mercoledì 30 giugno 2010

Africa addio

Lo voglio dire a mezza strada, col Mondiale che entra nel vivo, perchè dirlo prima sarebbe stato un pregiudizio e dirlo dopo troppo facile: mai più un Mondiale in Africa (quella subsahariana almeno). La goccia che ha fatto traboccare il mio vaso sono le immagini dei tifosi sugli spalti che si ripetono sul mio televisore ad ogni partita: tutti uguali, sempre festanti, con le facce dipinte, i cappelloni e le parrucche, gli occhialoni e le trombette. Sempre che ridono, che ballano, che cantano. Che si divertono. Non mi riferisco solo ai tifosi africani, che anzi sono le (più) vittime di questa indecenza, bestie al macello del folklore in mondovisione, figuranti pittoreschi dello spettacolone Fifa dal gusto glocal, spezie piccanti che insaporiscono l’immangiabile polpettone da vendere per i cinque continenti; ma a tutti quanti, perchè non c’è squadra che non abbia tra gli spalti il suo seguito di variopinti pagliacci (anche il rigoroso Giappone, con sommo dispiacere mio e di Mishima). Ecco, loro sono l’immagine, l’emblema, la diapositiva di un Mondiale orrendo, disputato in mala fede e nel posto sbagliato. Peraltro, è evidente che loro non sono tifosi. I tifosi allo stadio non ridono, non cantano e non ballano incipriati come al teatro di rivista, non si travestono come drag queen, non cercano di dare un senso alla propria esistenza nella fugace inquadratura di una telecamera. I tifosi allo stadio stanno in silenzio, soffrono, stemperano la tensione raccontando una storia o bevendo una birra. Non fanno i clown, non stanno al circo. Ecco, invece questo mondiale africano mi sembra niente di meno che un circo, una sorta di Eurovision del pallone. Fa ridere e fa schifo questo calcio, così rozzo, pornografico e lontano dall’ispirata poesia del Mondiale del’42 giocato in Patagonia e vinto dai mapuches inventato dalla penna di Soriano. La colpa, anche qui, non è dell’Africa in quanto tale, ma dello strumento che è diventata dopo essere passata tra le mani dei massoni calvinisti della Fifa. Questa retorica stucchevole, buonista, progressista che ci viene proposta del Sudafrica che ha superato l’Apartheid, del pacifico miscuglio delle razze, dell’Africa che va avanti sulle sue gambe, degli stadi pieni, dell’esplosione di gioia delle vuvuzelas..anche un cattivo maestro dell’esotismo educato e quindi molto gettonato tra le donne nonché spendibile all’Ultima Spiaggia come Bruce Chatwin avrebbe un sussulto di dignità, verità e cinismo di fronte a tante finte cartoline. Nonostante il titolo non voglio richiamare il cripto-fascismo nostalgicolonialista di Jacopetti, ma sì chiedere a Sky e alle altre testate scritte di regime di farci sentire e vedere ogni tanto anche qualcos’altro, tipo le bidonville dove vivono i neri, tipo i racconti dei boeri trucidati e le immagini delle loro eleganti fazendas ridotte a brandelli, tipo la caccia indiscriminata agli animali perchè i governi (sic!) non sono in grado di regolarla, tipo lo scandalo dei bianchi ricchi che vanno a fare i safari e sparano, rigorosamente al sicuro dentro a un blindato, ai leoni o agli gnu o alle gazzelle che dormono per poter poi esibire lo scalpo del mammifero nella sala hobby della villa all’Olgiata, tipo l’impossibilità dell’Africa post-coloniale tutta di sopravvivere da sola, testimoniata dai venditori di calzini che infestano le nostre strade, dalla rivolta di Rosarno, dai lussi europei della nomenklatura dei vari paesi africani, dalla sopravvivenza del carrozzone FAO. Perchè parliamoci chiaro, aveva detto tutto  Massimo Fini, l’Africa è il vizio oscuro dell’Occidente, è un gigantesco Kosovo, che non produce niente, che non serve a niente, se non a farci sentire in colpa e a dare ispirazione pret-a-porter ai registi in crisi che però si sono già giocati la carta sempre vincente della Shoah, l’Africa vive della questua della globalizzazione interessata cinese, russa, araba, americana e quel che rimane dell’Europa, e anche il calcio non fa eccezione, i giocatori vengono da noi, gli allenatori sono i nostri, e il Ghana è lì avanti solo per la gentilezza prezzolata degli orfani di Tito, perchè altrimenti sai che flop per il simpatico ke nako e l’allegra waka waka…La nostra influenza non è cambiata, selezioniamo ancora i giocatori che servono alle nostre squadre (mediani che corrono, punte che corrono, terzini che corrono, tutti molto resistenti, con certificazione ISO) così come prima selezionavamo le merci che servivano alle nostre industrie. Li facciamo arrivare su comodi boeing invece che su maleodoranti barconi. Li riempiamo di soldi (così Eto’o può fare qualcosa per il suo Paese, come richiestogli dal Governo di Yaoundè, regalando a tutti i compagni un orologio da trentamila euro..) invece che di frustate. Gli abbiamo dato l’illusione dello svezzamento, di avercela fatta, li abbiamo riempiti di armi e, facendo credere ai sessantottini alla Dario Fo che Mugabe era the right thing, abbiamo sacrificato una manciata di facce bianche per perpetuare la nostra muta ma redditizia presenza commerciale. Africa è provincia babba della globalizzazione, Mogadiscio è la sua Corleone, il Sudan il quartiere Brancaccio, ogni tanto scoppia qualche rivolta e si trova il Salvatore Giuliano della situazione e gli si mette un cappello leopardato d’astrakan in testa, ma poi c’è sempre la copertina luccicante del Sudafrica da vendere ed esportare che neanche Camilleri l’avrebbe ricreata così bene, con Mandela a fare da “Montalbano sooono”. Anche questi Mondiali sono l’ennesimo mattone della nostra costruzione: li abbiamo fatti sentire importanti, dandogli il comando delle operazioni, salvo versare le commesse dei lavori, degli sponsor e delle licenze  nelle casse dei nostri imprenditori e delle nostre banche, perchè la mensa Uefa a Nyon ha costi mica male, gli abbiamo lasciato colorare i volti, ricreando posticciamente le tradizioni dei popoli nomadi ad uso e consumo degli spettatori d’Occidente, tra uno spot della Heineken e uno della McDonald’s, abbiamo occultato i cadaveri della Storia e del presente, spostando l’attenzione sui quattro calci a un pallone. E allora si sbagliava Jacopetti, quando quarant’anni fa faceva dire alla sua voce narrante che 
si concludono così due secoli di storia. L’Europa ha fretta di andarsene ed in punta di piedi, anche se a conti fatti ha dato assai più di quanto ha preso. L’Europa, il continente che ha tenuto l’Africa a balia, non ce la fa più con questo grosso bambino nero cresciuto troppo in fretta, che frequenta cattivi compagni e che per di più la mette in croce perché ha la pelle bianca e così l’abbandona, ancora inquieto ed immaturo, proprio nel momento in cui avrebbe tanto bisogno di lei! Così l’Africa esce dal suo medio-evo: posa la lancia per il fucile

