lunedì 20 luglio 2015

Mai con una juventina. Il gioco della bottiglia ai tempi di Tacchinardi.

 

Lo ammetto. è successo. Non sono juventino, ma ho visto Barcelona-Juventus e ho simpatizzato per la Juve. Non è stato per fair play verso le italiane (non sono un tipo sportivo), né per il gusto di tifare Davide contro Golia. Eppure mi è successo, e non oso immaginare come sarebbe andata se la Juve avesse vinto.
Non nascondo che il fatto continui a meravigliarmi, anche ora che tutto è finito. Per capire come ciò sia potuto accadere, posso solo cercare di ricostruire.

* * *

Marco B. è senza ombra di dubbio il più carino della classe. Gestisce il primato in modo dignitoso: senza farsi bello agli occhi delle altre e senza mai spostare il tutto su un piano di competizione virile con gli altri maschi. Per i suoi dodici anni è molto sveglio, è bravo in inglese e, soprattutto, ha un cuore grande. Ha un cuore grande, Marco B., anche quando accetta di andare alla festa di compleanno di Elena C., che è stata palesemente organizzata per lui. Elena si è appena classificata al nono posto (su dodici ragazze) in un foglietto che è stato fatto circolare – con cattiveria – tra i banchi della II C e che, inevitabilmente, le è passato sotto gli occhi. Non ha pianto come la decima, l’undicesima e la dodicesima classificata, Elena, ma ha intuito che quel nuotatore di Marco, primo nella rispettiva graduatoria, probabilmente non l’ha inclusa nella sua top-five. Dunque, domenica, tutti a casa di Elena C., dove avrà luogo uno dei più classici giochi della bottiglia: senza lingua, per non offendere nessuno.

A casa di Elena mi convinco che quel Tacchinardi lì, posterizzato alla parete, mi stia guardando dritto negli occhi. Non è una paranoia, ne sono proprio certo: Alessio Tacchinardi mi guarda. è lì, a troneggiare sul muro della camera di Elena, e mi squadra di soppiatto con i suoi occhioni languidi. Quando il complottismo viene meno, mi accorgo di quanto sia bastardo, Tacchinardi. Non sta guardando me, è vero, ma senza che nessuno se ne accorga sta pilotando il movimento rotatorio del bottiglione di Fanta da 1,5 litri in funzione del suo personale diletto. La prima malcapitata è Elena, di fatto padrona della festa come pure del suddetto poster, che invece di baciare Marco come in cuor suo sognava, si ritrova a dover dare un bacino a stampo a Gianluca, e per nessuno dei due l’esperienza è esaltante. Marco, a cui capita Flavia, sembra invece visibilmente più contento. Elena, da par suo, si rabbuia e trattiene le lacrime: eroica, anche questa volta. A quel punto inizio a ricambiare lo sguardo di Tacchinardi preso da un moto di indignazione, perché non mi sembra giusto. Non sei nemmeno tutto ‘sto sex symbol, penso, e ti permetti pure di prenderti gioco di una ragazzina in modo subdolo e meschino. E pensare che lei ti ha preferito a tutti, pure a Paulo Sousa. Trattengo l’istinto di far capire a Elena che il suo disappunto è palpabile. Non sei fatta per essere juventina, vorrei dirle. Vorrei anche spiegarle che questa storia di essere juventine è un po’ una moda, nel senso che è un po’ rischiosa se non si è un po’ arroganti inside, e che Elena, come tante altre, è solo vittima inconsapevole di un trend. Sei buona, Elena, non hai quella cattiveria lì.

