lunedì 28 febbraio 2011

Appunti del weekend

non invidio Del Neri
Era da un po’ di tempo che non prendevo appunti sul fine settimana calcistico, ma in questi due giorni sono successe un sacco di cose interessanti nei maggiori campionati europei, e ve le getto in pasto con la stessa audacia con cui un inserviente dello zoo deposita bistecche crude nella gabbia delle pantere.

1. La Juve è una bella squadra.

2. La finale di Coppa di Lega inglese (primo titolo stagionale assegnato), vinta all’ultimo minuto dal piccolo Birmingham contro il grande Arsenal, è una parabola esemplificativa per vari motivi. Intanto per il geniale gol con cui Oba-Oba Martins ha deciso l’incontro. E’ un mistero per me il motivo per cui uno come Oba-Oba (che tutti ricordiamo per le sue involontariamente comiche indecisioni linguistiche a Controcampo, in cui, con evidente sadismo, Piccinini lo coinvolgeva in discussione complesse del tipo “stasera tutti in discoteca, Bazzani, la Merz, Vieri…e anche Oba-Oba”, e primo piano a strigere sullo spaurito nigeriano) giochi a pallone ad alti livelli, essendo privo di qualsiasi qualità propria del gioco del football – e tuttavia mi fa piacere vederlo esultare con quelle capriole senza senso, perchè è un momento di pura allegria, di gioia infantile, di confortante naivete. Non mi soprende allora che abbia segnato a porta vuota, da un metro (altri tipi di suoi gol non me li posso immaginare). Non mi soprende neanche vista la nuova retroguardia gunners, composta da uno stopper e un portiere accomunati dallo stesso incomprensibile cognome e dalla stessa incomprensibile (conoscendo Wenger) idiosincrasia verso il concetto di partite senza sbavature. L’Arsenal si è dimostrato ancora una volta il paradosso che è, ovvero una squadra bellissima, che gioca benissimo, con giocatori eccezionalissimi (il gol di Van Persie è una perla, le giocate di Nasri, Wilshire e Arshavin dolci come baci della buonanotte), ma che non vincerà mai nulla, perchè a guardarsi troppo allo specchio si finisce come in certe omonime opere di Pistoletto, non ci si riconosce più e ci si perde. Infine fa sempre piacere quando il nord dell’Inghilterra vince e Londra piange.

3. Il Borussia Dortmund è davvero strabiliante. Senza farsi prendere dalle vertigini, va a Monaco e dopo dieci minuti va già in gol con un bel tocco di Lucas Barrios; il Bayern pareggia e dopo due minuti va di nuovo avanti con una giocata sopraffina di Sahin, per la verità lasciato libero di calciare come solo i mediani della Roma sanno concedere; nel secondo tempo controlla senza tremare e sigilla il trionfo con un bel colpo di testa dell’ex Hummels. Robben, Ribery e Mueller semplicemente non pervenuti. A questo punto anche il più scaramantico dei gialloneri non può più nascondersi, neanche un harakiri di quelli raccontati da Tato potrebbe far perdere il campionato alla squadra di Jurgen Klopp, o almeno è quello che tutti speriamo.

4. Curioso il modo in cui è passata in vantaggio l’Inter ieri sera. Il portiere, sul palo, sistema la barriera; in barriera manca un uomo sulla destra, starà arrivando; i giocatori dell’Inter protestano per la scarsa distanza; l’arbitro, un bellimbusto da commedia pecoreccia americana, senza apparente motivo decide lo stesso di fischiare; Sneijder, che ha un piede fenomenale, inventa una traiettoria fantastica; Curci rosica, e per una volta non ha tutte le colpe.

5. Quest’anno è più difficile di quelli passati ma sono certo che tre squadre con tre meravigliosi attaccanti alla fine si salveranno. Tre attaccanti che ieri hanno giustamente purgato. Il primo è Demba Ba da poco accasato al West Ham, un centavanti da sogno, con delle mani enormi; il secondo è il rifle Pandiani, un vero veterano (peccato che la sua stupenda incornata non sia bastata all’Osasuna), che segna i suoi gol solo alla fine del campionato; il terzo è Lucas Podolski, che ieri ha segnato la rete più bella di giornata, una palombella da fuoriarea da non credere, all’ultimo secondo, dando il successo al suo Colonia. Mi sarebbe piaciuto aggiungere, a questa carrellata di derelitti, anche la prodezza di Abdel Kader Ghezzal, ma al (e a) Bari non ci crede più nessuno.

6. L’esultanza di Raul dopo ogni suo gol, anche quello inutile di ieri (come lo sono quasi tutti i gol dello Schalke di quest’anno), dovrebbe essere fatta vedere nelle scuole calcio di tutta Europa. Raul è proprio felice di segnare. Guardate che non tutti lo sono.

7. Non è il massimo giocare alle dieci di sera. Non lo è neanche giocare al Riazor. Contro le squadre abbottonate di Lotina, poi…Peggio ancora è farlo dopo che il tuo acerrimo rivale ha strapazzato il Maiorca a domicilio. Però il Real Madrid ha fatto un bel pasticcio andando a pareggiare a reti bianche contro il Depor. Il campionato lo vedo definitivamente compromesso, e anche lo scontro diretto di aprile non penso potrà incidere più di tanto (anzi). Pare una bestemmia dire che forse Mourinho ha sbagliato a far giocare Kakà dal primo minuto, sacrificando un ispiratissimo Di Maria, ma forse è così. Sono i tempi che cambiano, e i miti che cadono. Certo sarebbe tosto un altro anno senza tituli, ma ho come l’impressione che a Madrid prima se ne rendono conto meglio è. Per recriminare sui gol decisivi che avrebbe garantito Raul, invece, c’è sempre tempo…. 

