mercoledì 23 dicembre 2015

Purtroppo è amore (fine di una storia)



Era del tutto normale che dovessi tenerlo io, in mischia. Lui di testa partiva avvantaggiato, ma io in fondo lo potevo marcare: il mio naturale ruolo di terzino non mi aveva mai impedito, in emergenza, di fare il terzo di destra nella difesa a tre o di aggiungermi ai centrai di ruolo. Nel provare la sceneggiata, a casa, eravamo diventati dei grandi attori. Una provocazione continua: lui ad appoggiarsi a me, io a scansarlo, poi lui si sbracciava e ci guardavamo in cagnesco. Qualche spintone, a volte. Era la nostra dichiarazione d’amore guardandoci negli occhi. Certi che se si fosse anche solo sospettato, le nostre carriere sarebbero morte in pochi mesi.

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Quando A. giocava in serie B era tutto più sereno. Perlomeno, eravamo certi che non ci saremmo mai scontrati da avversari. Poi, quando lui è arrivato in A e io brillavo in Europa, capitava che uno dei due, nei rari confronti stagionali tra le nostre squadre, casualmente perdesse un ballottaggio o accusasse un dolorino. Alla fine, decaduti noi dall’Europa e approdato lui in una squadra decisamente migliore, i livelli delle rispettive carriere si erano equilibrati. Se ci incrociavamo, vigeva tra noi sul campo il più assoluto rispetto. A parte le scenette sui corner, era pura non-belligeranza, con azioni di gioco a distanza di sicurezza. Ci dicevamo, scherzando, che se fossimo stati due mediani avremmo potuto rallentare il ritmo a nostro piacimento, o inscenare scaramucce per il puro gusto di prendere tutti in giro. In fondo siamo anche attori, per lavoro.

Quando successe il casino avevo trent’anni. Ero arrivato a godere di un rispetto senatorio da parte di arbitri e colleghi, ma da un po’ aleggiava su di me il dubbio che non avrei retto per molto. Fuori dal giro della nazionale, tanto per cominciare, rischiavo di finirci a breve. Il mio club, storicamente blasonato, era senza piazzamenti rilevanti da quasi un lustro; in quel periodo il mio rendimento era stato discreto, ma niente di eccezionale. Per A., invece, le cose erano diverse. Si affacciava, a ventitre anni, a quello che io rischiavo di lasciare. Accarezzava le infinite possibilità dell’esistenza con la passione dei ragazzi, carta assorbente con il desiderio di scoprire la vita. Tutt’ora non saprei valutarne la consapevolezza di allora: so, però, che sapeva bene cosa fosse una carriera. Andare avanti a testa bassa, come cavalli da corsa.

Ci eravamo conosciuti nel 2011, ad una festa in albergo con giocatori e un esercito di agenti-fratelli. Gente paonazza, file al bagno, musica discutibile. Io ero passato a fare un saluto al mio procuratore, con cui dovevo discutere brevemente di una questione di sponsor. A. era con un compagno di squadra, che di lì a poco sarebbe sparito con alcuni amici. Non l’avevo mai visto prima. Era un adone: un taglio da militare d’altri tempi, un fisico scolpito, lineamenti e modi gentili. Qualche sguardo ricambiato, un paio di sorrisi. Siamo andati a parlare in una stanza semibuia, tra due avvocati degustanti Bombay, una diciannovenne venezuelana e un portiere di Serie B, ormai vicino ai quaranta. Ci siamo piaciuti e ce ne siamo andati quasi subito. A. abitava al tempo a mezz’ora da Milano, dove io vivevo da quasi cinque anni. Quando la domestica l’ha visto uscire dal portone d’ingresso, bello come il sole, mi ha sorriso. Quella mattina per me era di riposo, ma A. doveva presentarsi all’allenamento. Abbiamo fatto colazione, e l’ho accompagnato a Bergamo in macchina. Nel viaggio di ritorno, ho pensato tutto il tempo al suo sorriso.



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Ero un terzino destro, il “due”. Per quel che può valere - mi hanno messo sulle spalle anche il sette o l’undici -, sono diventato un “laterale di fascia”, definizione non del tutto inappropriata se penso che mi hanno schierato per anni tanto a destra quanto a sinistra. Sono alto un metro e ottanta, sono ancora più o meno asciutto, ma da tempo patisco l’esplosività dei più giovani. Per correre come un cavallo pazzo ora mi devo spremere a fondo, per lavorare di geometria e mettere qualche cross ancora ne abbiamo. Mi hanno sempre detto che se avessi avuto un piede migliore sarei stato uno tra i più forti del mondo, ma mi è bastata una gran velocità di partenza, unita a un tempismo affinato negli anni, ad arrivare dove sono arrivato. Qualcosa in carriera ho pure vinto. Da ragazzino, quando mio padre decise che sarei andato a ripercorrere le sue orme a Milano, non ne sapevo niente: è stato lo spogliatoio, a undici-dodici anni, a darmi la certezza di essere omosessuale. Ero innamorato di un mio compagno, Marco, un mediano di Udine che non riuscivo a guardare negli occhi.

Negare diventò l’unica via. Anni a simulare, in campo e fuori. A far finta, quando eravamo in branco, di voler mangiare con gli occhi ogni essere di sesso femminile ci fosse passato davanti. A far coesistere tutto questo con una carriera ormai lanciata. A diciassette anni vinsi il titolo nazionale Allievi, a diciannove ero in prima squadra, a ventuno avevo già girato mezza Italia a farmi le ossa. Da quel momento in poi ha avuto inizio una vita di frenesia e di tutto-e-subito, condita da storie morbose e clandestine. Mai, per scelta, con uomini di calcio. E tanto ho represso che forse, alla fine, era inevitabile che esplodessi.

Per un breve periodo, sono stato contemporaneamente il terzino titolare dei Campioni d’Italia e della Nazionale Maggiore. Ora, dopo tutto il casino, punto alla promozione in Eccellenza con la squadra di cui sono allenatore-giocatore. Trentotto, ed ero fermo da quasi due. Ultimo anno, poi alleno.

I primi sospetti su di me sono stati avanzati quando quel giornalista ha pensato di svelare alcuni retroscena sui componenti della rosa dell’Italia, poco prima dell’Europeo. Il caso specifico non mi coinvolgeva in prima persona, ma il mio nome è stato uno di quelli messi in giro da qualche addetto ai lavori, più o meno informato dall’interno, e dai più audaci propagatori di gossip del paese, che a furia di azzardi mi avevano quasi beccato. Me l’ero cavata per avere avuto, come tutti, qualche storiella di copertura finita sui rotocalchi. Il mio atteggiamento dimesso, il mio essermi esposto sempre poco a mezzo stampa e la mia etica lavorativa avevano fatto il resto; poco importava se quel terzino, faticatore e attaccato alla causa, fosse stato tirato in ballo. Se gioca come sa, e continua a fare il suo, potete chiamarlo “metrosessuale” quanto volete. Si tratta solo di una questione di cura del dettaglio: dal guardaroba all’acconciatura, alle sopracciglia ritoccate in modo impercettibile.


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A. è sempre stato un diligente, un attaccante “vecchia maniera” secondo tutta la stampa nazionale, che in lui ha voluto intravedere un potenziale a tratti eccessivo, ma mai inferiore al suo reale valore. Si trova bene a fare la sponda: non segna molti gol, ma è d’aiuto ai movimenti di tutta la squadra, anche se non è un bestione. In campo è una sicurezza; sembra rassicurante e quasi protettivo. A differenza di me, A. non ha mai avuto problemi a nascondere i suoi gusti. Ha ancora l’atteggiamento di chi vuole sfruttare ogni singola goccia di sudore del proprio sacrificio. Non mi ha mai considerato: né quando gli parlavo di quel giocatore tedesco che era riuscito a dichiararsi, né della nostra situazione “di coppia”. Mi ha sempre dato ragione come ai pazzi, liquidandomi con sorrisi che volevano solo farmi tacere. Mi ha sempre concesso poco e per brevi tratti, finendo per essere, di fatto, il più forte tra i due. Non spero più che si dichiari: lui, ormai, ne è uscito fuori pulito. Litigammo per la prima volta quando giocava in Sicilia, perché da qualche mese ci stavamo vedendo pochissimo. All’inizio era titubante sulla lunghezza del contratto, poi a distanza cominciò a sembrarmi più evasivo. Si arrabbiò, fino quasi a picchiarmi, quando gli dissi che in difficoltà mi ero confidato con un compagno. Iniziò a dirmi sempre meno, a vedersi con altri e a farmelo sapere. Quando lo spostarono a Torino non ero più arrabbiato, ma commosso. Gli concessi tutto, perché speravo che ci saremmo ripresi.

Andai a trovarlo, nell’estate del pre-campionato. A. era arrivato in città da un paio di giorni. C’era stata di mezzo la pausa estiva, e delle sue settimane in Versilia e in Sardegna non avevo voluto sapere. Aveva comprato una macchina nuova, indossava gli occhiali scuri e profumava di dopobarba. Ero elettrizzato, felice all’idea di portarlo in giro per una città in cui avevo vissuto per un anno, nell’ultimo dei miei prestiti; volevo mostrargli i miei luoghi, condividere con lui la città in cui ero diventato adulto. Con mia sorpresa A. è stato freddo da subito. Mi ha tenuto a distanza. Nel salutarmi mi ha baciato appena, sulla guancia vicino alla bocca, come fosse un dovere. Ha scelto un ristorante in periferia, lontano da grandi folle, dove poter guardare le partite in pay-tv. Dopo cena aveva fretta di andarsene. Se ancora non l’avevo intuito, mi ha detto, tra lui e me era finita. E pure da un pezzo. Dovevo capire che starmi a fianco era diventato un problema, che ero pressante e non lo facevo sentire libero. Lui aveva troppa paura di essere scoperto, e non potevo fare altro che accettare la sua decisione. Sarei risorto anche questa volta, diceva, perché ero uno tosto. Avevo carattere, e lui era convinto che saremmo stati meglio entrambi. Magari chissà, alla fine A. sarebbe riuscito ad andare in Premier, come sognava, e io avrei sicuramente avuto un avvenire nel settore. Avevo sulle spalle lo sputtanamento del giornalista, giravo in quel mondo da anni e non ero più una frequentazione sicura. Su queste ultime parole ho ricordato, d’istinto, di essere un calciatore. Di essere in grado di fare arrivare una macchina a prendermi in pochi minuti. Direzione Milano, a casa per l’una di notte. Mentre l’autista sfrecciava, cercavo di dormire. Mi immaginavo A. in pieno tour di locali, tra nani, fotografi e ragazze strabilianti.


