lunedì 2 maggio 2016

Il punto di maggio

Scrivere di lunedì mattina una volta significava riepilogare tutto quanto era successo nel fine settimana sportivo (che poi era, di base, la domenica); oggi invece lo spezzatino degli impegni consente di scrivere sapendo molto ma non tutto, e il caso benevolo di questo inizio di maggio vuole che fra questi destini non scritti, e che forse verranno scritti già questa sera, ce ne siano di grandi e di piacevoli da trattare. Cominciamo appunto da qui.


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La Premier. Chelsea-Tottenham è una buona partita per ammazzare il campionato; e probabilmente, guardando il calendario, qualche tifoso dei Blues avrà pregustato a inizio stagione la possibilità di vincere il campionato in casa, a due giornate dalla fine, battendo i rivali cittadini e la loro batteria caleidoscopica ma leggerina di attaccanti che sbucano da tutte le parti e non si sa bene dove vadano a finire. Invece, com’è noto, le cose sono andate un po’ diversamente; in primis per il Chelsea, che ha avuto la stagione fallimentare che tutti conosciamo, ma anche, ad essere giusti, per il Tottenham, che ha finalmente messo ordine nel proprio caos creativo e l’ha trasformato in una performance di una certa efficacia (non è giusto dimenticare l’approdo ai quarti di Europa League, impegno forse un po’ trascurato nel nome della rincorsa al primo posto).
In ogni caso, il Chelsea ha oggi la possibilità di concludere la premier, condannando il Tottenham a un’altra stagione senza vittorie e incoronando il Leicester. L’occasione è ghiotta: e, sulla base di considerazioni razionali sul valore e la motivazione delle rose e guardando il cammino recente delle due squadra, mi sembra implausibile che il Chelsea non raggiunga almeno il pareggio. Però se dovessi scommettere punterei sulla vittoria esterna, che mi sembra si attagli meglio a tutto il copione di quest’annata. È anche vero che io non scommetto da tanto, e - anche quando lo facevo - la Premier la bazzicavo poco e la indovinavo meno.


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Il Leicester. Sono contento di questo lunedì che mi dà la possibilità di scrivere del Leicester senza che sia partito il carro dei vincitori e senza l’aggravio particolare di retorica che avrebbe apportato al tutto una vittoria decisiva ottenuta al Teatro dei Sogni. Mi fa piacere perché questa attesa ancora un po’ impaurita (per un’altra squadra non avremmo timori, con un tale vantaggio a questo punto del campionato. Ma il Leicester City, dio mio!…) dà la possibilità di tratteggiare considerazioni più fredde e ragionevoli. Intanto, se diamo un’occhiata ai numeri, vediamo che la squadra di Ranieri è perfettamente in linea con la media punti ottenuta in altri campionati recenti da squadre ben più valutate e blasonate; il Manchester United del 2011, non esattamente un outsider o una squadra abituata a lasciare punti in giro, vinse il campionato con 80 punti; e gli altri campioni degli ultimi anni, pur ottenendo più punti, non hanno poi raggiunto queste vette clamorose.
Questo per dire che sì, sono mancate le squadre più attese, ma il ritmo tenuto dal Leicester sarebbe stato da primo posto anche se gli altri avessero marciato a dovere. E non mi pare neanche che si possa parlare di favola (se non, certo, come trovata sintetico-retorica da titolone di Televideo; lì la accetto): se fosse stata una favola, se il Leicester City avesse viaggiato fin dov’è ora sotto l’effetto di un incantesimo, allora credo si sarebbe svegliato da un po’ sotto i colpi dei propri topini pasticcioni (uno per tutti: Simpson, che si fa espellere con l’Arsenal, sbaglia un gol fatto con il Southampton, nelle due partite a Manchester perde palloni orribili e manda Aguero e Lingard da soli in porta e questi non segnano. Ma non è un mistero: è Schmeichel). La verità è che i blu sono quanto di più lontano da una magia o un incanto: sono un meccanismo precisissimo e complesso, che gratta a volte e sembra incepparsi, perché i singoli pezzi sono quel che sono, però gira, gira bene, anzi compie giri che sarebbero impossibili per le rotelle prese in sé. Tutta questa vicenda somiglia, io credo, al ciaffo asciuga-insalata: che ha due rotelline piccole piccole, però in qualche maniera fa muovere la centrifuga grande, e anzi dà gusto mettersi a girare con foga quell’attrezzino e ottenerne velocità folli. Io ho fatto il classico, e non ho idea di come diavolo funzioni un asciuga-insalata; ma non per questo tiro in ballo la magia quando devo prepararmi un contorno rapido. Non per questo.
Ah, volevo aggiungere un’altra cosa: che, per noi sostenitori delle piccole o comunque di squadre poco accreditate, la vittoria del Leicester sarebbe un trionfo concettuale e un disastro statistico: un trionfo, perché confermerebbe che c’è ancora spazio, in mezzo a tutti i soldi e alle nuove regole del famoso calcio moderno, per l’impresa che sconvolge qualsiasi pronostico; ma anche un disastro, perché chissà poi quando ricapiterebbe.

