lunedì 26 giugno 2017

Quanto mi resta, o sulla lazialità


Io non so se esista la lazialità, come dicono alcuni: pensarla come sistema di valori o come identità mi pare sciocco e ridicolo; ma può darsi che invece ci sia un insieme di atteggiamenti, un approccio alle cose, uno che in un certo senso è tipico dei laziali, che tra di essi si ritrova più spesso. Non, chiaro, una conseguenza dell’essere laziali; ma forse un qualcosa che porta inevitabilmente a diventarlo. E sono convinta che tutto questo lo capiscano meglio le donne, anzi che per comprendere davvero la lazialità serva essere donne: perché quell’arroganza impaurita, quel maschilismo strano, quel modo di ragionare e vedere le cose che costituiscono la lazialità gli uomini lo tratteggiano, lo descrivono, lo teorizzano, ma non lo sperimentano sul serio; noi, invece, in determinate circostanze lo viviamo e lo conteniamo.

Io, ad esempio, laziale lo sono divenuta. Da ragazzina non ero nulla; forse tifavo Zidane, perché piaceva a mio padre, che ha un debole per le cose potenti ed eleganti, come il nuoto, i ponti ferroviari di ferro, Zidane. Mio padre viene da una famiglia contadina; se pensate però che sia strano che un contadino ami per istinto e per gusto le cose raffinate, come se poi in campagna non ci siano le pievi di mattone, i cardi, i cavalli e tante altri esempi di racchiusa bellezza, allora non potete capire me, la mia storia, e neanche la Lazio.

La Lazio l’ho incontrata attraverso di lui, a Roma. Lui che non era bello, che non era neanche raffinato, perché si vantava troppo dei propri gusti di nicchia per essere davvero elegante (e, anche, perché qualcuno credesse che quei gusti fossero nulla più di una posa), ma che era lui. Non dico che a me bastasse: non dico che fosse tutto, perché anche mentre stavamo assieme vedevo le sue mancanze, ma per un periodo è stato sufficiente. In altre circostanze, forse, lui mi sarebbe bastato tutta la vita. Anche il tifo biancoceleste, che pure credo fosse per lui una preferenza infantile, rientrava nei suoi gusti di nicchia, nei riferimenti complicati, nei marchi costosi, in quel mondo suo e dei suoi amici che erano tanto più uguali e conformisti quanto più vociavano di essere diversi e originali. Quei marchi, quelle appartenenze violente rivendicate a gran voce, quegli slogan, tutto ciò mi è rimasto estraneo e non mi è mai piaciuto; la Lazio invece l’ho fatta mia, perché di tutto il pacchetto, come dire, mi è sempre parsa la manifestazione più onesta, più vera e più coraggiosa. E forse soprattutto perché a lui ho voluto bene e, per quanto si possano capire le persone, l’ho capito.

Quando dicevo e dico che tifo Lazio, nella mia provincia sonnacchiosa, ai miei conoscenti progressisti, mi rispondono che la Lazio è da fascisti. Ma non voler vedere nulla è da fascisti; una maglietta celeste con l’aquila non lo è affatto, per nessun motivo, e lo dico a ragion veduta, dopo aver frequentato per anni dei laziali che di fascismo blateravano anche troppo spesso. Solo che anche il fascismo era un loro fascismo di gruppetto, un marchio come un altro, uno di quelli di nicchia che piacevano a loro perché esclusivi, ignoti alla massa, e che poi alla fine ritrovavi anche sui diciassettenni in sala giochi in via Tagliamento. Non a che lui importasse davvero l'essere unico e originale; a lui tutti quei vizi e quelle forzature servivano per difendersi o per fuggire, al limite per non pensare e perché qualcuno lo facesse per lui. I suoi vizi e i suoi difetti erano perciò intrisi di terrore e di tristezza; solo la Lazio era un vizio felice, solo attraverso la Lazio lui sapeva ridere (sorrisi brevi, nervosi, increduli: i sorrisi di un laziale).

Io e lui, in fondo, non ci capivamo; meglio, io lo capivo, come capivo la Lazio, ma lui non poteva capire me e tante altre cose, perché tutte le sue energie se ne andavano in un gioco che era insieme nascondersi e travestirsi. Tutti noi fuggiamo da qualche demonio, ma i suoi erano peggiori (questo l’ho visto più tardi; non potevo saperlo allora), e non gli ho mai davvero fatto una colpa della sua vigliaccheria. Alla fine dei conti proteggersi non è da codardi; ma resta vero che più ti proteggi meno vedi il mondo, perché te lo impediscono inferriate e armature.

