lunedì 15 dicembre 2014

Tutto merito di Mussi

La mattina andavamo in spiaggia a Grottammare. Protetti dalla consolante ombra proiettata dal monumentale Hotel Sylvia, esempio tra i migliori di tutta la costa adriatica di grattacielismo abitativo costiero, organizzavamo con Giorgio e i suoi amici estenuanti partite di pallone con un Super Santos di proprietà del figlio di Zenga. Era l’unico motivo per cui consentivamo che quel bambinetto con la zeppola giocasse con noi. I più grandi, e quelli che si davano più arie, erano i cugini Alan e Jean-Marc, che, nonostante i nomi francesi, erano di Colli del Tronto. Io avevo dieci anni e tanta voglia di impormi come il romano che aveva fatto la scuola calcio del CONI, pur occultando che non ero mai stato convocato per le partite ufficiali (ma non per limiti tecnici, che il pallone lo sapevo calciare con plastica coordinazione, quanto caratteriali, perché ero troppo sensibile). Dopo numerosi svarioni difensivi e palle recuperate tra le ultime file degli ombrelloni ci veniva a chiamare Edoardo, il fratello di Giorgio, che non giocava mai a calcio, per dirci che se volevamo potevamo andare a mangiare la pizza dalle nostre madri. Ogni tanto, ma proprio ogni tanto, ci scappava anche il fritto di calamari dello stabilimento Stella Marina, uno dei migliori cartocci di anellini fritti di tutta – di nuovo – la costa adriatica, ma quel giorno ci dovemmo accontentare della pizza comprata al forno di Borgo Miriam. Dopo pranzo i fratelli si godevano la siesta sul bagnasciuga e io sfogliavo il Corriere dello Sport che il vicino di ombrellone mi lasciava in eredità. Si parlava della partita che la nazionale italiana avrebbe giocato la sera (per noi, ma in realtà era l’ora di pranzo a Boston) contro la Nigeria. Era il 5 luglio del 1994, giorno degli ottavi di finale del campionato del mondo americano.

Tornati a Castorano, preso atto che il televisore a casa dei miei ospiti non funzionava perché non c’era l’antenna, rimanevano due opzioni per vedere la partita: il bar dei giovani e il bar dei vecchi. Erano questi i due unici bar del paese, da noi etichettati in tal modo perché in uno, quello che stava sotto, si riunivano – appunto – gli sparuti giovani del paese, ed era per questo motivo (e anche perché c’erano due videogiochi) il nostro favorito, mentre l’altro – che noi odiavamo - era il ritrovo dei vecchietti, una schiacciante maggioranza della popolazione locale che trascorreva le torride giornate estive giocando a biliardo e fumando sigari, lasciando i mozziconi nei posacenere della Algida. Dopo la doccia e il petto di pollo panato con le patate ci infilammo un maglione di cotone e, con Giorgio (Edoardo non era interessato), ci recammo al bar dei giovani. Con nostra immensa sorpresa, e delusione, lo trovammo chiuso. Tutto il paese era sciamato verso il bar dei vecchi. Ci andammo anche noi, ma la situazione era improponibile. C’era un solo televisore e lo schermo era coperto dalle nuche dei signori avanti a noi; inoltre c’era un’insopportabile puzza di sigaro. Tornammo di corsa a casa per chiedere alle nostre madri di trovare una soluzione. Fu allora che, dal nulla, alla mia venne l’idea di chiamare lo zio Diego.