perchè l’Europa invece è sempre lì, ha fatto posare agli africani la lancia e a qualcuno mette in mano i machete, perchè le riviste femminili del sabato vendono di più con le storie dei baby-guerriglieri, nitidamente immortalati da quegli stessi fotografi che due giorni dopo sono in un resort di Zanzibar per il calendario Pirelli,  a qualcun altro i preservativi, così le attempate giocatrici di bridge del nord possono svernare sulle isole ivoriane in compagnia di prestanti giovani locali, ad altri infine le vuzuzelas e i palloni, perchè anche il calcio è un bel guinzaglio, di quelli con il manico lungo ed elastico, altro che libertà, e lo si capisce proprio dalle facce giullaresche dei tifosi in tribuna visti in questo Mondiale, che, come i sorrisi delle ragazze nelle riviste porno, non riflettono alcuna allegria, ma provocano solo pena. Addio Africa, a mai più!


lunedì 28 giugno 2010

Il crollo dei dioscuri

Con l’uscita di Capello, dopo quella di Lippi, la caduta degli Dei è completa. I dioscuri sono crollati. Abbandonato il Maestro gli ex allievi prediletti si sono recati in terra africana per domare il mondo del calcio, per dimostrare, a se stessi prima di tutto, che anche senza la sua guida spirituale la gloria e il trionfo li avrebbero aspettati al di là del Capo di Buona Speranza. Ma il Tao non ama il miscuglio e l’indeterminatezza, l’incontro con le pene è stato inevitabile come lo sarebbe stato per il giovane Yan Hui se non fosse stato dissuaso da Confucio a tentare di salvare il Regno di Wei. Intanto, solo come il Conte di Montecristo, il Demiurgo sorride delle disfatte altrui nella sua tenuta di Monticiano pensando ai suoi ex figli migliori che, tracotanti, credevano di lavarsi la coscienza dall’impronta del suo magistero. Le dolci colline della campagna senese hanno il profilo seducente della vendetta attesa e meditata. La fortuna degli ingrati è finita e anche la squalifica presto avrà termine; Luciano potrà tornare acclamato e riverito quale risorsa indispensabile, l’immutabile capace di sopravvivere a se stesso e a tutte le epoche; la reincarnazione calcistica di Tallyerand. 