martedì 22 febbraio 2011

Il mio giorno della liberazione

Io detesto parlare di Roma su LB,questo blog lo uso esclusivamente per realizzare le mie più torbide fantasie calcistiche,su come schierare la selezione della regione Veneto,per scoprire che fine ha fatto l’instancabile motorino di centrocampo Emile Mbouh,per raccontare l’entusiasmante cavalcata del Calais o per analizzare la punizione di Ilunga Mwepu,di certo non uso questo blog per stressarmi con i problemi della mia squadra,perchè in qualche anno di radio romana vissuta sul campo ho capito che parlare di Roma è veramente inutile e fondamentalmente fastidioso. Oggi non vorrei macchiare il mio curriculum di blogger,ma non posso esimermi dal farlo,perché per me oggi è il giorno della liberazione,perché in questo post cercherò di fare un discorso generale. C’è qualcosa di marcio,di realmente marcio quando sul 3 a 0 non sei convinto di portare i 3 punti a casa,c’è qualcosa di ancora più marcio quando sul 3 a 3 speri in un goal avversario per porre fine a quello che reputi un regno del terrore. Lo scorso settembre 2009 quando la Roma perdeva in casa contro una squallida Juventus ero in viaggio. Un viaggio in pullman da Ragusa a Roma un qualcosa di atroce,reso ancor più tremendo dalla seconda sconfitta in campionato,un viaggio della speranza tormentato da un ragazzo ceco(ceco di Praga per dirla alla Verdone) seduto dietro che ingurgitava un qualche alcolico da discount che si lamentava perché il film scelto (un qualcosa di Pieraccioni) non si sentiva bene. Nel mentre cominciavano a circolare le prime voci di dimissioni di Spalletti e in quel viaggio ETERNO la preoccupazione non era rivolta tanto ai vapori alcolici provenienti dal mio simpatico vicino,quanto all’eventuale sostituto,un solo nome era possibile e in quel viaggio oltre a sperare nel coma etilico dello stronzo dietro di me, mi auguravo con tutto il cuore di sbagliare. Oggi sono euforico,ho perso e sono dannatamente contento,ho perso in un modo doloroso e umiliante roba da “Annà in esilio dentro ar cesso” come direbbe il maestro,eppure questa è una sconfitta bella,ringraziando il signore non corro più il rischio di trovarmi il nulla in panchina per un altro anno,certo questo vorrà dire salutare l’idolo mio e di Dionigi Damianò,secondo di Ranieri al quale manca solo una Baguette sotto l’ascella,un foulard rosso e una maglietta a righe per impersonificare lo stereotipo del francese,ma è un sacrificio che accetto di buon grado. Sarà quel modo fasullo di parlare,quel falso charme,quella spocchia nel rispondere,sarà che ovunque è andato tutti si sono lamentati di lui. Qualche amico tifoso Juventino aveva cercato di avvisarmi,ma finché non lo provi sulla tua pelle non puoi capire. Oggi a Roma si cerca di assolvere,di ringraziare quanto fatto,ma nessuno si è reso conto che una puntata di Consorzio Nettuno senza audio era più entusiasmante di questa Roma. Oggi si assolve,la colpa è dei giocatori,sono dei bambini viziati che hanno cacciato il povero gentiluomo,un povero gentiluomo che era riuscito a litigare anche con la mascotte,un povero gentiluomo capace di fare un catenaccio anni 50 a Monaco che viene schernito dal proprio capitano,un gentiluomo allergico ai cambi e forse tanto meglio così se i cambi in questione sono Loria per Borriello(dopo Menez-Simplicio sul 3 a 1) sul 3 a 2 in tuo favore. Non riesce a fare gioco va contro la sua natura,era davvero più divertente la fila alle poste che una partita della Roma. Mai come in questa stagione noto la penuria delle panchine. Il Milan rischia di vincere lo scudetto con un mister che definire acerbo è davvero poco(lo si può notare dalla Champions),e rischia di vincerlo grazie al suicidio interista,che perde 6 mesi per scoprire che Benitez e Mourinho non sono uguali e che prende un tecnico come Leonardo solo per ripicca allo smacco Ibra. Per non parlare di Del Neri,un allenatore da provincia,che a Torino sta facendo la stessa figura del burino arricchito ad una cena di gala che cerca di tagliare la carne con il coltello sbagliato. Capisco anche i tifosi laziali,perché in questo campionato ha senso lamentarsi di Reja,perché si ok si è quarti,ma questo non vuol dire che non si debba cercare di giocare a pallone congelando il risultato su uno squallido 1 a 0. E allora si!protestate anche se siete primi o quarti,fatelo perché allo stadio ci si va per veder giocare a calcio e non per vedere barricate e lanci lunghi,ci si va per divertirsi e non per segnare chiudersi e sperare. Passare da Spalletti a Ranieri è stato traumatico,è come passare da Charlize Theron a Gegia,per questo ieri è stato il mio 25 Aprile,con tanto di americani. Mi sono liberato di un peso,di chi ha avuto la possibilità di portare a casa 3 trofei e da perdente non ne ha vinto nessuno,di chi mi faceva andare allo stadio controvoglia,di chi è stato eliminato da Panathinaikos e Shakthar,da chi vanta origine testaccine ma in quei goal juventini contro la Roma quanto esultava,da chi è solito sputare sul piatto dove ha mangiato,da chi non ha mai avuto polso,da chi ha la stessa verve della Montalcini alle 2 di notte,mi sono liberato da tutto ciò che io non reputo calcio. Sicuramente non cambierà nulla,di certo la Roma non arriverà quarta,ma oggi sto bene,e auguro anche a voi tifosi insoddisfatti dei vostri grigi allenatori,di tornare a sorridere come me.

lunedì 21 febbraio 2011

Harakiri?

Disarmato, ovvero fingendo di attendere lo svolgersi degli eventi, ho finora accuratamente evitato di volere prendere parola circa le iperboli frastornate attualmente in essere in riva al Tevere.
Ma ecco che solo ieri la squadra ha voluto ricordare a tutti chi è: pochi minuti per schiacciare il solito modesto Genoa. Pochi minuti per farsi schiacciare dal solito modesto Genoa.
E così avviene che nel calderone arroventato, questa volta a cadere in pasto ai soliti sciacalli è Ranieri, con il suo carico di incongruenze tattiche e non. (Non fraintendetemi, sapete tutti che per me Ranieri andava esonerato alla nascita, ma non è questo il punto.)
Sullo sfondo, a riproporci ansiosamente lo scenario di sempre, bombe carta e celerini, radio locali ed ammutinamenti.
 
Curioso che tutto ciò avvenga in concomitanza di una cessione attesa ormai da parecchi lustri, sulle cui vicissitudini ed intrighi ci sarebbe da scrivere pagine di immondizia.
In tale contesto, la notizia dell’ultim’ora è questa: Vincenzo Montella è il nuovo allenatore della Roma. Da aereoplanino a traghettatore, dunque.
Facile pensare che siamo difronte ad un evidente caso di autogestione, con i giocatori che scelgono uno del “gruppo” per terminare la stagione.
Non voglio entrare nel merito del’oculatezza di tale scelta, ma limitarmi ad una breve considerazione su chi attualmente rappresenta e gestisce la Roma: i suoi calciatori.
Allenatori, ritiri, preparazione e formazione sono ormai completo appannaggio degli stessi, senza alcun tipo di interferenza da parte della “società”.
Ne consegue che chi verrà (e sempre che qualcuno verrà) troverà un polveriera senz’anima, divisa tra clan e fazioni.
Due le soluzioni: mettere palla in buca e ripartire da zero. Alternativamente, continuare questo stucchevole teatrino, infarcito di ballerine, nani, clown e puttane.
A Roma, ormai è chiaro, la seconda soluzione è di gran lunga la preferita.

giovedì 17 febbraio 2011

L’Italia in chiaro (grazie all’Europa)

il popolo ringrazia
Senza necessità di addentrarci troppo in questioni giuridiche (le quali, come tutti gli avvenimenti che non si svolgono nel perimetro di un campo di calcio, mi sono sostanzialmente ignote, oltre che indifferenti), volevo solo segnalare succintamente una curiosa sentenza appena sfornata dal Tribunale dell’Unione Europea (per chi un domani leggerà questo post alla ricerca di informazioni per la sua tesi di laurea, indico che si tratta delle cause T-385/07, T-55/08 e T-68/08, e le parti sono FIFA e UEFA contro la Commissione. Il comunicato stampa può leggersi qui. Nella bibliografia della tesi, questo blog può essere tranquillamente abbreviato come Lacr. Borg.).