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Con i mesi sentivo che difficilmente mi sarei mai staccato da lui. Senza che ne fosse consapevole, era quello che mi aveva conosciuto nel mio pieno, che avevo sentito a fianco – anche se spesso invisibile – in quasi tutti i momenti più luminosi della mia vita professionale. Morivo di dolore, ma ero riuscito a rifarmi nel lavoro. Stavo sudando e sgroppando come un novizio, pronto a stupire il mister e a risalire nelle gerarchie. Il che mi venne, devo dire, particolarmente bene. Cinque partite da titolare e un subentro, un giallo, due assist, media alta su tutti i giornali. Dedizione massima.

La convocazione durante la pausa di ottobre fu una grande soddisfazione. Sarebbe stata giusto per un match di qualificazione e un’amichevole, ma ne avevo bisogno. Mio padre, che da addetto ai lavori continuava a considerarmi come una sua appendice, me l’aveva comunicato con entusiasmo. Il buon B., da ex portiere di un’altra generazione, credeva ancora che potessi dare molto, e forse in cuor suo sperava in un bel finale all’estero, che avesse portato a noi tutti più tranquillità in vista del mio ritiro. Non aveva, ovviamente, idea del momento che stavo attraversando.

Non avevo notato che il selezionatore, questa volta, aveva assortito un gruppo più sperimentale del solito. Oltre ad alcuni miei compagni particolarmente brillanti nell’avvio di campionato, di cui avevo saputo in tempo reale, e al blocco-Juve confermato, il mister aveva puntato su alcuni nomi-scommessa. Tra questi, nel reparto attaccanti, figurava il nome di un giovane centravanti in buona forma e ampiamente noto all’ufficio. Almeno nell’amichevole avrebbe giocato, perché un esordio contro la Macedonia non si nega a nessuno.


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Come da copione. Lui gioca venti minuti scarsi in amichevole, io sto in panchina in attesa della Serbia. Vinciamo facile, A. non brilla particolarmente perché sul 3-0 noi amministriamo. In fondo non è molto che ha lasciato l’Under, dicono, avrà tempo. Ho saputo, in questi giorni, che ha cambiato procuratore, affidandosi a un avvocato che dovrebbe fargli fare un discreto salto entro la prossima estate. Lo vedo turbato, ma non voglio indagare. Ho il terrore di scoprirne il motivo e che non sia per causa mia, ma non riesco a non volergli stare accanto.

Arriva il mio turno. I serbi sono un punto sotto di noi nel girone, e dovremmo cercare di allungare. Se vincono loro, ce la complichiamo di brutto. Il mister parte a quattro dietro, e tutto sommato conteniamo bene. Dalla mia parte c’è calma piatta, penso che potrei addirittura propormi. Tiriamo da fuori senza speranza, loro ripartono bene ma per fortuna al centro siamo solidi. Punizione per loro, a lato di poco. Ammonito De Rossi. Primo tempo 0-0, una brutta Italia.

Nella ripresa giochiamo con una specie di 3-5-2, e mi adatto a fare l’esterno. Davanti riusciamo a completare un paio di azioni, ma non otteniamo che dei corner. Corner che battiamo a nessuno, perché abbiamo una seconda punta esile, una prima punta atipica e dei saltatori nella media. I serbi, nel dubbio, rimarcano la propria caratteristica tenacia, e iniziano a picchiarci negli stinchi. Gialli per loro, ma anche per noi. Ad ogni ripartenza buttiamo via la palla, siamo nervosi e lo diamo a vedere. I tifosi ci sostengono, ma sono timidi anche loro. Dunque, come è normale, contropiede loro. Arrivano in porta in tre tocchi. Assist basso, gol da un metro. Adem Ljajc. Mettici anche che siamo in casa e che il San Nicola è esigente.

Al 67’ annunciano il cambio. Quando A. entra in campo sono incredulo. è vero che la nostra punta non ne ha più, ma non mi aspettavo che lo sperimentalismo del mister arrivasse a tanto. Tocca a lui, primi minuti in un match valevole per le qualificazioni. Non ci penso troppo, perché dobbiamo recuperare e c’è da sbattersi. Ho da fare sulla destra, devo coprire e cercare di ripartire per direttissima. Mi slancio anche, un paio di volte: la prima volta è per un lancio troppo lungo, la seconda volta riesco a mandare in fondo un mio compagno che poi perde palla. Siamo senza schemi, loro sorridono e ci aspettano. Rubo palla in scivolata, la perdo e per poco non prendiamo il secondo. All’ottantacinquesimo siamo in tutto-per-tutto e faccio un lancio lungo alla cieca. All’area piccola la aggancia uno dei nostri e tenta il tiro, ribattuto. Corner. Batte lo specialista e sono in tanti pronti a saltare; io resto dietro a fare da guardia. Alla parabola, perfetta, A. parte in terzo tempo. Al passo numero tre è immobile in aria. è un dio greco in tensione. Ha il ciuffo scompigliato e la faccia accartocciata in una smorfia. La palla gli arriva in fronte, e la potenza che le imprime sembrerebbe arrivare da un tiro di collo. è centrale, ma alta e forte. Il portiere fa quel che può.

Quanto segue è storia nota. Videoripresa. Fotografata.

Uno a uno, e girone ancora nostro. A. si è appena rialzato da terra, dove è caduto dopo l’impatto con il pallone. è pazzo e inizia a urlare, occhi fissi e braccia al cielo. Vedo altri compagni che stanno andando ad abbracciarlo, e mi precipito in avanti. Non posso contenermi, sto esplodendo di gioia. Mentre A. si sta liberando dell’abbraccio di un compagno io arrivo di corsa, scansando gli altri. Lui non se lo aspetta. Gli piombo addosso. Lo abbraccio. Lo bacio, sulle labbra. E' un momento, pochi secondi. Lo stadio è impazzito per il gol e tutto sembra apparentemente normale, le squadre stanno iniziando a tornare a centrocampo. Lui resta immobile e mi fissa. Poi mi urla qualcosa, ma lì per lì stento a decifrare. O forse non voglio sentire. Tutti stanno tornando a centrocampo e lo facciamo anche noi, per gli ultimi minuti di passione. Finisce, uno pari e tutto a posto.

Negli spogliatoi mi guardano in modo strano. Hanno quasi paura. Prendo di corsa le mie cose e fuggo. Mi faccio portare via tramite lo staff della squadra, capisco che in qualche modo devo evitare la stampa. Sono in una stanza d’albergo a tre stelle, è ormai sera, e ho modo di rivedere le azioni della giornata. Vedo il servizio e rileggo il labiale. Controllo Internet dal telefono, cambio canale. Può essere che io sia sulla bocca di tutti. Quasi quasi mi ammazzo.


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Ora, a mente lucida, mi sembra tutto più normale. Mi sembra solo un esito possibile delle umane cose, la fine di un amore come di un altro. La chimica mi aiuta dove può a stare sereno, e se il pallone ha un qualche motivo di utilità, al momento si può dire che è una delle due o tre cose che mi fanno stare al mondo. Sono sempre più convinto che A. l’abbia fatto per le telecamere: è sempre stato un bravo attore, del resto, e gli è andata bene così. Ha avuto e sta avendo pure lui la sua ribalta. Io sono quello che è finito su youtube per un bacio in bocca un po’ troppo pronunciato. Quello che il giorno dopo si è tagliato le vene perché gli hanno gridato in mondovisione “che cazzo fai, frocio di merda?!”. Quello che ora fa qualche soldo con i giornali di gossip, a cui rilascia interviste non in nome della tolleranza di genere, ma perché “ben informato” su certi aspetti interni al mondo dello sport.

Il giorno in cui ho scelto di tornare a giocare, più o meno un anno e mezzo dopo il fatto, vennero a intervistarmi. Ricominciavo in Svizzera, in un campionato con aspettative diverse e molta meno pressione. Rescissi a fine stagione, andando in Serie C. Privo di motivazioni, ho cercato di fare in modo che il mio dolore trapelasse il meno possibile. I quindici chili in più se ne andarono solo a metà, e le mie prestazioni calarono in termini di minuti e concentrazione. Ero diventato un cartellino ingombrante e non avevo mercato, a meno che non avessi scelto campionati di valore insulso. Insomma, tra i pro era finita.

Non so se da allora sono risorto, ma so che fa tutto un po’ meno male. Non so se sono uno tosto, come mi avevano detto, o se ho carattere, ma so che è passato del tempo. So che quest’anno è l’ultimo, che i ragazzi dovrebbero migliorare nelle diagonali e che il nostro trequartista dovrebbe osare di più, perché sull’ultimo passaggio ha un gran potenziale ma non se ne rende conto. So che ho abbastanza soldi per poter vivere in pace da qui ai prossimi venticinque anni. Che siamo a trentotto, e l’anno prossimo alleno. Sicuro.

lunedì 14 dicembre 2015

Il calcio e il paese. Appunti di una storia sportiva sulla lunga durata


Il calcio, come tutti i fenomeni umani, ha una propria storia e una propria genesi e, come tutti i fenomeni umani, è stato plasmato e modificato. Conosciamo i luoghi - fisici e umani - in cui il calcio è nato: i college inglesi dell’Ottocento, l’élite che li popolava. Conosciamo anche le organizzazioni e i gruppi di potere che sono ad oggi in grado di influenzare e in certa parte mutare il mondo del calcio; d’altronde, in generale, non è cambiato molto dalla metà dell’Ottocento. Il calcio, una volta definito, si è rivelato molto efficace e in grado di spandersi da sé in tutto il mondo, o quasi, e fra tutte le classi sociali.
Non c’è dunque molto da dire su come il calcio abbia reagito e si sia adattato al mondo; è più interessante parlare di come il mondo, che pure esisteva da un po’ e che aveva assunto di suo forme indipendenti e tradizionali, in grado di vivere benissimo anche senza il gioco del football, abbia risposto all’introduzione di quest’ultimo. Ma non possiamo parlare del mondo, né, ad esser giusti, del continente in cui pure il calcio è nato, cioè l’Europa, e neanche, in effetti, delle singole nazioni europee. Ci riferiremo perciò, se non dà fastidio la formula staliniana, al calcio in un solo paese, ove per paese si intenda - e intendiamo proprio quella, per comodità di indagine e per conoscenza diretta - una singola cittadina della provincia marchigiana.

