sabato 25 giugno 2016

Il punto di giugno


Il primo punto del punto di fine giugno riguarda, inevitabilmente, gli Europei di calcio. Sono passate agli ottavi un sacco di “squadre simpatia”, per così dire: vogliamo allora parlare di favola? Vogliamo esaltarci indicando in questo il trionfo dell’imprevedibilità del calcio, che è in fondo il motivo per cui lo amiamo? Vorremmo, forse; ma non possiamo, perché in un europeo allargato a 24 squadre, due terzi delle quali passano al turno successivo, tutto questo è fisiologico. E troppe favole vogliono dire nessuna favola. Con la possibile eccezione dell’Irlanda, perché tutti amano l’Irlanda, ma resta una confusione e un affollamento che rendono difficile anche entusiasmarsi: la Danimarca che, non eletta dal popolo, vince un europeo a otto, quella sì è una favola. L’Irlanda del Nord che perde le partite difficili e vince quella con una nazionale allo sbando, il cui più giovane marcatore di sempre in una competizione continentale resta Andrei Scevcenco, non è invece nulla di tutto questo.
Le valutazioni tecnico-tattiche da trarre da questa prima fase degli Europei sono, come spesso capita per i tornei internazionali, nulle o scarse. Il contropiede ben eseguito ha finora dominato la competizione, anche per quelle squadre - come il Belgio - che si erano affacciate al torneo con ben altri programmi, salvo poi comprendere che in partite molto bloccate ed equilibrate il miglior modo per rimarcare il proprio superiore tasso tecnico è appunto giocare all’italiana.
Geopoliticamente, l’Est europeo continua il suo momento di estrema marginalità: la Russia è mediocre, dell’Ucraina si è detto, la Romania ha deluso sul più bello, perfino la Cechia perde la sua affidabilità che avrebbe dovuto consentirle, specie dopo il pareggio con la Croazia, un passaggio da terza agli ottavi. Resta la Croazia, con la sua scuola infinita e inspiegabile, e una Polonia che non è granché.
L’Italia ha fatto il suo dovere in tutte e tre le partite. Eliminare l’Irlanda sarebbe stato un atto di stupidità e hybris e non si vede a cosa sarebbe dovuto servire. Adesso viene il difficile, ma in fondo il peso ce lo siamo già tolti.
Gli ottavi, essendo appunto espressione di un torneo amplissimo e senza selezione, sono quelli che sono. Svizzera-Polonia è impronosticabile, più che altro perché a nessuno interessa farsi un’opinione su di essa; Croazia-Portogallo può invece essere interessante, se Cristiano si è veramente scosso e se non dovessimo vedere più mezze figure come William Carvalho; Galles-Irlanda del Nord e Ungheria-Belgio, con tutto che io tifo piuttosto convintamente le prime di ambo i confronti, sono un esempio di quell’ironia postmoderna che ha francamente stancato; Germania-Slovacchia non dovrebbe essere una partita vera, avendo gli slovacchi esaurito i colpi di classe e fortuna contro la Russia; Francia-Irlanda purtroppo non si gioca a Saint-Denis, il che esclude la possibilità di una meritata vendetta; Inghilterra-Islanda è un esame di maturità, nel senso della serietà, per le teoriche ambizioni inglesi. Italia-Spagna è una partita utile e benvenuta, perché ci darà un metro affidabile di cosa siamo e quanto valiamo, contro una Spagna che è ancora quello che è stata qualche anno fa ma che non ne ha più la luminosità estrema. Si può giocare, in linea teorica; farlo effettivamente ci dirà se siamo ancora nel novero delle grandi nazioni del calcio o se invece toccherà risalire dalla serie B a cui, implicitamente, ci hanno condannato le ultime esibizioni internazionali.

***


Cleveland Cavaliers. La cui vittoria penso abbia rincuorato tutti: perché è una bella vittoria, una vittoria tersa, di quelle che fanno piacere, senza secondi pensieri. È stata la vittoria di una bella idea, ossia il ritorno di Lebron a Cleveland con i suoi tempi e la sua libera determinazione (vedi anche, sul tema, quest'ottimo articolo su predestinazione e scelta); e il trionfo, finalmente, di una città che ha aspettato fin troppo - inoltre, e forse soprattutto, una vittoria molto all’antica, di un basket amato e giocato da afroamericani.
E però, come dire, lo spettacolo, o il modo in cui è avvenuto il tutto, non è stato all’altezza del risultato: Lue ha scommesso sulla stanchezza e sulla tensione degli Warriors (non “dei”: i dittonghi) e gli è andata bene, ma poteva anche andargli male. Invece di star lì a dare una particolare organizzazione alla squadra, a inventarsi tattiche, a imparare da quanto fatto dai Thunder e dagli stessi Cavaliers l’anno scorso, il coach ha detto alla squadra di entrare in campo, di stare concentrati dietro, e di tener presente che c’era un fenomeno - anzi il Fenomeno - in campo con la maglia oro-granata, più un altro fenomenuccio in fieri. Ed è andata bene; anzi, le statistiche assolutamente illogiche dicono una volta per tutte della enormità di Lebron James, capace di fare tutto meglio di tutti in 7 lunghissime partite di finale.
Forse, scrivendo questo pezzetto, ci ho ripensato; forse è così che doveva finire, un po’ da film americano stucchevole ma emozionante. Può darsi ci fosse la possibilità di dare una lezione definitiva al basket del futuro, quello proclamato tale dopo una vittoria contro una squadra di minibasket (Della Vedova, Lebron, Mozgov) l’anno scorso, ma perché voler male alla gente? Vogliamo invece bene a tutti, orsù; e a Lebron James di più. Scusate la rima.

