venerdì 29 gennaio 2016

Storie a margine di un calcio volante



1. L’indifferente con la giacca di pelle

Now it's your turn to see me rise
You burned your wings, now watch me fly above your head
naaanaanaaa I see you far below
Looking up you see my spirit glow, nanananananaaa

Non so che musica faccia questa band di frocetti, ma non è male, è la tipica roba senza capo né coda che faceva impazzire Lucy e… Cristo, sto di nuovo pensando a lei.

D’altronde in questo schifo di partita non ci siamo fatti mancare niente, neppure l’uomo in meno. Galletto del cazzo, testa calda d’un marsigliese ubriacone, alla fine ce l’hai fatta. Non era forse quello che volevi? Quello che hai sempre voluto? In questi anni ti sei ricamato addosso la figura del legionario errante, del picchiatore rinnegato da chissà quale milieu, metà marinaio genovese, metà zingaro lanciatore di coltelli.

Storie facili da dare in pasto a qualche penna svogliata del Mirror, forse, ma non al sottoscritto. Lascia stare amico mio, conosco bene quel mondo. Non bastano certo la ferocia, la fame, o un’arcata sopracciliare deforme a fare di un uomo un criminale. No, il criminale di razza si riconosce dalla distanza che mette tra sé e le cose del mondo, quell’atrocità che affiora da una sorta di francescanesimo ostentato. Guarda me, ad esempio: solo novanta minuti fa inserivo la canna corta di una Ruger nella bocca di un nero di Harlesden, gli facevo detonare la faccia contro i mattoncini porosi di un vicolo; ora sono qui, avvolto in un vecchio giaccone di pelle, a testimoniare la mia totale estraneità ai fatti di fronte a undicimila bastardi in delirio. La chiamo “serenità dell’imprevedibile”. Tu invece – buon Dio che pena! – dai sempre loro quello che cercano: la pagliacciata plateale, il gesto scomposto. Non hai resistito a buttar giù quel caraibico quando la palla era davvero solo un pretesto, una chimera lontana lontana. Che buffone, vorrei quasi accodarmi agli insulti di questo babbeo qua davanti, se non avessi garantito discrezione ai confratelli e fedeltà allo United. E ora cosa fai? Perché cazzo vieni da questa parte?

 
* * *

2. La ragazza “oh my God!”

Il tizio qui accanto mi inquieta. Ha lo sguardo folle di Vinnie Jones che esamina l’ennesima tibia recisa. Forse tifa United, ha lanciato un’occhiataccia al cretino in fissa con Cantona.

Come se fosse Cantona il problema del Palace. Abbiamo segnato tre reti nelle ultime dodici partite, una quindicina in tutto da agosto. Reparto offensivo non pervenuto. Salako sulla trequarti ronza, accarezza, disegna filtranti, è generoso, ma lontano dalla porta e perennemente alla deriva sugli esterni. È il richiamo della fascia che Smith non vuol fargli sentire e che prima o poi lo porterà via, ne sono certa. Preece in panca; solo un anno fa sarebbe sembrato assurdo. Ma l’aria di Stockport è diversa, meno distrazioni. Qui a Londra l’onnipotenza pare alla portata di tutti, una semplice questione d’attesa. Poi succede che gli anni si accatastano in un angolo come scarpini sbrindellati e le luci della City le vedi sempre allo stesso posto laggiù, filtrate dal vetro appannato di uno spogliatoio.
Billy, ricordo il tuo sguardo verso l’orizzonte di Hackney Marshes: restavi aggrappato a quei fili d’erba, a quel fango, e nel silenzio rivivevi chissà quale strampalata epopea. La giostra chiassosa del Sehlrust Park ti aveva esiliato, Londra ti aveva tradito di nuovo. Lontano dai campi per due anni, fuori dalla terrace per il resto della tua breve vita. Quando nascerà nostro figlio lo porterò via da questa città ingenerosa, che ha giocato con te come il gatto col topo.
Rosso per Cantona, che non si smentisce mai. Con un uomo in più il colpaccio è alla portata, ma serve un maledetto gol. Piccolo di mamma, di’ au revoir a mister Le Roi. Sì ma se questo scemo non la smette di insultarlo, quello viene qui e finisce davvero male. Eccolo che si avvicina.
Però Éric sarebbe un bel nome per il bambino.


