mercoledì 29 settembre 2010

Esquina Blaugrana

[Che ci faccio qui?]
Senza mezze misure, questa stagione del Barca sarà per me un sospiro di sollievo. L’anno scorso ho sofferto oltremodo l’attrito tattico creatosi dopo lo scambio IbraEto‘o. Troppe volte ho sperato che lo svedese venisse accantonato per fare posto al gioiello di Linyola (tra l’altro, Dionigi, se non passiamo da Linyola durante quei famosi giorni nell’entroterra catalano, non siamo nessuno..). Troppe volte ho visto una squadra giocare in dieci ed un Pep senza soluzioni. Quest’anno tutto cambia. Si torna a giocare e correre come dei matti. Si torna a far venire il mal di testa a chiunque ci sia di fronte. Poi, che si vinca o si perda, è altro discorso.
 
Via Ibrahimovic (quantomai intrigante c’è da dire, dal punto di vista tattico, la soluzione rossonera) dentro Villa. Fuori Toure (per tantissimi soldi) ed ecco El Jefecito (per altrettante sterline). Il primo cambio è perfetto in un’ottica Barca. Giocatore (fortissimo ma) statico in cambio di una prima punta (polivalente e) di sacrificio. Il secondo pure. Quandomai ti ricapita di vendere Toure Yaya per più di 30mln di Euro(!)? Chiaro e forse giusto, poi, spendere per l’affidabilità e la voglia di Mascherano. Infine, Adriano. Profilo basso e tanti ruoli coperti. Sono d’accordo.
 
L’incognita forte è il numero di giocatori in rosa. Solo 19 più 4 ‘canterani’, sarebbe a dire Jonathan Dos Santos (fratello di Giovani), Thiago Alcantara (nato a Bari, ma non siamo stati abbastanza veloci su questo piccoletto che piace a mezza Premier League), Jeffren ed uno tra Oriol Romeu e Andreu Fontas. 19 giocatori per 60 partite e forse più sono pochi. La chiave, dice Pep, è poter utilizzare ciascuno di loro in 2/3 ruoli (più Iniesta che, mi sa, potrebbe giocare pure in porta). E quindi a questa squadra facciamo le carte per il campionato spagnolo e per la Champions. In Liga ci sarà da sudare. Di fronte c’è una squadra che lo scorso anno ha perso un campionato a quota 96 punti. Solamente che, aldilà dei vari Ozil, Di Maria e Khedira, che il loro faranno, a mio avviso, ma nulla più, il Real quest’anno ha un certo Jose Mourinho in panchina. Non aspettiamoci, dunque, la valanga di reti subite della gestione Pellegrini, bensì una macchina da punti dal gioco poco spumeggiante (ricordate la prima Inter del portoghese?). A seguire, un Valencia che pure senza Villa sembra avere trovato l’alchimia giusta per strappare punti pesanti. Forse più concentrato l’Atletico Madrid rispetto alla scorsa opaca -solo in Liga, s’intende- stagione. La consapevolezza di poter essere grandi (Europa League e Supercoppa Europea) non è poca cosa. L’allenatore è bravo e Forlan un vero leader. Bellissime squadre l’Athletic Bilbao (che, su tutti, ha trattenuto Javi Martinez) e l’Espanyol. Rincorrono Deportivo e Osasuna. Non lasciano ben sperare Almeria e Real Saragozza, a differenza dell’Hercules, che se non altro ha il centravanti da 30 gol.. Parliamoci chiaro, però: la Liga è cosa a due. Da tempo.
 
In Champions, le carte sono buone, o sicuramente migliori. Non credo Mou riesca a portare la “Decima” già al primo anno. Uguale discorso per Rafa Benitez, che con l’Inter farà molta molta fatica a ripetersi. Ad essere sinceri, mi spaventano maggiormente il Chelsea di Ancelotti, non fosse altro che per il solito Drogba e per il fatto che prima o poi la coppa con le orecchie dovrà pur vincerla il magnate russo, ed il Manchester United di Javier Hernandez Balcazar, aka Chicharito.
     
Il Barca è partito bene in Liga. Nonostante lo scivolone interno con l’Hercules (leggi: Abidal centrale di difesa) è già in vetta. Buonissime prove in casa dell’Atletico di Madrid ed a Bilbao (qualche polemica sull’espulsione di Amorebieta, ma la partita poteva tranquillamente finire in goleada). In Champions, ottimo il debutto in casa con il malcapitato Panathinaikos, protagonista in negativo di 20 minuti senza toccare palla.
     
Le carte, insomma, sono buone. Quest’anno sono sereno. E Linyola ci attende.

venerdì 24 settembre 2010

Il Libro Verde Del Calcio Italiano

 

Voi credete che Gesù è stato crocifisso ma non lo è stato, lo ha preso Dio in cielo. Hanno crocefisso uno che assomigliava a lui

 

Muʿammar Abū Minyar al-Qadhdhāfī

(dal discorso d’apertura del vertice della FAO a Roma, 16 novembre 2009)

 

 

 

 

 

O non l’hanno capito, o non l’hanno voluto capire.. Profumo di mare.. cantava in questi giorni Ranieri, e tutti a guardare al dito, e non alla luna.. e a pensare all’arrivo sulla panchina della squadra giallorossa del padre di Davide Lippi, noto navigatore.. Ed invece il mare era poca cosa.. giusto quelle poche centinaia di chilometri che ci dividono dalle coste libiche.. il problema era il Profumo..

