giovedì 19 maggio 2016

"Cantona", di Andrea Romano. Un'anticipazione



Il nostro amico Andrea Romano, che su queste pagine ci ha ricordato i suoi anni a Malaga, e che su pagine di carta ben più prestigiose ha fatto una gustosa carrellata dei matti del calcio ("Manicomio Football Club"), oltre a contribuire al mitico "Memorie dell'Europa calcistica" con il pregevole racconto scozzese tanto elogiato da Antinelli, torna - peraltro direi con gli stessi toni letterari foschi del racconto da ultimo citato - in libreria con un romanzo biografico, o una biografia romanzata, insomma con un lungo racconto, su Eric Cantona, The King per gli amici ("Cantona. The King", Giulio Perrone Editore, collana Fuori Classe, 2016). In attesa che si cimenti con la sua prova più ardita (gira voce che stia progettando un romanzo distopico in cui Alessandro Rinaldi non regala il pallone a Owen contro il Liverpool, la Roma vince quella Coppa Uefa e Rinaldi, dopo anni di gloria, sfida Marchini al ballottaggio come sindaco di Roma), buona lettura con il suo nuovo libro, di cui ci pregiamo di offrire questa bella anticipazione.

***

Londra, mercoledì 25 gennaio 1995.

Tu adesso torni indietro e gli cancelli quell’espressione da demente dalla faccia.
Quanto è vero cristo iddio. Sì, tu ora esci da questa stanza e gli sviti quella sua inutile testa di cazzo.
Un pugno dopo l’altro.
Fino a quando non senti le sue cartilagini sbriciolarsi sotto le tue nocche.
Un dente dopo l’altro.
Fino a quando le sue labbra non la smettono di pronunciare quel nome.
Eléonore.
Non un nome qualsiasi. Il nome di tua madre. Ossa delle tue ossa. Carne della tua carne.
Chiudi gli occhi ma riesci ancora a vederli. Sono ovunque. Sotto il tuo naso e davanti alle tue retine. Sorrisi affilati innestati su volti anonimi. Non smettono un attimo di guardarti. Fisso. I loro occhi dentro ai tuoi occhi. Fino a quando non scoppiano in una risata sguaiata. Ed è inutile che provi a proteggerti le orecchie con i palmi delle mani. Perché tanto puoi sentirle riecheggiare dappertutto.
Dietro a ogni angolo. Aggrappate a ogni parete. Davanti a ogni spigolo.
Bocche velenose che ti ripetono che questa non è più casa tua. E non lo sarà mai più. Perché sei finito. Perché per te, qui, non è rimasto niente. Solo polvere e oblio e sofferenza e dannazione.
Tu, il francese insolente che sognava di conquistare la perfida Albione.
Provi a girare la maniglia ma le tue dita mancano la presa. Falangi impazzite che si rifiutano di obbedire ai tuoi ordini. Arti ammutinati che pensano sul serio di potersi ancora salvare.
Appoggi la schiena alla porta e ti guardi intorno.
Muri anneriti. Pavimenti scoloriti. Legno scheggiato. Panche consumate.
Giri la testa alla ricerca di una prova, di un disperato appiglio che ti faccia capire che questo non è altro che un delirio. Trovi solo buio. Buio che ti opprime la gola e ti sgonfia i muscoli. Buio che si mette in marcia verso di te. Lentamente. Centimetro dopo centimetro dopo centimetro.
Inspiri. Espiri. Inspiri. Espiri. Inspiri.
Vorresti metterti in salvo ma non riesci a schiodarti da lì.
Le gambe pesanti. La testa che frizza. Gli occhi che bruciano.
Il piede destro davanti al sinistro. E ti ritrovi solo e impaurito.
Il piede sinistro davanti al destro. E capisci che è tutto finito.
Niente più cori. Niente più applausi. Niente più preghiere. Niente di niente.
Stai per metterti ad urlare quando le senti addosso. Sulle tue braccia e sulla tua schiena. Intorno alle spalle e appese alla maglia. Sono fredde, umide, appiccicose. Mani. Le mani di Norman Davies. Gira la chiave nella toppa e ti urla contro qualcosa. E lo fa con la rabbia impastata a riverenza. Grida che ti devi calmare, il povero Norman. Strilla che se vuoi davvero uscire da questo spogliatoio del cazzo devi prima passare sul suo corpo del cazzo e poi buttare giù quella porta del cazzo.
Come se tu non fossi disposto a farlo sul serio. Come se tu prendessi davvero ordini da un magazziniere.
Espiri. Inspiri. Espiri. Inspiri. Espiri.
Ti sfili la maglia e la lanci il più lontano possibile. Pensi a loro. Lì fuori. Senza di te. Ti siedi con il cuore che rimbomba al centro del tuo petto. Ancora una manciata di minuti e sarà tutto finito. Per sempre. Perché dopo non ci saranno più partite da giocare né gol da segnare. Non ci saranno più stadi da ammutolire né colletti da alzare.
Norman si avvicina e ti passa un bicchiere di tè. L’unico modo in cui i pidocchiosi sudditi di Sua Maestà sanno risolvere i problemi.
Un sorso.
Due sorsi.
Tre sorsi.
E senti il calore che scende dritto giù nella tua gola.
Quattro sorsi.
Cinque sorsi.
Sei sorsi.
E questa notte non sembra poi così fredda.
Inspiri. Espiri. Inspiri. Espiri. Inspiri.
Ti togli i pantaloncini, le mutande, i calzettoni. Lasci cadere tutto sul pavimento, piano. Poi guardi i tuoi piedi. Con i cerotti che avvolgono le dita e le unghie deformate dalle botte. Ti fanno male. Ma è un dolore che non hai mai sentito in vita tua.
Dolore di testa. Dolore di sangue. Dolore di ossa.
Strofini le piante sulle mattonelle fredde e sbeccate. E mentre senti la pelle appiccicarsi al pavimento, ecco che un brivido si mette in marcia lungo la tua schiena.
Il tuo futuro. Un futuro molto più nuvoloso di quello che eri abituato a sognare. Nessun futuro.
Giri le spalle a Norman e spalanchi l’acqua calda. Provi a lavare via dalla tua pelle le ultime tracce di loro. Provi a gridare fuori dal tuo corpo le ultime scorie di rabbia che ancora ti legano a loro.
L’acqua bollente si infrange contro i tuoi capelli, controi tuoi zigomi contro il tuo naso. Scioglie lo sporco che ti si è incollato addosso e lo trascina giù nello scarico.
Goccia.
Dopo goccia.
Dopo goccia.
Chiudi gli occhi mentre sotto il tuo naso sfilano gli ultimi mesi della tua vita.
Tu felice. Tu sicuro di te stesso. Tu invincibile.
Apri gli occhi mentre sotto il tuo naso sfilano crudeli gli ultimi minuti della tua vita.
Tu ferito. Tu reietto. Tu distrutto.
Chiudi la manopola e i tuoi denti iniziano a sbattere l’uno contro l’altro. Hai freddo. E sei spaventato. Ti accorgi che stai tremando. Anche se non la smetti di ripetere che tutto si sistemerà, che ti perdoneranno. Perché devono farlo. Perché loro non hanno altro dio all’infuori di te.
Tu non hai paura.
Tu non hai paura.
Tu non hai paura.
E invece tu hai paura.

Fottutamente.

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