mercoledì 23 dicembre 2015

Purtroppo è amore (fine di una storia)



Era del tutto normale che dovessi tenerlo io, in mischia. Lui di testa partiva avvantaggiato, ma io in fondo lo potevo marcare: il mio naturale ruolo di terzino non mi aveva mai impedito, in emergenza, di fare il terzo di destra nella difesa a tre o di aggiungermi ai centrai di ruolo. Nel provare la sceneggiata, a casa, eravamo diventati dei grandi attori. Una provocazione continua: lui ad appoggiarsi a me, io a scansarlo, poi lui si sbracciava e ci guardavamo in cagnesco. Qualche spintone, a volte. Era la nostra dichiarazione d’amore guardandoci negli occhi. Certi che se si fosse anche solo sospettato, le nostre carriere sarebbero morte in pochi mesi.

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Quando A. giocava in serie B era tutto più sereno. Perlomeno, eravamo certi che non ci saremmo mai scontrati da avversari. Poi, quando lui è arrivato in A e io brillavo in Europa, capitava che uno dei due, nei rari confronti stagionali tra le nostre squadre, casualmente perdesse un ballottaggio o accusasse un dolorino. Alla fine, decaduti noi dall’Europa e approdato lui in una squadra decisamente migliore, i livelli delle rispettive carriere si erano equilibrati. Se ci incrociavamo, vigeva tra noi sul campo il più assoluto rispetto. A parte le scenette sui corner, era pura non-belligeranza, con azioni di gioco a distanza di sicurezza. Ci dicevamo, scherzando, che se fossimo stati due mediani avremmo potuto rallentare il ritmo a nostro piacimento, o inscenare scaramucce per il puro gusto di prendere tutti in giro. In fondo siamo anche attori, per lavoro.

Quando successe il casino avevo trent’anni. Ero arrivato a godere di un rispetto senatorio da parte di arbitri e colleghi, ma da un po’ aleggiava su di me il dubbio che non avrei retto per molto. Fuori dal giro della nazionale, tanto per cominciare, rischiavo di finirci a breve. Il mio club, storicamente blasonato, era senza piazzamenti rilevanti da quasi un lustro; in quel periodo il mio rendimento era stato discreto, ma niente di eccezionale. Per A., invece, le cose erano diverse. Si affacciava, a ventitre anni, a quello che io rischiavo di lasciare. Accarezzava le infinite possibilità dell’esistenza con la passione dei ragazzi, carta assorbente con il desiderio di scoprire la vita. Tutt’ora non saprei valutarne la consapevolezza di allora: so, però, che sapeva bene cosa fosse una carriera. Andare avanti a testa bassa, come cavalli da corsa.

Ci eravamo conosciuti nel 2011, ad una festa in albergo con giocatori e un esercito di agenti-fratelli. Gente paonazza, file al bagno, musica discutibile. Io ero passato a fare un saluto al mio procuratore, con cui dovevo discutere brevemente di una questione di sponsor. A. era con un compagno di squadra, che di lì a poco sarebbe sparito con alcuni amici. Non l’avevo mai visto prima. Era un adone: un taglio da militare d’altri tempi, un fisico scolpito, lineamenti e modi gentili. Qualche sguardo ricambiato, un paio di sorrisi. Siamo andati a parlare in una stanza semibuia, tra due avvocati degustanti Bombay, una diciannovenne venezuelana e un portiere di Serie B, ormai vicino ai quaranta. Ci siamo piaciuti e ce ne siamo andati quasi subito. A. abitava al tempo a mezz’ora da Milano, dove io vivevo da quasi cinque anni. Quando la domestica l’ha visto uscire dal portone d’ingresso, bello come il sole, mi ha sorriso. Quella mattina per me era di riposo, ma A. doveva presentarsi all’allenamento. Abbiamo fatto colazione, e l’ho accompagnato a Bergamo in macchina. Nel viaggio di ritorno, ho pensato tutto il tempo al suo sorriso.



