martedì 10 maggio 2016

Mio fratello è figlio unico: storie di fratellanza e uno scudetto revocato




Dries inizia a captare qualcosa in auto, lungo il tragitto che lo separa dal centro di allenamento. La uozzappata di Duvan, da Udine, gli sembra in effetti piuttosto singolare: “Amico, non ci si crede. Ti abbraccio : (”. Dries, che sta guidando, lì per lì non presta troppa attenzione alle parole dell’ex-compagno, ma quando nota che la bocca della faccina è rivolta verso il basso, si instilla in lui il dubbio che qualcosa possa essere successo. Non ha notato, Dries, le ripetute chiamate dei suoi, che stanno martellando il suo numero italiano direttamente dal Belgio, incuranti del piano tariffario. Questo perché, oltre ad essere al volante, Dries ha il silenzioso: a quell’ora è in genere una chiamata di maman, e Dries preferisce attivare la suoneria quando si sente più in vena di parlare, se non, direttamente, alla fine dell’allenamento del mattino.
Allo stop, però, Dries butta un occhio allo schermo del telefono e si sente un po’ meno pacifico del solito. Sul momento si allarma, ipotizzando che tanto Duvan quanto sua madre vogliano dirgli qualcosa che hanno saputo via internet e di cui lui, imbambolato dal sonno, non sa ancora nulla. Per calmarsi si affida a un pensiero che è tutto sommato tranquillizzante: forse un qualche suo compagno si è fatto male (magari molto male) in una seduta mattutina per i più volenterosi. E sorride, sornione, all’idea che i suoi trovino la voglia – a lui sconosciuta – di iniziare a sgambare già all’alba. Ben vi sta, pensa Dries, così imparate a fare gli esibizionista agli occhi del mister.
Ora, più calmo, inizia a divagare. D’altronde siamo primi e ci stiamo giocando il titolo: è normale, pensa Dries, che tutto l’ambiente stia vivendo in funzione di questo, e che qualche giornalista più invasato degli altri si sia svegliato di notte per non perdersi nemmeno il primo quarto d’ora di stretching mattutino. Certo, sarebbe un peccato se qualcuno si facesse male proprio in questo periodo. Ma Dries ha imparato a conoscerli, i cronisti. Magari è qualcuno che ha twittato qualcosa in preda all’allarmismo, magari è solo successo che Marek è inciampato per una scarpa slacciata, o che Pepe ha mandato a quel paese un raccattapalle.
Quando arriva nei pressi del parcheggio di Castel Volturno, Dries resta sbigottito: si può dire, candidamente, che non ci capisce più un cazzo. Ha letteralmente paura di mettere piede fuori dalla sua Opel. I giornalisti sembrano essere presenti a centinaia. Il mister sta parlando, con sguardo torvo, a una ventina di microfoni ammassati a capannello attorno a lui. Il Presidente sta piangendo, tirando pugni contro il petto di uno dei suoi collaboratori, che lo abbraccia. Urla “ladri” e “impostori” a interlocutori non meglio identificati. Marek sta benone, almeno all’apparenza, ma anche lui ha parecchie persone intorno. La cupezza del suo umore traspare tutta, attraverso gli occhialini con la montatura nera e spessa che il capitano è solito indossare quando si trova a interagire con la stampa.
Non è finita. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza. Ambulanze. Accesso agli spogliatoi bloccato, quasi fosse la scena di un crimine.
I tifosi, qualche migliaio, stanno urlando di dolore. La scena è struggente, senza che Dries riesca a capirne la ragione. Lo assalgono in gruppo in sei o sette, attaccandosi tra il parabrezza e la portiera. Solo il pronto intervento della sicurezza permette a Dries di togliere la sicura e poggiare, finalmente, i piedi a terra. Sulle prime, il ragazzo riesce solo a carpire qualche parola qua e là. Cose insolite e un po’ macabre. Come “sparizione”, “rapimento”, “attaccanti”, “Higuaín”.
Piano piano, mentre il suo cervello inizia a elaborare le decine di informazioni già immagazzinate e il risveglio diventa effettivo, Dries si rende conto che la riflessione che ha appena partorito lo fa sentire, né più né meno, un grandissimo figlio di puttana. “Magari così mi faranno partire titolare”, sussurra a se stesso d’istinto. Ma passa giusto un attimo prima che Dries, prontamente, lo reprima.

