giovedì 24 settembre 2015

Una sarabanda infernale: la storia del primo calciatore di colore del campionato italiano


Siamo nell’ultima fase della Seconda Guerra Mondiale, in primavera l’Armata Rossa entrerà a Berlino con lo sfaldarsi delle divisioni fantasma del Volkssturm, la milizia popolare nazionalsocialista, frettolosamente riunita da Hitler negli ultimi mesi di agonia del Terzo Reich. Anche l’Italia è diventata un territorio di guerra, anche se il Sud Italia si era liberato dall’occupazione da più di un anno. Napoli non era stata ridotta a cenere e fango e, con le strade spalancate dall’insurrezione delle Quattro Giornate, l’esercito angloamericano era potuto comodamente entrare in città il primo ottobre del 1943. È in questa Napoli, per i cui vicoli girano ancora i soldati americani con le Lucky Strike nel taschino e la Colt M1911 d’ordinanza, che accade un fatto strano: nel reparto maternità dell’ospedale Loreto Mare le ostetriche e le suore iniziano a correre verso una camera, qualche medico le segue e intorno a un letto si forma in breve tempo un capannello di persone incuriosite. Una donna ha appena messo alla luce un bambino. Il problema è che questo bambino è di colore. Di certo lungo il golfo non si è mai visto prima nulla di simile e mentre qualcuno grida al miracolo, altri, con i piedi molto più per terra, capiscono al volo le premesse delle faccenda: la criatura non è figlia di un napoletano ma di un soldato americano. Il caso vuole che in quei mesi il direttore amministrativo dell’ospedale sia Edoardo Nicolardi che, nonostante ai più non suggerisca nulla, ha un palmares di tutto rispetto, essendo l’autore di alcune delle più belle canzoni napoletane del Novecento. L’occasione è ghiotta e lui non se la lascia sfuggire: prendendo ispirazione dall’avvenimento scrive il testo della Tammurriata Nera, una canzone in cui una sorta di coro greco ironizza sul futuro che aspetta al neonato, napoletano per nascita, ma con un colore della pelle che lascia intendere tutt’altro: ca tu 'o chiamme Ciccio o 'Ntuono, ca tu 'o chiamme Peppe o Ciro chillo 'o fatto è niro niro, niro niro comm'a cche?

Ma in quel periodo a Napoli non giungevano solo soldati americani: le navi provenienti dall’Atlantico tornavano ad attraccare il Molo Angioino, La Pietra o lungo la Darsena di Levante. Proprio in questo periodo nebbioso e poco mediatizzato, anche il primo giocatore di colore (mulatto per la precisione) approda nel campionato italiano. Si chiama Roberto Luis La Paz, uruguayano, classe 1919. E queste sono le uniche informazioni disponibili sul suo conto, prima del trasferimento in Campania. (Com’è facile immaginare non esiste un La Paz best skills su Youtube con tutte le sue giocate a ritmo di house; ma neppure le statistiche che testimoniano le sue capacità realizzative o la sua tenuta atletica). È un attaccante e questo almeno sembra assodato. Come garanzia della sua bravura ci sono le parole di Miguel Andriolo Frodella, per l’anagrafe italiana Michele Andreolo, campione del mondo 1938. L’oriundo, che aveva visto giocare questo funambolico gigante in una squadra locale (1 metro e 85 d’altezza, per 84 chili: un colosso per gli anni Quaranta), lo convince ad attraversare l’oceano con poche parole: Cosa troverai in Italia? La stessa miseria che c’è qui, ma almeno lì chi gioca a pallone non muore di fame.

Il piroscafo che trasporta La Paz approda a Napoli nell’estate del 1946 con queste vaghe premesse. Il calciatore firma il suo primo contratto italiano nella curiosità generale. Non ha idea di cosa lo aspetti, tanto meno il calcio nostrano sa cosa aspettarsi da lui. Fa il suo esordio con la Frattese, che in quegli anni, nonostante militi in Serie C, ha la fama di ammazza grandi grazie a un paio di fortunate amichevoli estive, 4 a 1 sul Milan e 1 a 0 contro la Juventus. Il campo di Frattamaggiore è stato infatti risparmiato dai bombardamenti e le grandi del Nord ne approfittano per riscaldarsi in vista delle partite ufficiali nel Meridione. Per arrotondare lo stipendio, La Paz guida i camion: di certo, come gli aveva promesso Andreolo, non muore di fame, ma ha bisogno di soldi per condurre lo stile di vita che desidera, scandito da cene sfarzose in compagnia di donne affascinanti. Dopo la prima stagione alla Frattese, che chiuderà all’undicesimo posto, si trasferisce al Napoli. Dell’anno trascorso in provincia non si hanno informazioni, ma verosimilmente non lascia il segno, dato che a poco a poco il suo nome scompare dalle formazioni titolari. Nella nuova città la sua fama (di donnaiolo) lo precede e così viene dato ordine al custode dello stadio di chiuderlo a chiave nel suo appartamento del Vomero dopo le dieci di sera. La Paz però non è un tipo che si può facilmente tenere a bada e riesce comunque, in qualche modo, a calarsi giù dalla finestra ogni sera. Neanche a dirlo, le prestazioni risentono della sua incapacità di mantenere un profilo professionale: il fisico statuario e la carnagione scura sono merce rara nelle balere in cui le donne napoletane cercano di dimenticare la miseria post-bellica, e così il gigante mulatto diventa un’attrazione irresistibile. Anche i giornali e i tifosi sono colpiti più per le movenze da negretto che per le sue prestazioni, negativamente condizionate dalle notti di festa, ma la gente è comunque convinta che con un maggiore dosaggio delle proprie energie La Paz potrebbe diventare effettivamente un grande campione.



