mercoledì 23 dicembre 2015

Purtroppo è amore (fine di una storia)



Era del tutto normale che dovessi tenerlo io, in mischia. Lui di testa partiva avvantaggiato, ma io in fondo lo potevo marcare: il mio naturale ruolo di terzino non mi aveva mai impedito, in emergenza, di fare il terzo di destra nella difesa a tre o di aggiungermi ai centrai di ruolo. Nel provare la sceneggiata, a casa, eravamo diventati dei grandi attori. Una provocazione continua: lui ad appoggiarsi a me, io a scansarlo, poi lui si sbracciava e ci guardavamo in cagnesco. Qualche spintone, a volte. Era la nostra dichiarazione d’amore guardandoci negli occhi. Certi che se si fosse anche solo sospettato, le nostre carriere sarebbero morte in pochi mesi.

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Quando A. giocava in serie B era tutto più sereno. Perlomeno, eravamo certi che non ci saremmo mai scontrati da avversari. Poi, quando lui è arrivato in A e io brillavo in Europa, capitava che uno dei due, nei rari confronti stagionali tra le nostre squadre, casualmente perdesse un ballottaggio o accusasse un dolorino. Alla fine, decaduti noi dall’Europa e approdato lui in una squadra decisamente migliore, i livelli delle rispettive carriere si erano equilibrati. Se ci incrociavamo, vigeva tra noi sul campo il più assoluto rispetto. A parte le scenette sui corner, era pura non-belligeranza, con azioni di gioco a distanza di sicurezza. Ci dicevamo, scherzando, che se fossimo stati due mediani avremmo potuto rallentare il ritmo a nostro piacimento, o inscenare scaramucce per il puro gusto di prendere tutti in giro. In fondo siamo anche attori, per lavoro.

Quando successe il casino avevo trent’anni. Ero arrivato a godere di un rispetto senatorio da parte di arbitri e colleghi, ma da un po’ aleggiava su di me il dubbio che non avrei retto per molto. Fuori dal giro della nazionale, tanto per cominciare, rischiavo di finirci a breve. Il mio club, storicamente blasonato, era senza piazzamenti rilevanti da quasi un lustro; in quel periodo il mio rendimento era stato discreto, ma niente di eccezionale. Per A., invece, le cose erano diverse. Si affacciava, a ventitre anni, a quello che io rischiavo di lasciare. Accarezzava le infinite possibilità dell’esistenza con la passione dei ragazzi, carta assorbente con il desiderio di scoprire la vita. Tutt’ora non saprei valutarne la consapevolezza di allora: so, però, che sapeva bene cosa fosse una carriera. Andare avanti a testa bassa, come cavalli da corsa.

Ci eravamo conosciuti nel 2011, ad una festa in albergo con giocatori e un esercito di agenti-fratelli. Gente paonazza, file al bagno, musica discutibile. Io ero passato a fare un saluto al mio procuratore, con cui dovevo discutere brevemente di una questione di sponsor. A. era con un compagno di squadra, che di lì a poco sarebbe sparito con alcuni amici. Non l’avevo mai visto prima. Era un adone: un taglio da militare d’altri tempi, un fisico scolpito, lineamenti e modi gentili. Qualche sguardo ricambiato, un paio di sorrisi. Siamo andati a parlare in una stanza semibuia, tra due avvocati degustanti Bombay, una diciannovenne venezuelana e un portiere di Serie B, ormai vicino ai quaranta. Ci siamo piaciuti e ce ne siamo andati quasi subito. A. abitava al tempo a mezz’ora da Milano, dove io vivevo da quasi cinque anni. Quando la domestica l’ha visto uscire dal portone d’ingresso, bello come il sole, mi ha sorriso. Quella mattina per me era di riposo, ma A. doveva presentarsi all’allenamento. Abbiamo fatto colazione, e l’ho accompagnato a Bergamo in macchina. Nel viaggio di ritorno, ho pensato tutto il tempo al suo sorriso.



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Ero un terzino destro, il “due”. Per quel che può valere - mi hanno messo sulle spalle anche il sette o l’undici -, sono diventato un “laterale di fascia”, definizione non del tutto inappropriata se penso che mi hanno schierato per anni tanto a destra quanto a sinistra. Sono alto un metro e ottanta, sono ancora più o meno asciutto, ma da tempo patisco l’esplosività dei più giovani. Per correre come un cavallo pazzo ora mi devo spremere a fondo, per lavorare di geometria e mettere qualche cross ancora ne abbiamo. Mi hanno sempre detto che se avessi avuto un piede migliore sarei stato uno tra i più forti del mondo, ma mi è bastata una gran velocità di partenza, unita a un tempismo affinato negli anni, ad arrivare dove sono arrivato. Qualcosa in carriera ho pure vinto. Da ragazzino, quando mio padre decise che sarei andato a ripercorrere le sue orme a Milano, non ne sapevo niente: è stato lo spogliatoio, a undici-dodici anni, a darmi la certezza di essere omosessuale. Ero innamorato di un mio compagno, Marco, un mediano di Udine che non riuscivo a guardare negli occhi.

