mercoledì 25 febbraio 2015

L'illusione del gol



Nonostante fossi ancora incazzato per lo scellerato gol di Portanova del giorno prima, tentando di celare per quanto possibile il mio viso diventato rosso d’un colpo, abbassai il mento fra le pagine del mio diario e dopo averlo sfogliato concitatamente trovai il giorno giusto – 3 Marzo 2008. Ancora leggermente imbarazzato scrissi qualcosa di futile, o forse feci solo finta. Peccato perché avrei potuto annotare: “Il panico più seducente della mia vita”. O forse già sapevo.
Avevo diciassette anni e venni distolto dalla spasmodica lotta salvezza da un evento florido di illusioni come un’amichevole agostana: uno scambio scolastico con un liceo di Madrid, sorteggiato perdipiù –unico della mia classe- per andare a soggiornare a casa di una ragazza incredibilmente bella. Per settimane nessun compagno mi passò più la palla.  

Non so con quale strana alchimia i professori spagnoli e italiani scelsero le coppie per lo scambio, si mormorava di oscuri profili caratteriali e monetine lanciate per aria.
Inspiegabilmente infatti, come scoprii attraverso la nostra lunga corrispondenza, I. era una ragazza arguta, intelligente e sensibile: frequentava un’accademia teatrale, attività che, come mi confidò assorbiva ormai tutto il suo tempo anche a discapito della scuola. Aveva lunghi capelli a cascata che le lambivano i lati delle sopracciglia lunghe e curvilinee e due occhi alteri che sembravano divorarti, salvo poi socchiudersi abbassandosi verso terra durante i sorrisi, come a proteggersi da una luce abbagliante.

I., altrettanto inspiegabilmente, abitava fra le fermate della metro di Pavones e Vallecas e tifava Rayo Vallecano, una informazione che dapprima relegai frettolosamente a vezzo marginale.
(Non vorrei divagare troppo ma la metro di Madrid non mi ha fatto né caldo né freddo, mentre un giorno troverò l’annunciatrice di quella di Barcellona e le confesserò di essermi innamorato di lei per la sensualità con la quale pronuncia “Passeig de Gràcia”: se potete fateci caso).

Quanto assomigliamo alle squadre che tifiamo?
O ancora, quale è la linea che ci separa da loro, se esiste?
A me sembra che sia molto labile, e infatti per esempio mi capita spesso, al concessionario o al supermercato, dovendo scegliere fra Romario e Ekstroem (1986…) di optare con sicumera per il secondo.
Mi è capitato pure, prima di uscire per qualche appuntamento, di ricevere una telefonata in cui sento raccontare che il motore s’è rotto, che è un segno del destino, che non se ne farà nulla.

Pian piano che il nostro incontro si avvicinava tuttavia, conversando con I. avvertii che il calcio avrebbe potuto forse avvicinarci in quel territorio-cuscinetto, scivoloso e misterioso, fra le mie timidezze e la brama di conoscere, magra e affamata come una iena.
Non era certo una intenzione esplicita la mia. Tuttavia, al tempo avevo da poco cominciato a rendermi conto come il calcio fosse talvolta capace di aprire squarci improvvisi. Avevo già vissuto lunghe stagioni a fianco a mio padre, usando il calcio come surrogato di una più convenzionale comunicatività, come un nostro personale linguaggio cifrato.
Ancora oggi mi sembra che le sue rimostranze circa mancati acquisti celino in effetti un certo generico risentimento verso la piega presa dalla società occidentale, d’altro canto altre volte è capitato che insieme certificassimo l’ottimismo circa qualche delicata situazione familiare semplicemente trovando gli aspetti positivi ritornando a casa da uno scialbo zero a zero, o che ci riappacificassimo per merito di un improvviso numero ammirato sulla nostra fascia.


Date le premesse, l’ineluttabile conclusione di questa vicenda è che a due settimane dalla partenza l’insegnante squadernò il registro, espettorò un paio di volte e con la verve di un prete di campagna che annuncia i tornei di tennis dell’oratorio ci comunicò che I. aveva dei problemi con la casa. Che I. non ci sarebbe stata e che le scale del Teresa Rivero non le avrei mai salite dietro di lei.
E tu sei lì in piedi, ancora sorridente e inebetito, quando ti accorgi che il guardalinee aveva alzato la bandierina.

A Madrid finii lo stesso a Vallecas, dirottato però nella casa di una famiglia talmente operaia e vallecana da essere uno stereotipo vivente – il fratello maggiore in particolare avrebbe potuto fare la comparsa in un film Quinqui degli anni Ottanta -, girava per casa con la maglietta degli Ska-P (o degli Eskorbuto, nei giorni di festa) e pantaloni di pigiamone tipo Kiraly. Ovviamente mi divertii tantissimo.
I churros nella cioccolata al risveglio, il fritto, la sangrìa rotolando all’ombra di un ponte sul Tago a Toledo, quel kebab fuori dal Reina Sofia con le formiche dentro ma mangiato ugualmente in onore di Dalì, Bosch, Buñuel e degli insetti che spuntano dalle loro rispettive opere, tuffarsi la mattina nella nebbia per poi riemergere all’aria la sera fra gli spruzzi di Estrella Damm.

