lunedì 15 febbraio 2016

Uccidendomi delicatamente

The street heats the urgency of now
As you can see there's no one around
 

Vede Gascoigne alla bandierina, i capelli ossigenati e il fare di chi passa da quelle parti per caso. Sente il braccio di Babbel in marcatura. La coda dell’occhio intravede il bianco puro della maglia. Ancora i brividi per God Save The Queen cantato da ogni inglese sulla faccia della Terra qualche minuto prima. Gazza calcia, teso sul primo. La spizzata di Tony Adams è perfetta, manda fuori tempo ogni movimento. Inclusi quelli di Babbel. La marcatura è rotta, mezzo metro. Quanto basta. Chiude gli occhi e schiaccia verso Kopke. Dentro. La mano destra al cielo.

-



La panchina rossa alla fine della Queen’s Parade affaccia su un cielo grigio e una spiaggia spoglia. 

"Ma chi gioca in attacco?" Chiede senza troppa convinzione.
"Stasera devo fare un tentativo. Magari quando passano un lento". Scarto il packet-lunch che il college ci ha gentilmente offerto. Sarà la solita merda, cheese sandwich, succo d’arancia e, se va bene, tortino confezionato al gusto carota.
"Killing Me Soflty la passano sempre a metà serata. Alle ragazze piace, eccome".
"La punta non l'abbiamo" Guardo il tramezzino e ogni aspettativa è confermata. Il succo è al gusto d'arancia, mi fa cagare il gusto arancia. E niente gusto carota.
"Come si chiama qua? Perché siamo qua? Giochiamo senza punta". Forse convinto che siamo troppo giovani per poter apprezzare un posto del genere.
"Tentare senza atmosfera sarebbe fallire miseramente. Scarborough, o qualcosa del genere. Siamo sulla costa est".
"Ti rimane solo questa sera". Come se non lo sapessi.
"Pure gli spagnoli sembrano bravi". Come se non lo sapesse.
"L'importante è non perdere da quelli di Perugia. Li odio. L'odore del loro Fahrenheit è ovunque".
"Se vedi che non può funzionare cambia obiettivo. Dovevi provarci a York, quando siete rimasti soli".
"Si. Aspetto i Fugees".
"Giochiamo senza punta".
-


Euro ’96 è l’Europeo del calcio che ritorna a casa. Per l’occasione, l'Inghilterra si mette a festa e lustra 8 stadi che solo i nomi mettono i brividi. Per l’occasione Terry Venables, coach della Nazionale inglese, propone una difesa inzaccherata guidata da Adams e Stuart Pearce, un centrocampo raffinato e un attacco come raramente se ne sono visti. Ince a distruggere, Gascoigne e McManaman a inventare, Shearer, Sheringham e Fowler a definire.
Le incognite sono tante. La pressione, la voglia di Gascoigne e la scarsa vena realizzativa dell'attaccante del Blackburn, a secco da una vita o quasi con la maglia della Nazionale.
L'esordio contro la Svizzera scaccia molti dubbi, ma non tutti. Shearer, ben imbeccato da Ince, buca Pascolo. Il rigore di Turkylmaz allo scadere sopisce le gioie.

Lo scetticismo dei media accompagna i Tre Leoni nonostante il pareggio nell'altra partita del girone, quella degli olandesi favoriti per il passaggio del turno.
Fino alla partita contro la Scozia, che si presenta con una maglia da fiaba.
Prima frazione bloccata, stanca: il biondo Hendry e Calderwood tengono bene, l'Inghilterra inventa poco o niente. In avvio di ripresa la scossa. La squadra di Venables schiaccia gli scozzesi nella loro area, McManaman vede i binari di Neville e lo serve sulla corsa, dalla destra parte un cross morbido ma forse troppo lungo. Goram è scavalcato, il taglio di Gascoigne spariglia la difesa. Shearer appare dal nulla, sul secondo, in anticipo sul ritardo del pallone. 1 a 0. La mano destra al cielo, di nuovo.
Una testata ai cattivi pensieri.
Che si ripresentano una manciata di minuti dopo. Fallo di Adams su Durie in area, McAllister sul dischetto. Il rigore è ben calciato, potente, ma Seaman lo battezza e manda in angolo, l'Inghilterra si carica, respira. La Scozia barcolla. Sul successivo rinvio di Seaman la follia. Due tocchi mandano Gazza verso la porta scozzese. Sombrero a Hendry sulla corsa, cambio di direzione e rasoiata sul primo. Wembley è matto. Preparate la sedia del dentista. L'Inghilterra ha preso fuoco nel giro di un minuto.
-



Da qualche parte, nello Yorkshire, c'è una cittadina chiamata Harrogate. Strutture termali e un centro città ben curato.
Ero stato spedito ad Harrogate in vacanza-studio, che poi era una vacanza con poco studio e tanto cibo immangiabile, stufati tutti dello stesso sapore, pasticci e patate fritte e patate lesse e patate al cartoccio, i fast-food appena possibile.
Giornate noiose, impegnate tra tornei di calcio e badminton, calciomercato e gite nelle cittadine vicine, tipo York o Scarborough. Una scusa come un'altra per conoscere ragazze e fumare tabacco.