***


Nostalgia. Vogliamo parlarne? Parliamone; pare d’altronde che non si possa parlare più di calcio senza nostalgia, e il nostro è d’altronde, con dei limiti e con un ben preciso spirito, un sito nostalgico. La nostalgia è, di base, il rimpianto della gioventù, o forse più precisamente è il volerci ricordare, tutti, che siamo stati giovani. E la gioventù è quel tempo della vita di ogni essere umano in cui ci sentiamo o siamo liberi, in cui tutto può accadere, in cui il tempo a nostra disposizione è illimitato e perciò amiamo sprecarlo. La nostalgia è bella se la gioventù di ognuno si apre a tutti, se da essa impariamo, se ascoltiamo le esperienze, le speranze, i sogni di ciascuno.
Se la nostalgia si recinta, se gli altri sono chiusi fuori da essa, non è più bella; diviene la pretesa di aver conosciuto, saputo, sperato, vissuto più e meglio di altri, di aver avuto una gioventù migliore - il che per carità può essere; ma una gioventù chiusa non è mai avvenuta - e tutto sommato una vita più interessante. A me la nostalgia piace, se si può dire così, perché mi piace scoprire gli altri; e se abbiamo le stesse nostalgie, per quanto possano essere mediocri o ridicole (una canzone brutta; un calciatore scarso; Alleanza Democratica di Willer Bordon), allora abbiamo qualcosa da dirci, qualcosa da cantare assieme. E vale anche, se mi passate il senso chatwiniano, per i calciatori.
“Non c’era voglia di essere diversi perché ci piaceva avere gusti comuni”, ha scritto una volta qualcuno. E in realtà è bello anche essere diversi, ma capirsi, aprirsi. Sono belle le nostalgie di tutti, i flipper e le case al mare di tutti, le corriere e le bambine more a cui non hai mai avuto il coraggio di parlare; perché sono i ricordi, le paure, i fallimenti di tutti, e anche se non li conosciamo li sentiamo nostri, e ci rincuora sentirne parlare, forse ci solleva, forse addirittura ci fa credere che alla prossima moretta avremo il coraggio di dire qualcosa.

***

Il paradosso Totti. Che cos’è? È quel fenomeno per cui Totti ha 40 anni e ancora gioca alla Roma, e già qui sarebbe strano, ma il punto non è questo; il punto è che se Totti, che ha quarant’anni, l’anno prossimo fa una grande annata - e probabilmente se la farà è perché qualcosa non funziona tra i titolari, lui deve giocare più spesso, magari non si raggiungono grandi obiettivi nonostante l’incredibile contributo dell’esperto capitano - allora è Rometta: eheh, a quarant’anni ancora gioca Totti, ehehe, giusto in una squadretta, ehehe, sì va be’ ha segnato, ma quanto vale? ehehe (ad libitum).
Se invece l’anno prossimo la Roma dovesse andare bene - e dunque Totti giocasse meno o quasi nulla, a fronte di un rendimento sicuro e costante dei titolari, il che significherebbe dunque poco spazio e poco impatto - allora sarebbe tutto un: ehehe st’anno che Totti non gioca ehehe hai visto che qualcosa si vince? ehehe se si fossero accorti prima… eheheh (ad libitum).
Tale fenomeno, lo si vede, non è risolvibile; se non, al limite, tornando indietro nel tempo e vendendo Totti alla Sampdoria, come avrebbe voluto Carlos Bianchi. Sicché, dopo anni passati a far grande la Samp e dopo successivi trasferimenti in squadre con magliette da calcio normali, ora Totti sarebbe una leggenda di 40 anni, il cui palmares parlerebbe per lui. Ma non è andata così, e bisogna accettare le sciocchezze di chi non ha accesso alle statistiche e ai fatti e non nota la differenza di piazzamento medio, per dire, della Roma con Totti o di quella senza.