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Ero un terzino destro, il “due”. Per quel che può valere - mi hanno messo sulle spalle anche il sette o l’undici -, sono diventato un “laterale di fascia”, definizione non del tutto inappropriata se penso che mi hanno schierato per anni tanto a destra quanto a sinistra. Sono alto un metro e ottanta, sono ancora più o meno asciutto, ma da tempo patisco l’esplosività dei più giovani. Per correre come un cavallo pazzo ora mi devo spremere a fondo, per lavorare di geometria e mettere qualche cross ancora ne abbiamo. Mi hanno sempre detto che se avessi avuto un piede migliore sarei stato uno tra i più forti del mondo, ma mi è bastata una gran velocità di partenza, unita a un tempismo affinato negli anni, ad arrivare dove sono arrivato. Qualcosa in carriera ho pure vinto. Da ragazzino, quando mio padre decise che sarei andato a ripercorrere le sue orme a Milano, non ne sapevo niente: è stato lo spogliatoio, a undici-dodici anni, a darmi la certezza di essere omosessuale. Ero innamorato di un mio compagno, Marco, un mediano di Udine che non riuscivo a guardare negli occhi.

Negare diventò l’unica via. Anni a simulare, in campo e fuori. A far finta, quando eravamo in branco, di voler mangiare con gli occhi ogni essere di sesso femminile ci fosse passato davanti. A far coesistere tutto questo con una carriera ormai lanciata. A diciassette anni vinsi il titolo nazionale Allievi, a diciannove ero in prima squadra, a ventuno avevo già girato mezza Italia a farmi le ossa. Da quel momento in poi ha avuto inizio una vita di frenesia e di tutto-e-subito, condita da storie morbose e clandestine. Mai, per scelta, con uomini di calcio. E tanto ho represso che forse, alla fine, era inevitabile che esplodessi.

Per un breve periodo, sono stato contemporaneamente il terzino titolare dei Campioni d’Italia e della Nazionale Maggiore. Ora, dopo tutto il casino, punto alla promozione in Eccellenza con la squadra di cui sono allenatore-giocatore. Trentotto, ed ero fermo da quasi due. Ultimo anno, poi alleno.

I primi sospetti su di me sono stati avanzati quando quel giornalista ha pensato di svelare alcuni retroscena sui componenti della rosa dell’Italia, poco prima dell’Europeo. Il caso specifico non mi coinvolgeva in prima persona, ma il mio nome è stato uno di quelli messi in giro da qualche addetto ai lavori, più o meno informato dall’interno, e dai più audaci propagatori di gossip del paese, che a furia di azzardi mi avevano quasi beccato. Me l’ero cavata per avere avuto, come tutti, qualche storiella di copertura finita sui rotocalchi. Il mio atteggiamento dimesso, il mio essermi esposto sempre poco a mezzo stampa e la mia etica lavorativa avevano fatto il resto; poco importava se quel terzino, faticatore e attaccato alla causa, fosse stato tirato in ballo. Se gioca come sa, e continua a fare il suo, potete chiamarlo “metrosessuale” quanto volete. Si tratta solo di una questione di cura del dettaglio: dal guardaroba all’acconciatura, alle sopracciglia ritoccate in modo impercettibile.


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A. è sempre stato un diligente, un attaccante “vecchia maniera” secondo tutta la stampa nazionale, che in lui ha voluto intravedere un potenziale a tratti eccessivo, ma mai inferiore al suo reale valore. Si trova bene a fare la sponda: non segna molti gol, ma è d’aiuto ai movimenti di tutta la squadra, anche se non è un bestione. In campo è una sicurezza; sembra rassicurante e quasi protettivo. A differenza di me, A. non ha mai avuto problemi a nascondere i suoi gusti. Ha ancora l’atteggiamento di chi vuole sfruttare ogni singola goccia di sudore del proprio sacrificio. Non mi ha mai considerato: né quando gli parlavo di quel giocatore tedesco che era riuscito a dichiararsi, né della nostra situazione “di coppia”. Mi ha sempre dato ragione come ai pazzi, liquidandomi con sorrisi che volevano solo farmi tacere. Mi ha sempre concesso poco e per brevi tratti, finendo per essere, di fatto, il più forte tra i due. Non spero più che si dichiari: lui, ormai, ne è uscito fuori pulito. Litigammo per la prima volta quando giocava in Sicilia, perché da qualche mese ci stavamo vedendo pochissimo. All’inizio era titubante sulla lunghezza del contratto, poi a distanza cominciò a sembrarmi più evasivo. Si arrabbiò, fino quasi a picchiarmi, quando gli dissi che in difficoltà mi ero confidato con un compagno. Iniziò a dirmi sempre meno, a vedersi con altri e a farmelo sapere. Quando lo spostarono a Torino non ero più arrabbiato, ma commosso. Gli concessi tutto, perché speravo che ci saremmo ripresi.

