martedì 30 gennaio 2018

Un encomio per Montolivo

Era proprio così. In lui in ogni sua parte c’era sempre qualcosa di particolare, lo volesse o meno, e si ritrovava sempre solo ed estromesso dalle cose ordinarie e comuni, benché nonostante tutto non fosse proprio uno zingaro nel carrozzone verde, piuttosto un figlio del console Kröger, della famiglia dei Kröger. . . 

Thomas Mann era, è noto, di Lubecca. Ma la città natale di Tonio Kröger non è mai nominata, in nessuna pagina del libro: sappiamo solo che vive in una città tedesca del Nord, una che affaccia sul Mar Baltico. Nulla ci vieta dunque di pensare che quella città sia Kiel, e che Tonio Kröger sia quindi concittadino di Riccardo Montolivo: con la differenza che il personaggio di Mann aveva la madre latina, mentre nel caso di Montolivo è il padre a provenire dal caldo e musicale Sud (Bergamo). Ma questa differenza è più apparente che reale, perché Montolivo non è mai vissuto a Kiel, dove pure trascorreva le estati da bambino: Montolivo vive in Italia, e la sua esperienza - quella di una diversità e di una lontananza dal mondo esteriore per parte materna - è pari a quella di Tonio.

Riccardo Montolivo condivide con Tonio Kröger anche una certa languidezza, una distrazione che proviene forse da quella duplicità e che, nel caso di Tonio, è anche una languidezza artistica; nel caso di Montolivo non ci sono prove evidenti di un animo artistico, eppure esso gli viene affibbiato, proprio per il suo apparire molle e, in un certo senso, poco virile. Il paradosso essendo, ovviamente, che Tonio è, a Lubecca, un estraneo e un diverso per il suo nome comico e soprattutto per la sua apparenza di meridionale, per i suoi delicati occhi scuri (…) sognanti e un po’ timidi, per il passo disordinato e irregolare, tanto lontano dalla perfetta coordinazione del suo amico Hans; mentre Montolivo, in Italia, è condannato dai suoi occhi acquamarina, dal pallore gentile, dai capelli color cenere di un putto, da tutto un sembiante efebico che ci pare impossibile associare a un centrocampista centrale che gioca anche e soprattutto in opposizione e in interdizione.

Avessi occhi azzurri come i tuoi, pensava, e potessi vivere in tranquilla e felice armonia con il mondo come te, sempre occupato in qualcosa di apprezzabile e comunemente condivisibile!

Riccardo Montolivo sembra, perché in effetti è, un tedesco; ma un particolare genere di tedesco, radicato nell’animo degli italiani fin dai tempi del Grand Tour, come tipo nazionale, e almeno dall’epoca del Rinascimento, come tipo umano e artistico. Non il tedesco caciarone e festaiolo che viene in vacanza in Italia, di solito distinto dai capelli fulvi e dall’incarnato pure rossiccio - diciamo un Becker -, né l’ufficiale dai tratti acuminati e dalla bellezza crudele alla Helmut Berger, e neppure il guerriero germanico dalle ossa frontali prominenti. Un classico tedesco di questa foggia, e questo la dice lunga sul modo in cui il destino si è fatto beffe di Riccardo Montolivo, è Massimo Ambrosini, l’uomo che Montolivo ha sostituito al Milan. E anche qui, forse, sta una parte del problema: perché se Ambrosini è il teutone, anzi il Cimbro, il germano nudo e spaventoso, Montolivo è tutt’altro tedesco.

Non proviene dalle foreste nere e terribili, non incute timore atavico nell’animo dei latini con uno sguardo privo di sopracciglia; Montolivo è un baltico, ha gli occhi acquatici, non metallici, e non fa paura: inquieta, semmai, e va respinto. Il motivo per cui inquieta è in un certo senso reso razionale, benché certo non legittimato o ripulito, per mezzo di quel vecchio, strisciante machismo latino, cui tanto più ci si aggrappa quanto meno ci si sente sicuri (non credo di dover durare molta fatica a convincere i lettori che, quando si dice che Montolivo non ha carattere, non ha grinta, difetta di agonismo, si ammicca in realtà alla sua figura femminea e a una mollezza, molto presunta, che ne sarebbe derivante): perché dietro quel machismo, quella mezza omofobia che ride di Montolivo il moscio, c’è un incubo più sottile e penetrante, non relativo all’eros bensì allo thanatos. C’è la sua bellezza placida, immutabile, stagnante; la sua maschera che richiama quella di una terra eternamente calma e perennemente suicida, uno di quei volti ripescati da una torbiera senza che si riesca ad attribuirli a un condannato o a un suicida, tale è la comune rassegnazione alla fine di quelle terre mobili e assieme imperturbabili.