 

Strane cose accadono nel calcio italiano.. Andrea Agnelli torna alla guida della Juventus e subito con Marotta si reca in pellegrinaggio da Abete ad illustrargli i suoi piani di deforestazione.. e l’abete federale trema.. e i boscaioli della Lega (in ogni senso) avanzano.. E tremano anche Nicchi e Braschi, oggetto di fuoco incrociato (e degli insulti di pirsona pirsonalmente di Galliani in tribuna, il bacio della morte..) mentre loro, poverini, sparano solo sulla croce (giallo)rossa.. che le squadre dei calzolai fiorentini, dei videoamatori napoletani e del chansonnier lumbard fanno schifo da sole.. Che c’azzecca il mirabile Mu’ammar con il calcio italiano?

 

Escludendo l’Inter che gli raffina i sentimenti ed il petrolio tutti i santi giorni (e pacchi di debiti Telecom con cui a Tripoli si puliscono il culo, che la cartiggenica e così poco beduina e fa tanto occidentale..), vale la pena ricordare che il colonnello, per mano del prode cineasta tunisino Tarak Ben Ammar, controlla Finninvest (e quindi l’Italia, ma non ditelo agli universitari protestanti, che continuino a protestare per i campi di concentramento dei clandestini, che è molto più fashion..), e quindi il Signor B e quindi il Milan.. Poi possiede 7,5% della Juventus tramite Lifico (e va oltre con le sponsorizzazioni Tamoil..) E con il raddoppio in Unicredit (e si arriva sempre al 7,5% la potenza dei numeri magici.. altro che la solitudine di quelli primi..) anche Italpetroli e quindi la Roma..

 

(O forse no, perché una squadra che fa la cepsion all’ombra del Colosseo è ambita anche altrove e le pericolose amicizie sindacali (nel senso di urbe major, prima e dopo, non di Bonanni) della sua gerenza ne impediscono la scalata.. O forse sì, se la sono già presa e puntano a minarne la struttura per impiantarne una più consona al loro giardino.. e qui andrebbe bene l’uomo col sigaro e dalle mani in pasta, e non necessariamente in panchina..)

 

Insomma, che la luminosa guida della rivoluzione libica (che tra l’altro come omaggio per essersi comprato la City di London s’è fatto regalare l’attentatore della Lockerbie, speriamo che per essersi comprato Arrogance, un profumo che si è appena liberato di un altro Profumo, ci regali giustizia per la nuda vita di Cesare Battisti.. ma forse speriamo troppo..) come una fenice alchemica faccia o meno la fusione tra Mediobanca e Generali lo sapremo tra poco.. di sicuro dopo oltre cent’anni di onorata rivalità è riuscito a fare la fusione tra interjuvemilan e presto nell’atanor potrebbe finirci anche la materia giallorossa..

Il calcio italiano è grande, e Gheddafi è il suo profeta

 

Dalla monarchia alla criptocrazia

la mattanza
Rubo il titolo al gruppo del (mio) momento perchè a freddo si ragiona sempre meglio, e ti vengono in mente delle idee che, a caldo, si confondono nella rabbia. Rabbia che è montata fino a livelli parossistici quando, appena terminato lo scempio andato in scena al Rigamonti, mi sono spostato sul canale 200 per rivedere le azioni della partita (della farsa, scusate). I due mezzobusti lombardi di SkySport24 hanno lanciato il servizio della partita come se si fosse trattata di una partita normale, e non invece di una rozza pornografia della morte, e quando è stato mostrato il rigore concesso al Brescia si sono democristianamente limitati a dire che era “un rigore dubbio”. Dubbio un cazzo, scusate. Il dubbio c’è se un contatto non si capisce se c’è stato oppure no; il dubbio c’è se un fallo si commette proprio sulla riga dell’area; il dubbio c’è se la volontarietà del fallo di mano è oggettivamente controversa. Il rigore fischiato al Brescia ieri sera, al contrario, i dubbi su quello che sta succedendo li fuga e basta.

(Per chi l’avesse visto male, di sfuggita, magari distrattamente, faccio notare che il suddetto rigore non esisteva per ben tre macroscopiche ragioni, tutte visibili a occhio nudo anche dal salotto di casa mia. La prima: Eder è partito in fuorigioco di circa sette metri. La seconda: l’intervento di Mexes è avvenuto circa quattro meri fuori dall’area. La terza: Mexes ha preso solo il pallone, che è andato esattamente dove le leggi della fisica avrebbero spinto qualsiasi pallone colpito in quel momento dal piede del francesino).

Li fuga e basta perchè non è stato un episodio isolato, tutt’altro. Minuto sei: fallo veniale di Cassetti a centrocampo su Diamanti. Ammonito. Minuto otto: Eder entra con il piede a martello sulla caviglia di Menez, che stramazza al suolo risucchiato in un grido di dolore. Rosso diretto, penso io, ed invece non succede nulla. Al ventesimo minuto, saranno tre i giocatori della Roma finiti sul taccuino dell’arbitro. Tre difensori.

A metà del primo tempo, Gilberto Martinez, fantasma giallorosso (penso che solo il vero Nesat Gulunoglu abbia calcato per meno minuti il prato di Trigoria. Terzo in questa grotteca classifica è il leggiadro Lassissi), affossa Marco Borriello in area di rigore. Un rigore colossale. L’arbitro non fischia. Borriello se la prende come un matto  perchè forse pensa sia ancora al Milan. Qualcuno lo avverta che domenica non è più domenica.