* * *

3. Quelli col trench coat

- Questo cioccolatino avrà fatto pure una montagna di gol a Newcastle, ma per me resta un bidone
- Infatti è noto che non capisci un cazzo di calcio. Cole è appena arrivato, dagli il tempo di ambientarsi.
- Se lo dici tu. Intanto sgancia una gomma, che ho deciso di smettere di fumare.
- Beh, hai scelto il momento migliore per salvarti la pellaccia: l’inizio della Terza Guerra Mondiale.
- Mi preoccupano di più i Rovers in testa. Cazzo quello sì che è un segno della fine!
- No, serio Ed, pensi che questa storia del missile…
- Ma figurati! Domani torneremo in ufficio e sarà tutto normale: la missione è ancora in piedi.
- Non lo so, i russi mi sembrano agitati, è una cosa grossa.
- È una cazzo di sonda, Mike, non una testata nucleare. I norvegesi hanno fatto la frittata, si scuseranno e salterà qualche testa. Noi continuiamo per la nostra strada… ma nooo! Ma guarda questo stronzo di Cantona.
- Rosso. E dovremmo seccarlo noi questo tizio, questo Listyev?
- No, l’MI6 stavolta avrà un ruolo marginale, di raccordo. Ora ci conoscono tutti e non è il caso di stare in prima linea. Diciamo che faremo da tramite tra i nostri e i loro oligarchi una volta che la torta sarà sul piatto. Listyev è ingordo e vuol mangiare solo lui.
- Però che fregatura, li liberiamo dal comunismo per darli in pasto a gente come Berezovskij.
- Libertà? Noi siamo liberi davvero! Guardati attorno, questa è la libertà: due opposte fazioni mescolate scientemente in ventimila posti a sedere e non vedere l’ombra di un tirapugni; nessuno che sbraiti o bestemmi.
- Eccetto il teddy boy lì in prima fila, sembra agitato.
- Sai quanta strategia c’è dietro a quest’ordine perfetto? Ci vuol organizzazione…
- Cristo, Ed, Cantona viene da questa parte!
- Metodo...
- Va verso di lui!
- In una parola: in-tel-li-gence...
- Salta!
- Uh?
 
 
* * *
 
4. Gli esterrefatti

Quello laggiù è Matt, lo riconosco dall’andatura: quel sussultare nervoso, un pò accartocciato, di chi è cresciuto schivando bottiglie e cazzotti per le stradine di Croydon. Non lo vedevo da un paio d’anni e di certo non mi mancava. Ho imparato a dimenticare lui, il quartiere, il sapore del sangue incrostato. Non sono mai stato uno di loro, non ero adatto a quel genere di vita, ai furti, alle spranghe. Matt era il più timido del gruppo – dopo di me, chiaro – ma tirava fuori talvolta una crudeltà spietata. Il barbiere giamaicano sulla Northcote, di strada al ritorno da scuola, ne sapeva qualcosa: prima i semplici insulti, poi i sassi alle vetrine, infine il fuoco appiccato alla cuccia del cane (quadrupede incluso). 
Cristo, va bene lui che è negro, va bene il benzinaio cingalese da pestare a dovere, ma un cagnetto che cazzo t’ha fatto? Credo sia stato questo agire nella più totale impunità a farlo restare lo stronzo che vedo tuttora, ma sa bene che se ha superato la maggiore età lo deve soltanto a suo fratello. Drake stava col National Front, dalle nostre parti divenne una leggenda quando mandò in coma un tifoso degli Hammers. A pensarci ora sembra una vita fa: i tempi in cui tifare per gli Eagles significava far saltare gli incisivi del primo che ti chiamava frocio (e ce ne erano), sradicare panchine, lanciare bottiglie di piscio al bus degli ospiti. Bah, come facevamo a divertirci così?
Fare il tifoso oggi è molto meglio, meno “impegnativo”: siamo sempre le stesse facce sugli spalti, eppure sembriamo tutti rincoglioniti, come sedati. Ora che è più ordinato e sicuro, anche mio padre è tornato allo stadio. Cazzo c’è voluto Major per farmi diventare thatcheriano!
- Papà quello laggiù è Matthew, te lo ricordi?
- Ma chi, quel bullo che sbraita?
- Sì, abitava a un isolato da noi, quando stavamo a Croydon.
- Ah certo, Simmons. Deve stare attento, Cantona lo sta guardando malissimo.
- Magari è la volta buona che qualcuno gli chiude quella bocca.
Ci vorrebbe uno grosso, più grosso e leggendario di suo fratello. Ecco, uno come Cantona!