Secondo i giudici di stanza in Lussemburgo, “uno Stato membro può, a talune condizioni, vietare la trasmissione in esclusiva dell’insieme degli incontri del campionato del mondo e d’Europa di calcio su una televisione a pagamento, al fine di assicurare la possibilità per il proprio pubblico di seguire questi eventi su una televisione ad accesso libero”.

Chissà come si dice in claris non fit interpretatio a Cologno Monzese (o dovunque si trovi Sky). Anche se la questione è già piuttosto chiara, mi spiego meglio. In pratica, i governi inglese e belga si erano lamentati del fatto che quegli avidi cripto-massoni della Fifa e dell’Uefa, con riferimento ai diritti televisivi delle partite del Mondiale e dell’Europeo rispettivamente, avevano stipulato contratti in esclusiva con le pay-tv nazionali, al fine di capitalizzare al massimo la vendita dei citati diritti (non so se siete mai stati, ma la sede Uefa a Nyon, affacciata sul lago Lemano e con mensa da tre stelle Michelin, ha dei costi di gestione un po’ più alti di un condominio di viale Libia). Invocavano, al contrario, la possibilità di trasmettere in chiaro non solo le partite delle rispettive squadre nazionali (cosa che, quantomeno per motivi di ordine pubblico, le pay-tv a malincuore comunque concedono), ma tutte le partite della competizione. E il Tribunale gli ha dato ragione, affermando che “allorché queste competizioni sono, nella loro integralità, di particolare rilevanza per la società, questa restrizione della libertà di prestazione dei servizi e di stabilimento è giustificata dal diritto all’informazione e dalla necessità di assicurare un ampio accesso del pubblico alle trasmissioni televisive di questi eventi”.

In altre parole, e qui concludo, la Fifa e l’Uefa possono ben vendere i diritti delle partite dei mondiali e degli europei alle varie pay-tv nazionali, ma non lo possono fare in esclusiva, o meglio, lo possono fare, finché lo Stato non lo vieta. Per intenderci, è la vecchia polemica scoppiata qualche anno fa in merito all’Italia trasmessa su Sky. Polemica che, per quanto disprezzi il livello da baraccone circense di RaiSport, mi sembra tutto sommato condivisibile. Libero Mondiale in libero Stato, dunque!

Vediamo adesso se Blatter e Platini, tra un barbecue e un cotillon, faranno appello, magari sobillati dalle Sky di tutta Europa…

venerdì 11 febbraio 2011

Il cigno di Utrecht

 

“I’n not afraid of him, I’m afraid of him in me”

(G.G)

In molti si chiedono da dove io tragga questa disposizione a effondermi in pratiche che superano i miei sforzi. A dispetto dei trucchi esasperati, l’età non mi perdona e il soffio di ogni vento smuove le pareti. L’anima nuda cigola e ho sempre bisogno del calore di alcove di cui ho perso il conto degli astanti. Non mi consola sapere che lo squallore non è mai negli atti ma negli occhi, conosco bene la direttrice del mio abbandono e non mi oppongo a nessun disfacimento.

In molti se lo chiedono, brandendo l’arma del ritegno. Non che io creda molto a questa storia del ritegno: il ritegno è la maschera che uso per dirmi presentabile, dovrebbe essere la mia arma di difesa, il velo di cui mi pento steso sull’abisso. Chi mi accusa lo fa invece senza compromessi, perché la purezza è per sua natura incorruttibile: basta averne poca per presumerla infinita.

Eppure, è stata proprio la purezza il motore di questo mio martirio. Non ero adatto a incontrare la perfezione: averla frequentata, per qualche anno, mi ha messo di fronte a ogni mia mancanza. Quando è fuggita via, non rimaneva altra strada che il deliquio.

Io ho visto la perfezione muoversi a un passo da terra con la grazia di un airone, rimanere sospesa a mezz’aria, danzare come puro spirito. Si è vero, ci sono stati altri grandi calciatori, ma di carne, come Batistuta. Lui era una continua giravolta del pensiero, capace di distendersi in fiammate eteree e distruttrici. Non è un caso che fu la gemma di una squadra che cercò di mutare in teorema il gioco, piegandone i significanti a un lessico scientifico, meccanico, senza sentimenti.

Quel giorno fui ebbro di trionfo, ma era il metallo che vinceva sui colori, l’ordine sul caos. C’era chi alla radio tifava per la debolezza di un genio dissoluto. E quanto pianse a sentire che sul sole barbaro di Napoli si era stesa quella nube algebrica di sogni immacolati.

Allora come ora, ero interprete della trama che premia i meccanismi più rozzamente maggioritari, anche nel gioco, dove l’estro dovrebbe arridere a tutti, secondo i capricci della sorte. Invece li leggete i giornali sportivi? Nel rammarico costernato dei commentatori, quando una delle squadre più tifate non gira per il verso giusto, c’è tutta la monotonia racchiusa del potere. Il diritto e il dovere di vincere sono la stessa cosa: credo sia questa la misura del nostro fallimento.

Si muoveva con eleganza innata; io che ho innalzato un impero tattile fondato sulla vista non avevo il coraggio di toccarlo. Temevo si potesse rompere, come è accaduto poi alle sue ginocchia di cristallo. Il susseguirsi dei trionfi non è bastato a colmare il suo abbandono: ora mi vedete qui, nella dittatura della trasparenza, in un autunno che si prolunga in sordi schiamazzi, immerso nei cascami del potere che mi si ritorce contro.

Privo e privato di pudore, mi combattono con le armi da cui iniziò la mia rovina, con ciò che fa dire all’androide dell’alieno “ammiro in lui la sua purezza, incontaminata da coscienza, rimorso, o delusioni di moralità”. L’anno dopo, la trappola del fuorigioco non scattò, e il genio dissoluto si prese la sua rivincita.