*  *  *

Era il giugno di due anni fa, e un paio di ore prima avevamo perso la finale playoff.
Stavo affogando sul mio divano nell’afa insopportabile della sera, piacevolmente inerte e svuotato dell’ansia di quella sgangherata rincorsa durata otto mesi.
Avete mai visto le strade di una città dopo una finale persa?
La città era ingoiata da una risacca di silenzio. Ciò insieme alla feroce umidità conferiva a quella serata una tranquillità vagamente sottomarina.
Il soggiorno era buio, illuminato solo dalla fioca luce azzurra di un vecchio film in portoghese trasmesso da Fuori Orario: scivolavo serenamente verso il dormiveglia fino a quella fase in cui, in sere particolarmente placide, sento risuonare nella mente frammenti di canzoni dimenticate, sentite chissà quando e riaffiorate carsicamente, oppure composte dalla mia immaginazione per frustrarmi, data la mia incapacità di riprodurle con uno strumento prima di dimenticarle per sempre.
Ormai ero abbandonato come stessi facendo il morto in un lago, quando qualcuno mi prese per mano e, alzata la testa ancora scosso verso il televisore, vidi un viso familiare, e due occhi che languidamente guardavano fuori da una finestra verso un cielo nordeuropeo.
Dieci secondi… stavo quasi facendo ciao con la manina. Ma io a te ti conosco.  
Ricomponendo confusamente i cocci di pomeriggi perduti, fu con una certa vertigine che vidi il logo Mercedes chiudere quella pubblicità.

Il giorno seguente cercai, attraverso le mie fugaci conoscenze madrilene, informazioni su I., che vidi ricomparire sul mio pc, con i suoi occhi filtrati da saturazioni, dissolvenze pacchiane, istantanee da fotoromanzi e fiction varie, passerelle e bollicine di Freixenet. Il tutto imbiancato da un tono candido che avrebbe voluto essere chic, ma che mi ricordava sinistramente le intonacature di certe case di campagna stese per nascondere vecchie crepe, specialmente allorchè fioccavano di tanto in tanto sciarpe, bianchissime, del Real Madrid.

No, I., tu no, al Rayo non assomigliavi per niente. Tu La Vida Pirata l’hai sempre odiata, così come il lato senza tribuna del Teresa Rivero, perdipiù con i suoi muri scrostati. Vedendo le tue immagini provo un immotivato fastidio, come quando venduto un giocatore a una grande squadra ci imbattiamo in una sua intervista a doppia pagina con la divisa nuova, e non vi troviamo traccia della nostra realtà, della nostra cittadina, non ci troviamo più alcuna traccia di noi stessi.


Complimenti per la promozione. Adesso per te avranno un che di esotico gli estemporanei incontri con gli idraulici di Fuenlabrada o con i postini di Leganès, divertissement innocui e carnevaleschi perché limitati unicamente all'anarchia simulata della Copa del Rey. Sono sicuro che sfarfallerai magnificamente le tue ciglia strizzando gli occhi per chiosare su quando stavi a Vallecas: e tuo padre macellaio, la Vespa, la coppia d’attacco Piti-Pachòn e la volta in cui ti ho quasi conosciuta sembreranno schegge incoerenti e inspiegabili come una stagione al Marsala nelle statistiche della carriera di Evra.
Per qualche ragione porto ancora nel portafoglio la mappa, spiegazzatissima, della metropolitana. Pochi minuti fa ho ricercato in rete una versione aggiornata, e non ho più trovato i nomi di Pavones e Villa De Vallecas: forse imbiancati anche loro da un inspiegabile maquillage, e allora tutto mi sembra un sogno ancora più assurdo, forse vicende mai esistite. E anche stasera, col contrappunto in crescendo della risacca atlantica, attraverso i vetri della mia stanza le strade sono deserte come dopo una finale persa per il lancio di una monetina.