La struttura che ospitava il mio gruppo era un immenso casermone diviso in varie ali a circondare uno sconfinato prato, con tanto di porte e campi da tennis.
Camere da due, cemento armato e infissi tipicamente inglesi, di quelli che non puoi aprire la finestra, ma solo inclinarla, che tengono il caldo d'estate e il freddo d'inverno.
Noi nell’ala sud, i francesi e quelli di Perugia nell’ala nord. In mezzo quelli di Padova.
Refettorio e club house in comune, come la discoteca: una vecchia casupola con un organo, uno stereo e due casse, roba anni Ottanta. Ma tanto bastava.
La mattina dovevamo prendere parte a lezioni di inglese, il pomeriggio, invece, sport e rimorchio.
E proprio il torneo di calcio nello sconfinato prato era ciò che rese ogni gruppo nemico dell'altro.
Girone all'italiana e finale tra le prime due classificate. Una partita ogni tanto, per farlo durare il più possibile. La nostra squadra era, per distacco, la più scarsa del torneo. Un'accozzaglia di gente che col calcio aveva poco a che spartire, capace solo di sfoggiare maglie meravigliose di squadre straniere.
E però, con le ragazze, ogni appiglio è buono a quell'età. Specie il calcio. E quindi tutti a professarsi calciatori.
Per l'occasione mi riciclai ala. Per l'occasione feci più schifo del solito.
La squadra con me. Una serie interminabile di gol subiti. Una totale assenza di movimenti e tattica.
La ricerca costante della simulazione o di una fitta al polpaccio pur di salvare la faccia. Lontani anni luce dalla finale e ben oltre il baratro: semplicemente, una cosa alla quale non dovevamo prendere parte.
-


Il facile e inaspettato 4 a 1 contro l'Olanda consegna a Venables i quarti di finale.
Hierro, Nadal, Zubizarreta, Kiko e Alfonso. La Spagna sembra fortissima. Un brutto cliente.
Specie se la porta sembra stregata. Prima il legno, poi la girata alta di Tony Adams. Il gol annullato a Salinas è un sospiro di sollievo prima di riprendere ad attaccare. L'ennesimo brivido per la caduta in area di Alfonso ad inizio ripresa. Il risulato è inchiodato. McManaman e Sheringham hanno sui piedi l'occasione buona, ma la sprecano. Tempi supplementari. Poi rigori.

Shearer sul dischetto, la palla un macigno sistemato con cura. La rincorsa parte dal limite dell'area. Zubizarreta intuisce ma il tiro è a mezz'altezza, teso. Come deve essere calciato un rigore.
La replica di Hierro si preannuncia feroce. Il centrale di Malaga calcia potente, centrale. A Seaman battuto è la traversa ad opporsi, ricacciando il pallone verso il centrocampo. Inghilterra sopra.
Platt, morbido a destra. Poi Pearce dopo la realizzazione di Amor. Una staffilata che viaggia a pochi centrimetri da terra. Zubizarreta non può nulla e Psycho prende a pugni l'aria, pazzo di adrenalina, l'aquila sul braccio quasi si straccia. Belsue accorcia, ma la Spagna è sempre sotto. Il rigore successivo spetta a Gazza, che si avvicina al dischetto come se nulla fosse, il fare di chi passa da quelle parti per caso. Rincorsa veloce, palla da una parte, portiere dall'altra. Il resto lo mette Seaman, respingendo l'angolatissimo tiro di Kiko. Inghilterra in semifinale, per la Spagna non è ancora tempo.

-

Le mani in tasca, la pioggia fitta e sottile di traverso sul k-way e il gel appena piantato sui capelli. Per arrivare alla discoteca devo attraversare tutto il college. L'erba bagnata che mi sporca le scarpe. Il pensiero di quale sia il momento migliore mi rompe i nervi.

La sala, forse un tempo una cappella, è addobbata come al solito. Il parquet a fare da pista, alcune panchine addossate alle pareti e una palla stroboscopica a penzolare da uno dei canestri, neanche fossero ancora i tempi di Happy Days e dei balli di fine anno. Lei ancora non è arrivata.
Immagino come sarà vestita. Come mi saluterà, i suoi capelli castani pettinati appena. Immagino un fare spavaldo e deciso nell'andare incontro ai suoi occhi verdi. Parte la musica. Passano Africa di Toto, gran pezzo, bel video per carità, forse un pò datato, ma comunque non serve. L'atmosfera è fredda, mancano gli alcolici, avrei scoperto qualche anno dopo. Un pezzo ancora, poi un altro.