Andai a trovarlo, nell’estate del pre-campionato. A. era arrivato in città da un paio di giorni. C’era stata di mezzo la pausa estiva, e delle sue settimane in Versilia e in Sardegna non avevo voluto sapere. Aveva comprato una macchina nuova, indossava gli occhiali scuri e profumava di dopobarba. Ero elettrizzato, felice all’idea di portarlo in giro per una città in cui avevo vissuto per un anno, nell’ultimo dei miei prestiti; volevo mostrargli i miei luoghi, condividere con lui la città in cui ero diventato adulto. Con mia sorpresa A. è stato freddo da subito. Mi ha tenuto a distanza. Nel salutarmi mi ha baciato appena, sulla guancia vicino alla bocca, come fosse un dovere. Ha scelto un ristorante in periferia, lontano da grandi folle, dove poter guardare le partite in pay-tv. Dopo cena aveva fretta di andarsene. Se ancora non l’avevo intuito, mi ha detto, tra lui e me era finita. E pure da un pezzo. Dovevo capire che starmi a fianco era diventato un problema, che ero pressante e non lo facevo sentire libero. Lui aveva troppa paura di essere scoperto, e non potevo fare altro che accettare la sua decisione. Sarei risorto anche questa volta, diceva, perché ero uno tosto. Avevo carattere, e lui era convinto che saremmo stati meglio entrambi. Magari chissà, alla fine A. sarebbe riuscito ad andare in Premier, come sognava, e io avrei sicuramente avuto un avvenire nel settore. Avevo sulle spalle lo sputtanamento del giornalista, giravo in quel mondo da anni e non ero più una frequentazione sicura. Su queste ultime parole ho ricordato, d’istinto, di essere un calciatore. Di essere in grado di fare arrivare una macchina a prendermi in pochi minuti. Direzione Milano, a casa per l’una di notte. Mentre l’autista sfrecciava, cercavo di dormire. Mi immaginavo A. in pieno tour di locali, tra nani, fotografi e ragazze strabilianti.


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Con i mesi sentivo che difficilmente mi sarei mai staccato da lui. Senza che ne fosse consapevole, era quello che mi aveva conosciuto nel mio pieno, che avevo sentito a fianco – anche se spesso invisibile – in quasi tutti i momenti più luminosi della mia vita professionale. Morivo di dolore, ma ero riuscito a rifarmi nel lavoro. Stavo sudando e sgroppando come un novizio, pronto a stupire il mister e a risalire nelle gerarchie. Il che mi venne, devo dire, particolarmente bene. Cinque partite da titolare e un subentro, un giallo, due assist, media alta su tutti i giornali. Dedizione massima.

La convocazione durante la pausa di ottobre fu una grande soddisfazione. Sarebbe stata giusto per un match di qualificazione e un’amichevole, ma ne avevo bisogno. Mio padre, che da addetto ai lavori continuava a considerarmi come una sua appendice, me l’aveva comunicato con entusiasmo. Il buon B., da ex portiere di un’altra generazione, credeva ancora che potessi dare molto, e forse in cuor suo sperava in un bel finale all’estero, che avesse portato a noi tutti più tranquillità in vista del mio ritiro. Non aveva, ovviamente, idea del momento che stavo attraversando.

Non avevo notato che il selezionatore, questa volta, aveva assortito un gruppo più sperimentale del solito. Oltre ad alcuni miei compagni particolarmente brillanti nell’avvio di campionato, di cui avevo saputo in tempo reale, e al blocco-Juve confermato, il mister aveva puntato su alcuni nomi-scommessa. Tra questi, nel reparto attaccanti, figurava il nome di un giovane centravanti in buona forma e ampiamente noto all’ufficio. Almeno nell’amichevole avrebbe giocato, perché un esordio contro la Macedonia non si nega a nessuno.


