venerdì 29 maggio 2015

Hasta el año que viene, eh?

Piru Gaìnza, eterno capitàn
Aveva dormito male, malissimo. Anche se non ricordava cosa aveva sognato, era sicuro di aver avuto almeno un paio di incubi orrendi. Ora aveva un mal di testa lancinante e gli sembrava che lo stomaco si fosse ripiegato su sé stesso.

Non mangiò niente, bevve solo un caffè che però non risolse la situazione. Allora prese un paio di aspirine e sperò che il dolore passasse. Annullò tutti gli appuntamenti e ordinò di non essere disturbato. Doveva riposare. Alle 18.15 sarebbe iniziata la partita, e lui avrebbe dovuto essere in piena forma per assistervi.

Quella storia stava iniziando davvero a stancarlo. Tutti gli dicevano che sarebbe stata una passeggiata, ma in fondo che ne sapevano loro? Erano abbagliati dalla vittoria in Coppa dei Campioni contro il Milan di Liedholm, dalle magie di Di Stéfano, dai dribbling di Gento, dalla regia sopraffina di Kopa. A lui invece il calcio faceva schifo, letteralmente. Gli era utile, certo, ma vedere quei 22 imbecilli correre avanti e indietro per disputarsi una stupidissima palla lo faceva quasi infuriare. Ed era proprio perché detestava il calcio che non si sentiva sicuro. Chi profetizzava una vittoria sicura del Real Madrid, a cui niente e nessuno avrebbe potuto togliere il primo triplete della storia del calcio spagnolo, non aveva capito nulla. Né del fútbol, né della gente che il Madrid si sarebbe trovato davanti quella sera.

I baschi... Avrebbe pagato un milione di pesetas per ogni abitante di quel buco per mandarli tutti in Siberia, o nel Sahara, o da qualunque altra parte che non fosse la Spagna. Gente testarda oltre ogni dire, orgogliosa fino all'autolesionismo, attaccata a quel pezzetto di terra come un neonato alle tette della madre. Se c'era una cosa che lo faceva infuriare più del calcio, erano i baschi. E stasera se li sarebbe trovati davanti.


Era stato un errore far giocare la finale a Madrid, lo sapeva fin dall'inizio. Quell'idiota di Alonso Vega, invece, aveva insistito fino a prenderlo per sfinimento, ma quando aveva proposto a Guzmán, il presidente dell'Atlético (denominazione dell'Athletic durante il regime, ndr), di giocare al Metropolitano, quello aveva tirato fuori una bilbainada: niente Metropolitano, giochiamo al Bernabéu, così potranno arrivare più tifosi da Bilbao. Poteva sembrare una sbruffonata, una bilbainada appunto, ma lui era convinto che in realtà Guzmán avesse servito a tutti loro una polpetta avvelenata. Ora Madrid era piena di migliaia di tifosi bilbaini, scesi in macchina, in taxi, perfino con un treno speciale da 20 vagoni, e quasi tutta la Spagna, anche quella che non poteva soffrire i baschi, aveva finito per simpatizzare con l'Atlético. 

La partita era diventata proprio quello che lui non voleva: una sfida tra Davide e Golia davanti ad un'intera nazione. Qualcuno gli aveva detto che quel giorno, più o meno alla stessa ora, in Svezia si sarebbe giocata la finale del Campionato del Mondo tra i padroni di casa e il Brasile, ma era pronto a scommettere che in Spagna nessuno o quasi l'avrebbe seguita. Ogni radio del Paese sarebbe stata sintonizzata sulla sfida del Bernabéu. Perfino la TVE, la televisione di Stato, avrebbe trasmesso l'evento. Una sola, stupidissima partita avrebbe potuto trasformarsi in una figuraccia nazionale.

Basta, non doveva pensarci più. C'era da rompersi la testa, e in ogni caso non poteva far più nulla. Aveva perfino consultato una delle sue cartomanti favorite, ma il verdetto favorevole ai blancos non lo aveva comunque reso più tranquillo. Il mal di testa era ancora lì a tormentarlo. Per smettere definitivamente di rimuginare sulla partita decise di tornare a letto. Lo comunicò all'attendente e chiese di essere svegliato alle 16. Forse, per quell'ora, il dolore sarebbe sparito, e con esso anche quella sensazione di beffa imminente che non voleva proprio abbandonarlo.