* * *

5. Così doveva andare

Una vittoria mutilata. Così, con spiccato senso dell'esagerazione e naturale propensione alla retorica vittimista, Will Huxley sottotitolò le circostanze che si trovava a vivere la sera del 25 gennaio 1995. Da brava persona mediocre, egli si divertiva a ingigantire le bagattelle della propria esistenza mettendole a paragone con gli episodi più triti della storia del Novecento. Forse perché del disastroso rapporto tra sé e il suo ottenne erede, perso tra le confuse dinamiche tecnico-tattiche del rettangolo di gioco, non gliene importava davvero niente a nessuno, neppure alla donna che ormai solo per abitudine continuava a definire "moglie". La poverella, in un atto di cristiana compassione, gli aveva permesso di portare il figlioletto con sé in una delle trasferte meno entusiasmanti della stagione: quella al Selhrust Park.

Perché, dunque, scelse "vittoria mutilata”? Beh, perché se da un lato l'affetto del proprio pargolo sembrava un traguardo fuori portata, dall'altro l’inattesa sortita sportiva aveva quantomeno fruttato ai due un patto di non belligeranza. Ma, come spesso accade in guerra, quella sera l'occasione imprevista fece del semplice fante un eroe, dello sconfitto un vincitore.
Kevin era un ragazzino comune, con pochi denti e un solo idolo appeso alle pareti della cameretta: la furia col bavero alzato a pochi passi dalla sua postazione, Éric Cantona.
Will riconobbe subito l'opportunità: pensò che il battibecco col balordo della prima fila stava assumendo i contorni surreali delle imprese cui Le Roi aveva abituato la platea di Manchester, ma con toni ancor più esasperati; realizzò che gli occhi dell’intero stadio - anche quelli meccanici - erano in quel momento puntati in direzione del suo settore. D'un tratto si rese conto che l’avvenimento che di lì a poco si sarebbe manifestato sotto al suo naso avrebbe impressionato menti e pellicole di mezzo mondo; sarebbe stato stampato, riprodotto, ingigantito, serigrafato, appiccicato alle pareti delle camerette di milioni di adolescenti; ne sarebbero scaturiti dibattiti infuocati, analisi prolisse, dove indignazione e condanna avrebbero negli anni lasciato il posto all’esaltazione dell’antieroe, all’estetica del reietto.

Quando il corpo esagitato del francese si staccò dal terreno di gioco, Will concluse che la Storia stava finalmente avviando l'ingranaggio, illuminando di colpo quell’angolo buio d’Inghilterra. E lui e il suo amato figlioletto erano proprio lì nel mezzo, eternamente legati da uno scatto.
Messosi alle spalle questi ragionamenti, diede uno sguardo frettoloso al personale repertorio di espressioni. Ne indossò una, a suo avviso la più epica a disposizione. Click.





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lunedì 4 gennaio 2016

La légende du football. Il gioco del calcio spiegato da un poeta

"Il mestiere dello scrittore consiste nel creare un ponte tra un fenomeno esterno, come la partita di calcio, e gli innumerevoli fenomeni interni, i processi psicologici, che quel dato fenomeno esterno produce"  
G. Haldas

Ero alla disperata ricerca di informazioni su Umberto Barberis, leggenda del calcio elvetico, campione svizzero con il Servette e il Grasshopper e campione di Francia con il Monaco. Nato a Sion da genitori italiani e ovviamente cresciuto all'ombra di Tourbillon nel club cittadino, cercavo dettagli sulla sua vita, su cosa significasse essere italiano in Vallese negli anni sessanta. Avevo già in mente la classica storia di calcio e riscatto sociale. Poi, come spesso accade nelle peregrinazioni virtuali, a forza di scavare ti imbatti in un tesoro: l'archivio della televisione svizzera romanda, sezione sport. Mi sono addentrato in questa caverna telematica, ricolma di immagini e suoni d'altri tempi, attratto dal bianco-nero di partite dal ritmo sospeso, dalla voce nasale dei cronisti, dal vapore e dal fumo che salivano dalle tribune, da tutto ciò che una telecamera in alta definizione non riesce più a catturare.