Del rigore del Brescia (con conseguente espulsione di Mexes, dimenticavo) ho già detto. La svista più eclatante, la prova provata della sua prezzolata malafede, il simpatico arbitro Russo, bandito di Nola come il grande Pascalone, ce la regala però solo qualche minuto dopo. La Roma ha una reazione d’orgoglio da non credere (l’ultima reazione d’orgoglio l’aveva avuta Edgar Alvarez sul neutro di Rieti) e, anche con l’uomo in meno, assedia il Brescia nella sua area di rigore. Cross dal limite dell’area e il gagliardo Hetemaj, un finlandese di cui tra qualche anno ci si ricorderà solo per il gol di ieri sera, respinge scriteriatamente il pallone con un braccio, portato insieme all’altro sopra la testa secondo il tipico gesto di chi sta per fare balconing. Ora, non c’è mai stato un rigore così netto. Io un rigore più netto, evidente, lampante, chiaro di quello non l’ho mai visto. Sì, mi dicono che una volta un francese di Bayona sventrò Carmine Gautieri in una certa area di rigore, ma sono certo che c’erano più sfumature rispetto al fallo di mano di Hetemaj. Era un intervento da rigore così bello, così pulito, così perfetto, così puro che l’arbitro non doveva fare altro che fischiare nel fischietto per puro riflesso incondizionato. Per intenderci, il fallo di mano di Hetemaj sta al concetto di rigore come il viso di questa ragazza sta al concetto di bellezza:


Se i fatti sono chiari, passo dunque ad esporre brevemente, e in conclusione, la tesi che un giorno di riflessione mi ha portato. E la tesi è che la Roma non serve più a niente. La Roma è come un vestito vecchio che si può buttare. La macchina da rottamare. E la partita di ieri ce l’ha fatto capire: il Sistema non ci vuole più, ed ha incaricato lo squallido arbitro Russo di farcelo capire con le cattive. La Roma è servita in questi ultimi anni al Sistema (per Sistema intendo Sky, il gruppo Rcs, le tre squadre a strisce, e tutti i satelliti che ruotano intorno a questi pianeti) per colmare -momentaneamente- la lacuna di Milan e Juve, per diversi motivi costrette a rigenerarsi. La Roma è così stata servita come il contorno dell’Inter, per evitare di rendere il piatto troppo insipido. Chi si sarebbe mai guardato quattro campionati di fila stravinti da un’unica squadra già il giorno di Natale? In cambio, ci hanno dato un paio di Coppe Italia e una manciata di transfughi nerazzurri. La Roma ha avuto negli ultimi campionati lo stesso ruolo dei tifosi che continuiamo ad andare allo stadio, quello di mero colore. Adesso che Juve e Milan sono tornate, o stanno tornando, non c’è più tempo per scherzare. Una Roma che possa mettere i bastoni tra le ruote non è gradita al Sistema, che deve continuare a vendere i libri di Severgnini, i servizi di piatti e bicchieri della Juve, le magliette di Robinho. Datemi pure del piagnone romanista, ma io la visione l’ho avuta.
Sono stati quattro lunghi anni di monarchia, e ora è tornata la vecchia criptocrazia di sempre. A posto così.
Leave me alone, cantavano i New Order tanti anni fa 

sabato 18 settembre 2010

Agostino Di Bartolomei, capitano e straniero (I parte)

Ho girato la mia sedia e l’ho messa come quella del tabaccaio perchè ho trovato che era più comodo. Ho fumato due sigarette, sono entrato in camera a prendere un pezzo di cioccolata e sono venuto a mangiarla in balcone. Poco dopo il cielo si è infoschito e ho creduto che ci sarebbe stato un temporale estivo. Ma a poco a poco si è schiarito di nuovo. Il passaggio delle nubi, però, aveva lasciato sulla strada come una promessa di pioggia che l’ha fatta diventare più scura. Sono rimasto a lungo ad osservare il cielo.
         (Albert Camus, Lo straniero)


In questa foto sgranata, probabilmente rubata a un obiettivo familiare, una delle poche che lo ritraggono  in privato, Agostino Di Bartolomei sembra Luigi Tenco. Le sopracciglia folte, lo sguardo dolce ma severo, quel soffio oscuro che non aveva mai smesso di risalire dentro di lui. Ago accenna un sorriso. Lo accenna solo, come ha fatto per tutta la sua vita, in campo e fuori. Come l’ultimo che avrà fatto al figlio Luca, magari accompagnandolo con un bacio, quella mattina del 30 maggio del 1994, l’ulima volta che l’ha visto, prima di lasciarlo andare a scuola, prima di sedersi sulla sedia bianca da giardino che aveva portato sul terrazzo, prima di osservare il cielo infoschirsi. Prima di spararsi un colpo di pistola al cuore. Al cuore, perchè come disse una volta in macchina al suo amico Antonio, commentando il suicidio di Raul Gardini, “ha sbagliato a spararsi in testa; meglio mirare al cuore, perchè solo così si è sicuri di morire all’istante”. Quello stesso cuore che per quindici anni aveva donato alla Roma e che, ora, batte nel nostro, con il nostro.