(tutte le foto da www.arcevia1964.it)

Tempi

Non è chiaro, per mancanza di fonti dirette, quando il calcio sia arrivato nell’isolata cittadina di alta collina che costituisce l’oggetto della nostra indagine. Certamente non può esser giunto come diretta conseguenza di contatti con i possessori primigenî dell’arte pallonara, ossia quegli inglesi che al massimo toccavano Ancona, lasciandovi in effetti ai primissimi anni del secolo la muta rossa, uguale a quella del Liverpool, che da allora contraddistingue anche la squadra del capoluogo marchigiano. Non c’è motivo di ritenere, viceversa, che simili contatti siano mai avvenuti con l’entroterra; si dovrà perciò ritenere che il calcio sia apparso come conseguenza di una popolarità autoctona, che può benissimo risalire al fascismo, alla sua vaga e operettistica esaltazione del diporto e dell’esercizio, ma soprattutto a quella stagione di trionfi che furono gli anni Trenta per la nazionale azzurra. D’altra parte, di nuovo, non è solo la sempiterna marginalità delle Marche, e l’assenza di prove positive, a far credere che neanche durante il fascismo il calcio sia riuscito a imporsi in maniera significativa nell’alta vallata del Misa; il fatto è che mancava del tutto, in una società rurale composta di mezzadri e padroni, divisa dunque fra proletari e possidenti nobili o che tali si ritenevano e che come tali vivevano, quella classe che ha inventato ed esportato il calcio, e che ne ha mantenuto molto a lungo il possesso (almeno fino a che ha retto il dogma del dilettantismo): ossia la borghesia commerciale e impiegatizia. In altri termini, è plausibile che il calcio, questa creatura del secolo decimonono e della sua nuova trionfante classe dirigente, non abbia potuto sopravvivere, o anche solo far la propria comparsa, in una realtà ancora ferma, quanto ai rapporti di potere, al secolo diciassettesimo.
Probabile perciò che il calcio in paese sia figlio della modernità, della libertà, e in particolare di quella ubriacante e nuova libertà che si è chiamata scalata sociale: finita la guerra, arrivano pian piano le riforme rurali (e intanto la terra si svuota delle sue troppe bocche; scendono a valle, partono per Roma o Milano, vanno in Belgio e in Lussemburgo a rubare carbone alla terra), si instaurano altrettanto lentamente, ma con decisione e quasi con arroganza, decisi a non cedere mai più il passo, nuovi rapporti. Nascono anche nuovi impieghi, e con essi il tempo libero e il bisogno di farne qualcosa. La squadra del paese nasce ufficialmente negli anni Sessanta; ma dove il secolo arrivava prima, ad esempio nelle miniere che hanno le regole dell’industria e non quelle dei campi, il calcio è già arrivato da qualche decennio, con le squadre aziendali e dopolavoristiche. Può darsi - ne abbiamo solo voci, non fonti certe - che siano sorti già negli anni Cinquanta brevi sodalizi legati ad associazioni o circoli politici: anche qui, comunità e gruppi tenuti assieme da logiche nuove, che avvertono la necessità di rappresentarsi e celebrarsi attraverso lo sport popolare per eccellenza, anzi attraverso lo sport del secolo.
In sintesi, il calcio è sintomo, simbolo, e insieme conseguenza, di tutta una serie di mutamenti, anzi di rotture, che avvengono in maniera rapida e improvvisa (almeno in termini relativi) e che pongono fine con brutale efficacia a secoli di sostanziale immobilità. Il calcio è la politica delle fazioni, della democrazia; è l’associazionismo laico e clericale; è il tempo di riunirsi e divertirsi che adesso chiunque possiede; sono i nuovi media - la radio, i giornali, presto la tivù - che raccontano lo sport, la Serie A, i miliardi di lire buttati nel calcio dai presidenti innamorati di una squadra e della propria immagine.


Modi

Tutto è cambiato. Questa affermazione, che sembra iperbolica, è invece quasi sciocca, pleonastica, se si osserva - e siamo ancora in anni vicini a quelli in cui avvengono questi mutamenti - quanto poco la realtà all’inizio del Novecento somigli a quella non diciamo della fine del secolo, ma già degli anni Sessanta e Settanta. Eppure, se l’economia e la società possono capovolgersi quasi di colpo (prendiamo l’istituzione mezzadrile: dominante, onnipresente per secoli, essa semplicemente scompare nel volgere di qualche anno), non può valere lo stesso per le persone che si trovano a vivere in mezzo a questi mutamenti. I vecchi contadini, tanti dei quali sono vivi ancora oggi, e che dunque in quegli anni non erano in nessun senso anziani o incapaci di cambiare, non tifano nessuna squadra; la domanda che venga posta loro in questo senso è, prima ancora che destinata a nessuna risposta, assurda. Nella forma mentale di quella generazione, nata in quella che era stata l’eternità dei propri nonni e bisnonni e trisavoli, non c’è spazio per il concetto stesso di un gioco che spesso neanche si pratica e che invece si ascolta e si guarda e per cui appassionarsi a distanza. Gli innamoramenti platonici, per questi uomini, si riversano semmai su altri oggetti, e le passioni sono molto più carnali e vicine di un hobby da travet.
Eppure qualcuno di questi vecchi tifa, sia pure con le maniere distaccate ed educate apprese al tempo. Chi ha lavorato in fabbrica, chi ha viaggiato in qualche estero urbano, ha una squadra del cuore; un altro ha fatto il militare a Bari ed ha assistito per puro caso a una partita dell’Italia in cui gli azzurri schieravano l’ossatura del Grande Torino, e da allora tifa granata. Sono casi destinati a rimanere nelle chiacchiere e nella mitologia paesana, quando nei decenni successivi tutti parleranno di calcio in piazza e tutti sosterranno, con rarissime eccezioni, una squadra strisciata.
In altre parole, al rapporto romantico e in fondo occasionale con il calcio, tipico della generazione più anziana, si sostituisce l’adesione vera e propria da parte dei giovani cresciuti o comunque formatisi nei tempi moderni. Il calcio assume una centralità non solo nel discorso pubblico, ma perfino nei pensieri di chi vi ha per così dire aderito, che noi ben conosciamo e che a noi appassionati - di nuovo, in senso modernissimo - pare normale, ma che è incomprensibile e ridicola per i rimasti al regime antico. La differenza fra i due approcci ricorda un po’, e non è una somiglianza casuale, quella tra il primo calcio degli inglesi e dei borghesi e il nuovo pallone di tutti, a cui tutti giocano e di cui tutti parlano.


Alle reden von Fußball*

Non bisogna credere tuttavia che la mania del calcio, perché difficilmente si può definire altrimenti una “passione” che acquista in poco tempo una tale centralità, si affermi senza resistenze o cancelli del tutto i modi lenti e silenziosi forgiati da secoli di immobilismo. Resiste invece un certo genere di moderazione per cui, nella realtà, più che parlare di calcio, ci si riferisce al calcio per parlare. Il calcio costituisce, in altri termini, un argomento di conversazione, soprattutto nei luoghi dedicati (il bar, l’ufficio, la ricreazione scolastica); avere un’opinione vaga, ma tanto più decisa, diviene rapidamente un obbligo di conformismo sociale. Può darsi che anche qui si veda il trionfo del modello borghese di società: sono gli attributi e gli hobby di questa particolare classe sociale, infatti, ad essere obbligatori e usuali per tutti.
In questo senso, parlare di calcio è, socialmente, uguale a parlare del tempo; e non è un caso che, con l’accresciuta velocità delle cose moderne, gli anticonformisti, i giovani ribelli, quelli che fuggono dalle gabbie borghesi, finiscano per odiare il calcio in segreto o, nell’eterna giostra dei conformismi che si inseguono, per ignorarlo ostentatamente. Questo avviene già nel 1968 - diciamo l’anno per significare un periodo -, cioè a una ventina di anni scarsi dall’inizio, almeno in provincia, della vera e propria popolarità del calcio.
Ma torniamo alla nostra cittadina murata, abbandonando i discorsi troppo generali. Dentro a quelle mura, tra i vicoli di pietre e mattoni ancora vivi e popolati, l’abbiamo detto, negli anni Sessanta e Settanta la gente parla di calcio, senza saperne davvero molto e senza vibrare di una reale passione: d’altronde, come allargare le proprie competenze? Si leggono i giornali, si guarda quel poco calcio che passa in tivù, ma per il resto? Le grandi squadre giocano troppo lontane… Parlare di calcio significa quindi ripetere delle formule, per i più.
Altri, tuttavia, sviluppano un vero amore per il calcio; anzi, due tipi diversi. Ci sono i maniaci delle grandi squadre (in genere, di nuovo, una strisciata), i quali seguono i propri beniamini nelle partite relativamente vicine o addirittura a Milano o Torino; anche se questa fattispecie si allargherà soprattutto dagli anni Ottanta, con i progressi del benessere e dell’edonismo, quando diventerà normale che i residenti della provincia, anche della nostra piccola provincia marchigiana, possiedano abbonamenti di compagini del Nord. E ci sono soprattutto, nel piccolo mondo sempre meno antico, i veri e propri appassionati, quelli che vogliono trapiantare il calcio localmente. Costoro fondano il sodalizio cittadino, che per eccesso di passione e scarsità di competenza fatica a sollevarsi dal più basso livello regionale; inoltre organizzano scuole calcio e ne portano in giro la domenica mattina gli allievi, scarrozzandoli per la provincia e guadagnando l’eterna gratitudine dei genitori (non perché stiano facendone dei calciatori e dei futuri ricchi - all’epoca, almeno in Valmisa, non si crede a queste scemenze -, bensì per il prezioso tempo donato). È grazie a questa indubbia utilità e benemerenza sociale che questi personaggi si fanno perdonare la propria stranezza, ossia il parlare di calcio sapendone davvero qualcosa e soprattutto il fare calcio, l’azione in prima persona che è altrimenti ancora vissuta come stravagante. In generale, e non solo sul calcio, quest’angolo di Marche è ancora ritroso e timido.

* Ossia, tutti parlano di calcio. Ci siamo permessi di parafrasare quell'Alle reden vom Wetter ("tutti parlano del tempo") che, con la conclusione Wir nicht ("noi no"), costituisce uno degli slogan più fortunati del Sessantotto tedesco.


