domenica 31 ottobre 2010

Giù le mani dal Pupone, maledetti moralisti d’accatto!

Arzete cornuto, arzete!
Nella giornata in cui da Palermo filtra la notizia che i venticinque fortunati che hanno sbancato il Superenalotto a Sperlonga sono in realtà i giocatori della Lazio, ai quali, per usare un eufemismo, in questo momento gira tutto bene, c’è una scena cui ho assistito questa mattina in televisione che non mi è davvero andata giù, e su cui vorrei spendere due parole. Per uno come me che fa del Moralismo il suo vessillo, infatti, non c’è nulla di più squallido e riprovevole che osservare il teatrino del moralismo da quattro soldi che viene inscenato sui canali di Sky ogniqualvolta Francesco Totti dimostra di non essere solo un calciatore, ma anche un uomo vero. Ma andiamo con ordine.

I protagonisti di questa disdicevole rappresentazione del puritanesimo da sondaggio televisivo sono tre personaggi di evidente insignificanza sociale. Il primo, in collegamento da Trigoria, è l’inviato addetto alla Roma Angelo Mangiante, ovvero l’ultimo che dovrebbe permettersi di sputare nel piatto sul quale mangia. Il secondo, ospite d’onore negli studi di Cologno Monzese (o dove cazzo si trovano), è il monocorde Zvonimir Boban, ovvero uno che, con quella capigliatura cotonata e quei gessati da mafioso di Little Italy, più che ad un ex presunto (molto presunto) fuoriclasse assomiglia all’attore di un remake porno del film Wall Street (peraltro, mi scuserete la divagazione, sono certo che il buon vecchio Michael Douglas -amico di LB e grandissimo tifoso della Roma-, se non fosse alle prese con un tumore, sarebbe ben felice lui stesso di interpretarlo lui quel ruolo bunga bunga). Il terzo, il padrone di casa, è uno degli indistinguibili mezzobusti settentrionali di SkySport24, di cui non conosco nè il nome nè ho trovato una fotografia in tutto l’etere, ma per farvi capire chi è pensate ad uno con una faccia espressiva tanto quanto quella degli omini delle figure delle misure di sicurezza sugli aerei, il classico esponente dei bacati anni duemila che, potrei giurarci, non ha mai visitato i Musei Vaticani ma è stato tre volte a Bali.

Bene, questi tre carneadi dello spettacolo, stamattina, nel commentare l’espulsione e la successiva scena di confusione che ha coinvolto il capitano della Roma Francesco Totti nella partita di ieri contro il Lecce, si sono auto-legittimati un ruolo da censori della moralità pubblica la cui credibilità è pari a quella dei Tribunali Internazionali dell’Aja per i crimini internazionali, ovvero nulla. Il la l’ha dato Mangiante, uno così infido che magari, nel suo doppiogiochismo da tinello, in privato o con lo stesso calciatore è capace anche di professarsi amico di Totti, legittimando l’assurda espulsione del capitano della Roma ricordando i numeri della sua “carriera disciplinare”, che ora non ricordo, ma si tratta più o meno di un centinaio di ammonizioni e di una ventina di espulsioni. Come dire, non è la prima volta che Totti si mette in queste situazioni, che perde la testa, che si fa cacciare per le sue reazioni spropositate. Boban ha subito raccolto la sponda, stigmatizzando la rabbiosa reazione che Totti ha avuto all’uscita del campo, sottolineando anche lui l’elemento della recidiva del campione giallorosso, “ma non sempre campione di comportamenti”. La ciliegina sulla torta ce l’ha messa però il mezzobusto ignoto, ricordando come, solo per fare un esempio (uno a caso, il primo che gli è venuto sulla lingua, dopo c’erano Vannucchi e Buonocore), uno come Del Piero, un esempio per i giovani, in carriera è stato espulso, che so, solo due volte, con appena una ventina di ammonizioni sulle spalle. Gli altri due hanno annuito, contenti di essere riusciti, con solo tre cervelli, a enunciare un sillogismo aristotelico quasi perfetto.

Ora, premesso che, per come la vedo io, quei tre personaggi possono parlare di Francesco Totti solo dopo essersi abbondantemente sciacquati la bocca col colluttorio, passandoselo peraltro di cavità orale in cavità orale come si fa con i cubetti di ghiaccio nelle migliori feste Erasmus, il punto dolente è quello di sempre. E cioè, l’ipocrisia di un paese (di cui il calcio è specchio perfetto) che preferisce sempre i furbi agli ingenui, i falsi ai sinceri, i potenti ai plebei. Che preferisce uno che si è dopato (o, prima che qualche anima candida leguleia si scandalizzi, uno che “ha abusato, senza necessità terapuetica, di farmaci”, come da sentenza d’Appello), che è stato il simbolo della squadra più marcia della nostra storia calcistica, che poggia le sue fortune statistiche di gol sull’immoralità e l’illegalità di centinaia di calci di punizione dal limite regalati, calci di rigore inventati, fuorigioco non fischiati e avversari espulsi, che ci ha fatto perdere un Europeo già vinto (dall’altro!), che è l’espressione dell’arroganza dei potenti, a uno che si è sempre rialzato ad ogni infortunio solo col lavoro, che è stato il simbolo generoso e naif di una squadra perdente ma sempre sportiva, che poggia la sua gloria di gol segnati sulla scelta controcorrente di restare a vita nella squadra che ama, che ci ha fatto vincere un Mondiale (e lo stesso aveva fatto anche con un Europeo, se l’altro non si fosse dimostrato, per due volte davanti a Barthez, la pippa che è sempre stato), che è l’espressione del popolo.

La cosa non sorprenda, visto che il canale su cui è avvenuto il misfatto è lo stesso canale che, nella trashissima giornata del 10 ottobre 2010 dedicata ai numeri dieci (una porcata commerciale degna solo di San Valentino o Halloween, partorita da qualche brillantissima mente del marketing di Sky che si è fatto le ossa a Publitalia, ma li mortacci…), è riuscita nell’impresa comica, se non fosse anche tragica, di decretare Alex Del Piero il più grande numero dieci di tutti i tempi. Ed allora non c’è niente di più facile che attaccare il Pupone con Pinturicchio, il cattivo con il buono, il guascone attaccabrighe con il campione perbene e rispettoso. Nessuno che dica che l’espulsione di Totti è una cosa da terzo mondo, che il fallo di Olivera (uno che indovinate un po’ dove ha imparato certe cose? Vi metto anche la foto qui a destra, ecco) è quanto di più vile si possa subire su un campo di calcio, perchè è il fallo anti-sportivo per eccellenza, lo sgambetto lontano dalla palla buono solo a far male, che gli arbitri dovrebbero finirla di sentirsi tanti pubblici ministeri qualunque che sfruttano ogni occasione per farsi un po’ di pubblicità sui giornali.

Nessuno che dica -e allora lo dico io- che è sacrosanto che Totti, colpito a tradimento da dietro, non solo si arrabbi, ma anche che rosichi e se la prenda con Olivera. Che pretenda il rispetto che gli è dovuto, a casa sua, nel suo stadio, tra la sua gente. Se lo stesso intervento succedesse su un campo di periferia, il minimo che un uomo deve fare è dare una testata all’avversario, spaccargli il setto nasale, fargli sentire il sapore amarognolo del suo stesso sangue. Farsi cacciare, con onore. Totti è una persona buona, e il palcoscenico della Serie A richiede un diverso galateo, e allora lui giustamente si è limitato a una spintarella e a un insulto, roba veniale come pestare il piede al vicino sull’autobus. Ma di fronte all’espulsione senza senso, che ti priva del derby, è non solo normale ma addirittura giusto rosicare, voler spaccare il mondo, pretendere di farsi giustizia da soli. Spaccarlo davvero il naso a quel mascalzone, ricordare all’arbitro che lui lì è il servo, e Totti il padrone di casa. Non c’è vero campione che non sia fatto così, ma in Italia, chissà perchè, c’è la fila dei vari Severgini con il ditino pronto a catechizzarli, metterli in riga, umiliarli. Solo per citare i più famosi, i vari Best, Maradona, Cantona, in Italia avrebbero fatto (e Maradona c’è mancato poco che la facesse, per sua fortuna ha vissuto nell’eccezione di Napoli) la fine dei vari Di Canio, Cassano e Balotelli, epurati in nome di non si sa quali terribile nefandezza, sacrificati sull’altare del politicamente corretto, il cui profeta è Robi Baggio e il discepolo Del Piero. Eppure, i calciatori veri, almeno a Roma, e per fortuna, quando subiscono un’ingiustiza palese, come quella di ieri, reagiscono così, da uomini, e sono certo che anche gli amici dell’altra sponda come Gegen, abituati a capitani d’alto spessore emotivo, saranno d’accordo.