Si alguna vèz me he de casar, una del Rayo, una y nada màs."

martedì 17 febbraio 2015

Di una scogliera, di un libro, di una sbronza



Dal cielo, giuro, cola una pioggerellina unta. Il centro abitato, grigio più della cenere, fa venire voglia di piangere dalla disperazione. La gente, la poca che si vede in giro, forse non piange perché ha semplicemente finito le lacrime.
Che cazzo fai lo schizzinoso, quando hai la possibilità di andare in giro per l'Europa per lavoro e avere anche un bel po' di tempo libero. Ma nel mondo ci sono postacci e postacci, e qualche volta l'unica cosa che ti viene in mente è scappare più in fretta che puoi.
Bellissima la Francia, ma il triangolo Dunkerque-Gravelines-Calais, diciamo così, non lo consiglierei. Bastano un paio d'ore per questa presa d'atto; e la prospettiva di trascorrerci, l'indomani, una giornata intera, è di quelle che tolgono il sonno. Niente di interessante nel raggio di 50 chilometri. Non un centro storico decente, un monumento, non uno stadio degno di nota. Neppure il brivido (di freddo, mica di emozione) di scavalcare un cancelletto per vedere il campo dell'Us Gravelines, roba di sesta serie francese, mi fa cambiare idea. E l'immagine spettrale di questa gigantesca centrale nucleare getta inquietanti ombre sul mio mercoledì nell'estremo nord della Francia.
Eppure una soluzione deve pur esserci. Anche l'opzione Calais, 25 chilometri più in là, mi pare leggerina: certo, la favola della squadra di dilettanti arrivata in finale di Coppa di Francia nel 2000... Ma io là cosa ci vado a fare? A Calais. Calais...
Eccola la soluzione. La risposta è dall'altra parte del mare: oltre la Manica c'è la terra promessa.


***

Il traghetto parte a mezzogiorno in punto. Un'ora e mezzo di onde da paura con la rassicurante compagnia di una ventina di camionisti e poi all'improvviso l'orizzonte si tinge magicamente di bianco. Le bianche scogliere di Dover. Non sarà Londra, d'accordo, ma ho un patrimonio di tre ore da spendere in Albione prima del traghetto di ritorno e il fascino di una cittadina portuale inglese non è mai in discussione. E poi ieri notte su internet mi sono fatto una cultura sulla città e sulla sua sfigatissima squadra di calcio.



Non piove, per ora, e dopo aver preso un po' di sterline in un bancomat e aver trovato chiuso l'accesso al castello, in cima alla collina, mi infilo in un negozio di libri usati. Ci sono chicche notevoli, ma non posso caricarmi troppo e così la mia scelta cade su un magnifico libro fotografico pieno zeppo di immagini d'epoca di calcio inglese. Il prezzo, scritto a matita su una pagina interna, mi lascia basito: 3 pound e 99, quando ero pronto a spendere quattro volte tanto.
Ora piove, ma solo chi ama l'Inghilterra conosce il piacere di una passeggiata sotto la pioggia. Anche perché è un'ottima scusa per infilarsi subito in un pub. 
Il Prince Albert è il classico pub dell'angolo, in cui il tempo non si è fermato ma è di certo passato più lentamente che altrove. Avventori over 60, tutti rigorosamente soli con la loro pinta; arredi piuttosto datati; coppia di quarantenni che si sfidano a freccette; camino pronto per l'uso; telefono a rotella su un tavolino. E una lager che va giù che è una meraviglia. Tutto fantastico, anche l'accento della signora di mezza età che sta dietro il bancone e tiene bene il passo (alcolico) degli avventori.


La tappa successiva, poco oltre i resti di una chiesa sventrata dai bombardamenti tedeschi, è in un pub meno spartano ma comunque pieno di fascino retrò. Mi viene in mente che ancora non ho pranzato, e mi ricordo anche del libro appena acquistato. Davanti a uno stufato di carne e patate e a un'altra pinta, stavolta scura, inizio a sfogliare questo favoloso contenitore di storie color seppia. Stadi strapieni, tifosi che vanno allo stadio in carrozza, signore col cappello che varcano i cancelli di Wembley, finali di Fa Cup finite con invasioni di campo oceaniche, scarpe da gioco grosse come scarponi da sci, palloni duri e pesanti come massi di pietra.



