giovedì 4 giugno 2015

Il fenicottero e la canna da zucchero [Scusa se lo chiamo futebòl #1]

Una storia così merita una deviazione. In viaggio per Fortaleza, la mente rivolta a una settimana di mare sulle spiagge di Cumbuco, Canoa Quebrada e Iguape, Sergio e Lucio decidono di fare una sosta di un giorno a Recife. Hanno sentito parlare di un ragazzo che si chiama Jeferson Lima e gioca con una gamba sola. Non perché si ritenga superiore agli altri, ma proprio perché la destra non ce l’ha. Gliel’hanno amputata nel 1997, quando aveva quattro anni. In un modo o nell’altro è riuscito a completare la scuola dell’obbligo, appena portato a casa il diploma si è messo a lavorare come aiuto muratore: a 21 anni continua a fare lo stesso mestiere per un pugno di reais. Però non si è mai arreso, non ha mai accettato la sua invalidità. Ha una passione assurda per il calcio e riesce a giocare con dei normodotati senza soffrire di complessi di inferiorità.

Da Recife a Ribeirão, la piccola città dove abita Jeferson, non è proprio una gita di piacere. Sono 82 chilometri di strade in stile groviera, che Sergio e Lucio percorrono con il taxi di un conoscente della cognata di Lucio. Le portiere si chiudono con il fil di ferro, le sospensioni sono un lontano ricordo, ma raccontare la storia di Jeferson non ha prezzo. Attraversato un pezzo della regione che viene denominata Mata Pernambucana, Sergio e Lucio con il loro autista entrano finalmente nell’area comunale di Ribeirão, città che viene chiamata anche Princesa dos Canaviais, la principessa dei campi di canna da zucchero, elemento principale dell’economia locale.
 


Meglio arrivare in punta di piedi per non condizionare Jeferson. I due giornalisti italiani vanno direttamente al campo di calcio, che non è uno stadio ma un’area di terra battuta con le porte senza reti e le righe tracciate a mano. Dal gabbiotto che viene utilizzato come spogliatoio fino al campo sono una cinquantina di passi. Jeferson percorre quel tragitto con le stampelle, poi le butta per terra, varca la linea laterale e va a posizionarsi in mezzo al campo,
come volante, centrocampista davanti alla difesa. Si muove con un’agilità sorprendente, con l’eleganza di un fenicottero. Gli altri 21 giocatori sono tutti giovani come lui, intorno ai vent’anni, e ovviamente hanno due gambe a testa. Non passa molto tempo e capita qualcosa di magico e straordinario. Arriva un cross abbastanza alto, Jeferson salta facendo forza sulla sua gamba sinistra (del resto non potrebbe fare altrimenti), stoppa di petto e tira al volo con la sua scarpa sinistra numero 43. Gol.

Anzi, non è un gol. E’ un gooooool come dicono i telecronisti brasiliani. “Il più bel gol che si sia mai visto su questo campo”, dice un signore che guarda la partita a pochi metri da Sergio e Lucio. Mentre la partita va avanti, i due italiani cominciano a parlare con la gente per ricostruire la vicenda umana di quel ragazzo che è riuscito a emozionarli così tanto, che usa il pallone come strumento di emancipazione da una disabilità capace di scoraggiare chiunque. Si scopre così che il giorno del dramma Jeferson stava attraversando la strada per andare proprio a giocare in quel campetto. Ma a quattro anni è difficile ricordarsi che bisogna stare attenti a tutto. Voleva correre a giocare, ha attraversato senza guardare ed è stato centrato in pieno da uno dei mille camion che passano da quelle parti carichi di canna da zucchero. La gamba è rimasta incastrata tra la ruota e la lamiera del camion, completamente maciullata. Il medico non ha potuto far altro che amputare. Il camionista è stato processato e condannato a pagare un indennizzo di 3000 reais (circa 1000 euro) con cui la mamma Adriana da Silva, che ha altri tre figli, è riuscita a comprarsi una casetta per farci vivere tutta la famiglia.



Tagliata la gamba destra, il recupero è stato complicato anche per problemi psicologici. Jeferson faceva fatica a mantenere l’equilibrio con una gamba sola, aveva bisogno d’aiuto da parte dei genitori. A scuola lo prendevano in giro, con quella mancanza di sensibilità propria dei bambini in gruppo. Però a sette anni ha cominciato a ritrovare l’equilibrio, ha ricominciato tutto da zero ed è tornato in campo. Ovviamente meno rapido di prima, ha deciso di cambiare posizione, non più attaccante ma centrocampista e qualche volta anche portiere, sempre con buoni risultati. Quella è stata la svolta della vita, perché Jeferson ha preso sempre più coraggio, imparando anche a nuotare come un pesce. Ha mollato la scuola che lo faceva solo piangere e dopo un breve periodo passato lavorando in un autolavaggio, ha trovato la sua strada definitiva nell’edilizia.
 
Certo che è un peccato sprecare un talento così. Sul campetto di Ribeirão il ragazzo riesce a dare spettacolo ma non può disputare partite ufficiali. E allora può solamente sognare. Non le Paralimpiadi di Rio, perché non è prevista la categoria degli amputati, ma almeno gli piacerebbe trovare qualcuno in grado di aiutarlo a comprarsi una protesi e chissà, un domani giocare con la maglia del Brasile un Mondiale per ragazzi che abbiano il suo stesso problema. Le protesi di costruzione canadese che vengono utilizzate nelle manifestazioni internazionali per amputati però costano tantissimo e nessun comitato ha denaro da investire per una specialità non paralimpica.
 
Sergio e Lucio sono sempre più commossi dalla storia che stanno ascoltando. Aspettano che la partita finisca e abbracciano Jeferson, che li invita a bere un cafezinho a casa sua. Mamma Adriana tira fuori dei biscottini buonissimi che ha appena preparato e fa bollire l’acqua. Il ragazzo va di là. Apre un cofanetto che sembra una reliquia. Tira fuori qualcosa che per lui, tifoso accesissimo del San Paolo, è oggetto di culto. C’è una t-shirt firmata dal suo idolo Rogerio Ceni, portiere-goleador. Poi ci sono le foto di Pato e Ganso con i rispettivi autografi, più altri gadget della squadra tricolor. Dice che è il miglior regalo ricevuto in tutta la vita. Ma quando gira per le strade della sua cittadina il vero dono è l’affetto delle persone che gli chiedono di fare una foto con lui perché non si capacitano di come riesca a giocare così bene e a segnare certi gol.

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Questa storia è tratta da "Scusa se lo chiamo futebòl", il libro di Enzo Palladini (giornalista storico del Corriere dello Sport e oggi di Premium Sport, già Sport Mediaset) appena pubblicato dai nostri amici di edizioni In Contropiede, che ringraziamo (avvisandoli che in questa calda stagione amazzonica pubblicheremo altri estratti del libro, perchè è pieno di storie fresche ed esotiche come batida de maracuja).

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