lunedì 4 gennaio 2016

La légende du football. Il gioco del calcio spiegato da un poeta

"Il mestiere dello scrittore consiste nel creare un ponte tra un fenomeno esterno, come la partita di calcio, e gli innumerevoli fenomeni interni, i processi psicologici, che quel dato fenomeno esterno produce"  
G. Haldas

Ero alla disperata ricerca di informazioni su Umberto Barberis, leggenda del calcio elvetico, campione svizzero con il Servette e il Grasshopper e campione di Francia con il Monaco. Nato a Sion da genitori italiani e ovviamente cresciuto all'ombra di Tourbillon nel club cittadino, cercavo dettagli sulla sua vita, su cosa significasse essere italiano in Vallese negli anni sessanta. Avevo già in mente la classica storia di calcio e riscatto sociale. Poi, come spesso accade nelle peregrinazioni virtuali, a forza di scavare ti imbatti in un tesoro: l'archivio della televisione svizzera romanda, sezione sport. Mi sono addentrato in questa caverna telematica, ricolma di immagini e suoni d'altri tempi, attratto dal bianco-nero di partite dal ritmo sospeso, dalla voce nasale dei cronisti, dal vapore e dal fumo che salivano dalle tribune, da tutto ciò che una telecamera in alta definizione non riesce più a catturare.

Umberto Barberis
La mia fascinazione si sarebbe prolungata all'infinito, se i miei occhi non fossero caduti su un nome, quello di Georges Haldas. Non un calciatore, non un giornalista sportivo, ma un poeta. Per quasi un'ora sono rimasto ad ascoltare le parole di quest'uomo dall'aspetto gioviale, con una papier maïs spenta tra le dita e gli occhiali tanto spessi da sembrare comici. Alla base dell'entretient televisivo vi era un libro dello stesso Haldas, intitolato ''La légende du football''.
Per un attimo ho creduto fosse la presentazione di un libro sulla storia del calcio, o peggio di uno scritto in cui il letterato esponeva la sua inconfessabile e puerile passione per il pallone. Per fortuna però la registrazione risaliva agli anni ottanta, un periodo in cui si era ancora molto lontani dall'iperinflazione weimariana di letteratura calcistica che siamo costretti a subire oggi.
La discussione era infatti tutta incentrata sul calcio come oggetto di studio del filosofo, come esperienza umana capace di trascendere la realtà. Praticamente Haldas aveva scritto un libro che non avrebbe letto nessuno, da una parte gli intellettuali avrebbero mostrato disdegno per l'accostamento tra la filosofia e un divertimento popolare, dall'altra gli aficionados avrebbero percepito il tutto come un puro esercizio di stile, come un'intellettualizzazione.
Neanche io ho letto il libro, ma mi è bastato ascoltare l'autore svizzero per comprendere una verità che dentro di me già sapevo, ovvero che il calcio è una cosa seria.

Il calcio e il tempo

Le analogie, anche linguistiche, tra una partita e un rito sono innumerevoli: lo stadio è un tempio, i calciatori i suoi sacerdoti, i tifosi i suoi fedeli. Secondo Haldas però non si tratta solo di artifici retorici, ma di una vera sacralità creata dal gioco. Mircea Eliade scriveva che nelle grandi cerimonie religiose il tempo smette di essere un tempo ordinario e diventa anch'esso sacro. Il tempo della partita/rito è allora sacro, perché è un tempo mistico, non più lineare. In un'azione d'attacco, nelle sue fasi, la cosa che deve accadere, il goal, è già presente per anticipazione in ciascuno dei passaggi. Lo spettatore dimentica la durata, perché il futuro è già presente nel tempo. La rete che si gonfia è la Rivelazione, la manifestazione agli spettatori di una verità attesa.

Georges Haldas
La partita di calcio non è solo all'origine di una sospensione del naturale scorrere della vita, ma è anche alla base di un processo di rievocazione. Allo stadio basta osservare la composizione di una tribuna, studiare i tifosi, i loro volti, le loro imprecazioni per comprendere l'origine della loro passione. Nelle migliaia di sguardi che riempiono gli spalti riaffiora il desiderio di un'infanzia passata, a volte neanche troppo lontana. Tutti hanno giocato a pallone, anche solo nei cortili, nei campi vicino scuola, nei terrains vagues. Nei Paesi di tradizione calcistica tutti i ragazzi hanno accennato un cross, tentato un dribbling, abbozzato una grande giocata. Diventare spettatore significa vedere finalmente completati quei cross, quei dribbling, quelle grandi giocate. Lo stato di piacere e spensieratezza sta tutto lì, nel prolungare all'infinito una vecchia partita, nel veder alzarsi quel pallone fino a confonderlo col sole.
Haldas con lo sguardo acceso dai ricordi racconta a un giornalista nascosto dietro la telecamera della sua infanzia a Cefalonia, e di quando, passeggiando con suo padre non lontano da Argostoli, si ritrovò ad essere spettatore involontario di una partita tra pescatori greci e marinai inglesi. Vinsero gli inglesi, anzi stravinsero, ma il risultato non rimase impresso nella memoria del giovane Haldas. Quello che più contava era la polvere che si alzava nel tiepido pomeriggio ionico, le urla degli uomini in calzoncini, la voglia di giocare. Sensazioni che sarebbero riaffiorate ad ogni nuova partita, ad ogni biglietto acquistato, ad ogni storia raccontata. Il calcio è la geologia delle emozioni.