Era sincero e nudo, se mi passate l’espressione, solo quando facevamo l’amore, anzi nel momento finale dell’amore. Quando palpitava, si svuotava in me, mi moriva dentro, allora era quella persona che per il resto non ho mai conosciuto davvero, anzi, che non è mai davvero esistita se non in potenza. Questo gli accadeva non nel trionfo del possedere me, che all’epoca ero troppo bella per lui (sono passati tanti anni; non lo dico più per arroganza, semmai per una sorta di sorpresa, perché tutto era curioso e malcostruito nel nostro rapporto), ma nel momento successivo, quello che per tutti è di tristezza e che per lui era pauroso, disperato, perché il suo trionfo successivo - sempre momentaneo - era alla distanza massima, e perché adesso era lì, nudo e indifeso. In quel momento, in quel termine fra protervia e angoscia, era anche - se mi capite - particolarmente laziale. Ed io, se mai l’ho amato, l’ho amato allora, inadeguato, onesto, pulito com’era su quel letto giallo. Potevo dunque non diventare laziale?

(Il suo bisogno di sentirmi, di sapersi circondato e protetto in quel momento per lui così tremendo, un paio di volte mi regalò dei ritardi, che io vissi con un’ansia che forse ci avrebbe unito, se solo avessimo potuto viverla insieme; ma oggi a volte mi sorprendo a pensare che nostro figlio sarebbe stato bellissimo. Mi immagino anzi una femmina, con i capelli biondi come li aveva lui da bambino - me lo aveva raccontato con un rimpianto caldo e ingenuo, lui che a venticinque anni era già quasi calvo - e una magliettina celeste. Chi dice d’altronde che due individui inadeguati non possano avere figli bellissimi? Chi è il fascista adesso, e scusate se insisto?)

Una mattina - una notte; ma io lo seppi che era già mattina - i suoi demoni presero il sopravvento. Dovemmo separarci. Non ne fui stupita, e neanche addolorata; ferita sì, perché non avevo immaginato una fine simile. Solo anni dopo compresi quanto male aveva dovuto sentire lui, dai suoi demoni, se io che ne avevo sofferto solo di riflesso mi ero sentita così squassata. Solo anni dopo mi sono resa conto di quella che adesso per me è una verità assoluta e indiscutibile: ossia che un uomo merita maggiore comprensione e maggiore compassione per le proprie sofferenze quanto più queste sono autoinflitte. Oggi chi si ferisce da sé viene spesso deriso, o ignorato, quando non gli vengono assegnati premi Darwin e simili stupidaggini: ma se uno non può fidarsi neanche di se stesso, di chi altri potrebbe? Come può non commuovere l’esistenza di chi si divora da sé? Come può non richiedere ed esigere la compassione e la vicinanza degli altri esseri umani?

Ma tutto questo mi apparve chiaro troppo tempo dopo, e noi invece dovemmo lasciarci e perderci; a me, di lui, resta in fondo solo la Lazio. La Lazio che è per me un sentimento, più che un ricordo, e dunque è sempre attuale e sempre presente, anche se il calcio ormai lo seguo poco. E proprio perché più del calcio vivo il sentimento allora posso ammettere tranquillamente che essere della Lazio è un fatto che si accompagna spesso a un peculiare conformismo, a volte si colma di malcelato disprezzo, a volte appare banale e violenta; ma resta sempre un’appartenenza marginale, minoritaria, ridicolizzata ben più di quanto non dicano e contro i fatti e gli albi d’oro. Sacrificale, in un certo senso, e se è vero che il martire è spesso un narciso è pur vero che il sacrificio, anche quello dei presuntuosi, fa del bene agli altri. La Lazio, nel mio cuore, è l’onestà e l’inevitabilità di essere in fondo nudi e inadeguati, e di esserlo in piena coscienza e senza rassegnazione; per questo, quando mi dicono che tifo per i fascisti, mi viene da ridere. Non c’è niente di più antifascista dell’inadeguatezza, e dunque della Lazio.