giovedì 24 giugno 2010

Il momento dell’ira

Tanto i giornali e le televisioni di regime, al guinzaglio di Lippi, parleranno della svista arbitrale sul salvataggio di Skrtel sulla linea (peraltro nettamente dentro la porta), del fuorigioco di Quagliarella che non c’era (mettetevi in fila, c’è prima quello di Delvecchio del 4-3 al derby), del fato avverso sull’occasionissima di Pepe all’ultimo secondo. Del cuore della Nazionale che ci ha creduto fino all’ultimo. Del bel gruppo che Lippi è riuscito comunque a creare (illuminante messaggio di Gegen a fine primo tempo). Ma la verità l’ha detta sempre Gegen via messaggio: in un paese civile li manderebbero in un gulag..Arrivare ultimi in un girone di debuttanti, con nazioni meno popolose di Roma, è una vergogna che solo l’abuso di questa parola e l’incapacità culturale del nostro paese di conoscere la tragedia, trasformando sempre tutto in farsa (le risate di Di Natale, il cucchiaio di Quagliarella, il terzo gol della Slovacchia segnato modello Benny Hill), riuscirà ad insabbiare. Tra qualche mese l’arrogante, presuntuoso e ignorante commissario tecnico che ci ha portato dolosamente alla disfatta sarà ospite pagato di qualche show di Raiuno presentato dal Carlo Conti della situazione su una spiaggia della Versilia, e ci si crogiolerà sull’amarcord degli eroi di Berlino. Tra qualche mese il campionato riprenderà e i giornali di regime (quelli il cui vice-direttore è in confidenza con i designatori arbitrali, e se la ridono) incenseranno lo spietato Di Natale, il carismatico Montolivo, il reattivo Marchetti, il decisivo Iaquinta. Ma andate a fare in culo, questo è il momento degli insulti, è il momento di aspettare la comitiva azzurra a Fiumicino e riempirli di schiaffi, sputi, monetine come se fossimo davanti all’Hotel Raphael. Questo è il momento di dimostrare la nostra indignazione sputando sul televisore ogni volta che sullo schermo compaiono Enrico Varriale, Carlo Paris, Fabrizio Failla e tutta la comitiva di ascari di viale Mazzini da noi profumatamente stipendiati per farci prendere per il culo. Gli stessi che si rammaricheranno per l’errore finale di Pepe, senza inchiodare il platinato commissario tecnico alla sua atroce responsabilità di averlo fatto trovare lì in quel preciso momento al posto di un Cassano, di un Miccoli, di un Balotelli, di un Totti, che quella palla vagante al novantasettesimo minuto l’avrebbero stoppata, si sarebbero bevuti due slovacchi tipo gin tonic e l’avrebbero piazzata sul secondo palo, il tutto in tre secondi. Per fortuna che la stampa di regime, quella che ha il colore dell’imbarazzo, e la televisione di regime, quella che ha una conduttrice in studio che urla per nascondere la sua vacuità, così come chi ha i Suv da gas al motore, hanno anche il capro espiatorio, il povero De Rossi, abbandonato in mezzo al campo dall’infortunio di Pirlo, l’unico fuoriclasse di questa comitiva. La colpa è la sua che ha sbagliato il passaggio del primo gol, come no!, mentre l’ottimo Marchetti dormiva, e poi dopo che i tuoi compagni si nascondono (Di Natale un coniglio), dopo che nessuno si fa vedere (guardate il movimento di quel finocchio di Montolivo, che invece di andare incontro si disinteressa del pallone), dopo che nessuno viene incontro (l’avesse fatto una volta quel pippone di Iaquinta), tanto vale dare la palla agli avversari, un gesto situazionista, e ve lo siete meritati. Il vero errore del povero De Rossi, che verrà crocifisso in suolo sudafricano, è stato partecipare a questa pantomima, a questa farsa, a questa miserabile agonia messa in scena dal tecnico di Viareggio. Avrebbe dovuto seguire l’esempio del suo Capitano, capire l’antifona e rifiutarsi di predicare il Vangelo a quei quattro analfabeti, tenersi le sue perle per chi le sa apprezzare e non regalarle ai porci che gli hanno messo a fianco. Ma sono errori di gioventù, li capirà anche lui. Chi resterà immacolato è il nostro ct, perchè tanto l’Italia è il paese dell’impunità, in cui nessuno paga mai per nulla, a Viareggio le Ferrovie hanno fatto una ventina di vittime innocenti ma il disastro colposo verrà gentilmente archiviato, e così il viareggino ha portato al patibolo ventritre disperati ma nessuno gli chiederà mai il conto. Perchè non ha mai fatto giocare un indiavolato Quagliarella, capace di segnare una tripletta in un tempo, preferendogli i bianconeri Marchisio e Camoranesi? Perchè si è portato un semianalfabeta come Di Natale, uno con una personalità da portiere di Monti Parioli, di quelli che non sanno neanche se accettare o meno la raccomandata del postino? Perchè ha insistito con un pippone (perchè diciamolo cazzo, è sempre stato un pippone! Un pippone generoso resta sempre un pippone) come Iaquinta, per di più fuori forma, che non ne ha presa una, di testa, di piede, di niente? Perchè ha riproposto l’inguardabile Cannavaro, perchè ci ha ammorbato con l’effemminato Montolivo, uno che se avesse tre guance le porgerebbe tutte e tre per farsi schiaffeggiare, perchè ci ha inflitto la cafoneria calcistica di Pepe? Perchè il timido Criscito e non lo sfrontato Maggio? Perchè lo spompato Gilardino e non l’eccitato Pazzini, magari in coppia col suo mentore barese? Le cose uno se le deve meritare, e io sono felice che la giustizia divina abbia lasciato che la palla decisiva terminasse sul piede maleducato di Pepe, perchè non sarebbe stato giusto, non sarebbe stato meritato, non sarebbe stato neanche bello, non puoi far vomitare per due partite e mezzo, non puoi far vergognare un paese intero, non puoi fare quelle sceneggiate da Filumena Marturano dentro la porta, non puoi pensare di farla sempre franca coi pareggi degli altri, con le botte di culo, con questo cazzo di cuore. Era tutto scritto, noi l’avevamo già scritto, insomma abbiamo scherzato. Il Mondiale vero, per fortuna, comincia domenica.

lunedì 21 giugno 2010

Non Fa Ridere

L’altra sera a casa il buon Gegen aveva azzardato una battuta: “Noi non possiamo fare gol!”.. Tutti a ridere e a scherzare.
 
Ora, se permettete, non rido più.
Ieri è accaduto l’imbarazzante. Una Nazionale determinata, senza fenomeni ma con ottimi elementi (almeno sulla carta), Campione del Mondo non è riuscita a segnare (se non su rigore -dubbio?-) ad una squadra di dilettanti, di spazzolatori d’area, di piedi quadri!
 
Che rabbia!
 
Salvo solo Montolivo, Di Natale e Criscito. Gli unici che hanno tirato..
Gli altri li butto tutti. A partire da Cannavaro, che nessuno lo dice, ma ormai è un birillo (“Preso gol casuale” ha dichiarato..).
 
Che poi se entra il tiro di Wood altro che dentisti e Coree..
 
Prima del match avevo pure fatto questa considerazione: se tutti (Spagna, Francia, Inghilterra, Germania) hanno steccato (esclusi Diego e Olanda -ma che gol strambo quello di Snejider, per favore cambiate questi palloni!), se nessuno vuole questo Mondiale.. beh, tanto vale arrivare in fondo!
 
Come non detto. Non lo vogliamo neppure noi.
 
Saltare l’uomo, triangolare, andare sul fondo.. Tutti concetti che sono rimasti al Sestriere.

mercoledì 16 giugno 2010

Il sacro e il profano

Detesto Pelè. La sua voce sempre nel coro, la sua indole democristiana, la sua devozione alla FIFA. Parimenti, con in più tutto l’astio che nutro per i francofoni in generale, detesto Platini, il suo potere politico, il suo calcio patinato.  Ho sempre amato visceralmente ed incondizionatamente Maradona, le sue polemiche contro il potere, i suo fanatismi, le sue isterie, le sue debolezze.   D’altronde è come nella musica. O ami i Beatles o i Rolling Stones. O pendi dalle labbra di figuranti professionisti, oppure sei estasiato dal lungimirante virtuosismo elettrico di Hendrix.  Così al calcio, per l’appunto.   Parto da queste considerazioni per arrivare al punto. Il punto che arrovella i cervelli di tutti noi stolti, stupidi e ciechi appassionati del calcio capitolino.  Adriano, per intenderci.  Grasso, goffo, alcoolizzato. In una parola: SUBLIME.