Negare diventò l’unica via. Anni a simulare, in campo e fuori. A far finta, quando eravamo in branco, di voler mangiare con gli occhi ogni essere di sesso femminile ci fosse passato davanti. A far coesistere tutto questo con una carriera ormai lanciata. A diciassette anni vinsi il titolo nazionale Allievi, a diciannove ero in prima squadra, a ventuno avevo già girato mezza Italia a farmi le ossa. Da quel momento in poi ha avuto inizio una vita di frenesia e di tutto-e-subito, condita da storie morbose e clandestine. Mai, per scelta, con uomini di calcio. E tanto ho represso che forse, alla fine, era inevitabile che esplodessi.

Per un breve periodo, sono stato contemporaneamente il terzino titolare dei Campioni d’Italia e della Nazionale Maggiore. Ora, dopo tutto il casino, punto alla promozione in Eccellenza con la squadra di cui sono allenatore-giocatore. Trentotto, ed ero fermo da quasi due. Ultimo anno, poi alleno.

I primi sospetti su di me sono stati avanzati quando quel giornalista ha pensato di svelare alcuni retroscena sui componenti della rosa dell’Italia, poco prima dell’Europeo. Il caso specifico non mi coinvolgeva in prima persona, ma il mio nome è stato uno di quelli messi in giro da qualche addetto ai lavori, più o meno informato dall’interno, e dai più audaci propagatori di gossip del paese, che a furia di azzardi mi avevano quasi beccato. Me l’ero cavata per avere avuto, come tutti, qualche storiella di copertura finita sui rotocalchi. Il mio atteggiamento dimesso, il mio essermi esposto sempre poco a mezzo stampa e la mia etica lavorativa avevano fatto il resto; poco importava se quel terzino, faticatore e attaccato alla causa, fosse stato tirato in ballo. Se gioca come sa, e continua a fare il suo, potete chiamarlo “metrosessuale” quanto volete. Si tratta solo di una questione di cura del dettaglio: dal guardaroba all’acconciatura, alle sopracciglia ritoccate in modo impercettibile.


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A. è sempre stato un diligente, un attaccante “vecchia maniera” secondo tutta la stampa nazionale, che in lui ha voluto intravedere un potenziale a tratti eccessivo, ma mai inferiore al suo reale valore. Si trova bene a fare la sponda: non segna molti gol, ma è d’aiuto ai movimenti di tutta la squadra, anche se non è un bestione. In campo è una sicurezza; sembra rassicurante e quasi protettivo. A differenza di me, A. non ha mai avuto problemi a nascondere i suoi gusti. Ha ancora l’atteggiamento di chi vuole sfruttare ogni singola goccia di sudore del proprio sacrificio. Non mi ha mai considerato: né quando gli parlavo di quel giocatore tedesco che era riuscito a dichiararsi, né della nostra situazione “di coppia”. Mi ha sempre dato ragione come ai pazzi, liquidandomi con sorrisi che volevano solo farmi tacere. Mi ha sempre concesso poco e per brevi tratti, finendo per essere, di fatto, il più forte tra i due. Non spero più che si dichiari: lui, ormai, ne è uscito fuori pulito. Litigammo per la prima volta quando giocava in Sicilia, perché da qualche mese ci stavamo vedendo pochissimo. All’inizio era titubante sulla lunghezza del contratto, poi a distanza cominciò a sembrarmi più evasivo. Si arrabbiò, fino quasi a picchiarmi, quando gli dissi che in difficoltà mi ero confidato con un compagno. Iniziò a dirmi sempre meno, a vedersi con altri e a farmelo sapere. Quando lo spostarono a Torino non ero più arrabbiato, ma commosso. Gli concessi tutto, perché speravo che ci saremmo ripresi.

Andai a trovarlo, nell’estate del pre-campionato. A. era arrivato in città da un paio di giorni. C’era stata di mezzo la pausa estiva, e delle sue settimane in Versilia e in Sardegna non avevo voluto sapere. Aveva comprato una macchina nuova, indossava gli occhiali scuri e profumava di dopobarba. Ero elettrizzato, felice all’idea di portarlo in giro per una città in cui avevo vissuto per un anno, nell’ultimo dei miei prestiti; volevo mostrargli i miei luoghi, condividere con lui la città in cui ero diventato adulto. Con mia sorpresa A. è stato freddo da subito. Mi ha tenuto a distanza. Nel salutarmi mi ha baciato appena, sulla guancia vicino alla bocca, come fosse un dovere. Ha scelto un ristorante in periferia, lontano da grandi folle, dove poter guardare le partite in pay-tv. Dopo cena aveva fretta di andarsene. Se ancora non l’avevo intuito, mi ha detto, tra lui e me era finita. E pure da un pezzo. Dovevo capire che starmi a fianco era diventato un problema, che ero pressante e non lo facevo sentire libero. Lui aveva troppa paura di essere scoperto, e non potevo fare altro che accettare la sua decisione. Sarei risorto anche questa volta, diceva, perché ero uno tosto. Avevo carattere, e lui era convinto che saremmo stati meglio entrambi. Magari chissà, alla fine A. sarebbe riuscito ad andare in Premier, come sognava, e io avrei sicuramente avuto un avvenire nel settore. Avevo sulle spalle lo sputtanamento del giornalista, giravo in quel mondo da anni e non ero più una frequentazione sicura. Su queste ultime parole ho ricordato, d’istinto, di essere un calciatore. Di essere in grado di fare arrivare una macchina a prendermi in pochi minuti. Direzione Milano, a casa per l’una di notte. Mentre l’autista sfrecciava, cercavo di dormire. Mi immaginavo A. in pieno tour di locali, tra nani, fotografi e ragazze strabilianti.