Al suo arrivo, Dries è quantomeno spaesato.

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Telegiornale Nazionale:
è di qualche minuto fa la notizia della sparizione dell’intero parco attaccanti del Napoli. Si tratta di Callejòn José Maria, Gabbiadini Manolo, Higuaìn Gonzalo, Insigne Lorenzo. I quattro, recatisi al campo di allenamento per una sessione, sono stati visti entrare regolarmente in spogliatoio, salvo poi non esserne più usciti. A lanciare l’allarme un inserviente, inviato dall’allenatore a verificare cosa stesse accadendo ai giocatori in questione, che stavano accumulando un ritardo di mezz’ora.

ANSA:
Misteriosamente scomparsi alcuni atleti, le cui prestazioni sportive sono retribuite dalla SSC NAPOLI. Gli inquirenti ipotizzano rapimento in blocco. Movente e mandanti sconosciuti. Attesi sviluppi nelle prossime ore.

Telegiornale Privato:
Sembrava tutto troppo bello per essere vero. Un meccanismo perfetto, un inatteso primato a due terzi di stagione, un gioco invidiabile ed elogiato da tutti. Ma, soprattutto, un’armonia straordinaria. E un entusiasmo che non si respirava dai tempi di Diego. Ci pare di vederli, Gonzalo, Lorenzo, José e Manolo: belli, bravi e amati. Chissà dove saranno adesso? Le Forze dell’Ordine, per il momento, non stanno riuscendo a venire a capo della vicenda. Resta, forse, solo la speranza che San Gennaro faccia un miracolo dei suoi.

Talk Show (edizione serale straordinaria): 
- “...credo, per il bene di tutti, che si debba fermare il campionato. Poco importa se siamo a giovedì e mancano due giorni al primo anticipo. Si devono fermare, punto e stop. Non si era mai visto niente del genere dai tempi del Grande Torino: mi sembrerebbe sciocco pensare di andare avanti così’”.
- “Non so Federico, sono perplesso. Sarebbe di sicuro un segnale forte. Ma qualcuno non aveva detto che The show must go on? E proprio tu, che conosci l’America tanto bene, dovresti saperlo”.
- “Franco, Franco, sono costretto a fermarti. Sulla riflessione, cruda ma a mio parere del tutto condivisibile di Federico, andiamo in pubblicità”.

Comunicato ufficiale Lega Calcio:
A seguito dei fatti di Castel Volturno, la Lega Calcio Serie A decreta lo stop temporaneo del campionato 2015-’16 fino a data da definirsi. La Lega si riserva il diritto di far ripartire la stagione solo a indagini ultimate, in attesa di ulteriori accertamenti. Nel caso dovessero mancare elementi sufficienti alla suddetta ripartenza, la stagione si chiuderebbe con l’assegnazione d’ufficio del titolo alla SSC Napoli, in quanto prima in classifica al momento dell’interruzione”.

Quotidiano Sportivo (del giorno dopo):
«IL NAPOLI DI SARRI COME IL TORINO DI MAZZOLA»
Scomparsi quattro attaccanti del Napoli, la Lega decreta lo stop del campionato: si prospetta assegnazione con revoca, come accadde nel 1949.

Belli, bravi e amati. Chissà dove saranno adesso?