Ripercorriamo. Stamattina sono uscito di buona lena; il lavoro mi affligge, tanto quanto l’afa tropicale che mi attendeva al varco.  Ecco che, afferrata la mia vespa per le orecchie come ogni mattina, mi trovo di fronte l’orrida visione.  Un poster delle dimensioni di un campo da tennis. Raffigura un “uomo” in mutande, pacco da capogiro, non un pelo uno, sopraciglia accattivanti alla Sharon Stone.  La pubblicità del sequel di Zoolander? Nientaffatto. Cristiano Ronaldo. Deus ex machina del calcio targato 2010.  Incerto sul da farsi, mi viene in mente – e qui vi giuro che smetto di divagare – la foto che ha fatto il giro del mondo negli ultimi giorni. Adriano che, in compagnia di un amico, si fa fotografare divertito con un bel mitra in mano.  L’immagine mi procura una certa ilarità, ma certamente meno imbarazzo.  Alcool per l’appunto. E poi donne, trans, feste, colori, favelas, San Paolo: questo evoca oggi Adriano.  Lo stesso Adriano che qualche hanno fa era dipinto come il nuovo genio del calcio. Un ragazzone con un talento enorme ed un carattere un po’ così. A Roma, si sa, l’equilibrio non è di casa. Ed allora un giorno aleggia uno scetticismo imperante, il giorno dopo si va tutti allo stadio a vedere la presentazione del nostro eroe.

FOLLIA PURA.  Io mi schiero volentieri: vai Adriano, facci divertire.  So bene i contro di un’operazione del genere: questo viene a Roma a divertirsi, spacca lo spogliatoio e vai col tango.  Di contro, io accetto la sfida. Potevamo avere un bel Tiribocchi su cui puntare, un Pellissier che tanto va sempre in doppia cifra.  Verissimo.  Potremmo avere però uno che a calcio sa giocare. Cosa assai rara. Uno che a calcio sa giocare eccome, e per di più ha una lista così di limiti caratteriali e dubbi personali. Uno che piace a me insomma. PASSIONE SIGNORI… e che il pacco se lo tenga ben stretto nei pantaloncini!

 

 
Si prevedono lacrime di Borghetti in abbondanza, per un motivo o per un altro.

martedì 15 giugno 2010

Non si può dare di più

Simone Pepe ha capito tutto. Ha firmato per la Juve prima dei Mondiali, e in un colpo solo si è ritrovato titolare inamovibile e migliore in campo secondo i giornali di regime. Uno guarda la partita e si domanda il motivo, avendo il Pepe solamente corso come un forsennato, senza azzeccare un solo passaggio; ma forse più che un Mondiale di calcio, quello africano è una kermesse di atletica leggera. O forse sono solo le vuvuzelas, armi di distruzione di massa dell’udito e della concentrazione, strumenti dell’olocausto acustico sudafricano, che ci hanno stordito, impedendoci di cogliere l’insostenibile leggerezza dell’ala di Albano. Al contrario, i poveri Pazzini e Palombo hanno nicchiato in sede contrattuale, ancora non si sono concessi alla Vecchia Signora, neanche nel feudo juventino del Sestrière, dove l’Italia si è allenata per fare un favore agli Agnelli (ma perchè nessun giornale scrive queste cose? Perchè nessuno si prende la briga di raccontare gli indizi che portano alla evidente conclusione che l’Italia di Lippi è una provincia babba della mafia post-moggiana?), e allora giacciono mestamente in panchina, osservando rassegnati un’improbabile staffetta tecnica (ma assolutamente plausibile vista la casacca di club) tra il leghista Marchisio e l’argentino Camoranesi, due fantasmi che si aggirano nello stadio di Cape Town.
Che poi, già si capisce, la colpa non è del povero Pepe. Lui ha fatto davvero una bella partita, secondo i suoi standard. A me poi fa anche piacere, perchè sembra un ragazzo perbene, sanguigno, volenteroso, perchè ha un trascorso giallorosso, perchè farà felice, davanti al maxi-schermo in piazza, il bel paese dei Colli nel cui ameno tribunale il sottoscritto è stato iniziato ai piaceri dell’udienza di gruppo. La colpa è di chi fa giocare lui e gli altri mediocri compagni che ieri sera ci hanno ammorbato con una serie infinita di passaggi fuori misura, contrasti molli, stop approssimativi e interventi in ritardo. Non fosse stato per il timido ed elegante Montolivo, il Rui Costa bergamasco, al quale, ormai è chiaro, mancheranno sempre mille lire per fare un milione, ma che, ciò nonostante, è l’unico che almeno ci prova ad accendere la luce in quell’ardente oscurità che Lippi ha calato sul terreno di gioco, dicevo, non fosse stato per il timido ed elegante Montolivo e per i suoi due-tre velleitari tentativi dalla distanza, avremmo chiuso la prima partita del Mondiale da campioni in carica senza aver tirato una sola volta nella porta del Paraguay. Ma questa considerazione è tutto tranne che sorprendente: uno legge lo schieramento messo in campo dal papà del procuratore Davide Lippi e la domanda sorge spontanea: ma chi segna? Come si segna? E siccome nel calcio si vince anche con i gol, perchè non basta solo non prenderli, la seconda domanda gode della stessa spontaneità della prima: ma avendo sistemato, alla fine, dignitosamente, il pacchetto arretrato (difesa e centrocampo a protezione della stessa, con un De Rossi superbo), non potevamo lasciar liberi di scorrazzare in avanti due o tre di quei talenti che Madre Natura ancora generosamente ci fornisce, in barba a qualsiasi riconoscenza? Che danno avrebbe fatto ieri sera Miccoli al posto di Iaquinta? Cassano al posto di Camoranesi? Totti al posto di Marchisio? Balotelli al posto di Di Natale? La controprova è ovviamente impossibile, ma mi lancio nell’immaginazione e dico che avremmo regalato spettacolo come la Germania (al riguardo, fermi tutti: che inizino a scendere i giornalisti doc dal nostro carro teutonico, quelli che solo l’altro giorno hanno scoperto il calcio allegro, sfrontato, giovanile, culturale e alcoolico della nuova Germania, quel calcio che tante volte abbiamo raccontato ed omaggiato su LB. Quel calcio che peraltro ha ancora tanto da dare, scorgendo i volti dei talenti seduti in panchina).
La cosa grave è che l’Italia non ha neanche giocato male, anzi, come intensità, voglia, determinazione ed equilibrio è stata encomiabile. Il Paraguay, non una brutta squadra, e con un discreto attacco, non a caso, non ha mai tirato in porta. Ma questo è ancor più grave perchè, sconfessando il trio Morandi, Ruggeri e Tozzi, temo che non si possa proprio dare di più. Probabilmente infilzeremo Nuova Zelanda e Slovacchia, ma più per decenza che per merito. Abbiamo di fronte l’Italia più modesta della nostra vita, e ne va modestamente preso atto. Sarebbe bastato poco a renderla almeno simpatica, ma la simpatia, a Viareggio, non sanno cosa sia. 