L’unico modo che avesse di farsi accettare, il baltico Montolivo, era perciò quello di risultare radicalmente diverso, estraneo, altro; il che, sul campo, significava giocare da mezzala, da elfo di classe, sregolato - dunque lontano da noi e da quello che ci ferma e definisce - ed etereo, distante mille miglia da noi. Allora sì che le sue chiome biondo cenere e i suoi occhi turchesi ci sarebbero piaciuti, avrebbero avuto senso e bellezza; opere d’arte, mondi incomprensibili, che ammiriamo senza rispecchiarci in esse, senza davvero capirle, soprattutto senza, per esse, dover provare una qualche empatia. È da quando giocava all’Atalanta che lo sogniamo così. Il campo, purtroppo, e quindi presumibilmente la volontà stessa dell’uomo e del calciatore, hanno sempre parlato diversamente: Montolivo non ha forse genio, di sicuro non ha sregolatezza. Posto in un sistema poco chiaro, lasciato a una cronica mancanza di ordine e di ordini, affonda; anzi, da baltico, si lascia afferrare dal terreno umido, ne viene ricoperto, sempre senza mutare la sua maschera da torbiera. Quando invece i compiti sono precisi, e la collaborazione della squadra puntuale e determinata, ecco che Montolivo rifulge: se ha qualcosa del tedesco è l’applicazione, il gesto implacabile ma dovuto, compiuto con la stessa rassegnazione con cui ci si arrende al Caos. Quello che gli manca di agonismo Montolivo lo rimborsa ampiamente con la dedizione, con la sua dedizione muta che lui è il primo a dare per scontata e che nessun altro, non necessariamente per malafede, gli riconosce. D’altronde non gli riconoscono neanche i numeri, le statistiche: se i fatti dicono che è il miglior recupera-palloni dal campionato, qualcuno risponderà che sono tutti palloni che ha perso lui: non è vero, ma fa abbastanza ridere, e nell’Era Ironica uno con la faccia di Montolivo partirà sempre sconfitto.

Si struggeva però nel voler essere amato da lui così com’era, e chiedeva quest’affetto alla sua maniera, una maniera quasi sorniona ed intima, ricolma di dedizione, sofferenza e malinconia, una malinconia così profonda e struggente da poter paralizzare qualsiasi slancio improvviso che pure ci si sarebbe potuti attendere dalle sue inconsuete ed inusuali sembianze.

Montolivo è anche, tra le altre cose, un canarino. Come i canarini in miniera, il centrocampista italo-tedesco è un rilevatore infallibile: finché il pallone scorre fluido ed efficace, Montolivo canta e splende, nei suoi possedimenti invalicabili di centrocampo e coi suoi cambi di gioco. Quando tutto si affloscia, Montolivo muore. E di certo è facile dire, e non del tutto inesatto, che sia rimasto morto per buona parte della propria carriera: ma se uno guarda poi in quali squadre ha giocato, e in che stagioni, dovrà pur ammettere che la sua vitalità è stata semmai encomiabile, e che anzi la sua paziente pertinacia ha contribuito a sorreggere scheletri fragili. Che li abbia salvati, questo non sarebbe vero, ma salvare qualcuno non è mai stato nelle sue capacità e neanche, credo, nelle sue corde. È discreto in un contesto mediocre, mai di più, gli contestano i suoi detrattori; ma né loro né la sorte hanno ritenuto di doverlo provare in una squadra buona o più che buona.

Perché la felicità, ripeteva a se stesso, non è essere amati: questa può essere soltanto una soddisfazione per la propria vanità mista a disgusto. La vera felicità è amare, e, forse, riuscire in piccoli quanto illusori avvicinamenti all’oggetto amato.