Qui non è ancora giunta Ripley a riscattarci.

giovedì 10 febbraio 2011

Dortmund, Mirafiori, Italia

Anche al secondo tentativo va bene
Essendo stato uno dei più critici fustigatori della spedizione azzurra ai Mondiali, quel misto di boria e modestia tecnica che ha provocato il nostro sano disgusto, per ragioni che ora è superfluo rivangare (ma quanto già sembrano lontani quei giorni!), non posso che ritenermi più che contento della positiva impressione che l’Italia mi ha suscitato ieri sera, nel non facile scenario del Westfalenstadion di Dortmund. C’è da dire che le premesse c’erano tutte, o quasi tutte: un allenatore indipendente e coraggioso, la voglia di puntare sulla qualità, l’aver toccato il fondo e quindi non poter fare altro che risalire. In un certo senso, mi ha ricordato quell’Italia sperimentale, che di fatto giocò solo qualche amichevole, che vedeva Miccoli e Corradi di punta (il debutto fu un’amichevole giocata a Genova mi pare di ricordare, e sembrava l’inizio di una nuova era. Non lo fu). Questa però non è un’Italia sperimentale, ma una squadra solida su cui puntare per l’avvenire. Non sono fenomeni, o meglio, non ci sono fenomeni (ma neanche dall’altra parte ce n’erano), ma finalmente si vede in campo un gruppo di ragazzi che sa giocare a pallone e che si diverte a giocare a pallone. Si vede quell’allegria primitiva del calcio di cui lo Zio di Holloway ci ha raccontato nel commento al precedente post. Si può vincere o si può perdere (ed è probabile, e normale, e addirittura positivo, che quest’Italia perderà molte partite, prima di trovare sè stessa, così come noi abbiamo ricevuto tanti rifiuti, prima di baciare la bocca giusta), ma almeno questa nazionale ci ha regalato una svolta epocale: la sera che gioca, si può anche restare a casa a vedere la partita. Senza annoiarsi.

E così ieri sera, dopo anni, me la sono vista, la partita amichevole dell’Italia. Senza dubbio, parte dell’appeal della serata deve essere assegnato ai sontuosi spaghetti con la bottarga che ci ha preparato l’anfitrione. Senza dubbio, altresì, le eccellenti bottiglie di malvasia istriana che ci siamo bevuti hanno reso più vellutato anche l’insopportabile tono di voce di Fulvio Collovati. Ma la partita, per quello che ho visto, è stata bella, davvero bella. E non solo per merito degli altri.

Sergio Prandelli o Cesare Marchionne
Quasi non sembrava di vedere l’Italia. Vi ricordate quella FIOM bianconera composta da manovalanti del pallone senza un minimo di specializzazione tecnica? Vi ricordate i vari Marchisio, Pepe, Iaquinta, Camoranesi? Bene, il referendum di Mirafiori ha spazzato via anche loro. Oggi anche noi tifosi beneficiamo delle deroghe imposte dal manager col maglione, come e ancora più che nello stabilimento FIAT – e la produttività della nazionale ne risente in positivo. Prima deroga: Thiago Motta. Non è italiano, ma importa meno di zero. Thiago Motta è un giocatore colossale, fortissimo. E’ l’ultimo baluardo del centrocampo. Dà l’impressione di far giocare bene chiunque gli giri intorno. Anche De Rossi, che non imbroccava una partita decente dai tempi in cui sfoggiava la capigliatura alla Zack di Bayside School, è sembrato un gigante di fronte a Khedira, proponendosi spesso, e con qualità, in area di rigore avversaria. Merito delle spalle coperte dal brasiliano di Rovigo, a mio parere. Addirittura Montolivo, un Allegri più moscio e con la flemma di un attore di Manoel de Oliveira, non si è fatto intimidire dal non proprio rassicurante Schweinsteiger. Seconda deroga: nessun attaccante della Juve in campo. Nonostante i contratti collettivi firmati dall’Avvocato ne prevedessero la presenza in campo con efficacia inderogabile, la rivoluzione delle relazioni industriali avvenuta al Lingotto ci ha liberato anche da queste catene. Finalmente possiamo goderci là davanti degli intellettuali dell’area di rigore, gente che si è fatta le ossa nelle province dell’Impero e che ora si gode la sua maturità dorata in grandi squadre per meriti calcistici e non di affiliazione sindacale (la Gea, come la CGIL, è retaggio del passato). Cassano ha regalato i suoi consueti dieci minuti di spettacolo, Pazzini i suoi bei movimenti, Rossi una spensieratezza in salsa brava (non è un caso che abbia segnato proprio lui, italo-americano come Marchionne) e Borriello il suo formidabile stato di grazia. Tutti possono dare di più e tutti lo daranno. Ma il miracolo c’è stato: nessuno rimpiange gli assenti, tutti vogliono bene ai presenti. Terza e ultima deroga: si gioca (bene) a pallone; gioca chi gioca (bene) a pallone. Al diavolo decenni di prose macilente sul calcio all’italiana come unica via di successo à la Gianni Brera (le cui statue nelle redazioni dei giornali andrebbero abbattute come quelle di Saddam nelle piazze di Baghdad), al diavolo il conservatorismo COBAS dei Maldini, dei Lippi, dei Donadoni, dei Lippi di ritorno, al diavolo la concertazione ministeriale dei senatori dello spogliatoio, al diavolo i blocchi delle squadre a strisce. Adesso per essere convocati e scendere in campo conta solo una cosa: saper giocare a pallone. Se possibile, anche bene. E ieri sera, tanto la Germania calcistica così ammirata agli ultimi Mondiali, come il modello produttivo del distretto industriale tedesco così invidiato in questi ultimi mesi, sembravamo noi.

La rivoluzione è in atto, sfido chiunque a contraddirmi. Mi rimane un solo dubbio, in linea peraltro con lo stucchevole birignao sull’unità d’Italia in atto in questi giorni: ma i tifosi italiani sapranno apprezzare quest’Italia? O in altri termini: fatta l’Italia (calcistica), bisogna ancora fare gli italiani? Io temo di sì, e non solo perchè per natura non mi fido di chi va al cinema a vedere “le commedie simpatiche”. Il punto è questo: l’Italia di Prandelli è bella e giovane, immatura e sofisticata, avvincente e ricca di sfumature. L’Italia di Prandelli è contemporanea e meritocratica. Soprattutto, accantonato quel cazzo di cuore (scusate se mi auto-cito) gettato oltre l’ostacolo che ci ha contraddistinto per anni (la semifinale con l’Olanda, ricordate?) e che io ho sempre odiato,  l’Italia di Prandelli è spiazzante rispetto a tutte quelle che l’hanno preceduta. Non è facile apprezzarla immediatamente, perchè non è facile riconoscersi nel modello vitalista che propone. Come è successo a Mirafiori, sono convinto che un referendum troverebbe gli italiani spaccati anche su questo tema: meglio l’Italia retrograda del risultato ad ogni costo, dei terzini bloccati, delle corsette propagandistiche dei Gattuso, che pur giocando male rischia di vincere le partite, o l’Italia moderna e modernista della palla a terra, dei terzini che spingono, dei mediani che sanno toccare il pallone, che pur giocando bene rischia di perdere le partite? La risposta, in un paese che a parole è così patriottico da essere pronto alle barricate pur di celebrare il prossimo 17 marzo la sentitissima unità d’Italia, ma che in concreto per quel giorno ha già pronto il biglietto low-cost per andarlo a celebrare in un resort di Sharm-el-Sheikh, non mi pare così scontata.
Sharm el Sheikh, Italia, 17 marzo 2011: oltre a Wally, trova il tricolore