***
Sono tre i motivi per cui, per parlare di una figura complessa come Di Bartolomei, ho voluto citare Albert Camus. Prima o poi, tra queste righe emozionate, salteranno fuori. Innanzitutto, e in ordine decrescente di banalità, è nota la frase dello scrittore (e portiere) francese secondo cui “il meglio che ho imparato sulla morale e i doveri degli uomini lo devo al calcio“. E’ impossibile non essere d’accordo, e in questo senso la vicenda di Ago è esemplare. L’abbiamo ripetuto fino allo sfinimento, il calcio non è un gioco, non è un passatempo domenicale, non è neanche, come scrisse il romanziere spagnolo Javier Marìas, anche lui noto calciofilo, “il recupero settimanale dell’infanzia“. Il calcio è la vita stessa, ma osservata da una posizione speciale, privilegiata. Difficile spiegarlo a chi non ha mai giocato a pallone – sempre che, in assoluto, uno possa trovarci un senso nel parlare con qualcuno del genere. Ed allora, leggere “L’ultima partita. Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei”, di Giovanni Bianconi e Andrea Salerno (già pubblicato da Limina nel 2000, oggi -per fortuna!- ridato allo stampe da Fandango, con commovente prefazione del figlio di Diba, Luca, che ha la nostra età), è pieno di significati e sentimenti, fonte inesauribile di riflessioni, come ascoltare un disco di Luigi Tenco, laurearsi in filosofia, fare il cammino di Santiago, passeggiare per gli ex stabilimenti del tabacco di Alberto Burri, guardare un intero pomeriggio il mar Cantabrico che si sfrange sugli scogli, tutte queste cose insieme. Non tanto per il libro in sè (la cui lettura, comunque, dovrebbe essere obbligatoria per potersi abbonare alla Roma, altro che la tessera del tifoso), un libro avvincente nella scrittura, incalzante nel ritmo, ma in fondo una narrativa molto semplice, giornalistica, che si limita a raccontare (bene) la superficie del mare, lasciandoci solo intravedere l’oscurità  delle profondità marine. Quel mare cilentano in cui Agostino s’immergeva nei suoi giorni di dorata depressione, per dimenticarsi delle telefonate che non arrivavano mai, dell’oblio e della solitudine in cui il mondo del calcio, nel quale si era sempre sentito uno straniero (eccolo ancora, Camus), l’aveva relegato, dell’ingratitudine che aveva ricevuto, per colpa di quel carattere un po’ schivo, per tutta la vita.

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Costretto a scappare due volte dalla sua amata Roma, prima per la rivalità con Ciccio Cordova, poi per l’insensibilità della dirigenza di Dino Viola. Ignorato per tutta la carriera da Enzo Bearzot, che rinuncerà sempre (sembra incredibile, ma Ago non ha mai indossato la maglia azzurra) al più forte centrocampista della sua generazione perchè i senatori della Juventus non lo avrebbero permesso, oppure preferendogli le ginocchia fragili di un regista senza carisma come Antognoni. Ferito dai suoi ex compagni di squadra, che in occasione del suo primo ritorno a Roma da avversario (Roma-Milan 0-1, gol di Virdis) non gli risparmiano il rancore triste e invidioso dei poveri d’animo, come Ciccio Graziani (uno che aveva la coscienza sporca, con quel rigore stampato sulla traversa) che al fischio finale non ci pensa due volte e si avventa su Agostino, colpendolo con un pugno al viso, come quel Bruno Conti (un altro che, a differenza di Ago, il rigore della vita non ha avuto la moralità di metterlo in porta) con cui aveva condiviso tutta la vita, dalle partite sulla spiaggia di Lavinio quand’erano ragazzini alla gavetta delle giovanili fino ai trionfi degli anni ottanta, che a fine partita si sfoga così, come un topo, perchè solo i topi uccidono prima di morire: “Non è vero, come qualcuno ha scritto, che sono amico di Di Bartolomei. E poi in campo mi ha detto un paio di frasi che non mi sono piaciute. Quando sono intervenuto per separare Bonetti dall’arbitro mi ha detto: ‘Ma parli anche te? Falla finita’. Come si è permesso di contestare il mio intervento? Comunque lui ha amici che contano. Nel Milan continua a giocare come giocava nella Roma: tranquillo, pulito, senza mai uscire dal campo sudato. Ed era sempre il migliore di noi…”. Ed infine abbandonato definitivamente dalla sua vecchia società, che non gli offrirà mai quel posto, magari da allenatore delle giovanili, che avrebbe significato riempirgli la vita. Tutta questa amarezza, questo disincanto, traspare anche dal ricordo del figlio, un ricordo straziante nella sua quotidianità:
In queste settimane ho passato qualche giorno di vacanza a San Marco e ho avvertito fortissima la tua assenza. In un attimo mi sono tornati in mente tutti insieme i piccoli segni dei giorni estivi di festa. Il tuo asciugamano blu nel bagno davanti al mare; lo sguardo di mamma quando vedeva che mettevi l’aria nelle bombole, preludio di una giornata di pesca subacquea, in cui tu ti riposavi venti metri sott’acqua tra tane di cernie, e lei si agitava guardando il pallone di segnalazione galleggiare incerto sopra.
Diba si buttava in acqua per affogare le sue pene, ma, come cantava Nacho Vegas, “le sue pene già nuotavano nell’alcool, come Mark Spitz”.  


