mercoledì 22 aprile 2015

Tre maglie. Resoconti calcistici dal centro Italia



Higuita who?

Li ho allenati tutti, questi ragazzi. Ne ho avuto l’occasione in una sera del 2009, quando decisero di eleggermi a mister della loro squadra di calcio a 7, torneo del CUS di Bologna, in virtù di una giacca lunga e zemanianissima che in quella circostanza non potevo non sfoggiare. Non giocavo, ma la mia visione privilegiata da bordocampo poteva – dicevano – rivelarsi molto utile; avevo inoltre la possibilità di svarionare – a colpi di Tuborg et similia – i panchinari e il mio collega dell’altra squadra, che godeva naturalmente di un nutrito seguito di morose ululanti in prossimità della panchina alla mia destra. Non davo alcuna indicazione, perché non mi sembrava di potermelo permettere. Non feci nemmeno i cambi quel giorno, perché nonostante un organico ben più ampio, quel giorno eravamo sette contati. Ci chiamavamo (o si chiamavano) i Granchi Aviatori, sulla base di un gioco verbale marcatamente allusivo e non per forza brillantissimo. Ad ogni buon conto essere il loro mister mi gasava, e non poco.

I miei Granchi persero tipo 4-2, sentendosi arrivati dopo un pareggio conquistato con fatica. Il momentaneo 1-1 lo segnò Ciccio, medico-ala destra, concentrato magrezza e pazzia, fumatore e al contempo veloce, che nell’accorgersi di aver dato alla palla una traiettoria che solo lui aveva visto iniziò ad ululare in tempo reale, finendo per ansimare come Robert Plant in Whola Lotta Love. Segnò anche Vincenzo, un pezzo del mio cuore, filologo nonché autore di uno dei raddoppiamenti fonosintattici più importanti di tutta Ragusa, specie in concomitanza della parola “dio”. In porta si distinse Enrico, di lì a qualche anno il primo a diventare padre, che aveva dei trascorsi come (secondo) portiere negli esordienti del suo paese. Completavano la rosa Stefano (altro mio ex-coinquilino, fantasista vero, che s’incazzava così tanto che finiva per giocare da solo e tirare a testa bassa. Questo succedeva quando Stefano realizzava che le cose non stavano andando come avrebbe voluto, cioè sempre), Alessandro (informatico, mago e grande cuoco), Lorenzo (I) (cui non si è mai trovato soprannome migliore di “il Toscano” o “il Tosco” perché colpevole di provenire da Prato) e Lorenzo (II) (roccioso centrale, medico anch’egli: uno da cui vorresti farti sempre curare o, nel dubbio, visitare ogni tanto).

Nella certezza di aver molto probabilmente mescolato due annate, è opportuno precisare che, da questo elenco, restano fuori tre persone.

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Nicola (I)

Nicola (I) è il miglior esegeta dei Beatles che io conosca: ti spiegava la genialità di Beatles partendo dal fatto che Why don’t we do it in the road? è di fatto “perché nun lo famo in mezzo alla strada”? Quando ti raccontava un gol che tu non avevi visto per cause di forza maggiore (situazione standard: eri in treno e stavi tornando), Nicola non esitava a descrivertelo come se fosse stato fatto “da metà campo”. Quando alla Master League creavamo il suo pupino, finiva per essere sempre una punta con l’otto. Pijava bè, diceva, questo alone boksiciano. Sulla nazionalità aveva le idee meno chiare: un anno si fece albanese sull’onda della parabola di Myrtaj, ma avendo capito che nel gioco l’Albania non esisteva e non poteva essere convocato, l’anno dopo decise di cambiarsi in brasiliano. La nazionale continuò a non vederla mai, ma almeno era più contento. Nella nostra coinquilinanza aveva mostrato un’ottima padronanza di rojadirecta – del quale fu pioniere se non scopritore – e della spasmodica pressione su effecinque, producendo dei refresh che ci aggiornavano sulle parate di Sirigu e sulle avventate uscite palla al piede di Comazzi. Aveva anche trovato alcuni spacciatori di link che gli passavano lo streaming da siti improponibili, tanto che alla fine la soluzione migliore era quasi sempre controllare il risultato in diretta o, alla peggio, telefonare al fratello che era allo stadio.