Totti è un uomo vero, è uno che ha saputo resistere all’esperimento eugenetico di Maurizio Costanzo & Walter Veltroni che volevano farne una banderuola democratica da salotto dandiniano, è uno con i suoi limiti e le sue imperfezioni che proprio per questo ce lo fanno così amare, perchè è così simile a noi, umano e troppo umano, uno che “a bambolì, ma vattelapianderculo“,  e soprattutto è un calciatore vero.  Poi ci sono i calciatori finti, quelli che stanno sempre a terra, quelli che si prendono le dosi extra di creatina, quelli che vincono i sondaggi di cartapesta su Skysport, quelli che hanno le televisioni e i giornali amici, quelli che non sbagliano mai, quelli che non hanno mai una reazione fuori posto, quelli che in carriera sono stati espulsi solo due volte. Ma io, quelli così, li detesto.

martedì 26 ottobre 2010

Intervista a L.C. Menotti (III)


(La parte di Carrascosa)
Ci addentravamo nell’oceano, e dalla serie ininterrotta di giorni in cui fummo circondati dall’acqua qualcuno trasse l’impressione di non muoverci solo in orizzontale, ma di scendere inavvertitamente nelle profondità abissali. Qualche volta un dio oscuro sobillava una tempesta e la nave era avvolta da onde alte come colline. La cucina di Laigle sopraffina, i racconti di Menotti, le lunghe ore passate davanti a un orizzonte sempre uguale, mi facevano sentire immerso in un prolungato stato di torpore, senza comprendere a pieno il senso degli eventi in cui mi ritrovavo precipitato ma inconsapevole, così come in quel momento ero nella vastità sconfinata dell’oceano.
In una notte di tregenda, Menotti si presentò accompagnato dal ricordo di Jorge Carrascosa, che mi apparve così nitido da dubitare di non averlo accanto in quel salone che l’agitazione del mare e la luce delle lampade al neon rendevano oblungo, periodico e informe. “Dica la verità, lei è venuto fin qui per tessere le lodi di Jorge”.
Jorge “El lobo” Carrascosa, terzino destro, bandiera dell’Huracàn, capitano della nazionale argentina, declinò la convocazione in nazionale per i mondiali del 1978. Due sono i meriti inequivocabili che anche Menotti gli riconobbe: la capacità di dire no (no, secondo uno scrittore portoghese recentemente scomparso, è la più bella parola); la strada dell’oblio e del silenzio. Ma la scelta di non essere glorificato può non bastare di fronte all’ansia altrui di glorificazione. Così, di rimando all’identificazione del male, nell’aspetto statuario di Carrascosa, in quei baffi eroici che campeggiano nelle fotografie, nello sguardo triste da gaucho, si è voluto individuare il contenuto edificante della storia, la bandiera da sfilare nei cortei, l’ottimistico suono della grancassa.
“Sono attendibili le voci secondo cui Carrascosa decise di non rispondere alla convocazione per non partecipare, neppure alla lontana, al trionfo della giunta militare?”
“Questo dovrebbe significare, se non intendo male, che già prima dei mondiali il risultato finale fosse stabilito. Vero è che le dittature adorano la pianificazione, ma vero è pure che nel rettangolo d’erba, come lei ben sa, è contenuta ogni ipotesi, fino alla più inverosimile. Si ritorna al punto di partenza: retrospettivamente, l’unico lieto fine di questa narrazione poteva essere solo la sconfitta dell’Argentina, in finale o prima. Dal momento che c’era la dittatura, noi non dovevamo vincere, impartendole una sconfitta simbolica”.
“Ma allora come si spiega il gesto di Carrascosa?”
“Il gesto di Jorge non si spiega, perché lui non lo ha spiegato, né ha autorizzato qualcuno a spiegarlo. Se fosse vero che è stato ispirato da motivazioni nobili, tutta questa agiografia lo svilisce, il catechismo delle vostre verità incrollabili lo definisce senza restituirne la dimensione eroica, se ce l’ha. Peraltro lei prima ha detto che Carrascosa non volle partecipare al trionfo del governo degli assassini. Chi trionfò fu senz’altro la nazionale argentina, dunque tra i due trionfi ci dovrebbe essere una corrispondenza, secondo la vostra pessima letteratura. Se io invece le dicessi che non abbiamo vinto per quei figli di puttana, ma per il popolo?”
“Lo ha già detto, mi pare: è la frase celebre che le è servita da salvacondotto”.
“Vedo che non si convince, eppure qui in mezzo all’oceano dovrebbe essere abbastanza lontano dai condizionamenti. La invito allora a seguirmi sul ponte, le mostrerò qualcosa”. In verità, se una parola poteva descrivere il mio stato d’animo, quella non era convinto: nello sgarbo della mia replica si esaurì un ultimo barlume di autodifesa. Sigaretta su sigaretta, alcol su alcol, evocazione su evocazione, ebbi l’impressione che i sogni stessero reclamando la loro parte di notte. Le parole di Menotti mi stordivano, i suoi tratti ora erano incerti per il transito del volto virile di Carrascosa misto agli occhi da indio di Quiroga, alla gentilezza obliqua di Laigle, alle gesta dei fratelli Schiaffino. Lo seguii per inerzia, quasi alla cieca, lungo il tanfo metallico dei corridoi. Credevo che l’aria aperta potesse svegliarmi, ma quando fui fuori non avvertii soluzione di continuità tra l’alito ipnotico di Menotti e il respiro del mare, come se a entrambi fosse incrostata una materia umida e vischiosa, da cui non riuscivo a liberarmi.
“Lei pensa, a distanza di anni e di terre, di stabilire chi e come debba sentirsi responsabile. Lei non ha la più pallida idea di ciò che è stato. Non immagina neppure lontanamente (e come potrebbe, del resto) cosa abbia significato confrontarsi giorno per giorno con quella storia efferata. E vorrebbe, con questa intervista, fare un processo alle mie intenzioni e a quelle di uomini disorientati, soli di fronte all’abominio. Guardi cosa c’è al di là del parapetto, provi a sentire cosa abbiamo vissuto”.
Capii in quel momento perché Menotti tornava in Argentina solo per nave. In quel tumulto di onde che salivano al cielo, in quelle profondità chiuse alla speranza, c’erano le ombre delle donne e degli uomini gettati dall’alto degli aerei. Mi affacciai, guardai in basso e vidi in quel nulla troppo da poter sopportare. Mi piegai, caddi in ginocchio, ebbi paura di finire dentro il vortice. Menotti in piedi mi guardava dall’alto, il suo volto si stagliava nella penombra come quello di una divinità marina. Tutto mi sembrò immerso nel mare. Capovolti il sopra e il sotto, i suoi capelli si allungarono come alghe, squame le rughe, gli occhi un pozzo quieto e furente di responsabilità.
“Non si appropri delle memorie degli altri (la voce era distante, perché mi sentivo scivolare verso la dissoluzione, ma allo stesso tempo tuonava e ritornava nell’eco), lei non è stato investito di nessuna delega. Loro non sanno che farsene della sua costernazione”.
Scosso dalla nausea e dalla vertigine, ricordo solo che urlavo un pentimento che poteva apparire patetico. Menotti rientrò nella nave, non so quanto tempo dopo mi trascinai dentro la branda.
Non lo rividi: arrivammo a Buenos Aires qualche giorno più tardi.

(qui la seconda parte) (qui la prima)

Intervista a L.C. Menotti (II)


 
(La parte di Quiroga)
 