martedì 8 febbraio 2011

I sogni dei ciechi

l’impossibilità di doversi immaginare i sogni
Iera sera mi sono addormentato con un suggestivo interrogativo nella mente, insinuatomi da una persona mai banale, e cioè mi chiedevo che cosa sognano i ciechi. I ciechi dalla nascita, soprattutto. Mentre quelli che diventano ciechi a un certo punto della loro vita, pensavo, possono utilizzare tutte le immagini che hanno immagazzinato nel corso degli anni vissuti ad occhi aperti, compensando così con i ricordi del passato il buio del presente, i ciechi dalla nascita vivono una vita di approssimazioni incerte, fondate sulle sollecitazioni degli altri sensi. Per il resto, sono costretti ad inventare, andando oltre l’immaginazione, perchè, senza riferimenti visivi da cui cogliere anche solo delle parvenze di realtà, la loro unica risorsa è l’oscurità che hanno dentro. I sogni dei ciechi devono essere allora dei viaggi fantastici in cui ogni parola che nel mondo reale ha un certo significato nel sogno ne assume uno completamente diverso, plasmato sulla singola esistenza di ogni persona. Due ciechi che sognano la stessa cosa in realtà non sognano mai la stessa cosa, e in questa impossibilità di condividere l’esperienza risiede, probabilmente, la grande malinconia della cecità.

La stessa malinconia che questa mattina sentivo che devono provare in questo momento i tifosi della Lazio. Osservare le vicissitudini dei cugini è per chi scrive un’esperienza meramente intellettuale, non provando nè l’obnubilante passione che provo verso le sorti della mia squadra nè l’insensato odio acritico che normalmente contraddistingue le rivalità cittadine. A sfogliare i giornali e ad ascoltare le radio sembra di capire che l’ambiente in casa Lazio è ai minimi storici. La tifoseria non ha più empatia con il tecnico che l’anno scorso li ha agevolmente tratti in salvo da una situazione parecchio scivolosa. Il gioiello di casa, una seconda punta argentina di indubbie qualità tecniche (tiro sempre un sospiro di sollievo quando viene sostituito dopo tre quarti del derby) ma di altrettanto indubbie lacune caratteriali (non ha ancora capito che nessun giocatore può vincere le partite da solo, nonostante sia ormai diventato un luogo comune nella stampa specializzata la grande stronzata secondo cui esisterebbero “giocatori capaci di cambiare una partita con una giocata”. Come Burdisso, per esempio), si sta rivelando una scommessa persa, il classico fuoco di paglia, con l’aggravante dei ventidue milioni spesi per comprarlo. La squadra in generale si è appannata come il suo Profeta, ripiegandosi in un prudente e monotono pragmatismo in cui non è difficile intravedere le mani friulane del suo allenatore, il quale, condividendo con il suo dirimpettaio una elevata età anagrafica, sembra attento più a fare la formica che ad atteggiarsi da cicala (nonostante Roma non sia Milano, e cioè, come insegna Vanzina, sia una città che è ancora capace di emozionarsi per una shampista).

l’impossibilità di sapersi immaginare la felicità
Nonostante tutto questo, riflettevo sulla metro, la Lazio è (ancora) quarta in classifica. Non solo: lo è -così in alto in classifica- dall’inizio dell’anno. Le poche volte che è caduta (a memoria: con la Roma, con il Cesena, con la Juventus) si è sempre ripresa, con mia grande sorpresa. Pur contando su una rosa discreta ma niente più, assemblata con giocatori vogliosi di godersi un’ultima rivincita nei confronti del grande calcio che li ha sempre snobbati (i vari Mauri, Brocchi, Matuzalem, Biava, Floccari, Ledesma), illustri sconosciuti rivelatisi invece più che affidabili (Lichtsteiner, Muslera, Dias, Radu, Kozak) e un paio di talentucci (l’argentino e il Profeta), la squadra sta disputando uno dei migliori campionati degli ultimi quarant’anni. Quarant’anni nei quali, volendo per un attimo mettere da parte l’inferno interiore di averne trascorsi un quarto in serie B, la testa è stata alzata in appena tre occasioni: l’anno dello scudetto di Maestrelli (e solo quell’anno), il lustro della gestione Cragnotti (con gli strascichi nelle aule di tribunale ben noti ai risparmiatori)  e qualche exploit occasionale puramente sportivo ma in fondo sterile (buoni posizionamenti in campionato, vittorie in coppe minori) con Zeman, Rossi e Mancini. Il resto è una sana mediocrità, vissuta con decoro e decenza, ma pur sempre mediocrità, è l’esistenza consolante del borghese che torna a casa e trova la cena pronta e i bimbi a letto, le bollette da pagare e l’invito a cena dalla suocera per il venerdì. Piccole scaramucce condominiali, disillusioni domestiche, routine impiegatizia.

Di fronte a un quadro così delineato, il tifoso della Lazio -il mio cugino, per rimanere nel lessico della stampa specializzata- dovrebbe essere entusiasta per la stagione in corso. Ed invece prevale lo scetticismo. Ora, se stessimo parlando della Roma, non mi sorprenderei: l’umore del popolo giallorosso, in quanto popolo, è quanto di più vicino esista in natura ad una montagna russa (e sia annotato a margine che io detesto i luna park e le sue attrazioni). L’esaltazione della domenica è gelata dalla delusione del mercoledì, e viceversa. Colui che un giorno è un campione, un ottavo, nono o decimo re di Roma, il giorno dopo è una pippa al sugo, un mercenario attaccato solo ai soldi. Ma di fronte al tifo laziale, che dal mio buco della serratura, e quindi osservando i laziali che conosco personalmente, mi è sempre sembrato -anche grazie ad un numero notevolmente inferiore, che non guasta mai- un’elite in contrapposizione al nostro, un tifo algido e gnostico, capace di sublimare nell’estetica i turbamenti dell’etica, non mi sarei aspettato questo atteggiamento così remissivo, così rassegnato, così malinconico. E’ proprio vero, allora, che il calcio, come la vita, è una questione di aspettative. Tutto ruota intorno alla distanza tra la nostra fantasia e la realtà che ci circonda, tra ciò che immaginiamo e ciò che tocchiamo, tra il mondo in cui naufraghiamo con la speranza e quello in cui ci dimentichiamo di vivere. Tra il momento in cui andiamo a dormire e quello in cui ci risvegliamo. 