Nicola era uno che quando andava allo stadio da piccolo, con suo padre, si guardava nientemeno che la coppia Bertarelli – Tovalieri, a suo dire la più forte che la Dorica abbia mai schierato a certi livelli. Pare che Bertarelli avesse il vizio di segnare su calcio d’angolo, mentre la pericolosità del collega era paragonata a quella di un rettile di rara crudeltà. Poi i tempi di El Ratòn Zarate, fino a Maurizio Ganz e compagnia bella. Come tanti altri, Nicola non ama volentieri parlare di Mario Jardel, della sua panza e del suo saluto alla curva sbagliata in occasione di Ancona – Perugia. Del resto, Nicola è stato accanto ai ragazzi in momenti in cui anche il più accorato dei supporter avrebbe avuto motivo di vacillare: fallimento, ripartenza dall’eccellenza e quel bomber Genchi da tifare come fosse stato il miglior Vieri. Essendo la famiglia di Nicola tra quelle che avevano pagato la quota come soci sostenitori, quel Natale si videro recapitare a casa un premio-fedeltà. Questo consisteva in una macchinetta per fare il caffè (presente scelto, è ovvio, dallo sponsor) che i vertici della società decisero di recapitare ai soci personalmente. Quando la mamma di Nicola andò ad aprire la porta, le dovettero spiegare che quel signore con la panza (che non era, a sua volta, Mario Jardel) era Emanuele Pesaresi. Faceva i migliori auguri di buon anno a lei e famiglia, e pare che quel pomeriggio avesse pure la camicia macchiata.

Chiunque sia stato a contatto Nicola in quel triennio, è rimasto indissolubilmente legato a un nome. A parte Piccoli, terzino-col-dieci che rubava il numero di maglia al vero trequartista Miramontes, l’idolo non poteva che essere Salvatore Mastronunzio. Era quello che li aveva fatti salire dalla C, battendo il Taranto nello spareggio promozione. Li aveva quindi salvati dalla retrocessione l’anno dopo, segnando al Rimini quando i romagnoli erano già praticamente salvi. Era, infine, quello che alla sua terza stagione superò quota cinquanta gol in biancorosso. Ogni sabato di quel periodo, in cui Nicola fece in tempo a finire triennale e specialistica, fu condito da un’ottima prestazione del Mastro, che costituì l’anello forte di coppie improbabili quanto devastanti per la categoria: una con Maurizio Nassi, che poi tradì per il Brescia a metà stagione, e, l’anno dopo, con Roberto Colacone (punta con l’otto), che arrivò in doppia cifra dopo dieci anni. Non ci riusciva dai tempi della Lucchese, Colacone, quando c’erano pure Paci e Rastelli.

Oltre all’Ancona, Nicola tifa per la Juve: non si è mai capito, anche se gliel’abbiamo chiesto senza pace, per chi tifasse quando le due squadre si sono incontrate davvero. è stato piuttosto evasivo, Nicola: forse temeva di risultare eccessivamente sentimentale. Si sapeva che per Paulo Sousa nutrì – come dargli torto – un amore smodato: ma fu, ne siamo sempre stati certi, una passata momentanea.
Alla sua laurea, Nicola era felice. Gli rompeva un po’ questo fatto che la sua era un’interfacoltà tra sci.pol., economia e giurisprudenza, il che non gli aveva permesso di laurearsi nella sede di Strada Maggiore. Ad ogni modo Nicola era felice. Era da poco fidanzato con la ragazza che sarebbe rimasta la sua compagna negli anni a seguire. Si laurearono lo stesso giorno, e la sera fu immancabilmente festa grande al Bar De Marchi. Con, annessa, relativa spola in Piazza San Francesco. Quando aprì il nostro regalo non ci poteva credere, Nicola. Tramite un buon contatto si era riusciti ad arrivare al merchandising ufficiale: si era dato disposizione di creare una Mastronunzio #9, quasi fosse cucita a mano. Ci poteva credere ancora meno, Nicola, quando la Dorica fallì e si ritrovò, nel giro di qualche anno, a maledire il Teramo e a non giocare più al Del Conero. Del Mastro al Siena, come pure dei successivi e drammatici risvolti della sua carriera, non abbiamo mai più parlato. Solo, ogni tanto, abbiamo ricordato quanto Sandro Walter Salvioni fosse un grand’uomo e di quanto Mustacchio e la giovane promessa bulgara Mirĉev fossero due merde.
Che poi, comunque, il ritiro ancora non l'ha annunciato. Mai dire mai?