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Con i mesi sentivo che difficilmente mi sarei mai staccato da lui. Senza che ne fosse consapevole, era quello che mi aveva conosciuto nel mio pieno, che avevo sentito a fianco – anche se spesso invisibile – in quasi tutti i momenti più luminosi della mia vita professionale. Morivo di dolore, ma ero riuscito a rifarmi nel lavoro. Stavo sudando e sgroppando come un novizio, pronto a stupire il mister e a risalire nelle gerarchie. Il che mi venne, devo dire, particolarmente bene. Cinque partite da titolare e un subentro, un giallo, due assist, media alta su tutti i giornali. Dedizione massima.

La convocazione durante la pausa di ottobre fu una grande soddisfazione. Sarebbe stata giusto per un match di qualificazione e un’amichevole, ma ne avevo bisogno. Mio padre, che da addetto ai lavori continuava a considerarmi come una sua appendice, me l’aveva comunicato con entusiasmo. Il buon B., da ex portiere di un’altra generazione, credeva ancora che potessi dare molto, e forse in cuor suo sperava in un bel finale all’estero, che avesse portato a noi tutti più tranquillità in vista del mio ritiro. Non aveva, ovviamente, idea del momento che stavo attraversando.

Non avevo notato che il selezionatore, questa volta, aveva assortito un gruppo più sperimentale del solito. Oltre ad alcuni miei compagni particolarmente brillanti nell’avvio di campionato, di cui avevo saputo in tempo reale, e al blocco-Juve confermato, il mister aveva puntato su alcuni nomi-scommessa. Tra questi, nel reparto attaccanti, figurava il nome di un giovane centravanti in buona forma e ampiamente noto all’ufficio. Almeno nell’amichevole avrebbe giocato, perché un esordio contro la Macedonia non si nega a nessuno.


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Come da copione. Lui gioca venti minuti scarsi in amichevole, io sto in panchina in attesa della Serbia. Vinciamo facile, A. non brilla particolarmente perché sul 3-0 noi amministriamo. In fondo non è molto che ha lasciato l’Under, dicono, avrà tempo. Ho saputo, in questi giorni, che ha cambiato procuratore, affidandosi a un avvocato che dovrebbe fargli fare un discreto salto entro la prossima estate. Lo vedo turbato, ma non voglio indagare. Ho il terrore di scoprirne il motivo e che non sia per causa mia, ma non riesco a non volergli stare accanto.

Arriva il mio turno. I serbi sono un punto sotto di noi nel girone, e dovremmo cercare di allungare. Se vincono loro, ce la complichiamo di brutto. Il mister parte a quattro dietro, e tutto sommato conteniamo bene. Dalla mia parte c’è calma piatta, penso che potrei addirittura propormi. Tiriamo da fuori senza speranza, loro ripartono bene ma per fortuna al centro siamo solidi. Punizione per loro, a lato di poco. Ammonito De Rossi. Primo tempo 0-0, una brutta Italia.

Nella ripresa giochiamo con una specie di 3-5-2, e mi adatto a fare l’esterno. Davanti riusciamo a completare un paio di azioni, ma non otteniamo che dei corner. Corner che battiamo a nessuno, perché abbiamo una seconda punta esile, una prima punta atipica e dei saltatori nella media. I serbi, nel dubbio, rimarcano la propria caratteristica tenacia, e iniziano a picchiarci negli stinchi. Gialli per loro, ma anche per noi. Ad ogni ripartenza buttiamo via la palla, siamo nervosi e lo diamo a vedere. I tifosi ci sostengono, ma sono timidi anche loro. Dunque, come è normale, contropiede loro. Arrivano in porta in tre tocchi. Assist basso, gol da un metro. Adem Ljajc. Mettici anche che siamo in casa e che il San Nicola è esigente.