La comoda poltrona della tribuna delle autorità gli sembrava quasi uno strumento di tortura medioevale. Il sonno non aveva giovato: si era alzato tutto indolenzito e il mal di testa stava martellando con più forza di quando si era coricato. E le chiacchiere, le chiacchiere intorno a lui, continue e fastidiose... lo stavano facendo impazzire. Era in momenti del genere che si rendeva conto di essere circondato da dei veri imbecilli.
“Quanti gliene facciamo, oggi?”
“Visto che in campionato è finita 6-0... almeno sette, forse anche otto!”
“E da loro come è andata?”
“2-0 per noi, se non ricordo male. Questi non ci segnano neppure fra un anno!”
Erano talmente tronfi e boriosi, tutti quanti, da non prendere neppure in considerazione l'idea di una sconfitta. Stavano commettendo un errore fatale: sottovalutavano gli avversari. Lui non lo aveva mai fatto, per questo era ancora lì. Pregò che i giocatori del Madrid non cadessero in quel tranello. Carniglia, a quanto si diceva, era un buon allenatore, ma in campo non andava lui. Gento era rotto. E gli extranjeros non potevano giocare: sarebbe stato ridicolo, nella Copa del Generalísimo. Le merengues sarebbero scese in campo con qualche riserva di troppo, mentre davanti a loro l'Atlético sarebbe stato quello di sempre, solido e rodato: per un club che utilizzava solo giocatori del País Vasco, il divieto di far giocare stranieri in Coppa era irrilevante. Undici baschi pronti a tutto per vincere. Anzi, a ben guardare erano qualcosa di più di undici baschi: erano undici vizcaínos, tutti provenienti dalla stessa, piccola regione. Soltanto un cieco o uno stupido non avrebbe fiutato il pericolo. Per fortuna nessuno gli rivolse parola, altrimenti avrebbe anche potuto diventare scortese. Quando non era aria, i topi lo fiutavano subito e se ne stavano in disparte. Solo la moglie provò a conversare con lui, ma quel giorno anche Carmen gli dava sui nervi.

Dopo un'attesa che gli sembrò infinita, la squadre entrarono finalmente in campo. Il Real Madrid, nel suo classico completo bianco, scompariva nel contrasto cromatico col biancorosso della maglia e il nero dei pantaloncini dell'Atlético. Un altro segno che non lo lasciò tranquillo. Osservò i capitani scambiarsi il saluto. Juan Alonso, portiere del Madrid, tornò verso la sua area, mentre Gainza si voltò verso la tribuna delle autorità. Ebbe l'impressione che cercasse proprio lui, anche se da quella distanza sarebbe stato impossibile affermarlo con certezza. La partita iniziò subito dopo, accompagnata dal boato dei 125.000 spettatori in delirio. Nonostante i tifosi di Bilbao fossero scesi nella capitale in un numero pazzesco per l'epoca, i loro incitamenti erano impossibili da udire nel caos delle grida dei sostenitori madridisti. Lo stadio era una marea in costante movimento. Le curve e la tribuna di fronte alla sua ondeggiavano ad ogni azione pericolosa, rispondendo agli stimoli del campo come se fossero dotate di vita propria. Per un po' anche lui fu affascinato da quello spettacolo impressionante. Col passare dei minuti, però, l'iniziale entusiasmo del pubblico si attenuò, sostituito da un sordo mormorio che accompagnava ogni sortita offensiva dell'Atlético. I bilbaini tenevano bene il campo, erano compatti e non parevano soffrire la pressione di giocare in quello stadio contro i freschi tricampioni d'Europa, e la gente se ne stava accorgendo.
 