Il giorno dopo (un lunedì, dato che rende la difficoltà dell’impresa compiuta), un’altra juventina di nome Flavia – cinica e spietata, in questo caso – è il soggetto del seguente scenario: riceve in mano da Marco – ancora in botta post-litro e mezzo di Fanta – un poster di Ravanelli (sic) che esulta con la proverbiale maglietta sulla testa. Manifesto della Robedikappa disponibile solo nei migliori negozi di sport, maglia blu con stelle gialle cucite sulle spalle. A parte che a Flavia piace Ravanelli[1], la scena è grottesca. Vedo Flavia ringraziare con freddezza un affranto Marco, quindi prendere il poster e imboscarlo nello zaino in tempo record. Vedo, soprattutto, un amico umiliato. 
Due giorni, due poster e una grande consapevolezza. “Mai con una juventina”, giuro a me stesso.

Addirittura vice-capitano, all'occorrenza.
* * *

Che gli spritz ci aiutino è fuori discussione. Avremmo parlato in modo molto meno sciolto, Mia ed io, senza l’aiutino. Archiviato brillantemente il “cosa fai nella vita”, ci adagiamo in quattro mosse nel “che musica ascolti” per commentare più o meno ogni-singolo-pezzo della playlist del bar. La prendo pure per il culo, Mia, quando mi fa proprio quella domanda lì. Poi, però, devo riconoscere che mi ha fatto un favorone. Insomma, dai, sì. Un piatto d’argento e cose così.
Arrivati alle Weiss, una giornata di fine gennaio diventa – grazie al cazzo, si aggiungerà – un pomeriggio estivo: avvertiamo nell’aria una misticanza che piano piano sta arrivando come a secchiate. Mi sono innamorato. Mi sento un Don Gately con meno capacità di sopportazione del dolore, ma sto già pensando che la custodia dei figli, Mia, non l’otterrà mai e poi mai. Saranno chiaramente due, un maschio con un nome dal finale consonantico e una femmina da chiamare in modo esotico, che porterò beatamente sulle spalle dando merda alla finta tranquillità dell’Ethan Hawke di Boyhood. Che poi Mia è anche un bel nome, mi dico, elogiando me stesso mentalmente per non aver fatto banali battute su Marsellus Wallace e i massaggi ai piedi.
Quando mi dice che il calcio le piace molto, è fatta. Posso non mentire. Posso non dire di seguirlo giusto ogni tanto. Tutto è bellissimo, perché è bellissima lei. Andrete allo stadio insieme, pensi: lei vuole che tu non ti snaturi, che continui a seguirlo, il pallone, perché è parte di te.
Tutto bellissimo. Troppo.
- Sono juventina, da sempre.
Qualche secondo di panico. Penso a Elena C., penso a Marco B.

* * *

Le juventine mi hanno sempre turbato, per un qualche motivo. Più che la spocchia dei loro colleghi di sesso opposto, mi irritava leggere nei loro sguardi la consapevolezza di aver optato per il meglio. Mi sembravano cattive. Tipo delle persone che mi avrebbero fatto soffrire. Ricordo quanto mi sembrasse strana la loro percezione estetica, fin dalle elementari.


Per esempio, le milaniste erano in blocco maldiniane. Era luminosissimo, Paolino, e le capivo. Somigliava a un leone, aveva un sorriso da spot pubblicitario e un avvenire leggendario già a vent’anni, dunque conveniva investire su di lui come “preferito”. Poi c’erano le anticonformiste a cui piaceva Boban, che rivelavano già al tempo una propensione per uomini interessanti, dotati di stile se non addirittura di un cervello. Qualche sconvolgimento mi era stato creato solo da una cugina, senza amore per il calcio né tantomeno per il Milan, che si professò pazza di Demetrio Albertini. Nessuno in famiglia riuscì mai a capirne il motivo, ma pare che al tempo mia cugina avesse un’emotività tutta in via di definizione e telefonasse piuttosto spesso all'144 prima di essere sgamata e di trovarsi a passare un mese in punizione. Una decina di anni dopo, parlando del passato, mia cugina ammise che per lei non era stato un periodo molto semplice, ma mi era ancora grata per i ritagli di “Squadra Mia” che in tempi di crisi ero riuscito a farle avere [2].
Le altre, cioè la stragrande maggioranza, erano della Juve, che molti di noi, sbagliando, abbreviavano in “Juven”. No interiste, no altre squadre, no perditempo.