lunedì 20 marzo 2017

Sette ritratti di donne in guisa di giocatori dell'Ancona



Emiliano Tarana

Succede, raramente succede, che tutto sia perfetto; che tutto quello che si prova riesce, che tutto ciò che si desidera accada. Ed è tanto più sorprendente, questa rarità, quando capita con qualcuno che ti avevano descritto e che tu stesso ti attendevi come una persona da poco, di qualità medie o mediocri: e invece voi due, quando siete insieme, siete un meccanismo che funziona a meraviglia, un gioco meccanico di quelli di una volta, uno stupore continuo e interminabile. Per essere più precisi, ciò che desta meraviglia è il fatto che sia lei ad essere così giusta, così adatta, così azzeccata in ogni piccola o grande cosa che fa per te, per voi: è lei che nessuno si aspettava, è lei che sembra, che anzi si rivela come tanto più grande di quel che si diceva, e che forse lei stessa pensava di essere.
In comune con i giochi meccanici del tempo che fu, la vostra relazione ha anche che nessuno vede quei precisi, magnifici, misteriosi meccanismi; essi sono nascosti dietro sottili lamiere smaltate, e scompaiono quando il turco suona la campana, quando lei ti sorride, quando la magia avviene.
E infatti, quando tra voi finisce - perché c’era una scadenza; perché, dicono, le cose belle non possono durare per sempre; perché un gioiello di persona come lei merita di meglio - quella magia non si ripete più. Quello che riusciva facile, anzi succedeva naturalmente, senza nessuno sforzo o artificio, d’improvviso non si ripresenta più. Ha un bel provare e girovagare: si dev’essere rotto qualcosa dietro quelle lamiere, e ciò che prima era gioiosa regola del fine settimana, quotidiana letizia di ogni uscita assieme sul prato verde, diviene ossessione, maledizione, ricerca malata e frustrata di un bene perduto per sempre.
Né potete tornare assieme, tu e lei: quel tempo è finito, non ci sono più le possibilità e le circostanze. Sicché la osservi da lontano, sempre più piccola, risucchiata in un gorgo nero di fallimenti. Ma tu stai meglio? Non lo sai, davvero. E non hai le forze o la volontà per dare la colpa a qualcuno di qualcosa: né a lei che è dovuta andar via, né a te che non hai saputo trattenerla, tantomeno al destino che, per essere onesti, non ha fatto nulla a quelle lamierine colorate. Puoi solo guardarla e pensare che comunque i giorni colmi di meraviglia, quello stupore davanti alla magia che capitava davanti ai vostri occhi, per quanto lontani e ormai incredibili, pure restano; pure sono accaduti, a lei che oggi è così piccola, a te che non sei mai cresciuto davvero.


Marco Schenardi

Io non so perché sei qui, ma non mi domando niente. Se parlassi, credo, romperei qualcosa; quello che è successo mentre io non guardavo, o non ci pensavo, quello che in ogni caso ti ha portato da me. Dire che sei troppo per me sembrerebbe frusto, sciocco, banale, o peggio puzzerebbe di quella finta autodenigrazione da cicisbeo (bello, “cicisbeo”, no? Normalmente mi vergognerei ad adoprarlo, mi sembrerebbe improbabile, ma se tu sei qui allora tutto càpita e ogni cosa si giustifica): diciamo allora, anzi constatiamo, constatiamo dunque soltanto che la tua presenza è inusuale e strana.
Io non ho mai visto, da me, nulla del genere; niente che avvicinasse la tua grazia terrena, continua, la grazia di chi replica in continuazione la propria bellezza, e ne è talmente conscio da non vederla più, o comunque da non vantarsene. Benché poi, la tua grazia, non sia in fondo che uno stesso gesto, semplicissimo, minimo, ripetuto all’infinito: ma sempre a tono, sempre con successo, sempre, tutto sommato, giustamente.
Devo farmi illusioni sulla tua permanenza? No, giacché non dipende da me, da un mio miglioramento, da una mia nuova grandezza che mi garantisca che il bello - che tu! - resti sempre con me, d’ora in poi. Tu sei una cometa dalla coda abbagliante, sei un albatros dalle ali infinite, e come loro passerai; ma come loro avrai impresso in cielo la tua grandezza, che è fatta di una sola natura immutabile, e che dunque non si guasta con il tempo. Intanto però sei qui; e forse un momento di te vale come fosse per sempre.