Iniziò ad agitarsi impercettibilmente sulla poltrona. I suoi occhi piccoli e stretti si posavano sempre più spesso su Gainza, che a 36 anni compiuti si muoveva sulla fascia con un'eleganza ancora senza pari. In particolare, era rapito dal piede sinistro di Piru, come lo chiamavano i tifosi: più che un piede gli sembrava una mano guantata, che accarezzava con dolcezza il pallone ma sapeva anche colpire come un pugno sferrato all'improvviso, di pura potenza. Gli altri giocatori, quando non sapevano cosa fare, gli davano la palla e aspettavano, sicuri che non l'avrebbe persa. Cosa che, infatti, non accadeva praticamente mai. Lui non seguiva il fútbol, ma ciò non significava che non sapesse tutto di Gainza. I nemici, come amava ripetere, vanno conosciuti. Era ad un suo assist di testa, e al successivo gol di Telmo Zarra (un altro basco, una maledizione), che si doveva la vittoria sulla Perfida Albione ai Mondiali del 1950. Piru era un folletto imprendibile che abitava la fascia sinistra e da lì, come uno gnomo delle fiabe, creava arcobaleni invisibili in fondo ai quali, al posto di una pignatta colma d'oro, gli attaccanti trovavano i gol. I compagni lo amavano perché non era egoista e preferiva il pase de la muerte al gol, il cross al tiro, il dribbling per andare sul fondo all'inserimento centrale. Mica perché non sapesse come segnare, tutt'altro. Una volta, contro il Nastic di Tarragona, era entrato in porta col pallone dopo aver saltato quattro giocatori e aver ingannato il portiere fintando un passaggio; in un'altra occasione, durante un derby con la Real Sociedad, aveva beffato il numero 1 avversario Eizaguirre scavalcandolo con un incredibile tiro direttamente da calcio d'angolo. Da ragazzo, dicevano, a Piru non piaceva il calcio. Aveva iniziato come portiere perché non voleva correre e sudare, poi una volta lo avevano provato a sinistra, in quanto unico mancino, e adesso era lì, dopo quasi 20 anni di carriera, a giocare da pari a pari con la squadra più forte del mondo. Quella partita era il suo canto del cigno e Gainza la stava interpretando in modo magistrale.




Al 20' Eneko Arieta, che aveva preso il posto di Zarra dopo il ritiro del leggendario ariete, controllò un pallone al limite dell'area e, senza pensarci troppo, tirò: gol. Il Madrid era sotto. I tifosi baschi esultarono, ma dalla tribuna sembravano solo tante formiche che scalavano silenziosamente una collinetta. Il resto del pubblico si fece sentire per dare la carica ai suoi beniamini, stranamente mosci e fuori dal match. Dietro di lui si alzò un commento a voce alta: “Niente paura, è un fuoco di paglia. Non reggono fino alla fine, non contro di noi. Con un solo gol non vanno da nessuna parte”. E infatti, dopo 3 minuti, l'Atlético raddoppiò: palla messa in mezzo da Uribe, tiro al volo di Mauri, 2-0. Un dirigente del club bilbaino scattò in piedi: “Siamo grandi!”, gridò. I tifosi baschi ora si sentivano eccome: il Bernabéu era muto, smarrito, sgomento. Non si capacitava di quel risultato, un ceffone a mano aperta datogli senza alcun timore da capitan Gainza e dai suoi scudieri.

Adesso non parlate, eh, imbecilli?, pensò, soppesando il silenzio greve alle sue spalle. Serrò i pugni mentre veniva percorso da un brivido di rabbia. Quegli undici baschi bastardi lo stavano facendo per davvero. Certo, di tempo per recuperare ce n'era, ma quella era una giornata destinata alla sconfitta. Lo aveva capito fin da quando aveva aperto gli occhi.

Il Real Madrid, giù in campo, non era meno sorpreso delle migliaia di persone accorse per vederlo alzare il terzo trofeo dell'anno, che invece stava lentamente svanendo. Carniglia bestemmiava in panchina, urlando indicazioni che nessuno stava a sentire. Alonso, il capitano, se ne stava solitario tra i pali, testa bassa e braccia inerti lungo i fianchi. Atienza guardava Santamaría, Santamaría guardava Joseíto, Joseíto guardava Rial e tutti guardavano Di Stéfano, che sembrava il più sperduto di tutti. Saeta Rubia era sfinito dopo la lunga, trionfale stagione e la marcatura asfissiante di Etura lo aveva praticamente fatto scomparire dal “suo” prato.