Appartenenze

Si dice, certamente, con delle ragioni, che il calcio è identità, appartenenza. Molte storie, generalmente raccontate o raccontabili con tono romantico, paiono provare questa affermazione. Ma che identità può avere il calcio in una cittadina delle Marche, in cui è giunto tardi e in cui non vanta radici o interpretazioni locali? Che appartenenze può generare?
Non c’è molto di razionale, se lo chiedete; si tratta sovente di simpatia ereditate su base familiare o dovute alle vittorie in un dato periodo, sicché la grande maggioranza del tifo è diviso fra le tre strisciate. Restano fuori, come accennato sopra, i pochi vecchi che tifano per i miti della propria gioventù e gli eccentrici che si sono scelti la Fiorentina o il Torino (nelle generazioni più mature), la Sampdoria, la Roma, la Lazio, perfino l’Hellas Verona (fra i più giovani e i giovanissimi). Per quanto riguarda quel particolare e più profondo tipo di fanatismo calcistico che è quello di chi frequenta con regolarità lo stadio e sviluppa quindi una identificazione sentimentale, esso è quasi assente, per la semplice assenza di stadi di una certa categoria frequentabili nei dintorni; solo molto tardi e con numeri limitati sorge una militanza nella curva o nelle tribune di Ancona, quando i rossi dorici si riaffacciano dopo decine di anni alla serie B o in ogni caso a una C da protagonisti. Si ha allora, ma sono già gli anni Novanta, un pallido riflesso nella montagna celtica di ciò che è stato il movimento ultras (non vogliamo definirlo o giudicarlo qui; si prenda solo atto della sua esistenza) in tante altre città della provincia italiana. Ma resta la memoria di altri appassionati che, a suo tempo, andavano ad Ascoli, a Perugia, a Cesena, per vedersi la serie A; accanto alla simpatia per la squadra della provincia non si ha, sempre per motivi di antico buonsenso, la crescita di parallele rivalità, che non avrebbero senso quassù.
Calcio e identità potrebbero invece, in teoria, amalgamarsi molto bene nelle vicende della squadra locale; ma in realtà le sue limitate fortune sportive, e la curiosa assenza di veri e propri campanilismi in questa cittadina particolarmente isolata e senza un’inimicizia storica che possa creare un derby, fanno sì che il sostegno popolare, pur diffuso, si mantenga sempre tiepido e quasi distaccato. Forse negli anni Sessanta e Settanta c’è un maggior trasporto, in decenni cioè in cui il calcio neogiunto si muove in un’aria ancora antica, quella di un campanile e di un orgoglio paesano che poi sparirà nel progressivo e rapido allargamento del mondo e delle menti. Ma anche questa è quasi solo un’ipotesi, sostenuta da pochi dati non conclusivi.
I bambini, che sono razionali per eccellenza nella loro assoluta mancanza di contestualizzazione, risolvono la questione descritta fin qui - possiamo confermarlo personalmente, essendo stato chi scrive uno di quei bambini - con la formula per cui si tifa, o almeno si proclama di tifare, “Milan (o Juve o Inter), Ancona, Arcevia, Italia”. È la shahada del calcio paesano, questa, una dichiarazione programmatica, se si vuole; con, ovviamente, scarse conseguenze sulla realtà, ma che dice parecchio su un modo di ragionare per nulla limitato, e forse nemmeno collegato, al pallone e allo sport.


Luoghi

Ma il calcio non è soltanto discorsi fatti o letti o sensazioni o identità o, insomma, pensieri più o meno inconsistenti. Il calcio è, prima di ogni altra cosa, un gioco, e come tale ha bisogno di spazi in cui essere giocato.
Esistono, in questo gioco che è anche uno sport, due generi di spazi. I primi sono quelli ufficiali: il campo di grandezza regolamentare è raro e prezioso, e non ci si scherza su. Probabile che il primo campo “grande” sia stato creato in campagna, a una certa distanza dal capoluogo comunale, sempre in quegli anni Sessanta o tardi Cinquanta in cui sono nate le prime squadre (o, quantomeno, si sono organizzate a livello dilettantistico). Il campo sportivo “cittadino” sorge quantomeno un decennio più tardi, ed è un’opera di tutto rispetto. Non è che ci sia d’altronde abbondanza di spazi pianeggianti o spianabili, a 500 metri e più d’altitudine e su terreni rocciosi; ma sarà poi quell’altitudine a fare di quel prato sempre ben curato un’attrazione per squadre anche di un certo livello, più in là, negli anni ’80. Così gli appassionati e i semplici curiosi si godranno, senza muoversi di casa, il Rimini di Sacchi o il Perugia di Agroppi; e ancora la mia generazione, che in quel periodo cominciava a calciare un pallone e che non andava ancora a scuola, ascolterà racconti riguardo a quelle squadre e a un mitico triangolare tra Ancona, Jesina e Dinamo Mosca.
Di suo, tuttavia, il campo sportivo non ha molto da raccontare: c’è troppa serietà e troppo rispetto intorno a quel manto. Noi bambini ci entravamo solo durante le lezioni di calcio, negli inverni secchi e freddi di quelle parti, con le nostre scarpe nere coi tacchetti e quei palloni giganti che faticavamo perfino a tenere in mano, pensate un po’ come potessimo calciarli.
Più interessanti sono i campetti in cui il calcio si faceva calcetto e il calcetto si faceva tedesca, tiri in porta, semplici passaggi, o quel che veniva in mente al momento. C’era prima di tutto la pista in cemento del parco cittadino, evidentemente non pensata per il calcio e su cui, pure, quasi sempre e solo a calcio si giocava; con il grave inconveniente dell’assenza di porte, sostituite da sassi, rami o pezzi di ferro, per cui, per maggiore sicurezza del gol, conveniva mantenere la palla rasoterra (e questa circostanza, unità alla velocità del cemento, può spiegare una certa deriva fin troppo tecnica delle partitelle locali). Quando si voleva giocare in maniera più professionale, dunque, ci si dirigeva in uno dei campetti delle frazioni, muniti di porte e reti, probabilmente in ossequio a qualche misconosciuto principio socialdemocratico seguito dalle giunte di sinistra negli anni della loro costruzione. L’epoca dei campi in sintetico e dei soldi per giocare era ancora di là da venire.
C’erano invece, soprattutto finché l’infanzia non si faceva troppo adolescenza, altri terreni rimediati: c’erano i prati veri e propri, con le porte costituite da alberi e dunque necessariamente non coincidenti fra loro; così come si ricordano distintamente partitelle piuttosto tirate nella parte interna, quadrangolare, di un chiostro medievale posto nel centro del paese, giocate senza portieri, data la ristrettezza degli accessi, utilizzati dunque da porticine. Una di queste partite, chi scrive lo ricorda con precisione, fu dominata dalla notevole classe di un ragazzino figlio di un emigrato in Belgio, tornato per l’estate o per la Pasqua; e chi scrive ricorda anche, sempre con certezza, il dialetto antico del belga, un dialetto di veni o trent’anni prima, ché nel Limburgo la parlata non si era evoluta e non aveva subito gli assalti della televisione e della moderna scolarizzazione. Forse anche su questo si potrebbe tentare un’analisi, o stabilire qualche paragone, ma non sappiamo come e in che senso. Ci piace solo, e non è per sciocca nostalgia, rievocare quel chiostro e quelle parole disusate. Possibile, ma neanche questo è assodato, che al povero bambino belga gli altri chiedessero del Malines. E lui, magari, ci avrà anche risposto; nel caso, in marchigià.


Infine

Questi appunti non vogliono dimostrare nessuna tesi; si accontentano di tratteggiare, del resto in maniera incompleta e a larghe pennellate russoviane (nel senso del Doganiere), il quadro di un incontro. Non sappiamo, in effetti, cosa concludere riguardo al calcio in un paese, nel nostro paese; ci pare però doveroso testimoniare al riguardo. Oggi, per molti versi, il paese non esiste più, visto lo spopolamento e il generale allargamento dei confini, reali o immaginari, che ha fatto sì che quella che era stata per molto tempo la mentalità specifica di un luogo si svuotasse di senso. In un certo senso, l’arrivo del calcio ha coinciso - non certo per sua colpa - con l’inizio della fine di quel mondo; e il calcio stesso, aspetto particolarmente importante e gradevole della civiltà del benessere che ha segnato il secondo dopoguerra, ha accompagnato quel movimento storico. Il paese, in un certo senso, è passato da secoli in cui era vivo ma non sapeva e poteva gioirne a un’età più ristretta in cui, morendo, si è sentito finalmente vivo e felice. E il calcio è stato la piccola e innocua morfina di una comunità.

martedì 10 novembre 2015

Alena, Alenitchev. Questi russi, stupendi e inutili


Un pomeriggio di maggio torno in treno da Padova, dove ho presentato il libro sull’Europa Calcistica su e giù per il Brenta, e neanche arrivati in zona Finzi-Contini mi sono già innamorato di una ragazza dall’aria trasognata seduta dall’altro lato del vagone. Fermi in stazione a Bologna approfitto della prematura dipartita della sua vicina per sedermi, con uno stratagemma affinato negli anni, al suo fianco. Ascolto i Beach House, vedo l’Appennino scorrere sfocato dietro al finestrino, sento la sua presenza delicata e mi dico che almeno, questo viaggio, prima di scolorire nei toni nostalgici del futuro mai vissuto, mi ha regalato qualche istante di felicità.

I capelli biondo cenere le svengono svogliatamente sulle spalle. Il broncetto malinconico mi fa pensare a Julie Delpy. Ha caviglie sottili prerivoluzionarie e nike basse color melograno. Alena è di Mosca ma sembra francese, forse perché il suo lavoro è convincere i russi a fare le vacanze in Francia. L’estate prossima, con gli Europei, avrai un sacco da fare, le dico. Mi guarda come se pensasse: ma che ne so, può essere. Poi mi sorride. 

I suoi cambi d’espressione non invitano alla logica. 

Passata Firenze mi racconta che viene da Venezia, dov’è andata a vedere la Biennale. Da sola. Adora l’arte contemporanea. Ora però se mi sembra disperata è perché disperata lo è davvero. Per colpa di un vaporetto ha perso l’aereo e sta cercando disperatamente di raggiungere il suo volo delle nove a Fiumicino. In treno. Un treno che arriva a Termini alle otto. Non ce la farai mai, le dico, ringraziando la mia buona stella. Ma comunque ti aiuterò, aggiungo. E così faccio, nella desolazione serale della stazione Termini. Dal finestrino del Leonardo Express mi saluta con la mano e mi assicura che non dimenticherà mai quello che ho fatto per lei. Anche io non ti dimenticherò, non le rispondo.

Tornando a casa penso che non la vedrò mai più. Così come non vedrò mai più un gol malinconico come quello di Alenitchev che vidi insieme a mio padre e a Federico Olivo al Penzo di Venezia. Era una domenica di quindici anni fa e quel russo segnò un gol stupendo in una partita inutile, e viceversa. Questi russi, stupendi e inutili, penso. Come Alenitchev.