l’impossibilità di non avere aspettative
Quanti laziali, all’inizio dell’anno, avrebbero firmato per essere quarti, per di più a pochi punti dalla vetta, quando ormai l’inverno volge al termine? Gli stessi che oggi durante il giorno si lamentano, e la notte fanno i sogni dei ciechi.

lunedì 7 febbraio 2011

Questo non è un post sulla censura (omaggio a Joseph Beuys)

Una serata spassosissima
Allora è vero. La grande Inter, quella che, negli ultimi cinque anni, come un avvoltoio ha pasteggiato con la carcassa del nostro campionato, è tornata. Una partita strepitosa, quella di stasera contro la Roma, che ha mandato in sollucchero la premiata ditta Caressa-Bergomi e tutta San Siro. Ah, ce ne fossero tutte le domeniche di sfide così spettacolari! Gol a raffica, ritmo indiavolato, visi aperti e giocate memorabili. Quanto ci siamo divertiti!  Un vero spot per il calcio italiano all’estero, una memorabile performance del nostro brand, con la ciliegina sulla torta dell’entrata in campo di Nagatomo per il mercato giapponese. Come giustamente ricordato in telecronaca, era da Roma-Inter 4-5 che non passavamo una serata così spassosa. Ci siamo emozionati allora, ci siamo eccitati stasera.  Perchè la festa sia completa, ça va sans dire, alla fine deve vincere l’Inter, ma non è questo il momento di fare sterili polemiche. Questo è il momento di ringraziare queste due meravigliose squadre e la televisione che ci ha offerto ogni istante di siffatto show. Questo è calcio, questo è un vero spettacolo, questa è la figata dell’HD. E’ davvero commovente ammirare con tanto spiegamento di mezzi tecnologici le prodezze istrioniche del volto di Thiago Motta, le braccia alzate senza motivo di Cambiasso, le gagliarde sgroppate con salto nel vuoto finale di Zanetti, i lesti inserimenti con sguardo finale rivolto all’arbitro per vedere il colore del cartellino di Pazzini, le compiaciute risate di quei due mattacchioni di Moratti&figlio, insomma tutto il cucuzzaro al gran completo, grazie alle mille e una telecamera di Sky.  Per non parlare degli infiniti ma mai banali replay in studio con la D’Amico. Non smetteremmo mai di ascoltare il sapido Costacurta spiegarci dove ha sbagliato Riise sul gol di Eto’o. Questa sera non ci siamo davvero persi niente: la sacrosanta espulsione di Burdisso, il bel gol di Sneijder, la gioia finale di Leonardo, tutti momenti magistralmente immortalati dagli obiettivi delle telecamere. Per carità, lo devo ammettere: anche le reti giallorosse sono state pregevoli e pregevolmente inquadrate. Da bordo campo non è sfuggito niente, ma proprio niente: smorfie, tacchi, sorrisi, movimenti con o senza palla, raddoppi, fuorigioco, labiali, siparietti, tutte le emozioni. Non è sfuggito nulla, ma proprio nulla, c’era un replay per ogni azione, fallo, tiro, starnuto, scarpa slacciata. Solo per un momento si sono distratti i solerti tecnici di Sky, solo per un momento si è girato dall’altra parte il rigoroso regista di Sky, solo per un momento hanno preferito glissare sul più e sul meno i sagaci telecronisti di Sky: ed era circa il sesto minuto del primo tempo, quando si trattava di far rivedere l’evidentissimo fallo da ultimo uomo di Ranocchia su Borriello lanciato a rete. Maglia trattenuta, sgambetto in corsa, fallo ed espulsione. Partita radicalmente diversa e Inter in dieci per novanta minuti. Roma padrona e secondo trionfo a San Siro. E invece niente, quel replay è sparito nel nulla, come la polpetta di Fantozzi, come il trilione di dollari di Monty Burns. Ma vanno capiti gli impiegati Sky: quel cartellino rosso avrebbe rovinato lo Spettacolo!!! E tanto, tra due settimane, nessuno se ne ricorderà più. Sapete com’è nella società dello spettacolo: come insegnano al Cairo, se non ci sono le immagini allora vuol dire che non è successo niente…
Lo ripeto sempre a mio marito, una buona storia non va mai rovinata con la verità…

mercoledì 2 febbraio 2011

LIBERTADORES 2011

Qualche mese fa, all’Estadio Beira-Rio di Porto Alegre, il triondo dell’Internacional sul Guadalajara nella Libertadores 2010. La squadra messicana non riusciva a rimontare la sconfitta patita in casa nella finale di andata, complice la cessione di Chicharito Hernandez e la straordinaria prestazione di Giuliano e D’Alessandro. Per la seconda volta nella sua storia il Colorado si laureava campione del Sudamerica. Ora gli undici di Celso Roth devono difendere un titolo ambito da gelose corrazzate brasiliane, blasonatesquadre argentine, sfrontate cenerentole e nobili trionfatrici del passato.
Gruppo 1 – Club Deportivo Universidad de San Martín de Porres (PER), Club Libertad (PAR), Corporacion Deportiva Once Caldas (COL) e San Luis Futbol Club (MEX) I peruviani sono senza dubbio la Cenerentola del Sudamerica. La squadra è stata fondata nel 2004. Cenerentola agguerritissima in ogni caso, visto che in pochi anni ha già vinto tre campionati nazionali (Campeonato Descentralizado, si chiama la principale competizione nazionale peruviana) e maturato buona esperienza sia nella Copa Sudamericana che in Libertadores. Los Santos non hanno pescato bene, però. I paraguaiani del Libertad l’anno scorso hanno impressionato per il gioco e la sfrontatezza, arrendendosi solo ai quarti ai messicani del Guadalajara, poi finalista. L’Once Caldas proverà a far meglio della scorsa stagione e a vendicarsi dello schiaffo ricevuto proprio dalla Libertad agli Ottavi. I gialloblu del San Luis, con il neo acquisto Wilmer Aguirre, partono senza i favori del pronostico, difficile che sorprendano Libertad e Once.

Gruppo 2 – Corporación Popular Deportiva Junior (COL), Club Oriente Petrolero (BOL), León de Huánuco (PER) e Gremio Foot-Ball Porto Alegrense (BRA) A mio avviso, girone equilibratissimo. Specie per quanto riguarda Junior, Oriente Petrolero e Huanuco. Lo Junior punterà sul fattore stadio, essendo il Metropolitano di Barranquilla una delle cornici più suggestive della Libertadores di quest’anno. L’Oriente, campione nazionale in faccia al Bolivar, sogna una storica qualificazione, mentre los Cremas di Huanuco non hanno nulla da perdere. Favoritissimo, nonostante lo smacco per la vicenda Ronaldinho, il Gremio di Rochemback allenato da Renato Gaucho, che nei preliminari ha fatto fuori il Liverpool di Montevideo.