In cambio, ottenni di ricordare i fatti del settantotto, anche se il suo esordio non fu dei più promettenti. “Che cosa vuole sapere? Lei in realtà ha chiesto di incontrarmi perché sa già tutto. Se non sapesse già tutto, Cesar Luis Menotti, l’allenatore comunista che vinse i mondiali pilotati dal regime dittatoriale, dove tutti erano pagati, arbitri, spalti e squadre avversarie, non rivestirebbe per lei alcun interesse”.
“So che ci sono due capi di imputazione, uno più specifico, da cui vorrei cominciare, e uno più generale. Il primo vuole che siano state esercitate pressioni sui giocatori peruviani per consentire all’Argentina una vittoria sufficiente per la qualificazione in finale (con una vittoria inferiore a 4 a 0 finalista sarebbe stato il Brasile, in un girone d’accesso disputato anche dalla Polonia). Il risultato è noto, tennistico, ed è passato alla storia come “marmellata peruviana”. Narcotrafficanti e segretari di Stato americani transitarono dagli spogliatoi di Rosario, in funzione minatoria o persuasiva a seconda delle ricostruzioni”.
“Io penso che sia stato creato troppo frastuono attorno a Ramòn”.
Menotti si riferisce a Ramòn Quiroga, il portiere del Perù, argentino di nascita, di Rosario, proprio il luogo in cui si disputò la partita. “A rivedere le immagini, la responsabilità va equamente ripartita tra tutta la difesa peruviana; solo nell’azione del quinto gol lui non si distende sul cross che viene da sinistra. Voi belle anime conoscete l’individualismo solo quando si tratta di attribuire una colpa. Undici giocatori che vendettero l’anima lucrano un prezzo troppo basso per scuotere la vostra morale. La spiegazione di una squadra senza motivazione, che, in svantaggio di uno o due gol contro un’altra che si gioca il futuro, si disunisce, fu ovviamente scartata in anticipo”.
“Lei dunque esclude che Quiroga e i peruviani vi lasciarono vincere?”
“Non lo escludo. Lo ritengo anzi probabile, però irrilevante. Se avessero giocato alla morte, i Brasiliani ne sarebbero stati ben lieti. Su questo nessuno avrebbe sollevato obiezioni: noi invece eravamo il male, non potevamo vincere se non per la propaganda, per dare l’immagine di un Paese radioso e vincente. Nessuno peraltro si è mai chiesto cosa avrebbe fatto al posto di Quiroga. E nelle sue tasche la letteratura postuma ha infilato banconote, polvere bianca, il rimorso per le vittime dei genocidi”. Menotti qui tace due dati che potrebbero alimentare qualche congettura: nella sua breve parentesi da allenatore del Barcellona, nella Liga del 1983/1984, Ramòn Quiroga compare tra i pali dei catalani; Rosario non è solo la città natale di Quiroga, ma dello stesso Menotti, che però allenerà il Rosario Central solo molto più tardi, nel 2002. Fu in quel momento che, trovandomi di fronte a Menotti, ebbi la sensazione di intravedere una sequenza vertiginosa di maschere, il condottiero di un popolo agonizzante, un nobile idealista, il traditore più bieco. Forse per il rollio della nave, i tratti del suo volto mi sembrarono confondersi e un’inspiegabile attrazione mi spingeva quasi plasticamente dentro le sue rughe, i suoi capelli lunghi e grigi, il suo odore dolce di tabacco.
“Dov’è adesso Ramòn Quiroga?”
“Non lo so. Non mi stupirei di trovarlo nella stiva di questa nave, in sala motori. Mi sembra un posto adatto a espiare la colpa che gli avete confezionato. Se quello che voi dite è vero, Ramòn sarebbe in primo luogo un patriota: uno disposto a naturalizzarsi peruviano e a tollerare gli strali delle vostre infamie pur di veder vincere la nazionale del suo Paese. Non credo di dire nulla di nuovo rammentando l’intensa amicizia che lo legò ai fratelli Schiaffino”.
Italo e Argentino Schiaffino furono i più illustri letterati-ultras che l’Argentina ricordi. Il maggiore, Italo, morto in conseguenza dei disturbi ormonali che gli causarono un’esagerata pinguedine, balzò agli onori della cronaca nel 1968 con la poesia “Impallidiscano i levrieri” che, come riporta Roberto Bolaño ne “La letteratura nazista in America”, Schiaffino stesso definì “una specie di Iliade in onore della squadra del Boca”. Nel 1975, in un intervallo delle sue frequenti esperienze carcerarie, fondò la rivista trimestrale “Con Boca”, in cui confluì l’universo poetico e nazionalista del tifo bonaerense. Accanto agli eloquenti manifesti di Italo Schiaffino, nei primi anni la rivista pubblica anche qualche contributo di Ramòn Quiroga.
A proposito del fratello minore, Bolaño scrive che “le peripezie della sua vita e della sua opera in un certo senso conferiscono credibilità a tutti i suoi simili”. Poeta visionario, fanatico del Boca, di Argentino Schiaffino la letteratura ricorda soprattutto il manifesto “Soluzioni soddisfacenti” (in cui, prosegue Bolaño, “propone come risposta latinoamericana al calcio totale l’eliminazione fisica dei suoi migliori esponenti, ossia l’assassinio di Cruyff, Beckenbauer, ecc.”), mentre ineguagliata per nitore formale resta la raccolta di poesie “Lo spettacolo nel cielo”, su alcuni dei grandi giocatori della storia del Boca Juniors. Le agenzie di intelligence registrano invece il suo arresto in un albergo di Barcellona dopo la sconfitta dell’Argentina con l’Italia nei mondiali del 1982, come presunto autore di un reato di aggressione con tentato omicidio, scippo e disordine pubblico. Da allora la sua vita si dilegua ciclicamente, per riaffiorare con sporadiche incursioni letterarie (talune extra-sportive) e in occasione dei mondiali di calcio, dove i tifosi argentini si recano con la speranza di essere fomentati dal suo indiscusso ascendente e dove le polizie di tutto il mondo si organizzano per catturarlo.
“Come fu accettata la sua nomina a commissario tecnico dagli ambienti più esagitati del tifo?”.
“Ricevetti qualche minaccia all’inizio, ma presto mi convinsi che nell’immaginario ultras l’aspetto su cui non si può davvero transigere è quello teorico: ciò spiega il numero esorbitante di manifesti, pamphlet, sillogi poetiche. D’altra parte, si rivelò strategica la scelta di un comunista. La nazionale aveva bisogno del sostegno di tutto il Paese e del sostegno di tutto il Paese, non solo di una parte minoritaria, si nutrivano le ispirazioni di quei giovani per inebriarsi nella poesia e nella lotta. Erano anni in cui le idee tagliavano come la luce nel cielo. Tutto era spigoloso e aggressivo, l’aria, le pettinature, la foggia delle cravatte. A distanza di tempo per voi è comodo dividere il bene dal male, le vittime dai carnefici. Nessun argentino sa ancora spiegarsi perché crebbe quella spirale di delazione e violenza, perché qualcuno sognò uno Stato trasformato in caserma: non esistono due radici nella pianta di un popolo”.

(qui la terza parte) (qui la prima)

Intervista a L.C. Menotti (I)

 
 
 
 
 
(La parte di Laigle)
 
 
 
L’esonero di Luis Cesar Menotti dalla Sampdoria, nel novembre del 1997, mi costrinse a un rapido cambiamento di piani. Mi ero ripromesso di intervistarlo per il giornale presso cui militavo, uno di quei fogli la cui trasandatezza tipografica pretende di legittimare gli antagonismi del contenuto. Nei miei progetti, l’intervista a Menotti, le cui simpatie politiche sono notissime, avrebbe ampliato la collezione di giuste cause di cui munivamo l’arsenale dei nostri lettori. Il destino, nella forma di una sconfitta per 3 a 0 in casa della Lazio, mi obbligò ad accelerare i contatti con l’allenatore dell’Argentina dei colonnelli, trascinandomi, più che nell’elegia di una nobile causa, in una sequenza deteriore di effetti.
Il materiale che qui riporto, ovviamente, non fu mai dato alle stampe. Non era la rappresentazione della realtà che avrebbe interessato i lettori; nell’epoca che stavamo attraversando non potevamo permetterci accuse di tradimento.
In tempi difficili, non c’è strategia di mercato migliore della coerenza.
 
***
 
La condizione che Menotti ha posto per l’intervista è per lo meno bizzarra. “Devo tornare in Argentina e non prendo mai l’aereo. Se vuole, può accompagnarmi in nave. Altrimenti, dovrà aspettare che mi chiami qualche altra squadra italiana. Dubito che accadrà”. La sua risposta al telefono era stata squillante, chissà perché dai fumatori ci si aspetta sempre una voce consunta.
Così il giorno dopo ho prenotato una cabina di seconda classe sul traghetto Genova-Buenos Aires. Per chi non lo sapesse, non è affatto vero che non si usa più viaggiare per mare. Non esiste porto al mondo che non abbia i suoi collegamenti. Genova per esempio è collegata con Buenos Aires, Creta e Mumbai, Livorno con Porto Empedocle e Oslo. Mentre di giorno le banchine sono affollate solo da carichi mercantili, di notte partono le navi di linea. Partono di notte perché possono contare su un mercato di gente che ha tempo da perdere, gente che partirebbe di notte comunque, per il gusto di sentire il rumore delle manovre e di respirare il marcio delle corde.
Lo spazio nel traghetto era eccessivo per il ristretto numero di passeggeri. Menotti non ci ha messo molto a riconoscermi. “Lei ha l’aria estatica di chi cerca l’ispirazione o l’ha già trovata, scommetto che è il giornalista di ieri”, mi apostrofò venendomi incontro nel salone. “Veramente il mio è mal di mare” replicai, urtato perché invece era vero che in quel momento stavo vaneggiando sui significati reconditi di quel viaggio assurdo, roba da scriverci un libro, pensavo.
L’intervista non si è svolta in un unico giorno, ma nell’arco di tutta la traversata. Il colloquio veniva ripreso a ogni incontro, il più delle volte a tavola, ma ricordo anche un’interminabile conversazione sul ponte all’aperto e qualche frase nel giorno in cui il malore di una signora di bell’aspetto sollecitò le premure dei marinai.
Gli chiesi di partire dalla fine, dalla Sampdoria, di fronte a un sontuoso antipasto.
“La cosa che più mi preoccupa è che si è perso il gusto del rischio. Ho cercato di convincere le dirigenze di molte società a formare una squadra composta da giocatori dalle qualità uniche, rigorosamente non calcistiche. Oggi si costruisce la mitologia del campione, dello sfoggio di tecnica o atletica, per me pari sono. Invece, come tutte le manifestazioni dello spirito, il calcio non può alimentarsi di se stesso. Dietro occorre il segreto, che è anche il rischio e la possibilità di catastrofe”.
“Se non ho capito male, lei sostiene che le sorti del gioco possano dipendere anche da elementi del tutto estranei al funzionamento del gioco stesso”.
“Sì, ma non nel senso che lei immagina dell’attaccamento alla maglia o del giocare contro la squadra da cui si pensa di essere stati traditi. Ho impiegato l’ultima parte della mia vita a cercare giocatori che sublimino nel calcio i loro veri talenti. C’è un disegno, un ordine complessivo, a cui loro cercano di dare forma, che non è “solo il calcio”: “solo il calcio” è un guscio inutile, è ciò che del calcio pensano gli intellettuali”.
“Alla Sampdoria c’era qualcuno di questi giocatori?”
“Non direi. Con l’eccezione di Laigle, tutti gli altri (penso a Balleri, finissimo conoscitore di Musil, a Montella, virtuoso del violino) hanno accettato fino in fondo il ruolo di calciatori”.
“Laigle?”
“Pierre Laigle è uno dei più geniali cuochi del mondo e, per inciso, è lo chef di questo traghetto. Osservi la concezione del primo piatto: riduzione di mezze maniche al nero, cedro candito e anelli di seppia dorati alle mandorle”.
Meraviglioso era l’equilibrio tra quegli apparenti contrasti, lo devo riconoscere, e forse, mentre la prodigiosa armonia della cena si insinuava nei miei sentimenti confusi, mi resi conto di ciò che Menotti voleva dirmi a proposito del calcio. Me ne resi conto all’inverso, perché il senso di quel piatto inarrivabile stava, più che nella sua qualità eccelsa, nel fatto che chi lo aveva preparato era un discreto centrocampista.
Menotti proseguì. “Il calcio, come la filosofia, è solo un mezzo, indispensabile ma parziale. Nessun filosofo, o astronomo o poeta, può dirsi veramente tale se non possiede le cognizioni teoriche e pratiche minime sul gioco del calcio. Deve valere anche l’inverso: il calciatore più acclamato scompare davanti a quello in grado di decifrare le cabale o imbattibile a scacchi. Anzi, dirò di più: il gesto che rimarrà, l’impresa che lascerà sbalorditi o commossi, sarà di quest’ultimo. Maradona fu quello che fu perché spiegò il gol di mano con la mano di Dio. Solo un uomo capace di un simile trucco, prestigiatore, saltimbanco e figlio di puttana, può saper giocare a calcio come Maradona. Per saper giocare a calcio, giocare a calcio quasi non serve”.
Sigaretta dopo sigaretta (io ne fumai un paio, ma non riuscii a seguire il ritmo indiavolato del Flaco), mi lasciai persuadere che l’unica storia di calcio degna di essere raccontata non è la vittoria di Davide contro Golia, come fino ad allora avevo pensato, ma la costruzione dei moventi, delle trame occulte, vedere nel calcio come al di là dello specchio di Alice.