Alle cinque mi sveglia un suo messaggio sul telefono. Sono arrivata a Mosca e lo devo solo a te. Ci scriviamo mail deliziose per due mesi. In francese. Un casino. A metà luglio, alla Alenitchev, provo un dribbling da ultimo uomo: ti va di andare insieme al mare? Dove vuoi tu, purchè non sia nero, mi fa lei. Dove vuoi tu, purchè sia la prima volta per entrambi, faccio io. La settimana dopo passeggiamo tutta la sera per le vie profumate di buganvilla di Cagliari. Come in Prima dell’alba, non smettiamo mai di parlare. Per tre giorni, ahimé, non smettiamo mai di parlare. Allora litighiamo, le faccio una scenata, la chiamo Murmansk, come le fredde scogliere, prendo la macchina e guido da solo a fari spenti fino alle dune di Piscinas. Un cervo mi taglia la strada e rischio di schiantarmi tra le rovine delle miniere. Decido che non tornerò più a Cagliari ma mi farò ospitare per la notte ad Arbus da un amico. Alle cinque Alena mi manda un messaggio. Mi manchi. Dopo due ore, con la macchina piena di sabbia, sono di nuovo sotto casa sua. La sera non smettiamo di parlare, passeggiando a piedi scalzi al Poetto. Murmansk sembra così lontana. Rientriamo in macchina. Altra sabbia. Torniamo nella città vecchia. L’accompagno davanti casa. Lei sfodera un altro di quei mezzi sorrisi incomprensibili ma non mi invita a entrare nel suo freddo airbnb. Il giorno dopo mi sveglio presto e passo la mattina sul terrazzo a guardare i fenicotteri. Non la voglio più vedere. Questi russi, stupendi e inutili, penso. Come Alena.


Vuoto di tre mesi. Dieci giorni fa sono sullo stesso treno che collega Roma al civile Veneto, ma in direzione opposta. Vado a Venezia. A vedere la Biennale. Da solo. Alzo lo sguardo dal giornale e mi accorgo che dall’altro lato del vagone c’è una ragazza che legge un libro. Riesco solo a decifrare i caratteri sulla copertina. È cirillico. Alzo il volume dei Beach House e prego Dio che l’arte contemporanea le faccia schifo…    

* * *
Questo racconto è il primo di una lunga serie di presentazioni dei paesi che disputeranno l'Europeo in Francia l'estate prossima. Ma non li troverete qui, o almeno non sempre: sono racconti che nascono parlati, perchè nascono per e sulle frequenze della milanese Radio Popolare, in una rubrica immaginata e ospitata da Dario Falcini nel suo programma bellissimo del lunedì mattina, Olio di Canfora. La puntata sulla Russia è andata in onda il 9 novembre, e la potete ascoltare qui (al minuto 20).  

giovedì 24 settembre 2015

Una sarabanda infernale: la storia del primo calciatore di colore del campionato italiano


Siamo nell’ultima fase della Seconda Guerra Mondiale, in primavera l’Armata Rossa entrerà a Berlino con lo sfaldarsi delle divisioni fantasma del Volkssturm, la milizia popolare nazionalsocialista, frettolosamente riunita da Hitler negli ultimi mesi di agonia del Terzo Reich. Anche l’Italia è diventata un territorio di guerra, anche se il Sud Italia si era liberato dall’occupazione da più di un anno. Napoli non era stata ridotta a cenere e fango e, con le strade spalancate dall’insurrezione delle Quattro Giornate, l’esercito angloamericano era potuto comodamente entrare in città il primo ottobre del 1943. È in questa Napoli, per i cui vicoli girano ancora i soldati americani con le Lucky Strike nel taschino e la Colt M1911 d’ordinanza, che accade un fatto strano: nel reparto maternità dell’ospedale Loreto Mare le ostetriche e le suore iniziano a correre verso una camera, qualche medico le segue e intorno a un letto si forma in breve tempo un capannello di persone incuriosite. Una donna ha appena messo alla luce un bambino. Il problema è che questo bambino è di colore. Di certo lungo il golfo non si è mai visto prima nulla di simile e mentre qualcuno grida al miracolo, altri, con i piedi molto più per terra, capiscono al volo le premesse delle faccenda: la criatura non è figlia di un napoletano ma di un soldato americano. Il caso vuole che in quei mesi il direttore amministrativo dell’ospedale sia Edoardo Nicolardi che, nonostante ai più non suggerisca nulla, ha un palmares di tutto rispetto, essendo l’autore di alcune delle più belle canzoni napoletane del Novecento. L’occasione è ghiotta e lui non se la lascia sfuggire: prendendo ispirazione dall’avvenimento scrive il testo della Tammurriata Nera, una canzone in cui una sorta di coro greco ironizza sul futuro che aspetta al neonato, napoletano per nascita, ma con un colore della pelle che lascia intendere tutt’altro: ca tu 'o chiamme Ciccio o 'Ntuono, ca tu 'o chiamme Peppe o Ciro chillo 'o fatto è niro niro, niro niro comm'a cche?

Ma in quel periodo a Napoli non giungevano solo soldati americani: le navi provenienti dall’Atlantico tornavano ad attraccare il Molo Angioino, La Pietra o lungo la Darsena di Levante. Proprio in questo periodo nebbioso e poco mediatizzato, anche il primo giocatore di colore (mulatto per la precisione) approda nel campionato italiano. Si chiama Roberto Luis La Paz, uruguayano, classe 1919. E queste sono le uniche informazioni disponibili sul suo conto, prima del trasferimento in Campania. (Com’è facile immaginare non esiste un La Paz best skills su Youtube con tutte le sue giocate a ritmo di house; ma neppure le statistiche che testimoniano le sue capacità realizzative o la sua tenuta atletica). È un attaccante e questo almeno sembra assodato. Come garanzia della sua bravura ci sono le parole di Miguel Andriolo Frodella, per l’anagrafe italiana Michele Andreolo, campione del mondo 1938. L’oriundo, che aveva visto giocare questo funambolico gigante in una squadra locale (1 metro e 85 d’altezza, per 84 chili: un colosso per gli anni Quaranta), lo convince ad attraversare l’oceano con poche parole: Cosa troverai in Italia? La stessa miseria che c’è qui, ma almeno lì chi gioca a pallone non muore di fame.

Il piroscafo che trasporta La Paz approda a Napoli nell’estate del 1946 con queste vaghe premesse. Il calciatore firma il suo primo contratto italiano nella curiosità generale. Non ha idea di cosa lo aspetti, tanto meno il calcio nostrano sa cosa aspettarsi da lui. Fa il suo esordio con la Frattese, che in quegli anni, nonostante militi in Serie C, ha la fama di ammazza grandi grazie a un paio di fortunate amichevoli estive, 4 a 1 sul Milan e 1 a 0 contro la Juventus. Il campo di Frattamaggiore è stato infatti risparmiato dai bombardamenti e le grandi del Nord ne approfittano per riscaldarsi in vista delle partite ufficiali nel Meridione. Per arrotondare lo stipendio, La Paz guida i camion: di certo, come gli aveva promesso Andreolo, non muore di fame, ma ha bisogno di soldi per condurre lo stile di vita che desidera, scandito da cene sfarzose in compagnia di donne affascinanti. Dopo la prima stagione alla Frattese, che chiuderà all’undicesimo posto, si trasferisce al Napoli. Dell’anno trascorso in provincia non si hanno informazioni, ma verosimilmente non lascia il segno, dato che a poco a poco il suo nome scompare dalle formazioni titolari. Nella nuova città la sua fama (di donnaiolo) lo precede e così viene dato ordine al custode dello stadio di chiuderlo a chiave nel suo appartamento del Vomero dopo le dieci di sera. La Paz però non è un tipo che si può facilmente tenere a bada e riesce comunque, in qualche modo, a calarsi giù dalla finestra ogni sera. Neanche a dirlo, le prestazioni risentono della sua incapacità di mantenere un profilo professionale: il fisico statuario e la carnagione scura sono merce rara nelle balere in cui le donne napoletane cercano di dimenticare la miseria post-bellica, e così il gigante mulatto diventa un’attrazione irresistibile. Anche i giornali e i tifosi sono colpiti più per le movenze da negretto che per le sue prestazioni, negativamente condizionate dalle notti di festa, ma la gente è comunque convinta che con un maggiore dosaggio delle proprie energie La Paz potrebbe diventare effettivamente un grande campione.



Non a caso in qualche sporadica occasione La Paz riesce a dimostrare il suo talento lucido e spettacolare. Primo su tutti uno storico 5 a 1 sul Modena, che fino a quel momento era tra le difese migliori della Serie A, il 7 dicembre del 1947. Sedicimila spettatori e un milione di lire di incasso per una partita finita tra il punteggiare luminoso di mille e mille fiammelle sugli spalti, che tradotto sta per torce fatte con la carte dei giornali, un pirico prodromo di fumogeni e bombe carta. La partita è un lungo assedio del Napoli che genera una valanga di azioni offensive, vomitate a getto continuo verso la rete di Corghi, con La Paz a fare da mattatore. I partenopei si lanciano verso la porta modenese con l’impeto travolgente di un ariete che si abbatte su un uscio sprangato e in area si balla una sarabanda infernale. La Paz non va a segno ma gioca una partita magistrale: costruttore inimitabile di tutte le azioni del reparto, con quelle gambe da stambecco, con quella andatura dinoccolata e sconcertante, con quei suoi movimenti e quelle sue finte col corpo che ti danno l’idea di un dinamico “Boogie-Woogie”, sventaglia a destra e a sinistra una quantità enorme di palloni preziosi. Due o tre giocatori modenesi per volta votati alla sua guardia sono “bevuti” con una continuità impressionante e molto spesso ricorrono a falli per tenerlo fermo. Un talento bello e tenace a cui vengono affidate le chiavi della manovra offensiva napoletana, ma che nelle ultime battute mostra evidenti segni di stanchezza, monito che la forma fisica non è di certo delle migliori e non per infortuni o per i carichi atletici eccessivi. Dopo questa partita La Paz sembra un talento in via di consacrazione, ma una serie di panchine e di prestazioni opache lo etichettano come il più classico degli oggetti misteriosi, relegandolo insieme a quei talenti persi nei vizi prima ancora che tra i difensori avversari.