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Non c’è niente di peggio che cercare un’uscita da una situazione difficile, quando non si sa neanche come ci si è entrati. Troppo orgoglioso per fare una telefonata, per chiedere un favore, un’opportunità, nel suo esilio a San Marco di Castellabate Di Bartolomei passa le giornate tra incomprensioni e delusioni. La banca non fa credito ai suoi progetti, gli enti locali lo snobbano, i presidenti delle squadre locali a parole lo corteggiano, ma quando si tratta di concretizzare gli dimostrano solo indifferenza. Una dolente indifferenza, acuita dal senso di smarrimento, dalla consapevolezza di non avere neanche un amico nel mondo del calcio, a parte il barone Liedholm, che di Diba si era innamorato quando era ancora il capitano della Primavera, che l’ha fatto diventare il capitano della Roma più bella di sempre, che se l’è portato dietro anche a Milano, nell’avventura cominciata dopo la sciagurata notte di Coppa Campioni, momento in cui la Roma, e in generale il calcio moderno, decidono di scaricarli entrambi, perchè troppo lenti per il nuovo tempo.
Liedholm tornerà al Milan, l’altro amore calcistico della sua vita. Un ciclo s’è concluso, anche se in curva Sud è comparso uno striscione: “Dal cuore di una curva al cuore di un maestro: resta Barone”. Gli appelli ai sentimenti non sono bastati, le strade dell’allenatore e della società si sono divise. Lo sa anche Agostino, il quale ha capito che pure la sua storia nella Roma è finita. Sven [Goran Eriksson, che prenderà il posto di Liedholm in panchina] fa del pressing, parola nuova che diventerà popolare anche in Italia, la sua religione. Ma per fare pressing servono magari meno campioni ma più polmoni, polmoni e gambe. Serva quella maledetta velocità che è sempre stata la dannazione del capitano giallorosso. Con Liedholm corre il pallone e gli uomini pensano; con Eriksson il pallon va solo conquistato per non far pensare chi lo gioca.

Nessuno però l’ha ancora avvisato che, a contratto ormai scaduto, dovrà trovarsi una nuova destinazione dopo quindici anni di fedeltà a una maglia, a una squadra, alla propria città, la fascia bianca da capitano: Di Bartolomei se ne va senza un perchè, senza che qualcuno della società gli abbia parlato. Ma lui è troppo orgoglioso per aspettare.

Così alza il telefono e compone uno dei pochi numeri che conosce a memoria. Chiama il “barone”, il suo tecnico, e lo sorprende. Il calcio non è ancora quello di oggi, un affare quotato in borsa, ma non è neanche più quello eroico di Testaccio. Girano tanti soldi, e tutto si sta complicando. Per questo Liedholm non si aspetta quella richiesta portata in maniera così poco consueta, così franca, senza procuratori e intermediari: “Non ci sarebbe mica un posto al Milan, con lei, a centrocampo?”.
 Era tanta la fiducia che il barone Liddas aveva nel ragazzo di Tormarancia -quel ragazzo conosciuto nel 1973 quando prese in corsa il posto di Scopigno, quel ragazzo che aveva visto per la prima volta all’opera con il numero 8 e la fascia da capitano nell’ultima partita del campionato Primavera di quella stagione, a La Spezia, di cui ricorda la cena offerta dalla società in un ristorante del porto per festeggiare l’ennesima vittoria, cena alla fine della quale “Agostino si alzò e fece un discorso per ringraziare tutti i compagni, il presidente Anzalone e tutti noi che eravamo andati a vedere la finale. Parlò con grande disinvoltura, mostrando un’esperienza e una maturità non comuni per un ragazzo di appena diciannove anni. Io ascoltai con attenzione, e dentro di me pensai: ‘Questo è un vero capitano’.”-  che quando Nicol sbaglia il primo rigore per il Liverpool lo chiama e gli dice di tirarlo lui il primo rigore per la Roma, perchè è sicuro che non lo sbaglierà, così come non aveva sbagliato il rigore decisivo del tre a zero contro il Dundee nella semifinale di ritorno, e allora Agostino strappa il pallone dalle mani di Graziani, che aveva già iniziato ad incamminarsi verso l’area di rigore, e quel rigore -un rigore che è un urlo lungo una vita intera, dentro di lui- lo tira alla sua maniera, un solo passo di rincorsa, una botta centrale, e lo segna, da capitano qual è.

                                      
***
Qualcun’altro non avrà il coraggio di tirarlo quel calcio di rigore. Che dopo la partita ci sia stata o no una resa dei conti negli spogliatoi con Falcao conta poco. E’ mera aneddotica figlia della delusione. E’ il buco della serratura da cui non c’interessa guardare. Che Di Bartolomei non amasse Falcao è risaputo. Non l’ha mai considerato un campione, piuttosto uno che -a differenza sua- si è saputo vendere bene. Di Bartolomei è stato il Capitano storico della peggior Rometta, quella squadra che negli anni settanta galleggiava costantemente nella parte destra della classifica, nonostante l’amore del presidente Anzalone, quello del suo pubblico e, appunto, del suo Capitano. Falcao quegli anni li ha vissuti a Porto Alegre, non può neanche immaginarsi l’aridità di stagioni mediocri illuminate soltanto, magari, da una vittoria inaspettata contro la Juve, grazie ai bolidi su punizione di Agostino.