Quello che mieteva più vittime era chiaramente Paulo Sousa. Ci può stare, pensavo. Sembrava un pò Pegasus, un pò un pre-Johnny Depp [3], un pò il D’Artagnan giapponese (quello dove Aramis è una donna ma per favore, nel libro è un prete, maledetti giapponesi). Lo stimavo, ma era ormai ufficiale che qualcosa mi turbasse: ricordo benissimo quanto mi sconvolse l’idea che il pallone potesse essere visto anche da una prospettiva non-maschile. Da quella prospettiva, in particolare. Senza rendercene conto, noi maschi disapprovavamo e storcevamo il nasino punti nell’orgoglio, ma eravamo ancora combattivi [4].
Comunque, poteva sempre andare peggio. Perché capitava che a qualcuna piacesse Fortunato e a qualcun’altra Baggio Dino, e mai un Torricelli o un Rampulla. Ma poi, a un certo punto, quella che ti tirava fuori Ravanelli la incontravi. Per non parlare di quella che, anni dopo, ti rivelava che aveva sempre avuto un debole per Stefano Tacconi.
“Mai con una juventina”, ti ripeti come un mantra.

Poi, che fossero cattive, lo appuravi facile: bastava appena un pò di studio socio-antropologico. Il fenomeno trasversale a tutte le classi sociali, quel Roberto, era sì ritenuto da tutte un bel ragazzo (che poi boh), ma la situazione era aggravata dal fatto che giocasse, anche lui, nella Juven. Noialtri eravamo tolleranti, benché guardinghi e sospettosi, perché in fondo di Roberto non potevamo essere gelosi: forse, inconsciamente, ci sembrava inoffensivo.

è la pubertà a rivelarsi un dramma, nel suo mietere certezze e nel ridurci a un tutti contro tutti. Roberto non piace più a nessuna di quelle che lo supportavano, le quali si sono, nel frattempo, evolute in termini ortodontici e di mèches bionde. Del resto, la colpa è da imputare tutta proprio a Roby: da un po’ è diventato triste, un uomo già noioso e meno appetibile. Ora va forte Del Piero, che pure non ha ancora il collo taurino della maturità ed è decisamente più conveniente in termini di futuribilità. Sono cattive. Basta intristirsi un attimo, pensi, e passano ai più giovani.

Per fortuna col tempo razionalizzi, perché il vecchio Alex [5] è diventato molto più pulcino bagnato di quanto il giovane Alex non lasciasse presagire. Con il passare degli anni non è – in definitiva – uno che turba il tuo immaginario sentimentale, a parte ‘sta cosa che lo chiamano tutte Alex come fosse uno di famiglia. Comunque sei sereno: sei convinto che a Sonia sia fedele, che a puttane non ci vada, che un torto Alex non te lo farebbe mai per istintivo rispetto verso di te e in virtù dei suoi valori. Poi sai già che, nel caso, andresti da Nick Amoruso a sputtanare tutto, e allora sarebbero guai grossi per l’uccellino. Per giunta, a uno che come massima compromissione pubblicitaria ha Uliveto, non puoi che volergli bene. E in casi estremi, ma è un colpo molto basso, puoi sempre scegliere di pensarla alla Soviero.
Mai con una juventina, ad ogni modo.

Gente che ne ha vinte un paio, di finali di Champions.
* * *

Tacchinardi, si diceva. Quando le mode violentano i sogni di Elena C. si è appena diffusa la modaiolissima riga in mezzo, con aggiunta di capello leccato e fascetta che nessuno, al campetto, perde occasione di sfoggiare, quasi fosse il cerottino sul naso di Casiraghi a Euro ’96.