Un signore anziano che mi teneva d'occhio da tempo si avvicina, sorride e senza dire nulla si mette a guardare con me le foto del libro. Sono già quasi sbronzo. A un suo cenno arrivano immediatamente due pinte, poi altre due. La situazione si fa pesante, anche perché l'uomo mi vuole portare allo stadio. Gli spiego che tra non molto dovrò prendere il traghetto, che devo assolutamente tornare in Francia per scrivere di una partita che si gioca stasera alle 9. Non ne vuole sentire e per non essere scortese, dato che ha pagato tutto lui, sono costretto a seguirlo. Dopo una breve camminata sotto la pioggia, da una stradina sbuchiamo su un muro bianco, o forse sembra bianco perché è avvolto dalla nebbia. L'uomo tira fuori un mazzo di chiavi e apre una porta, poi un'altra ancora. Ci troviamo ai margini di un campo di calcio, sul quale un gruppo di calciatori vestiti in modo bizzarro sta effettuando lunghi lanci da una fascia laterale all'altra. Non tirano mai in porta, sembrano incazzati neri e dopo un po' spariscono. Mi accorgo che sul prato ci sono migliaia di granchi. La mia guida mi tira per un braccio e mi porta in uno stanzino, proprio sotto la tribuna, al quale si accede direttamente dal terreno di gioco. All'interno ci sono centinaia di coppe, gagliardetti, vecchi palloni e maglie di lana dei primi del Novecento. Una pallonata fa vibrare la porta in metallo, ciondolare la lampadina appesa al soffitto e fa correre via i granchi. “Prendi quello che vuoi, non ci servono più”, dice l'uomo indicando i cimeli. Sono sconvolto. Arriva un'altra pallonata, stavolta più potente. Mi sveglio di soprassalto. Giro la testa, appoggiata al bracciolo di una poltroncina, e riconosco la moquette sudicia del bar della nave. Ho la bocca impastata, sono stordito. Sulla porta di ferro arriva un'altra pallonata, ma è solo il rumore del portellone di poppa che si apre sulla banchina del porto. Fuori è buio, l'orologio dice che sono quasi le 8 di sera. Un messaggio bilingue, in inglese e in francese, mi dà il benvenuto - o il bentornato - in Francia. Il cartello luminoso dice Calais. Il libro è al sicuro, nello zaino. Io non tanto. Ma mentre spingo la macchina a tutta velocità verso quello spettro di città, sorrido con un angolo della bocca al pensiero che poteva andare molto peggio: potevo finire mangiato dai granchi, o potevo passare tutta la giornata a Gravelines.


***
[After the hangover.

Sono arrivato puntuale alla partita, c'era persino l'accredito. A lavoro finito non ho trovato un solo ristorante aperto e ho potuto mangiare qualcosa solo grazie a un turco gentilissimo che a mezzanotte ha tirato su solo per me la serranda appena chiusa della sua bottega. Il suo kebab mi ha salto la vita. Nell'hotel che avevo prenotato poco fuori Gravelines - la centrale nucleare di Gravelines è la più grande della Francia e una delle più grandi d'Europa - non c'era anima viva e nessuno mi ha aperto. Ho giudato alla cieca verso sud sino alle 2 di notte, poi finalmente ho trovato un hotel a Lille. La mattina successiva il mio volo è stato cancellato e ho dovuto trascorrere tutta la giornata a Bruxelles. Il Manneken-Pis, l'Heysel, le birre d'abbazia, certo... Ma questa è già un'altra storia.


Dimenticavo. Il Dover Fc, fondato nel 1894, è fallito nel 1901, nel 1909, nel 1933 e nel 1947, ed è sparito definitivamente nel 1983. Al suo posto è nato il Dover Athletic Fc, che negli anni si è confermato una squadraccia. Alla fine dell'ultimo campionato è stato però promosso in Conference Premier (quinta serie inglese) dopo 12 anni di assenza. Lo stadio di Dover, il glorioso Crabble (1010 posti a sedere e 3642 posti in piedi al coperto), ha un nome che deriva dall'inglese arcaico e che significa "buco in cui stanno i granchi".]

giovedì 12 febbraio 2015

Nostalgia di Funchal. Un'introduzione a "Memorie dell'Europa calcistica" (ed. In Contropiede, 2015)




I cannot come back to this neighbourhood
without feeling my own age
I walk past these houses where we once stood
I see past lives but somehow you're still here

Qualcuno ricorderà una serie di memorie ossidate, scolorite che, un po' di tempo fa, dedicai alla Spagna calcistica, nel tentativo di raccontare - attraverso esperienze reali o che nel momento in cui le scrivevo mi sembravano tali - in che modo quei luoghi, e il ritorno (reale o immaginato) in quei luoghi a cui sono così legato, hanno influito sulla mia formazione, sulla mia maniera di intendere il calcio, sul mio rapporto con gli abitanti di un altro paese (#1, #2, #3, #4). Credo sia la mia "serie" più longeva, considerando anche le tante altre occasioni in cui ho provato a parlare di calcio muovendomi sul crinale (della camera da letto) della nostalgia, del viaggio e dell'autobiografia.

Quando Alberto Facchinetti mi ha chiesto, ormai un anno fa, di dirigere una collana della sua neonata e felice iniziativa editoriale In Contropiede, è stato dunque naturale, per me, proporgli, come prima uscita della collana, un libro che riprendesse, espandendolo (nel senso letterale, e quindi geografico, del termine), questo approccio - esistenziale più che estetico - alla scrittura calcistica. Ho dunque chiesto a una serie di autori più o meno coetanei di raccontare - sulla falsariga di quanto avevo provato a fare con la Spagna - ciascuno un paese europeo, filtrando soltanto i ricordi - nel senso molto vasto che ho ricordato prima - legati al calcio. Ne é uscito un libro che, la prima volta che l'ho letto tutto di fila, mi ha fatto emozionare. Un libro che, evidentemente, non poteva che chiamarsi "Memorie dell'Europa calcistica".