giovedì 10 giugno 2010

Se ci sei batti un Colpo

Il Direttore Sportivo bravo è quello che non aspetta il Mondiale per mettere a segno i colpi di mercato, ma li precede. L’esperienza insegna che il mese in cui si svolge la massima competizione della Fifa è il brodo di coltura ideale per i flop destinati a ballare una sola estate, con curiosa analogia con il Festivalbar. I giocatori-tormentone sono quanto di peggio per le casse di una società, ammaliata prima dalle prodezze concentrate nell’exploit di tre-quattro partite, tradita poi dall’inettitudine lunga un’intera stagione, sotto lo schiaffo di uno stipendio d’oro. I casi di meteore estive sono tanti e tutti vividi nelle nostre memorie, a partire dal buon Totò Schillaci per finire con il russo Pavlyuchenko, passando per i vari Salenko, Diouf, Hasan Sas, Baros, Ahn, Ilhan Mansiz; ma questa è solo la punta di un iceberg che, sommerso, significa contratti strappati a cifre molto maggiori rispetto all’effettivo valore del giocatore.
Ecco che allora un Direttore Sportivo bravo come Marotta, chiamato a confermare le sue doti anche nell’esigente salotto di casa Agnelli (quella famiglia di mecenati che col cavolo che ha donato a Torino la sua collezione d’arte contemporanea, come fanno i tycoon illuminati d’oltreoceano, l’ha data in comodato!), non aspetta il Quark Hotel per accaparrarsi i servigi di quella che sarà la vera rivelazione del Mondiale sudafricano, quel Simone Pepe che nasce punta nella Primavera della Roma e in seguito indietreggia a centro-panchinaro prima e ala di riserva poi nel Teramo, nel Palermo e nell’Udinese. In Slovacchia già non dormono la notte pensando a come fermare l’inarrestabile Garrincha di Albano, in Paraguay stanno provando un modulo speciale che prevede l’utilizzo contemporaneo di cinque terzini sinistri nutriti per una settimana consecutiva con l’immangiabile (e solida) sopa paraguaya (nella foto), dalla Nuova Zelanda gira voce che per l’occasione verranno schierati direttamente gli All-Blacks e non i calciatori. Prevedendo tutto ciò, il buon Marotta si è assicurato il prestito oneroso di Pepe per l’irrisoria cifra di un paio di milioncini di euro – un vero colpo da maestro.
Uno che incredibilmente (visto che tutti i suoi compagni di squadra ci sono andati, anche Inler, Asamoah e Orellana, per dire) in Sudafrica non c’è è Gaetano D’Agostino, eterna promessa del centrocampo italiano che si è accasato a fari spenti alla Fiorentina. Storia curiosa la sua: da ragazzo faceva sfracelli nella Primavera della Roma (comunque c’è qualcosa che non va nella Primavera della Roma, perchè chiunque fa sfracelli, vedi appunto Pepe e D’Agostino, ma anche i vari Choutos e Corvia), poi però quando veniva schierato in campo aveva paura di farsi dare e giocare il pallone, certo un limite caratteriale insormontabile per uno che vuole fare il regista avanzato; dopo alcune stagioni discrete, l’anno scorso sembrava in procinto di trovare la sua consacrazione a Torino, ma Pozzo non ha voluto chiudere a 15 milioni di euro, facendogli passare così sotto il naso il miglior treno della sua carriera; senonché, quest’anno l’ha venduto a un terzo di quella cifra (sebbene in comproprietà) ai viola, che poi mi sembra ancora un prezzo spropositato per un giocatore sopravvaluttato. Se ne deduce che: a) Pozzo ha fatto una cazzata b) D’Agostino è entrato nel suo declino c) la Fiorentina non avrebbe mai dovuto vendere Liverani. Apriamo una parentesi su Fabio Liverani (nella foto: mentre festeggia al Circo Massimo lo scudetto della Roma, pur giocando con i cugini): come si è potuto sottovalutare con tanta costanza e disciplina uno dei più evidenti talenti della nostra serie A? Uno capace sempre, anche quest’annno, di guidare squadre di medio-alto livello giocando a ritmi da piano-bar, in un tripudio di tocchi dolci di sinistro, finte di corpo da balera e arabeschi di tacco? Il Gianluca Pozzi del calcio meritava molto di più, in particolare una convocazione a Sudafrica 2010 al posto di Montolivo. Però vi faccio una profezia: come quei giocatori amatoriali di tennis che sciolgono braccio e tensione solo negli ultimi due games, così anche D’Agostino vivrà i suoi anni d’oro solo al termine della carriera, in qualche squadra di mezza classifica di serie B, modello Lamberto Zauli per intenderci.
Un Direttore Sportivo bravo ora farebbe carte false pur di portare Joe Cole alla propria corte. Il nuovo Gascoigne, non a caso, si dice che sia nel mirino della Lazio, l’unica piazza italiana culturalmente capace di apprezzare il piccolo e luciferino talento inglese. Peccato che alla piazza casual non corrisponde un presidente degno, e tanto meno un Direttore Sportivo adeguato, e che soprattutto lo stipendio di Cole sarà altamente oltre i parametri etici del salary cap lotitiano. E’ un peccato, perchè ci sono delle cose che, se vogliono essere dette con un certo stile, possono essere dette solo in un modo, altrimenti è meglio non dirle, e Joe Cole-Lazio è il caso esemplare. Ma i tifosi biancocelesti hanno di che stare allegri, perchè Daniel Fonseca ha venduto a Lotito un minivan pieno di giocatori della sua scuderia (nella foto, in procinto di partire da Montevideo. Arriveranno a Roma per la terza di campionato), sicuramente dei fenomeni (peraltro tutta gente dal nome, ruolo e passaporto fungibile).
Infine, il buon Direttore Sportivo non aspetta i Mondiali per fornire al proprio presidente il nome del nuovo allenatore. Ecco allora l’annunciato arrivo a Milano, sponda nerazzurra, di Rafa Benitez.Una scelta curiosa e coraggiosa. Alla Pinetina hanno scelto la continuità pur cambiando il direttore d’orchestra, sperando che la proprietà commutativa funzioni non solo nelle addizioni, ma anche nel calcio. Benitez è allo stesso tempo uguale a Mourinho e il contrario di Mourinho: uguale perchè è giovane, iberico, preparatissimo, maniacale, difensivista, laureato all’ISEF, italo-parlante, forgiato in Inghilterra; ma allo stesso tempo è il contrario perchè è educato, discreto, colto, perbene, privo di fascino e charme, un non-personaggio. Calcisticamente però i due parlano la stessa lingua, tant’è che il loro scontro più epico (una semifinale di Champions League di qualche anno fa) fu un estenuante equilibrio deciso solo da un non-gol di Luis Garcia. E’ un grosso rischio, ma se i colpi delle acerrime nemiche si chiamano Pepe, Adriano, Yepes e D’Agostino, allora a Milano possono dormire sonni tranquilli, e gustarsi il Mondiale senza bisogno di perdersi dietro a qualche flop.