Con l’avvento della riga in mezzo, succede l’irreparabile. Fornisce a noi tutti strumenti nuovi, ci dà modo di interpretare con malizia il ghigno delle nostre coetanee, un misto di imbarazzo e compiacimento, quando le sentiamo fare il nome di Alessandro Nesta, tricotillomane secondo solo a Vittorio Sgarbi. Fare i conti con quell’acconciatura comporta, in automatico, realizzare che Nesta aveva i capelli come li ha portati lungamente Fabio Cannavaro [6]. Persino Totti, in quel modo, si è guadagnato di diritto l’inclusione tra i belli. Certo, era solo un volto intermedio delle tante facce della carriera di Totti: era quel Totti che quasi quasi andava al Real (o alla Samp) e che, più spesso di quanto avresti immaginato, ti faceva pensare che Litmanen avesse tratti più nobili e decisamente più affascinanti, ma nessuna pareva cagarlo di striscio.

Dunque la combattività lascia il posto alla rassegnazione. Capisco che è tutto finito quando iniziano i servizi sui vip a Formentera: le speranze di comprensione del parametro estetico vengono a mancare quando si registra il fenomeno-Vieri. Vieri, quello che è esploso alla Juve: non serve far notare che il suo aspetto non lo fa sembrare un genio, non serve ridere dell’imitazione di De Luigi o calcare la mano su quanto sia più forte che bello, ché ha una fisionomia da potenziale rincoglionito a partire dalla mascella. Non esistono ancora i social, ma la bellezza ha ormai assunto toni nuovi. Vaglielo a spiegare, alle tue amiche, che all’Atalanta già si era capito tutto. Provaci (è una sfida) a raccontare il gol quando giocava nell’Atletico.

Ormai, nel “tra me e me” è tutto chiaro [7]. C’è stato, è vero, un periodo in cui mi sono chiesto chi mi stesse più sui coglioni tra i giocatori socialmente ritenuti “belli” e quelli che militavano nella Juventus. Sono state due categorie distinte fino a quando ho compreso – difficilissime, nell’ordine, le fasi di ammissione e conseguente accettazione – che non si trattava di nessuna delle due. O meglio, che si trattava di entrambe: nello specifico, il connubio era letale [8].
Alessio Tacchinardi. Mai, ma proprio mai, con una juventina.

Pochi mesi prima della prima velina.
* * *
Ora sei grande. Non puoi confessarlo (sarebbe un sommo disonore), ma hai capito di mal sopportarli perché juventini e “belli”. Hai sviluppato un occhio lunghissimo e inizi a notarli tu per primo. Te lo aspetti. Sai che Marchisio ha pure dei begli occhi ed è un argomento sul quale sei pronto a dire la tua. Sai anche che è un pessimo rapper e che si è tatuato una frase che in fin dei conti è lo slogan dell’Adidas, ma conosci benissimo la debolezza di questi argomenti. Anche su Llorente non c’è molto da obiettare: anzi, ti spiace che basti un Morata qualsiasi per farlo decadere.
“Sono juventina, da sempre”.



Riprendendo fiato, devo aver pronunciato una frase fintamente ironica tipo “nessuno è perfetto”. Mi aspettavo di essere molto più traumatizzato e invece no, sembro avere attutito il colpo. E poi questa donna qui ha qualcosa che oscura la sua juventinità. Mi piace da morire, essenzialmente. Dunque chi se ne frega, mi dico. Scelgo di concentrarmi di nuovo sulla playlist, di sputare sentenze sui Modena City Ramblers e sullo ska in generale. Mia mi attira anche per la natura possessiva del suo nome, che sia pronominale o aggettivale poco importa. Davvero, chi se ne frega della Juven.
Manca ancora qualcosa, però. L’ultima prova.