Lo zio Diego era un mio zio, e non uno zio di Edoardo e Giorgio. Situazione paradossale, considerando che villeggiavamo a Castorano perché era la terra dei loro parenti, non dei miei (tanto che lo zio Diego è di Salerno). Eppure, a Castorano, un paese sperduto nell’entroterra piceno, il 5 luglio del 1994, si trovava anche mio zio Diego. Il destino l’aveva portato a conoscere e sposare una donna del posto, una donna – posso dirlo col senno di poi – orribile, nevrastenica, una pazza, e non lo dico per misoginia, ma perché questa donna è così instabile che anche la figlia, quando Diego e la moglie si sono separati, ha espressamente chiesto al giudice di abitare con il padre. Lo zio Diego ha sempre avuto un cuore e una pancia molto grandi e, per far felice la moglie, lui che è farmacista, aveva rilevato la farmacia di Castorano, e passava lì varie settimane d’estate. Era la prima volta che lo vedevo a Castorano, e comunque in vita mia non l’avevo visto più di quattro o cinque volte. Ci accolse davanti alla farmacia e ci portò in una stanza sul retro, una specie di magazzino adattato a ufficio, dove diede a me e a Giorgio una sedia e un bicchiere di Coca-Cola ciascuno, mentre lui rimase in piedi fumando nervosamente. Sopra un tavolo di plastica bianca era appoggiata una televisione non più grande di quindici pollici dove risuonavano gli inni nazionali. Sullo schermo scorrevano le immagini lontane – gli oceani sembrano distanze siderali quando si hanno dieci anni – e granulose di caldo soffocante del Foxboro Stadium, dei volti dipinti col tricolore dei nostri tifosi, degli sguardi seri dei giocatori nigeriani, con i loro nomi bizzarri e la loro fama di campioni esotici (c’erano, tra gli altri, Finidi George, Jay-Jay Okocha, Daniel Amokachi, Sunday Oliseh, Victor Ikpeba, Rashini Yekini, Efan Ekoku), delle facce dei nostri calciatori, che conoscevo alla perfezione per averle viste sull’album delle figurine del Mondiale (c’erano, tra gli altri, Mussi e Benarrivo, Donadoni e Signori, Albertini e Massaro). L’arbitro fischiò l’inizio della partita e nel retro della farmacia di zio Diego calò il silenzio.


All’epoca non avevo gli strumenti teorici, né l’esperienza, per capire se una partita fosse bella oppure no. Quindi non so dire se fu una bella partita; posso dire, però, di aver provato, per la prima volta con la nazionale, un’enorme sofferenza. Quando l’Italia aveva perso ai rigori con l’Argentina ero troppo piccolo per capirci qualcosa, e quella serie di rigori mi era scivolata sulla pelle come un foulard che si adagia sulla neve, senza rumore. Quella sera, invece, Amunike metteva in porta un pallone carambolatogli chissà come sul piede e portava in vantaggio la sua squadra. L’Italia non sembrava in grado di reagire, e, tra una recriminazione e l’altra di mio zio, che ce l’aveva con quel nostro buffo allenatore con gli occhialetti, soprattutto perché – così imprecava – faceva giocare Signori a cinquanta metri dalla porta avversaria (difesa da un omone chiamato Rufai che mi incuteva, allo stesso tempo, paura e ammirazione), finì il primo tempo. Con Giorgio ci guardavamo e non eravamo così tanto sicuri che saremmo riusciti a vincere. Poi il secondo tempo cominciò e successe una cosa terribile, un episodio che non cancellerò mai dalla mia memoria. Pochi minuti dopo essere entrato, Gianfranco Zola, talentuoso attaccante nel quale sia io, che Giorgio, che lo zio Diego avevamo riposto le sempre più tenui speranze di pareggio, venne espulso dall’arbitro messicano per motivi ancora oggi incomprensibili. Non aveva neanche commesso fallo. L’ingiustizia mi fu subito evidente e, in sincrono con Zola, ruppi in un pianto senza precedenti. Non piangevo, ma singhiozzavo, gemevo, tutta la mia sensibilità – che già mi aveva privato di un ruolo se non da protagonista quanto meno da comprimario nella squadra del CONI – venne sferzata come un albero esposto alla furia del vento. Zola era a terra, con le braccia conserte, la zazzera sugli occhi incapace di assorbire le sue lacrime, e anche io mi lasciai andare alla pazzia, persi la testa, tanto che sia Giorgio che lo zio Diego mi dicevano di stare calmo, che ce l’avremmo comunque fatta, ma io sapevo che lo dicevano solo per farmi felice, e invece ero toccato nel profondo da quella decisione, l’arbitro messicano non aveva espulso solo Zola, ma anche me e tutti i bambini di dieci anni che in quel momento stavano guardando la partita nel retro di una farmacia.