Torna titolare nella partita cruciale del campionato, una Inter-Napoli che per i partenopei vuol dire salvezza o retrocessione. Probabilmente la sera precedente La Paz riesce a tenersi a bada e il suo rientro ridesta la capacità del quintetto offensivo: il mulatto dà spettacolo, trattando la palla da par suo e lanciando i compagni di linea verso la porta, con quel suo gioco preciso, pulito e intelligente. L’uruguayano mette in rete anche il biglietto per la permanenza in Serie A; ma l’arbitro lo annulla per carica sul portiere. Non ci si può affidare alla moviola ma l’episodio fa molto discutere: su una palla alta saltano contemporaneamente Franzosi (portiere dell’Inter) e Di Benedetti (che chiuderà la stagione con 13 reti, miglior realizzatore del Napoli). Il portiere sembra bloccarla, ma gli sfugge dalle mani e rotola sul piede di La Paz, che la appoggia in rete delicatamente. L’arbitro prima fischia e corre verso il centrocampo: La Paz ha cambiato le sorti della stagione e per quei pochi passi di Bonivento fuori dall’area di rigore è un eroe. Poi però l’arbitro torna indietro e annulla il gol salvezza: il destino dell’attaccante non subisce la svolta sperata. A questo punto si scatena l’assedio, con La Paz che, avendo indossato per qualche istante le vesti del salvatore della patria, non si rassegna e si carica la squadra sulle spalle larghe: con quel suo passo caracollante avanza, giuoca tre avversari e lancia Di Benedetti che tira ma il portiere gli nega il pari. Il Napoli continua a spingere e nonostante i giuocatori più che al calcio si siano dati alla lotta libera: La Paz cerca di mettere ordine e di chiarire le idee ai suoi compagni. Allo scadere irrompe in area, Franzosi esce alla disperata e il tiro del mulatto è deviato. Probabilmente è una delle migliori prestazioni della carriera di La Paz, una partita che per sfortuna, bravura del portiere e imperizia dell’arbitro poteva essere differente, ma che, con queste variabili contrarie alla sorte dell’uruguayano, non serve alla causa della salvezza napoletana, né tantomeno a gettare una luce diversa sulla sua carriera.

Nel Marzo del 1949, dopo 6 gol in 33 partite e una retrocessione, con il campionato di Serie B in corso, La Paz scompare misteriosamente. Viene ritrovato al campo di allenamento dell’Olimpique Marsiglia e la dirigenza napoletana, tra l’infastidito e lo scioccato, decide di cederlo alla squadra francese. Anche qui La Paz non brilla, otto presenze e due gol; poi due stagioni in prestito a Montpellier e Monaco e il ritiro dalla carriera professionistica, con una montagna di debiti. Di lui non si sa più nulla, neppure se sia vivo o morto.

ps: Negli anni il nome di La Paz è scomparso poco a poco, nascosto da altre storie, vittima di un’epoca che non ha lasciato in eredità molto, se non poche foto, qualche articolo di giornale retorico e ricordi confusi. Oggi il nome di La Paz lo conoscono in pochi, chi non l’ha dimenticato è un gruppo di ragazzi di Parma che ha fondato La Paz! Antirazzista, una squadra il cui scopo è quello di unire lo sport e la battaglia contro il razzismo che, nonostante siano passati quasi sessant’anni da quando il primo calciatore di colore ha fatto il suo esordio nel calcio italiano, sembra che vada combattuta con ancora più forza.

lunedì 14 settembre 2015

Io, Alice e Lorik Cana





La spinta che mi ha appena tirato questo bestione con la t così aspirata da sembrare una caricatura delle caricature fatte sui toscani, neanche l'ho sentita. “Leàthi”, mi dice prima di lanciarmi a tre metri da dove sono, in un punto in cui cadrei, se non fosse che qua sotto siamo in diecimila. Mi ritrovo abbracciato a una settantenne infervorata, che mi respinge via ancora prima che abbia il tempo di chiedermi che cazzo ci fa una settantenne infervorata sotto questa Curva maledetta la sera del 2 marzo, ché qua ci saranno sì e no cinque gradi.
Prima di entrare mi hanno detto che avremmo fatto un gesto di solidarietà per Borja Valero, un madrileno diventato per caso più fiorentino di certi nati in San Frediano, l'uomo più vicino a un simbolo per una città condannata a farsi tradire non appena ne elegge uno. Il lunedì precedente, a Parma, questo centrocampista con la faccia simpatica ha sfiorato la casacca del Signor Gervasoni della sezione di Mantova quel poco che è bastato per beccarsi quattro giornate di squalifica. Quel poco che è bastato per far saltare il fragile coperchio che copre il ribollire di un popolo convinto di essere vittima ma che, molto più semplicemente, non vince mai.

E quindi siamo venuti fin qua, più disperati che incazzati, per starcene stipati sotto la Curva i primi dieci minuti della partita che potrebbe tenerci ancora in corsa per il terzo posto: il Napoli ha appena finito di pareggiare a Livorno, e se vinciamo ci ritroviamo a -4 con lo scontro diretto ancora da giocare. Là fuori si gioca Fiorentina-Lazio, ma la tifoseria è convinta di stare giocando qua sotto, tra le colonne del Franchi, una partita più importante: noi contro il Palazzo, noi contro l'Ingiustizia, noi contro il destino infame e bianconero che ci ha sempre portato via tutto quello che pensavamo di meritarci. E io me ne sto lì, a prendermi le spinte.
La testa mi pulsa come fosse un tamburo di quelli che in Curva non si vedono più. Sono il tìaccacì e quelle birre stappate sempre con meno rabbia e con sempre più rassegnazione che si sono succedute da stamattina. Io me ne sto lì, e non sento neanche lo speaker che prova a svegliare uno stadio grottescamente mutilato delle sue braccia, del suo cuore, dei suoi polmoni. Non sento le formazioni, non sento l'inno, non sento neanche i catartici canti di dolore che si susseguono senza sosta. Sento solo il tamburo nella mia testa.
Perché a me non me ne frega un cazzo di Fiorentina-Lazio, di Borja Valero, del Palazzo, del fatto che non vinciamo mai, di questo pratese con la t aspirata che si atteggia a fiorentino per lavare i propri peccati dinastici.
A me frega soltanto di Alice.
E Alice stamattina è stata chiara, imprevedibile e fredda come sanno essere soltanto certi passaggi nel nulla fatti dai calciatori che amiamo chiamare geni. Ha preso il telefono, ha fatto il mio numero e dopo che le ho pasticciato un pronto ha detto due parole: è finita. Game Over. Triplice fischio su una partita conclusasi a dir bene 0-5, come se non l'avessi già provato cosa significa perdere 0-5.
Il tamburo scandisce il passaggio da una diapositiva all'altra di questo anno e mezzo. Scorrono i suoi sorrisi violenti, le sue malinconie silenziose, il ricordo del mio stupore. Ogni tanto, a forza di scorrere queste immagini, a forza di riavvolgere il nastro di questo anno e mezzo, si insinuano altri pezzetti di felicità, che sommati a quelli di Alice mi proiettano in un panopticon di nostalgia e paure.
Vedo un madrileno con la faccia simpatica, lo stesso che adesso mi costringe qui sotto, superare Mexes e siglare uno 0-2 a Milano che ci dette l'impressione che i tempi della tristezza erano finiti. Vedo lo stesso Mexes segnare a Siena il gol che ci fece capire che invece i tempi della tristezza non finiscono mai. Vedo Cuadrado che prende la palla in area e parte, in un momento eterno, verso il 4-2 che mise per sempre le cose in chiaro: i tempi della tristezza non finiscono mai, ma ogni tanto, per caso, succedono cose di una bellezza maestosa e tremenda.

Le maglie viola e i vestitini di Alice si mescolano, in un crescendo di divagazione temporale. Quando provo ad afferrare un'immagine, e a fermare il tamburo, sforzandomi di ricordare il giorno, il periodo dell'anno, ma mi restano soltanto notti dopo trasferte a Bologna rovinate da un gol di Christodoulopolos, mattine prima di un folle 4-3 casalingo contro l'Hellas, feste di compleanno passate a guardare di nascosto se davvero il giorno seguente sarebbe arrivato a Firenze Berbatov. Il mio tempo con Alice si sovrappone al mio tempo con questa Fiorentina, e mi resta solo un ricordo unico, di una cosa bella, bellissima, e allo stesso tempo capace di fare un male profondo.
Per un attimo si ferma il tamburo nella mia testa. Lo ferma il silenzio improvviso che mi si crea intorno, controcanto del boato scoppiato nel settore ospiti dall'altra parte dello Stadio. Pare che abbia segnato la Lazio. È il quinto minuto. Siamo soltanto a metà della nostra dichiarazione di guerra contro il mondo, e già abbiamo preso gol. Nessuno sa chi ha segnato, nessuno sa come ha segnato, perché ovviamente nessuno riesce a vedere, stretti come siamo tra i corpi e le colonne nella pancia della Curva, Giona moderni, ma c'è comunque qualcuno che urla “l'hanno annullato!”: un gesto assurdo, disperato, d'amore.
Il tempo di crederci e arriva la sentenza dello speaker:
«perlalaziohasegnatoilnumeroventisettecana».
Subito dopo arriva anche la solita fitta che provo quando subiamo gol, ma passa all'istante, sovrastata dal tamburo. Altri cinque minuti di inferno e saliamo sugli spalti, e mentre il tamburo continua a battere, intorno a me è forte la convinzione che adesso, con il tifo presente, la squadra riuscirà a ribaltare una partita nata male anche per colpa di un gesto un po' infantile come lo sciopero di una Curva. Non succede. In realtà non succederà assolutamente niente per gli ottanta minuti più recupero, che io trascorro con gli occhi fissi sul campo e la testa ora in camera di Alice, ora su una collina poco fuori il centro di Cracovia, ora in riva al fiume. La partita finisce 0-1, e insieme a questa e alla storia tra me e Alice, finisce anche la Fiorentina di Montella, che inizia quella sera il suo lentissimo e angosciante declino.