Non mi dilungo a presentare il libro, perchè di seguito, d'accordo con Alberto, ho pensato di pubblicarne la prefazione, sperando che serva a illustrare ancora meglio - quanto basta a far incuriosire senza appagare la curiosità - il senso, lo spirito, il contenuto di "Memorie dell'Europa calcistica". Voglio invece ricordare chi sono gli autori (mi viene da dire "gli amici": le due categorie su questo blog sono sempre sovrapponibili) che sono stati così gentili a seguirmi, e con entusiasmo, in questo progetto. Molti di loro non sono nuovi in questo bar: c'è Lorenzo Toppini, che Lacrime di Borghetti l'ha fondato; c'è Tommaso Giancarli, che praticamente è con noi sin dall'inizio; ci sono Gian Mario Bachetti e Andrea Romano, che qui hanno versato delle gran lacrime (e Andrea ha scritto anche un libro molto bello); c'è l'autore del - per me - più bel libro di calcio pubblicato in Italia negli ultimi anni, Fabrizio Gabrielli. E poi ci sono dei volti nuovi, nuovi su LB dico, ma non in assoluto: due giornalisti - e due miei miti personali - come Luigi De Biase e Francesco Olivo, rispettivamente il mio russologo e il mio romanistologo (e qua dovrei linkare tutte le chiacchiere sotto la Curva Sud) di riferimento, che hanno una prosa travolgente; e una ragazza inclassificabile, sorprendente come Marica Benini, pura Wunderkammer, forse la ragione per cui mi sono iscritto su twitter (per seguirla, dico). A completare la squadra, il mio amico Raymond Antonin (di più non posso svelare) e, vanitas vanitatum, il sottoscritto.

Li ringrazio tutti, questi santi, uno per uno, così come ringrazio quel fratello che per me è diventato Ricardo Cavolo, che - dopo quella di Mourinho - mi ha regalato un'altra copertina meravigliosa, così come ringrazio Alberto e Nicola della casa editrice, con la speranza che il vento (delle vendite; a proposito, il libro si può comprare sul sito di In Contropiede, nonché su Amazon, e poi alle presentazioni che organizzeremo in tutta l'Italia, almeno quella già Stato Pontificio) ci assista e ci permetta di immaginare e realizzare altri libri, così come ringrazio tutti i lettori, commentatori, futuri autori e in definitiva amici - di questo si tratta - del blog, che in qualsiasi modo leggeranno questo libro, perchè, è quasi superfluo ricordarlo, questo libro non è una monade, ma si inserisce - come risata in una conversazione, come break in un set - in questa scena amatoriale e disincantata, nostalgica e velleitaria, spesso controcorrente ma mai elitaria, di amanti del calcio e della letteratura che, tutti insieme, stiamo costruendo, con tanto amore, una riga alla volta.

*       *       * 



PREFAZIONE (NOSTALGIA DI FUNCHAL)

Mi capita spesso, negli ultimi tempi, di svegliarmi la mattina provando una forte nostalgia di Funchal. Delle crepe sulla parete della mia stanza a due passi dal mare. Dei giorni trascorsi perdendomi nei vicoli della città vecchia. Della vegetazione rigogliosa dell’isola. Degli anziani che mi raccontano con accento inglese delle gesta del Nacional de Madeira. Dei ragazzini che giocano a calcio nei campi improvvisati tra le case coloniali.

Partendo da questa nostalgia, da questa Fernweh, che, tante mattine, mi spinge a non alzarmi dal letto, ho invitato gli autori di questo libro – tra cui me stesso – a ripercorrere, senza avere paura del dolore che genera l’incontro con la perdita, le tracce d’acquarello lasciate dai ricordi di un’esperienza vissuta in un paese europeo.

Come fil rouge, però, non ho chiesto agli autori di condividere una forma, né di rispettare i confini tra diaristica e finzione, ma ho soltanto suggerito una prospettiva, quella di filtrare tra i propri ricordi solo quelli intrisi di calcio, sul presupposto che il calcio non è un aspetto isolato della vita, ma la vita stessa, osservata da una posizione privilegiata. 

Ecco allora che, nelle pagine che seguono, il pallone rotola su volti evaporati, luoghi difficili da pronunciare, incontri consumati, seguendo cammini reali e letterari nei quali non conta la meta, ma solo quello che si vede durante il tragitto: bistrot di periferia, gonne color pastello, spogliatoi per bambini, piazze innevate, friggitorie, toppe sulle giacche jeans, argentini che non passano mai il pallone, musei degli arazzi, copriscarpe in polietilene, cappellini da baseball.