Chiacchiera dopo chiacchiera lei si sente di stuzzicarti dicendoti che anche tu, dai, avrai un debole per una di queste plasticose bellezze mondane. E tu sei pronto, perché fai quel giochino da una vita, a sentirti dire Marchisio o Llorente. Hai la certezza che Chiellini non lo dirà mai, e Tevez nemmeno. Nella speranza che non ti dica Buffon, per dire. Poi chiaramente la botta arriva, inesorabile. Ti dice che il primo (sono due, per Giove!) non ci gioca più da poco, nella Juve. Tu non sai aspettare e spari subito un “Matri”, perché dai, se dobbiamo soffrire soffriamo. Siccome però Mia che non è stupida o quantomeno sa come bluffare, puoi tirare un sospiro di sollievo quando lei scuote il capo. Ti arrovelli, le dici Estigarribia sperando ti sorprenda davvero, o Peluso, che ne so. Ti viene anche, sotterranea ma neanche troppo, la paranoia che Borriello alla Juve ci è passato. Infine capisci: che non c’è più differenza tra mainstream e underground, che i tempi son cambiati e non c’è più nulla che possa sorprenderci. Che il fatto che abbia giocato in ogni squadra fino al Boca non conta. Non contano nemmeno le rovesciate o quell’unico – mostruoso – gol che ha messo al Southampton e che Sky ha riproposto a ripetizione per sei mesi. è Pablo Daniel, e non c’è un cazzo da fare. Uno che quando lo vedi fare quella mitraglietta non pensi solo che il Bati sarebbe stato degno di ben altre celebrazioni: pensi che il Bati era di un altro pianeta, ma pensi anche che non era così bello. Avevi sempre pensato che Johnny Depp fosse Paulo Sousa, ma ti sbagliavi. è, anzi, proprio quello che temevi: i quattro figli da tre donne diverse lo rendono, più che un cattivo esempio, esattamente il tipo irresistibile per cui perdere la testa. Nel “tra sé e sé”, quando arriva il momento della verità, si è tutti bigotti. Non sanno nemmeno che si chiami Pablo Daniel, ma tant’è.

L’altro, il secondo, è quello che taglia le gambe. A quel punto va bene tutto, mi dico, ma sottovaluto la mia memoria post-trauma. “Caceres” è un trisillabo sdrucciolo che significa “tutti a casa”. Vuol dire ricordarmi, in piena zona franca, che sì, anche io ho sempre pensato fosse bello. Mi torna in mente persino il momento esatto in cui l’ho pensato: gol al Napoli, ovvero poco prima del primo gol italiano di Pogba. Comprensibilmente, devo averlo rimosso quella sera stessa.

Vacillo, e chiamo a raccolta le mie forze [9]. Il colpo di scena arriva dopo qualche secondo, senza che me lo aspetti: come un messaggio dai quartieri alti, il pensiero che mi viene in aiuto suona al mio orecchio parecchio boskoviano. è una massima che recita, più o meno, “amore è riuscire a stare con una juventina”. Posso accollarmela. Posso farcela.
Dunque non ci penso due volte; non mi resta che approfittarne e mettere in archivio con disinvoltura. Zona franca. Lascio solo spuntare un segnalibro: non ruberò – mai e poi mai – nessun poster della RobediKappa. Te lo giuro, Marco B., puoi stare tranquillo.

Belli belli belli in modo assurdo.

* * *

è tardi. Mia ed io abbiamo fame. Paghiamo, usciamo e andiamo alla ricerca di un primo veloce. Stiamo bene, non c’è che dire. Sorrisoni. Quello di Mia è figlio della sua pacatezza. Il mio, appena un pò più tirato, si avvale del soccorso-lampo di una sentenza boskoviana. Torno a rilassarmi. Riesco pure a farmi venire in mente che il vero “El Bati” non è Osvaldo, bensì Joaquin Larrivey.
Mi dico, tra me e me, che non devo rompere i coglioni. Perché non ne ho idea. Deve essere stata durissima, ai tempi di Cabrini.  