In tribuna, l'uomo chiuse gli occhi. Non c'era più nulla da fare. Il punteggio non era ancora compromesso, ma le facce in campo non mentivano. Da una parte c'erano degli uomini con gli occhi spiritati e la bava alla bocca, dall'altra dei ragazzini spauriti. E poi c'era Gainza. Non aveva segnato, ma con la sua sola presenza aveva dato forza ai compagni. In campo era sceso un ragazzino di 19 anni che in pochissimi conoscevano, Koldo Agirre: stava facendo una partita fantastica. E così anche Carmelo, Orue, Garay, Etura, Canito, Mauri, Uribe, Artexe e Arieta. Undici compaesani che stavano violando lo stadio più sacro d'Europa.
Riaprì gli occhi. Se solo avesse potuto alzarsi e andarsene, lasciando le incombenze del caso a uno dei suoi leccapiedi... Ma non avrebbe mai dato quella soddisfazione ai suoi nemici. Si sistemò meglio sulla poltrona, dov'era sprofondato per lo sconforto. E si preparò ad altri 70 minuti di agonia.

Il signor González Echevarría fischiò la fine: l'Atlético era campione. Il risultato finale di 2-0 non rispecchiava fino in fondo la netta superiorità dei biancorossi, che avevano giocato una partita commovente e avevano conquistato la loro ventesima Coppa nelle condizioni ambientali più difficili. Di Stéfano, più tardi, avrebbe reso onore ai campioni con parole degne di un fuoriclasse (“El Atlético de Bilbao ha jugado más y mejor que nosotros y su victoria ha sido justa y legítima ¿Para qué restar mérito al Atlético de Bilbao?”). Ma adesso toccava a lui. Doveva consegnare la coppa a Gainza, il capitano. Si alzò in piedi seccamente, consapevole che in molti lo stavano osservando. Era furioso, eppure non c'era nemmeno l'ombra di un'emozione sul suo volto inespressivo.

Piru arrivò dopo qualche minuto, seguito dalla squadra. Lui aveva già in mano la coppa. Lo guardò con attenzione: né alto né basso, tratti duri tipici dei baschi, occhi espressivi e intelligenti. I capelli, tirati indietro e lucidi per la brillantina, sembravano quelli di un qualsiasi spettatore, come se non avesse neppure sudato. Ma aveva corso eccome, lui lo aveva visto.
Quando Gainza gli fu davanti, si sporse per consegnargli il trofeo. Si costrinse a sorridere nel modo più cordiale che gli riuscisse in quel momento e, per sembrare ancor più cortese, gli disse “Un'altra volta qui!”, sperando in tal modo di portarlo, anche solo per un attimo, dalla sua parte. Non era una frase a caso: negli ultimi quattro anni, quella era la terza vittoria dei bilbaini.

Piru annuì, senza replicare. Allungò le mani quasi disinteressato ma poi, d'improvvisò, alzò lo sguardo verso di lui, un ghigno sardonico sul viso. “Hasta el año que viene, eh?” rispose, poi afferrò la coppa e andò a festeggiare con i compagni.


Per poco lui non scivolò di sotto. Brutto figlio di puttana! Farsi beffe di me qui, e in questo modo! Sfidarmi davanti a tutti! - pensò, ma fu solo un attimo. Si rimise dritto, impettito come suo solito, cercando di stare leggermente in punta di piedi per apparire più alto. Senza voltarsi, ma afferrandosi con entrambe le mani alla balaustra, disse: “Non voglio più vederli con una delle mie coppe in mano per almeno dieci anni... Sono stato chiaro?”.
Sul momento, nessuno del suo codazzo si mosse. La sua voce era calma e controllata, ma dalla postura, dalla tensione che emanava dalle mani strette come due morse attorno al ferro, chiunque aveva capito che era sul punto di sbottare. Non rispondere sarebbe però stato molto peggiore, perciò un colonnello di una quarantina d'anni fece un passo avanti. Il suo comandante gli stava davanti: era un uomo piccolo, brutto, irrilevante. L'uniforme gli andava un po' larga, il cappello pure. Ma era l'uomo più potente di Spagna, e un basco lo aveva appena umiliato. “Sarà fatto, Generalísimo Franco!”.

martedì 19 maggio 2015

Andreas Thom: da Est a Ovest senza scappare


Il buon Andreas quando era il cocco di Erich Mielke
Andreas, proprio tu figlio mio?” Questo nel dicembre 1989 potrebbe essere stato il pensiero di Erich Mielke, ex presidente della Dynamo Berlino e da qualche settimana non più capo della Stasi il Ministero per la Sicurezza dello Stato, leggendo la notizia del primo trasferimento legale di un giocatore da una squadra della DDR, la sua Dynamo Berlino appunto a una squadra della Bundesliga, il Bayer Leverkusen. Perchè il primo calciatore a ad attraversare il confine ormai inesistente, senza dover fuggire, non era uno qualsiasi. Andreas, che di cognome faceva Thom, è infatti uno dei talenti più cristallini della Oberliga, la Serie A della Germania orientale e della Nazionale, con cui sta rincorrendo il sogno di giocare il Mondiale, il secondo per gli Ossis dopo quello del 1974. Thom, classe 1965, però è soprattutto il giocatore preferito di Mielke, uno dei “protetti” dell'uomo che controllava le “Vite degli altri” citando l'omonimo film di Florian von Donnersmarck. 