(qui la seconda parte)

sabato 23 ottobre 2010

Il paese di Pulcinella

L’Italia,lo si sa,con buona pace di tutti è una repubblica fondata sulla raccomandazione. Tutti noi ne cerchiamo una in fondo,anche se siamo sempre pronti a criticare chi ne usufruisce. Certo,approfittare delle conoscenze per svolgere un lavoro in cui riesci,non è un ingiustizia,però se devi rubare letteralmente l’occupazione a chi per anni ha studiato o lavorato e faticato in quel settore,il discorso cambia radicalmente. In ogni caso,qualsiasi cosa tu faccia nella vita,sia essa il palombaro delle fogne o il sovrano di Tonga,beh…devi guadagnartela e sudartela anche un minimo,se non altro per stare con la coscienza a posto. Quella della gavetta è un arte in cui devi sempre guardare il traguardo,sottostare senza umiliarti a persone che probabilmente valgono si e no un tuo pelo pubico,ma anche apprendere da gente esperta e navigata,in questo caso qualcuno si ricorderà sempre di te e delle tue doti e prima o poi arriverà la chiamata,che è si una sorta di raccomandazione,ma dovuta comunque alle tue qualità. Il calcio è lo specchio dell’Italia,con i suoi stessi difetti e i suoi medesimi pregi. Molte,troppe volte persone che ritieni incompetenti ricoprono cariche importanti,persone che forse non sarebbero in grado neanche di gestire un chiosco di grattachecche in pieno Agosto(senza offesa per i grattacheccari,che LB stima). Per la maggior parte degli Italiani,il pallone è l’unico momento di pura evasione dalla vita reale,stacchi per 90 minuti e pensi solo a quello,ti scordi di tutto,dai problemi comuni alle piccole ingiustizie di tutti i giorni. Quando però anche nel calcio si consumano abusi e scorrettezze,torni con i piedi per terra. Il gioco del calcio appartiene a noi,la nazionale ancor di più. Non si scherza con queste cose,non si devono prendere in giro i tifosi. Francesco “Kawasaki” Rocca,ha il classico viso da entroterra romano,una faccia dura che sembra scolpita nella pietra e duro è anche il suo carattere,è un sergente di ferro Rocca,da anni allena diverse selezioni giovanili della FIGC,attualmente è responsabile dell’under 20. Non esiste suo giocatore che non abbia faticato con lui e non esiste suo giocatore che non lo stimi. E’ duro e severo con i suoi ragazzi,per tirarli su,non come prime donne,ma come atleti. Da ex terzino instancabile faticatore della fascia,da giocatore dalla carriera interrotta troppo presto per i tanti infortuni non esiste nel panorama del calcio italiano una persona più accreditata e professionale per formare i giovani di Francesco Rocca, uno che il campo se lo mangiava(finché è stato possibile),uno che può far capire alle nuove leve che il gioco del calcio non è suv e veline,ma un lavoro fatto anche di passione, sacrificio e fatica. Davide Ballardini, classe 64, è un allenatore cresciuto nel mito di Sacchi,le sue squadre quando girano, sono compatte e spettacolari,fino allo scempio Lazio dello scorso anno,dove avrà avuto si e no un 15% di responsabilità è stato un tecnico capace di far fronte a situazioni ardue. Ha lavorato con presidenti mangia allenatori come Cellino e Zamparini riuscendo attraverso il bel gioco ad entrare nelle loro grazie. Ha esperienza da vendere e nel corso della sua carriera ha lanciato tanti calciatori. Gianfranco Zola non è un allenatore navigato,è sicuramente una delle figure più positive del calcio italiano,è adorato in Inghilterra,dove il Chelsea ha ritirato la sua storica maglia numero 25 e proprio in Inghilterra dopo un breve parentesi come secondo di Casiraghi in under ha mosso i primi passi in panchina. Nelle due stagioni a Londra sponda West Ham,manca per un pelo la qualificazione in europa league e centra una salvezza non scontata l’anno seguente. Ha carisma,è stato un giocatore eccezionale e non può che essere un esempio per tutti i calciatori in erba. Ciro Ferrara 43 anni,è stato una bandiera del Napoli,il Napoli più bello,quello dei trionfi in Italia ed in Europa,il Napoli del più grande giocatore di tutti i tempi che lasciò in eredità proprio al giovane Ciro la sua fascia. Ciro quella fascia però non la tenne più di tanto,qualche anno dopo si trasferì nella cupa Torino. Dopo 11 anni di Juve lascerà il calcio,restando però in stretto contatto con Mister Lippi,che farà di lui il suo vice in nazionale. Il guardiolismo farà il resto,a Cire a papà verrà incautamente affidata la panchina della società più popolare d’Italia. La Juventus non ha gioco,non ha schemi,fatica a trovare continuità,esce dalla champions e non entra mai in competizione per il campionato. Lo spogliatoio non sembra rispettare il mister,in tutto questo Ferrara invece di farsi indietro,continua ad avere un atteggiamento smargiasso. Risponde alle critiche sacrosante,con fastidio,si vede che non è abituato a soffrire,ha l’occasione per salvare la faccia e dimettersi,non lo farà e sarà sollevato dall’incarico………..per far spazio a Zaccheroni. I primi 3 allenatori citati,ovvero:Rocca,Ballardini e Zola erano insieme a Zoratto(attuale tecnico dell’under 19)nella lista dei papabili sostituti del suicida Casiraghi. Il nome di Ferrara non è mai comparso,per chi ama l’under,per chi la segue sempre,per chi si ricorda le annate splendide con Cesare Maldini e Tardelli(non il massimo come allenatore ma sapeva convocare) è stato un vero e proprio fulmine a ciel sereno. L’under 21 è una risorsa,è la linfa della nazionale e non può e non deve essere messa in mano a gente priva di esperienza.
Allora ti viene da pensare,in 4 anni Abete ed Albertini hanno devastato il calcio italiano,Donadoni prima,il ritorno di Lippi poi,senza contare l’assurda nomina di Casiraghi. Giancarlo e Demetrio,la strana coppia che purtroppo muove i fili della federcalcio,sono furbi,nominano ct Prandelli per placare il malcontento dei tifosi azzurri post mondiale 2010 e riavere in squadra Cassano e Balotelli(come giustamente cantava il “Simpaticissimo” omino delle suonerie;che ci sia lui dietro Albertini e Abete?tutto avrebbe un senso),dopo di che chiamano Rivera e lo fanno presidente del settore giovanile,chiamano Arrigo Sacchi come coordinatore tecnico delle giovanili,chiamano Baggio e ne fanno il presidente del settore tecnico,in un colpo solo si arruffianano 3 generazioni. Peccato che per la nomina del nuovo allenatore dell’under Abete,nonostante lo stuolo di collaboratori fa di testa sua(sicuramente aiutato dal fido Demetrio…e da Wladì)preferisce quindi affidarla a Ciro ed alla sua guappa simpatia,una promozione alla “Scurdammoce o passato”,perché non importa che fallisca, il napoletano fa simpatia! e solitamente è così,solo che purtroppo per Abete, Ciro a differenza di tanti partenopei è simpatico come una sassata in fronte(e sicuramente non ricorda il suo omonimo allegro orsetto compaesano,peraltro più competente in fatto di pallone). A questo punto,non mi rimane che richiamare in causa il cefalopode più amato del mondo,io propongo il polpo Paul come prossimo presidente della FIGC,personaggio corretto e capace di scegliere in maniera indipendente,tanto ora come ora le scelte sono fatte dai criceti nella testa di alcuni dirigenti.Chiudo dicendo,che non escludo che Ciro “Trroppo Buonooo “Ferrara,possa far bene con l’under,ma quello che continuerò a contestare è che il merito deve, almeno nel calcio, essere alla base di tutto,ma in fondo siamo il paese di Pulcinella e chi meglio di Ciro poteva ricordarcelo?PAPPA-RAPPA-PAPPA-RA-PAPPA-PARAPA-PARAPA-PA-PAPPA-RARA-PAPPA-RARA-PAPPA-RAPA-RAPAPA-PAPA

giovedì 21 ottobre 2010

Briciole di Champions

Con las migas de pan in Spagna si fanno dei dignitosissimi piattini da accompagnare alla spremuta d’arancia di mezzogiorno o alla birretta delle sette, e anche io voglio raccogliere quello che rimane della giornata intermedia di Champions League per farne un piccolo post aperitivo.