Il vociare e le chiacchiere calpestano i nervi ormai in frantumi. Ecco i Fugees. Tutto a monte.
Decido di arrendermi, che non è cosa. Le mani tornano in tasca e ha smesso di piovere quella pioggerellina del cazzo. Torno verso la club house ma di lei neanche l'ombra. Dovevo provarci a York, quando siamo rimasti soli. Nell'aria una scia di Fahrenheit, nella testa l'idea che un profumo non dovrebbe mai seguire le mode, e mai lasciare una scia. Come se fosse una cosa intima.
-


Più che pensieri, un'insana voglia di oblio. L'oblio del rigore realizzato, non certo l'eterna fama di un rigore sbagliato o calciato male. Una umana necessità di liberazione.
E infatti tutto accadde troppo in fretta. Dalla posa del pallone sul dischetto alla rincorsa, forse perchè troppo lunga. Appena terminato di indietreggiare, neanche uno sguardo al bersaglio, al portiere o ad altro. La testa giù e il pallone nelle pupille. Il tiro è potente, ma Kopke è già sceso, veggente.
Wembley cede. Pearce raccoglie Southgate e lo riporta a centrocampo.
Sul dischetto per la Germania andrà Möller e non si farà pregare per spiazzare Seaman. Rigore perfetto, come tutti i rigori che lo avevamo preceduto.
End of the story. Fine della migliore Inghilterra di sempre, fine del calcio che era ritornato a casa.

martedì 2 febbraio 2016

Visca el Brescia

 
La sessione invernale del calciomercato si é chiusa ieri con il botto, anche se si tratta di un botto a effetti ritardati, visto che dovremo aspettare fino a giugno. Pep Guardiola, il più geniale allenatore in circolazione, ha annunciato - e questo era nell'aria - che a fine stagione lascerà, dopo tre anni, il Bayern Monaco, per cimentarsi in una nuova - questa sì, sorprendente - avventura: portare il suo credo calcistico a Brescia.

La notizia è stata naturalmente accolta a bocca aperta dai media di tutto il mondo, tanto da sembrare quasi una boutade, un prematuro pesce d'aprile: d'accordo l'elemento romantico del ritorno nel club in cui ha chiuso la carriera, ma che il guru del calcio contemporaneo decida, nel fiore della sua carriera, di allenare nella serie B italiana, scartando le offerte milionarie dei migliori club europei (si parla di sceicchi in lacrime sia a Manchester che a Parigi), è davvero un azzardo che solo un personaggio carismatico come il Pep poteva permettersi.

Ovviamente, Guardiola non ha scelto solo d'impulso, di cuore insomma. Al di là delle frasi di circostanza riportate in questi giorni dai giornali ("a Brescia ho lasciato un pezzo di cuore"; "ho sempre saputo che un giorno sarei tornato"; "la città non mi ha abbandonato nei miei giorni più difficili [quelli delle accuse di doping], avevo un debito con lei"; "non vedo l'ora di lavorare con Caracciolo e Mazzitelli"), dietro ci sono delle rassicurazioni ben precise che ha ricevuto sia a livello calcistico che politico. Dietro, infatti, c'è un progetto che va oltre il campo. Lo so perchè ieri sera sono stato quasi due ore al telefono con lui (come molti sanno, siamo amici, per così dire, di tennis, essendo entrambi soci di lunga data del Real Club a Pedralbes). Anche se gli ho promesso riservatezza, so che non si arrabbierà se riporto qui di seguito alcune delle anticipazioni che mi ha dato.


Innanzitutto, com'è intuibile, avrà mani libere sul mercato. Quest'estate ci sarà un bel viavai sulla BreBeMi. Finora le certezze sono poche. Dalla Masia arriveranno tutti e quattro i fratelli Samper: non solo il già famoso Sergi (classe 1995), che sarà il perno del centrocampo del nuovo Brescia, ma anche Jordi (1999, promettente terzino destro), Frederic (2002, sta finendo le medie) e Oriol (che si legge Uriol e ha sette anni). Dal Bayern lo seguiranno sicuramente Alaba, che ha accettato di ridursi l'ingaggio di circa venti volte pur di non essere più preso in giro nello spogliatoio per il suo accento viennese, e Coman, che si è offerto di fare lo stopper. Thiago Alcantara, che a Monaco non si è mai veramente integrato, riformerà la coppia con il fratello. Peraltro Mazinho è stato contattato per capire se c'erano altri figli disponibili ma pare di no.
 