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Dries non è mai stato in un tribunale in vita sua. Le poche cose che mastica in fatto di legge le deve ad alcune vicende di cronaca – competenza della giustizia sportiva – che lo hanno colpito particolarmente, qualche procuratore incontrato nel corso degli anni e qualche amico delle scuole secondarie che ha studiato giurisprudenza. Non ha la minima idea di come funzioni una deposizione. Quando il giudice istruttore lo interpella, Dries è ancora più spaesato che al suo arrivo a Castel Volturno, quella mattina. Vorrebbe esprimersi in italiano, come è perfettamente in grado di fare, ma sul momento gli risulta impossibile.
Le parole del giocatore, prontamente riferite dal traduttore, corrispondono più o meno a quello che tutti si aspettavano. “Un rapporto ottimo, non c’è che dire. Sapevo che Lorenzo quest’anno era molto motivato, perché nell’anno degli Europei avrebbe fatto di tutto per non perderseli. E poi, tra noi, ci siamo sempre capiti. Un anno è andata meglio a lui, un anno a me, quasi a turno. Ci siamo sempre spartiti minuti e partite senza problemi, tra coppe e campionato. E poi, anche se mi sono trovato a giocare meno, non ho mai pensato che avrei rischiato il posto in Nazionale. Né ho mai pensato a Lorenzo come ad un avversario; pazienza, poi, se il sorteggio ci ha condannati allo stesso girone. E questo primo posto ci stava, se possibile, legando ancora di più”.
Dries beve acqua, prende fiato, continua. Non si capacita di come sia possibile trovarsi a parlare di tutto questo. “Sì, mi rendo conto di essere stato in qualche modo graziato. Naturalmente, spero che tutto si risolva per il meglio”. Quindi passa a parlare degli altri compagni. “Con Callejòn mi sono sempre inteso, è un po’ lo stesso discorso che ho fatto per Lorenzo. Non rivali, ma prima amici e poi colleghi. In più siamo arrivati a Napoli insieme, e per entrambi si è trattato dello stesso difficile – e bellissimo – percorso di ambientamento e soddisfazioni personali”. Dries va avanti: “Beh, che dire di Gonzalo? Come giocatore lo conoscete, della persona non posso che parlare benissimo. Gli dobbiamo tutti tanto. Gli dobbiamo, soprattutto, il nostro sogno. Per la città stava diventando qualcosa di molto vicino a Maradona. Più di Lavezzi, più di Cavani, più di tutti”. Mertens spende due parole anche per Gabbiadini: “Ecco, per Manolo ero dispiaciuto in modo particolare. Si stava perdendo l’Europeo per stare in panchina, ma stava reagendo da gran signore, capendo che questo sacrificio sarebbe comunque servito al bene della squadra. All’inizio non parlavamo – è un tipo piuttosto schivo –, ma dopo alcune partite di Coppa, in cui ci siamo trovati particolarmente a nostro agio, siamo diventati molto affiatati. Mi dispiace molto, per lui e per la sua famiglia. E per tutte i parenti dei miei colleghi: per i loro genitori, le loro compagne, i loro fratelli e le loro sorelle”.
Ora che Dries e l’interprete hanno finito, arriva il turno di Allan e Albiol. Non è sicurissimo, Dries, ma ha avuto la sensazione che, alle sue ultime frasi, l’aula sia diventata improvvisamente gelida e l’ambiente si sia irrigidito di botto. Dries pensa di non aver detto nulla di grave: come potrebbe averlo fatto, augurando ai cari dei suoi colleghi la fine di un’agonia che si immagina atroce? Forse, si dice, è solo un dubbio senza fondamento.

Mertens al microfono: non propriamente a suo agio.