venerdì 4 giugno 2010

Note a margine di una settimana soporifera

Parliamoci chiaro: in questo periodo non c’è niente di cui parlare. I campionati sono finiti, i Mondiali devono ancora iniziare, l’esaurimento nervoso del calciomercato all’Hotel Quark è solo un lontano miraggio. Mi domando come sopravvivono i bar di provincia, con i tavoli di plastica rossi, gli ombrelloni della Nestea e i vecchi con la camicia a quadri e le coppole. L’impresa della Schiavone non basta. Come una cedrata Tassoni che rinfresca la gola, c’è bisogno di qualche argomento di discussione. Proverò a gettarne qualcuno sul tavolo.
1. L’Italia. Per commentare l’obbrobbriosa prestazione che la nazionale azzurra ha offerto ieri contro il Messico (sconfitta per 2 a 1, quando i gol degli uomini di Aguirre avrebbero potuto essere almeno il doppio, giocasse ancora bomber Borgetti), bastano quattro parole: Miccoli Totti Cassano Balotelli. In realtà anche tre sono sufficienti: Pepe Quagliarella Cannavaro. Proviamo con due: Javier Aguirre. Infine una sola: rassegnazione.
I quattro esclusi sono infatti l’emblema dello schiaffo morale che, contento lui, il simpatico Marcello Lippi ha voluto infliggere all’intera nazione e ai milioni di compatrioti sparsi per le “pizzerie Salvatore” del mondo. Rimane un mistero questa auto-evirazione, questa trasformazione forzata da macho latino a eunuco, questo acuto farinelliano alla castrazione. Io sono d’accordo, l’ho sempre pensato, che un Mondiale non lo si vince con l’attacco (Schillaci ’90, Baggio ’94, Vieri ’98, Totti ’02) ma con la difesa (Cannavaro ’06); però, santoddio, almeno un-buon-motivo-uno per accendere la televisione me lo dovete dare, altrimenti me ne vado all’arena Tiziano a vedere un bel film, piuttosto che le sgroppate (sic) di Iaquinta e Pepe sulle fasce..
I tre pipponi che ho indicato rappresentano il secondo mistero. Quale timore può incutere negli avversari (“oh no, stanno facendo entrare Quagliarella, siamo fritti!”), quale entusiasmo può generare nei compagni (“evvai, ora che entra Pepe non li facciamo più uscire dall’area di rigore!”), quale solleticazione della fantasia può indurre nel tifoso a casa (“Pina blocca i secondi, che sono troppo eccitato per mangiare e guardare Pepe e Quagliarella insieme!”) l’entrata in campo di Pepe e Quagliarella? Non ho niente contro di loro, per carità, è una generazione venuta male questa, ci può stare ogni tanto, ma non posso che sentirmi male pensando che, solo pochi anni fa, per l’abbondanza di talento che c’era gente (fenomeni rispetto a questi!) come Chiesa, Signori, Zola, Mancini, Di Canio, Carbone (solo per citarne alcuni) vedevano più volte la tribuna che il campo.
Javier Aguirre è uno dei migliori dieci allenatori al mondo. Riuscì a portare l’Osasuna in Champions League con una coppia d’attaccanti scartata dalla bassa Padana (Savo Milosevic e John Aloisi). Farà grandi cose anche in patria, con il suo Messico. Quindi, al di là di tutto, ci può stare la sconfitta di ieri.
Infine, la rassegnazione è il sentimento con cui ci prepariamo a vivere le prossime partite della squadra azzurra, e ho detto tutto.
2. Il mercato della Roma
Mi fa piacere che la società mi ascolta. Sono mesi che vado ripetendo che tutto tranne i brasiliani, e cosa fa l’immaginifico Pradè? Ne prende due che più brasiliani non si può. Il primo, il tracagnotto Simplicio (peraltro simile ad Arnold, che, da grande amico del blog e soprattutto sfegatato tifoso giallorosso qual era, salutiamo e accompagnamo nel suo ultimo viaggio), che a Palermo si è comportato come Emerson a Roma tanti anni fa, mettendosi d’accordo con un’altra squadra a metà stagione e fingendo la depressione per il resto delle settimane. Già me lo vedo che segna e si bacia la maglia (extra-small). Il secondo, uno dei maggiori oggetti di derisione anti-interista della mia vita, quell’Adriano che per due anni non l’ha buttata dentro neanche a porta vuota. Il nuovo Renato Portaluppi, che passerà le sue vacanze romane in uno dei centinaia locali brasiliani che infestano la città, in compagnia dei suoi amici verdeoro che ridono sempre e la mattina si sfrangono con la macchina in zona Casalpalocco. Sarà una barzelletta continua che non mi farà ridere neanche un po’. Questi arrivi poi significheranno cessioni eccellenti di due dei miei beniamini, Brighi e Toni, ma tanto, se le cose possono andare male, con Pradè è probabile che vadano ancora peggio.
3. Trova le differenze
In Italia c’è una squadra che vince tutto e una che arriva sempre seconda. C’è una squadra i cui giocatori migliori vogliono andare tutti via, per la fama, la vanità e i soldi, magari seguendo il loro allenatore che per lo stesso motivo se n’è andato. Eppure questa squadra, come sarebbe logico pensare, non è quella che arriva sempre seconda. No, al contrario, i migliori giocatori di questa seconda squadra, spesso nati nella città in cui questa squadra ha la sede, nonostante non vincano mai nulla e siano corteggiati da squadre e stipendi migliori, non se ne vogliono mai andare, perchè l’attaccamento alla maglia, il rispetto verso i tifosi e la qualità della vita non si possono comprare. Addirittura, ci sono giocatori di proprietà della prima squadra che giocano in prestito nella seconda squadra e che vogliono rimanere a tutti i costi in quest’ultima, anche se sanno che non vinceranno nulla, piuttosto che tornare nella prima, dove sanno che vinceranno tuto. Ecco, non vi dico quali sono queste due squadre, ma vi dico che la cosa mi riempie d’orgoglio.