Ogni viaggio ci lascia una storia, figuriamoci i paesi in cui abbiamo abitato. Eppure, a guardar bene, dire di aver abitato in un paese straniero è solo un’illusione. I paesi stranieri non si lasciano abitare. I paesi stranieri, passati al setaccio dei ricordi, sono solo un inventario sconnesso di nomi segnati a penna su un tovagliolo, facce incrociate sul metrò, storie ascoltate al bancone del pub, insegne luminose, strade notturne, parchi silenziosi. I paesi stranieri sono luci di flash che svaniscono all’istante, polaroid sbiadite, occasioni mancate per un soffio, pali-gol. Tra noi e loro c’è una distanza che non potremo mai colmare, e non importa quanti giorni, quanti mesi, quanti anni ci hanno ospitato. Questa distanza è la nostalgia non per quello che abbiamo vissuto, ma per quello che non abbiamo vissuto.

La nostalgia del futuro.

Altra cosa è dire che da ogni paese straniero si riportano a casa due cose: vestiti sporchi e regali. Passati gli anni, lavati i vestiti, scartati i regali, di quei giorni ci rimangono solo abbandoni, perdite, reminiscenze, fantasmi. La fortuna è che possiamo scriverne.

L’eco del pallone che rimbalza tra le storie raccontate in questo libro segue una melodia comune, a metà tra l’euforia e la malinconia, e spesso tutte e due le cose insieme, come nelle canzoni dei Daft Punk che vedevamo passare in televisione in sottofondo alla versione di latino. Non deve sorprendere. Tutti gli autori sono nati – molti all’inizio, qualcuno in mezzo, pochi (beati loro) alla fine – nella decade dorata degli anni Ottanta. Siamo una generazione che ha condiviso l’apertura a una serie di mondi (per quanto qui interessa, mi limito a pensare alle televisioni commerciali per il calcio, agli Erasmus e ai voli low-cost per l’Europa) che – senza andare troppo indietro - i nostri fratelli più grandi hanno fatto in tempo solo a rimpiangere. Svanita l’euforia adolescente, ci addentriamo ora in un’età malinconica, quella di mezzo, in cui non è più lecito, ma anzi è addirittura truculento, provare euforia per il futuro, perché i nostri futuri sono già arrivati e non assomigliano a quelli che immaginavamo. Per consolarci, possiamo solo guardare indietro, aggrappandoci alle esperienze passate.

Questo non è un male. Anzi.

Il protagonista di uno dei racconti di questa raccolta, a un certo punto, citando Fontanarrosa, afferma che “l’unico calcio che vale è quello che uno conserva nei ricordi”.

Anche io ho sempre pensato che l’essenza del calcio sia fondamentalmente nostalgica, nella sua declinazione fantasmatica - pura football hauntology - di nostalgia del futuro. Sono passati più di vent’anni da quando Paulo Sergio faceva entrare nel nostro immaginario collettivo un controllo di palla, un campionato straniero, una maniera di pronunciare il nome del marcatore, eppure quel goal è qui con noi, come il pigiama che indossavamo cenando davanti al televisore il venerdì sera. Viviamo il paradosso e la contraddizione che il calcio che abbiamo vissuto non esiste più, eppure persiste nella nostra memoria come se fosse reale, e spesso anticipa - mischiandosi con episodi che non abbiamo vissuto, o che abbiamo deformato, o che non sono mai avvenuti – il calcio che vivremo. La vita che vivremo.

Ecco perché mi capita spesso, negli ultimi tempi, di svegliarmi la mattina provando una forte nostalgia di Funchal.

Perchè io, a Funchal, non ci sono (ancora) mai stato.

mercoledì 4 febbraio 2015

In principio era un logo

Vidi infiniti processi che formavano una sola felicità e, comprendendo ormai tutto, potei anche capire la scrittura della tigre.


Molto onorati scrittori di Lacrime di Borghetti, cari lettori di Lacrime di Borghetti,
      io mi chiamo Bergenlöwe, Klaus Bergenlöwe, nato a Erlangen in Franconia, e sono un pensionato tedesco. Se voi, io voglio dire, se qualcuno di voi scrittori o lettori si domanda perché io ho inviato questa lettera a voi di Lacrime di Borghetti (agli scrittori, io voglio dire, non certo ai lettori i quali effettivamente non scrivono e non sono, io voglio dire, Lacrime di Borghetti nel senso più stretto del concetto). Mist. Ora io devo ricominciare perché ho perduto il senso della frase. Se qualcuno si domanda, ecco, perché io ho inviato questa lettera, io rispondo che è un dovere per me. Io voglio dire, non è un dovere nel senso più stretto del concetto; ma voi scrittori di Lacrime di Borghetti avete fatto una domanda, o così splende a me, e io forse possiedo la risposta. Dunque è un dovere, mi pare, scrivere a voi.