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è aprile, e della massima serie nemmeno l’ombra. Le proteste dei club, arrivate con maggior vigore dalle squadre in lotta per l’Europa e la salvezza, hanno portato la Federazione a prendere misure straordinarie. La Lega Calcio ha indetto una serie di sfide settimanali, una sorta di Coppa Italia a gironi, perché gli organici si mantengano in forma e gli atleti giochino a cadenza regolare in vista della prossima kermesse continentale. Le statistiche sono state ri-azzerate, i traguardi verranno decisi sulla base di una media ponderata, che tenga conto di questo ultimo torneo e della classifica che era in vigore prima della pausa. Il Governo ha ormai iniziato a sospettare che l’Intrigo sia di carattere internazionale, finendo per istituire una speciale Commissione che indaghi sulla faccenda. Sono stati assoldati i migliori in ogni campo. Napoli sta dedicando vie e iniziative ai propri beniamini, con l’ausilio del Sindaco. C’è stato anche uno speciale televisivo a cura di Roberto Saviano, in cui si è approfondita la dimensione religiosa dell’attaccamento, da parte di una città martoriata dai problemi interni, alla propria squadra di calcio.
Quando una pista “secondaria” – e ritenuta improbabile fino a poco tempo prima – inizia a diventare calda tra la Liberazione e il Primo Maggio, lo stupore generale è alle stelle.
Pare che qualcuno, senza volerlo, abbia compiuto degli errori di sufficienza nel valutare le proprie mosse.
A seguito di una attenta analisi di certi tabulati telefonici e di alcune prenotazioni on-line, i membri della Commissione iniziano a insospettirsi. Si convincono del tutto all’emergere di un dato in particolare: la partenza da Fiumicino, durante quel “ponte”, di una coppia di ragazzi, diretti a La Paz. Aiutati dall’intensificata severità dei controlli e con l’aiuto dell’ambasciata boliviana, gli addetti alla sparizione del “Grande Napoli” decidono di fermare i due giovani.
Lui sembra uno scugnizzo. Ha la faccia pulita, si chiama Roberto e ha poco più di vent’anni. Veste curato, è bassino di statura e parla con un forte accento campano. Deglutisce più volte quando lo fermano, iniziando a sudare in maniera palpabile dalle tempie geometricamente rasate. Sembra molto nervoso. Agli agenti, per la verità, ricorda qualcuno.
Lei, invece, per quanto sembri un maschiaccio, più che una ragazza è ormai una donna fatta e finita. Risponde al nome di Melania, e a giudicare dalle occhiaie sembra dormire poco da mesi. Ha trentatré anni, il riflesso ormai scolorito di alcuni colpi di sole e non si può propriamente dire curata. Sta arrivando da Verona, ma quando apre bocca non può nascondere le proprie origini bergamasche.
I due – che sostengono di essere fidanzati – dicono agli agenti di essere colleghi. Roberto afferma, addirittura, di giocare in Serie B. Melania, visibilmente irritata, sostiene di essere un membro della Nazionale Italiana femminile, e si produce in alcune frasi sconnesse che in sostanza coincidono con il più tipico dei “lei non sa chi sono io”. Provano a convincere le guardie circa una loro passione segreta, tenuta nascosta per mesi per evitare la ribalta dei rotocalchi. Eppure diversi elementi – della loro versione – non quadrano fino in fondo. Sembra, sostengono gli agenti, una storia “di copertura” e concordata fin nei dettagli. Quanta alla –  insolita – scelta di sfruttare il ponte del 25 aprile per una settimana di fuoco a La Paz, la decisione pare, in definitiva, quantomeno bizzarra. Specie a campionati ancora in corso.
Nel frattempo, in Ohio – più precisamente nella città di Columbus –, viene dichiarato in stato di fermo il centravanti della squadra locale.
Una quarta figura è bloccata, guarda caso, nella capitale boliviana. E lui, davvero e più degli altri, ricorda qualcuno.