Effetto Galles. Non si può non partire da Gareth Bale, autore di tre gol in fotocopia a San Siro (in realtà, bastava un portiere per prenderli tutti e tre, ma evidentemente a Julio Cesar faceva pena Cudicini, e ha optato per il “mal comune mezzo gaudio”). Che sia un’autentica forza della natura non sorprende nè chi scrive nè chi leggerà, perchè qui la Premier League la seguiamo tutti. Sorprende magari ricordare che lo sveglio Pradè fu molto vicino a portarlo a Roma  in tempi non sospetti – sorprende meno, poi, che non ci riuscì (ma d’altronde, avranno pensato a Trigoria, se in rosa abbiamo un furetto come Rosi, che è pure romano de’ Roma, perchè buttare altri soldi?). Voglio allora far notare un’altra cosa: non è grottesco che i giocatori più forti delle ultime due generazioni (intese in senso ampio, decennale) di calciatori britannici non siano inglesi ma….gallesi? Prima Giggs, poi Bale, entrambi peraltro puledri di fascia sinistra, non hanno rivali al di là del confine. Posso immaginare il rosicamento degli inglesi, mai teneri nei confronti dei loro vicini contadini. Se con Elton John erano riusciti a tenere testa a Tom Jones, dubito che Beckham prima e Rooney ora possano competere con i due ragazzi di lingua cimrica…
Effetto Udinese. Restando in Inghilterra, devo confessare che ho la netta sensazione che il Manchester United sia entrato in chiara confusione ormonale, ormai da qualche anno, rispetto alla gestione delle campagne acquisti e, in generale, della politica dei giovani. Ormai in via di liquidazione il vecchio zoccolo duro britannico che è stato la fortuna (e il vanto) di Sir Alex Ferguson, all’Old Trafford hanno deciso di seguire il modello Arsenal, puntando su giovani promettenti venuti da tutto il mondo, da crescere in famiglia e lanciare nello Stadio dei Sogni al momento opportuno. Peccato che l’Arsenal, che ha una notevole rete di osservatori e, soprattutto, un allenatore con un fiuto non indifferente, non li prende solo perchè giovani (come fece invece Veltroni con le liste del PD, capitanate da una ragazzina che se oggi non lavora in un supermercato è solo perchè si è accoppiata con il figlio di un presidente della Repubblica), ma soprattutto perchè forti. Fabregas, Rosicky, Nasri, Arshavin, Wilshire, Chamak e via dicendo, quando sono arrivati ad Highbury, non erano solo dei guaglioncelli promettenti, ma dei calciatori talentuosi veri e propri. Al Manchester, al contrario, ho l’impressione che stanno facendo come all’Udinese, che poi è come facevamo tutti a Scudetto: comprare gente sconosciuta e giovanissima a poco prezzo, sperando nel miracolo. Ecco allora mezzi giocatori arrivati negli anni passati in pompa magna destinati ad un’ingloriosa carriera da eterne promesse -all’Old Trafford o altrove- come Nani, Anderson, Richardson, Valencia, Evans, Gibson, Berbatov, Wellbeck, accompagnati a braccetto da presunti piccoli fenomeni che l’unica impronta che lasceranno a Manchester sarà nella maglietta nascosta in un armadio di Tokio o Riad, e mi riferisco ai vari Obertan, Macheda, Hernandez, Bébé, Rafael. Quest’estate Rooney l’ha capito, Di Natale invece no.
Effetto Roma. La cosa più curiosa è vedere la gente che ancora cerca delle risposte razionali, deterministiche, eziologicamente valide, alle prestazioni indecorose della Roma. Eppure, Roma, la Roma calcistica, vive di “biscotti”, di situazioni preparate ad arte, di vedo-non-vedo, di decisioni torbide da addolcire per i tifosi, di panem et circenses. Nessuno può avere dei dubbi che la sconfitta contro il Basilea sia, come il rogo del Petruzzelli di Bari, di matrice dolosa (gente come Inkoom o come Cabral, se vuoi farli segnare, li devi far segnare, anche i loro amici fanno così, per pietà). Se qualcuno deve comprarsi (chi? Come? Quando?) la società, è evidente che la prima cosa libera che vorrà avere sono le mani per scegliersi i propri uomini di fiducia, a partire dal tecnico. Peccato che il calcio non è un paese per S.p.A. qualsiasi, e che l’assemblea non è decisa tra quattro soci massoni ma di fronte a una piazza di milioni di tifosi. Tifosi che, con una squadra che vola, si mangerebbero vivi il neo-arrivato che, per prima cosa, fa fuori l’allenatore testaccino. I giocatori lo sanno, e siccome -giustamente- Ranieri non lo sopportano, perchè dopo che hai avuto Spalletti che per quattro anni ti ha insegnato calcio, non puoi sopportare uno che si limita a girare la minestra, non fanno nulla per evitare il corso degli eventi. Chiamatelo capro espiatorio se volete, ma a Roma funziona così. Speriamo solo che la cosa non vada troppo per le lunghe, perchè per il momento nulla è compromesso, ma a Natale, chissà.
Effetto Werder. Solo una cosa: la maglietta del Werder Brema, nonostante il baffo e la sua contemporaneità di linee e stile, non è comunque la più bella della Champions League? Perfetta da mettere sui jeans, peraltro.
Effetto Brasile. Che io detesti i brasiliani, a partire da Pelè, è cosa risaputa. Mi dispiace per lo Zio, che in un recente commento si era detto felice dei suoi brasiliani indolenti lì davanti, ma come si può pensare, nel 2010, di scendere in campo con Ronaldinho e Robinho? Già avevano faticato contro la coriacea retroguardia clivense domenica scorsa, non c’era dubbio che sarebbero stati inghiottiti dalla corazzata di Mourinho. Secondo me quello dei fantasisti brasiliani è il più grande inganno calcistico del secolo, alla fine gli unici brasiliani forti sono stati quelli atipici. E’ come con il mito delle ragazze magre, ci hanno ingannato.
Effetto Barcellona. Il silenzio di Bostero è eloquente: quest’anno, il Barça farà molta fatica. Addirittura, Villa sta facendo rimpiangere Ibrahimovic. Iniesta e Xavi, insieme a Pirlo i più forti centrocampisti del decennio appena trascorso, sono ormai in comprensibile fase calante (come il centrocampista del Milan, d’altronde). Messi non basta più, perchè ormai lo conoscono anche in Danimarca. Pedro credo sia morto. Bojan, tanto per cambiare, in panchina. Lascio quindi una profezia: l’anno prossimo, anche alla luce delle certe vittorie del Madrid, di fronte al fallimento, prevedo una grande rivoluzione. Guardiola ha già fatto il nome del suo successore: il suo mentore Carletto Mazzone, che si porterà Checco Moriero alla Masià e il principe Giannini come direttore tecnico. Il tiqui-taca verrà rimpiazzato da un solo credo: nel dubbio, palla in tribuna. Il pomeriggio, verranno preparate sessioni cinematografiche con le prodezze di Silvano Benedetti e Tarzan Annoni. Doppiate in catalano, s’intende.
Effetto Spagna. In conclusione, voglio omaggiare Raùl Gonzàlez Blanco, capace di regalare una notte magica anche ai minatori di Gelsenkirchen. Una doppietta per la gloria, per essere finalmente il Re di Coppe in solitario (ciao Gerd, ciao Pippo!), e migas per tutti gli altri insieme ad una corposa birra Weiss.
No es tan loco

sabato 16 ottobre 2010

Sull’equilibrio.. O della caduta della Libera Città di Magonza

 

In una delle scene più terrificanti di “M” di Fritz Lang, subito all’inizio del film, la camera inquadra fissa un manifesto affisso ad un palo che offre una taglia di diecimila marchi per chi riferisca notizie sul misterioso assassino che terrorizza la città.. Una palla rimbalza ripetutamente contro quel cartello, a lanciarlo è una bambina, fuori campo.. Improvvisamente l’ombra di una testa umana con un cappello appare per coprire in diagonale parte del manifesto ed una voce, anch’essa fuori campo, proveniente da un antico pozzo colmo di misteri e di paure, pronuncia le parole.. “Che bella palla!” Allo stesso modo ed in maniera diametralmente opposta, come un’ombra in diagonale che oscura parte del luminoso cartellone pubblicitario della Bundesliga mentre una palla ci rimbalza contro impazzita, è apparso il Mainz, squadra della gloriosa Città Libera di Magonza che, con sette vittorie su sette partite, domina la classifica del campionato tedesco, ed una voce, sempre fuori campo, proveniente da un antico pozzo colmo di sorprese e di gioie, pronuncia le parole.. “Che bella palla!” Come la palla che il tunisino Allagui spinge col tacco nella porta difesa da Butt al 14’ del primo tempo della partita tra Bayern Monaco e Mainz..