Pietro Parente

A volte si crede in qualcosa. A volte ci si impone di credere in qualcosa; è il vostro caso. Tu e lei, tu che cercavi, lei che non si sa bene cosa volesse; ma tu hai visto in lei, hai voluto vedere in lei, quello che cercavi. Tu hai pensato che potesse aiutarti, perfino completarti; e può darsi che anche lei ci abbia creduto, perché si è avvicinata a te con gioia, con il fare festoso di una giovane volpe, ti ha annusato e ha giocato con te. Siete stati felici? A momenti sì. Lei ha mai smesso di essere quel che era, che è sempre stata, e che tu non avevi visto o avevi ignorato? Mai.
Dunque di colpo la volpe, essendo volpe, ha morso la mano che le porgevi, quella mano che voleva accarezzarla, quella stessa mano che tante volte le avevi posato sul capo, senza nessun’altra reazione che un vago ronfare soddisfatto. E le tue ferite, per quanto inattese e dolorose, non sono meno ragionevoli e ingiustificate della felicità di ieri. Hai sbagliato tu, nel credere? Non saprei; forse è naturale sperare e illudersi: forse è tanto un errore quanto il morso di lei, che è dovuto in fondo solo al suo essere una creatura selvatica. Ma sì, mettiamola in questo modo: nessuno ha veramente colpa per ciò che è successo, era - forse - inevitabile.
Eppure le ferite sono tanto profonde, tanto inaspettate, tanto reali, che tutto quello che c’è stato prima non è più degno di fede. Ci avevi creduto tanto; e allora è inevitabile che oggi svanisca anche quello che ieri ti ha reso contento. Oggi non esiste più quello che ieri era vero; e dimentichi, anzi cancelli, anche la breve e intensa gioia che solo ieri ti guizzava negli occhi quando guardavi lei.



Nassim Mendil

Di cosa è fatto l’amore? Come il calcio, come la vita, come tutto ciò che è umano, è una valutazione, velocissima e forse del tutto inconscia. A uno pare allora di riconoscere in un profilo beffardo e deciso, in un gesto ironico ma elegante, un futuro, uno sviluppo, una promessa che nessuno ha esplicitato. A quell’uno sembra che ci sia un mondo dietro quel profilo, che la rapidità e secchezza di modi nascondano tesori; e che basti aspettare che un giorno quel tourbillon si plachi un momento, rallenti anche solo un poco, perché - come in un arcobaleno disegnato su una trottola - si riconoscano d’un colpo i colori, vividi, allegri, infiniti. E ogni colore, poi, ogni colore è una storia da ascoltare, un cammino da percorrere. L’unica cosa da fare è avere fiducia.
Tutto questo si pensa in un solo secondo, nell’attimo di mettere gli occhi su di una persona, su quella persona veloce e ironica.
Succede, tuttavia, che le valutazioni si sbaglino. Dietro quel profilo, oltre quel turbinio, quando lei si ferma in realtà non c’è molto: ecco si muove ancora, ancora un soffio, e quel tale distingue poco poco di quel mondo che aveva costruito e visto chissà dove. Quando poi il movimento si ferma, e l’ironia cessa di far da scudo, a guardar bene non c’è proprio nulla.


Mattia Graffiedi

Ma guarda, mi dicono, guarda bene! Lo sai, no?, ti avranno detto… E per forza mi hanno detto, mi hanno detto tutto; ma anche se nessuno non mi avesse parlato, comunque non sono cieco né sordo, mi sarei accorto di tutto da solo. Però dico anche: Ma cosa conta? Cosa cambia? Cosa vi interessa a voi, in ultima analisi?
No, insistono loro, tu davvero non hai capito. Guarda com’è andata dopo; vedi bene che tutto quello che secondo te era vero, indiscutibile, solido, in realtà basava su fondamenta fragili (se pure ce n’erano!). Ha crollato, si può dire, dal primo momento; ed è presto rovinato. Ma, dico io, Voi non sapete di cosa parlate; ciò che è stato tra noi, ciò che è successo, è innegabile, è perenne, e ha fondamenta più salde di ogni costruzione umana. Loro allora insistono: Ma non vedi che cosa è stato del tuo amore un attimo dopo la vostra separazione - forzata, sia pure? Non vedi quanto poco ha retto? Non noti che non era che effimera bellezza di un mattino, di un’alba mai spuntata, di una giovinezza che mai e poi mai si è fatta maturità? E mi chiamano ossessionato, pazzo, cieco e sordo, convinti che io sia ancora perduto dietro a te, a quelle antiche felicità, al tuo corpo arcuato come nessun altro corpo si è mai arcuato, flessuoso e marmoreo insieme.
Non vedono, tonti che sono, che io non sono ossessionato da te, che non ti cerco, non ti chiamo; anzi per me non esisti più, non nella quotidianità, almeno, ché siamo tanto distanti e da tanto. Ciò che non mi lascerà più non sei tu, è il noi che fummo; è il bene che mi hai donato, piccola stella di gioventù, è la stilla di rugiada di quel mattino che per noi non è mai sorto e che il sole non ha mai asciugato e portato via.