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La storia del “Grande Napoli” è entrata, nel giro di poco, negli annali della storia del calcio. Mai si era assistito, nel secolo e mezzo di storia del gioco, a un evento così singolare. Tanto diabolicamente ragionato, imprevedibile, assurdo. Di fatto un rapimento, un sequestro in blocco. Dai verbali – poi resi noti – sono emersi libri, articoli e montagne di pagine di saggistica; dalle riprese del processo è venuto fuori un documentario tradotto in diverse lingue, oltre a un lungometraggio presentato a Venezia fuori concorso. Entrambi i prodotti, pare, prodotti da una casa cinematografica piuttosto vicina agli interessi della Società Sportiva Napoli.
I quattro attaccanti, una volta rilasciati, hanno ricevuto la cittadinanza onoraria, con tanto di apposita cerimonia alla presenza di Luigi De Magistris. Il Napoli ha ottenuto – come preannunciato dal regolamento – l’assegnazione dello scudetto, titolo che negli almanacchi è stato annotato attraverso la famosa dicitura “(revocato)”, di mazzoliana memoria e con asterisco di seguito.
Gabbiadini, tornato alla normalità, ha scelto di votare la propria carriera all’Atalanta, vincolandosi al suo club di origine fino a fine carriera. Callejòn, dopo una rescissione annunciata, ha tentato di recuperare la propria vita calcistica in Spagna (Betis e Granada le sue parentesi migliori), prima di concludere che come attore dilettante e presentatore di reality avrebbe, decisamente, guadagnato meglio e più facilmente. Higuaín e Insigne, al clou dei rispettivi percorsi sportivi, sono rimasti a Napoli senza più vincere nulla, a cominciare dalla sfortunata Supercoppa 2016-’17. L’argentino ha chiuso al River, qualche anno dopo. Il napoletano, dopo un decennio in maglia azzurra, si è ritirato da detentore di molti record individuali.
Dries Mertens ha giocato un europeo straordinario. Celebre è rimasta la sua dedica della vittoria finale ai quattro compagni, gli “scomparsi” poi ritrovati. Anni dopo ha scelto di raccontare ai suoi bimbi una storia che non sapevano ancora. Proiettando, sul megaschermo del suo casolare di Leuven, il documentario sul Grande Napoli. Non avrebbe avuto parole, Dries, per farlo in modo più efficace di quanto potessero le immagini televisive. Anche a distanza di anni. Sorride, Dries, vedendo che i suoi bimbi si entusiasmano di fronte alle riprese del suo interrogatorio, più di quanto avessero mai fatto alle numerose riproposizioni delle sue prodezze sportive cui il mondo circostante li aveva sottoposti. Papà lì era strano. Era in giacca e cravatta, e sembrava molto emozionato.

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Per primo parla Roberto Insigne, decisamente il meno a suo agio di tutto il quartetto:
“Niente. Mi ha contattato Melania, dicendomi che avremmo fatto una fortuna. Mi bastava unirmi a loro e il gioco era fatto. Mi ha detto che avevamo già dalla nostra il gemello scarso di Callejón, quello che giocava in Bolivia, e il fratello di Higuain, quello degli USA. Sono stato uno stupido, ho accettato solo per i soldi e senza pensare alle conseguenze del casino in cui mi stavo mettendo. Non avevo la certezza che dopo Avellino sarei riuscito ad andare in Serie A. Mi promettevano la ribalta da anni, senza che riuscissi mai a sbocciare. Come, invece, era successo a Lorenzo. Ero l’Insigne minore, il fratello di, l’altro. Quello con caratteristiche più da ala, buono per la B e, al massimo, per la panca in Serie A, purché in una provinciale. No, Lorenzo non mi ha mai aiutato. Il successo lo ha cambiato, pensa solo a se stesso. Come ha sempre fatto, fin da bambino”.
Juan Miguel Callejón, detto Juanmi, si esprime in termini che per la stampa e gli inquirenti sono sorprendenti:
“Sì, avete capito. Davvero. Ne sono fiero, sono contento di averlo fatto. Punitemi, è giusto. Ne sono andato in cerca, l’ho voluto. Dopo Madrid ho vissuto di prese in giro, senza il minimo rispetto da parte dei media, dei miei compagni e – strano, ma vero – dei miei genitori. Da allora sono stato il gemello diverso, perché meno forte, meno cinico, meno cattivo. Ho cercato di avere la mia rivincita cercando di riciclarmi più volte e in vari campionati, ma dall’approdo di mio fratello a Napoli ho capito che sarebbe stato impossibile emanciparmi da queste etichette. Se da ragazzini in fondo ce la battevamo più o meno alla pari – forse, nelle giovanili, il più brillante ero io –, gli anni nella Castilla hanno finito per rovinarmi. Mi consola solo il fatto che mio fratello non ha mai saputo, né da ragazzi né in tempi recenti, in quante occasioni io abbia usato la sua identità. Trattamenti di favore nei locali, posti in prima fila agli spettacoli, occhi di riguardo in ristoranti di lusso. E molte ragazze ai miei piedi, perché io ero Callejón, quello del Napoli. Non ci ho messo niente a coordinare l’operazione da qui. Melania mi ha convinto, Federico era praticamente già dei nostri. Anche a convincere Roberto non ci è voluto molto. I rapitori, gli esecutori materiali, li ho scelti io di persona”.
Federico Higuaín non è da meno:
“No, non siamo mai andati d’accordo. Tantomeno da piccoli. Lui era quello più interessante, l’argentino nato in Francia. Con un talento addirittura maggiore di quello del fratellone, che giocava già nel River da anni, ma nessuno lo ricorda. Nostro padre, del resto, ha sempre preferito Gonzalo. Ha sempre curato per lo più i suoi interessi: mandando lui dai procuratori migliori, trovando per me contratti a buon mercato con squadrette del cazzo. Dopo l’esperienza in Turchia stavo impazzendo, mentre Gonzalo bruciava le tappe e stava diventando davvero troppo forte. Non riuscivo a sopportarlo. In America ero finalmente qualcuno, ma mai abbastanza da potermi permettere di essere me. A parte le facili ironie dei nostri amici storici sulla calvizie che me e non Gonzalo, che aveva ancora margini di salvezza, mi feriva che le gente non immaginasse nemmeno quale dramma stessi attraversando. Questa storia del primo posto del Napoli stava iniziando a infastidire un po’ tutti, lui stava diventando qualcosa di simile a Dio. Quando Melania e Juanmi mi hanno contattato, non ci ho pensato due volte. Si figuri, signor giudice, che quando Gonzalo mi ha visto, dalla celletta in cui li tenevamo rinchiusi, mi ha sputato. Dicendomi che se l’aspettava, che l’aveva sempre saputo”.
L’interrogatorio a Melania Gabbiadini si rivela un po’ più complesso del previsto. La donna è un osso duro. Parla poco, pur essendo, a tutti gli effetti, la mente dell’operazione. Crocifissa dalla stampa nazionale, tradisce più volte, nel serrare la mascella, un sorriso beffardo. Sotto torchio non cede, tanto da esasperare chi la sta sottoponendo ad una sequela interminabile di domande serrate. Ad ogni modo le testimonianze la inchiodano; resta solo da capire – attraverso le sue dichiarazioni – quale fosse la gravità del suo coinvolgimento. Poi, a un certo punto, la Gabbiadini sembra come annoiarsi. Pare voler spiegare, non senza supponenza, dinamiche del tutto ovvie a chi le sta facendo domande tanto stupide e banali:

“Bene, Lei è ufficialmente un minus habens, nel senso che non credo possieda gli strumenti per arrivarci. Dunque La aiuterò e metteremo fine a questa imbarazzante – per Lei – procedura zeppa di formalismi privi di senso. La inviterò a riflettere su un solo, semplice punto. Ecco, Signor Giudice, si immagini di essere qualcosa di leggendario nel Suo ambito professionale – cosa che Le auguro di cuore, ma credo si realizzerebbe difficilmente. Ora, ammettiamo che il Suo campo sia, nello specifico, lo sport professionistico: più precisamente il calcio. Ammettiamo anche che Lei stia praticando questo sport per volere dei Suoi genitori, cui ha dedicato la Sua intera esistenza nel tentativo di ottenere la loro felicità, se non un semplice “brava!” – o “bravo!” nel Suo caso. Continuiamo col dire che c’è, come dire, un certo grado di oggettività dei Suoi successi professionali, e che questo si traduca in cinque scudetti, il primo dei quali ottenuto dieci anni prima dell’ultimo. Diverse coppe nazionali. Diversi record di reti. Titolarità in Nazionale. Quattro anni consecutivi come miglior giocatrice in assoluto di un’intera categoria. Tanto da aver oscurato, almeno in parte la dittatura che figure come Morace o Panico stavano esercitando sulla memoria di una branca del calcio che impropriamente continuate a definire “in rosa” o “al femminile”.  Ora, in parallelo, si immagini di avere dei genitori che, dai suoi dodici anni circa, inizino a riversare tutte le loro attenzioni sul fratellino più piccolo. Tecnicamente bravino, ma in fondo normale. Fondamentalmente, e al contrario di Lei – che a questo punto spero si sia immedesimato in una ragazza – di sesso maschile. Si immagini quindi che questo fratellino diventi professionista, e intraprenda una carriera a tutti gli effetti modesta, ma che questa modestia sia sufficiente ad oscurare la Sua straordinaria carriera da record. Si immagini che la carriera di questo ragazzetto sia ritenuta dalla stampa più importante della Sua, che la semplice possibilità che il ragazzo vada in Nazionale oscuri il fatto che Lei, in Nazionale, ci va dal 2004. Ora, a questo, sommi l’eventualità di uno scudetto della squadra in cui Suo fratello milita, senza che si tenga conto dei suoi cinque titoli. Sorvolando, per buon gusto, sul fatto che Suo fratello ha avuto, in tutto questo, un ruolo che definire marginale sarebbe un complimento. Ecco, Signor Giudice, io le chiedo: posto tutto questo, se Lei fosse – mettiamo – la ragazza in cui le ho chiesto di immedesimarsi, come si sentirebbe?”