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Se in qualche modo è razionale il Leicester, lo è, necessariamente, anche il Manchester City. Lo è nel senso che i risultati ottenuti dalla squadra celeste sono quanto discende dalle scelte compiute in estate, o piuttosto da qualche estate, dalla società. 64 punti in 36 giornate di campionato sono un bottino misero, certo non riscattato dalla vittoria (senza grandi squilli) in Coppa di Lega; una simile miseria potrebbe bensì essere riscattata, chiaro, da un evento di cui io, da simpatizzante del City, non ho intenzione di parlare.
Guardiamo invece a questi tre anni di gestione Pellegrini e diamo un’occhiata a ciò che ha lasciato: chi sono i giocatori chiave? Su chi basare la struttura della squadra? La risposta è, io credo, Hart, Kompany, De Bruyne, Silva (un giorno dovremo parlare di questo giocatore meraviglioso e sottovalutato, come se non avesse avuto una parte gigantesca nei trionfi del suo club e della sua nazionale), Aguero. Più ovviamente Yaya Touré, che è stato fondamentale in questi anni ma che non sarà parte del futuro del City. Ebbene, se diamo un’occhiata a questi nomi ci rendiamo conto che qualcuno, a tutti i livelli, ha sbagliato delle scelte e ha sprecato fior di milioni. Non mi sembra affatto, per usare una litote, che il City di Pellegrini circa 2016 sia più forte di quello lasciatogli da Mancini; anzi, mi pare che le scelte giuste sul lungo periodo siano state quelle effettuate dallo jesino.
Poi, certo, c’è quell’evento di cui non ho intenzione di parlare, e che magari potrà rivelare la statura internazionale di Otamendi, o segnare il riscatto di Demichelis, o non cosa; in quel caso sarò ben lieto di riconoscere ad allenatore e dirigenti la lungimiranza delle scelte effettuate. Al momento, restano 64 punti e un futuro nebuloso.
È pur vero che l’assenza di una programmazione chiara è un po’ il vizio comune delle grandi delle Premier, ed è figlia evidente dell’abbondanza di denaro e dell’ampia platea di rivali competitivi, che spinge a comprare subito e a casaccio. Però, pur in questa tendenza generale, il City sembra spiccare tristemente.

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La serie A (e Guardiola). Il campionato ha detto che la Juve è fortissima, è calma, è ben guidata, ha risorse importanti in panchina ed è campione d’Italia con amplissimo merito. Proprio un verdetto così chiaro però, mi pare, autorizza i rimpianti per una Champions in cui la Juventus avrebbe potuto e forse dovuto far meglio. Che tra le quattro grandi d’Europa di oggi si ponga il Bayern e non la Juve è normale solo dal punto di vista del blasone e di un’analisi pigra, contraddetta dai balbettii della squadra di Guardiola sia contro i bianconeri sia con il Benfica ai quarti.
Alla fine della sua esperienza a Monaco, è dubbio, credo, che Guardiola abbia portato qualcosa di più di quanto il Bayern è solito ottenere con qualsiasi guida; e questo, visto che si parla di finali di Coppa e di campionati dominati, è anche comprensibile. Il problema è forse che non si è visto neanche qualcosa di granché diverso. Ci aveva abituati bene, è vero; ma si era anche abituato benissimo, e magari non se l’è sentita di tentare rivoluzioni, né nel Bayern, né nel proprio modo di intendere il calcio.
Il resto della serie A è un po’ così. C’è da ringraziare il Napoli che ha tenuto aperto più del normale un campionato da cui l’altra possibile contendente, la Roma, aveva deciso di autoeliminarsi; per il resto, io tifo Gilardino e guardo con moderato interesse alle ultime due giornate.


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La Liga. Una cosa che non mi piace della Liga (per il resto non solo emozionante in vetta, ma piena di squadre che hanno saputo inventarsi e reinventarsi: vi ricordate tre-quattr’anni fa, l’aria di fallimento e smobilitazione diffusi? Adesso guardate un po’ l’Europa League), una cosa che proprio non mi piace, è il sadismo degli arbitri nei confronti delle piccole. Le tipiche piccole che vanno al Bernabeu e al Camp Nou e prendono un gol bello, o un rigore abbastanza netto, e poi un secondo gol in transizione; eppure continuano a giocarsela, vanno al tiro, sono pericolose. Oh, non so se è un’impressione mia, ma a quel punto succede un po’ troppo spesso che un contatto trascurabile divenga un rigore, o che qualcuno si prenda una seconda ammonizione troppo fiscale: col risultato che poi l’onesta squadretta ne prende sei o otto, e la cosa suona quasi come un monito.
Non so se sia sadismo da parte degli arbitri spagnoli o se è invece una sorta di traslatissimo e un po’ frainteso memento mori, però dà fastidio. Non è neanche sudditanza, è un fatto diverso e forse peggiore.