Un giocatore amato dal “compagno tifoso” anche perché alla Dynamo Andreas ci era nato e cresciuto calcisticamente. Thom, originario di un piccolo paese del Brandeburgo Herzfelde, aveva fatto come molti sportivi della DDR degli anni Ottanta. Aveva cominciato nella società della sua cittadina e qualcuno l'aveva notato, nel suo caso scherzo del destino lo “scout” fu il papà di Frank Rohde, un suo futuro compagno di squadra e capitano alla Dynamo. Prima un periodo da pendolare tra Herzfelde e il campo di allenamento a Berlino, poi l'entrata nella Kinder- und Jugendsportschule, la scuola dello sport. Queste strutture  erano frequentate dai migliori giovani atleti della DDR (per esempio la lunghista Heike Drechsler), segnalati da educatori, tecnici e insegnanti di educazioni fisica. Studio e allenamento, per qualcuno i primi trattamenti medici e soprattutto controllo continuo. Se miglioravi e ti comportavi bene (in altre parole giocavi e non davi problemi) andavi avanti, altrimenti tornavi alla tua squadra di appartenenza. Capita a molti, non ad Andreas. Che ha talento e un mese dopo aver compiuto 18 anni, il 22 ottobre 1983 esordisce con la Dynamo Berlino nella massima serie della DDR nel 5-0 casalingo contro il Carl Zeiss Jena.
Thom con il premio di miglior giocatore della DDR
Dieci giorni dopo, Thom giocherà anche la prima partita europea della sua storia. E' il 2 novembre e i campioni della Germania Orientale giocano il ritorno dei sedicesimi di Coppa dei Campioni a Belgrado contro il Partizan, Il neo-maggiorenne dovrebbe andare in panchina. Fino a quando nel ritiro dei berlinesi arriva una notizia. L'attaccante Falko Goetz e il difensore Dirk Schlegel sono scappati con un taxi e si sono rifugiati nell'ambasciata della Repubblica Federale nella capitale jugoslava. Qualche minuto prima della partita nello spogliatoio il tecnico della Dynamo Bongs sentenzia: “Thom, giochi tu”. Andreas va in campo i suoi perdono 1-0, ma si qualificano. Lui, a parte qualche match di Coppa (contro la Roma agli ottavi di quell'edizione segna la sua prima rete in assoluto tra i “grandi”) diventerà però titolare fisso in campionato solo nel 1986.

Sarà una crescita costante, tanto che inizieranno a conoscerlo pure dall'altra parte del Muro, soprattutto quando nel 1988 diventa con 20 reti capocannoniere e si aggiudica il titolo di giocatore dell'anno. Nel suo palmares mette anche cinque campionati con la Dynamo e due Coppe della DDR, nel 1988 e nel 1989, con la seconda edizione decisa proprio da una rete di Thom nella finale contro il FC Karl Marx Stadt. 