Visto ciò, non si capisce, se la si vede onestamente, su cosa poggino le critiche; ché nessuno può accusare Montolivo di aver rovinato un meccanismo funzionante, o anche solo di essere mai stato troppo scarso per una formazione in cui è sceso in campo. Quello che gli si rimprovera è invece di non essere un’altra persona e un altro giocatore, di non essere, per la precisione, un fenomeno del pallone, un artista. In questo, apparentemente, Tonio Kröger e Riccardo Montolivo differiscono di nuovo: giacché il primo è distante e diverso proprio perché persuaso da subito della propria natura di artista, mentre il secondo sceglie di essere un mediano, ovvero, nel contesto calcistico, il più umile e meno specializzato degli operai. Eppure anche questa differenza è illusoria. Sia Tonio sia Riccardo sono ciò che la loro indole o la natura li ha chiamati ad essere: come il primo accetta in modo estremamente rapido e indolore che la mondanissima e normalissima ragazza amata non lo ami ("Tonio Kröger sostò ancora un poco dinanzi a quell’altare ormai freddo, stupito e deluso di come in terra la fedeltà fosse impossibile. Poi si dette una scrollatina di spalle e se ne andò per la sua via"), così, forse, il secondo si sarà rapidamente fatto una ragione di quei quotidiani distillati d’odio che gli vengono fischiati e scritti da mezza Italia, anche quando esce dal campo con un legamento rotto. Di sicuro non pare averli subito troppo. Tonio sa, come lo sa Riccardo, che chi conduce una bella vita non lavora (wer lebt nicht arbeitet): in questo sta forse la loro comune presunta indolenza, che invece è rassegnazione, baltica a vederla dal di fuori, ma in realtà venata di orgoglio e di vivacità latina.

Perché ci vuole orgoglio per essere l’artista Tonio Kröger, provenendo da una famiglia e da un mondo borghesissimi, e ci vuole orgoglio, e un certo gusto della sfida, anche nel voler restare il mediano Montolivo in un paese in cui, Montolivo, lo odiano tutti. D’altronde questa piccata fierezza latina, magari leggermente narcisa, confina con il motivo reale e profondo di tutto quest’odio: perché il tedesco Montolivo viene odiato in quanto non abbastanza tedesco, in quanto tanto italiano da fare il mediano, in quanto tanto familiare e consueto da essere privo, nonostante i suoi tratti, di una qualsiasi lontananza da noi. Montolivo il tedesco è come noi: fingiamo di no, per poterlo meglio fischiare, ma la sua è una mediocrità che conosciamo bene. In fondo è la stessa mediocrità di chi tra noi si ritrova a trentacinque anni disoccupato, sottoccupato, irrisolto, di chi ha rovinato tutto e di chi non ha mai potuto provare nulla: ci fa meglio credere che abbiamo preso la facoltà sbagliata, non siamo competitivi, siamo choosy, ecc., piuttosto che prendere atto che i sogni sono finiti e che lo spazio del mediocre coincide perfettamente con quello del reale.

Se solo fosse più tedesco, Riccardo Montolivo; allora gli perdoneremmo tutto, se non dovessimo vedere nei suoi limiti i nostri, e nella sua carriera senza squilli la nostra stessa notte senza sogni.

Non componeva come chi debba forzosamente farlo per vivere, ma piuttosto come chi non possa far altro che scrivere, giudicandosi di per sé una nullità e desideroso di essere preso in considerazione solo quale un artefice, e se n’andava in giro senza clamore, come un attore struccato che non è nessuno finché non ha una parte da recitare. Scriveva in silenzio, appartato, quasi invisibile, pieno di disprezzo per tutti i piccini che ritengono la genialità soltanto un ornamento della società, per tutti quelli che, siano poveri o ricchi, se ne vanno in giro scapigliati e sciatti o sfoggiando cravatte di lusso, badando soprattutto a vivere una vita felice attraente ed artistica, incuranti del fatto che le buone opere nascono solo dallo stimolo di una vita cattiva, che chi conduce una bella vita non lavora, e che bisogna esser morti per essere in tutto e per tutto un creatore.

Ringrazio per la traduzione che ho utilizzato, e le note illuminanti, Heinrich Fleck. Le citazioni sono tutte tratte dalla versione disponibile al suo sito http://www.heinrichfleck.net/traduzioni/toniokroeger.pdf

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