mercoledì 2 giugno 2010

Apologia dell’Asse del Male Calcistico

Al prossimo mondiale non ci sarà la Cina.. capace di perdere miseramente in casa con Iraq e Qatar e di finire ingloriosamente ultima nel girone 1 dei gruppi di qualificazione asiatici.. Non ci saranno nemmeno Cuba, l’Iran ed il Venezuela.. A rappresentare l’Asse del Male è rimasta, solitaria, la Repubblica Democratica Popolare di Corea.. la luminosa Chosŏn Minjujuŭi Inmin Konghwaguk.. che per semplicità, ed in ossequio al verbo imperiale, chiameremo DPRK.. squadra di cui i reietti della terra saranno strenui sostenitori nella loro lotta contro le tigri di carta dell’imperialismo pallonaro..

Con 3 vittorie, 3 pareggi e 2 sconfitte, la compagine della DPRK si è qualificata ai mondiali sudafricani solo all’ultima giornata.. seconda solo alla Sud Corea e superando squadre nettamente più forti come gli Emirati Arabi, l’Arabia Saudita e l’Iran.. Il 17 giugno, mentre l’Iran veniva raggiunto sull’1-1 a Seul da un gol di Park Ji-sung al minuto 82.. in una partita resa celebre dalla protesta dei giocatori iraniani che, sobillati dalle menzogne riformiste del Popolo di Gucci (copyright Il Foglio) di Tehran nord, giocarono con una fascia verde al braccio in segno di protesta contro il loro spettacolare governo.. la DPRK strappava a Riyadh lo 0-0 che consentiva loro di qualificarsi a spese proprio dei temutissimi iraniani.. Il merito della qualificazione, ottenuta con pochi gol fatti ed ancor meno subiti, da una squadra al 106° posto della classifica FIFA è tutto del tecnico Kim Jong-hun.. Spolverino nero e palpebre socchiuse in uno sguardo perennemente di trequarti.. Kim è un profondo conoscitore del pensiero di Sun Tzu, di Clausewitz e di Mao Zedong…. e fa giocare ai suoi un calcio basato su ferrea difesa, rapido recupero del pallone e fulminanti ripartenze collettive.. Se Mao sosteneva che “L’azione richiede una meditazione profonda (…) occorre tenere conto dei rapporti tra i fini e i mezzi nostri e del nemico: fra l’attacco e la difesa, fra il fronte e le retrovie..” Kim Jong-Hun ha dichiarato al sito ufficiale della FIFA che la sua tattica e strategia vertono sul “massimizzare allo stesso tempo attacco e difesa..” Fosse nato a Setubal avrebbe già vinto due Champions..