Gruppo 3 – Asociasion Atletica Argentinos Juniors (ARG), Club Nacional de Football (URU), Fluminense Football Club (BRA) e Club America (MEX) Girone di ferro. Le favorite sono Fluminense, che si presenta ai nastri di partenza con Deco, Fred e Belletti, e Argentinos Juniors. Gli argentini di Troglio (anche Ascoli, Lazio e Verona nella carriera da calciatore) vogliono replicare la Copa del 1985 e sfoggiano nel palmares un combattutissimo Clausura 2010. America e Nacional sono pronte a mettere i bastoni tra le ruote alle più blasonate rivali. I messicani sono senza Salvador Cabanas, ma hanno dalla loro lo stadio Azteca e una maglietta da sempre bellissima. Gli uruguaiani una storia imponente (42 campionati nazionali, 3 Libertadore e 3 Intercontinentali).

Gruppo 4 – Caracas Futbol Club (COL), Club Deportivo Universidad Catolica (CHI), Club Atletico Velez Sarsfield (ARG) e Club Bolivar (BOL) / Union Espanola (CHI) Il Velez parte strafavorito. In difesa il momunmento Emiliano Papa e in attacco Santiago “el Tanque” Silva, al momento una delle migliori punte argentine. Il Caracas ha una forte esperienza in Libertadores. Solo l’anno scorso ha mancato la qualificazione per gli sgambetti di Deportivo Italia e Indipendiente di Medellin. Negli occhi dei tifosi ancora i Quarti del 2009 contro il Gremio. La Catolica è allenata da una vecchia conoscenza: Juan Antonio Pizzi. Qualche anno in Europa con le maglie, tra le altre, di Barcellona e Tenerife. La quarta del Gruppo verrà dallo scontro tra la superpotenza boliviana e i cileni con la maglia della Spagna.

Gruppo 5 – Santos Futebol Clube (BRA), Colo-Colo (CHI), Deportivo Táchira Futbol Club (COL) e Club Cerro Porteño (PAR) / Deportivo Petare (VEN) Il Santos ha quattro giocatori fortissimi. Keirisson (che in Europa fa male ma in patria gioca da fenomeno), Neymar, Elano e Paulo Henrique Ganso. Quest’ultimo è, a mio avviso, quanto di meglio in Sudamerica. Tecnica sublime, fisico e senso del gol. L’unico difetto è che costa già troppo. Voci di corridoio parlano di un’offerta del Lione di 20 Milioni rifiutata. Colo-Colo e Tachira e si giocano quel che rimane. Un gradino sotto l’ultima pretendente ai quarti: all’andata vittoria del Cerro Porteno in Venezuela, stanotte la replica al General Pablo Rojas di Asuncion.

Gruppo 6 – Sport Club Internacional (BRA), Club Jorge Wilstermann (BOL), Club Sport Emelec (ECU) e Jaguares de Chiapas (MEX) Favorito d’obbligo il Colorado campione uscente. Stessa formazione dell’anno scorso con Fabian Guedes “el General” Bolivar e Sorondo dietro, Tinga, D’Alessandro (fresco pallone d’Oro del Sudamerica) e Guinazù in mediana e Alecsandro e Sobis davanti. In più, qualche giorno fa è arrivato dal Maiorca Cavenaghi. Anche alla luce del bel turno preliminare contro l’Alianza Lima, alle spalle dei brasiliani vedo los Felinos del Chiapas. O meglio, non vedo bene Wilstermann ed Emelec.

Gruppo 7 – Club Estudiantes de La Plata (ARG), Club Guaraní (PAR), Cruzeiro Esporte Clube (BRA) e Corporacion Club Deportes Tolima (COL) Altro girone di ferro. Nonostante la partenza di Mauro Boselli l’Estudiantes continua ad avere una formazione pazzesca (tra gli altri, Brana, Perez e Roncaglia). L’incognita è una sola ed è legata all’età di Juan Sebastian Veron, Capitano e anima della squadra. Il Cruzeiro, da par suo, in Libertadores è sempre una bestia difficile da affrontare. Se n’è andato Kleber (7 gol nella scorsa edizione) ed è arrivato Ernesto Farias (forse qualcuno se lo ricorda a Palermo). Rimane Thiago Ribeiro, capocannoniere della Libertadores 2010. Da non sottovalutare il Tolima, che nei preliminari ha rispedito a San Paolo il Corinthians di Ronaldo e Roberto Carlos. La ferita dell’anno scorso – eliminazione per mano del Flamengo di Adriano e Vagner Love – non vuole proprio rimarginarsi. Il Guaranì di Asuncion ha il calendario più favorevole, con le ultime in casa. E’ una mia vecchia teoria che nei gironi di ferro ci guadagnino sempre le piccole dagli scontri tra le favorite. Fossi nei paraguaiani, non partirei sconfitto. Una curiosità: nell’Estudiantes si sta facendo le ossa un ragazzino di nome Marco. Figlio di un certo Enzo Francescoli.

Gruppo 8 – Liga Deportiva Universitaria de Quito (ECU), Club Atletico Peñarol (URU), Club Deportivo Godoy Cruz Antonio Tomba (ARG) e Club Atletico Independiente (ARG) La storia dice Indipendiente (7 le Libertadores nella bacheca del Diablo Rojo) e Penarol (5 le affermazioni per i Carboneros). La compagine di Quito, però, ha portato a casa la Copa nel 2008, battendo ai rigori la Fluminense al Maracanà di Rio de Janeiro. Gli undici di Godoy Cruz proveranno a regalare qualche sorpresa guidati dal portiere Torrico e dal “Negro” Nicolas Olmedo.

Le partite dei Gruppi a partire dalla metà di febbraio. La finale a giugno. Le mie preferenze: Jaguares de Chiapas, Oriente Petrolero e Club America.

martedì 1 febbraio 2011

Il gigante di Reconquista


Quanto a Porthos, dopo aver lanciato il barile di polvere in mezzo ai nemici, era fuggito, seguendo il consiglio di Aramis, e aveva raggiunto l’ultimo ambiente della grotta, da cui penetravano, attraverso l’apertura, l’aria, il giorno e il Sole. Così, appena ebbe appena svoltato l’angolo che separava il terzo ambente del quarto, vide a cento passi da sé la barca cullata dalle onde; là erano i suoi amici; là era la libertà; là, la vita dopo la vittoria. Ancora sei dei suoi passi da gigante e sarebbe uscito dalla volta; fuori della volta, due o tre slanci vigorosi, e avrebbe raggiunto il natante. D’improvviso, sentì le ginocchia flettersi: le sue ginocchia sembravano vuote, le gambe s’afflosciavano sotto di lui.
– Oh! oh!, mormorò sorpreso, Ecco che la mia stanchezza mi è di nuovo addosso; non riesco a camminare! Che significa tutto ciò?
Attraverso l’apertura, Aramis lo vedeva e non comprendeva perché si fermasse a quel modo.
– Venite, Porthos!, gridò Aramis, Venite! Venite, presto!
– Oh!, disse il gigante, facendo uno sforzo che tese vanamente ogni muscolo del suo corpo, Non ci riesco.
Alexandre Dumas, Il Visconte di Bragelonne.

