giovedì 12 febbraio 2015

Nostalgia di Funchal. Un'introduzione a "Memorie dell'Europa calcistica" (ed. In Contropiede, 2015)




I cannot come back to this neighbourhood
without feeling my own age
I walk past these houses where we once stood
I see past lives but somehow you're still here

Qualcuno ricorderà una serie di memorie ossidate, scolorite che, un po' di tempo fa, dedicai alla Spagna calcistica, nel tentativo di raccontare - attraverso esperienze reali o che nel momento in cui le scrivevo mi sembravano tali - in che modo quei luoghi, e il ritorno (reale o immaginato) in quei luoghi a cui sono così legato, hanno influito sulla mia formazione, sulla mia maniera di intendere il calcio, sul mio rapporto con gli abitanti di un altro paese (#1, #2, #3, #4). Credo sia la mia "serie" più longeva, considerando anche le tante altre occasioni in cui ho provato a parlare di calcio muovendomi sul crinale (della camera da letto) della nostalgia, del viaggio e dell'autobiografia.

Quando Alberto Facchinetti mi ha chiesto, ormai un anno fa, di dirigere una collana della sua neonata e felice iniziativa editoriale In Contropiede, è stato dunque naturale, per me, proporgli, come prima uscita della collana, un libro che riprendesse, espandendolo (nel senso letterale, e quindi geografico, del termine), questo approccio - esistenziale più che estetico - alla scrittura calcistica. Ho dunque chiesto a una serie di autori più o meno coetanei di raccontare - sulla falsariga di quanto avevo provato a fare con la Spagna - ciascuno un paese europeo, filtrando soltanto i ricordi - nel senso molto vasto che ho ricordato prima - legati al calcio. Ne é uscito un libro che, la prima volta che l'ho letto tutto di fila, mi ha fatto emozionare. Un libro che, evidentemente, non poteva che chiamarsi "Memorie dell'Europa calcistica".

Non mi dilungo a presentare il libro, perchè di seguito, d'accordo con Alberto, ho pensato di pubblicarne la prefazione, sperando che serva a illustrare ancora meglio - quanto basta a far incuriosire senza appagare la curiosità - il senso, lo spirito, il contenuto di "Memorie dell'Europa calcistica". Voglio invece ricordare chi sono gli autori (mi viene da dire "gli amici": le due categorie su questo blog sono sempre sovrapponibili) che sono stati così gentili a seguirmi, e con entusiasmo, in questo progetto. Molti di loro non sono nuovi in questo bar: c'è Lorenzo Toppini, che Lacrime di Borghetti l'ha fondato; c'è Tommaso Giancarli, che praticamente è con noi sin dall'inizio; ci sono Gian Mario Bachetti e Andrea Romano, che qui hanno versato delle gran lacrime (e Andrea ha scritto anche un libro molto bello); c'è l'autore del - per me - più bel libro di calcio pubblicato in Italia negli ultimi anni, Fabrizio Gabrielli. E poi ci sono dei volti nuovi, nuovi su LB dico, ma non in assoluto: due giornalisti - e due miei miti personali - come Luigi De Biase e Francesco Olivo, rispettivamente il mio russologo e il mio romanistologo (e qua dovrei linkare tutte le chiacchiere sotto la Curva Sud) di riferimento, che hanno una prosa travolgente; e una ragazza inclassificabile, sorprendente come Marica Benini, pura Wunderkammer, forse la ragione per cui mi sono iscritto su twitter (per seguirla, dico). A completare la squadra, il mio amico Raymond Antonin (di più non posso svelare) e, vanitas vanitatum, il sottoscritto.

Li ringrazio tutti, questi santi, uno per uno, così come ringrazio quel fratello che per me è diventato Ricardo Cavolo, che - dopo quella di Mourinho - mi ha regalato un'altra copertina meravigliosa, così come ringrazio Alberto e Nicola della casa editrice, con la speranza che il vento (delle vendite; a proposito, il libro si può comprare sul sito di In Contropiede, nonché su Amazon, e poi alle presentazioni che organizzeremo in tutta l'Italia, almeno quella già Stato Pontificio) ci assista e ci permetta di immaginare e realizzare altri libri, così come ringrazio tutti i lettori, commentatori, futuri autori e in definitiva amici - di questo si tratta - del blog, che in qualsiasi modo leggeranno questo libro, perchè, è quasi superfluo ricordarlo, questo libro non è una monade, ma si inserisce - come risata in una conversazione, come break in un set - in questa scena amatoriale e disincantata, nostalgica e velleitaria, spesso controcorrente ma mai elitaria, di amanti del calcio e della letteratura che, tutti insieme, stiamo costruendo, con tanto amore, una riga alla volta.

*       *       * 



PREFAZIONE (NOSTALGIA DI FUNCHAL)

Mi capita spesso, negli ultimi tempi, di svegliarmi la mattina provando una forte nostalgia di Funchal. Delle crepe sulla parete della mia stanza a due passi dal mare. Dei giorni trascorsi perdendomi nei vicoli della città vecchia. Della vegetazione rigogliosa dell’isola. Degli anziani che mi raccontano con accento inglese delle gesta del Nacional de Madeira. Dei ragazzini che giocano a calcio nei campi improvvisati tra le case coloniali.

Partendo da questa nostalgia, da questa Fernweh, che, tante mattine, mi spinge a non alzarmi dal letto, ho invitato gli autori di questo libro – tra cui me stesso – a ripercorrere, senza avere paura del dolore che genera l’incontro con la perdita, le tracce d’acquarello lasciate dai ricordi di un’esperienza vissuta in un paese europeo.