Umberto Barberis
La mia fascinazione si sarebbe prolungata all'infinito, se i miei occhi non fossero caduti su un nome, quello di Georges Haldas. Non un calciatore, non un giornalista sportivo, ma un poeta. Per quasi un'ora sono rimasto ad ascoltare le parole di quest'uomo dall'aspetto gioviale, con una papier maïs spenta tra le dita e gli occhiali tanto spessi da sembrare comici. Alla base dell'entretient televisivo vi era un libro dello stesso Haldas, intitolato ''La légende du football''.
Per un attimo ho creduto fosse la presentazione di un libro sulla storia del calcio, o peggio di uno scritto in cui il letterato esponeva la sua inconfessabile e puerile passione per il pallone. Per fortuna però la registrazione risaliva agli anni ottanta, un periodo in cui si era ancora molto lontani dall'iperinflazione weimariana di letteratura calcistica che siamo costretti a subire oggi.
La discussione era infatti tutta incentrata sul calcio come oggetto di studio del filosofo, come esperienza umana capace di trascendere la realtà. Praticamente Haldas aveva scritto un libro che non avrebbe letto nessuno, da una parte gli intellettuali avrebbero mostrato disdegno per l'accostamento tra la filosofia e un divertimento popolare, dall'altra gli aficionados avrebbero percepito il tutto come un puro esercizio di stile, come un'intellettualizzazione.
Neanche io ho letto il libro, ma mi è bastato ascoltare l'autore svizzero per comprendere una verità che dentro di me già sapevo, ovvero che il calcio è una cosa seria.

Il calcio e il tempo

Le analogie, anche linguistiche, tra una partita e un rito sono innumerevoli: lo stadio è un tempio, i calciatori i suoi sacerdoti, i tifosi i suoi fedeli. Secondo Haldas però non si tratta solo di artifici retorici, ma di una vera sacralità creata dal gioco. Mircea Eliade scriveva che nelle grandi cerimonie religiose il tempo smette di essere un tempo ordinario e diventa anch'esso sacro. Il tempo della partita/rito è allora sacro, perché è un tempo mistico, non più lineare. In un'azione d'attacco, nelle sue fasi, la cosa che deve accadere, il goal, è già presente per anticipazione in ciascuno dei passaggi. Lo spettatore dimentica la durata, perché il futuro è già presente nel tempo. La rete che si gonfia è la Rivelazione, la manifestazione agli spettatori di una verità attesa.

Georges Haldas
La partita di calcio non è solo all'origine di una sospensione del naturale scorrere della vita, ma è anche alla base di un processo di rievocazione. Allo stadio basta osservare la composizione di una tribuna, studiare i tifosi, i loro volti, le loro imprecazioni per comprendere l'origine della loro passione. Nelle migliaia di sguardi che riempiono gli spalti riaffiora il desiderio di un'infanzia passata, a volte neanche troppo lontana. Tutti hanno giocato a pallone, anche solo nei cortili, nei campi vicino scuola, nei terrains vagues. Nei Paesi di tradizione calcistica tutti i ragazzi hanno accennato un cross, tentato un dribbling, abbozzato una grande giocata. Diventare spettatore significa vedere finalmente completati quei cross, quei dribbling, quelle grandi giocate. Lo stato di piacere e spensieratezza sta tutto lì, nel prolungare all'infinito una vecchia partita, nel veder alzarsi quel pallone fino a confonderlo col sole.
Haldas con lo sguardo acceso dai ricordi racconta a un giornalista nascosto dietro la telecamera della sua infanzia a Cefalonia, e di quando, passeggiando con suo padre non lontano da Argostoli, si ritrovò ad essere spettatore involontario di una partita tra pescatori greci e marinai inglesi. Vinsero gli inglesi, anzi stravinsero, ma il risultato non rimase impresso nella memoria del giovane Haldas. Quello che più contava era la polvere che si alzava nel tiepido pomeriggio ionico, le urla degli uomini in calzoncini, la voglia di giocare. Sensazioni che sarebbero riaffiorate ad ogni nuova partita, ad ogni biglietto acquistato, ad ogni storia raccontata. Il calcio è la geologia delle emozioni.