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Nicola (II)

Nicola (II) tifa per il Milan e simpatizza per la Vigor Senigallia, che a fronte della sua provenienza è un dato che ha dell’ovvio. Ma non c’è dubbio che, in un improbabile scontro alla pari tra le due, Nicola rimarrebbe milanista in ogni caso. Giurista, storico del calcio e della letteratura sportiva tutta, a vent’anni imbastiva narrazioni sul Millwall che Buffa, tra vent’anni e dopo un seminario di trecento cfu sulle serie minori inglesi, se lo sognerebbe. Zemaniano da prima di Giuseppe Sansonna, scommettitore accanito e tendenzialmente accorto. In saldo ampiamente positivo, si dirà. Gestore di un account su un certo sito maltese che ti fa vincere anche se non le azzecchi tutte: anche se Nicola lo ha sempre negato con fermezza, resta il sospetto che almeno un penny, sul numero totale dei calci d’angolo, ce l'abbia scommesso. Coniatore e promulgatore di frasi penetrate nel nostro gergo comune. Chi gioca o si comporta male è tassativamente “merda mai vista”; ad agosto, come il saluto al sole, bisogna dire “bentornato campionato”; se uno ti piace “te fa morì matto”. Una passione mai nascosta per sportivi di provenienza serba e non croata. Premier League, più che altro.
Vedemmo insieme, in diretta sulla pay-tv, il gol di Rooney in rovesciata nel derby di Manchester. Ma soprattutto eravamo al Dall’Ara, con Nicola ed altri, quando il Bologna di Malesani schierava Ramirez – Di Vaio (non ancora il Diamonds) e ospitava il lanciatissimo Palermo di Miccoli e Pastore. Era una buona annata, per la squadra, ma il combinato disposto di allenatore e scaramanzia non facevano proprio ben sperare. Civolani per primo, sui canali locali, invitava ad adottare una cautela che pareva d’obbligo.
I regaz, comunque, erano in gran forma. O, perlomeno, in uno stato di forma che permetteva agli altri regaz (i Boys della curva che avevano concesso di darci alloggio) di sventolare bandiere inneggianti alle porre e fare battute sulla cena che avrebbero fatto a fine partita, per salutare una settimana di fine febbraio che a livello meteorologico prometteva merda vera.
Nel rilevare la scarsa incidenza di Pastore, flaco più di tutti se visto dallo stadio, Nicola elogiava l’operaismo di Perez-Mudingay. Poi è chiaro che se davanti schieri Meggiorini, questo può persino rendere inefficace la presenza in campo di Sua Altezza Di Vaio.

Comunque, Franco Colomba è un lontano ricordo. E quando Santiago Garcia si permette di stendere Gastone, al sessantesimo circa, capiamo che i suoi tre gettoni stagionali difficilmente conosceranno un incremento. Se non che il freddo crea rassegnazione, mentre i Boys iniziano ad avere una certa (e comprensibile) fame.
Lo zero a zero sembra ancora più scritto quando al settantacinquesimo un appesantito Ramirez si prende gli applausi e lascia il posto a Paponi, l’amico di Paonessa (!), ovvero il secondo scorpione più famoso della storia dopo quello di Higuita. I regaz lo scherniscono per subito: “Oh, ma se segna Paponi chi la paga la pizzzza stasera?”. Attenzione però, perché forse Paponi ci crede: quel che è certo, è che ancora ne ha. Al settantottesimo, alla sua bomba di destro di poco fuori, i regaz iniziano a sussultare: “Se segna Paponi, occhio alle coronarie! Regaz capito? SE SEGNA PAPONI, OCCHIO ALLE CORONARIE”. Io e Nicola ridiamo.