Cracovia è un posto molto bello per ambientarci i vostri ricordi più malinconici


Quando torno a casa, guardando gli highlights, scopro che Lorik Cana da Gjakovë, difensore centrale patriota e operaio, ha deciso di segnare il suo quarto gol nelle sue tre stagioni di Serie A in rovesciata. Più precisamente, replicando un'altra rovesciata fatta da un difensore a Firenze contro la Fiorentina, la Rovesciata Perfetta, la prima immagine religiosa delle nostre vite: la rovesciata di Carlo Parola.
Si interrompe il tamburo.
Di colpo mi chiedo di come sia possibile che Lorik Cana abbia deciso di fare un gol in rovesciata, mentre eravamo a spintonarci sotto la Curva per solidarietà nei confronti di un madrileno con la faccia simpatica, la stessa sera del giorno in cui Alice ha deciso di lasciarmi.
Mi interrogo su quale deve essere il posto del calcio nella vita di un uomo: se deve essere uno svago, se ne deve essere la ragione ultima, se semplicemente è un contenitore di avvenimenti in attesa di farsi dare un significato da persone bisognose di dare dei significati o, forse, se deve essere ciò che scandisce il tempo che scorre in sottofondo e che ci aiuta a ricordare quando sono successe le cose davvero importanti.
Mi sforzo, ma non capisco.
Quella rovesciata di Lorik Cana resta per me una cosa insondabile, mistica e violenta. Come i sorrisi di Alice.

mercoledì 12 agosto 2015

Hop Sion! Storia di un preliminare di Champions alpino

Innanzitutto, la squadra: FC Sion 1909. Il faro calcistico del Vallese, cantone svizzero al confine con l’Italia. Nel bel mezzo delle Alpi, dove risulta difficile anche solo reperire un campo d’erba totalmente orizzontale. Fortunatamente l’amore per il calcio non si ferma ai valichi alpini e non si scoraggia di fronte alla neve. Questa è una delle tante lezioni che ho appreso dalla storia del Sion. Una storia che parla di passione e successi, ma anche di delusione e consapevolezza. Che traccia una parabola, parte dalle retrovie di un campionato trascurabile e arriva fino in Europa, per poi tornare giù. Un biglietto di andata e ritorno purtroppo, ma il piccolo grande Sion riuscì ad arrivare in alto. E nessuno ci avrebbe mai scommesso.
Chi, come me, è nato nei primi anni Ottanta, ha visto il club vallesano trasformarsi. Dalla mezza classifica alla vittoria del campionato, dalla lotta per evitare la retrocessione alla coppa più prestigiosa. Sì, la Champions League, la coppa riservata ai grandi. Magari non proprio la finale, ma i turni preliminari, quelli sì. Non più trasferte a San Gallo, basta derby col Losanna. Dopo le prime vittorie in campionato, nella mia testa di tifoso adolescente c’era spazio solo per la musichetta che apre le partite a metà settimana. Quella che bisognava cantare in falsetto, che sembrava riservata solo a Madrid, Milano, Monaco e poche altre città. Nelle mie velleità di ultras, già sentivo il boato delle bombe carta, già speravo di guardare un’intera partita attraverso la nebbia fitta dei fumogeni.
Fino a quando il destino del Sion non si incrociò con quello del Galatasaray.
Era il 1997, il Vallese contava 250 mila abitanti, lo Stadio di Tourbillon conteneva 20 mila tifosi e in campo non scendevano undici giocatori qualsiasi, ma il Sion degli anni Novanta, pieno age d’or. In quegli anni sulle pagine sportive del Nouvelliste, il quotidiano cantonale più diffuso, c’era spazio solo per due argomenti: d’inverno, Tomba la Bomba, il resto del tempo, l’FC Sion. Durante la breve estate che precedette l’inizio della stagione 1997/1998, nei bistrot vallesani non si parlava certo di obiettivo-salvezza, ma ci si riempiva la bocca di paroloni come “doublet” e “Ligue des Champions”, pronunciato rigorosamente alla francese.


Il presidente del Sion, Christian Costantin, era un folcloristico self-made man locale. Aveva acquistato il club nel 1992 e il suo arrivo ebbe più o meno l’effetto della presidenza Berlusconi per il Milan: una pioggia di titoli nazionali e qualificazioni europee. Costantin faceva sognare, sfrecciava tra Sion e Martigny con la sua Ferrari e quasi ci si aspettava che lanciasse mazzette di franchi svizzeri dal finestrino. Ma, grazie al cielo, il presidente i soldi li usava in un altro modo, sguinzagliando talent scout in giro per l’Europa, contattando procuratori dalla dubbia fama, annusando il sottobosco del calcio mercato franco-afro-brasiliano.
Si presentava allo stadio in maniche di camicia, con il golfino sulle spalle, ai tempi in cui Marchionne stava ancora studiando in Canada. Profetizzava vittorie, litigava coi giornalisti ed esonerava allenatori con una regolarità folle. Il tutto per creare un dream team che esisteva solo nella sua testa, un “Olympique des Alpes” con un budget che era un ventesimo di quello del Cavaliere o dell’Avvocato. Ma i suoi erano pur sempre franchi svizzeri, valuta attraente per definizione, e alla fine venne fuori una squadra niente male. Un caleidoscopio di nazionalità e stili calcistici apparentemente incompatibili, ma con una solida base proveniente dal vivaio vallesano. E i risultati parlavano chiaro.
Tutti dovevano iniziare a capire che il Sion poteva costituire un’eccezione. In terra elvetica il calcio, giocato e non, era fortemente legato alle grandi città, dove, oltre ad esserci un maggior numero di campi pianeggianti, era anche più semplice trovare imprenditori disposti a finanziare i club. La lega nazionale, nonostante la neutrale denominazione bilingue Ligue Nationale/Nationalliga, era poi praticamente monopolizzata dagli svizzeri tedeschi, che si imponevano arrogantemente con squadre dai nomi improbabili tipo Young Boys e Grasshopper. Se si escludevano i successi del Lugano nell’entre-deux-guerres, a farla da padrone erano sempre state Basilea e Zurigo. E proprio Zurigo vantava addirittura due club nella massima serie, caso più unico che raro nella storia del calcio rossocrociato. La Svizzera romanda (quella francese per intenderci) rincorreva, per un periodo con il Servette di Ginevra, poi con il Neuchâtel Xamax. Figurarsi se c’era spazio per un paesone come Sion. I vallesani, si pensava, erano grandi scalatori, ottimi sciatori, buoni per fare la festa a suon di raclette e vino bianco. Meglio che il pallone lo lasciassero stare. Così si pensava. Ma nessuno aveva fatto i conti con un presidente ambizioso e una tifoseria parecchio rumorosa. 



Io, ragazzo italo-svizzero, sperimentavo un delirio calcistico lombardo-vallesano. Vivevo a Milano durante l’anno e mi recavo con una certa costanza a San Siro. Pregavo con dedizione affinché la trinità olandese, che si era sfaldata come la caviglia di Van Basten, potesse un giorno tornare e durare in eterno. Quando gli studi liceali mi tenevano lontano dal Meazza, ero comunque immerso nell’inferno rossonero e accendevo la radio, aspettando di leggere la Gazzetta del lunedì. In Italia si respirava calcio, anche solo aprendo la finestra di casa.
L’estate, però, la Serie A chiudeva i battenti per almeno due mesi. Mentre ai miei amici milanesi rimaneva l’onanismo da calciomercato o le inutili notizie filtrate dai ritiri, lo stato di salute di qualche campione o le scappatelle di qualche giocatore “difficile”, per me si apriva il campionato svizzero. Nella seconda metà di luglio, infatti, i club elvetici scendevano di nuovo in campo, ed io ero in curva ad aspettarli. Adoravo andare a Tourbillon, mi ci fiondavo non appena potevo. Durante le lunghe vacanze estive soprattutto, ma anche a Pasqua e ogni volta che ci fosse un ponte a scuola. Perché lo stadio del Sion non era un mega-impianto simil-sovietico, come quelli che punteggiavano la Penisola dopo Italia ‘90, ma era un luogo dello spirito. Tourbillon è il nome del castello che sovrasta i Gradins nord, la curva dei tifosi biancorossi. Da sempre identificato con la città di Sion, il nome del castello è diventato sinonimo di calcio in tutto il Vallese. Il nome completo è Stade de Tourbillon, per questo non lo si nomina mai con l’articolo davanti, ma sempre e semplicemente Tourbillon. Per me era anche meglio di San Siro, più caldo e accogliente. Al Meazza ero un numero sul biglietto, a Sion mi regalavano i biglietti. A Milano cercavo il settore che mi era stato assegnato, a Tourbillon c’era libertà di movimento. Certo, da una parte c’era il Milan di Capello e dall’altra il Sion di Roberto Assis de Moreira, il fratello sfigato di un allora sconosciuto Ronaldinho. A San Siro si festeggiavano successi intercontinentali, mentre i biancorossi al massimo portavano a casa un sedicesimo di Coppa UEFA, dopo una storica vittoria di misura contro l’Olympique di Marsiglia. Ma tutto ciò non mi impediva di esultare alla stessa maniera sia davanti ai tre scudetti consecutivi del Milan, che alle tre Coppe di Svizzera del Sion. La squadra vallesana, infatti, dopo un primo scudetto nel 1992, riuscì nell’impresa di alzare per tre volte di fila la coppa nazionale a partire dal 1995, concedendosi una doppietta campionato-coppa nel 1997.
Ecco dunque il vertice della parabola. Estate 1997, 13 agosto per l’esattezza. Mentre tutti i miei amici in Italia stavano decidendo a quale falò imbucarsi a Ferragosto, io pensavo solo al Sion, al secondo turno preliminare di Champions. Di fronte c’era un avversario mostruoso: i turchi del Galatasaray. Nel primo turno c’era stata la vittoria schiacciante contro la squadra più titolata del Lussemburgo, la Jeunesse Esch. Praticamente una partitella contro la Primavera, un allenamento. Coi turchi però la storia si complicava parecchio. Non che l’Europa vera non la conoscessimo già, l’anno prima avevamo giocato contro il Liverpool negli ottavi di Coppa delle Coppe. In quel caso più che il prestigio della squadra si temeva il fattore psicologico di dover ospitare una tifoseria da incubo. Ugualmente, non credo occorra dilungarsi sulle perplessità che uno svizzero medio può esprimere verso un Paese con la mezzaluna sulla bandiera, figurarsi verso qualche migliaio di entusiasti rappresentanti in trasferta da quello stesso Paese. In molti erano assai stupiti dal fatto che la squadra di Istanbul gareggiasse in una competizione europea e, come sempre in Svizzera, si cominciò a disquisire con estrema serietà sulla collocazione geografica della penisola anatolica. 



