martedì 27 luglio 2010

Memorie della Spagna calcistica #2: playa de San Salvador

La Spagna non lo sa ma, per dirla alla Soriano, il Mondiale sudafricano ha iniziato a vincerlo un tardo pomeriggio d’agosto del 2002, su una striscia di sabbia polverosa a metà strada tra Tarragona e Barcellona, la playa de San Salvador. Xavi e Iniesta erano ancora due sbarbati alle prime armi mentre su un pezzo di spiaggia, a ridosso del muretto del lungomare, venivano meticolosamente contati i passi delle porte, e costruiti i pali con quattro lunghi remi di legno. Otto anni dopo la gomitata di Mauro Tassotti a Luis Enrique, la bomba di Dino Baggio e il pareggio di Caminero, la serpentina vincente dell’altro Baggio e l’errore clamoroso di Julio Salinas sotto porta, otto anni dopo il torrido sole californiano, i Ray-ban a goccia di Arrigo Sacchi e la disperazione di un popolo calcistico che si considera vittima di una sfortuna eterna, e otto anni prima delle basette fini di Villa, delle parate miracolose di Casillas e dei saggi baffi di Del Bosque, otto anni prima di un trionfo di bel gioco e meritocrazia che sa di risarcimento per una storia beffarda, in perfetto equilibrio storico dunque, si giocò la più epica partita tra Spagna e Italia che si ricordi, e che lasciò conseguenze metafisiche che, all’epoca, non tutti fummo in grado di cogliere nella loro magnitudine.

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Il pomeriggio era iniziato ai tavolini all’aperto di un bar sulla spiaggia. A San Salvador, l’anonimato fatto luogo di villeggiatura, eravamo arrivati per incontrare, dopo oltre due anni, Rita, sirena di Barcellona dalle mille lentiggini e dalla risata rauca. Eravamo partiti, come dei barbari, la mattina stessa, dall’improbabile campeggio della playa larga di Tarragona, mentre Rita scendeva leggiadra da Sitges con il suo carico di amiche dai nomi esotici, di cui sognavamo fattezze regali. L’incontro avvenne ai tavolini del suddetto bar, sotto un sole cocente, malnutriti con dozzinali bocadillos de calamares comprati ai baracchini del lungomare. Niente di meglio, per lubrificare l’incontro e il pomeriggio, oltre che per farci venire in mente qualche parola di spagnolo (che altrimenti i dialoghi individuali tra i due gruppi si sarebbero presto arenati in una desolante sterilità), che ordinare qualcosa da bere. Eravamo piccoli e un po’ timorosi, e lasciammo fare alle dolci virago.
– Catorce Bacardi lemon, gracias – ordinò Rita, fumando e coprendosi il viso con la mano, come suo solito, ad ogni sorriso.
Che cosa da ragazze, pensammo noi, ordinare quelle orride bottigliette di Bacardi Breezer! Anche se, convenemmo, tuttavia non era male un approccio soft all’alcool, vista la serata che ci aspettava (ogni serata, in quel viaggio post-Maturità, ci sembrava come un possibile florilegio di avventure indimenticabili. Inutile dire che non successe mai nulla di epico, e anzi molto spesso ci addormentavamo su un muretto sporchi di Nutella, accanto al camioncino delle crepe con l’insegna al neon, come in un film di Kaurismaki). 
Ovviamente, non avevamo capito niente. Il cameriere ci portò, su due vassoi, dei bicchieri di Bacardi liscio, con accanto delle bottigliette di Kas Limòn – bottigliette che le ragazze, sia detto per inciso, praticamente si bevvero alla goccia, gustandosi poi il Bacardi al natural.
Ecco, quello fu il nostro riscaldamento pre-partita. Roba da professionisti.

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Era ormai tardo pomeriggio, con la luce che iniziava a intorbidirsi e l’acqua del mare a raffreddarsi, quando ci mettemmo a fare due palleggi sulla spiaggia. Le ragazze se n’erano già andate, svanite come sogni umidi e lontani nei nostri ricordi adolescenziali, con la stessa velocità con cui avevano finito quei Bacardi che a noi, invece, machi italiani tutti d’un pezzo, mandar giù era costata non poca (dissimulata, ovviamente) fatica. Ancora non si aveva voglia di tornare a Tarragona (perchè poi avremmo dovuto aver fretta, e voglia, di tornare?), e la spiaggia nell’ora che precede il tramonto scuote con la sua bellezza anche i tronchi più insensibili. Eccoli là, i sette italiani protagonisti del liceo classico, a regalarsi perle di balistica in un’accesa partita a tedesca in terra straniera, mentre i villeggianti locali passeggiano per il lungomare con le loro carrozzine, e prestano una curiosa attenzione alle nostre imprecazioni in lingua forestiera.
Fu dopo un notevole gesto tecnico del sottoscritto che si avvicinò un ragazzo del posto. Capello riccioluto sporco di salsedine, costume da surfer, abbronzatura radicata nel tempo. Diciott’anni, come noi. Furono sufficienti poche parole per spiegarsi:
– Partido. Siete contra siete. Vosotros y nosotros. España e Italia. –
– Benissimo. Che si vince? Què se gana? –
– El honor, hombre! -.

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Gli spagnoli erano fortissimi. Non mi sorprenderei se oggi mi dicessero che, tra quei sette indemoniati, c’erano anche i fratelli grandi di Pedrito, Busquets e Piquè. Osannati dal folto pubblico di vecchietti e passanti locali seduti al bordo del campo, improvvisato, come detto, sulla spiaggia, dopo che avevano trascinato le loro sedie pieghevoli fin dagli usci delle loro case, i ragazzi di San Salvador mi lasciarono a bocca aperta. Nonostante le bizze dei rimbalzi del pallone sulla sabbia, giocavano a memoria e a meraviglia, come se si trovassero sul campo centrale di Wimbledon. Aperture di venti metri sul piede, stop a seguire, finte e controfinte, azioni ricostruite passando dal centrale di difesa, la palla sempre incollata al piede – ma non solo incollata, anche “felice” di essere lì, accarezzata come una sirena da quei piedi educati. Poche parole in campo, agli spagnoli bastava alzare lo sguardo -giocavano sempre con la testa alta- per trovarsi da un parte all’altra dell’arena. Mai in difficoltà, mai veramente in affanno, mai una palla spazzata in tribuna, mai un fallo o un intervento in ritardo. Non ce n’era mai bisogno. Un calcio fluido, morbido, esteticamente non migliorabile. Uno spettacolo per gli occhi degli spettatori, i nostri compresi. Se “gli amici del mare” spagnoli giocano così bene, chissà i giocatori veri, pensavo io. Pensavo bene.
Ciò nonostante, i coriacei figli di Enea rispondevano colpo su colpo. Eravamo una buona squadra anche noi. Non a caso, la spina dorsale di quell’Atletico Humilté che aveva detto la sua nei tornei di calciotto di Roma Nord. E mentre Michele parava tutto, Uà chiedeva a voce alta se poteva prendere la palla con le mani, Futri spazzava la palla (e a volte anche qualche tibia) in tribuna, Federico ci spronava con le sue entrate romantiche a forbice (ribattezzate “il carrillo”, chissà perchè), Ruoppolo provava il tiro da distanza siderale, Andrea (l’unico che avrebbe trovato posto nella squadra avversaria) regalava spezzoni d’alta classe col suo sinistro fatato e il sottoscritto si esibiva in inverosimili acrobazie da punta di categoria, il risultato, sorprendentemente, rimaneva in bilico. A vederci giocare sembrava non ci fosse storia, ed invece.