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Serie minori. Come appassionato di maglie molto belle e storiche, sono felice della promozione in B della Spal; mi urterebbe un po’ se l’Alessandria buttasse via circostanze piuttosto favorevoli e riuscisse ad arrivare fra le prime quattro d’Italia in Coppa ma non le prime quattro del proprio (non osticissimo) girone di Lega Pro. Nel caso comunque tiferei Pisa e/o Lecce, al limite anche Casertana; c’era forse la Casertana in B l’ultima volta che c’è stata la Spal? Può darsi; se non quell’anno era quello prima.
Come simpatizzante del Cosenza mi spiace molto che neanche quest’anno sia l’anno buono. E questo fatto che vada in A chiunque, adesso pure il Crotone…, comincia a essere pesantuccio. D’altra parte non so quali fossero gli obiettivi stagionali. Si è fatto il massimo? Qualcuno può illuminarmi?
Quanto alla D, mi spiace che non ce l’abbia fatta la Cavese e molto probabilmente neanche il Taranto; e mi addolora l’agonia - di anni, ormai - della Triestina. Che poi, oltretutto, avremo forse dieci stadi davvero belli e ben fatti, in Italia, e uno è nascosto in quarta serie e ci va a giocare il Campodarsego (con tutto il rispetto). Mah.

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Calcio marchigiano. L’Ancona ha mollato. Dopo aver fatto oggettivamente per due terzi di stagione circa il doppio o quasi dei punti che ci saremmo aspettati, date le circostanze di inizio anno e i soldi a disposizione per il mercato, visti svanire i playoff la squadra si è afflosciata. Qui siamo di fronte a uno di quei casi in cui ti dispiaci, ti accorgi che non è giusto farlo e che invece dovresti solo ringraziare, e poi ti dispiaci comunque: perché alla fine c’eravamo quasi, a questi benedetti playoff, e si sa cosa fa l’Ancona quando arriva agli spareggi…
L’assenza di entusiasmo intorno alla squadra, anche quando se l’è meritato e quando i risultati erano più che lusinghieri, conferma l’impressione che alla gente, più che un progetto serio, sostenibile, a lungo termine quale quello dell’Ancona (che è amministrata da un’associazione di tifosi e partecipata da un nutrito stuolo di sponsor purtroppo non così munifici singolarmente), alla gente, dicevo, piace el padró che buta i sghei ntel paló; salvo poi lamentarsi quando si fallisce, perché alla lunga succede quello. Eppure la gestione attuale dei dorici ha dimostrato di essere competente; il che non toglie che tutti noi, dovendo sognare, sogneremmo di vedere un bravo allenatore come Cornacchini fornito di una squadra in grado di vincere il campionato e di riportare l’Ancona a quella B che è il suo habitat naturale. Ma i sogni sono gratis e i campionati costano.
La Maceratese è riuscita dove l’Ancona no, dimostrando di essere uscita molto bene e con solida programmazione da una serie complessa come la D. Onore a loro; e adesso iniziano i playoff in cui, come si dice, non aver nulla da perdere può essere un vantaggio. A me pare tuttavia che rispetto ad altre squadre e società la Rata abbia però veramente troppo poco da perdere; mi stupirebbe dunque se riuscissero ad aggiungere qualcosa al già prestigiosissimo risultato ottenuto.
La Samb è tornata in C; ma della Samba, l’esperienza insegna, non si può parlare dopo un solo campionato vinto. Sarà meglio aspettare un altro anno o quantomeno un’altra estate, per capire che razza di impegno e di serietà attendersi dalla società rossoblù. Del dato sportivo in sé, ovviamente, non si può che gioire.
Il Fano non è riuscito a contendere davvero il campionato alla Samb; forse aver rinunciato al ripescaggio - per via delle condizioni imposte dalla dirigenza di Lega Pro - è stato un azzardo non ripagato. Di sicuro vincere la serie D è difficile e non è facile mantenersi pronti e al vertice per qualche anno di fila; e sarebbe un peccato se i granata dovessero rinunciare alle ambizioni e a quella terza serie in cui, sotto ogni punto di vista, possono stare tranquillamente. Notevole la vittoria dell’Eccellenza da parte della Civitanovese; da miseno mi dolgo che sia retrocessa la Vigor Senigallia. Da arceviese mi rallegro invece della permanenza dei biancorossi in prima categoria: bravi ragazzi, vi meritate una menzione in un blog di rilevanza nazionale.

5 commenti:

  1. "Io ho fatto il classico, e non ho idea di come diavolo funzioni un asciuga-insalata; ma non per questo tiro in ballo la magia quando devo prepararmi un contorno rapido. Non per questo."

    Credo sia uno dei passaggi più belli che abbia letto nel corso di questa stagione calcistica.

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  2. Sottoscrivo ogni parola tranne che sul Bayern. Il Bayern di Guardiola spende molto di piu` e ottiene solo briciole in piu` di quello di Hitzfeld

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  3. aspetto un vostro articolo su SOR CLAUDIO RANIERI. !

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  4. il Cosenza è un po' il Torino del Sud.....una delle squadre più sfigate d'Italia

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