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Come da copione. Lui gioca venti minuti scarsi in amichevole, io sto in panchina in attesa della Serbia. Vinciamo facile, A. non brilla particolarmente perché sul 3-0 noi amministriamo. In fondo non è molto che ha lasciato l’Under, dicono, avrà tempo. Ho saputo, in questi giorni, che ha cambiato procuratore, affidandosi a un avvocato che dovrebbe fargli fare un discreto salto entro la prossima estate. Lo vedo turbato, ma non voglio indagare. Ho il terrore di scoprirne il motivo e che non sia per causa mia, ma non riesco a non volergli stare accanto.

Arriva il mio turno. I serbi sono un punto sotto di noi nel girone, e dovremmo cercare di allungare. Se vincono loro, ce la complichiamo di brutto. Il mister parte a quattro dietro, e tutto sommato conteniamo bene. Dalla mia parte c’è calma piatta, penso che potrei addirittura propormi. Tiriamo da fuori senza speranza, loro ripartono bene ma per fortuna al centro siamo solidi. Punizione per loro, a lato di poco. Ammonito De Rossi. Primo tempo 0-0, una brutta Italia.

Nella ripresa giochiamo con una specie di 3-5-2, e mi adatto a fare l’esterno. Davanti riusciamo a completare un paio di azioni, ma non otteniamo che dei corner. Corner che battiamo a nessuno, perché abbiamo una seconda punta esile, una prima punta atipica e dei saltatori nella media. I serbi, nel dubbio, rimarcano la propria caratteristica tenacia, e iniziano a picchiarci negli stinchi. Gialli per loro, ma anche per noi. Ad ogni ripartenza buttiamo via la palla, siamo nervosi e lo diamo a vedere. I tifosi ci sostengono, ma sono timidi anche loro. Dunque, come è normale, contropiede loro. Arrivano in porta in tre tocchi. Assist basso, gol da un metro. Adem Ljajc. Mettici anche che siamo in casa e che il San Nicola è esigente.

Al 67’ annunciano il cambio. Quando A. entra in campo sono incredulo. è vero che la nostra punta non ne ha più, ma non mi aspettavo che lo sperimentalismo del mister arrivasse a tanto. Tocca a lui, primi minuti in un match valevole per le qualificazioni. Non ci penso troppo, perché dobbiamo recuperare e c’è da sbattersi. Ho da fare sulla destra, devo coprire e cercare di ripartire per direttissima. Mi slancio anche, un paio di volte: la prima volta è per un lancio troppo lungo, la seconda volta riesco a mandare in fondo un mio compagno che poi perde palla. Siamo senza schemi, loro sorridono e ci aspettano. Rubo palla in scivolata, la perdo e per poco non prendiamo il secondo. All’ottantacinquesimo siamo in tutto-per-tutto e faccio un lancio lungo alla cieca. All’area piccola la aggancia uno dei nostri e tenta il tiro, ribattuto. Corner. Batte lo specialista e sono in tanti pronti a saltare; io resto dietro a fare da guardia. Alla parabola, perfetta, A. parte in terzo tempo. Al passo numero tre è immobile in aria. è un dio greco in tensione. Ha il ciuffo scompigliato e la faccia accartocciata in una smorfia. La palla gli arriva in fronte, e la potenza che le imprime sembrerebbe arrivare da un tiro di collo. è centrale, ma alta e forte. Il portiere fa quel che può.

Quanto segue è storia nota. Videoripresa. Fotografata.

Uno a uno, e girone ancora nostro. A. si è appena rialzato da terra, dove è caduto dopo l’impatto con il pallone. è pazzo e inizia a urlare, occhi fissi e braccia al cielo. Vedo altri compagni che stanno andando ad abbracciarlo, e mi precipito in avanti. Non posso contenermi, sto esplodendo di gioia. Mentre A. si sta liberando dell’abbraccio di un compagno io arrivo di corsa, scansando gli altri. Lui non se lo aspetta. Gli piombo addosso. Lo abbraccio. Lo bacio, sulle labbra. E' un momento, pochi secondi. Lo stadio è impazzito per il gol e tutto sembra apparentemente normale, le squadre stanno iniziando a tornare a centrocampo. Lui resta immobile e mi fissa. Poi mi urla qualcosa, ma lì per lì stento a decifrare. O forse non voglio sentire. Tutti stanno tornando a centrocampo e lo facciamo anche noi, per gli ultimi minuti di passione. Finisce, uno pari e tutto a posto.