Una stella della squadra più titolata della Germania orientale e anche della Nazionale della Repubblica Democratica, di cui aveva vestito la maglia per la prima volta nel 1984, quando alla Dynamo Berlino era ancora una riserva. Da quel giorno contro l'Algeria, Thom gioca quasi 50 partite, alcune anche con la fascia di Capitano. E segna. In tutto sedici reti. La prima in amichevole contro l'Ecuador - nel 1985 - poi tre doppiette (una decisiva contro la Jugoslavia nelle qualificazioni al Mondiale in Messico dell'86), una tripletta con l'Islanda e una marcatura storica, quella dell'8 ottobre 1989, a Karl Marx-Stadt, che un paio di anni dopo tornerà a chiamarsi Chemnitz. Si gioca il “derby socialista” con l'Unione Sovietica e Andreas segna all'80' la rete del pareggio in un match che la DDR vincerà 2-1 grazie un gran gol di Matthias Sammer. La marcatura di Thom e del “rosso” della Dynamo Dresda saranno le ultime della Nazionale della Repubblica democratica in casa in una partita ufficiale.
Una rimonta, quella di inizio ottobre, alla vigilia del 40° (e ultimo) compleanno della DDR, che consente alla squadra del CT Eduard Geyer di essere ancora in corsa per la qualificazione ai Mondiali di Italia 90. I tedeschi orientali, capitanati proprio da Thom, si presentano il 15 novembre a Vienna secondi nel gruppo B con il pass per la rassegna iridato lontano un punto, da conquistare al Prater contro l'Austria, anche lei in corsa per qualificarsi. Una partita in teoria alla portata degli uomini in blu. Se non fosse che per molti di loro la testa era altrove. Soprattutto perchè il 9 novembre, sei giorni prima di quella partita, un evento aveva cambiato il mondo. E le loro vite. Dopo l'annuncio delle nuove norme di transito tra Berlino Est e Ovest migliaia di persone si erano riversate per le strade di Ostberlin e avevano abbattuto con quello che avevano tra le mani il Muro, il simbolo di quasi 40 anni di divisione. 

Calmund, ai tempi belli, prima che sembrasse il Gabibbo
Una grande festa, a cui partecipa anche un omone di 41 anni, dal baffo rossiccio e la pancia prominente. Si chiama Reiner Calmund ed è il direttore sportivo del Bayer Leverkusen, club della Bundesliga che nel 1987-1988 ha vinto la Coppa UEFA. Dopo aver visto le immagini della festa di Berlino, Calmund è salito in macchina e ha guidato fino alla città del Brandeburgo. Ha festeggiato con i suoi amici e lunedì è tornato alla sua scrivania nella sede delle Aspirine. Con una domanda che gli frulla in testa. “Come ci possiamo guadagnare dalla caduta del Muro?”. La risposta è  semplice: acquistare i migliori giocatori della DDR, soprattutto le tre stelle Ulf Kirsten, Matthias Sammer e Andreas Thom. Il problema è però come e quando, perchè la stessa intenzione in quel momento ce l'hanno tutti i dirigenti sportivi della Bundesliga e non solo. Sa che il 15 novembre c'è la partita della Nazionale della Germania Orientale contro l'Austria e che al “Prater” di Vienna ci saranno osservatori e procuratori da riempirci una tribuna. Una ressa tra campo e albergo per parlare, discutere e trattarre che Calli, come lo chiamano tutti, vuole evitare. E per farlo chiama Wolfgang Karnath, classe 1951. dipendente del laboratorio chimico della Bayer e allenatore dell'Under-19 del club. E' un tipo sveglio, ma soprattutto è uno sconosciuto. Nessuno sa chi è e Calmund vuole per questa ragione che sia Karnath a prendere contatti con i giocatori della Nazionale della DDR, mentre lui sarà a Colonia dove gioca la Germania Occidentale contro il Galles. Per anticipare tutti decide però che Wolfgang non andrà in tribuna, ma in campo. Con un accredito da fotografo, procurato dal dirigente del Bayer.

Un colpo di genio che sarà decisivo perchè tutto va come Calmund vorrebbe. La Nazionale della DDR perde 3-0 e non si qualifica al Mondiale '90 ma Karnath con la sua macchina fotografica è vicinissimo alla panchina della nazionale di Geyer e nel dopopartita ha un posto “d'onore” negli spogliatoi affollati di procuratori e dirigenti. Al fischio finale il finto fotografo chiama al telefono Calmund. Non esistono ancora i cellulari e per trovarlo Karnath digita il numero che gli ha dato il suo “capo” prima di partire per Vienna. Non è suo ma quello in tribuna stampa al Müngersdorfer Stadion dei cronisti di “Kicker”, il bisettimanale più importante del calcio tedesco occidentale. Calmund gli chiede di seguire per avere altre informazioni la Nazionale della DDR fino all'albergo di Lindabrunn, appena fuori Vienna. Karnath non solo obbedisce a Calli ma addirittura la mattina dopo, mercoledì 16 novembre 1989, atterra a Berlino sull'aereo ufficiale che riporta a casa la selezione della Germania Est. E quando Rainer Calmund arriva agitatissimo al Grandhotel di Ostberlin, situato sulla Friedrichstrasse, all'angolo con la Unter den Linden, Karnath gli allunga un foglietto dove sono appuntati i nomi, gli indirizzi e i numeri dei telefoni dei giocatori della Nazionale della DDR con cui ha parlato e che si sono dichiarati disponibili a passare eventualmente in Bundesliga. Tra di loro c'è  anche Andreas Thom.