Gabriel Omar Batistuta, friulano della provincia di Santa Fe, aveva (ha tuttora, ma da molto non lo si vede più) gli occhi verdi e il sorriso ampio delle persone oneste, di quelli che la mattina si svegliano sereni e affamati e si accingono a una colazione colossale.
Quella certa mattina, tuttavia, al termine della colazione la moglie Irina deve aver notato un inconsueto lampo di preoccupazione in quegli occhi limpidi; forse gli avrà anche chiesto cosa non andasse, ma Batistuta – con quel velo di piccata vanità che hanno spesso le persone giustamente soddisfatte di sé – avrà replicato che non c’era nulla. Non che si possa nascondere qualcosa a chi ti conosce da quando avevate quindici anni; ma proprio perché lo conosce bene, Irina Fernandez avrà ritenuto di non fare altre domande. Io credo che sia andata così; e che il centravanti biondo si sia poi recato all’allenamento, a Trigoria, rimuginando ancora su uno strano sogno: aveva sognato un suo antenato, uno di quelli di Cormons, fermo in un sentiero di montagna, incapace di muoversi e dimentico dei passi che lo avevano portato fin lassù, mentre la neve, placidamente, lo ricopriva. La cosa singolare, tuttavia, era che Batistuta nel sogno si sentiva ed era a Cormons, ed era quell’uomo. Più tardi, quella stessa mattina, Batistuta avrà ricevuto durante la partitella un passaggio corto di Guigou, e per la prima volta in vita sua si sarà fermato un attimo a chiedersi come calciare quella palla, permettendo a Zebina un facile anticipo.
A differenza di tanti bambini cresciuti con il pallone tra i piedi, innamorati della sfera, e decisi anche da professionisti a non privarsi della compagnia del cuoio se non quando strettamente necessario, Batistuta era un entusiasta non della palla, ma della gioia e della gloria che questa poteva regalare se scagliata con forza e precisione. Il suo primo idolo fu Kempes, e quell’eredità rimase sempre evidente. Gabriel Omar Batistuta ha avuto con la sfera di cuoio, sin da bimbo, un rapporto estremamente professionale, e non ha esitato a farle del male quando lo richiedevano le necessità del gol. Perfino al Nou Camp di Barcellona, uno di quei templi in cui al pallone vanno tributate le più alte lodi, lui si permise di calciarne uno con violenza dentro la porta dei padroni di casa, e di zittire quella folla di esteti con la brutale essenzialità del suo gesto.
Ben presto il giovane Batistuta diventa un’anomalia nel calcio sudamericano, specie a livello giovanile: il suo modo di giocare non conosce vanità né sovrastrutture, e la sua unica funzione, il suo unico interesse è la porta. Ma il suo fisico e forse il suo carattere gli impediscono di diventare un Gerd Müller o un Inzaghi: Batistuta non staziona nei pressi dell’area come un avvoltoio e non si nasconde nelle pieghe del fuorigioco. Lui cerca il pallone, perché gli serve, anche a quaranta metri dalla porta; e quando ha la sfera tra i piedi, non esiste che la rete.

Mi sono chiesto spesso a chi si dovesse paragonare quel centravanti e, anche per via dell’assurda polemica con Passarella che gli ingunse di tagliarsi i capelli per giocare in nazionale, l’ho a volte avvicinato a Sansone: ma vedo ora che Batistuta è Porthos, è l’uomo di forza erculea e di sentimenti diretti, netti, come i suoi tiri da trenta metri. Batistuta è l’uomo che davanti a una palla che rimbalza al limite dell’area non ha dubbi, e la spedisce in rete; anche se quel calcio fa più male alla sua anima tersa che al pallone maltrattato, anche se la porta è quella di Toldo e lui ora indossa una maglia rossa e gialla. Per certi versi, Batistuta pareva in dovere di segnare; e la sua tenacia e la sua cieca applicazione appartenevano più al contadino friulano che al campione sudamericano.
È difficile abbozzare un’analisi della carriera di Batistuta e in particolare dei suoi nove anni a Firenze, nonostante le caterve di gol, nonostante lo spessore tecnico e anche morale di quella permanenza. Voi sapreste dire se Batistuta sia stato destro o mancino? Io credo che lui tirasse, semplicemente, guidato dalla sua forza e dall’assoluta limpidezza dei suoi scopi, dato che non cercava la bellezza o l’esaltazione di sé, ma solo e soltanto la rete. Ovviamente non tutti i gol di Batistuta sono stati gol di potenza o tiri da lontano; ma tutti sono stati essenziali, con il pallone scagliato da dove doveva essere scagliato, senza ghirigori e senza dubbi. Semmai, con l’età e con l’accrescersi della sicurezza il centravanti viola è diventato sempre più simile a un Titano, a una forza della natura impossibile da arginare, neanche dai potenti dei che vegliano su San Siro o sul vecchio Highbury. Batistuta era il centravanti in quanto tale, era il meccanismo per cui un pallone posto su un prato verde finiva invariabilmente in fondo ad una rete. E il Batistuta della prima stagione romana è stato il più grande dei Titani.
Poi, un giorno, il biondo semidio si è chiesto, con il terrore delle cose che abbiamo sempre ritenuto ovvie, in che modo colpire quel cuoio, e non ha saputo rispondersi. Si è fermato; e come nella caduta di massi che travolge Porthos, incapace di fuggire dall’esplosione che lui stesso ha provocato, la sua carriera è finita in un momento, senza decadenza, come capita ai meccanismi che d’improvviso smettono di funzionare. E d’altronde l’onesto e corretto Gabriel Omar non ha voluto fingere, passando rapidamente dalla Serie A al Qatar al ritiro senza aver trascinato stancamente la sua carriera per qualche stagione inutile.
Oggi Batistuta, tornato in Argentina, è un ricco proprietario terriero e gioca a polo; e chissà se gli capita a volte, mentre percorre a cavallo i suoi campi, di domandarsi come facciano quegli affascinanti animali a non fermare mai il moto inspiegabile delle loro zampe e a non cadere di colpo ventre a terra, come cade un vecchio friulano esausto su un sentiero che costeggia un torrentello, come si inceppa il piede di un titano che per dieci anni non ha smesso di scagliare saette.