Quanto al resto, è forse superfluo dire quello che succede al novantesimo. Della Rocca apre. Rubin riceve, fa un tocco e la crossa sul secondo palo. La punta del Bologna, che non è Di Vaio nella misura in cui Rubin non è Morleo, stacca imperiosa. è Paponi, che segna senza tema di smentite un gol bello e potente. Le coronarie esplodono, le bandiere dei Boys ci prendono pure in testa, le -o che fuoriescono a raffica dall’urlo “PAPOOOONI, HA SEGNATO PAPOOOONI” sono incalcolabili, oltre che strozzate in gola. Stasera, la pizza, qualcuno dovrà pur pagarla, pensiamo.
Alla laurea di Nicola ballammo musica trash per ore ed ore. Eravamo nella sede temporanea di un PD (presa in affitto, sia ben chiaro, per bassi fini materiali) che non perdemmo occasione di denigrare verbalmente e santificare materialmente. Pezzo della serata è Mc Hammer, You can’t touch this, con un balletto alla Little Miss Sunshine da antologia. Il regalo, in tema british, recita Southampton, Le Tissier, numero 7. Qualcuno, tra una roba e l’altra, parla dei Beatles e menziona una certa Lucia, in cielo tra i diamanti.
"Le God": non propriamente in linea con i parametri estetici del nostro tempo.

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Simone

Simone è stato, in gioventù, un mediano coi rasta. Il motivo per cui ha smesso di giocare te lo può dire, ma solo al settimo Campari e Gin. Il punto è che lui li regge, mentre tu col cazzo. Sia che stia vincendo 4-1 o perdendo 1-0 all’ultima azione, resta uno che se provi a fargli una veronica di troppo una stecca te la lascia, perché dai, basta. Gli piace il rugby per il suo connubio di etica sportiva e fisicità, ha una storia tutta personale con il Kurdistan iracheno e una sera è riuscito nell’intento di addolcire Giovanni Lindo Ferretti offrendogli una bottiglia di vino prodotto da suo nonno (nessuna forma di intimidazione di tipo fisico, a quanto pare). è per tutti il Capitano: tanto per quelli di San Benedetto che lo conoscono dal 1985, quanto per i pisani con cui ha studiato nel triennio e per la crew di Bologna cui non è parso il vero di poterlo avere in squadra per la specialistica. Niente Gerardo Bedoya: Simone è un sempreinpiedi, un Ercole ma non un Ercolino, è il professionista serio, il mediano col 5 che è una bestia ma ha pure i piedi buoni, è tipo Morrone ai tempi migliori (boh, io l’ho sempre venerato Morrone, specie da quando un mio amico di Parma, per farmi capire quanto fosse “forte”, ha battuto le nocche sul tavolino e mi ha reso l’idea).

Le squadre da citare in questo caso sono tre: Juventus, Newcastle (grazie al fratello) e Samb (sìsì, non la Samp). Questo, però, è solo sulla carta ed in ordine totalmente casuale. In un ideale triangolare tra le tre squadre Simone tiferebbe comunque per la Samb, andrebbe negli stadi avversari con un pullmann carico di migliaia di compatrioti e ne uscirebbe vincitore. Questo, del resto, è quel che succede se la Samb l’hai seguita per anni in trasferta. E se per un periodo ci hai pure giocato, “è normale che”.

Simone è il responsabile di storie su Ballardini, in accappatoio, che in un certo albergo ordinava bottiglie di prosecco e non si curava, andando ad aprire alla porta, di farsi trovare in dolce compagnia. Simone è il narratore principale di aneddoti sul sudamericano Bianchi, punta che si pronuncia Bianci come Carlos, e su quel cazzo di Teramo (aridaje) che ogni anno fa piangere qualcuno ma quest’anno siamo più forti e gliele suoniamo. Simone è lo storico di riferimento, che per renderti un’idea della tradizione pallonara della Samb parte dai portieri. Zenga, Ferron, Chimenti. Prosegue facendoti i nomi di allenatori mainstream, tipo Colantuono, Fascetti o Guidolin. Lo fermi – dicendogli che hai capito – quando inizia a parlarti di Cigarini, Kanyengele e Martusciello. Alla mia laurea, cui era presente anche un ragazzo di Ascoli, Simone l’ha fatto fuggire a suon di battute scherzose e sguardi biechi. Del resto, si badi bene, siamo di fronte all’autore della frase “io, la mia nonna ascolana, non la chiamo nemmeno nonna”. Insomma, è normale che.