Mancavano ormai pochi minuti alla fine e io ero sempre più disperato. Era chiaro che non saremmo più riusciti a pareggiare. Guardavo Giorgio che era muto e anche io non sapevo cosa dirgli. Zio Diego aveva ripreso a fumare nervosamente, o forse non aveva mai smesso. La cosa che mi faceva più infuriare era l’atteggiamento dei giocatori nigeriani, che, approfittando della loro tecnica sopraffina (non l’ho detto, ma quella è stata sicuramente la più forte generazione di giocatori di quel paese), facevano scorrere quei minuti pigramente, dedicandosi a colpi di tacco, tunnel, fraseggi ravvicinati, virtuosismi, sombreri, con la calma – e l’inesperienza (ma all’epoca non lo sapevo) – di chi crede di avere già vinto. Bruno Pizzul in televisione parlava di “irridente melina” e io mi feci spiegare da mio zio cosa significasse. La loro melina e la nostra agonia, a questo pensavo, ed era proprio questo che non riuscivo ad afferrare: l’enorme, assoluta sproporzione tra la facilità con cui si può vincere una partita e la grande fatica che si deve fare per perderla. Per loro, quei minuti erano solo un girar di lancette verso un’altra partita; per noi, la fine di tutto.

Fu a quel punto che a cambiare le sorti del mondiale ci pensò Roberto Baggio, il nostro giocatore più forte, il più famoso almeno, l’ultimo dei nostri campioni dotato di quell’alone di magia che rende agli occhi del tifoso sempre possibile l’impossibile. Al minuto 43 del secondo tempo Mussi, simpatico terzino del Parma di Nevio Scala (la squadra per cui tutti tifavamo da ragazzini), quando ormai anche la panchina azzurra aveva capito che non saremmo mai saliti su un podio, ma solo sulla scaletta di un aereo, Mussi, dicevo, vinse un rimpallo al limite destro dell’area di rigore nigeriana, si ritrovò il pallone sul piede, alzò la testa e la passò all’indietro, poco oltre il dischetto del rigore, dove arrivava scodinzolando Roberto Baggio, colpevolmente lasciato libero dall’allegra difesa avversaria. Baggio colpì quel pallone senza stopparlo, di interno collo quasi piatto, come amavo colpirli anche io, privilegiando la precisione alla forza, e lo indirizzò verso il secondo palo. La palla rotolò beffarda in diagonale, infilandosi tra i piedi di un difensore e di un attaccante; Rufai si tuffò forse un po’ tardivamente, tanto che, allungando la mano, non riuscì nemmeno a sfiorarla. La rete della porta si gonfiò, Baggio corse verso la linea laterale del campo abbracciando Tassotti e Maldini, mio Zio Diego si lasciò andare a un urlo liberatorio, Giorgio scattò in piedi gridando e vai!, Castorano rimbombò per l’esultanza del bar dei vecchi e io sentii una scossa che mi svuotò la testa come un cucchiaio che raschia l’interno di un uovo alla coque.