***

All’inizio fu un giramento di testa. Poi un crampo allo stomaco. Poi il sudore freddo. I brividi. Lo svenimento incipiente. In preda a una congestione (maledetto Bacardi! Maledetta Rita!), mi allontanai con discrezione dal campo, con le mani sulla pancia. 
– Torna qua, rammollito. Voglio vedere gli occhi della tigre. Siamo uno sotto, cazzo! – mi urlava Futri, dalla difesa, ma io già non potevo capire più niente.
Sicuro di morire, mi diressi verso il bagnasciuga, pronto a fare la stessa scenografica fine di Caravaggio. Lui negli occhi aveva la bellezza delle sue opere, io quella del futbol spagnolo. Quanto erano forti, quei ragazzi di San Salvador! Era stato un onore giocare con loro, e tenergli testa. A quel punto potevo anche lasciare questo mondo. E così feci, chiudendo gli occhi, madido di sudore, mentre i gabbiani ronzavano sulla mia testa, allontanandosi dall’acqua, sempre più in là, finchè non potevo più vederli, nè sentirli.
Nessuno dei miei amici, a parte il povero Uà (“eh forse dovremmo andare a vedere cosa è successo a Fede” “Gioca cazzo Uà!”), fece molto caso alla mia dipartita, se non per il fatto che eravamo uno in meno in campo. Per ristabilire la parità, mi dissero poi, passò con loro un ciccione spagnolo, che mise una toppa in difesa.
La partita la vinsero gli spagnoli, ma per un solo gol. L’onore, quel bene così prezioso che avevamo messo in palio, era salvo. A loro la gloria, e a me delle merendine chimiche della Kinder che mi portò Uà, alla fine della partita, per risvegliarmi dal coma. Gli unici zuccheri che era riuscito a trovare nelle vicinanze.
– Ma questi sono buonissimi! Anche io li voglio! – disse Michele, e se ne mangiò uno.
Dopo un po’ mi ripresi, e tornammo alle macchine. Era buio ormai, la spiaggia deserta, i remi delle barche piantati nella sabbia a ricordarci della partita appena conclusa. Dell’inizio della cavalcata spagnola, da San Salvador a Joahnnesburg, anche se all’epoca nessuno poteva saperlo. 

giovedì 22 luglio 2010

Il K. Index

E’ una storia dove tutti fanno una figura meschina.. dove i segreti sono di pubblico dominio e dove la verità rimane celata.. E’ una storia di deliri di onnipotenza.. di un Castello abbandonato dove il potere supremo è vacante e della corsa ad occupare quella posizione.. E’ la storia di un nome.. che credendosi immacolato e perfetto si fa carne e quindi si scopre marcescente e putrefabile.. E’ una storia di corruzione.. del divino che si fa terrestre per corrompersi e della corruzione come pratica politica nella dialettica del potere imperiale..  E’ una storia da dimenticare.. è una storia da non raccontare.. E’ la storia di K.. un agrimensore straniero che anni fa sbarca su un’isola lontana.. E’ stato chiamato dal padrone del Castello perché metta le sue indubbie conoscenze trigonometriche applicate all’agricoltura a disposizione di una nuova e promettente generazione di contadini dell’isola.. In vista c’è la Grande Fiera.. Da anni l’isola non riesce a vincere quella fiera presentando il raccolto migliore, e il padrone del Castello pensa che grazie ai servigi di quell’agrimensore straniero e ad una certa qualità e predisposizione che viene ravvisata nei giovani contadini, questo possa essere l’anno buono.. E’ molto importante che quest’anno si riesca finalmente a vincere la Grande Fiera.. troppo tempo è passato dall’ultimo, lontano successo.. Oltretutto il padrone del Castello ha intenzione di organizzare la prossima Grande Fiera sull’isola.. in ballo ci sono molti denari.. l’intera isola ricaverebbe un guadagno spropositato.. ecco perché non ha lesinato all’agrimensore un lauto stipendio.. Il padrone del Castello e il suo comitato di burocrati però o applicano una strategia di nascondimento della realtà agli occhi dell’isola.. se è vero infatti che sono oramai anni che offrono cifre pazzesche ad agrimensori stranieri che non riescono mai a produrre un buon raccolto.. O questi burocrati sono dei fessi.. Ed offrono denari in quantità spropositata per candelabri di rame dipinti d’oro (spesso rivestiti solo dagli abbellimenti dei racconti provenienti dalle terre straniere da cui provengono gli stessi agrimensori..) sperando che il loro splendore possa abbagliare di luce riflessa la paccottiglia con cui li circondano facendone aumentare il valore.. che le loro geometrie applicate ad un terreno arido possano fare germogliare dal nulla orzo, grano e crusca.. O sono in malafede.. E piuttosto che accettare che la loro meglio gioventù non sia capace di ricavare un raccolto decente, chiamano agrimensori venuti da lontano per potere incolpare loro..
 
  
 
Ma una sera di maggio.. pochi giorni prima che la Grande Fiera abbia inizio.. un lutto devasta l’isola.. Viene infatti a mancare il padrone del Castello, colui che in prima persona aveva richiesto i servigi di K.. Al suo posto viene insediato il comitato di burocrati.. Il problema è che nessun nuovo padrone del Castello potrà essere eletto prima che venga presa una decisione su dove istituire la futura Grande Fiera.. per l’organizzazione della quale ricordiamo che l’isola è sempre in lizza, se non favorita.. e per la quale sono in ballo così tanti denari al cui confronto il pur eccellente stipendio dell’agrimensore è un’inezia.. Si crea quindi un vuoto di potere.. Il trono del Castello rimane vacante.. E mancano pochi giorni all’inizio della semina.. Sempre in una sera di maggio.. pochi giorni dopo che è stato annunciato all’isola che nel Castello non c’è più nessuno.. l’agrimensore approfitta del vuoto di potere che si è creato e presenta all’isola un “sistema oggettivo di valutazione statistica delle prestazioni dei coltivatori” che porta il suo nome.. il K. Index.. Lo bagna col suo sangue.. lo vidima con il suo sigillo.. gli attribuisce il suo nome.. L’agrimensore K. è infatti giunto sull’isola prigioniero delle sue manie di onnipotenza.. impermeabile a critiche e suggerimenti pensava che il suo nome.. oramai assurto a feticcio che trascende il suo reale valore di scambio, grazie ai racconti fabbricati con astuzia nella sua terra natia.. fosse sacro.. Inoltre l’agrimensore assicura i burocrati, i suoi contadini e l’isola tutta.. “non lo faccio per vile denaro..” E a dimostrazione della sua buona volontà è accompagnato nella presentazione di questo K. Index – che serve a “scomporre il terreno in figure geometriche facilmente misurabili” – da tre re magi.. noti trafficanti e contrabbandieri di sementi e gemme preziose.. provenienti dalla medesima terra straniera da cui proviene l’agrimensore.. I burocrati, stupidi ma fino ad un certo punto, cominciano a sospettare che l’agrimensore li stia prendendo per il culo, e che non contento del lauto stipendio che gli versano (sei milioni di denari l’anno che lo aiutano a collezionare falci ed aratri disegnate da Chagall, Baselitz e dal suo connazionale Pietro Pizzi Cannella..) cerchi altre fonti di facili guadagno.. Quello che l’agrimensore K. omette di rivelare infatti.. è che a quel sistema si accompagnerà un gioco a pagamento.. i cui proventi serviranno a rimpinguare non solamente il suo orgoglio.. ma anche le tasche sue e dei magi suoi compatrioti.. 
 
 
 
 
E’ tempo della Grande Fiera.. a cui partecipano antiche regioni rivali che hanno sempre umiliato quell’isola così presuntuosa.. così fiera delle sue rigogliose tradizioni ed allo stesso tempo dal terreno ultimamente così arido e povero di frutti.. Ed anche questa volta gli avversari presentano un raccolto di bellezza e dimensioni certamente superiore di quello dei giovani contadini dell’isola.. L’agrimensore K. ha quindi fallito la sua missione.. Anche se a sua discolpa va detto che se dalle rape non si cava sangue.. da quella sterile terra di cui è composta l’isola è difficile ricavare anche solo rape.. La gente sull’isola è incazzata nera.. antichi asti nei confronti dello straniero riemergono prepotentemente.. I burocrati vogliono la testa di K.. Non lo hanno scelto loro.. ma il padrone del Castello.. ma il Castello ora è vuoto.. E per di più c’è in ballo la candidatura per organizzare sull’isola la prossima Grande Fiera e fino ad allora nessun nuovo padrone potrà mai essere insediato.. Il comitato di reggenza composto da burocrati allora abbozza.. Il prossimo agrimensore sarà sempre lui.. K.. Costa troppo mandarlo via ed un altro misero raccolto non permette di allettare nuovi agrimensori all’orizzonte.. Potrebbe finire tutto lì.. Con l’agrimensore che approfittando del vuoto di potere al Castello ha trovato il modo di non farsi cacciare e con i burocrati che lo confermano.. perché dilaniati dalle lotte intestine e perché non hanno i soldi per un altro agrimensore.. avendoli spesi tutti per corrompere coloro che decideranno dove si disputerà la prossima Grande Fiera.. Unica condizione, dopo la pessima figura alla Grande Fiera, i burocrati chiedono all’agrimensore K. di non pubblicare i voti del “sistema oggettivo di valutazione statistica delle prestazioni dei coltivatori” a cui aveva impresso il suo nome.. Il K. Index.. E l’agrimensore accetta, ci mancherebbe.. se non fanno bella figura i suoi contadini non fa bella figura nemmeno lui.. Ma c’è un problema.. né il comitato né l’agrimensore hanno fatto i conti con i re magi.. Pastori in fuga dalle terre del sud.. nomadi senza alcun vincolo nei confronti di alcun Castello né tantomeno di alcun comitato di reggenza composto da pavidi e sciocchi burocrati.. i magi pubblicano il sistema di valutazione statistica a cui l’agrimensore aveva a suo tempo (per amore di sé e delle sue tasche) impresso il suo sigillo.. Il famigerato K. Index.. e danno i voti, pessimi, alle prestazioni della meglio gioventù dell’isola.. 