Al 67’ annunciano il cambio. Quando A. entra in campo sono incredulo. è vero che la nostra punta non ne ha più, ma non mi aspettavo che lo sperimentalismo del mister arrivasse a tanto. Tocca a lui, primi minuti in un match valevole per le qualificazioni. Non ci penso troppo, perché dobbiamo recuperare e c’è da sbattersi. Ho da fare sulla destra, devo coprire e cercare di ripartire per direttissima. Mi slancio anche, un paio di volte: la prima volta è per un lancio troppo lungo, la seconda volta riesco a mandare in fondo un mio compagno che poi perde palla. Siamo senza schemi, loro sorridono e ci aspettano. Rubo palla in scivolata, la perdo e per poco non prendiamo il secondo. All’ottantacinquesimo siamo in tutto-per-tutto e faccio un lancio lungo alla cieca. All’area piccola la aggancia uno dei nostri e tenta il tiro, ribattuto. Corner. Batte lo specialista e sono in tanti pronti a saltare; io resto dietro a fare da guardia. Alla parabola, perfetta, A. parte in terzo tempo. Al passo numero tre è immobile in aria. è un dio greco in tensione. Ha il ciuffo scompigliato e la faccia accartocciata in una smorfia. La palla gli arriva in fronte, e la potenza che le imprime sembrerebbe arrivare da un tiro di collo. è centrale, ma alta e forte. Il portiere fa quel che può.

Quanto segue è storia nota. Videoripresa. Fotografata.

Uno a uno, e girone ancora nostro. A. si è appena rialzato da terra, dove è caduto dopo l’impatto con il pallone. è pazzo e inizia a urlare, occhi fissi e braccia al cielo. Vedo altri compagni che stanno andando ad abbracciarlo, e mi precipito in avanti. Non posso contenermi, sto esplodendo di gioia. Mentre A. si sta liberando dell’abbraccio di un compagno io arrivo di corsa, scansando gli altri. Lui non se lo aspetta. Gli piombo addosso. Lo abbraccio. Lo bacio, sulle labbra. E' un momento, pochi secondi. Lo stadio è impazzito per il gol e tutto sembra apparentemente normale, le squadre stanno iniziando a tornare a centrocampo. Lui resta immobile e mi fissa. Poi mi urla qualcosa, ma lì per lì stento a decifrare. O forse non voglio sentire. Tutti stanno tornando a centrocampo e lo facciamo anche noi, per gli ultimi minuti di passione. Finisce, uno pari e tutto a posto.

Negli spogliatoi mi guardano in modo strano. Hanno quasi paura. Prendo di corsa le mie cose e fuggo. Mi faccio portare via tramite lo staff della squadra, capisco che in qualche modo devo evitare la stampa. Sono in una stanza d’albergo a tre stelle, è ormai sera, e ho modo di rivedere le azioni della giornata. Vedo il servizio e rileggo il labiale. Controllo Internet dal telefono, cambio canale. Può essere che io sia sulla bocca di tutti. Quasi quasi mi ammazzo.


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Ora, a mente lucida, mi sembra tutto più normale. Mi sembra solo un esito possibile delle umane cose, la fine di un amore come di un altro. La chimica mi aiuta dove può a stare sereno, e se il pallone ha un qualche motivo di utilità, al momento si può dire che è una delle due o tre cose che mi fanno stare al mondo. Sono sempre più convinto che A. l’abbia fatto per le telecamere: è sempre stato un bravo attore, del resto, e gli è andata bene così. Ha avuto e sta avendo pure lui la sua ribalta. Io sono quello che è finito su youtube per un bacio in bocca un po’ troppo pronunciato. Quello che il giorno dopo si è tagliato le vene perché gli hanno gridato in mondovisione “che cazzo fai, frocio di merda?!”. Quello che ora fa qualche soldo con i giornali di gossip, a cui rilascia interviste non in nome della tolleranza di genere, ma perché “ben informato” su certi aspetti interni al mondo dello sport.

Il giorno in cui ho scelto di tornare a giocare, più o meno un anno e mezzo dopo il fatto, vennero a intervistarmi. Ricominciavo in Svizzera, in un campionato con aspettative diverse e molta meno pressione. Rescissi a fine stagione, andando in Serie C. Privo di motivazioni, ho cercato di fare in modo che il mio dolore trapelasse il meno possibile. I quindici chili in più se ne andarono solo a metà, e le mie prestazioni calarono in termini di minuti e concentrazione. Ero diventato un cartellino ingombrante e non avevo mercato, a meno che non avessi scelto campionati di valore insulso. Insomma, tra i pro era finita.

Non so se da allora sono risorto, ma so che fa tutto un po’ meno male. Non so se sono uno tosto, come mi avevano detto, o se ho carattere, ma so che è passato del tempo. So che quest’anno è l’ultimo, che i ragazzi dovrebbero migliorare nelle diagonali e che il nostro trequartista dovrebbe osare di più, perché sull’ultimo passaggio ha un gran potenziale ma non se ne rende conto. So che ho abbastanza soldi per poter vivere in pace da qui ai prossimi venticinque anni. Che siamo a trentotto, e l’anno prossimo alleno. Sicuro.