[1] Quanto può, un gol in Finale di Champions da vanbasteniana posizione.
[2] Albertini, nel frattempo, aveva lasciato il professionismo con una partita d’addio trasmessa da Rete 4 in piena campagna elettorale. Si rivolgeva ad un tale Presidente, ringraziandolo di tutto e augurandogli il meglio.
[3] Mento sapendo di mentire: lo penserò molto, molto dopo.
[4] Come molti altri ero convinto, in gran segreto, che Montella fosse un gran bell’uomo. È una sensazione che sono riuscito ad inquadrare con la lucidità necessaria solo molto tempo dopo e solo dopo aver raccolto testimonianze e sondaggi preoccupantemente simili tra loro. Ammesso che avessi un prototipo di bell’uomo, da grande sarei voluto diventare simile a lui. Perché Montella mi sembrava uno giusto: lineamenti asciutti, sguardo concentrato, attaccante della madonna.[5] Niente Adelaide detta Aidi, solo Sydney per lui.
[6] Prima di decidere, naturalmente, che la virilità sarebbe passata per il rasoio.
[7] Il “tra sé e sé” è una zona franca del cervello. Lì hanno sede le verità inammissibili, equamente suddivise tra segreti, idiozie e debolezze.  È un posto molto duro, il “tra sé e sé”: è vietato dire cazzate, in quanto unico luogo in cui sia richiesta – è il regolamento – una sincerità superiore al cento per cento dichiarabile.
[8] Noi, invece, ci eravamo immedesimati nel buono la cui moglie partecipa a un reality e alla fine finisce insieme al macellaio di fiducia. Per tacere (come si è impunemente detto) di quel signor terzino che è stato Vincent Candela.
[9]
Con la sicurezza che uno con la panza è ormai raro vederlo giocare, e ci sta che non piaccia. Con la cieca convinzione che chierica o non chierica Zidane fosse e sia tuttora un bell’uomo. Con, in testa, la stessa domanda che mi faccio da anni: se Attilio Lombardo avesse avuto i capelli, sarebbe stato altrettanto forte o altrettanto ben voluto a livello universale?

lunedì 13 luglio 2015

Messi e il deserto: fisiologia del contemporaneo




Es scheint uns, als wäre für gewisse wissenschaftliche oder künstlerische
Höchstleistungen ein Schuss ´Autismus´ geradezu notwendig

("Sembrerebbe che per ottenere successo nelle scienze o nelle arti 
una certa dose di autismo sia necessaria")

Il tempo del contemporaneo è il tempo del deserto. Saremo tutti signori del deserto, profetizzava Nietzsche, e per capire questi tempi proprio al deserto bisogna guardare: quello orientale dove si combattono la guerra di religione islamica ed al deserto californiano dove si plasmano i sogni in silicio e dove il capitalismo è rimasto un’avventura. La complementarietà tra i due deserti, quello californiano e quello del petrolio wahabita-salafita, può sembrare assurda, ma non così tanto.

Il nome California deriva da una novella spagnola fantastica del XVI secolo, l’autore lo trae dal toponimo arabo Califerne, terra del califfo, il deserto della califfa e del califfo della Chanson de Roland. Dunque l’estremo apparentemente più avanzato e quello più, apparentemente, retrogrado si toccano e si congiungono e diventano inevitabilmente la stessa cosa, sia pur nella loro decantata opposizione. Il tratto comune più evidente è l’iconoclastia tipica dei deserticoli che contraddistingue i fanatici start-upper ultracapitalisti e i guerrieri dello Stato Islamico che vorrebbero spazzar via ogni traccia del passato. Il confuso immaginario di questi giorni che non riesce a cogliere pienamente le analogie tra quello che dovrebbe essere il suo ideale e il suo nemico, che non capisce la loro profonda identità genera, inevitabilmente, nuove mitopoiesi e nuovi modelli. Quello dominante in questo periodo è certamente quello dello scienziato asperger (ad es. Sheldon di Big Bang Theory), il nerd che esce in ciabatte e accappatoio alla Zuckemberg, oppure il Cristo della scienza in stile Hawking (questi ultimi due, seppure reali, recentemente immortalati in pellicole di successo).