Lajos Détari

Che quei due fossero fatti l’uno per l’altra è, quantomeno, un’affermazione discutibile; anzi, se la discutiamo effettivamente, se lo facciamo proprio ora e qui, ogni argomentazione seria ci porta a concludere che quei due fossero piuttosto quanto di più distante, che la loro unione fosse inaudibile e inconcepibile e che, in breve, non avesse motivo di accadere. Eppure ne succedono di cose al mondo, anche e soprattutto senza nessun motivo; e così per una breve stagione avvenne anche che fossero assieme, senza dirsi molto, promettendosi nulla, comprendendosi forse poco (avevano granché da dirsi? parlavano almeno la stessa lingua? c’era un interesse che li tenesse assieme? Questioni tutte dubbie). Sapevano entrambi di avere poco tempo, eppure non soffrivano, non di questo; ognuno aveva altro di cui dolersi e preoccuparsi, e d’altronde la loro unione non programmata non poteva smuovere davvero quelle due creature rumorose e segretamente cupe. Pure, forse perché nessuno voleva trascinare l’altro, o imprigionarlo, o accusarlo dell’inevitabile abbandono, la loro frequentazione fu seria, serissima, impeccabile. Ebbe, evento raro per due nature né precise né tantomeno impiegatizie, una pignoleria svizzera, una funzionalità perfino meccanica.
A vederli da fuori, forse perché entrambi scontavano e scontano tante ironie, quella serietà parve forzata, anzi mascherata, parte stessa di una più ampia commedia; ma a distanza di anni fu invece un’oasi di tranquillità fra tante tempeste, una singola boccata d’aria per due poveracci perduti fra le onde, la cui dolente bellezza non merita scherno. Più che di amore si trattò forse di solidarietà, di due mani stanche che si cercano e si trovano; non poteva durare oltre, ché la tempesta li avrebbe ritrovati e colpiti assieme, e se mancò di passione fu perché non le serviva. Ai due serviva la pace, non la luce, e fu un momento di pace quello che meritarono.

Umberto Cazzola

Siamo pigri? Ci dicono che siamo pigri. Può anche essere; può essere tuttavia che siamo solo stanchi. Dovevamo provarci di più, ci dicono, ma forse ci sopravvalutano, o sottovalutano le circostanze, o il destino. Io non so se esiste il destino. Ma ero allo stadio quel giorno; ho ancora presente l’emozione nel cuore quando quella palla è partita al volo, ed era bellissima, e giustissima, e pareva doversi infilare sotto la traversa, là dove la traversa incontra il palo. Invece incocciò il palo, o la traversa, e tornò in campo; poi segnammo, anzi segnammo subito dopo, su quello stesso rimpallo, eppure io ricordo quel palo o quella traversa come ingiusta e cattiva. O solo inevitabile, non saprei (ma un male non può essere inevitabile e restare lo stesso un male? E una traversa, che è l’assenza di un gol, non è forse la definizione stessa di Male?). Eravamo allo stadio assieme, quel giorno; io non potei guardare nel tuo cuore, e ti assicuro mi sarebbe piaciuto sentirlo battere, ma giurerei, anzi giuro, anzi io so che il tuo cuore avvertì la stessa ingiustizia.
Ci abbiamo provato, io dico, io grido che ci abbiamo provato, anche se in fondo la mia parola non interessa a nessuno e conta quanto conta. Eravamo allo stadio assieme anche quell’altra volta, ricordi? Lo so che ricordi, ma è così per dire… Questa volta era buio, e sembrava una metafora trita e stanca, stanca come noi, perché invece la prima volta era giorno pieno, il sole era forte e il campionato appena iniziato, mentre questa volta qui ogni cosa era al suo crepuscolo.
Eppure quel pallone è partito dal buio, inatteso e fortissimo, e pareva destinato a quell’angolo romito, che in pochi disturbano; e pareva che anche dal buio, anche dal crepuscolo, anche dalla notte noi potessimo ripartire, e stavolta esserci, esserci per sempre. Eri anche tu allo stadio, pure quel giorno; e io so che quando il portiere, che non era lì un attimo prima, quando il portiere ha parato, il tuo cuore non ha provato nessuna ingiustizia. In quel cuore, che è come il mio, c’era solo rassegnazione, e la certezza che stavolta tutto era finito.
Il tuo cuore è come il mio, e allora permettimi di azzardare: permettimi di dire, per me e per te, che con il crepuscolo è sceso in quel cuore anche un filo, un filo dorato, un piccolo lampo di sollievo. Assieme alla consapevolezza che tutto quel provarci, per quanto fallimentare, non sia stato vano; che tutto quel provarci, quel provarci insieme, sia un altro modo di dire che abbiamo vissuto, e che la nostra vita siamo soltanto noi due.