lunedì 13 luglio 2015

Messi e il deserto: fisiologia del contemporaneo




Es scheint uns, als wäre für gewisse wissenschaftliche oder künstlerische
Höchstleistungen ein Schuss ´Autismus´ geradezu notwendig

("Sembrerebbe che per ottenere successo nelle scienze o nelle arti 
una certa dose di autismo sia necessaria")

Il tempo del contemporaneo è il tempo del deserto. Saremo tutti signori del deserto, profetizzava Nietzsche, e per capire questi tempi proprio al deserto bisogna guardare: quello orientale dove si combattono la guerra di religione islamica ed al deserto californiano dove si plasmano i sogni in silicio e dove il capitalismo è rimasto un’avventura. La complementarietà tra i due deserti, quello californiano e quello del petrolio wahabita-salafita, può sembrare assurda, ma non così tanto.

Il nome California deriva da una novella spagnola fantastica del XVI secolo, l’autore lo trae dal toponimo arabo Califerne, terra del califfo, il deserto della califfa e del califfo della Chanson de Roland. Dunque l’estremo apparentemente più avanzato e quello più, apparentemente, retrogrado si toccano e si congiungono e diventano inevitabilmente la stessa cosa, sia pur nella loro decantata opposizione. Il tratto comune più evidente è l’iconoclastia tipica dei deserticoli che contraddistingue i fanatici start-upper ultracapitalisti e i guerrieri dello Stato Islamico che vorrebbero spazzar via ogni traccia del passato. Il confuso immaginario di questi giorni che non riesce a cogliere pienamente le analogie tra quello che dovrebbe essere il suo ideale e il suo nemico, che non capisce la loro profonda identità genera, inevitabilmente, nuove mitopoiesi e nuovi modelli. Quello dominante in questo periodo è certamente quello dello scienziato asperger (ad es. Sheldon di Big Bang Theory), il nerd che esce in ciabatte e accappatoio alla Zuckemberg, oppure il Cristo della scienza in stile Hawking (questi ultimi due, seppure reali, recentemente immortalati in pellicole di successo).


L’equivalente sportivo di questo modello estetico, destinato a tormentarci per i prossimi decenni, è certamente Lionel Messi, unanimemente riconosciuto come il calciatore più forte in attività e continuamente paragonato agli immortali del passato per capire dove si debba collocare nell’ipotetica hall of fame del calcio mondiale.
Proprio per questo motivo, per questa beatificazione in vita, è molto più interessante soffermarsi sulla figura del Messi sconfitto, perdente e, dunque, del Messi capitano della nazionale Argentina, recentemente sconfitta nella finale della Copa America, ad un anno dalla sconfitta nella finale dei Mondiali.
La vulgata sembra essere orientata ad attribuire l’incapacità di vincere con la maglia del proprio paese ad un fattore caratteriale, all'impossibilità, forse inconscia, di voler scalzare Diego Armando Maradona dal trono del calcio argentino.

Invece, proprio partendo dal fatto che l’asso del Barcellona non è altro che il campione perfetto simbolo di questo deserto, è possibile capire questa circostanza e concludere che il suo problema non è tanto di pressione, di mancanza di carattere o di incapacità di tenere il confronto con Diego, ma semplicemente da una mancanza “strutturale”. Quando si attraversa il deserto tutto è uguale e tutto è ripetizione o miraggio, il reale è identico e ciò che non è identico è puro miraggio.
Messi è, infatti, il campione della ripetizione, della riproducibilità infinita. Il calciatore da highlights, degli incalcolabili gol segnati tagliando da destra ed incrociando sul secondo palo.
Il suo tratto asperger (se non in senso clinico in senso estetico) lo porta ad eseguire meglio di chiunque altro tante volte la stessa identica cosa. Tutto ripetizione oggi, come facciamo noi nella nostra vita tutti i giorni senza accorgercene, riproponiamo ogni volta gli stessi gesti e le stesse azioni, riesce ad eccellere chi di questa ripetizione ne fa trampolino per la perfezione.

Del resto, tornando a Messi, anche il suo gol più famoso, la serpentina al Getafe in coppa di Spagna, è un’imitazione, una riproduzione, del celeberrimo gol di Diego a Messico '86.
Il tema Diego-Messi è, giustappunto, il perfetto angolo di visuale per cogliere lo spirito del tempo, ossia il passaggio del campione calcistico dall’aura del sacro, del gesto, del culto, dell’identificazione a quella del linguaggio, del segno riconoscibile della merce.
La strada che aprì Ronaldo con la Nike, i doppi passi e l’esultanza sempre uguale è diventata totale con Messi, per la semplice impossibilità di distinguere il singolo gesto e ammirarlo, invece, nella sua incessante riproposizione. Ogni anno 4 Clasicos, ogni anno una serpentina contro il PSG nei quarti, tutto è sempre certo e scontato e l’evento è solo l’attesa della sua realizzazione.
Messi con il Barcellona ha, dunque, la possibilità di perfezionare e ripetere tutto l'anno gli stessi gesti, rifarli e migliorali momento per momento, mentre con l'Argentina questo gli è precluso giocando con la nazionale non più di una decina di partite l'anno.
Ogni volta con la Nazionale è una situazione nuova, un compagno diverso un automatismo che manca, un contesto diverso e lì tutto va in malora, quando deve indossare le vesti del “Maradona” entra in un terreno che non il suo, quello dell’unico, del mito, del gesto che assume il significato del genio e del sacro. Ma quel tempo è finito, cercare di ricrearlo è un esercizio artificiale ed inutile. Giocasse 60 partite l'anno con la nazionale sarebbe uguale e devastante anche lì, non gli mancano carattere o attributi, gli manca la catena di montaggio per costruire quella parte di immaginario collettivo che gli si richiede.

