno smentite in trenta secondi netti.

Ieri sera ho capito dalle loro risposte innanzitutto una cosa che avevo già intuito, e cioè che gli americani, almeno per quest’anno, non vogliono investire molti soldi (eufemismo) nella Roma. Al di là dello stadio, che pure è la torta grossa da spartirsi, mi fa notare giustamente Gegen che non avrebbe nessun senso fare adesso il grosso investimento e comprare il Nome (facciamo anche Cristiano Ronaldo o Messi) quando la Roma in America (e nel mondo) non la conosce nessuno, quando manca il famigerato brand, quando le magliette del Nome resterebbero invendute o comunque sottovendute. Sarà un anno di ambientamento, per capire se vale la pena investire ovvero disinvestire e rientrare dei pochi quattrini spesi (per ora, in prestito dalla banca). Non prendiamoci in giro: Bojan è fichissimo ma è un semplice prestito, i terzini sono due ragazzini senza esperienza, il portiere non è Buffon nè Viviano, il resto ancora non si sa.

Ho capito anche che Sabatini è una foglia di fico. Lui ci ha messo la faccia, la gente ci crede, intanto si è preso tempo. Baldini idem. Peccato che Sabatini sia costretto a fare un mercato senza soldi, come faceva ai tempi di Lotito, a differenza di quelli di Zamparini, in cui almeno aveva il portafoglio gonfio. Adesso il povero Walter va in Argentina, parla con Ricky Alvarez, cena con la famiglia, convince anche il procuratore, ma al momento di chiudere col Velez si accorge di aver lasciato il blocchetto degli assegni a Roma (o a Boston?). Un giocatore che aveva già preso sfuma in venti secondi, perchè l’agente Simonian – come tutti gli agenti – non è un fesso, riconosce l’odore del parvenu, e per quanto lo stimi, gli affari sono affari. Peccato, perchè questo è un gran bel giocatore, e dove andrà, farà bene. Lamela e tutti gli altri faranno la stessa fine. Alla Roma sui titoli di qualche giornale, bruciati da qualche concorrente nella vita vera. Per la disperazione del povero Sabatini, che alla fine rimpiangerà di non essersi andato a riposare alla Sampdoria.

La Lazio invece si è mossa a fari spenti. Il mercato è praticamente finito. Ha preso la punta, ha preso il mediano, ha preso il terzino e ha preso anche il portiere. Se va via Floccari arriva Cissè. Se c’è l’affare arriva un altro difensore. Stop. L’unico scossone potrebbe essere la vendita di Zarate. Ma chi se lo compra a quelle cifre? Solo una squadra di medio blasone che non riesce a raggiungere il colpo n°1, il colpo n°2 e il colpo n°3, e pur di non scontentare i tifosi si prende un calciatore che comunque ha un minimo di nome. Penso all’Atletico Madrid, al Wolfsburg, a questo genere di compagini. A quel punto Lotito, per evitare il linciaggio della piazza, sarebbe costretto a muoversi. Ma solo a quel punto (e, in fondo, sarebbe anche contento di farlo).

La verità è che d’estate si dovrebbe parlare d’altro, come della bella finale di Wimbledon giocata oggi. E invece siamo qua ad aspettare colpi che non arriveranno mai, giocatori svincolati che rinforzeranno squadre minori, valzer di portieri e centravanti. A rosicchiare informazioni alle cene di compleanno. La Copa America (mi ha divertito una sua definizione che ho letto sul Foglio di sabato: “una serie di incontri amichevoli in cui ci sono più attaccanti che spettatori”) non ci basta. La verità è che dovremmo essere tutti al mare, a giocare a pallone sulla spiaggia, con il giornale che si insabbia sotto l’ombrellone, e fottercene della vita vera, mentre invece domani si lavora, e qualcuno avrà anche il coraggio di chiederci cosa faremo quest’estate. E la chiamano estate…