Sul campo la DPRK è guidata dal capitano Hong Yong-jo… Attaccante di movimento alla Iaquinta (il paragone nasce per celebrare le virtù socialiste di forza e abnegazione del nostro eroe nazionale.. cazzo come siamo messi male..) il valoroso Hong, dopo essere esploso nel 4.25 (detto anche 25 Aprile) di Nampho, storica squadra della lega nordcoreana, è stato inviato dal soviet supremo ad apprendere i segreti del calcio europeo in paesi fratelli quali la Serbia e la Russia.. Hong, ha così potuto portare il verbo del Presidente Eterno Kim Il-sung per una stagione nel Bezanija di Belgrado (7 presenze ed 1 gol) e poi nel Fc Rostov (30 presenze, 3 gol), squadra nella quale milita tuttora.. Per proteggere il suo splendido gioiello, il soviet supremo lo fa accompagnare, fin dal suo primo viaggio nella terra degli slavi del sud.. da un nutrito contingente del servizio segreto del popolo (che anche qui, per semplicità ed in ossequio al verbo imperiale, chiameremo NSA.. come fossero una CIA qualsiasi..) La NSA della Repubblica Democratica Popolare di Corea, oltre a permettere all’intrepido Hong di svolgere una vita integerrima e funzionale al buon nome della madrepatria, si occupa anche di aiutarlo nella difficile impresa di resistere alle tentazioni rappresentate dalla stampa imperialista e borghese occidentale.. Memori dell’insegnamento staliniano che “le classi che debbono abbandonare il palcoscenico della storia sono sempre le ultime a convincersi che il loro ruolo è finito..” i bravi ragazzi della NSA si prodigano affinché le parole dei loro ardimentosi calciatori non vengano manipolate dal menzognero decadentismo dei media occidentali asserviti al capitale.. Così è stato anche per la bellissima intervista concessa da Jong Tae-se al domenicale della monarchia britannica The Observer..

Jong, partner d’attacco del prode capitano Hong, è oramai una stella nel firmamento del calcio dell’estremo oriente.. Esploso nel campionato continentale dell’Est asiatico del 2008, nel quale si è laureato capocannoniere con 2 gol in 3 partite.. in lui convivono etica maoista ed aperture ad occidente.. Ha infatti partecipato a spot pubblicitari con il collega sudcoreano del Manchester United Park Ji-sung e, dopo una lunga trafila nella J League (102 presenze e 41 gol con il Kawasaki Frontale) si è dichiarato pronto ad uno sbarco nella Premier League.. Figlio di madre nordcoreana e di padre nato in Giappone da genitori sudcoreani.. Jong nasce 26 anni fa nella larga comunità nordcoreana di Nagoya, in Giappone.. educato nelle storiche scuole del Chongryon.. l’associazione dei nordcoreani residenti nel paese del sole nascente, con funzioni anche diplomatiche essendo la DPRK non ufficialmente riconosciuta nonchè finianziatrice occulta del Nihon Sekigun, le Brigate Rosse giappopnesi.. Jong rifiutò in giovane età una presunta nazionalità sudcoreana per votarsi impavido al servizio del socialismo internazionale.. Né gli spot pubblicitari né l’antipatico soprannome di “Rooney del popolo” affibiatogli con sarcasmo dal perfido occidente lo distrarranno quindi dal suo scopo.. “segnare almeno un gol ai mondiali..” La doppietta rifilata due settimane fa in amichevole alla Grecia in terra d’Austria è di  ottimo auspicio.. Inserita nel girone di ferro con Brasile, Portogallo e Costa D’Avorio.. la compagine socialista ha infatti possibilità pressoché nulle di ripetere il grande exploit rivoluzionario che la vide protagonista ai mondiali del ’66.. segnare un gol è tutto quello che il leader supremo Kim Jong-il chiede ai suoi ragazzi.. Anche perché il supremo è molto infastidito dagli schiamazzi dei vicini della multinazionale sudcoreana.. che, se ai mondiali avranno maggiori possibilità di eccellere essendo stati inseriti nel comodo girone B in compagnia di Argentina, Grecia e Nigeria, se dovesse scoppiare una guerra intorno al 38° parallelo sarebbero però spazzati via da quell’amorevole bomba di kubrickiana memoria.. Le due coree come ben saprete, a seguito dell’affondamento della famigerata nave sudcoreana Chenoan, sono infatti sul piede di guerra.. Molti analisti concordano nel ritenere che dietro queste scaramucce si stiano in verità sfidando la Cina e gli Stati Uniti..

Per la sublime ironia dei corsi e dei ricorsi storici.. quarant’anni fa la storica partita di ping pong che sigillò l’alleanza tra Cina e Stati Uniti.. e per cui Kissinger vinse il premio Nobel per la pace.. (per avere fermato una guerra che non c’era.. come si disse poi..) si disputò proprio a Nagoya, Giappone, città natale del compagno Jong Tae-se (il Rooney del popolo) Ora, è molto improbabile che possa esserci a Johannesburg la riedizione calcistica di quel match.. anche perché le due coree potrebbero incontrarsi solo dai quarti di finale, e come abbiamo visto i ragazzi di Kim Jong-hun saranno impossibilitati anche solo a vincere una partita.. (ed anche perché sennò ci sarebbe il rischio che Hilary Clinton possa vincere un Nobel per la pace.. e questo non lo vuole nessuno.. va bene Kissinger.. ma non esageriamo..) Ma noi, nonostante le sconfitte della storia, continuiamo a crederci.. E così come sappiamo che è stato un gol del vicino di casa sudcoreano Park Ji-sung a regalare ai ragazzi della Repubblica Popolare il biglietto per il Sudafrica.. vogliamo che siano una partita di calcio e un gol di Jong Tae-se a siglare la pace nell’estremo oriente.. lì dove non c’è nemmeno la guerra.. Ed ecco perché.. contro ogni pronostico ed alla faccia delle tigri di carta dell’imperialismo pallonaro che si divideranno come al solito la torta in Sudafrica.. così come la grande madre rossa cinese, che oltre a fornire alla squadra abbigliamento tecnico ed attrezzature sportive manderà anche un contingente di mille partigiani a sostenere ai ragazzi della DPRK.. anche ad Holloway Road, sempre fedeli alla linea anche quando la linea non c’è, sventoleranno le bandiere della luminosa Chosŏn Minjujuŭi Inmin Konghwaguk.. Che la rivoluzione sia con voi..