Non a caso in qualche sporadica occasione La Paz riesce a dimostrare il suo talento lucido e spettacolare. Primo su tutti uno storico 5 a 1 sul Modena, che fino a quel momento era tra le difese migliori della Serie A, il 7 dicembre del 1947. Sedicimila spettatori e un milione di lire di incasso per una partita finita tra il punteggiare luminoso di mille e mille fiammelle sugli spalti, che tradotto sta per torce fatte con la carte dei giornali, un pirico prodromo di fumogeni e bombe carta. La partita è un lungo assedio del Napoli che genera una valanga di azioni offensive, vomitate a getto continuo verso la rete di Corghi, con La Paz a fare da mattatore. I partenopei si lanciano verso la porta modenese con l’impeto travolgente di un ariete che si abbatte su un uscio sprangato e in area si balla una sarabanda infernale. La Paz non va a segno ma gioca una partita magistrale: costruttore inimitabile di tutte le azioni del reparto, con quelle gambe da stambecco, con quella andatura dinoccolata e sconcertante, con quei suoi movimenti e quelle sue finte col corpo che ti danno l’idea di un dinamico “Boogie-Woogie”, sventaglia a destra e a sinistra una quantità enorme di palloni preziosi. Due o tre giocatori modenesi per volta votati alla sua guardia sono “bevuti” con una continuità impressionante e molto spesso ricorrono a falli per tenerlo fermo. Un talento bello e tenace a cui vengono affidate le chiavi della manovra offensiva napoletana, ma che nelle ultime battute mostra evidenti segni di stanchezza, monito che la forma fisica non è di certo delle migliori e non per infortuni o per i carichi atletici eccessivi. Dopo questa partita La Paz sembra un talento in via di consacrazione, ma una serie di panchine e di prestazioni opache lo etichettano come il più classico degli oggetti misteriosi, relegandolo insieme a quei talenti persi nei vizi prima ancora che tra i difensori avversari.

Torna titolare nella partita cruciale del campionato, una Inter-Napoli che per i partenopei vuol dire salvezza o retrocessione. Probabilmente la sera precedente La Paz riesce a tenersi a bada e il suo rientro ridesta la capacità del quintetto offensivo: il mulatto dà spettacolo, trattando la palla da par suo e lanciando i compagni di linea verso la porta, con quel suo gioco preciso, pulito e intelligente. L’uruguayano mette in rete anche il biglietto per la permanenza in Serie A; ma l’arbitro lo annulla per carica sul portiere. Non ci si può affidare alla moviola ma l’episodio fa molto discutere: su una palla alta saltano contemporaneamente Franzosi (portiere dell’Inter) e Di Benedetti (che chiuderà la stagione con 13 reti, miglior realizzatore del Napoli). Il portiere sembra bloccarla, ma gli sfugge dalle mani e rotola sul piede di La Paz, che la appoggia in rete delicatamente. L’arbitro prima fischia e corre verso il centrocampo: La Paz ha cambiato le sorti della stagione e per quei pochi passi di Bonivento fuori dall’area di rigore è un eroe. Poi però l’arbitro torna indietro e annulla il gol salvezza: il destino dell’attaccante non subisce la svolta sperata. A questo punto si scatena l’assedio, con La Paz che, avendo indossato per qualche istante le vesti del salvatore della patria, non si rassegna e si carica la squadra sulle spalle larghe: con quel suo passo caracollante avanza, giuoca tre avversari e lancia Di Benedetti che tira ma il portiere gli nega il pari. Il Napoli continua a spingere e nonostante i giuocatori più che al calcio si siano dati alla lotta libera: La Paz cerca di mettere ordine e di chiarire le idee ai suoi compagni. Allo scadere irrompe in area, Franzosi esce alla disperata e il tiro del mulatto è deviato. Probabilmente è una delle migliori prestazioni della carriera di La Paz, una partita che per sfortuna, bravura del portiere e imperizia dell’arbitro poteva essere differente, ma che, con queste variabili contrarie alla sorte dell’uruguayano, non serve alla causa della salvezza napoletana, né tantomeno a gettare una luce diversa sulla sua carriera.

Nel Marzo del 1949, dopo 6 gol in 33 partite e una retrocessione, con il campionato di Serie B in corso, La Paz scompare misteriosamente. Viene ritrovato al campo di allenamento dell’Olimpique Marsiglia e la dirigenza napoletana, tra l’infastidito e lo scioccato, decide di cederlo alla squadra francese. Anche qui La Paz non brilla, otto presenze e due gol; poi due stagioni in prestito a Montpellier e Monaco e il ritiro dalla carriera professionistica, con una montagna di debiti. Di lui non si sa più nulla, neppure se sia vivo o morto.

ps: Negli anni il nome di La Paz è scomparso poco a poco, nascosto da altre storie, vittima di un’epoca che non ha lasciato in eredità molto, se non poche foto, qualche articolo di giornale retorico e ricordi confusi. Oggi il nome di La Paz lo conoscono in pochi, chi non l’ha dimenticato è un gruppo di ragazzi di Parma che ha fondato La Paz! Antirazzista, una squadra il cui scopo è quello di unire lo sport e la battaglia contro il razzismo che, nonostante siano passati quasi sessant’anni da quando il primo calciatore di colore ha fatto il suo esordio nel calcio italiano, sembra che vada combattuta con ancora più forza.

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