 

 

Apriti cielo.. Nel paese parte la caccia allo straniero.. i giovani contadini che si trovano così mal giudicati (ed in effetti hanno fatto proprio schifo) da colui che li ha così malamente guidati (ed in effetti l’agrimensore ha proprio sbracato, i suoi calcoli trigonometrici si sono dimostrati inadeguati) inseguono il povero K. con il sangue agli occhi.. Ma, ligi alle leggi ed alle tradizioni dell’isola, aspettano che sia poi la burocrazia a risolvere i problemi per loro.. Ed in effetti carta canta.. ed il comitato di reggenti avrebbe il potere di esautorare immediatamente l’agrimensore.. Ma come ogni potere burocratico non ne ha la forza, la volontà ed il coraggio.. Sono troppo impegnati ad organizzare il sinodo che dovrebbe eleggere il nuovo padrone del Castello, ad ingraziarsi coloro che decideranno il destino della prossima Grande Fiera.. Ed alla fine della storia è l’agrimensore quello messo peggio.. Dall’isola aveva ricevuto i migliori doni: le fanciulle più avvenenti, i cibi più gustosi, le mescite più inebrianti.. gli avevano affidato speranzosi i loro terreni da misurare ed un manipolo dei loro migliori contadini per rendere quei campi finalmente fruttuosi.. Ed in cambio lui.. non solo produce l’ennesimo striminzito raccolto.. l’ennesima umiliazione dell’isola alla Grande Fiera.. ma grazie alla pubblicazione del suo K. Index sputtana pure ai quattro venti la loro meglio gioventù.. L’agrimensore K.. da sempre abituato nel suo pavido paese alla compiacenza ed alla servitù non sa come giostrarsi nei momenti di difficoltà.. Urla, sbraita.. Minaccia fuoco e fiamme contro i magi.. traditori della sua parola e profanatori del suo nome.. Ma è loro prigioniero.. ha vergato un patto con il suo sangue e ha posto il sigillo con il suo nome.. Cerca di tornare sui suoi passi.. si dice pronto a restituire tutto, in cambio chiede solo di riottenere l’integrità del suo nome.. Ma il tutto che vuole restituire è deprezzato rispetto a quello che ha ricevuto.. il suo nome nell’isola e sulla terraferma non vale più un cazzo.. I re magi, abili mercanti che sanno che una cattiva pubblicità e sempre una gran cazzo di pubblicità, gongolano felici nel loro oro.. A breve i burocrati accuseranno l’agrimensore di ogni possibile nefandezza.. anche di non essere riusciti ad ottenere che la prossima Grande Fiera venga disputata sull’isola per colpa sua.. Il castello rimarrà vuoto ancora a lungo.. E l’agrimensore K. sarà condannato a portare su di sé il peso di un nome che non vale più nulla.. E tutto perché nel suo deliro di onnipotenza credeva che il suo nome, K., fosse il nome sacro.. E invece K. era solo il nome dell’homo sacer.. lo straniero.. l’escluso..

martedì 20 luglio 2010

Esquina Blaugrana – Zlatan Ibrahimovic

La domanda, a oggi, è una sola: resta? Arrivo subito alla risposta: si. Proviamo a ragionarci sopra un istante. Premesso che Ibrahimovic costa sui 50 milioni di Euro e dovrebbe guadagnare attorno ai 9 milioni lordi l’anno (esclusi diritti d’immagine, che si gestisce autonomamente), attenendosi a quanto riportato dai giornali, c’è in giro chi è interessato e che potrebbe spendere. Dicono che prima o poi l’affare salterà fuori. Con le dovute cautele, però. Perchè il City ha speso e sta spendendo tanto ed, inoltre, conta su Balotelli, che costa meno, guadagna meno ed ha 9 anni in meno. Perché il Chelsea sonnecchia. Perché il Manchester United ed il Milan secondo molti i soldi non ce li hanno o non ce li possono mettere. Inoltre, le speranze di cessione sono a mio avviso diminuite moltissimo con l’avvicendamento Beguiristain (Laporta) – Zubizarreta (Rosell): non so se il buon Andoni riuscirà, appena entrato, a intavolare la trattativa giusta per cederlo. Il tutto doveva essere chiuso in un lampo a cavallo dell’acquisto di Villa (che in un’ottica risparmio il Barca giustamente ha puntato e acquistato prima dei Mondiali). Il Barca ora (come spesso succede, purtroppo) è in posizione sfavorevole nella negoziazione: chi si siede al tavolo sa che al Camp Nou covano o una inevitabile minusvalenza o una svalutazione pesante. In questo momento, a parte gli “interessi” da stampa sportiva (Milan, Ancelotti, ..) e il “no” di Wenger all’inserimento dello svedese nella trattativa Cesc (il saggio Arsene chiese Bojan), di trattative avviate non ce ne sono. Se resta, d’altronde, peserà tanto l’ipotetica non riqualificabilità di Ibrahimovic nel modulo. E qui, secondo me, Pep sbaglia tantissimo. Ha ed ha avuto i giocatori in rosa per impostare il gioco con un tandem d’attacco e non l’ha mai fatto. Avendo lui dato l’ok all’acquisto di Ibrahimovic l’anno scorso (post screzi vari con Eto’o) ha grosse responsabilità. Non dico, per carità, di snaturare mezzo Barca, ma un tentativo andava (e andrà, nel caso) fatto. Insomma, lo scenario è cupo. Gli acquirenti all’orizzonte non ci sono, a meno che non si ragioni in termini di minusvalenze a bilancio. Il fatto che rimanga porta con se una svalutazione (in ogni caso, pur se non si svalutasse lui, si svaluterebbe qualcun altro là davanti..). Io spero che resti. Che Pep riesca a ritagliare per lui un ruolo decisivo anche se non da 11 titolare. Alla fine, già che c’è.. è pur sempre uno coi piedi buoni.