lunedì 14 dicembre 2015

Il calcio e il paese. Appunti di una storia sportiva sulla lunga durata


Il calcio, come tutti i fenomeni umani, ha una propria storia e una propria genesi e, come tutti i fenomeni umani, è stato plasmato e modificato. Conosciamo i luoghi - fisici e umani - in cui il calcio è nato: i college inglesi dell’Ottocento, l’élite che li popolava. Conosciamo anche le organizzazioni e i gruppi di potere che sono ad oggi in grado di influenzare e in certa parte mutare il mondo del calcio; d’altronde, in generale, non è cambiato molto dalla metà dell’Ottocento. Il calcio, una volta definito, si è rivelato molto efficace e in grado di spandersi da sé in tutto il mondo, o quasi, e fra tutte le classi sociali.
Non c’è dunque molto da dire su come il calcio abbia reagito e si sia adattato al mondo; è più interessante parlare di come il mondo, che pure esisteva da un po’ e che aveva assunto di suo forme indipendenti e tradizionali, in grado di vivere benissimo anche senza il gioco del football, abbia risposto all’introduzione di quest’ultimo. Ma non possiamo parlare del mondo, né, ad esser giusti, del continente in cui pure il calcio è nato, cioè l’Europa, e neanche, in effetti, delle singole nazioni europee. Ci riferiremo perciò, se non dà fastidio la formula staliniana, al calcio in un solo paese, ove per paese si intenda - e intendiamo proprio quella, per comodità di indagine e per conoscenza diretta - una singola cittadina della provincia marchigiana.

(tutte le foto da www.arcevia1964.it)

Tempi

Non è chiaro, per mancanza di fonti dirette, quando il calcio sia arrivato nell’isolata cittadina di alta collina che costituisce l’oggetto della nostra indagine. Certamente non può esser giunto come diretta conseguenza di contatti con i possessori primigenî dell’arte pallonara, ossia quegli inglesi che al massimo toccavano Ancona, lasciandovi in effetti ai primissimi anni del secolo la muta rossa, uguale a quella del Liverpool, che da allora contraddistingue anche la squadra del capoluogo marchigiano. Non c’è motivo di ritenere, viceversa, che simili contatti siano mai avvenuti con l’entroterra; si dovrà perciò ritenere che il calcio sia apparso come conseguenza di una popolarità autoctona, che può benissimo risalire al fascismo, alla sua vaga e operettistica esaltazione del diporto e dell’esercizio, ma soprattutto a quella stagione di trionfi che furono gli anni Trenta per la nazionale azzurra. D’altra parte, di nuovo, non è solo la sempiterna marginalità delle Marche, e l’assenza di prove positive, a far credere che neanche durante il fascismo il calcio sia riuscito a imporsi in maniera significativa nell’alta vallata del Misa; il fatto è che mancava del tutto, in una società rurale composta di mezzadri e padroni, divisa dunque fra proletari e possidenti nobili o che tali si ritenevano e che come tali vivevano, quella classe che ha inventato ed esportato il calcio, e che ne ha mantenuto molto a lungo il possesso (almeno fino a che ha retto il dogma del dilettantismo): ossia la borghesia commerciale e impiegatizia. In altri termini, è plausibile che il calcio, questa creatura del secolo decimonono e della sua nuova trionfante classe dirigente, non abbia potuto sopravvivere, o anche solo far la propria comparsa, in una realtà ancora ferma, quanto ai rapporti di potere, al secolo diciassettesimo.
Probabile perciò che il calcio in paese sia figlio della modernità, della libertà, e in particolare di quella ubriacante e nuova libertà che si è chiamata scalata sociale: finita la guerra, arrivano pian piano le riforme rurali (e intanto la terra si svuota delle sue troppe bocche; scendono a valle, partono per Roma o Milano, vanno in Belgio e in Lussemburgo a rubare carbone alla terra), si instaurano altrettanto lentamente, ma con decisione e quasi con arroganza, decisi a non cedere mai più il passo, nuovi rapporti. Nascono anche nuovi impieghi, e con essi il tempo libero e il bisogno di farne qualcosa. La squadra del paese nasce ufficialmente negli anni Sessanta; ma dove il secolo arrivava prima, ad esempio nelle miniere che hanno le regole dell’industria e non quelle dei campi, il calcio è già arrivato da qualche decennio, con le squadre aziendali e dopolavoristiche. Può darsi - ne abbiamo solo voci, non fonti certe - che siano sorti già negli anni Cinquanta brevi sodalizi legati ad associazioni o circoli politici: anche qui, comunità e gruppi tenuti assieme da logiche nuove, che avvertono la necessità di rappresentarsi e celebrarsi attraverso lo sport popolare per eccellenza, anzi attraverso lo sport del secolo.
In sintesi, il calcio è sintomo, simbolo, e insieme conseguenza, di tutta una serie di mutamenti, anzi di rotture, che avvengono in maniera rapida e improvvisa (almeno in termini relativi) e che pongono fine con brutale efficacia a secoli di sostanziale immobilità. Il calcio è la politica delle fazioni, della democrazia; è l’associazionismo laico e clericale; è il tempo di riunirsi e divertirsi che adesso chiunque possiede; sono i nuovi media - la radio, i giornali, presto la tivù - che raccontano lo sport, la Serie A, i miliardi di lire buttati nel calcio dai presidenti innamorati di una squadra e della propria immagine.