Nella settimana che precedette la partita si formarono, abbastanza banalmente, due schieramenti: gli ottimisti e i pessimisti. I primi, sicuri della vittoria, si concentravano sui giocatori. Tra le stelle del Galatasaray vi erano allora due rumeni, entrambi di nome Gheorghe: Hagi e Popescu. Elementi chiave della squadra del Bosforo, lo erano stati anche della nazionale rumena che ai mondiali USA ‘94 scomparve sotto una valanga rossocrociata. Chapuisat e compagni avevano infilato quattro reti splendide. Ricordo la spropositata esultanza di mio padre, in trance davanti al tv color nel cuore della notte. Secondo un ragionamento bizantino, gli ottimisti credevano che lo spirito guerriero elvetico sarebbe stato risvegliato dalla competizione internazionale e avrebbe permesso di sbaragliare l’avversario turco-rumeno.
I pessimisti invece ricordavano una partita di Champions assai simile: gli ottavi tra il Neuchâtel Xamax e lo stesso Galatasaray, stagione ‘88-’89. All’andata, in casa, i cugini dello Xamax avevano dominato tre a zero, ma al ritorno si ritrovarono nell’Inferno di Istanbul: vivace accoglienza a partire dall’aeroporto fino all’albergo, lancio di oggetti contundenti in campo e falli da galera. Il tutto accompagnato da cori che potevano far crollare lo storico Ali Sami Yen. Finì cinque a zero per i turchi e addio ai sogni europei del Neuchâtel. Alla vigilia della partita del Sion ricordo persino di aver letto un’intervista al giocatore feticcio dello Xamax, tale Adrian Kunz, il quale descriveva la partita di dieci anni prima come il suo personalissimo Vietnam e l’Ali Sami Yen come l’unico stadio in cui temette seriamente per la propria incolumità.
Il ricordo di USA ‘94, ancora vivissimo a differenza di quello sbiadito del Neuchâtel, mi portava nel campo degli ottimisti, ma a partire dalla notte di San Lorenzo una sottile paura aveva incollato le mie viscere. Con questi sentimenti contrastanti mi recai a Tourbillon. Per la prestigiosa occasione decisi di andare con mio padre, che comprò dei biglietti in tribuna centrale e si portò dietro anche mio fratello, allora poco più che decenne. Abbandonai la curva, ma una partita di Champions, pensai, andava gustata da seduti, come un piatto raffinato. Per fare casino ci sarebbe stato il campionato, a partire già dalla domenica successiva.
Parcheggiammo nelle vicinanze di un bistrot, questione di farsi una birra (io), un bianco (mio padre) e una rivella (mio fratello) per arrivare allegri allo stadio. Già percorrendo il breve tratto che separava la città da Tourbillon, ci rendemmo tuttavia conto che l’atmosfera non era delle migliori. Il numero spropositato di poliziotti in assetto antisommossa faceva credere che si fosse finalmente realizzato il più grande timore dello Stato Maggiore elvetico: l’attacco al ridotto alpino. Mi parve persino di scorgere qualche riservista dell’esercito in divisa, non so se richiamati d’urgenza per contenere duemilacinquecento tifosi giallorossi o se, semplicemente, desiderosi di entrare gratis allo stadio. Mio padre si rese conto che avrebbe potuto scegliere un’altra partita per portare allo stadio suo figlio più piccolo, il quale però non sembrava minimamente turbato, ma anzi sghignazzava gridando “mamma li turchi” imitando nostra nonna. 




Arrivati all’ingresso capii che la situazione era disperata. I tanto attesi fumogeni e i petardi c’erano, peccato provenissero interamente dalla curva degli ospiti. Una volta dentro, lo sconforto fu definitivo: gli spalti erano pieni solo a metà. Da tutti definito come l’Old Trafford vallesano, Tourbillon normalmente scoppiava di tifosi. Nella stagione della doppietta campionato-coppa era statisticamente lo stadio svizzero con il maggior numero di spettatori e, per quanto i dati non fossero ufficiali, era senza dubbio lo stadio con la più alta concentrazione di tifosi ubriachi. Anche gli Ultras Sion, nei Gradins nord, erano sottotono. Le bandiere sventolavano stanche e il capo ultrà si era persino dimenticato di togliersi la maglietta. Lo conoscevo bene. Sugli spalti la domenica e carpentiere durante la settimana. Un bravo ragazzo, anche se un paio di cicatrici lasciavano intendere che bisognava stargli alla larga, in particolare il sabato sera. Mi chiamava “le rital”, l’italiano, e all’inizio di ogni stagione si premurava di darmi il benvenuto con un cazzotto nella schiena, sputandomi in faccia che avrei fatto bene a imparare in fretta i nuovi cori. Era il suo modo di esprimere un certo affetto, anche perché rientravo tra i pochi valorosi che si facevano sempre la trasferta a Lugano, essendo per me a due passi da Milano.
Nel settore ospiti, invece, c’era il delirio: millecinquecento turchi stipati in un quadrato, con ai lati due corridoi di sicurezza, che presto si riempirono di oggetti d’ogni tipo. I restanti mille tifosi giallorossi erano sparpagliati nelle tribune, compresi tre ragazzi dietro di noi che da soli riuscivano a coprire gli annunci dello speaker.
In panchina sedevano due allenatori leggendari, Alberto Bigon, che meriterebbe una statua solo per aver fatto vincere uno scudetto al Napoli e uno al Sion, e Fatih Terim. Entrambi tesissimi. Iniziò così la partita e dopo quattro minuti eravamo già sotto di uno. Un corner pessimo di Hagi si tramutò in un assurdo autogol di tale Milton, che si spacciava per essere un attaccante brasiliano. In effetti quella sera ci regalò una bella dose di saudade, mettendo un’incornata degna del miglior Bierhoff nella porta sbagliata. Ancora oggi non mi spiego che cosa ci facesse la punta del Sion sul primo palo.
Dopo cinque minuti ci fu il raddoppio del Galatasaray. La partita cominciò a farsi bruttissima, i vallesani si innervosirono e volarono cartellini da una parte e dall’altra. Immancabile, arrivò il fallo di reazione di un nostro difensore. Rosso e Sion in dieci al minuto ventidue. Ormai lo stadio vibrava ritmicamente al suono di un impressionante “GA-LA-TAS-SARRRAY”. Roba da alzarsi e tornare al bistrot. Poi il miracolo. Con un brillante contropiede il Sion riuscì ad arrivare sulla tre-quarti, passaggio filtrante di Zambaz, meraviglioso sinistro incrociato di Lonfat. Rete! Un gol tutto vallesano, essendo Lonfat di Martigny e Zambaz di Vetroz, un paese vicino Sion dove tutti i cognomi finiscono in zeta. Mio padre cominciò a vantare un legame di parentela con metà dei giocatori in campo, mentre io avevo preso mio fratello sulle spalle. 




Tourbillon cominciò a svegliarsi, i Gradins nord finalmente si fecero sentire e nelle tribune ricomparve la solita allegria, insieme a parecchia birra. Finì così il primo tempo.
Uscimmo allora dallo stadio, per andare dietro le tribune a bere qualcosa, visto che in Vallese quando si radunano più di dieci persone in un posto i banchetti con raclette, salsicce e vino bianco non mancano mai. La voglia di bere, però, mi passò in fretta quando mi accorsi che a dividerci dal settore ospiti non c’erano inferriate, ma un doppio cordone di poliziotti. D’altronde in Svizzera le inferriate si potevano trovare solo intorno alle zone militari.
Fino a quel momento i tifosi del Galatasaray in realtà si erano comportati bene e fu permesso loro di uscire sul prato dietro la curva. Allungai la testa tra gli scudi e i manganelli e d’un tratto mi trovai di fronte una scena che non ho mai più dimenticato: centinaia di turchi sparsi sul prato a gambe allargate erano intenti a pisciare. Non pisciavano contro il muro dello stadio, ma proprio in mezzo al prato, uno accanto all’altro, numerosissimi. Parevano l’esercito Ottomano schierato prima della battaglia. Questo gesto tanto arrogante quanto spensierato segnava decisamente la loro superiorità. Erano riusciti a marcare il territorio nel senso letterale del termine. Fu allora che mi venne in mente il motto del Galatasaray: “bir renge ve isme sahip olmak, türk olmayan takımları yenmek” (per avere un colore e un nome, per battere squadre non turche). Compresi fino in fondo chi fossero i grandi e chi i piccoli. I successi del Sion erano arrivati perché c’era tanta voglia di divertirsi e di festeggiare, il Galatasaray invece giocava per dominare. Il divertimento lo lasciavano ai semi-professionisti svizzeri. Tornammo in pancia a Tourbillon come eravamo entrati, avviliti e senza grandi speranze. La pratica venne chiusa in fretta dai turchi, con altri due gol firmati Ilie e Suat Kaya. Doppio fischio e tutti sotto la doccia. Prenderne quattro in casa poteva bastare. Non potei guardare nemmeno la partita di ritorno, visto che nessuna emittente televisiva italiana o svizzera si degnò di trasmetterla. Guardai stancamente il Televideo per novanta minuti, solo per veder comparire lo stesso risultato anche a Istanbul. Con otto reti subite si concludeva la nostra Champions alpina.
La sconfitta contro il Galatasaray segnò l’inizio di un rapido declino. Di lì a poco Bigon si dimise e nel 1998 Costantin lasciò il Sion ormai prossimo al fallimento. Un uomo d’affari camerunense, tale Gilbert Kadji, provò a salvare il club, ma invano. Seguirono retrocessioni e fallimento, in quello che fu senza alcun dubbio il momento più buio della storia del calcio vallesano. Solo nel 2003 Costantin ritornò sui suoi passi, ma questa è un’altra storia.


Curiosamente la stagione 1997/1998 fu disastrosa anche per il Milan. Una combo micidiale per un giovane tifoso. L’addio di Bigon e la crisi dei rossoneri furono tra i primi motivi (o scuse?) che mi portarono a disinteressarmi al calcio. Una recente scintilla, ovvero la decisione di Gattuso di andare a giocare a Sion, pareva potesse riaccendere la passione. Ma fu solo un fuoco di paglia. Nonostante tutto, però, vado ancora a Tourbillon quando mi capita. Bevo una birra, guardo il campo curatissimo e penso a quanto sia bello sentirsi a casa. 

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Quello che avete letto è il primo dei dieci racconti di "Memorie dell'Europa Calcistica. L'Erasmus del pallone", pubblicato a febbraio da In Contropiede e di cui all'epoca pubblicammo l'introduzione ("Nostalgia di Funchal"). L'ha scritto Raymond Antonin, vallesano di Sion ma cresciuto tra la Svizzera e l'Italia, che oggi vive tra Roma, Parigi e Bruxelles "cercando rifugio", come ama dire lui, "in un’Europa sempre meno francofona, continuando a guardare verso sud". 
Il libro lo si può sempre trovare sul sito dell'editore, nelle librerie on line o alle presentazioni che continueremo a organizzare in giro per l'Italia, perchè finora ci siamo sempre diverti da morire, e quindi continueremo a farlo.