Negli spogliatoi mi guardano in modo strano. Hanno quasi paura. Prendo di corsa le mie cose e fuggo. Mi faccio portare via tramite lo staff della squadra, capisco che in qualche modo devo evitare la stampa. Sono in una stanza d’albergo a tre stelle, è ormai sera, e ho modo di rivedere le azioni della giornata. Vedo il servizio e rileggo il labiale. Controllo Internet dal telefono, cambio canale. Può essere che io sia sulla bocca di tutti. Quasi quasi mi ammazzo.


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Ora, a mente lucida, mi sembra tutto più normale. Mi sembra solo un esito possibile delle umane cose, la fine di un amore come di un altro. La chimica mi aiuta dove può a stare sereno, e se il pallone ha un qualche motivo di utilità, al momento si può dire che è una delle due o tre cose che mi fanno stare al mondo. Sono sempre più convinto che A. l’abbia fatto per le telecamere: è sempre stato un bravo attore, del resto, e gli è andata bene così. Ha avuto e sta avendo pure lui la sua ribalta. Io sono quello che è finito su youtube per un bacio in bocca un po’ troppo pronunciato. Quello che il giorno dopo si è tagliato le vene perché gli hanno gridato in mondovisione “che cazzo fai, frocio di merda?!”. Quello che ora fa qualche soldo con i giornali di gossip, a cui rilascia interviste non in nome della tolleranza di genere, ma perché “ben informato” su certi aspetti interni al mondo dello sport.

Il giorno in cui ho scelto di tornare a giocare, più o meno un anno e mezzo dopo il fatto, vennero a intervistarmi. Ricominciavo in Svizzera, in un campionato con aspettative diverse e molta meno pressione. Rescissi a fine stagione, andando in Serie C. Privo di motivazioni, ho cercato di fare in modo che il mio dolore trapelasse il meno possibile. I quindici chili in più se ne andarono solo a metà, e le mie prestazioni calarono in termini di minuti e concentrazione. Ero diventato un cartellino ingombrante e non avevo mercato, a meno che non avessi scelto campionati di valore insulso. Insomma, tra i pro era finita.

Non so se da allora sono risorto, ma so che fa tutto un po’ meno male. Non so se sono uno tosto, come mi avevano detto, o se ho carattere, ma so che è passato del tempo. So che quest’anno è l’ultimo, che i ragazzi dovrebbero migliorare nelle diagonali e che il nostro trequartista dovrebbe osare di più, perché sull’ultimo passaggio ha un gran potenziale ma non se ne rende conto. So che ho abbastanza soldi per poter vivere in pace da qui ai prossimi venticinque anni. Che siamo a trentotto, e l’anno prossimo alleno. Sicuro.

3 commenti:

  1. Era giunto il momento di un post così. Grazie Ale.

    ps le parole nel finale sono dipinte

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  2. credo che l'amore "in campo" non sia mai stato descritto così bene, ammesso che ci siano altri precedenti narrativi su questo argomento (ma perchè poi il tabù dell'omosessualità nel calcio si è esteso anche al suo racconto? forse perchè in un arcipelago di blog calcistici ormai dominati dalla quantità dei dati, dall'analisi minuziosa di ciò che si vede, non c'è spazio - o capacità - per intravedere ciò che è solo alluso? arriveremo anche alle statistiche delle emozioni dei giocatori? chissà).

    le parole di ale fabi, certe descrizioni, mi hanno fatto pensare ai libri di isherwood, soprattutto alla lussuria contemplativa della parte centrale di addio a berlino, l'amore del protagonista per il giovane e semplice otto.

    prendete questo passaggio: "quello che otto aveva detto di frau nowak era vero. ma otto stesso, sdraiato in quel momento sul mio letto, era così animalescamente vivo, il suo corpo nudo abbronzato vibrava di una tale salute, che in bocca sua quel discorso sulla morte sembrava ridicolo come la descrizione di un funerale fatta da un pagliaccio dipinto".

    buon natale a tutti...e speriamo in un 2016 meno ipocrita.

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  3. Ad un certo punto ho pensato "è la storia di Abate" però non ha mai giocato a sinistra XD

    Articolo stupendo.

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