Modi

Tutto è cambiato. Questa affermazione, che sembra iperbolica, è invece quasi sciocca, pleonastica, se si osserva - e siamo ancora in anni vicini a quelli in cui avvengono questi mutamenti - quanto poco la realtà all’inizio del Novecento somigli a quella non diciamo della fine del secolo, ma già degli anni Sessanta e Settanta. Eppure, se l’economia e la società possono capovolgersi quasi di colpo (prendiamo l’istituzione mezzadrile: dominante, onnipresente per secoli, essa semplicemente scompare nel volgere di qualche anno), non può valere lo stesso per le persone che si trovano a vivere in mezzo a questi mutamenti. I vecchi contadini, tanti dei quali sono vivi ancora oggi, e che dunque in quegli anni non erano in nessun senso anziani o incapaci di cambiare, non tifano nessuna squadra; la domanda che venga posta loro in questo senso è, prima ancora che destinata a nessuna risposta, assurda. Nella forma mentale di quella generazione, nata in quella che era stata l’eternità dei propri nonni e bisnonni e trisavoli, non c’è spazio per il concetto stesso di un gioco che spesso neanche si pratica e che invece si ascolta e si guarda e per cui appassionarsi a distanza. Gli innamoramenti platonici, per questi uomini, si riversano semmai su altri oggetti, e le passioni sono molto più carnali e vicine di un hobby da travet.
Eppure qualcuno di questi vecchi tifa, sia pure con le maniere distaccate ed educate apprese al tempo. Chi ha lavorato in fabbrica, chi ha viaggiato in qualche estero urbano, ha una squadra del cuore; un altro ha fatto il militare a Bari ed ha assistito per puro caso a una partita dell’Italia in cui gli azzurri schieravano l’ossatura del Grande Torino, e da allora tifa granata. Sono casi destinati a rimanere nelle chiacchiere e nella mitologia paesana, quando nei decenni successivi tutti parleranno di calcio in piazza e tutti sosterranno, con rarissime eccezioni, una squadra strisciata.
In altre parole, al rapporto romantico e in fondo occasionale con il calcio, tipico della generazione più anziana, si sostituisce l’adesione vera e propria da parte dei giovani cresciuti o comunque formatisi nei tempi moderni. Il calcio assume una centralità non solo nel discorso pubblico, ma perfino nei pensieri di chi vi ha per così dire aderito, che noi ben conosciamo e che a noi appassionati - di nuovo, in senso modernissimo - pare normale, ma che è incomprensibile e ridicola per i rimasti al regime antico. La differenza fra i due approcci ricorda un po’, e non è una somiglianza casuale, quella tra il primo calcio degli inglesi e dei borghesi e il nuovo pallone di tutti, a cui tutti giocano e di cui tutti parlano.


Alle reden von Fußball*

Non bisogna credere tuttavia che la mania del calcio, perché difficilmente si può definire altrimenti una “passione” che acquista in poco tempo una tale centralità, si affermi senza resistenze o cancelli del tutto i modi lenti e silenziosi forgiati da secoli di immobilismo. Resiste invece un certo genere di moderazione per cui, nella realtà, più che parlare di calcio, ci si riferisce al calcio per parlare. Il calcio costituisce, in altri termini, un argomento di conversazione, soprattutto nei luoghi dedicati (il bar, l’ufficio, la ricreazione scolastica); avere un’opinione vaga, ma tanto più decisa, diviene rapidamente un obbligo di conformismo sociale. Può darsi che anche qui si veda il trionfo del modello borghese di società: sono gli attributi e gli hobby di questa particolare classe sociale, infatti, ad essere obbligatori e usuali per tutti.
In questo senso, parlare di calcio è, socialmente, uguale a parlare del tempo; e non è un caso che, con l’accresciuta velocità delle cose moderne, gli anticonformisti, i giovani ribelli, quelli che fuggono dalle gabbie borghesi, finiscano per odiare il calcio in segreto o, nell’eterna giostra dei conformismi che si inseguono, per ignorarlo ostentatamente. Questo avviene già nel 1968 - diciamo l’anno per significare un periodo -, cioè a una ventina di anni scarsi dall’inizio, almeno in provincia, della vera e propria popolarità del calcio.
Ma torniamo alla nostra cittadina murata, abbandonando i discorsi troppo generali. Dentro a quelle mura, tra i vicoli di pietre e mattoni ancora vivi e popolati, l’abbiamo detto, negli anni Sessanta e Settanta la gente parla di calcio, senza saperne davvero molto e senza vibrare di una reale passione: d’altronde, come allargare le proprie competenze? Si leggono i giornali, si guarda quel poco calcio che passa in tivù, ma per il resto? Le grandi squadre giocano troppo lontane… Parlare di calcio significa quindi ripetere delle formule, per i più.
Altri, tuttavia, sviluppano un vero amore per il calcio; anzi, due tipi diversi. Ci sono i maniaci delle grandi squadre (in genere, di nuovo, una strisciata), i quali seguono i propri beniamini nelle partite relativamente vicine o addirittura a Milano o Torino; anche se questa fattispecie si allargherà soprattutto dagli anni Ottanta, con i progressi del benessere e dell’edonismo, quando diventerà normale che i residenti della provincia, anche della nostra piccola provincia marchigiana, possiedano abbonamenti di compagini del Nord. E ci sono soprattutto, nel piccolo mondo sempre meno antico, i veri e propri appassionati, quelli che vogliono trapiantare il calcio localmente. Costoro fondano il sodalizio cittadino, che per eccesso di passione e scarsità di competenza fatica a sollevarsi dal più basso livello regionale; inoltre organizzano scuole calcio e ne portano in giro la domenica mattina gli allievi, scarrozzandoli per la provincia e guadagnando l’eterna gratitudine dei genitori (non perché stiano facendone dei calciatori e dei futuri ricchi - all’epoca, almeno in Valmisa, non si crede a queste scemenze -, bensì per il prezioso tempo donato). È grazie a questa indubbia utilità e benemerenza sociale che questi personaggi si fanno perdonare la propria stranezza, ossia il parlare di calcio sapendone davvero qualcosa e soprattutto il fare calcio, l’azione in prima persona che è altrimenti ancora vissuta come stravagante. In generale, e non solo sul calcio, quest’angolo di Marche è ancora ritroso e timido.