Dal tacco di Allah di Rabah Madjer al Prater di Vienna nella finale di Coppa Campioni tra Bayern e Porto il 27 maggio 1987, al tacco di Allagui all’Allianz Arena il 25 settembre 2010.. E’ il gol dell’1-0, poi il Bayern pareggerà su autogol prima di soccombere alla prodezza dell’ungherese Szalai.. girata di destro in controbalzo al 77’ ed il Mainz sbanca Monaco, espropria la cattedrale, stupra la reliquia.. Sesta vittoria su sei partite e prodromo al record di sette su sette, ottenuto la settimana dopo in casa contro l’Hoffenheim.. E’ ancora Allagui ad aprire le marcature.. Allagui è grande ed il Mainz è il suo profeta.. canterebbero oggi i Cccp se   Giovanni Lindo Ferretti non si fosse rincoglionito..

 

 

Quando negli anni settanta e ottanta nella Mitteleuropa i sintetizzatori e le drum machines cercavano il miglior equilibrio   possibile tra la sperimentazione elettronica di Stockhausen ed il delirio psichedelico del progressive, il Mainz completava il suo processo di rigenerazione vivendo la lunga fase dell’oblio.. relegato nella lega amatoriale della Oberliga Südwest (fu campione dilettanti nel 1982) giocava in campi fatiscenti circondati dalle rovine del declino postindustriale del Land di Rheinland-Pfalz.. Ma senza curarsene troppo ed inconsapevoli della svolta che la storia gli avrebbe imposto, i cittadini di Magonza continuavano a delirare nel loro infinito carnevale pagano.. Sarà solo nei primi anni ’90, con l’arrivo di Wolfang Frank, un eccentrico tecnico di impronta zemaniana che impose l’abbandono del libero e della marcatura a uomo a favore del 4-4-2 e della difesa a zona, che il Mainz, abituato a fare saliscendi tra la seconda e la terza serie si consoliderà in Zweite Bundesliga.. Ma nemmeno questa crescita verticale della squadra agli ordini di un comandante eretico ha distratto più di tanto gli abitanti di Magonza dal loro infinito carnevale.. loro di anabattisti boemi come Zeman ne avevano sempre molti in giro.. Secoli fa la Libera Città Imperiale di Magonza (1244-1462), fecondo laboratorio di arti e di culture, oltre a regalare al mondo la stampa a caratteri mobili tramite il lavoro di Johannes Gutenberg fu di esempio per quella moltitudine di comunità cittadine impregnate di eresia pagana e socialismo millenarista che illuminarono la Mitteleuropa e prepararono le rivolte contadine e gli esperimenti comunitaristi a venire.. Mainz ha sempre precorso il tempo e oltrepassato i confini.. è per questo che ora comanda in Bundesliga..

Se infatti nel 2012, secondo la profezia Maya, il calcio come lo conosciamo noi è destinato scomparire.. ciò avverrà per l’entrata in vigore del fair play finanziario, che obbligherà tutte le squadre ad esibire pareggi di bilancio: pena l’impossibilità di iscriversi alle competizioni europee.. Nulla sarà più come prima.. A rincorrere un pallone in giro per Europa saranno solo le squadre che avranno raggiunto l’equilibrio.. nei rapporti tra spese e ricavi, tra tifo e storia, tra yin e yang, tra ambizioni e geografia.. Squadre che puntano all’utopia dell’equilibrio come vi puntavano gli eretici medioevali che fecondarono con il loro sogno l’Europa secondo gli insegnamenti dell’immanenza taoista e del materialismo presocratico..

 

 

 

Squadre come il Mainz, che nell’ultimo mercato hanno chiuso in attivo vendendo 14 giocatori e comprandone 15 e che hanno un tetto stipendi di 14,5 milioni (un decimo di quello del Bayern Monaco, umiliato in casa sua..) Che hanno un tecnico come Thomas Tuchel, appena promosso dalla primavera.. pressing a tutto campo, palla a terra e verticalizzazioni improvvise il suo offensivo ed offensivista marchio di fabbrica.. che in un impeto situazionista ha dichiarato “I giocatori si meritano tutto quello che hanno ottenuto, ma siamo pronti ad essere rispediti sulla terra..” Come a dire, ci abbiamo provato.. Non abbiamo paura delle rovine.. Che alla seconda giornata sotto 3-0 sul campo del Wolfsburg non si scompone, non scivola nella disperazione, ma si siede sull’argine del fiume, continua a fare gioco, e ne infila quattro, andando a vincere per 4 a 3.. Squadre come il Mainz, i cui tifosi hanno adorato le gesta e le capigliature del giovane Mohamed Zidan appena giunto in Germania e che quindi ora possono comprendere la grandiosa pazzia del ventenne Lewis Holtby   (di padre inglese e madre tedesca, è appena stato multato perché si stava facendo un giro sul Reno, con la moto d’acqua senza patente..) e del diciannovenne André Schurrle.. Il primo è in prestito dallo Schalke 04, ha segnato due gol e distribuito sette assist ed è destinato ad un futuro da campione.. ma non a Magonza, bensì nella multinazionale russa della Nordrhein-Westfalen, dove tornerà a fine stagione.. Il secondo arrivato al Mainz a sedici anni e subito in prima squadra dall’anno dopo, quest’anno ha già segnato tre gol: tutti decisivi.. ma è già stato venduto per otto milioni al Bayer Leverkusen, dove si trasferirà a fine stagione.. Perché l’equilibrio è meraviglioso, ma è instabile.. ed i tiranni non muoiono mai.. Perché possiamo anche non avere paura delle rovine, correre a testa bassa verso la sconfitta o aspettare con calma che la disfatta ci colga.. ma prima o poi arriverà..

Così come l’ombra dell’arcivescovo Adolfo II sterminò nel sangue l’equilibrio del caotico laboratorio culturale della Libera Città di Magonza, una nuova ombra diagonale, molto più tetra e pericolosa di quella filmata da Fritz Lang, apparirà all’improvviso ad oscurare il firmamento del calcio tedesco.. E lo squilibrio, sotto forma di diritto del più forte e di sperequazione del tasso di profitto, tornerà sovrano ad imporsi sulla Bundesliga.. Presto il Bayern, il Wolfsburg, il Bayer, o lo Schalke 04, o chi per loro.. spaventosi Golem tracotanti di prepotenza.. verranno per distruggere il sogno di equilibrio della libera e carnevalesca squadra del Mainz.. A noi basta aver sognato insieme a loro..

lunedì 11 ottobre 2010

Au revoir boucher!

 
Sono le 19 del 23 giugno del 1994 al Foxboro Stadium di Foxborough, Massachussets. Nel piazzale antistante lo stadio un signore agita 2 biglietti. Quel giorno si gioca Corea del Sud-Bolivia seconda giornata del gruppo C. Il Mondiale, ovviamente, è quello americano. La Corea è reduce da un buon pareggio contro la Spagna per 2 reti a 2, la Bolivia ha perso di misura la prima gara contro la Germania, Campione del Mondo in carica, complice un espulsione (appena 3 minuti dopo il suo ingresso) della sua stella Marco El Diablo Etcheverry.
Allo stadio che appartiene ai New England Patriots ed ai New England Revolution (ex squadra di Zenga) ci sono 54.541 spettatori, potrebbero essere 54.543 se solo quell’uomo che sventola i biglietti riuscisse nel suo intento. Si avvicinano 2 loschi figuri, l’uomo fa la sua proposta, loro però, non solo non accettano ma mostrano il distintivo e arrestano l’uomo. Il presunto bagarino si chiama Raymond Domenech, ha 42 anni e da una stagione circa, allena la nazionale under 21 francese. La Federazione Francese che aveva accreditato Domenech per quella partita, aveva in seguito comunicato al suo tesserato che non c’era nessuna ragione per andare a vedere il match. Il furbo Raymond pensò allora di recuperare qualcosina. Risultato? 500 dollari di multa e, si narra, una notte al fresco.
  
In maglia Paris Saint Germain
   
Domenech per noi italiani incarna appieno lo stereotipo del Francese “stronzo” e con la puzza sotto al naso. La realtà è che Raymond è un personaggio molto più complesso di quello che sembra. Da giocatore fa una buonissima carriera nel Lione (che non era certo il Lione di oggi), dove gioca come terzino destro. Passa poi per Strasburgo, Parigi(sponda Saint Germain), Bordeaux e Mulhouse dove svolge il ruolo di allenatore-giocatore. In campo era chiamato le Boucher (il macellaio) titolo conseguito dopo aver stroncato la carriera all’austriaco Metzler con un entrata assassina. E qui troviamo la prima stranezza, ovvero a commettere quel fallo, che al povero Metzler ha distrutto tibia e sogni di gloria, non fu Domenech ma tale Jean Baeza. I giornalisti in tribuna si confusero per via della stessa capigliatura. Raymond era ai suoi esordi con il Lione e in zona mista cavalcò l’onda e si attribuì il fallo. Meglio essere un macellaio che non essere nessuno (va detto che in campo non era un agnellino).
 