lunedì 19 luglio 2010

Zemanlandia

“A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un’industria e sempre meno un gioco”
Ne era già passata di acqua sotto i ponti il giorno in cui il tecnico Boemo Zdenek Zeman pronunciò questa frase. Dopo aver lasciato Praga invasa dai carri armati sovietici, nell’estate del1968 il giovane Zdenek sbarca a Palermo. Molto riflessivo e poco loquace, affermerà in seguito che nel corso della sua vita più che gli insegnamenti di suo padre che lo voleva medico o le teorie studiate durante il corso di laurea presso l’ISEF, ciò che ha maggiormente influito è stato il consiglio di un suo allenatore, in una squadra giovanile a Praga, che lo invitava a prendere una posizione e mai l’uomo. Da quel giorno, Zdenek Zeman, per gli amici il Boemo, non ha più cambiato idea. Sarebbe stata infatti la zona il suo modulo ideale. La stessa zona che, sperimentata nelle giovanili rosanero e collaudata a Licata, fece innamorare Pasquale Casillo, padre-padrone del Foggia Calcio. Una favola non banale, fatta di giocatori sconosciuti, di un patron vulcanico e di un allenatore venuto dall’Est che prova e riprova mille volte tagli e diagonali. Spinge ad attaccare, sprona i suoi uomini a migliorare la propria tecnica. A dire il vero, alcuni di questi riusciranno anche a lasciare il segno nel panorama calcistico nazionale. Il sinistro magico di Beppe Signori, le galoppate in avanti e le traverse da fuori di Rambo Rambaudi, i tiri da lontano e l’improbabile pronuncia italiana di Gigi Di Biagio, i gol e l’esordio in Nazionale di Ciccio Baiano, Shalimov che replica a Bonacina (1 a 1 all’Olimpico), la ruvidezza di Chamot sono infatti ricordi che resteranno impressi in modo indelebile nella coscienza di ognuno di noi. Prende ragazzotti da campi di periferia, gli insegna la sua filosofia, e dopo averli interrogati, li fa correre come forsennati da una parte all’altra del campo. Poi non tutti andranno a giocare un mondiale negli Stati Uniti o diventeranno gli idoli della tifoseria del Derby County, ma questo allenatore, sempre con la sigaretta in bocca, non fa distinzioni. Lui non ha bisogno dei fuoriclasse capricciosi e un po’ frocetti. Qualche anno più tardi, a chi gli chiedeva un parere su Denilson, rispose: “e che me ne faccio io di un guardalinee?”.Vuole solo gente che sappia lottare e correre, seria e senza ambizioni da rockstar. Una volta, durante un’intervista, si lasciò sfuggire che non c’era in giro un terzino migliore di Maurizio Codispoti da Catanzaro: “ma dove lo trovate un terzino che si lancia da solo?”. Favola bella e non banale perché finalmente ambientata lontano dal ricco nordest, o dalla pianura padana spesso baciata dagli investimenti di qualche facoltoso e appassionato imprenditore. Quando sento parlare della favola Chievo o dell’Albinoleffe, giusto per citare due esempi a caso, penso sempre che questi quattro straccioni di giornalisti dovrebbero tornare a scuola e studiare un po’ di storia. Dovrebbero rileggere di quando il Presidente Casillo per festeggiare la promozione dalla C1 alla B, atterrò con l’elicottero su un Pino Zaccheria gremito in ogni ordine di posto. Lo stesso stadio che ogni domenica era il teatro di partite memorabili, mai scontate né noiose. Valanghe di gol fatti e subiti, qualche impresa come il pareggio 1 a 1 a San Siro con l’Inter alla prima giornata, una qualificazione UEFA sfiorata di un soffio, una città che sognava ad occhi aperti, scordandosi per un momento della criminalità e della disoccupazione che regnavano tra le sue strade. Il calcio spettacolo su cui Zeman ha costruito una filosofia di vita, il rivoluzionario 4-3-3 con esterni di difesa alti ed un portiere che sappia giocare con i piedi, comincia a far discutere in Italia. Se ne parlerà molto in TV e nei programmi televisivi, ma lui non si concederà mai molto ai media. Suo grande merito fu quello di essere tra i primi a mettere in dubbio pubblicamente la moralità di Aldo Biscardi. Cragnotti si innamorò di lui e lo invitò a dirigere la sua Lazio alla conquista di traguardi importanti. Lasciò cosi Foggia, il fidato Ds Pavone e il Presidente Casillo. Quest’ultimo, in seguito, fu accusato di reati infamanti, smentiti poi in tutti i gradi di giudizio. Ma nel frattempo fu costretto a vendere il Foggia che, retrocesso subito nella serie cadetta, ha passato gli ultimi 15 anni a vivacchiare nelle serie minori. Zeman comunque non ha mai dimenticato Foggia e, soprattutto, il suo presidente. Oggi il Presidente Casillo è ritornato al timone del Foggia Calcio, richiamando il Ds Pavone e Mister Zeman. È passata una vita nel frattempo. Da re della Capitale, sponda sinistra e destra del Tevere, è stato indegnamente spodestato per aver denunciato le storture del sistema calcio italiano. Ha fatto i nomi dei padroni quando tutti sapevano e tacevano. Ha portato avanti la sua battaglia, facendo si che venissero alla luce storie tanto incredibili quanto disgustose. Quelle persone oggi continuano a regnare e a pontificare indisturbate, come se niente fosse, mentre lui ha dovuto accettare un lungo esilio fatto di piccole squadre e grandi soprusi. Ha resistito, sempre con la sigaretta in bocca, giocando un po’a golf e confondendosi tra i tifosi della Roma che escono dallo stadio, con la consapevolezza di chi sta dalla parte del giusto. Allora caro Mister Zeman, oggi è di nuovo il tuo giorno, ritorna a far divertire il tuo pubblico, rimetti in campo questo 4-3-3, fai volare queste ali, tira una boccata dalla Ms che hai tra le mani mentre con il tuo sguardo impenetrabile e anche un po’sornione sfidi la malignità e la superbia dei tuoi detrattori, e dimostra a tutti, cazzo, che si può vincere rispettando le regole!