Come fil rouge, però, non ho chiesto agli autori di condividere una forma, né di rispettare i confini tra diaristica e finzione, ma ho soltanto suggerito una prospettiva, quella di filtrare tra i propri ricordi solo quelli intrisi di calcio, sul presupposto che il calcio non è un aspetto isolato della vita, ma la vita stessa, osservata da una posizione privilegiata. 

Ecco allora che, nelle pagine che seguono, il pallone rotola su volti evaporati, luoghi difficili da pronunciare, incontri consumati, seguendo cammini reali e letterari nei quali non conta la meta, ma solo quello che si vede durante il tragitto: bistrot di periferia, gonne color pastello, spogliatoi per bambini, piazze innevate, friggitorie, toppe sulle giacche jeans, argentini che non passano mai il pallone, musei degli arazzi, copriscarpe in polietilene, cappellini da baseball.

Ogni viaggio ci lascia una storia, figuriamoci i paesi in cui abbiamo abitato. Eppure, a guardar bene, dire di aver abitato in un paese straniero è solo un’illusione. I paesi stranieri non si lasciano abitare. I paesi stranieri, passati al setaccio dei ricordi, sono solo un inventario sconnesso di nomi segnati a penna su un tovagliolo, facce incrociate sul metrò, storie ascoltate al bancone del pub, insegne luminose, strade notturne, parchi silenziosi. I paesi stranieri sono luci di flash che svaniscono all’istante, polaroid sbiadite, occasioni mancate per un soffio, pali-gol. Tra noi e loro c’è una distanza che non potremo mai colmare, e non importa quanti giorni, quanti mesi, quanti anni ci hanno ospitato. Questa distanza è la nostalgia non per quello che abbiamo vissuto, ma per quello che non abbiamo vissuto.

La nostalgia del futuro.

Altra cosa è dire che da ogni paese straniero si riportano a casa due cose: vestiti sporchi e regali. Passati gli anni, lavati i vestiti, scartati i regali, di quei giorni ci rimangono solo abbandoni, perdite, reminiscenze, fantasmi. La fortuna è che possiamo scriverne.

L’eco del pallone che rimbalza tra le storie raccontate in questo libro segue una melodia comune, a metà tra l’euforia e la malinconia, e spesso tutte e due le cose insieme, come nelle canzoni dei Daft Punk che vedevamo passare in televisione in sottofondo alla versione di latino. Non deve sorprendere. Tutti gli autori sono nati – molti all’inizio, qualcuno in mezzo, pochi (beati loro) alla fine – nella decade dorata degli anni Ottanta. Siamo una generazione che ha condiviso l’apertura a una serie di mondi (per quanto qui interessa, mi limito a pensare alle televisioni commerciali per il calcio, agli Erasmus e ai voli low-cost per l’Europa) che – senza andare troppo indietro - i nostri fratelli più grandi hanno fatto in tempo solo a rimpiangere. Svanita l’euforia adolescente, ci addentriamo ora in un’età malinconica, quella di mezzo, in cui non è più lecito, ma anzi è addirittura truculento, provare euforia per il futuro, perché i nostri futuri sono già arrivati e non assomigliano a quelli che immaginavamo. Per consolarci, possiamo solo guardare indietro, aggrappandoci alle esperienze passate.

Questo non è un male. Anzi.

Il protagonista di uno dei racconti di questa raccolta, a un certo punto, citando Fontanarrosa, afferma che “l’unico calcio che vale è quello che uno conserva nei ricordi”.

Anche io ho sempre pensato che l’essenza del calcio sia fondamentalmente nostalgica, nella sua declinazione fantasmatica - pura football hauntology - di nostalgia del futuro. Sono passati più di vent’anni da quando Paulo Sergio faceva entrare nel nostro immaginario collettivo un controllo di palla, un campionato straniero, una maniera di pronunciare il nome del marcatore, eppure quel goal è qui con noi, come il pigiama che indossavamo cenando davanti al televisore il venerdì sera. Viviamo il paradosso e la contraddizione che il calcio che abbiamo vissuto non esiste più, eppure persiste nella nostra memoria come se fosse reale, e spesso anticipa - mischiandosi con episodi che non abbiamo vissuto, o che abbiamo deformato, o che non sono mai avvenuti – il calcio che vivremo. La vita che vivremo.

Ecco perché mi capita spesso, negli ultimi tempi, di svegliarmi la mattina provando una forte nostalgia di Funchal.

Perchè io, a Funchal, non ci sono (ancora) mai stato.

3 commenti:

  1. Un giorno arriva da me Dionigi e mi fa: senti voglio fare questa cosa, ci stai? Con Dionigi è così.. ha mille idee al giorno, ti riempie la testa, ti intontisce. Una ti puoi sfilare.. Due ti puoi sfilare. Poi però cedi. Trova sempre, non so come, il modo di trasmetterti il suo entusiasmo. Ci sta, gli ho risposto. E lì mi aveva già fregato, manco il Paese che volevo mi ha dato. Ha pure aggiunto che doveva avere, il racconto, un taglio personale. Per me è stato quasi una violenza. Perché mai avevo scritto di me. Mai, forse, ho pensato di me. Poco importa.
    Quando mi ha inviato il libro finito è stata un’emozione. Ne è venuta fuori una cosa che stupisce.

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    1. a me - tra le tante cose - emoziona che il libro finisca, per pura causalità, con una tua frase che lo racchiude tutto.

      ti sono grato per aver scritto a penna, anche le cose che non avresti voluto raccontare. e comunque l'estate sempre meglio rimini.

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