Per Falcao, la notte del 30 maggio 1984 era ordinaria amministrazione. Per Di Bartolomei, molto di più. L’ultima partita, appunto. Ma ultima nel senso di definitiva, la partita dopo la quale tutto avrebbe avuto un senso, la catarsi di un’intera città, di un’intera tifoseria, di un intero modo di vivere la vita. La partita dopo la quale anche la vita di Ago avrebbe avuto un senso, perchè sarebbe stato il capitano della prima (e probabilmente unica) Roma capace di sfidare il fato e di sconfiggerlo, il capitano silenzioso e colto che i compagni (e per molto tempo i tifosi, quei tifosi che hanno imparato ad amarlo ma che quando aveva vent’anni ed era già il leader in campo non gli risparmiarono botte, insulti e minacce perchè stavano dalla parte del suo “nemico”, il capitano Ciccio Cordova, uno così romanista da non aver nessuno scrupolo di passare direttamente dall’altra parte del Tevere con la fascia da capitano ancora sul braccio…) non hanno mai veramente capito, straniero a casa sua, romano triste e accigliato, gentiluomo e fuoriclasse.
Ho pensato di vincere questa Coppa dei Campioni quando a cinque minuti dalla fine ho effettuato un gran tiro da fuori area. Ho visto la palla dentro e invece c’è stata una deviazione e la sfera è finita in calcio d’angolo. Ho avuto un gesto di rabbia. Poi siamo andati ai rigori, e la sicurezza è svanita. Temevo di perdere perchè tutti avevano parlato della Roma favorita in caso di soluzione dagli undici metri. Il mio gol da dischetto purtroppo non è servito.
Ago lo sa perchè “non è servito”. Chi doveva imitarlo, l’Ottavo re di Roma, aveva troppo dolore a una gamba, o troppa poca personalità, per prendersi sulle spalle la responsabilità di un popolo intero. Dopo dieci anni, molti protagonisti di quella serata si sono dimenticati di quei momenti, si sono sistemati, sono riusciti a voltare pagina. “Perchè”, si chiedono i due autori del libro, “un personaggio come Di Bartolomei, con tutto quello che aveva rappresentato e rappresentava per Roma, per la Roma, non era riuscito a restare nell’ambiente?”. A questa domanda proverò a rispondere nella prossima parte. Ma ora, in conclusione, la  domanda che credo bisogna porsi è un’altra, una domanda più profonda, una domanda esposta dal solito Camus, quando ne “Il mito di Sisifo” ricordava come vi sia “solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”. Alla risposta Agostino ci ha pensato per dieci anni, fino a quella mattina in cui “il passaggio delle nubi aveva lasciato sulla strada come una promessa di pioggia che l’ha fatta diventare più scura”. Fino a quella giornata di cui il figlio Luca, e noi attraverso il suo ricordo, ricorderemo perfettamente ogni secondo per tutta la nostra vita.
Quell’ultima volta che ti ho visto vivo al sole del terrazzo. Quella sedia bianca da giardino che stazionò lì per mesi prima che che ne accorgessimo, presi come eravamo da mille interrogativi e dai rimorsi che ti stringono quando capisci che non avevi capito nulla. Quella sedia bianca di legno colpita come da una martellata rotonda all’altezza della seconda fascia. L’ultima volta che ti ho visto poco più di un’ora dopo nel corridoio stretto del cortile davanti casa: steso in quella chiglia fredda di zinco.
Ci manchi Ago. Volevamo solo dirtelo ancora una volta.

domenica 12 settembre 2010

Due cose sulla Roma

Confesserò preliminarmente che dopo il gol del tre a uno segnato dall’Acquafresca Robert ho cambiato canale, dedicando il mio svago serale ad ammirare le prodezze in contropiede dell’attacco del Cesena e a deridere le smancerie offensive dei giocatori rossoneri (ennesima dimostrazione che a pallone servono i giocatori, non i nomi – anche se è presto per giudicare, quelli non si erano mai allenati insieme). Non è una cosa che faccio spesso, anzi, non la faccio mai, dico di non guardare la partita della Roma (qualunque partita, anche Aalst-Roma 0-0) fino alla fine, ma ieri sembrava di essere in quel film di Haneke, Funny Games, e io non avevo voglia di stare lì ad osservare tante sevizie gratuite ed oscene. Tuttavia, vorrei dire qualcosa sulla partita di ieri.
Primo punto: io detesto Daniele Conti (oltre che Pelè), e la prossima volta che il suo nome comparirà su un quotidiano nazionale mi auguro che ciò avvenga nella cornice di un necrologio (calcistico). Lo dico con tanta acrimonia perchè non è possibile che ogni volta che gioca contro la Roma, la “sua” ex squadra professionale ma di tutta la vita come tifo (se hai un padre come Bruno che altra squadra vuoi tifare? L’Albinoleffe?), non solo segna gol assurdi e decisivi (che sarebbe il meno, ci mancherebbe, è un professionista), ma ci mette anche tanto astio, tanta rabbia, tanto assatanamento. Ma che ti abbiamo fatto di male, caro Daniele? Non ti abbiamo tenuto a pascolare a centrocampo solo in virtù del tuo cognome? Ma le hai fatte a scuola le Orestiadi? E hai presente dove gioca tuo fratello Andrea? Al Bellinzona, gioca. Al Bellinzona. Insomma io credo che ieri se la sia proprio cercata quella brutta ferita al ginocchio, e mi auguro che il relativo infortunio (ahimè più lieve di quanto lasciavano presagire le voci sconvolte -ma perchè poi? Pensavano di dover commentare il pattinaggio sul ghiaccio?- dei due commentatori) lo tenga lontano dai campi di gioco almeno fino al ritorno.
Secondo punto: l’espulsione di Nicolas Burdisso non sta nè in cielo nè in terra, ma è figlia solo dell’emotività tutta femminile che si è scatenata in seguito allo scontro fortuito con Conti. E sottolineo scontro fortuito. Per me quello non è neanche fallo, e neanche rigore. Figuriamoci l’intenzione di far male. E la relativa espulsione. E la partita è cambiata lì.
Terzo punto: ciò nonostante, non sta scritto da nessuna parte che una squadra che rimane in dieci uomini deve per forza prendere cinque gol. Ti puoi anche difendere con ordine, aspettare che cambi il vento, e provare l’impresa nel finale – soprattutto se sei più forte. Ma la Roma no, la Roma crolla di nervi e di tutto il resto. Forse ha ragione il mio amico Enrico quando mi scrive che se noi amiamo questa squadra la amiamo proprio perchè pareggia in casa col Cesena. E perchè prende cinque gol a Cagliari, aggiungo io.
Quarto punto: un sorriso nella notte me l’ha regalato un altro amico, Daniele, quando verso la fine dell’agonia al Sant’Elia mi ha scritto questo messaggio: “L’ingresso di Baptista è stata la cosa più brutta della serata”. Sembra assurdo ma è vero.
Quinto punto: anche i muri lo sanno che Totti non è più un vero giocatore di pallone, perchè se lo fosse tornerebbe a fare il trequartista e ad aiutare la squadra con i suoi assist, invece di incaponirsi da punta centrale con l’unico obiettivo di superare quei cazzo di record di gol segnati, eppure anche in un quarto d’ora, ieri sera, con quell’illuminante tacco smarcante in mezzo a tre avversari, e nel resto della partita, con la sua insopportabile assenza (Ranieri, why?), ci ha ricordato l’inequivocabile verità che lui è la Roma, perchè senza di lui il concetto stesso di Roma non ha più senso. Passano gli anni, ma nessuno ne ha ancora raccolto, neanche parzialmente, l’eredità morale in mezzo al campo. Ieri sera, in quel triste lungo pezzo di partita senza di lui, per la prima volta ho provato la sensazione -orribile- di cosa sarà il calcio, il campionato italiano, la Roma senza di lui. E ho capito che il campionato senza Francesco Totti è come un’Odissea senza Ulisse: gli scenari rimangono inalterati, i personaggi secondari continuano a rappresentare il loro ruolo con volti cambianti, la furia degli Dei (magari sotto forma di arbitri, guardialinee, pali) perservera nella sua missione crudele, ripartendo l’euforia o la disperazione tra i protagonisti, però manca l’eroe capace di trasmettere un filo narrativo a quello che, senza la sua presenza, si trasforma in una mera reiterazione di episodi straconosciuti. Che tu possa non arrivare mai alla tua Itaca, Capitano!