sabato 17 luglio 2010

Mondiali 2010 le pagelle di Nesat

  • Voto 10 Alla Spagna e ad Andreas Iniesta:Favorita tra le favorite come mai lo era stata,poteva essere uno svantaggio per una nazionale tradizionalmente non abituata alle pressioni. Niente braccino questa volta,merito del blocco Barca abituato a vincere,merito di un attaccante straordinario come Villa(complimenti al Valencia per averlo ceduto prima del mondiale!il DS del Valencia deve essere il Pradè spagnolo)merito anche di Del Bosque che non sbilancia troppo il suo 11,sacrificando il gioco spumeggiante con un atteggiamento più cauto,novità assoluta per le furie rosse. La Spagna di Aragones di due anni fa era decisamente più gradevole,questa è incredibilmente più concreta. Intendiamoci, anche in questa occasione gli iberici perdevano troppo tempo allo specchio,come una ragazza bella che quando abbonda con il trucco sconfina nel volgare ed al limite è pronta per la Salaria ,la Roja aveva sempre quel passaggio e quel tocco in più non necessari , utili solo a compiacere le simpatiche e mai arroganti penne di As e Marca. Se lo merita il popolo spagnolo,se lo merita la squadra,di certo non se lo merita la “Prensa” spagnola delle volte irritante come una manciata di sabbia(di quella con i sassolini)nelle mutande. La faccia bella di questo trionfo è sicuramente quella di Andres Iniesta,genio assoluto del nostro calcio,Dio del centrocampo e anticalciatore per eccellenza. Una faccia anonima come tante,somiglia ad un Gigi D’Alessio andato a male. Nessuno più di lui meritava quella palla,nessuno peraltro l’avrebbe messa dentro con la stessa freddezza,sembrava stesse giocando un partitella in spiaggia a ferragosto con tanto di nonna che dopo il goal gli passa una porzione di lasagne. Chi fa un goal al 116esimo di una finale mondiale non può non meritare il pallone d’oro,soprattutto se quel qualcuno è l’anima della sua squadra.(voto 10 e lode va a Pepe Reina e al suo show durante la festa del trionfo)
  • Voto 9 alla Germania e a Joachim Loew:Non era forte come quella del 1990,esperta come quella del 2002 o compatta come quella del 2006,soprattutto una volta tanto non era favorita. Veder giocare bene a calcio la Germania fa un tantino impressione,tifarla in certi momenti è addirittura inquietante,fatto sta contro ogni pronostico la squadra più divertente del mondiale è stata proprio quella tedesca. E’ stata definita un esempio di integrazione,ma integrazione di che??aldilà del terzetto polacco e di Cacau,tutti i presunti “Extracomunitari”sono tedeschi. Khedira è di Stoccarda,Ozil di Gelsenkirchen,Boateng è di Berlino e semmai è suo fratello ad essere in errore,Aogo è di Karlsruhe,Tasci è di Esslingen am Neckar che mi suona come qualcosa di veramente poco esotico. Tutta gente cresciuta a bratwurst(e probabilmente anche a quintali di Kebab ma questa è un altra storia). “Prendiamo esempio dalla Germania!”urlano i salotti buoni del calcio italiano,invocando le convocazioni dei vari Amauri,Ledesma,Taddei,Zarate e Maxi Lopez, gente cresciuta a guaranà, churrasco o empanadas,che mette il vino rosso in frigo e non disdegna l’ananas sulla pizza. Tornando alla Germania,credo possa tranquillamente ritenersi la squadra favorita per la conquista del prossimo europeo, ovviamente tutto è legato alla conferma di Loew. Il ct tedesco in 4 anni conta 2 bronzi al mondiale(Klinsmann era solo un fantoccio)e un argento all’europeo,non male per uno che si veste in maniera talmente ambigua da essere guardato con sospetto anche durante una sfilata del gay pride.
  • Voto 8 a Forlan,l’Uruguay e le piccole:Qualificato per il rotto della cuffia contro la CostaRica,grazie al “Loco” Abreu,la celeste viene inserita in uno dei gruppi più tosti del mondiale,ne esce alla grande passando come prima ,pesca squadre alla sua portata nei due turni successivi e si arrende solo ad una quadrata Olanda in semifinale. Tabarez maestro d’altri tempi riesce a costruire un gruppo solido e a motivarlo,ne esce fuori un impresa. Un calcio ibrido figlio di un matrimonio interrazziale,l’estro sudamericano legato all’intelligenza tattica europea un cocktail devastante come un vodka cointreau a stomaco vuoto alle 3 del pomeriggio. Miglior attore protagonista di questa squadra è stato Diego Forlan,il giocatore perfetto,premiato con il pallone d’oro dei mondiali,uno che divora il campo che segna in tutte le maniere lecite e che in carriera ha raccolto meno di quanto abbia seminato. 8 anche a tutte le “Piccole” che hanno dato spettacolo. Il Ghana orgoglio africano,fuori dalle prime 4 solo per la santa mano di Suarez,farcito da giocatori giovanissimi e già forti. Il Paraguay la squadra più europea delle sudamericane,guidata da uno straordinario Martino(uno dei migliori ct del mondiale) , Cile e Messico divertentissime e sfortunatissime nell’incappare in Brasile e Argentina,la Corea maturata forse più di tutte e restando in Asia,il Giappone squadra che personalmente mi ha incantato.
  • Voto 7 al Polpo Paul:Più in forma di Galeazzi,meno viscido di Costanzo e più arguto di Salvatore Bagni,il polpo Paul ha fatto capire come un semplice cefalopode possa far meglio di mamma Rai. So che molti di voi già non lo sopportano,altri come Gegen auspicano addirittura un finale alla Gallega per la piovra di Oberhausen,fatto sta che Paul in 2 anni su 14 pronostici ne mette a segno ben 12. Calcolate signori,che io e Dionigi siamo abbonati insieme da 11 anni,ogni due domeniche giochiamo la serie A e non abbiamo MAI vinto(intendo insieme)neanche una volta,neanche per sbaglio. Si è anche scoperto che Paul in realtà è Italiano ed è in questa occasione che Studio Aperto è andato su di giri come una ragazzina in piena fase ormonale ad un concerto dei Tokyo Hotel,addirittura stravolgendo la sua solita scaletta… da:gnocca-tragedia-gnocca-tragedia-animali menomati da adottare-gnocca…. a:polpo Paul-gnocca-allevatrice del polpo Paul-tragedia-casa natale del polpo Paul-tragedia-flirt estivo del polpo Paul-gnocca. La popolarità si sa, da alla testa e come gia scritto in altre occasioni,non passerà troppo tempo prima del suo arresto in un festino con trans e cocaina a Due Ponti (tanto uno tra Taormina e la Bongiorno lo tirerà fuori per i prossimi europei).
  • Voto 6 all’Olanda:Se Yohann Cruyff fosse morto,si sarebbe rivoltato nella tomba a guardare un olanda così penosa in finale,ma Cruyff non è morto,anzi, semmai è vivo, vegeto e incazzato nero con i suoi connazionali.
    “Purtroppo hanno giocato sporco,dovevano rimanere in 9,ci sono state un paio di brutte entrate…hanno fatto male persino a me”
    secca decisa e senza appello arriva la ruvida ma precisa analisi dal simbolo dell’Olanda calcistica e sinceramente dal mio piccolo condivido ogni singola parola. Non si può giocare una finale in quella maniera,non si può e non si deve. Neanche nel calcio fiorentino ho visto uno scempio tale,De Jong e Van Bommel avevano la stessa sete di sangue di Charles Manson, mentre Robben(miglior giocatore dei mondiali fino al doppio errore davanti a Casillas) era talmente isterico da sembrare una preadolscente a cui per punizione sono stati tolti Ipod,top girl e cellulare. Incredibile come dopo il 124esimo fallo gratuito mi sono trasformato da tifoso olandese a supporter della Roja,disgustato quasi come davanti ad una puntata del bagaglino(sottolineo il quasi perchè a tutto c’è un limite). Prima della finale meritava un 8,non di più, aveva disputato un buon girone ma era stata fortunata a trovare la Slovacchia(con cui non ha brillato) e con il Brasile(primo tempo da 3 a 0 per Kaka e soci)e l’Uruguay aveva si vinto,ma lasciando comunque la sensazione che in finale non ce l’avrebbe fatta(sia con la Spagna sia con la Germania). In tutto questo non si può non elogiare un tecnico come van Marwijk e soprattutto un giocatore che per me merita un 10 pieno,ovvero,quel Giovanni Van Bronckhorst,semplicemente eroico durante tutti i mondiali e soprattutto in finale(non a caso il goal è avvenuto qualche minuto dopo la sua uscita).
  • Voto 5 a Sky:Avete presente quando vi finisce il sale sull’ herpes??quella è la precisa sensazione che ho quando parla Sconcerti,quel dolore fastidioso che non svanisce neanche subito dopo averci buttato un bicchiere d’acqua,ma che continua a tormentarti anche una manciata di minuti dopo. Sky è anche questo,persone capaci alternate a persone insopportabili. Quei 3-4 mesi senza la D’Amico sono stati bellissimi,figa quanto vi pare( a sky sport 24 vedo molto di meglio) ma simpatica come un sottobicchiere. Caressa,Caressa…..l’odiavo,poi l ho capito e mi è piaciuto,ora lo trovo pesante. Ti fa vivere una partita in un costante stato di allerta. In questi mondiali poi si è superato,quando urli “CCannavarooo”in Paraguay-Italia prima partita del girone,qualcosa non va…sembra uno di quei comici che risbuca dopo anni con il suo tormentone(ce l ho qui la brioche!),della serie, 4 anni fa era divertente ora NO ed è decisamente fuori luogo. Le cose positive sono i vari inviati comunque capaci,la qualità delle riprese,le mille diavolerie come la telecamera fissa sull’allenatore e soprattutto Marianella. Marianella è il migliore di tutti e spero non faccia mai l’italia perdendo l’eleganza della sua telecronaca super partes. Il problema è chi viene affiancato al povero Marianella,in Germania Uruguay c’era Casiraghi(se non sbaglio)come commentatore,come formare una coppia d’attacco con Messi e Federico Cossato.
  • Voto 4 ai protagonisti mancati: Bellissima la pubblicità della Nike,Peccato che non abbiano preso un solo giocatore. Cristiano Ronaldo affonda con un inutile Portogallo e sputa come un 12enne che rosica al campetto sotto casa,Rooney ancora non al top per via del suo infortunio,non è riuscito a giocare decentemente neanche per un minuto,Ribery forse non ha neanche mai toccato il pallone,Kakà non è superiore in questo momento ad Antonio Criniti. Scusati Drogba(girone troppo difficile)e Messi(il suo lo ha fatto) dobbiamo ringraziare per quel minimo di spettacolo i vari Forlan,Suarez,Asamoah,Sanchez,Dos Santos,Villa,Honda,Ozil….tutta gente che gioca o ha giocato l’ultima stagione in squadre poco blasonate,tutta gente che nello spot nike non faceva neanche da comparsa.
  • Voto 3 allo Jabulani,ai portieri e Capello:La faccio breve su Capello,non puoi fare delle qualificazioni perfette,arrivare al mondiale e uscire umiliato,non è da don Fabio. Walcott a casa???Defoe sempre fuori,ma soprattutto Green e James lasciando fuori Hart(vabbè che di 3 ne fanno mezzo,ma visto la stagione disastrosa appena passata dai primi due,Hart aveva decisamente più senso). Ovviamente se il pallone di Dempsey è entrato la colpa è dello Jabulani,mica di Green. Anche quella ciabattata di Koren contro l’Algeria è stata colpa dello Jabulani,per non parlare del goal di Snejider contro il Giappone,vi pare che un portiere giapponese con la grande tradizione di portieri che hanno(un nome a caso…Benjamin Price) riesce a fare quella porcata?…no la colpa è dello Jabulani anche per la crisi in medio oriente. Dare la colpa d un pallone è’ un po’ come dire “Mica sono grasso…sono solo di costituzione robusta”…….
  • Voto 2 a mamma Rai:Mettere insieme Galeazzi e Costanzo è un crimine contro l’umanità,la convenzione di Ginevra,un appello del Papa qualunque cosa doveva assolutamente bloccare una tale gratuità crudeltà,roba che Guantanamo al confronto è un villaggio Valtur. Una partita al giorno,approfondimenti inutili,pochissima qualità nei commentatori,la Rai di un tempo,la regina incontrastata che ha svezzato tutti noi non esiste più. Oggi invece del buon Pizzul ci ritroviamo Civoli e il suo orrendo gessato,uno che chiama Pirlo “Andrea”manco fosse il garzone dell’alimentari sotto casa sua. Fa male sapere che due fenomeni come Cucchi e Repice siano confinati esclusivamente al pubblico radiofonico. Su Bagni che dire,riuscire a fare peggio di Pecci era un impresa titanica,Salvatore non solo ci riesce ma uno come Pecci te lo fa addirittura rimpiangere. Incubo di ogni logopedista,il buon Bagni ricorda quel parente rincoglionito(acquisito)che racconta barzellette e fa battute a cui tu devi ridere per cortesia.
  • Voto 1 a Italia e Francia: E’ributtante pensare che 2 squadre finaliste l’edizione precedente finiscano eliminate al primo turno(come ultime nel girone)appena 4 anni dopo. La Francia devastata da una sorta di guerra intestina tra 3 distinte fazioni quella dei neri(Gallas,Evra,Anelka e Henry) quella dei bianchi(Toulalan,Gorcuff e Lloris) e quella dei mostri(Ribery….no in realtà Ribery stava con i Neri,visto che sua moglie mussulmana lo ha fatto convertire all’islam),scene da Banlieue che quanto meno danno un alibi e una spiegazione alla prematura eliminazione della nazionale transalpina. Poco sensato invece che i campioni del mondo non riescano a difendere il titolo neanche arrivando ad un semplice ottavo. Convocazioni al limite della follia,formazioni sbagliate e una figura di merda(mi sia consentito)che per poco non riesce a cancellare quanto fatto 4 anni fa. La peggiore nazionale di sempre,figlia dell’arroganza del suo ct,uno che poteva chiudere in bellezza con una coppa del mondo,ma che grazie alla sua spocchia è tornato con la convinzione di riuscire a bissare il successo. Ultimi classificati,dietro la Nuova Zelanda quelli che in squadra avevano commercianti e impiegati. La cosa più inquietante?questa Italia mi ha fatto provare nostalgia per Donadoni(grave…gravissimo).
  • Voto 0 alle vuvuzelas:Si chiama Neil Van Schalkwyk,lui è l’uomo a cui dovete inviare tutte le maledizioni prima di addormentarvi,lui nel 2001 ha avuto la brillante idea di mettere in commercio la maledetta trombetta. Un esperienza che ti fa venire voglia di assegnare le prossime 15 edizioni del Mondiale alle Far Oer.