Proprio con lui Calmund e Wolfgang decidono di andare a parlare il giorno stesso. La stella della Dinamo Berlino vive non lontano dall'hotel e i due dirigenti del Leverkusen hanno di lui tutte indicazioni per raggiungerlo nel Plattenbauwohnung, il casermone di edilizia popolare dove vive con la sua famiglia. Una visita ammantata di particolari leggendari, come il trenino che “Calli” avrebbe portato per il figlio di Thom. E che i due rievocano ogni volta che si incontrano. Ma solo perchè nessuno di loro l'ha mai visto. La fiducia però Calmund se la costruisce con la sua abilità di negoziatore e soprattutto adempiendo alla condizione che al giocatore premeva di più: fare tutto in maniera ufficiale. Perché Thom aveva paura. Nonostante le proposte non gli fossero mancate per andare all'Ovest quando non si poteva, il calciatore dell'anno della DDR nel 1988 aveva sempre rifiutato ogni tentazione per non mettere in pericolo i propri famigliari e immaginava (a ragione) che nel 1988 dopo un'intervista a un giornale dell'Ovest in cui aveva detto di essere attirato a un'esperienza in Bundesliga era stato messo più sotto stretto controllo dalla Stasi.

Uno stato di cose che conosceva pure Calmund, visto che nella DDR Reiner ci era andato spesso per affari e per visitare i parenti della madre, originari della Turingia. Per evitare problemi al giocatore il dirigente del Bayer Leverkusen, dopo l'incontro con Thom, chiama la sua segretaria in Germania Ovest e detta un telex (a Berlino Est non ce n'erano) da inviare ai vertici della Federazione di calcio della Repubblica Democratica Tedesca in cui la sua società rende pubblico l'interesse per l'attaccante della Dynamo Berlino. L'incontro nel casermone della zona sovietica è il primo passo di una trattativa lunga che prosegue il 25 novembre, quando Thom riceve un invito dall'emittente privata RTL per partecipare a un talk show “Anpfiff” (Calcio d'inizio). Calmund, a conoscenza dell'”ospitata” di Thom, prenota un posto accanto a lui sull'aereo che riporta Andreas da Colonia a Berlino. Si parlano, discutono e quando sono nella capitale si accordano sotto il profilo economico. Thom vuole 12mila marchi a settimana più i premi come i giocatori di punta del Bayer Leverkusen. Calmund dice sì. Da convincere rimane solo la Federazione della DDR. Per farlo più che la parole serve una pioggia di marchi, ancora solo occidentali. L'accordo arriva a inizio dicembre per 2,5 milioni marchi, versati non alla Dynamo Berlino ma all'organo che ancora per poco avrebbe governato il calcio in quella parte di Germania. Il 16 dicembre 1989 il trasferimento diventa ufficiale.


Thom con la faccia allucinata di chi dopo 20 anni si può ubriacare in pace
Calmund però non si ferma, perchè sulla sua lista ci sono ancora Ulf Kirsten e Matthias Sammer, stelle della Dynamo Dresda. Il dirigente del Bayer li  porta entrambi a Natale sul Chiemsee, un incantevole lago bavarese dove quelli di Monaco e non solo vanno a “svernare”. Sia Kirsten che Sammer hanno una mezza parola con altri team di Bundesliga, l'attaccante con il Bochum (dove allenava Hermann Gerland che ai tempi del Muro si diceva gli avesse regalato una radio portatile) e il libero con lo Stoccarda. Calmund ne convincerà uno solo, ma nell'aprile 1990 con un altro “blitz”, dopo la sfida tra la DDR e la Scozia a Glasgow. Il dirigente va a prendere Kirsten all'aeroporto di Berlino e guida con lui dalla capitale fino a Dresda. Qui dopo aver avuto l'ok di Gert-Achim Fischer presidente del Bayer, Calmund ottiene il sì del bomber e bruciando la concorrenza del Borussia Dortmund si assicura le prestazioni “der Schwatte” (il Nero) per 3,5 milioni di marchi.
 