Alla sua, di laurea, decidemmo di provargli la nostra gratitudine per aver scelto i Granchi, sebbene potesse concedersi a corteggiatori ben più blasonati. Dunque optammo per un buono Ryanair, estendibile anche alla di lui morosa che (ancoraa) si laureava nello stesso giorno in altro edificio Alma Mater, e per una maglietta che non sbagli mai. Decidemmo per colori che evocassero la Samb, nonché per uno stile sloganistico (“c’è solo un capitano”) che rendesse giustizia al ruolo che Simone aveva ricoperto nei nostri cuori in quel biennio in cui andavamo a trovarlo in via Sant’Isaia, quando seguimmo Sud Africa 2010 maledicendo il petto in fuori di Fabio Cannavaro.

Capimmo – motivo di vergogna – che la tipografia incaricata di stampare la maglia aveva affidato l’importante commissione al giovane garzone privo di adeguata formazione umanistica e all’oscuro dei veri valori calcistici. Quando Simone scartò la maglia, avemmo un’ulteriore conferma della sua smisurata statura morale. Alle nostre imprecazioni, al momento in cui leggemmo che era stato stampato un incomprensibile CE’ senza apostrofo, Simone fece l’unica cosa da fare in casi come questi. Prese la maglia, la guardò per qualche secondo e se la infilò. “Che cazzo mi frega”, disse, e venne ad abbracciarci uno a uno.
Poi andammo ai Giardini Fava, dove ricevemmo l’ordine di fare tutto quello che ci pareva.
“Se hanno qualcosa da dirci, raga’, io tiro fuori la cinta”.
Roba che manco al St. James' Park

***

Come era prevedibile, dopo quell’avventura i Granchi si sono sfaldati. Qualcuno è tornato alla città di origine, qualcun altro è finito all’estero mentre altri, non pochi, sono rimasti dov’erano. Lavorano in molti; chi non lavora, a breve lavorerà.
A tutti, questo è certo, Bologna è rimasta nel cuore. Io, che me ne ero pure andato, ora ci ritorno.

4 commenti:

  1. Lacrime come se piovessero.
    Non immedesimarsi è impossibile.

    Anch'io Campionato Cusb di calcio a 7, partendo dall'essere la squadra "più scassata della lega" (con 2 erasmus tedeschi autodefinitisi "marxisti") e arrivando, anni più tardi, passo dopo passo, alla finale, poi persa.

    Anch'io con una squadra infarcita da fuorisede, per lo più andriesi (ma anche siciliani e calabresi, con conseguenti problemi di fair play, eravamo il terrore degli organizzatori), con doppia, se non tripla (Fidelis-Bari-squadra strisciata), fede calcistica.
    Anch'io stordito da innumerevoli feste (e non feste) di laurea sull'asse De' Marchi - Piazza San Francesco
    Anch'io andato via da Bologna e poi ritornato.

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  2. Stiamo pian piano scoprendo che in quegli anni, in quelle sere, eravamo tutti dalle parti del Pratello.

    #bottiglierialiquori

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  3. Magari ci siamo ancora, dal Vanilla al De' Marchi, passando per il Barazzo.
    Sentendo ancora le urla di Melania, anche se lei non abita più lì.

    Soprattutto domani per il 25 aprile.

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  4. la cosa che mi piace di più di questo racconto è che ognuno, nella propria vita, deve potersi creare la propria geografia. reputo stati, regioni, province, città, quartieri delle costrizioni, io voglio i miei confini, è una fissa che ho, nella mia città i parioli non confinano con il salario, ma con dorcol (belgrado), chamberì (madrid), brooklyn heights (new york), e via dicendo; e così mi piace immaginare che anche simone e i nicola, oltre che l'autore, abbiano i loro confini immaginari, che poi disegnano un meraviglioso spaccato del centro Italia...

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