Io non sono molto interessato per il calcio. Sono ancora un po', io voglio dire, interessato, ma specialmente perché io ho lavorato tanti anni con aziende di calcio. Io conosco il calcio specialmente come concetto sociale ed economico; come sport io conosco poco, ma credo che è più interessante il calcio come concetto sociale ed economico piuttosto che come sport. Come sport io tifo per il Borussia Mönchengladbach, perché io sono stato giovane negli anni Settanta.

Na gut. Io non leggo Lacrime di Borghetti; effettivamente io non leggo molto di calcio. Specialmente io non leggo di calcio italiano e, parlando in generale, io non leggo l'italiano. Una settimana fa, tuttavia, l'ingegner Drockfült mi ha chiamato; l'ingegner Drockfült è stato mio collega alla ditta Puma, negli anni Settanta e nei decenni successivi. Ora l'ingegner Drockfült, che è pensionato come me, vive in Italia, a Ravenna; lui è restato interessato per il calcio e legge di calcio, anche i blog di calcio. Lui legge anche i blog italiani di calcio. Lui ha tradotto questa lettera, che io ho scritto in tedesco.


Quando lui mi ha chiamato, l'ingegner Drockfült mi ha detto: "Io ho letto in un blog di calcio italiano - Lacrime di Borghetti... No... Dopo io te lo sillabo, ma non ha importanza... - ho letto che qualcuno ha notato il puma rovesciato. Tu ricordi il puma rovesciato?".

Ganz klar, cari scrittori e lettori di Lacrime di Borghetti, che io ricordo il puma rovesciato. Io ho inventato il puma rovesciato! Io ho inventato il puma rovesciato negli anni Settanta. Negli anni Settanta c'era, io voglio dire, un pochino di rivoluzione; ma in generale essa non c'era più. C'era un pochino di violenza, questo c'era effettivamente, ma la violenza non è sempre rivoluzione. Comunque c'era già, io voglio dire, un ambiente che diceva che i marchi vanno bene. I marchi avevano già vinto. Na ja, io voglio dire, i marchi nel senso: il marchio di un'azienda, non i marchi tedeschi. Il marchio della Puma, nel caso specifico, cioè il puma diritto. Ma siccome c'era un pochino di rivoluzione, alcune cose un pochino rivoluzionarie succedevano. Per esempio il Bruges è arrivato nel 1978 in finale di Coppa dei Campioni: questo è stato, molto onorati scrittori e cari lettori, un pochino rivoluzionario. Avessero essi vinto, sarebbe stato ciò molto rivoluzionario; in questa maniera, effettivamente, un pochino. In onore di questa piccola rivoluzione, io ho inventato il puma rovesciato. Io lavoravo all'epoca, come voi avete forse già capito, alla ditta Puma. Io ho inventato il puma rovesciato insieme all'ingegner Drockfült. All'inizio questa era una maniera per ridere fra colleghi e fra giovani, come eravamo noi. Una maniera, effettivamente, non molto sottile.

Puma rovesciato sembra un esempio di umorismo tedesco. Forse esso è un esempio di quell'umorismo, io voglio dire, abbastanza rozzo, l'umorismo che piace nelle birrerie, alle persone che hanno già bevuto diverse birre. Essi vogliono ridere, ma non vogliono pensare; non, io voglio dire, in una maniera fina... Il popolo tedesco ha molti pregi, ma il suo umorismo non è effettivamente un pregio del popolo tedesco. Però attenzione: il puma rovesciato è anche un esempio di filosofia tedesca; se voi pensate che il puma rovesciato è un marchio, dunque esso è la cosa più diritta del mondo, almeno del mondo capitalista, e insieme esso è anche una mutazione di un marchio in senso alternativo, però esso resta un marchio!, voi vedete dunque, io voglio dire, che il puma rovesciato è un esempio del pensiero filosofico tedesco. Il pensiero filosofico tedesco è molto fino ed esso è un pregio del popolo tedesco.

Effettivamente tutti, alla ditta Puma, hanno apprezzato il puma rovesciato. I capi hanno detto: "Diamo il puma rovesciato anche ad altre squadre! Però non a squadre molto forti, grandi, famose: diamo il puma rovesciato specialmente a squadre - wie sagt man? -  un pochino alternative". Così la Puma ha dato il puma rovesciato al Bruges, al Fortuna Düsseldorf, alla Stella Rossa di Belgrado, alla squadra nazionale del Kuwait: nel 1982 la squadra nazionale del Kuwait è arrivata ai Mondiali! Ma lo sceicco del Kuwait ha fatto tutta una scena, effettivamente una scena molto eccessiva, durante una partita dei Mondiali... Quello è stato effettivamente un esempio di umorismo tedesco. Nelle birrerie la gente ha riso molto, io credo, per quella scena; io non so questo con sicurezza perché non ero in una birreria. Ero in Italia con l'ingegner Drockfült, siamo andati là perché a lui l'Italia piace... Siamo andati a Ravenna. Abbiamo fatto una vacanza lunga e bella, come sempre in quegli anni, perché abbiamo avuto un aumento di stipendio per il puma rovesciato.