Chi non riuscirà ad avere nella sua squadra sarà il terzo uomo della lista, Matthias Sammer. E non perchè sarà incapace di convincerlo. A intromettersi nel terzo trasferimento di un Ossis a Ovest è l'uomo più potente e importante di Germania. Non è un dirigente ma il Bundeskanzler Helmut Kohl. Il primo ministro tedesco, il fautore numero uno della Riunificazione aveva tenuto un discorso a metà dicembre 1989 a Dresda e aveva detto abbastanza chiaramente che non era conveniente che la squadra di una grande azienda dell'Ovest come la Bayer dopo aver comprato Thom acquistasse anche la coppia made in Dresda Kirsten-Sammer. Dichiarazioni che potrebbero sembrare di circostanza ma che fanno capire bene l'idea del Cancelliere: comprare si ma con moderazione. Sammer finirà allo Stoccarda, mentre Kirsten e Thom faranno la fortuna del Bayer di Calmund. Ulf segnerà 181 gol e insieme a Thom per cinque anni reggerà l'attacco delle Aspirine, prima di andare al Celtic e poi tornare a Berlino, ma sponda Hertha. Con i biancoblù Andreas terminerà la carriera da giocatore e inizierà quella d'allenatore. In entrambi i casi a fargli da guida, un suo vecchio amico, Falko Goetz. Quello grazie alla cui fuga in taxi prima e in treno poi nel 1983 aveva esordito nelle Coppe Europee.

giovedì 7 maggio 2015

Appunti sparsi (o meno male che c'è Ivan Rakitic)




  • Grazie al Cielo la Serie A sta per finire. Ancora poche giornate e lo strazio giungerà al termine. La mia disaffezione per la Serie A (e per il calcio in generale) è ormai certificata, ha raggiunto dimensioni ingovernabili. Non ne faccio mistero. Sarà che ho una certa età. Sarà che il livello e la competizione sono ai minimi storici. Sarà che al Fantacalcio ho fatto, al solito, schifo. Quel che vi pare: non vedo l'ora che inizino le grandi corse a tappe. Che Aru e Pozzovivo provino a fregare Alberto Contador e Richie Porte.
  • A dire il vero qualcosa di interessante si è visto. Torino, Empoli e Genoa giocano un buon calcio. La Samp lo ha giocato. La Fiorentina non si capisce, è indecifrabile ma mi piace. Il problema sono quelle 6-7-8 squadre che in un campionato come si deve dovrebbero retrocedere in massa.
  • Paradossalmente c'è poco da strofinarsi le mani per la Juventus in semifinale e per il ranking. Con questa Champions la Juve scava ancora di più il burrone che la divide dal resto del calcio italiano. Guadagna soldi e guadagna, cosa ancor più importante, fascino.
  • Rimane la Serie B. Dopo una buona prima parte di stagione, il Bologna perde ora colpi, quando più conta. Fatica a segnare, fatica a mettere in classifica i 3 punti delle partite casalinghe. E' stato rimontato da praticamente mezza Serie B. Arriva Delio Rossi, ma il cambio andava fatto prima. Quando il secondo posto era ancora blindato e i risultati già non arrivavano. Nulla è compromesso anche se Perugia, Vicenza e Avellino stanno (molto) meglio. Sabato arriva proprio l'Avellino.
  • Mi chiedo: dove se ne va Klopp? Che giro di panchine dobbiamo aspettarci quest'estate? Blanc, Garcia, Wenger, Benitez e Ancelotti? Tutti fermi? A mio modo di vedere, tenere anche solo uno di questi nomi sarebbe per le rispettive squadre una follia. Toh.. passi il nome di Wenger all'Arsenal.. per romanticismo più che altro.. ma gli altri li cambierei.
  • E poi: Van Persie, Falcao, Dzeko, Jovetic, Benzema, Cavani, Balotelli?
  • L'unica certezza è che l'Atletico del Cholo si presenterà ai blocchi di partenza più bello di prima.
  • Già che ho aperto al ciclismo apro anche all'NBA. Pronostico. Secco. A Est WAS-CHI e CHI alle Finals. A Ovest GSW-LAC e LAC alle Finals (basket illegale di Steph Curry permettendo).
  • Devo essere sincero, non ve l'ho raccontata giusta giusta: per una sera Ivan Rakitic mi ha riavvicinato al pallone. Eccome.
@BosteroLdB