giovedì 15 luglio 2010

Memorie della Spagna calcistica #1: la Chopera

Un paese si può scoprire anche dai suoi campi di calcio improvvisati e il primo ricordo è il Parco del Retiro, con i suoi corridoi di alberi fitti che sembrano non finire mai, un inverno di tanti anni fa, alla ricerca di un pallone per deflorare quei prati insieme ad un amico -all’epoca, probabilmente, il migliore che avevo. “Andate alla Chopera” ci rispondevano i vecchi guardoni seduti alle panchine (il Parco del Retiro è pieno di vecchi guardoni seduti alle panchine, hanno tutti i calzini al polpaccio e la coppoletta in testa), “lì troverete i palloni”. E noi a cercare in lungo e in largo il nostro El Dorado, questa famigerata Chopera che ci immaginavamo come un enorme magazzino di palloni di ogni tipo. Va da sè che non la trovammo mai, la Chopera, e l’unico pallone che vedemmo fu quello scagliato con forza inaudita da Di Biagio nella rete dell’Atletico Madrid, quando ormai era già notte.
***
Mi ha fatto impressione ricevere, ormai una domenica mattina dell’anno scorso, una telefonata spezza-resaca di un amico basco di Pamplona che mi precettava per una partita di calcetto alla Chopera.
“Ma guarda che io non mi reggo in piedi, al limite faccio il catenaccio in difesa”.
“Niente catenaccio, siamo spagnoli. O meglio, sono spagnoli”.
“Allora vengo però faccio Ismael Urzaiz e non torno mai in difesa”.
“Guarda che usiamo il pallone col rimbalzo controllato, si gioca solo rasoterra”.
“Allora è inutile che vengo, io so giocare solo a tedesca”.
“No guarda devi venire per forza, siamo solo in quattro, il ciccione di Siviglia, quello che non la passa mai, ieri notte si è rotto una caviglia camminando a Malasaña. Te lo ordino”.
“E va bene, vengo. Ma dove?”
“Al Parco del Retiro. Chiedi della Chopera”
“Allora non arriverò mai”.
“Perchè?”.
“Lunga storia, lascia stare”.
Nonostante pensassi che fosse come il Molise, una mera invenzione letteraria, quel giorno ci arrivai alla Chopera (i baschi di Pamplona è sempre meglio non contraddirli). Non c’erano distese di palloni come avevo immaginato anni prima, ma un centro sportivo pubblico in piena regola, nel bel mezzo del parco. Attraversai la porta d’ingresso con la scritta La Chopera con un brivido, come se stessi tornando indietro nel tempo. Il torneo di calcetto si disputava su un campetto laterale, col fondo in lineolum (in Spagna non esistono campi di calcetto in erba sintetica, figuriamoci di terza generazione). Questi spagnoli giocavano bene cazzo, tutti passaggetti, corse dietro l’uomo, finte e tiri improvvisi. Mi limitati al compitino, cercando in tutti i modi di non far esplodere la milza. Va da sè che perdemmo, ma io la mia partita l’avevo vinta prima di cominciare.
***
L’ultimo dei campi della Chopera è in realtà un campo da calcio regolare, con l’erba sintetica. Tuttavia, l’hanno diviso in due, in orizzontale, così da creare due campi da calciotto – più o meno. Mi piaceva molto passarci almeno un’ora il sabato pomeriggio, quando il cielo iniziava a imbrunire, e l’aria della sera rinfrescava la calura del giorno. Di solito il pomeriggio lo iniziavo comprando i panini da Mallorca, un delicatessen su Serrano, e me li mangiavo al sole del laghetto, dove dormono i leoni modello Trafalgar Square. Leggevo i giornali, mi facevo scaldare dal sole, riprendevo lucidità dopo i gin tonic della sera precedente, che mi rimbombavano in testa come monete nella tasca del blazer. A un certo punto, indefettibilmente, dei suonatori di colore istigavano l’emicrania con i loro enormi tamburi, e mi costringevano a emigrare verso angoli del parco più quieti. Con la giacca su una spalla e i giornali e i libri sotto l’altro braccio, passeggiavo fino alla Chopera. A quell’ora -le sette di solito, con la luce turchese che scolora nel crepuscolo, attraverso lo scolapasta delle chiome dei viali alberati- l’unico campo occupato era l’ultimo, occupato da due partite di calciotto. La gente avrà avuto la mia età, magari un po’ più piccoli, e anche gli stereotipi erano quelli conosciuti delle partite di calciotto di Roma nord. Tutto in piena regola, molto rassicurante. Cambiavano solo certe zazzere castane stile ivy league, fieramente autarchiche, e un certo modo di giocare. O meglio, di intendere il gioco. Meno corsa, più tecnica. Meno lanci, più scambi stretti. Meno zuccate, più colpi di tacco. Meno verticalizzazioni, più ritorni indietro. Mai una palla scagliata in the box. Mai un mischione. Molte parole in campo, intercalari, imprecazioni, vete a la mierda, joder.
Mi piazzavo su una panchina dietro il campo, appoggiando i giornali e tutto il resto da un lato. Come uno in più tra i guardoni del parco, osservavo obliquamente le due partite, perdendomi nella sinfonia del pallone. Quando sei al margine di un campo di calcio, dovunque sei, ci sono solo due sentimenti possibili: un senso di pace (perchè non esiste spettacolo più bello, e perdonate se sono così apodittico, ma non credo di dover spiegarlo a voi) e un fremito di impazienza per voler entrare. Possibilmente, i due sentimenti si provano contemporaneamente, e la pace lascia spazio all’impazienza se per caso il pallone finisce nelle vicinanze e bisogna ritirarlo in campo. Quando la partita finiva lasciavo che i giocatori sciamassero verso l’uscita, mentre io restavo un altro po’ a contemplare la perfezione del campo deserto, nella quiete della Chopera silenziosa. Presto era il tramonto, e qualche invito in una terraza, per una caña, verso Chamberì. Erano passati dieci anni, ma alla fine la mia Chopera l’avevo trovata, e con lei avevo riscoperto il calcio spagnolo vissuto per strada. Non era la prima volta, c’erano già stati dei precedenti. Prometto che ve ne parlerò. Domani, intanto, appena arrivo a Madrid, lascio le cose in albergo, mi faccio una doccia e poi già sapete dove correrò. Non sia mai che riesco a vedermi almeno l’ultimo gol della giornata.