Numerosi anni sono passati. Io non ho pensato più molto al puma rovesciato: ormai esso c'era, sempre sulle maglie delle squadre alternative, ma ormai il puma rovesciato funzionava da sé, anno dopo anno. Nessuno pensava più a lui; nessuno pensava, io voglio dire, a raddrizzarlo. Poi un giorno la Stella Rossa di Belgrado, una di quelle squadra alternative che noi avevamo scelto per il puma rovesciato, ha vinto la Coppa dei Campioni. Questo è, effettivamente, strano; oltretutto la Stella Rossa di Belgrado gioca e vince quella finale di Coppa dei Campioni allo stadio San Nicola di Bari. Anche questo, effettivamente, è strano, anche se Drockfült, che vive in Italia, dice che non lo è. In ciascun caso, Drockfült e io abbiamo avuto un altro aumento; i ragazzi del marketing ci hanno detto che una vittoria alternativa era perfetta per il nostro, appunto, marketing. In più, come detto, noi abbiamo inventato il puma rovesciato e noi, di conseguenza, abbiamo un pochino vinto la Coppa dei Campioni.

Questo è successo a maggio. D'estate Drockfült è sceso in Italia, come sempre, mentre io sono rimasto in Franconia. Un giorno io sono tornato tardi a casa - ero stato a Norimberga a vedere la casa di Dürer e poi a bere una birretta in un giardino - e il telefono squillava. Drockfült mi chiamava dall'Italia, da Ravenna.

- Hai visto il telegiornale?, mi ha chiesto.
- No, io ero a Norimberga.
- E hai letto i giornali questi giorni?
- No, sono in vacanza.
- Hai visto che succede in Jugoslavia?

Io non avevo visto, per farla breve; Drockfült allora mi ha spiegato tutto. E poi mi ha chiesto, questo effettivamente è strano, se noi non avessimo fatto del casino con il puma rovesciato. Se noi non avessimo creato un pochino di problemi nel mondo con quel rovesciamento che non doveva esserci; non una rivoluzione, non proprio, ma di sicuro della violenza. In pratica, secondo Drockfült, noi avevamo girato in qualche modo il mondo, girando il puma, e quello che avevamo regalato alla Jugoslavia con quella Coppa dei Campioni loro lo stavano scontando con un pochino di violenza, effettivamente più di un pochino, che non doveva esserci.

Drockfült, secondo me, leggeva troppi libri strani, specialmente quando lui era a Ravenna. Io, effettivamente, non potevo credere a quei ragionamenti e neanche capirli del tutto; però quella notte ho dormito male.

Il giorno dopo io ho chiesto ai ragazzi dell'amministrazione se potevano fare una ricerca geopolitica sul puma rovesciato e sulla possibilità della teoria di Drockfült. Loro ci hanno lavorato due settimane e poi mi hanno detto che il puma rovesciato non c'entrava nulla; ma comunque i ragazzi dell'ufficio legale hanno detto che era meglio non rischiare e hanno cancellato il programma del puma rovesciato, prima che qualcuno si accorgesse degli eventi dell'estate 1991 e ci facesse causa, a noi ditta Puma, o scrivesse un libro un pochino complottista per darci la colpa di quanto successo. Così io e Drockfült abbiamo avuto un altro aumento. Anzi, Drockfült voleva rifiutarlo, però io non so se alla fine lo ha rifiutato davvero.

Sono andato in pensione qualche anno dopo quella faccenda; Drockfült mi ha preceduto. Come detto, lui si è trasferito in Italia. Io sono andato a trovarlo a Ravenna, un giorno; lui mi ha portato al mare, in un ristorante un pochino buio, con le pareti di legno, ma effettivamente buono, e abbiamo mangiato pesce guardando l'Adriatico. A fine pasto, io gli ho chiesto se si ricordava del puma rovesciato e se davvero credeva che quel ricamo e due o tre guerre civili erano, in qualche strano modo, collegate. Lui mi ha risposto che non c'è nessun collegamento, effettivamente, ma che comunque quelle due storie - il puma rovesciato e la nazione ribaltata - sono forse una sola storia. Il diritto e il rovescio di questo puma sono, per Dio, uguali; mi ha detto così, guardando il mare, e io non ho capito.

Da quando è a Ravenna Drockfült legge troppo e parla strano.