venerdì 1 luglio 2016

La nostra storia con la Germania (una goccia di Olio di canfora)

In occasione della partita di domani sera tra la nostra Nazionale e la Germania, insieme agli altri amici del blog abbiamo deciso che era cosa buona e giusta rubare e pubblicare il capitolo dedicato alla Germania in Olio di canfora, la raccolta di racconti che il nostro Dionigi ha dedicato all'Europeo e che, come tutti sapete, da qualche giorno si trova in vendita on line (ad esempio sul sito dell'editore In Contropiede o su Amazon).

Lo facciamo perché quella di Federico, al cui "estilo fresco" la mitica rivista Panenka ha dedicato un bellissimo ritratto, è la diapositiva della Bundesliga con cui siamo cresciuti e che non c'è più, quella dei fantasisti turchi trasmessa il venerdì sera da Tele+2, il malinconico resoconto di una storia d'amore che sulla spiaggia di Follonica (la stessa in cui, per una casualità che non sorprenderebbe il lettore di Federico, in questo momento mi trovo) è finita perché "non era pratica", l'atto di accusa contro Thomas Müller che all'ultimo Mondiale, invece di farci un regalo, ci ha delusi senza pietà...

Raccontare i nostri trent'anni di rapporti con la Germania calcistica in tre cartelle: se non è questa un'impresa borghettiana....

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Olio di Canfora, Follonica, luglio 2016


Germania


La mia storia con la Germania non è altro che la storia di un tentativo, neanche troppo convinto, di superare i luoghi comuni. Ero partito bene. La nazionale che vinse a Roma nel ’90 mi stava simpatica perché c’era Rudi Voeller, il mio calciatore preferito. In generale, il campionato straniero di riferimento della mia infanzia era proprio la Bundesliga, con il marchio indelebile degli anticipi del venerdì sera su Tele+2. A cavallo tra le elementari e le medie, quella era per me la serata più attesa della settimana: dopo quello di Berlino cadeva pure il muro della mia cucina, perché i miei genitori uscivano e io potevo cenare in santa pace davanti al televisore del salotto, gustandomi le strane combinazioni di colori delle magliette, i bomber con i baffi, i fantasisti dai nomi turchi, Mario Basler che tirava le bombe su punizione, Andreas Herzog che regalava eleganti palle nel nulla, Tony Yeboah che sfondava le porte e un giovane Fabio Caressa che rendeva immortale il gol funambolesco di un brasiliano con i guanti chiamato Paaaulooooo Seeeeergiooooooo.

L’idillio iniziò a rompersi all’Europeo del ’96. La sera di Italia-Germania, per noi uno spareggio, mi trovavo in uno sperduto e addolorato paese dell’entroterra palermitano con la classe delle elementari. Eravamo andati a trovare, ormai tredicenni e quindi in piena schiavitù ormonale, la nostra suora, che, forse anche per colpa nostra, nel frattempo si era ritirata in convento. Quella vacanza fu l’iniziazione alle gioie del palato, per alcuni grazie ai baci dati di nascosto in un certo frutteto, per altri grazie alle arancine bollenti che compravamo, sempre di nascosto, nel bar davanti alla chiesa. Tutti restammo però ugualmente traumatizzati dal rigore parato da Andreas Köpke a Gianfranco Zola. A qualcuno scappò pure una bestemmia, tanto che le suore decisero di spegnere la tv e di mandarci a letto senza vedere il resto della partita.

Gli anni zero furono un decennio di transizione per la nazionale. Lo squadrone identitario del blocco ovest degli anni ’90 aveva lasciato il posto a una compagine più aperta ad est, anzi sempre più cosmopolita, con le prime naturalizzazioni di massa, soprattutto di polacchi e turchi. Questa svolta progressista mi lasciava sostanzialmente indifferente, anzi mi faceva rimpiangere la facile riconoscibilità del giocatore-tipo tedesco alla Jürgen Kohler.

Quando ormai già davo per persa ogni possibilità di un ritorno di fiamma per la patria di Hölderlin e Hässler (ho citato i primi due poeti che mi sono venuti in mente), nella mia vita comparve il volto dolcissimo di una ragazza di Bonn incontrata per caso, un pomeriggio piovoso di giugno, al parigino Palais de Tokyo. Appena conosciuti, e quindi per conoscerci, decidemmo di lasciar spazio all’imprevisto e di farci trasportare dal corso delle cose, finendo a scambiarci sguardi emozionati al Centre Pompidou di fronte ai quadri sfocati di Gerhard Richter. Dopo un anno di corrispondenze romantiche e ossessioni private, ci ritrovammo in una Roma da grand tour sentimentale più che artistico a passeggiare mano nella mano e a leccarci le rispettive ferite. Il nostro è stato un innamoramento tenero come un tunnel di Lars Ricken e potente come un colpo di testa di Kalle Riedle, e però, pochi giorni dopo la sua partenza per Bonn via Follonica (maledetta Follonica: ma che ci sei andata a fare, Elisabeth?), quando avevo il dito pronto a cliccare sul primo di cento struggenti voli Ryanair per Colonia, mi scrisse che no, non si poteva fare, perché a Follonica ci aveva riflettuto e aveva concluso che la nostra relazione non era pratica (sì, ha usato proprio questo aggettivo: “pratica”). 

Poteva essere amore, ed invece era solo la teoria del bicchiere d’acqua tanto in voga nella Berlino di fine anni ’20. Come racconta Elias Canetti, un pomeriggio che erano tutti riuniti nel suo studio, George Grosz afferrò un bicchiere vuoto, lo portò alla bocca, fece finta di vuotarlo e lo posò di nuovo sul tavolo, con disprezzo, lontano da sé. “L’amore? Un bicchier d’acqua. Vuotato il bicchiere, è finito tutto!”

Passarono due mesi in cui il mio rancore verso i tedeschi covò senza precedenti, pari solo all’odio che il protagonista di Ovosodo provava per i traghetti per la Corsica. Il Mondiale brasiliano nel frattempo era entrato nel vivo. I tempi regolamentari tra Germania e Algeria erano agli sgoccioli e gli ormai ribattezzati crucchi stavano per calciare una punizione dal limite dell’area. Invece di tirare in porta, Thomas Müller, nel tentativo di sviluppare uno schema, cadde goffamente a terra, perdendo la palla, e la faccia. La telecamera indugiava su di lui, prontamente intento a rialzarsi. Mi aspettavo di scovare una risata liberatoria sul suo volto, uno squarcio di umanità in una squadra che assomigliava a un esperimento eugenetico, un omaggio al bambino che nella cameretta bavarese cadeva goffamente sul letto provando a fare le rovesciate col pallone di spugna. Müller aveva l’occasione storica di far ricordare il Mondiale brasiliano come la volta in cui un tedesco ha riso dopo essere caduto e nessuno ha pensato alla caduta, perché tutti hanno pensato alla risata. 

Invece niente: Müller si è rialzato con l’espressione scocciata, avrà pensato “questo schema non è pratico!”, e magari avrà pure rimpianto di non avere tra i denti una capsula di cianuro. Io ho spento la tv e ho ripreso in mano la copia de Le Benevole, non più così sicuro di sapere com’era andata a finire a Stalingrado. 

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