Il calcio come momento di verità

''Le foot est une heure de vérité'', così parla Haldas. Ci si può facilmente immaginare l'autore svizzero che discute animatamente di ciò con il suo amico Vladimir Dimitrijevic, fondatore della casa editrice l'Age d'Homme e anch'egli appassionato di calcio. Non si fa fatica a pensare a un bistrot fumoso a qualche metro dalle sponde del Lemano, in cui un poeta ginevrino di origine greca e un editore serbo basato a Losanna si divertono a confondere filosofia, letteratura e pallone rotondo.


Per parafrasare Chardonne si potrebbe dire che il calcio è molto di più del calcio, perché fa emergere delle realtà umane che sorpassano il semplice sport. Si è già parlato del goal come rivelazione di una verità attesa. Non si tratta però dell'unica rivelazione di questo gioco. La stessa natura umana appare con totale chiarezza nel corso di una partita. In pochi minuti è possibile capire se un giocatore è un fenomeno o una nullità, un eroe o una comparsa. Per un incapace è impossibile travestirsi su un campo di calcio. Al contempo il campione risplende e assurge al ruolo di superuomo. A differenza degli sport puramente fisici, il superamento dei limiti umani non trasforma tuttavia il giocatore in mostro, ma in genio quasi divino. La mano di Maradona è quella di Dio e il suo piede è d'oro. Di nuovo il sacro e il mistico, lontani anni luce da una gara di atletica misurata e cronometrata, da una porta di slalom speciale inforcata per pochi millimetri, dai supercostumi della speedo nell'acqua clorata. Da una parte ci sono i Re, dall'altra gli automi.

La popolarità del calcio e le sue manifestazioni pubbliche permettono di concentrarsi anche sui tifosi. Haldas parla del tifo violento e senza moralismo lo classifica come tipico caso di manicheismo assoluto. La violenza non è prerogativa del tifo organizzato, esiste anche in altre realtà associative, una su tutte quella dei movimenti politici. Non è quindi vero che il calcio scateni gli istinti primordiali o ribassi la natura dei tifosi, li mostra solo per quello che sono. Gli istinti esistono già, il calcio non li crea. Come il vino, la collera, la sessualità il calcio libera però delle forze inattese.

Paradossalmente il calcio può infine costituire un mascheramento della verità. Come una rappresentazione teatrale di un'infanzia perduta, la partita nasconde tutti i suoi retroscena. L'ormai imperante showbiz, i trasferimenti milionari, il marketing parossistico sono in qualche modo sempre riportati ad elemento secondario nel periodo che intercorre tra il fischio inziale e quello finale. Per novanta minuti esiste solo il pallone, il resto è sovrastruttura.

Il calcio e la fine

Il terminarsi di una partita segna la fine di una tregua, la fine della domenica. Fine è sinonimo di morte, gli ultimi minuti sono atroci, sprofondano chiunque in una tremenda depressione: il ritmo che scende per il risultato già deciso, i tifosi prudenti che partono in anticipo, le preoccupazioni quotidiane che riaffiorano. L'uscita dallo stadio è un momento lugubre, un fiume nero, una minestra densa. Si celebra il funerale della tregua.
Come nella vita la morte non è presente solo alla fine, i suoi segni sono percepibili sin dall'inizio, così ogni passaggio, ogni gesto ci avvicina alla conclusione, al momento in cui i sacerdoti lasceranno il tempio per ritornare nei sotterranei. Cionondimeno essa giunge inattesa e inappellabile.


Esiste però il dopo, fatto di parola e condivisione. Già a partire dai momenti successivi al fischio finale incomincia un'eterna discussione. Si racconta, si mette in comune il vissuto individuale. Secondo Haldas non si tratta di banali chiacchiere da bar, ma di un momento di intima comunione. Gli uomini non sopportano di veder passare le cose, ma loro malgrado le cose passano. L'unico modo che vi sia per ternerle in vita è la parola, grazie alla quale è possibile celebrare la rinascita di qualsiasi evento sia concluso. Questo è il principio stesso della poesia: la resurrezione tramite la parola e la relazione all'altro. La parola trascende e domina il tempo, permette di vivere di un'altra vita e di sfuggire alla durata, come si riusciva a sfuggirne durante il gioco. Vita, durata, morte, parola, resurrezione. Il calcio è tutto qui.

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