La rosa attuale ovviamente soffrirà una rivoluzione. Molti giocatori, pur di farsi confermare, stanno ricorrendo ad ogni stratagemma. Alexandre Geijo, attaccante svizzero di genitori andalusi, ha prodotto un certificato che dimostrerebbe che aveva un nonno repubblicano morto nella battaglia dell'Ebro. Thomas Kupisz, centrocampista polacco, ha giocato la carta di uno zio muratore a Manresa. Il giovane Davide Marsura ha impostato Tinder su Girona cambiando il proprio nome in Marsù i Puig. Leonardo Morosini durante i ritiri intrattiene i compagni con reading delle poesie di Gil de Biedma. 
 
Ma la rivoluzione colpirà anche lo staff tecnico. Scontati i ritorni di Carletto Mazzone, che sarà il vice di Pep, e di Roby Baggio, che farà da consulente spirituale, sorprende l'arrivo di Artur Mas nel ruolo di direttore sportivo. Alcuni analisti (ad esempio Francesco Olivo sulla Stampa) hanno visto in questa mossa la volontà del politico catalano di togliere ogni pressione al processo soberanista, tirandosi fuori; i più smaliziati, invece, ci vedono le prove generali del tandem che governerà il futuro stato catalano. Natalia Estrada sarà il capo ufficio stampa: Pep la stima sia per la sua versatilità (è l'unica asturiana che si é resa famosa nel mondo per saper ballare il flamenco), sia per la sua profonda conoscenza dei media italiani maturata negli anni d'oro del Biscione. Novità anche in cucina: i pasti dei giocatori saranno affidati a Xavier Adrià, fratello piccolo di Ferràn, a cui Pep ha chiesto di giocare con i sapori delle due tradizioni culinarie.    

Con i soldi della Caixa e il visto buono della Generalitat, entro l'estate una cordata di imprenditori bresciano-catalani capitanata da Gino Corioni si prenderà la proprietà della società. Presidente ombra sarà però Joan Laporta, il che avvalora l'ipotesi dell'esperimento politico e non solo calcistico. La sede del ritiro estivo è già stata fissata nella Val d'Aran. Per le vacanze estive è concessa libertà ai giocatori tanto vanno tutti già da anni a Formentera.


Anche l'Amministrazione comunale farà la sua parte. A partire dalla toponomastica. Alla centralissima Piazza della Loggia verrà dato il nome di Piazza della Pedrera. Corso Martiri della Libertà diventerà Corso Martiri del Triplete. Sulla facciata del vecchio Duomo verrà applicata una enorme scritta al neon "Junts pel Sì". In fase avanzatissima è il gemellaggio con Alghero, in modo che le due città diventino l'avamposto italiano del paìs català. Naturalmente, l'unitat de la  llengua richede che la città diventi bilingue. Il sindaco Emilio del Bono, che ha lasciato il Partito Democratico per accasarsi in Convergència Democràtica de Catalunya, si sta già attrezzando per far applicare su tutti i cartelli la duplice denominazione in italiano e in catalano. Ma non basta: a molti paesi della provincia verrà troncata l'ultima sillaba, e così  Ospitaletto diventerà Ospitalé, Gussago Gussà e Sirmione Sirmiò. Per ricreare anche l'effetto della cosiddetta Franja d'Aragò, il catalano verrà imposto, ma solo come dialetto, anche in alcuni villaggi confinanti della provincia bergamasca. 

Gli imprenditori, vera anima della regione, non stanno con le mani in mano. Nel centro di Brescia stanno aprendo, nell'ordine: una pizzeria Gaudì; un hotel Battlò; una gelateria Lloret de Mar; tre caffé 1714; una liberia Sant Jordi; un night-club Serrat. Tutti i bar della città si sono riconvertiti in tapas bar. In Franciacorta sono già state estirpate e arse migliaia di piante secolari e i vigneti sono stati tutti riconvertiti a cava. Nella Val Trompia si estendono a vista d'occhio le coltivazioni di calçots. I proprietari del Grand Hotel Villa Feltrinelli di Gargnano hanno assunto tutti i cuochi del Celler de Can Roca, anche se le padelle locali non consentono ancora un socarrat all'altezza. Ma ci sarà tempo per migliorare. Al Museo di Santa Giulia è in programma per la primavera una grande retrospettiva su Dalì e Amanda Lear. La Pinacoteca Tosio Martinengo ospiterà in pianta stabile la collezione della Fundaciò Antoni Tàpies. La stazione ferroviaria, infine, verrà intitolata a Joan Mirò, dal momento che i viaggiatori che arriveranno a Brescia verranno accolti da un suo enorme murale.

Eccolo, insomma, il grande piano di Pep: il calcio come veicolo per esportare la Catalogna. Dopo aver reso reale un'utopia calcistica,  adesso ci riprova con una politica. Visca el Brescia e visca Catalunya caro Pep!