In maglia Strasburgo
 
Nel 1987 Jean Micheal Aulas compra il Lione e nel 1988 affida la panchina proprio a Domenech, il quale nel 1989 centra la promozione in Ligue 1. Rimarrà alla Gerland fino al 1993, anno in cui la Federazione Francese lo nomina CT dell’Under 21. In 10 anni di Under lancia le generazioni che diventeranno campioni del mondo e d’Europa, raccogliendo un quarto, un terzo e un secondo posto agli europei di categoria. Nel 2004 al campionato europeo portoghese, la nazionale transalpina allenata da Jacques Santini viene eliminata ai quarti da un perfido colpo di testa di Angelos Charisteas. Finisce un ciclo e con esso finisce l’avventura di Santinì. Sembra ufficiale l’arrivo di Tiganà o Blanc, con Domenech e Bruno Metsu alla finestra ad attendere sviluppi. Si autocandida anche l’ex CT inglese Glen Hoddle (colui che affermò che gli handicappati pagavano colpe della vita precedente), ma ovviamente viene subito scartato. A sorpresa la federazione affida la panchina a Raymond che, pronti-via, si ritrova subito a gestire l’addio ai Blues di Thuram e Zidane. Parte male, colleziona pareggi e litiga con Pires.
 
Robert Pires viene spesso ignorato nonostante sia uno dei giocatori di maggior talento nella rosa. Ciò in ragione, a quanto pare, del suo segno zodiacale: lo scorpione, segno non particolarmente amato dal CT francese, grande appassionato di astrologia (“gli ariete sono dinamici, gli scorpione non fanno gruppo“). Pires lascia la nazionale, la Francia colleziona pareggi su pareggi durante le qualificazioni, il CT convince Zidane, Makelele e Thuram a tornare in nazionale nell’estate 2005. La Francia alla fine riesce a qualificarsi avendo la meglio su Svizzera, Israele e Irlanda.
 
Arriva il Mondiale di Germania, Coupet poco prima delle convocazioni lascia il ritiro dopo una furibonda lite con Domenech, il caso rientrerà, ma Coupet sarà il dodicesimo alle spalle dell’immortale Barthez. Spiccano le mancate convocazioni di Govou (poi convocato per sostituire l’infortunato Cissè), Mexes, Anelka, (lo scorpione) Pires e il neo campione d’Europa Giuly, protagonista di un’ottima stagione a Barcellona. In realtà quella contro Giuly è una vendetta, l’ex Monaco non veniva convocato dal 12 Ottobre 2005,periodo nel quale la Francia era in piena emergenza. A quanto emerge dalla biografia di Giuly, nella primavera del 2004 dopo un intervista sul canale M6, il giocatore inviò un messaggio alla giornalista Estelle Denis, al tempo compagna di Domenech. Da quel messaggio, Giuly fece qualche sporadica apparizione con Domenech, per poi essere definitivamente accantonato.
 
 
Al Mondiale la Francia parte malissimo con due pareggi contro Svizzera e Corea. Circolano le prime voci, la squadra è messa in campo da Zidane ed Henry. Quello che è certo è che l’esclusione dai titolari di Trezeguet è dovuta unicamente agli astri, come Pires, Trezeguet si porta dietro la “maledizione dello scorpione”(è bilancia ma ha avuto la sfortuna di nascere in zona scorpione) e nelle prime 3 partite viene utilizzato poco o niente. In virtù del 2 a 0 contro il Togo, la Francia approda agli ottavi come seconda classificata, da quel momento in poi sarà un’altra squadra. Asfalta 3 a 1 la Spagna, si ripete meravigliosamente contro il Brasile (1 a 0) e vola in semifinale. Trezeguet è sempre in panchina. In semifinale un rigore di Zidane elimina il Portogallo. In finale Domenech cede e, al minuto 100, in pieno supplementare, inserisce Trezeguet per Ribery, 10 minuti dopo sarà espulso Zidane. Trezeguet sbaglierà il rigore che condannerà la Francia. A tradirlo ad un passo dal traguardo proprio quel giocatore venuto al mondo in zona scorpione. Accuserà Materazzi di aver progettato tutto, se la prenderà per l’espulsione avvenuta secondo lui con la moviola in campo. Da quel giorno incrocerà l’italia per ben 3 volte, sarà un occasione per mettere in scena da ex attore, la sua teatralità. Prima di Francia-Italia del Settembre 2007,risponderà a Materazzi “Dice che non abbasserà lo sguardo davanti a me? Beh.. si sbaglia, visto che è quasi 2 metri ed io sono alto 1 e 75“-“Non ho paura dell’Italia ma dell’arbitro, con gli italiani è un abitudine: nel ‘96 quando allenavo l’under truccarono una partita per qualificarsi alle olimpiadi“- Durante la partita citata da Raymond ,si sfiorò una rissa con Cesare Maldini che in sala stampa annuncio di non voler parlare di “bagarini”.
  Il vero capolavoro di Raymond arrivò però il 17 giugno del 2008, ultima decisiva partita del girone dell’Europeo austro-elvetico. A Zurigo si gioca Francia-Italia, chi perde è fuori. Pirlo e De Rossi abbattono una spenta Francia facendo guadagnare agli azzurri i quarti di finale. Nel post-partita 60 milioni di telespettatori aspettano le dichiarazioni di Raymond, vogliono sapere il perché di quella bruciante eliminazione contro i tanto odiati rivali. Domenech si supererà.  Si aspettano le dimissioni in diretta, le scuse per il pessimo spettacolo offerto dai vice-campioni del mondo, quello che arriverà è una decisamente proposta di matrimonio ad Estelle Denis. 
 La Francia spalanca la bocca in un mix di stupore e rabbia, Platini già scongela Tiganà ma il presidente della federazione Escalletes conferma il tecnico fino al 2010.
  Tutto questo è Raymond Domenech, un personaggio tanto assurdo quanto geniale. Le sue scaramanzie, i suoi modi strafottenti, le sue accuse pesanti, rilasciate con un incredibile naturalezza. Uno capace di dire la parola sbagliata nel momento giusto, un paradosso vivente, un Mourinho al cubo per quanto riguarda le provocazioni e l’essere tronfio di se stesso, ma che tecnicamente non vale più di un Donadoni qualunque. Un attore teatrale. E da attore, ogni volta che lo vedevo provocare o rispondere in maniera totalmente insensata, mi ricordava l’alter-ego morettiano Michele Apicella, straordinariamente surreale incredibilmente attuale. Uno che non passerà mai di moda.
 
 Dopo l’eliminazione al girone nel Mondiale africano, la Federazione Francese opterà per il licenziamento. Il caso Anelka, lo spogliatoio spaccato, una squadra a pezzi. Pagherà in fondo solo lui, forse in questo caso il meno colpevole. In Italia si esulta, via l’antipatico Domenech, a la maison. Ed è così che Raymond esce di scena, uno che per un semplice rigore o per una testata di troppo non si ritrova nell’olimpo dei 18 tecnici campioni del mondo,viene messo alla porta dopo 16 anni di devoto servizio alla F.F.F, neanche fosse il garzone del lattaio. Un ultima splendida performance la regala a fine settembre, chiedendo il sussidio di disoccupazione, non una semplice provocazione ma una vera e propria vendetta contro l’onta dell’allontanamento forzato dalla Federazione. Sono quasi le 18 del 22 giugno del 2010 al Free State Stadium di Bloemfontein, la Francia è stata appena sconfitta per 2 a 1 dai padroni di casa del Sudafrica, un uomo vaga per il campo salutando, pochi minuti prima aveva rifiutato di stringere la mano al CT sudafricano Parreira, un ultima grande prova d’attore prima di uscire dalle scene. Ritornerà. Quelli come lui ritornano sempre,l a prossima sfida tra Italia e Francia non sarà la stessa però, perderà un ingrediente fondamentale, sgradevole ma fondamentale. Au revoir Bouchernon mancherai a nessuno ma in fondo mancherai a tutti. 

giovedì 7 ottobre 2010

Elegia del Difensore

Lacrime di Borghetti, per antonomasia, elogia gli eccessi, predilige ed adotta chiunque dilapidi il suo talento.
 
 
Non è un caso che, sulla falsa riga di questa sorta di inversione del sacro e profano, si sostanzia anche la mia personalissima visione del calcio.
Chiamiamola, per vanità, la Versione di Tato; ovvero, per competenza, l’Elegia del difensore.
E allora incominciamo.
Da parte mia, il calcio si guarda all’incontrario.  
 
Escludo le iperboli offensive dei centravanti, le vanità fanciullesche dei bomber.
Con attenzione e bramosia studio esclusivamente i difensori, avido nel cercare nei loro gesti esitazioni e mancanze.
 
 
E così squadre eccelse, divengono ai miei occhi poco più che mediocri, ed allenatori alla ribalta scolaretti cui far vedere un paio di schizzi su una lavagna.
 