* Ossia, tutti parlano di calcio. Ci siamo permessi di parafrasare quell'Alle reden vom Wetter ("tutti parlano del tempo") che, con la conclusione Wir nicht ("noi no"), costituisce uno degli slogan più fortunati del Sessantotto tedesco.


Appartenenze

Si dice, certamente, con delle ragioni, che il calcio è identità, appartenenza. Molte storie, generalmente raccontate o raccontabili con tono romantico, paiono provare questa affermazione. Ma che identità può avere il calcio in una cittadina delle Marche, in cui è giunto tardi e in cui non vanta radici o interpretazioni locali? Che appartenenze può generare?
Non c’è molto di razionale, se lo chiedete; si tratta sovente di simpatia ereditate su base familiare o dovute alle vittorie in un dato periodo, sicché la grande maggioranza del tifo è diviso fra le tre strisciate. Restano fuori, come accennato sopra, i pochi vecchi che tifano per i miti della propria gioventù e gli eccentrici che si sono scelti la Fiorentina o il Torino (nelle generazioni più mature), la Sampdoria, la Roma, la Lazio, perfino l’Hellas Verona (fra i più giovani e i giovanissimi). Per quanto riguarda quel particolare e più profondo tipo di fanatismo calcistico che è quello di chi frequenta con regolarità lo stadio e sviluppa quindi una identificazione sentimentale, esso è quasi assente, per la semplice assenza di stadi di una certa categoria frequentabili nei dintorni; solo molto tardi e con numeri limitati sorge una militanza nella curva o nelle tribune di Ancona, quando i rossi dorici si riaffacciano dopo decine di anni alla serie B o in ogni caso a una C da protagonisti. Si ha allora, ma sono già gli anni Novanta, un pallido riflesso nella montagna celtica di ciò che è stato il movimento ultras (non vogliamo definirlo o giudicarlo qui; si prenda solo atto della sua esistenza) in tante altre città della provincia italiana. Ma resta la memoria di altri appassionati che, a suo tempo, andavano ad Ascoli, a Perugia, a Cesena, per vedersi la serie A; accanto alla simpatia per la squadra della provincia non si ha, sempre per motivi di antico buonsenso, la crescita di parallele rivalità, che non avrebbero senso quassù.
Calcio e identità potrebbero invece, in teoria, amalgamarsi molto bene nelle vicende della squadra locale; ma in realtà le sue limitate fortune sportive, e la curiosa assenza di veri e propri campanilismi in questa cittadina particolarmente isolata e senza un’inimicizia storica che possa creare un derby, fanno sì che il sostegno popolare, pur diffuso, si mantenga sempre tiepido e quasi distaccato. Forse negli anni Sessanta e Settanta c’è un maggior trasporto, in decenni cioè in cui il calcio neogiunto si muove in un’aria ancora antica, quella di un campanile e di un orgoglio paesano che poi sparirà nel progressivo e rapido allargamento del mondo e delle menti. Ma anche questa è quasi solo un’ipotesi, sostenuta da pochi dati non conclusivi.
I bambini, che sono razionali per eccellenza nella loro assoluta mancanza di contestualizzazione, risolvono la questione descritta fin qui - possiamo confermarlo personalmente, essendo stato chi scrive uno di quei bambini - con la formula per cui si tifa, o almeno si proclama di tifare, “Milan (o Juve o Inter), Ancona, Arcevia, Italia”. È la shahada del calcio paesano, questa, una dichiarazione programmatica, se si vuole; con, ovviamente, scarse conseguenze sulla realtà, ma che dice parecchio su un modo di ragionare per nulla limitato, e forse nemmeno collegato, al pallone e allo sport.