lunedì 12 luglio 2010

Simbologia di una vittoria: una divagazione

La vittoria spagnola di questa sera ci consegna un risultato che, almeno, possiede un senso storico. Cerchiamo di tracciare una simbologia a caldo valutando quel poco di Zeitgeist che ha nascosto l’ampollosa e sradicata competizione sudafricana.
Il mondiale si è svolto in un acquario socio-politico, l’Africa è stato solo l’utero dentro il quale il seme planetario del calcio capitalista ha fecondato la dea palla e non è un caso, infatti, che il silente demiurgo di questa competizione sia stato il signore di una teca di vetro. Il polpo Paul con il suo apporto divinatorio ha spazzato via più di due secoli di cultura illuminista, ridando linfa a quella tradizione oracolare che l’era della tecnoscienza aveva bollato come superstizione. Se il calcio è un’ordalia non bisogna avere paura di seguire le tracce del divino, abbandonado quella servetta che è la logica, che ci tiene prigionieri come marionette inconsapevoli.
Il calcio si conferma un’entità rimediale, una via taumaturgica per cancellare i problemi della storia. La vittoria di questo mondiale, infatti, premia lo stato per eccellenza vittima dell’illusione speculativa finanziaria, il fascino indiscreto del moltiplicatore: il niente che nientifica. Il successo spagnolo è anche il trionfo di una nazione che tale non è più, una picaresca danza centrifuga agita le autonomie e spinge al conflitto quasi balcanico la penisola, ma anche in questo caso la pioggia sacra del delirio calcistico lava le ombre della sentenza del Tribunale costituzionale sullo Statuto catalano. Le sofisticate elucubrazioni giuridiche sul riparto di competenze nel sistema delle autonomie non sono nulla rispetto agli squarci di pura politica che si muovono dietro alle immagini di Puyol e Xavi con la bandiera catalana (già ci sono polemiche). Infine, ultimo simbolo: la situazione della monarchia, il futuro Re Felipe castrato dalla tenaglia femminile della madre severa e austera e della moglie bidimensionale e anoressicamente plebea. Il profilo bovino dei borbone oramai non è altro che l’effige di un mondo in decadaenza, mosso esclusivamente dall’eterno femminino che veste gli abiti del demonio travestendosi da madre longeva.
 
In conclusione mi preme commentare la vittoria spagnola attraverso gli occhi e le gesta di un assente che proprio in questi giorni ha saputo tornare sulle cronache con una gestualità minima, da torero in piena faena: Raul Gonzales Blanco. Al di là dei giudizi sul giocatore, sul quale peraltro ci siamo già intrattenuti, colpisce come l’inizio del ciclo vincente della Spagna coincida col suo abbandono, o meglio, con la sua cacciata. Come quando nel Regno di Kasch si sacrificava il sovrano quando le stelle raggiungevano una certa posizione. Come in un vigoroso crescendo la stessa scomparsa fisica di Raul dal calcio spagnolo avviene proprio nella settimana della scalata mondiale della sua nazionale. La notizia più interessante degli ultimi giorni è, infatti, il passaggio del capitano del Madrid allo Schalke 04. Perché parlare di lui ora? Perché Raul rappresenta la vertigine della spagna post franchista, l’ascesa all’olimpo di un ragazzo semplice (nato nel ’77 a due anni dalla scomparsa del Caudillo) cresciuto con gli umili colchoneros e divenuto simbolo del ricco e potente Real. Raul è la Spagna prima della crisi, gli occhi tristi resi ricchi dalle frivolezze del capitale. Sacrificato dai suoi stessi inventori per rigenerare una nazionale (e una nazione) l’ex n. 7 del Madrid ha saputo trovare la sua catarsi scegliendo una destinazione calcistica agli antipodi con i fasti della sua vita recente, ma forse molto prossima con la sua infanzia proletaria nella spagna della transizione.

In un tempo in cui i giocatori affermati cercano il facile ristoro dell’esostismo andando a giocare in america o nei paesi arabi (ultimo esempio, oltre a Cannavaro, è Henry pronto a concedere il suo charme francese, abbinato ad un look piacente alla Obama, alla MLS statunitense), Raul invece ha deciso di lottare ancora, e di farlo nel posto più brutto d’europa: il bacino della Ruhr, ovvero dove il sangue della storia incontra il sudore, e la fantasmagoria delle merci e dei prodotti creata da Marx diventa la linea di confine della politica di potenza europea. Per questa decisone di andare a lottare nello Schalke (sia pure ricco grazie a “papà” Gazprom) il figlio della Madrid proletaria va rispettato, perché ha saputo cogliere che il vero esotismo che si nasconde nelle pieghe – e nelle piaghe – della vecchia europa; nella sua scelta si nasconde la voglia di cercare quell’Oriente interiore che i romantici sapevano nascondersi in ogni luogo e in Germania in particolare. Forse le ceneri di Raul sacrificato nella sua terra sapranno infondere linfa vincente agli eterni perdenti di Gelsenkirchen, chissà se riconoscerà la sua Spagna quando vi farà rientro.

venerdì 9 luglio 2010

Arrivederci Roma

Franco Sensi prese il club assieme a Massimo Mezzaroma per salvarlo dal fallimento della gestione di Giuseppe Ciarrapico nel novembre del 1993. Pochi mesi e ne diviene unico proprietario. Aveva studiato da padrone Sensi, non riuscì a gestire la squadra in comunione. Quella Roma, lo sappiamo, era poca cosa: Lanna, Garzya, Festa e poco più. Ma la storia della famiglia Sensi e della Roma ha radici assai più radicate, direi quasi indissolubili. Silvio Sensi, padre di Franco, fu capitano e fondatore della Pro Roma, che nel 1926 confluì nella Fortitudo e, un anno dopo, attraverso la fusione con Alba e Roman diede vita all’As Roma. Un aneddoto, uno dei tanti raccontati da Franco Sensi, uno di quelli di cui andava più fiero, racconta che capitan Silvio, suo padre, onorò garanzie per 40mila lire di cambiali di allora, una piccola fortuna, per fermare le Banche che minacciavano rivalse giudiziarie. Poi riversò tutto nella Fortitudo, poco prima della storica fusione. A quanto ci raccontano, in cambio chiese solo due tessere, una per lui e una per sua moglie Rosa. Ed ancora, il mitico campo Testaccio, prima culla della Roma, venne costruito in buona parte con legname fornito da Silvio Sensi. Generosità irrazionale, frutto della sviscerata passione, ha attraversato la storia del nostro calcio passando di padre in figlio. Tifoso per una vita, e dirigente romanista già nel 1961, quando fu eletto vicepresidente con Anacleto Gianni a capo della società, Franco Sensi capì che la sua storia si sarebbe legata indissolubilmente al successo in giallorosso, quando fu delegato ad accompagnare ufficialmente la Roma in quello che resta l’unico trionfo internazionale della storia giallorossa, la Coppa delle Fiere — che di lì a poco divenne Coppa Uefa — alzata all’Olimpico dopo aver battuto gli inglesi del Birmingham. Altri tempi, altro calcio, con la figura del presidente mecenate che caratterizzava uno sport lontano anni luce dal calcio-business dei giorni nostri. Chi conosceva bene Franco Sensi lo definiva un custode della tradizione romanista. Un testimone raro, unico, amava dire: “Sono l’ultima espressione della cultura orale del calcio romano”, sciorinando aneddoti, retroscena e racconti di una Roma (calcististica e non) sconosciuta e tutta da svelare. Commovente l’addio che gli dedica Roma alla sua morte: 30.000 persone vanno a salutarlo, chi con un fiore, chi con una sciarpa, molti con una lacrima già pronta in tasca. Due frasi non scorderò: la prima, in concomitanza con i suoi ottanta anni: “I miei ottant’anni sono gli ott’antanni della Roma”. Ed ancora, a pochi mesi dalla sua scomparsa: “Fatemi morire da Presidente”. Il resto è storia contemporanea: la conquista dello scudetto nel 2001, gli aspri dissidi con il Palazzo del calcio, “lo strapotere” di Moggi e Galliani. Ed ancora Zeman, Totti il figlio maschio mai avuto, ed infine Rosella. Rosella Sensi. Terza generazione, questa volta a tinte rosa. Discussa, odiata, bistrattata. Mi dissocio. E non da oggi, ma da anni. Sono cresciuto con Tarzan Annoni e Statuto, Cappioli e Cervone. Non dimentico la nostra storia e chi, per la prima volta, ci ha reso squadra di prima fascia a discapito del proprio patrimonio. Da Ieri, tutto questo non c’è più. Si sgretola l’ennesimo mattone del calcio passionale che abbiamo scoperto bambini e che si nutre di queste storie. Cosa ci attende non è dato saperlo. Sicuramente è la fine di un’era. Spero solo che chi arriverà sappia essere all’altezza di chi ha tracciato la strada fino ad oggi. Prima Silvio, poi Franco ed infine Rosella. GRAZIE