***


Il ripescaggio del Fano. Che costerebbe 250.000 euro a fondo perduto, per le logiche opache (eufemismo) della serie C italiana e del suo governo, e che non si sa dunque se verrà richiesto dalla società granata; ma per me questa storia è solo un pretesto per parlare d’altro. Abito a Fano da ottobre scorso; con un bambino piccolo, e con una serie di fatti personali che non vi racconto e che d’altronde non vi interesserebbero, non faccio granché vita sociale, e non ho dunque neanche ben compreso, fin adesso, lo spirito e l’idea della città. Che è, d’altronde, di non immediata comprensione, o almeno questo è quanto credo.
L’altro giorno, mentre andavo a riprendere il bambino al nido, mi domandavo perciò se non potesse essere simile, tale spirito, a quello dei suoi figli recenti più famosi, almeno in campo calcistico, ovvero Umberto Cazzola e Ivan Piccoli. Due che non hanno fatto chissà che carriera; eppure di entrambi fatico a ricordare piedi migliori, e tutto sommato, tranne una certa fragilità in Piccoli, anche il fisico non era affatto male. Per entrambi si può utilizzare il vecchio luogo comune del calcio secondo cui “si fatica a ricordare un gol brutto”; solo che nel loro caso è vero, e quando una cosa così è vera, beh, c’è qualcosa di strano dietro, giacché non è normale dedicarsi, in anni e anni di carriera, con uno zelo e una precisione che non dovrebbero essere propri di quei piedi e di quei gol, alla bellezza sporadica, quasi che solo questa valesse, mentre la normalità può anche essere trascurata o del tutto respinta.
Forse Fano somiglia a Umberto e Ivan, fatica cioè ad esprimersi, a dire qualcosa che non sia stupendo (il che significa condannarsi per la maggior parte del tempo al mutismo)? Forse sì.
Spero che questi benedetti soldi vengano fuori da qualche parte e che i granata possano ottenere ciò che hanno guadagnato sul campo. Quattro marchigiane in C sarebbe un bel ritorno a un tempo che non ho mai vissuto ma di cui ho parecchia nostalgia.

5 commenti:

  1. incredibile. dopo diversi anni che vi seguo scopro solo ora che (forse) siete di Fano come me...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sarebbe bellissimo essere di fano ma è più plausibile che siamo di Funchal...

      tamas grazie per la recensione occulta a #oliodicanfora nel passaggio sulla nostalgia. Anche per me l'unica nostalgia che vale è quella includente.

      Hai visto che ieri sera William Carvalho poi ha giocato? Chissà perché Adani ne era così ossessionato, di lui come di quegli altri pipponi del centrocampo post-coloniale. A me è sembrata una partita immonda e sono dispiaciuto per la Croazia, la mia personale favorita. Ora poi chi lo sente Nesat, che ci eravamo giocati la credibilità sulla Croazia campione?

      Infine, il basket: ma perché segui il basket, con tutte le belle cose che ci sono da fare a Fano?

      Tuo
      Dionigi

      Elimina
    2. Caro Abraham, non sono di Fano - in realtà comincio a non ricordare neanche più di dove sono, quasi - ma al momento sono qui e forse qui manebo optime. Vedremo.

      Caro Dionigi, grazie a te per oliodicanfora, che in realtà non ho (ancora) letto ma che sento di sapere, in parte, a forza di frequentarci su LdB...
      William Carvalho non solo c'era, ma senza fare nulla di che non ha comunque sfigurato; e anzi il Portogallo ha vinto senza che C. Ronaldo uscisse dal letargo, a dimostrarmi che mi sbagliavo nel ritenerlo fondamentale.
      Sul basket, che devo dire? Sarà la marchigianità, saranno i secondi tempi delle partite, col commento di Franco Lauro, viste il sabato sera dopo la dottrina... La mente umana è così, imprevedibile e irrazionale.

      Elimina
  2. e Messi, dopo l'ennesima delusione con l'Argentina, si ritira dalla Nazionale... getta la spugna colui che voleva essere "almeno" come Diego?

    o come i bambini vuole essere pregato in ginocchio per rivestire la maglia albiceleste per far passare in secondo piano la ciabattata cosmica con cui ha ucciso un piccione di NYC ed in generale quanto poco ha inciso nelle ultime 3 finali giocate?

    RispondiElimina
  3. Devo confessarti, Tamas, che non sono mai stato un grande estimatore del Prescelto. Non fino al suo ritorno a Cleveland, alla scelta di essere underdog (c'è un concetto simile in italiano?) per definizione.

    Credo che quanto accaduto quest'anno debba servire da lezione. LBJ ha portato al livello successivo la capacità di comprensione del basket. Ha certificato il suo strapotere nella Lega nonostante almeno due/tre roster fossero superiori a quello di Cleveland.

    Allo stesso modo sono contento per il ruolo di underdog abbracciato dalla Nazionale.

    Arrivo a dire che non mi interessa neanche tanto come finirà con la Germania domani. Sono già contento.

    RispondiElimina