 
La difesa è l’anima del calcio e della sua estetica. Un difensore a volte non vede mai il pallone. Guarda i compagni. Scruta avversari. E poi arriva quella mezza palla proprio nella sua zona, dopo minuti di corsa e posizione, a seguire una linea, una posizione: la geometria.
 
 
Ecco, un difensore talvolta è un geometra.
 
 
A ben guardare, il panorama calcistico internazionale è costellato di difensori dotati di una tecnica poco più che sufficiente, che però fanno dell’interpretazione del ruolo il loro valore aggiunto.
 
Ed infatti, a differenza di qualsiasi altro ruolo, il difensore non deve essere “assolutamente” forte, quanto piuttosto deve saper interpretare un copione preciso e senza sbavature, fatto di concentrazione ed attenzione ai dettagli.  
 
La giornata “no”, per intenderci, non è consentita; chi è solito imbroccarne una ogni tanto, è inaffidabile, dunque oggettivamente scarso. Punto e basta.
 
Li ricordo tutti quelli forti davvero.
 
 
Tra i tanti, Aldair e il suo sguardo triste. Che poesia quando usciva palla al piede; la partita sembrava tirare fuori un bel sospiro, ingentilirsi.
Baresi. Tuttora il fuorigioco ha la sua faccia e rispetta il suo braccio alzato. E poi Maldini e la sua falcata, il Cannavaro mondiale – un’esplosione di energia e concentrazione – l’irruenza intimidatoria di Montero, il cervello di Ferrara.
 
Scuole e convinzioni diverse che interpretano un ruolo quasi come se si trattasse di una maschera teatrale, in attesa che la giostra abbia inizio.
 
Tutte le scuole hanno un loro contenuto, quella argentina, fatta di corsa e passione, quella inglese, muscolare e pesante, persino quella sibillina e spesso tentennante spagnola.
Ogni difensore e dicotomico rispetto ad ogni altro. Non esistono difensori simili né interpreti intercambiabili tra loro.
 
La tecnica fine a se stessa c’entra e non c’entra: in alcuni casi assurge a valore assoluto, sopra la media. Altre non entra proprio in ballo.
 
Fine psicologia si nasconde in alcuni interpreti, che miscelata alchemicamente con i compagni diviene ricerca della giusta misura.
 
Una delle (tante) cose del calcio moderno che proprio non mi va giù è la quasi completa scomparsa delle marcatura a uomo.
 
Non penso solo alla disastrosa conseguenza che tale impostazione ha generato nei giovani difensori, quanto piuttosto al bieco risultato che ne risulta: la quasi completa scomparsa degli epici duelli tra centrale e centravanti, fatti di corsa, astuzie, calci e provocazioni. Partita nella partita.
[una partita nella partita]
Anche la tattica trova il suo empirico compimento nella fase difensiva.
Anziché stropicciarsi gli occhi dinnanzi all’ennesimo apertura in controtempo del Pirlo di turno, provate a seguire la linea di una difesa a quattro per capirne la compattezza e l’educazione. Se poi si ha la fortuna di avere in campo grandi campioni (o attori?) anche lì dietro, allora potremmo apprezzare gesti tecnici fuori dal comune. Una diagonale di Panucci è stata per anni roba da spellarsi le mani, così come l’anticipo puntuale e disarmante di Nesta, il corpo a corpo di Samuel.
 
In sintesi, immaginate che le partite siano viste tramite uno specchio che riflette tutto riproducendolo ma, allo stesso tempo, invertendolo, senza che noi ci accorgiamo di nulla.
 
In tale riflesso Juan è il numero 10 del momento, Maicon il 7 talentuoso cui far pubblicizzare mutande imbottite, Puyol il centravanti britannico da copertina e Wag ben gonfiata sotto braccio.

martedì 5 ottobre 2010

Franklin Lobos, El Mortero Magico

I have a different way of kicking the ball
(Franklin El Mortero Magico Lobos)
 
 
Franklin Lobos con la maglia del Club Deportes Cobresal
 
Franklin Erasmo Lobos Ramirez nasce nel 1957 a Copiapò, deserto di Atacama. Miniere di rame e d’argento come paesaggio, fiori viola. E nulla più. Tanto tempo fa, negli anni Ottanta, Franklin giocava centrocampista nel suo Paese. Prima con la casacca biancorossa dei leones del Regional Atacama, poi con quella del Deportes Antofagasta allenato da Manuel Rodriguez e con quella arancio del Cobresal (rame e sale), la squadra più prestigiosa della regione, il cui stemma è un pallone con sopra un elmetto da minatore.

Segna tanto e in campo è un leader in grado di portare El Cuadro Mineiro fino alla promozione nella massima serie. I grandi club del Cile mettono gli occhi su di lui e nel 1993 arriva la chiamata che conta, quella dei Wanderers di Santiago. Lui accetta e, scarpini neri appesi alla spalla, capelli lunghi spettinati, vola nella capitale. Sono gli anni successivi al plebiscito che portò la fine della dittatura di Augusto Pinochet, delle prime elezioni democratiche e degli albori della Concertaciòn che doveva ricostruire la nazione. Lobos solo pensa a giocare, a tirare forte, a vincere più partite possibili. E si guadagna la Nazionale. Tornerà a casa presto, pero’, dopo due anni e una breve esperienza a La Calera (l’Union La Calera è la fiabesca squadra locale) e concluderà la carriera dove l’aveva iniziata anni prima, nel Regional Atacama. Lobos si ritira nel 1995.

Lontano dal pallone però i conti non tornano. Per portare a casa qualche soldo, Franklin decide di andare a lavorare in miniera. L’impatto è duro, tremendo. Le condizioni di lavoro insopportabili, conta poco il fisico allenato. E, soprattutto, lavorare in miniera è pericoloso.

Nel suo primo anno da minatore, Franklin rimane intrappolato all’interno della miniera di Carola a causa dello scoppio di un incendio. Appena in grado di respirare. Il fumo ed i vapori tossici. Dopo un giorno intero, i soccorsi riescono a tirarlo fuori da quell’inferno. Lui sorride e spiega quello che ha provato: “Ora so cosa vuol dire riempire i polmoni di polvere e fumo per guadagnare i soldi e vedere il Cobresal giocare“.
 
Uno dei tunnel dela mina di San Jose
Un minatore in Cile guadagna poco meno di 750 Euro al mese. Che in Cile, il primo dei Paesi sudamericani a dollarizzare la valuta, non sono tanti, anzi. Sono quasi una miseria. Lui, però, incidente o meno, deve continuare. Deve pagare l’università alle figlie e qualche tempo dopo cambia miniera.

Si sposta a quella di San Jose. Tra le peggiori della regione, si dice. Ma mette sul tavolo il 20% in più rispetto agli stipendi mediamente offerti dalle altre. Invece di 700 Euro, la San Esteban, la compagnia proprietaria della miniera, paga 850. Non poco, alla fine del mese. Tutto questo ha un motivo. Non immaginatevi la solita miniera che trave dopo trave perfora una montagna in orizzontale in cerca di pietre preziose. San Jose è diversa. E’ un colosso profondo 700 metri e le sue gallerie scendono silenziose fino al centro della Terra.
Lobos decide di trasportare, come autista, ogni giorno, materiali per la San Esteban. Dall’occhio, in superficie, fino alla fine. Metro dopo metro, nel buio e nell’aria ferma.

Poco tempo fa, lo scorso 5 agosto, accade il peggio. Una scossa. Fortissima. E le pareti crollano. La maggior parte dei mineros si mette in salvo, risalendo le strade sotterranee. In 33, però, rimangono bloccati nel profondo.

Alla luce, inizia la corsa contro il tempo. Un’altra scossa di pari intensità porterebbe con sé una tragedia. Dalla superficie vengono subito fatte scendere delle sonde, per prendere contatto con i minatori e per passare loro cibo e aria. Per non abbandonarli. Lo stesso Presidente del Cile, Sebastian Pinera, è tra i primi a muoversi e a predicare speranza: il tema miniere in Cile è caldo, caldissimo. La questione miniera di San Jose ancor di più, perché già nel 2007 un minatore era morto in quelle viscere.

Dopo diversi giorni partono le operazioni di soccorso vere e proprie. Un’immensa trivella raggiungerà i minatori, scavando spazio sufficiente per tirarli fuori. In 4 mesi, però. Tempi più brevi, data la profondità, non sono ipotizzabili. I minatori, viene riferito ai familiari, saranno fuori a Natale.
Franklin è là sotto. A 700 metri da noi. Con poca aria, gioca a carte e raziona il cibo insieme ai suoi compagni. Ogni tanto scrive messaggi o sorride alla telecamera della sonda. Per ricordare che lui, qualche anno prima, giocava centrocampista e calciava la palla in una maniera che solo lui conosce. Pensa alle figlie, immaginiamo. Alla moglie.

O magari al pallone, che nella sua vita e’ durato troppo poco. Un attimo a confronto dei chilometri in miniera, del rame e delle torce. Alla prima volta che ha indossato la camiseta della Nazionale cilena, della Roja. Oppure a quel gol al Cobresal, al debutto del Regional Atacama in Segunda Division. Lui ha una vita di ricordi magici. Di punizioni magiche come mortai.
Il giorno di Natale, però, è tremendamente lontano.
 
Franklin Lobos è il secondo da destra nella fila in basso