Il calcio come momento di verità

''Le foot est une heure de vérité'', così parla Haldas. Ci si può facilmente immaginare l'autore svizzero che discute animatamente di ciò con il suo amico Vladimir Dimitrijevic, fondatore della casa editrice l'Age d'Homme e anch'egli appassionato di calcio. Non si fa fatica a pensare a un bistrot fumoso a qualche metro dalle sponde del Lemano, in cui un poeta ginevrino di origine greca e un editore serbo basato a Losanna si divertono a confondere filosofia, letteratura e pallone rotondo.


Per parafrasare Chardonne si potrebbe dire che il calcio è molto di più del calcio, perché fa emergere delle realtà umane che sorpassano il semplice sport. Si è già parlato del goal come rivelazione di una verità attesa. Non si tratta però dell'unica rivelazione di questo gioco. La stessa natura umana appare con totale chiarezza nel corso di una partita. In pochi minuti è possibile capire se un giocatore è un fenomeno o una nullità, un eroe o una comparsa. Per un incapace è impossibile travestirsi su un campo di calcio. Al contempo il campione risplende e assurge al ruolo di superuomo. A differenza degli sport puramente fisici, il superamento dei limiti umani non trasforma tuttavia il giocatore in mostro, ma in genio quasi divino. La mano di Maradona è quella di Dio e il suo piede è d'oro. Di nuovo il sacro e il mistico, lontani anni luce da una gara di atletica misurata e cronometrata, da una porta di slalom speciale inforcata per pochi millimetri, dai supercostumi della speedo nell'acqua clorata. Da una parte ci sono i Re, dall'altra gli automi.

La popolarità del calcio e le sue manifestazioni pubbliche permettono di concentrarsi anche sui tifosi. Haldas parla del tifo violento e senza moralismo lo classifica come tipico caso di manicheismo assoluto. La violenza non è prerogativa del tifo organizzato, esiste anche in altre realtà associative, una su tutte quella dei movimenti politici. Non è quindi vero che il calcio scateni gli istinti primordiali o ribassi la natura dei tifosi, li mostra solo per quello che sono. Gli istinti esistono già, il calcio non li crea. Come il vino, la collera, la sessualità il calcio libera però delle forze inattese.

Paradossalmente il calcio può infine costituire un mascheramento della verità. Come una rappresentazione teatrale di un'infanzia perduta, la partita nasconde tutti i suoi retroscena. L'ormai imperante showbiz, i trasferimenti milionari, il marketing parossistico sono in qualche modo sempre riportati ad elemento secondario nel periodo che intercorre tra il fischio inziale e quello finale. Per novanta minuti esiste solo il pallone, il resto è sovrastruttura.

Il calcio e la fine

Il terminarsi di una partita segna la fine di una tregua, la fine della domenica. Fine è sinonimo di morte, gli ultimi minuti sono atroci, sprofondano chiunque in una tremenda depressione: il ritmo che scende per il risultato già deciso, i tifosi prudenti che partono in anticipo, le preoccupazioni quotidiane che riaffiorano. L'uscita dallo stadio è un momento lugubre, un fiume nero, una minestra densa. Si celebra il funerale della tregua.
Come nella vita la morte non è presente solo alla fine, i suoi segni sono percepibili sin dall'inizio, così ogni passaggio, ogni gesto ci avvicina alla conclusione, al momento in cui i sacerdoti lasceranno il tempio per ritornare nei sotterranei. Cionondimeno essa giunge inattesa e inappellabile.


Esiste però il dopo, fatto di parola e condivisione. Già a partire dai momenti successivi al fischio finale incomincia un'eterna discussione. Si racconta, si mette in comune il vissuto individuale. Secondo Haldas non si tratta di banali chiacchiere da bar, ma di un momento di intima comunione. Gli uomini non sopportano di veder passare le cose, ma loro malgrado le cose passano. L'unico modo che vi sia per ternerle in vita è la parola, grazie alla quale è possibile celebrare la rinascita di qualsiasi evento sia concluso. Questo è il principio stesso della poesia: la resurrezione tramite la parola e la relazione all'altro. La parola trascende e domina il tempo, permette di vivere di un'altra vita e di sfuggire alla durata, come si riusciva a sfuggirne durante il gioco. Vita, durata, morte, parola, resurrezione. Il calcio è tutto qui.