martedì 10 novembre 2015

Alena, Alenitchev. Questi russi, stupendi e inutili


Un pomeriggio di maggio torno in treno da Padova, dove ho presentato il libro sull’Europa Calcistica su e giù per il Brenta, e neanche arrivati in zona Finzi-Contini mi sono già innamorato di una ragazza dall’aria trasognata seduta dall’altro lato del vagone. Fermi in stazione a Bologna approfitto della prematura dipartita della sua vicina per sedermi, con uno stratagemma affinato negli anni, al suo fianco. Ascolto i Beach House, vedo l’Appennino scorrere sfocato dietro al finestrino, sento la sua presenza delicata e mi dico che almeno, questo viaggio, prima di scolorire nei toni nostalgici del futuro mai vissuto, mi ha regalato qualche istante di felicità.

I capelli biondo cenere le svengono svogliatamente sulle spalle. Il broncetto malinconico mi fa pensare a Julie Delpy. Ha caviglie sottili prerivoluzionarie e nike basse color melograno. Alena è di Mosca ma sembra francese, forse perché il suo lavoro è convincere i russi a fare le vacanze in Francia. L’estate prossima, con gli Europei, avrai un sacco da fare, le dico. Mi guarda come se pensasse: ma che ne so, può essere. Poi mi sorride. 

I suoi cambi d’espressione non invitano alla logica. 

Passata Firenze mi racconta che viene da Venezia, dov’è andata a vedere la Biennale. Da sola. Adora l’arte contemporanea. Ora però se mi sembra disperata è perché disperata lo è davvero. Per colpa di un vaporetto ha perso l’aereo e sta cercando disperatamente di raggiungere il suo volo delle nove a Fiumicino. In treno. Un treno che arriva a Termini alle otto. Non ce la farai mai, le dico, ringraziando la mia buona stella. Ma comunque ti aiuterò, aggiungo. E così faccio, nella desolazione serale della stazione Termini. Dal finestrino del Leonardo Express mi saluta con la mano e mi assicura che non dimenticherà mai quello che ho fatto per lei. Anche io non ti dimenticherò, non le rispondo.

Tornando a casa penso che non la vedrò mai più. Così come non vedrò mai più un gol malinconico come quello di Alenitchev che vidi insieme a mio padre e a Federico Olivo al Penzo di Venezia. Era una domenica di quindici anni fa e quel russo segnò un gol stupendo in una partita inutile, e viceversa. Questi russi, stupendi e inutili, penso. Come Alenitchev.

Alle cinque mi sveglia un suo messaggio sul telefono. Sono arrivata a Mosca e lo devo solo a te. Ci scriviamo mail deliziose per due mesi. In francese. Un casino. A metà luglio, alla Alenitchev, provo un dribbling da ultimo uomo: ti va di andare insieme al mare? Dove vuoi tu, purchè non sia nero, mi fa lei. Dove vuoi tu, purchè sia la prima volta per entrambi, faccio io. La settimana dopo passeggiamo tutta la sera per le vie profumate di buganvilla di Cagliari. Come in Prima dell’alba, non smettiamo mai di parlare. Per tre giorni, ahimé, non smettiamo mai di parlare. Allora litighiamo, le faccio una scenata, la chiamo Murmansk, come le fredde scogliere, prendo la macchina e guido da solo a fari spenti fino alle dune di Piscinas. Un cervo mi taglia la strada e rischio di schiantarmi tra le rovine delle miniere. Decido che non tornerò più a Cagliari ma mi farò ospitare per la notte ad Arbus da un amico. Alle cinque Alena mi manda un messaggio. Mi manchi. Dopo due ore, con la macchina piena di sabbia, sono di nuovo sotto casa sua. La sera non smettiamo di parlare, passeggiando a piedi scalzi al Poetto. Murmansk sembra così lontana. Rientriamo in macchina. Altra sabbia. Torniamo nella città vecchia. L’accompagno davanti casa. Lei sfodera un altro di quei mezzi sorrisi incomprensibili ma non mi invita a entrare nel suo freddo airbnb. Il giorno dopo mi sveglio presto e passo la mattina sul terrazzo a guardare i fenicotteri. Non la voglio più vedere. Questi russi, stupendi e inutili, penso. Come Alena.


Vuoto di tre mesi. Dieci giorni fa sono sullo stesso treno che collega Roma al civile Veneto, ma in direzione opposta. Vado a Venezia. A vedere la Biennale. Da solo. Alzo lo sguardo dal giornale e mi accorgo che dall’altro lato del vagone c’è una ragazza che legge un libro. Riesco solo a decifrare i caratteri sulla copertina. È cirillico. Alzo il volume dei Beach House e prego Dio che l’arte contemporanea le faccia schifo…    

* * *
Questo racconto è il primo di una lunga serie di presentazioni dei paesi che disputeranno l'Europeo in Francia l'estate prossima. Ma non li troverete qui, o almeno non sempre: sono racconti che nascono parlati, perchè nascono per e sulle frequenze della milanese Radio Popolare, in una rubrica immaginata e ospitata da Dario Falcini nel suo programma bellissimo del lunedì mattina, Olio di Canfora. La puntata sulla Russia è andata in onda il 9 novembre, e la potete ascoltare qui (al minuto 20).  

4 commenti:

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  2. file:///C:/Users/cake/Desktop/yuri.JPG

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  3. C'ero alla presentazione del libro! Mi fa piacere che Padova sia stata l'occasione di un incontro del genere.. Devo ammettere che letto ogni tuo racconto mi resta sempre la curiosità di conoscere il confine tra realtà e immaginazione, ma temo che rovinerei la magia! Un abbraccio, Guido

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  4. Non c'entra nulla, ma volevo comunque segnalarlo:

    http://www.sportmediaset.mediaset.it/calcio/calcioestero/spagna-spettatore-prova-a-colpire-guardalinee-con-il-pene_1081995-201502a.shtml

    Un abbraccio

    -inminoranzanellamaggioranza-

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