L’equivalente sportivo di questo modello estetico, destinato a tormentarci per i prossimi decenni, è certamente Lionel Messi, unanimemente riconosciuto come il calciatore più forte in attività e continuamente paragonato agli immortali del passato per capire dove si debba collocare nell’ipotetica hall of fame del calcio mondiale.
Proprio per questo motivo, per questa beatificazione in vita, è molto più interessante soffermarsi sulla figura del Messi sconfitto, perdente e, dunque, del Messi capitano della nazionale Argentina, recentemente sconfitta nella finale della Copa America, ad un anno dalla sconfitta nella finale dei Mondiali.
La vulgata sembra essere orientata ad attribuire l’incapacità di vincere con la maglia del proprio paese ad un fattore caratteriale, all'impossibilità, forse inconscia, di voler scalzare Diego Armando Maradona dal trono del calcio argentino.

Invece, proprio partendo dal fatto che l’asso del Barcellona non è altro che il campione perfetto simbolo di questo deserto, è possibile capire questa circostanza e concludere che il suo problema non è tanto di pressione, di mancanza di carattere o di incapacità di tenere il confronto con Diego, ma semplicemente da una mancanza “strutturale”. Quando si attraversa il deserto tutto è uguale e tutto è ripetizione o miraggio, il reale è identico e ciò che non è identico è puro miraggio.
Messi è, infatti, il campione della ripetizione, della riproducibilità infinita. Il calciatore da highlights, degli incalcolabili gol segnati tagliando da destra ed incrociando sul secondo palo.
Il suo tratto asperger (se non in senso clinico in senso estetico) lo porta ad eseguire meglio di chiunque altro tante volte la stessa identica cosa. Tutto ripetizione oggi, come facciamo noi nella nostra vita tutti i giorni senza accorgercene, riproponiamo ogni volta gli stessi gesti e le stesse azioni, riesce ad eccellere chi di questa ripetizione ne fa trampolino per la perfezione.

Del resto, tornando a Messi, anche il suo gol più famoso, la serpentina al Getafe in coppa di Spagna, è un’imitazione, una riproduzione, del celeberrimo gol di Diego a Messico '86.
Il tema Diego-Messi è, giustappunto, il perfetto angolo di visuale per cogliere lo spirito del tempo, ossia il passaggio del campione calcistico dall’aura del sacro, del gesto, del culto, dell’identificazione a quella del linguaggio, del segno riconoscibile della merce.
La strada che aprì Ronaldo con la Nike, i doppi passi e l’esultanza sempre uguale è diventata totale con Messi, per la semplice impossibilità di distinguere il singolo gesto e ammirarlo, invece, nella sua incessante riproposizione. Ogni anno 4 Clasicos, ogni anno una serpentina contro il PSG nei quarti, tutto è sempre certo e scontato e l’evento è solo l’attesa della sua realizzazione.
Messi con il Barcellona ha, dunque, la possibilità di perfezionare e ripetere tutto l'anno gli stessi gesti, rifarli e migliorali momento per momento, mentre con l'Argentina questo gli è precluso giocando con la nazionale non più di una decina di partite l'anno.
Ogni volta con la Nazionale è una situazione nuova, un compagno diverso un automatismo che manca, un contesto diverso e lì tutto va in malora, quando deve indossare le vesti del “Maradona” entra in un terreno che non il suo, quello dell’unico, del mito, del gesto che assume il significato del genio e del sacro. Ma quel tempo è finito, cercare di ricrearlo è un esercizio artificiale ed inutile. Giocasse 60 partite l'anno con la nazionale sarebbe uguale e devastante anche lì, non gli mancano carattere o attributi, gli manca la catena di montaggio per costruire quella parte di immaginario collettivo che gli si richiede.