Melania: una leggenda.

1 commento:

  1. Il mio nome è reta mi piacerebbe condividere la mia testimonianza a tutte le persone nel forum, perché non ho mai pensato avrò il mio fidanzato indietro e lui significa tanto per me l'uomo che voglio ottenere sposarmi mi ha lasciato due mesi per il nostro matrimonio per un'altra signora, quando l'ho chiamato non ha mai preso le mie telefonate, mi ha cancellato il suo Facebook e ha cambiato il suo status di Facebook da sposata a single, quando sono andato al suo posto di lavoro, ha detto il suo capo non ha mai vuole vedere me perso il mio lavoro come conseguenza di questo, perché non posso farmi più, la mia vita era a testa in giù e tutto è andato storto con la mia vita, ho provato tutto quello che potevo fare per riaverlo, ma niente di lavorare per me fino a quando ho incontrato un L'uomo quando vado in Africa per eseguire alcune attività ho sviluppato alcuni anni back.I gli ha detto il mio problema e tutti hanno di essere passato attraverso di lui ottenere la mia parte posteriore di amore e di come ho perso il lavoro.
    mi ha detto che mi aiuterà proprio qui in Africa non credo che, in primo luogo, il giovane mi ha detto che hanno padre spirituale che mi può aiutare.
    dopo la mia attività, mi presento l'uomo, l'uomo mi ha detto il motivo per cui il mio ragazzo mi ha lasciato e mi ha anche detto alcuni segreti nascosti. Sono rimasto sorpreso quando ho sentito che da lui, ha detto che lancerà un incantesimo per me e vedrò i risultati in un paio di giorni, poi ho tornare indietro, il giorno seguente e ho chiamato lui, quando sono arrivato al mio paese e lui ha detto che è occupato lanciare questi incantesimi e ha comprato tutti i materiali necessari per gli incantesimi, ha detto che sto per vedere risultati positivi nei prossimi 2 giorni che è Giovedi, prima di saperlo, il mio ragazzo mi ha chiamato esattamente 12: 35 pm Sabato e scuse per tutto quello che aveva fatto, ha detto, non ha mai saputo quello che sta facendo e il suo comportamento improvvisa non era intenzionale e ha promesso di non farlo again.it era come sto sognando quando ho sentito che da lui.
     Dopo la chiamata, ho chiamato l'uomo e gli ho detto il mio ragazzo hanno chiamato e il padre ha detto che non ho ancora visto nulla, ha detto che riceverà anche il mio lavoro in prossima volta 3 giorni, e Lunedi di esso, mi hanno chiamato al mio posto di lavoro per riprendere ufficio il giorno dopo, e ho anche ottenere di più la promozione dal mio ufficio nella stessa settimana. Non so come ringraziarvi, signore, tutto quello che posso fare è far sapere che abbiamo un padre come te signore.
     Per favore, se qualcuno ha bisogno di questo aiuto dovrebbe contattare con urgenza questo padre, perché questo è l'unico modo in cui lo posso pagare e aiutare i miei compagni forum troppo. questo è l'e-mail, drokojiehealinghome@gmail.com, e il numero di telefono è, 2.348.106,74327 milioni

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