Luoghi

Ma il calcio non è soltanto discorsi fatti o letti o sensazioni o identità o, insomma, pensieri più o meno inconsistenti. Il calcio è, prima di ogni altra cosa, un gioco, e come tale ha bisogno di spazi in cui essere giocato.
Esistono, in questo gioco che è anche uno sport, due generi di spazi. I primi sono quelli ufficiali: il campo di grandezza regolamentare è raro e prezioso, e non ci si scherza su. Probabile che il primo campo “grande” sia stato creato in campagna, a una certa distanza dal capoluogo comunale, sempre in quegli anni Sessanta o tardi Cinquanta in cui sono nate le prime squadre (o, quantomeno, si sono organizzate a livello dilettantistico). Il campo sportivo “cittadino” sorge quantomeno un decennio più tardi, ed è un’opera di tutto rispetto. Non è che ci sia d’altronde abbondanza di spazi pianeggianti o spianabili, a 500 metri e più d’altitudine e su terreni rocciosi; ma sarà poi quell’altitudine a fare di quel prato sempre ben curato un’attrazione per squadre anche di un certo livello, più in là, negli anni ’80. Così gli appassionati e i semplici curiosi si godranno, senza muoversi di casa, il Rimini di Sacchi o il Perugia di Agroppi; e ancora la mia generazione, che in quel periodo cominciava a calciare un pallone e che non andava ancora a scuola, ascolterà racconti riguardo a quelle squadre e a un mitico triangolare tra Ancona, Jesina e Dinamo Mosca.
Di suo, tuttavia, il campo sportivo non ha molto da raccontare: c’è troppa serietà e troppo rispetto intorno a quel manto. Noi bambini ci entravamo solo durante le lezioni di calcio, negli inverni secchi e freddi di quelle parti, con le nostre scarpe nere coi tacchetti e quei palloni giganti che faticavamo perfino a tenere in mano, pensate un po’ come potessimo calciarli.
Più interessanti sono i campetti in cui il calcio si faceva calcetto e il calcetto si faceva tedesca, tiri in porta, semplici passaggi, o quel che veniva in mente al momento. C’era prima di tutto la pista in cemento del parco cittadino, evidentemente non pensata per il calcio e su cui, pure, quasi sempre e solo a calcio si giocava; con il grave inconveniente dell’assenza di porte, sostituite da sassi, rami o pezzi di ferro, per cui, per maggiore sicurezza del gol, conveniva mantenere la palla rasoterra (e questa circostanza, unità alla velocità del cemento, può spiegare una certa deriva fin troppo tecnica delle partitelle locali). Quando si voleva giocare in maniera più professionale, dunque, ci si dirigeva in uno dei campetti delle frazioni, muniti di porte e reti, probabilmente in ossequio a qualche misconosciuto principio socialdemocratico seguito dalle giunte di sinistra negli anni della loro costruzione. L’epoca dei campi in sintetico e dei soldi per giocare era ancora di là da venire.
C’erano invece, soprattutto finché l’infanzia non si faceva troppo adolescenza, altri terreni rimediati: c’erano i prati veri e propri, con le porte costituite da alberi e dunque necessariamente non coincidenti fra loro; così come si ricordano distintamente partitelle piuttosto tirate nella parte interna, quadrangolare, di un chiostro medievale posto nel centro del paese, giocate senza portieri, data la ristrettezza degli accessi, utilizzati dunque da porticine. Una di queste partite, chi scrive lo ricorda con precisione, fu dominata dalla notevole classe di un ragazzino figlio di un emigrato in Belgio, tornato per l’estate o per la Pasqua; e chi scrive ricorda anche, sempre con certezza, il dialetto antico del belga, un dialetto di veni o trent’anni prima, ché nel Limburgo la parlata non si era evoluta e non aveva subito gli assalti della televisione e della moderna scolarizzazione. Forse anche su questo si potrebbe tentare un’analisi, o stabilire qualche paragone, ma non sappiamo come e in che senso. Ci piace solo, e non è per sciocca nostalgia, rievocare quel chiostro e quelle parole disusate. Possibile, ma neanche questo è assodato, che al povero bambino belga gli altri chiedessero del Malines. E lui, magari, ci avrà anche risposto; nel caso, in marchigià.


Infine

Questi appunti non vogliono dimostrare nessuna tesi; si accontentano di tratteggiare, del resto in maniera incompleta e a larghe pennellate russoviane (nel senso del Doganiere), il quadro di un incontro. Non sappiamo, in effetti, cosa concludere riguardo al calcio in un paese, nel nostro paese; ci pare però doveroso testimoniare al riguardo. Oggi, per molti versi, il paese non esiste più, visto lo spopolamento e il generale allargamento dei confini, reali o immaginari, che ha fatto sì che quella che era stata per molto tempo la mentalità specifica di un luogo si svuotasse di senso. In un certo senso, l’arrivo del calcio ha coinciso - non certo per sua colpa - con l’inizio della fine di quel mondo; e il calcio stesso, aspetto particolarmente importante e gradevole della civiltà del benessere che ha segnato il secondo dopoguerra, ha accompagnato quel movimento storico. Il paese, in un certo senso, è passato da secoli in cui era vivo ma non sapeva e poteva gioirne a un’età più ristretta in cui, morendo, si è sentito finalmente vivo e felice. E il calcio è stato la piccola e innocua morfina di una comunità.