7 commenti:

  1. Proprio oggi leggevo su Mundo Deportivo un’intervista a Sampaoli in linea con quanto dici tu, Gegen. Sampaoli, in breve, dice che se Messi gioca al 50% gioca meglio. Se gioca ogni pallone è molto facile limitarlo, mentre se lo inserisci in un meccanismo di gioco (i.e. Barcellona) rende mille volte di più, è il migliore. Non che serva Sampaoli per capire questa cosa, basta vedere una qualsiasi partita dell’Argentina. Sono lui e El Fideo. Punto.

    Al di là della giusta analisi, la mia sensazione è che Messi sia quasi scocciato dalla Nazionale argentina. Così come l'Argentina si è scocciata del ciclo Messi in Nazionale. Ora come ora è così.

    Una cosa che mi infastidisce è la “forzata” beatificazione del giocatore. Migliore del match, migliore della competizione, squadra ideale, ecc… Raramente è così. Non è stato così al Mondiale, si è visto di molto meglio in Copa America.

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    1. Messi deve solo rimpiangere di non aver scelto di giocare con la Spagna, lì avrebbe già vinto tutto (sempre con gli stessi compagni peraltro...).

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  2. Credo che una delle chiavi di lettura per comprendere appieno l'uomo-Messi ce l'abbia fornita, anni addietro, Alexander Lowen quando, nel capitolo dedicato alla schizofrenia del suo 'The betrayal of the body', così argomentò: "Noi guardiamo gli occhi per capire ciò che le persone sentono o la loro reazione a noi. Sono felici o tristi, in collera o divertiti, spaventati o distesi? Noi sappiamo che lo schizoide ha rimosso ogni emozione, perché i suoi occhi non raccontano nulla. Nella terapia di questi pazienti faccio molta attenzione agli occhi. Quando li tocco emotivamente, cioè quando reagiscono da esseri umani con me, i loro occhi si accendono e si mettono a fuoco. Ma questo accade spontaneamente quando un paziente aumenta la sensibilità fisica in seguito alla terapia. Il colore degli occhi diventa più vivido, e sembrano più vivaci. L'inespressività o la vacuità dello sguardo esprime così la relativa vitalità della personalità intera.".
    Questo per dire che ritengo tu abbia ragione Gegen, ci siamo bevuti per anni la storia del nanismo che ci ha distolto dall'analisi della vacuità dello sguardo della pulce, in grado di vincere 21 Champions consecutive come di sbancare il tavolo del "21" senza che alcuno si accorga che sta contando le carte.

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    1. Come dimostra il suo sguardo vacuo mentre pronuncia "no al racismo" nel memorabile video dell'uefa...

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  3. La citazione ad inizio articolo è di Nietzsche?
    Bel post cmq, grazie!

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  4. Il problema di Messi con la nazionale è che l'eredità del Pibe lo costringe ad essere più di se stesso (che è tanta roba), deve proprio essere l'hero ball, se mi permettete il termine baskettaro.

    Decide tutto lui, da chi allena (ma il Tata ancora lo fanno allenare? manco fosse affiliato alla P2!) a chi gioca in attacco e chi fare entrare durante la partita (porquè Tevez in panca 120' nella finale? Risposta: è l'eroe del popolo sebbene non è mai valso Messi...), addirittura ad un certo punto prende e cerca di entrare palla al piede in porta e non la passa nemmeno dopo che ha saltato 1, 2, 3 giocatori avversari...

    Eppure nel Barça l'ha capito che gli conviene fare lo specchietto per le allodole lasciando spazi e la prima linea a Neymar e Suarez dopo anni in cui non sopportava ego come Eto'o, Ibra o lo stesso Villa, messo a stantuffare sulla fascia (vi ricordate quelle partite del Barça dove addirittura giocava tale Tello pur di non oscurare Messi?)

    esattamente come LBJ, la squadra nasce e muore con lui palla in mano e deve essere formata da quelli della sua "parrocchia".
    Non a caso i 2 titoli sono arrivati quando è andato agli Heat e sia in panchina (Riley, sebbene poi tecnicamente allenasse Spoelstra) che in campo (Wade) c'erano personalità che non gli permisero di giocare da reuccio del quartiere..

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