sabato 4 settembre 2010

Piccola mozione toponomastica

La più bella soddisfazione, mista a pelle d’oca, che ho ricevuto girovagando qualche mese fa tra gli scaffali dell’editore Limina, mentre chiedevo informazioni su questo o quell’altro libro, è stata scoprire che sia il libro dedicato ad Agostino Di Bartolomei (“L’ultima partita“) sia quello dedicato a Luciano Re Cecconi (“Ho visto un re“), entrambi usciti per i salvifici tipi della casa editrice aretina ad inizio secolo, sono ormai abbondantemente fuori catalogo. Finiti. Divorati. Non ci sono più copie. Due successi editoriali travolgenti. Beato chi ce li ha nella sua biblioteca e ogni tanto può tirarli fuori e leggerne qualche passo, come antidoto contro il calcio moderno.
Ma non voglio parlare dei due libri, che appunto non ho mai avuto il piacere di leggere, nè tanto meno dei due protagonisti, che i tifosi di Roma e Lazio portano nel cuore, e anche in un posto speciale. Non solo i tifosi delle due squadre romane però; penso al mio ex compagno di stanza Nicolò, finisimmo intellettuale del pallone, senese e milanista, che quando andò col padre da bambino all’Artemio Franchi scese a bordo campo, emozionato, proprio per farsi fare un autografo dal capitano della Roma scudettata; penso a Paolo Sorrentino e al tenero ritratto che ha dedicato allo stesso Agostino nel toccante “L’uomo in più“; e penso a me stesso, che dovrei provare antipatia per tutti gli aquilotti, e invece mi emoziono quando leggo del biondo Luciano, di quando, arrivato a Roma, dormiva all’hotel Paisiello (dove noi, da ragazzini, facevamo a guerre di pizze e supplì), di quando volava col paracadute, della sua morte terribile e terribilmente insensata.  
Diba e Re Cecconi, e per questo qui ne parlo, per me hanno un valore che trascende il terreno di gioco. Mitopoietico, per usare la parola del momento. Diba e Re Cecconi sono il volto della nostra identità di tifosi della Roma e della Lazio, uniti da un dramma sportivo diverso nelle modalità di realizzazione ma uguale per intensità di commozione. Sono lo Scudetto vinto inaspettatamente che rimane immobile nel loro rigor mortis. Sono l’immagine bifronte di una città che non dimentica i suoi miti, soprattutto quando muoiono giovani e belli, per colpa della depressione (suicidato dal cinismo del calcio moderno, direbbe qualcuno) o della goliardia. In ogni caso, per due pallottole. Sono soprattutto la tenerezza del ricordo di due uomini e calciatori d’altri tempi che prima di andarsene hanno lasciato accese dentro di noi troppe luci, che ora non siamo più in grado di spegnere.