Paul dice Spagna

Il polpo Paul, tifosissimo romanista(Pare faccia parte di una cordata per l’acquisizione della società capitolina,pare anche sia più credibile del buon Angelucci) pronostica Spagna campione del mondo e Germania terza classificata. Lo scorso europeo pronosticò la Germania campione………a questo punto mi pare chiaro che la favorita sia l’Olanda. Comunque la Snai quota la Spagna a 2.10,il pareggio a 3.40 e l’Olanda a 3.50. Mentre per la finalina la Germania è data a 1.75,il pareggio a 3.75 e la vittoria celeste a 4.50. Io pur non essendo un polpo e avendo perso TUTTE le scommesse di questo mondiale, punterei volentieri 10 euro sulle sfavorite. Ottima anche la vittoria nei supplementari dell’Olanda data a 14,mentre la Spagna ai rigori è data a 10. Per quanto riguarda il vincente classifica cannonieri sempre la Snai quota Forlan a 15.00,Klose a 6.50 e non la snai ma Better(se non sbaglio)quota lo scalpitante Mueller a 15. Ancora non trovo le quote per il primo marcatore ma punterei qualcosina su Xavi e Van Bommel.

martedì 6 luglio 2010

Mario Benedetti, portiere uruguayano

El césped. Desde la tribuna, es un tapete verde. Liso, rectangular, aterciopelado, estimulante. Desde la tribuna quizás, crean que, con semejante alfombra, es imposible errar un gol y mucho menos errar un pase. Los jugadores corren como sobre patines o como figuras de ballet. Quien es derrumbado, cae seguramente en un colchón de plumas, y si se toma, doliéndose, un tobillo, es porque el gesto forma parte de una pantomima mayor. Además cobran mucho dinero por divertirse, por abrazarse y treparse unos sobre otros cuando el que queda bajo ese sudoroso conglomerado hizo el gol decisivo. O no decisivo es lo mismo. Lo bueno es treparse unos sobre otros mientras los rivales regresan a sus puestos, taciturnos, amargos, cabizbajos, cada uno con su barata soledad a cuestas”.
(Mario Benedetti, dal libro Puntero Izquierdo)

Poco più di un anno fa moriva il grande scrittore uruguayano Mario Benedetti. Sono sicuro che, nonostante tutti gli acciacchi che ne hanno condizionato gli ultimi mesi di vita, avrebbe chiesto volentieri una tregua (per citare il titolo del suo più bel libro) pur di essere ancora vivo stasera. Perchè stasera, dopo quarant’anni, è di nuovo il momento di sentirsi vivi, nella lontana Montevideo. Di fronte c’è l’Olanda, ancora più in là c’è la finale di un Mondiale, in fondo in fondo c’è, semplicementes la Storia. E la bandiera della celeste sventolerà forte sui tetti romani, e per una sera il tram numero 8 da Largo Argentina porterà fino all’ingresso dello stadio Centenario.

Mario Benedetti era un grande appassionato di calcio. Tifoso del Nacional di Montevideo, ricordava sempre con un sorriso picaresco gli anni in cui il Nacional riuscì nell’impresa di vincere cinque titoli di fila, guidato in difesa dall’insormontabile triangolo composto da García, Nasazzi e Domingos da Guía, gente capace di far mantenere la porta inviolata per un girone e mezzo. Giocava anche Benedetti, quand’era ragazzo. In porta. Come se fosse il personaggio di un suo romanzo, malinconicamente seduto da solo ad un caffè, in attesa che gli eventi suonassero alla sua porta. Gli piaceva giocare in quel ruolo perchè -racconta- il portiere rappresenta una figura speciale nella squadra, anche se, e con ragione, molti dicono che è il peggiore dei ruoli: quando i compagni segnano un gol il portiere non può festeggiarlo con loro perchè sta troppo lontano, e quando invece gliene segnano uno è rassegnato a sopportarlo in solitudine. Portiere per vocazione, nonostante l’ingratitudine del ruolo, Benedetti non giocò mai fuori dalla porta. Forse perchè era asmatico, come un suo illustre collega tra i pali, il Che Guevara. Fu il padre del Che, una volta, a raccontare a Benedetti che anche suo figlio era golero e che teneva sempre nella porta, accanto ad uno dei pali, un inalatore. Così, dopo un’uscita o una parata, correva a farsi un paio di spruzzi. Anche quella del Che, in fondo, era una vocazione.

Probabilmente, stasera Bendetti si spellerebbe le mani davanti alle giocate di Diego Forlàn. Perchè va bene giocare in porta, ma la magia sul campo la portano le punte. Benedetti ha visto giocare i grandi: Scarone, Petrone, l’oriundo Atilio Garcia, Mamucho Martino. Ma se doveva scegliere il suo preferito non poteva che pensare al grande Pepe Schiaffino, nonostante -purtroppo- fosse un avversario, perchè giocava con il  Peñarol. Racconta che andava allo stadio solo per vederlo giocare, perchè gli piaceva osservarlo quando non aveva la palla, per i suoi movimenti e gli ordini che impartiva ai suoi compagni. Anche io, nel mio piccolo, sono un fanatico dei movimenti senza palla, quell’ordito quasi esoterico di movenze e linee solcate sul campo indecifrabile al profano in salotto.

Sono passati 60 anni dal Maracanazo, ma stasera, osservando quelle magliette celesti muoversi diligentemente per il campo, ci sembrerà a tutti di essere tornati indietro. Già, Obdulio Varela, il piccolo grande Uruguay, il Maracanazo..Ricorda Benedetti che nonostante la grande allegria che contagiò gli uruguaiani per aver vinto il mondiale in Brasile, quello che lo toccò molto, rendendolo quasi triste, fu pensare alla sofferenza che doveva aver subito dopo quella finale il portiere brasiliano Barbosa. Fu lui infatti ad essere accusato dal paese intero come responsabile dei due gol presi. Si portò dentro un così grande tormento che addirittura si ritirò dal calcio prima del tempo. Al di là di questo ricordo privato, per Benedetti quella giocata al Maracanà fu la partita che fece conoscere l’Uruguay al mondo:

Nos hizo mucho bien el fútbol. Fuimos campeones olímpicos de fútbol en los años veinte, en 1924 y en 1928, y en 1950 le ganamos a Brasil la final de la Copa del Mundo en el Maracaná. Gracias al fútbol nos conocieron en el mundo. ¡Cuando ganamos las Olimpíadas, en París, la gente no podía creer que un país tan chiquito, que casi no estaba en los mapas, saliera campeón! Cuando ganamos en 1924, me acuerdo que estábamos en Tacuarembó, y mi padre escuchaba una radio española con unos auriculares que no sé de dónde se sacó. En 1928, ya en Montevideo, seguíamos los resultados en la plaza Libertad, a través de unas pizarras. Uruguay jugaba la final, con Italia, y bajaban los cartelones: “Uruguay cede corner, Italia cobra off side”. ¡Uruguay ganó 3 – 2!”.

Dopo tanto tempo, è arrivato il momento di ripetersi. L’Uruguay ha bisogno di una tregua, e noi di un po’ di buona letteratura. Viva la Celeste, viva Uruguay!

venerdì 2 luglio 2010

Il destino di un tulipano

 
Se guardi indietro non dovrebbe esserci storia.
Cinque stelle al confronto di nessuna.
 
Lo strapotere fatto di vittorie e colpi di tacco da un lato, il calcio bello ed impossibile dall’altro.
 
Il gioco dei singoli contro quello di squadra.
 
Non vedo l’ora.
 
Il Brasile difensivo sfida l’Olanda senza punte.
 
L’appannato Kakà e le giocate di Sneijder.
 
Il giocoliere Robinho e la totalità di Dirk Kuyt.
 
Dunga è tranquillo. Ha assemblato una corrazzata. Ha il miglior portiere al mondo. Due centrali che chiunque sognerebbe e una fascia destra da non credere. Un attacco non fra i più belli di tutti i tempi, ma che funziona. Nel mezzo una semplice e precisa diga. Non si è inventato chissà che schemi: ha semplicemente preso il Brasile del ’94, dove lui era posizione e contrasti, e lo ha adattato al calcio di oggi. Gli ripetono che la sua squadra non incanta e che non fa le scintille. Lui se ne frega perchè anche sedici anni fa i numeri li facevano solo i due campioni d’attacco negli ultimi 10 metri.
 
Al contrario, Van Marwijk è costretto a lottare contro qualcosa più grande di lui. Un racconto di un Olanda che non ce l’ha mai fatta. Un destino incontovertibile e beffardo. Solo il Cigno riuscì a sconfiggere gli incubi olandesi. Nessun altro. Neppure il grande Johan.
Lui tenta. E lo fa nell’unica maniera perseguibile. Nessun punto di riferimento. Corsa e difesa. Corsa e attacco. Kuyt, Robben e Sneijder per far girare la testa. Dietro la mente di Van Bommel e i tackle di De Jong.
 
Uno dentro, l’altro fuori.
 
Oggi Dunga e Van Marwijck si giocano l’estetica. A modo loro. A storia loro.