Ecco, se tutto questo è vero, se tale è la loro importanza per i romanisti e per i laziali indistintamente, e se il calcio, come pensiamo, non è solo un gioco, ma è la nostra Heimat, il terreno esistenziale in cui siamo stati coltivati, vorrei fare una proposta. Una proposta toponomastica. E cioè.
Nel 2003, il sindaco Veltroni dedicò due strade di un parco pubblico, Villa Lais, ai due calciatori. Viale Luciano Re Cecconi e Viale Agostino Di Bartolomei si incrociano dentro questo giardino comunale, al quartiere Tuscolano, periferia sud della città. Benissimo. Io non ci sono ancora mai stato, ma posso immaginare l’emozione della targa di marmo bianco con i loro nomi.
Eppure, senza nulla togliere al gesto, nè a Villa Lais, nè al quartiere Tuscolano, c’è qualcosa che mi manca. Di Bartolomei e Re Cecconi, per me, meritano di non essere confinati in un luogo dove, a parte chi ci va appositamente in pellegrinaggio, nessuno può ricordarli. Per l’importanza che hanno avuto, per la simbolicità della loro storia, per il valore che ha il calcio in questa città, i viali dedicati ad Agostino e Luciano dovrebbero essere attraversati ogni giorno da migliaia di macchine, pedoni, turisti. I bambini dovrebbero chiedere ai propri genitori chi sono questi due signori, e i genitori dovrebbero saper rispondere. Così i turisti e le guide. La sera dovremmo sentire al telegiornale “incidente a Viale Di Bartolomei” o “aperto il nuovo museo a Viale Re Cecconi”, i nomi dovrebbero rimbalzare nell’immaginario collettivo, diventando conosciuti come lo sono gli eroi risorgimentali o le regine sabaude o le regioni.
Proprio loro si potrebbero sacrificare, Mazzini e il suo viale potremmo metterlo da qualche altra parte, così la Regina Margherita potrebbe traslocare in periferia, o anche il Veneto potrebbe concederci il suo noto e dolce viale. “La sera andavamo a Viale Re Cecconi” potrebbe diventare lo slogan della nostra generazione. Chiedo allora una rivoluzione toponomastica, per poterci dare appuntamento prima di andare a cena, al cinema o allo stadio potendoci dire “ci vediamo a Viale Re Cecconi, all’angolo con Viale Di Bartolomei”. Sarebbe un sogno. Sarebbe giusto. Sarebbe tutto.

mercoledì 1 settembre 2010

Calciomercato

Conclusasi la sessione estiva del calciomercato – improntata ovviamente sul disordine e la mancanza di programmazione che contraddistingue la beneamata Serie A – per correttezza nei confronti dei nostri arguti e stimatissimi lettori (pare che abbiamo raggiunto la mirabolante quota di 6/7 lettori assidui a settimana) è giunta l’ora di tirare le righe.
Milan: il mercato (elettorale) del Milan è stato quanto mai frizzante come non accadeva ormai da anni; dopo l’inizio stentato ed i prestiti in stile Albinoleffe dal Genoa si scatena negli ultimi giorni per recuperare terreno rispetto all’Inter e – sopratutto – a Futuro e Libertà. La compagine rossanera si presenta ai nastri di partenza certamente rinforzata e rincuorata da un attacco stellare, ma centrocampo/difesa sembrano ancora puntellati alla buona.
Roma: il colpo di coda finale è roba da non credersi, sopratutto per un club in cui soldi e prime punte latitano ormai da decenni. Solito mercato fatto con gli scarti ed il pallottoliere, ma Burdisso, Borriello e Simplicio sono comunque qualcosa in più del nulla cosmico della scorsa stagione. Da valutare attentamente la situazione portiere e la capacità dell’allenatore di gestire un gruppo numeroso.
Juventus: tanta grana, tanti giocatori e poca qualità. Il tutto condito con l’allenatore più prevedibile del mondo. A rischio disfatta.
Inter: Da via Balotelli (giovane, forte e italiano, ergo, non da Inter) e non prende nessuno. Resta la squadra da battere con ancora un buon margine rispetto alle altre. Che a casa Moratti abbiamo finalmente chiuso i rubinetti d’oro?
Napoli: gran bel colpo Cavani! Poi vende Quagliarella e si accolla qualche giovane ed un paio di mezze cartucce. Finora il progetto De Laurentis era stato in perenne crescita. Quest’anno invece è già stallo. Non a caso, è il primo anno senza Marino.
Lazio: compra forse il giocatore più interessante arrivato nel Belpaese (Hernanes) quest’estate e mantiene, salvo kolarov, la rosa dello scorso anno con qualche aggiustamento ed un Ledesma a pieno servizio in più. Tutto sommato una buona squadra con un tecnico affidabile. Voli pindarici all’orizzonte non se ne vedono.
Genova: l’uomo dalla valigetta alla mano quest’anno fa le cose in grande, acquistando in tutti i reparti e non sempre con criterio. Fatto sta che il Grifone, risolti gli inevitabili problemi di amalgama, può sperare di fare l’ennesimo passo in avanti ed affacciarsi in Europa.
Sampdoria: dopo il suicidio europeo era forse il caso di appendere De Carlo al Marassi a svernare, ma non è stato fatto. Ciò detto, gli acquisti si sono limitati alle non cessioni dei big. Non male, o forse si.
Fiorentina: esagererò, ma a Firenze c’è aria di dismissione. Gli scarpari (parlo della presidenza, non dei giocatori) sembrano aver tirato i remi in barca, e la squadra, fintanto che non tornerà Jovetica, può puntare sull’unico fenomeno rimasto in rosa, Corvino. Magari mi sbaglio, ma il gap con Napoli, Genoa e Palermo è ormai acqua passata.
Palermo: Zamparini come ogni anno cava dal buco un turbillon di giovani dal cognome impronunciabile; il gioca sta tutto nell’aspettare se validi o meno. Ciononstante, il Palermo è senz’altro una squdra da seguire con attenzione, fosse altro che per Pastore ed Hernandez che fanno faville.