La partita, per me, finì lì. Certo, poi ci furono i supplementari, il fallo su Benarrivo, il rigore (palo-gol) trasformato ancora da Baggio, la festa in campo, il ritorno a casa, la notte piena di sogni di gloria. Più avanti, ci fu la vittoria con la Spagna, vista - questa volta – nella casa di Castorano, perché i nostri padri avevano aggiustato l’antenna, con un altro gol di Baggio dopo che Tassotti aveva spaccato il naso a Luis Enrique; la doppietta sempre di Baggio contro la Bulgaria, vista in una televisioncina caprese odorosa di gerani e acquesantiere; e così via. Ma quel Mondiale era finito lì, con quel pareggio di Baggio, quel tiro furbo, disinvolto, bello, quel momento di sollievo dopo una corsa a perdifiato. Giustizia era fatta: per me, per lo zio Diego, per Giorgio, per Zola, per l’Italia tutta. Quello rimane il mio gol mondiale preferito, perché è quello che ho più desiderato che venisse segnato. Non per vincere qualcosa, ma perché sapevo che dopo sarebbe valsa la pena vivere, e non solo per la curiosità, ma anche per il piacere.

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Questo mio racconto è tratto da Gol Mondiali, un bellissimo libro appena pubblicato dagli amici di IN CONTROPIEDE, che hanno chiesto a diciotto autori (tutti appartenente al collettivo Scrittori di sport) di raccontare il gol della storia dei Mondiali a cui sono più legati. La prefazione è di Picchio De Sisti. Il libro si può acquistare sul sito dell'editore oppure durante una delle presentazioni che verranno organizzate.  

27 commenti:

  1. mi sembra che il figlio di Zenga si chiami Jacopo. Figlio di Walter ed Elvira.
    non so perché mi ricordo 'ste cose e spero siano sbagliate.
    meno male che ci sono persone come Dionigi che rendono poetici anche i nostri ricordi.

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    1. Sul nome mi chiedi troppo, anzi probabilmente il pallone non era neanche suo, però sono sicuro che giocava con noi alla Stella Marina.
      I nostri ricordi sono questi, dobbiamo farceli bastare - e renderli poetici - per forza!!

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  2. Bellissimo racconto, come al solito. Un solo dubbio: il me dodicenne dell'epoca ricorda che la partita non si giocò di sera, ma di pomeriggio. Sbaglio? (ps: anche io non avevo la tv in vacanza, andai a vederla nel peggior bar della Gallura)

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    1. Può essere, comunque fu giocata "dopo il mare".

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    2. Forse erano le 18...

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  3. Gran bel racconto.
    Peraltro confermo che la frittura di Stella Marina è la migliore della zona (e da pescarese è un'ammissione difficile da fare).

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    1. Mi piace pensare che un giorno ci siamo incontrati sotto l'ombra lunga dell'hotel Sylvia, con le mani nel cartoccio del signor Giancarlo.

      Da pescarese che ne pensi del Le frit c'est chic di San Vito Chietino?

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    2. Ti rispondo non da pescarese ma da lancianese (peraltro San Vito è molto più vicina a noi ma per qualche oscura ragione i locali tengono tutti al delfino): da lasciar perdere, almeno che non si abbia una sorta di insana passione per il pesce surgelato.

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  4. ricordi sparsi:
    1) Via Po completamente deserta andando a casa di mio padre. Quel pomeriggio consacrato alle vacanze ed ai mondiali oggi non si ripeterebbe più.
    2) l'espulsione di Zola e l'arbitro Brizio Carter come incarnazione dell'ingiustizia, una dike malvagia che veniva a rompere l'incanto di un'estate e di un mondiale
    3) la fuga verso la cucina per non vedere il rigore salvo trovare anche lì una tv accesa, sola e abbasndaonta, sintonizzata sulla partita per aspettare me e e le mie paure.
    4) il dualismo tra la tradizione Pizzul, con il suo soffriamo, e il tono più cool di Caputi e Bulgarelli su TMC

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  5. Era pomeriggio ed avevo la varicella, venutami il giorno di Italia-Messico e finita un paio di giorni prima di Italia-Spagna.
    Recluso a casa, al gol del pareggio di Baggio (il sole stava tramontando, ricordo nitidamente questo particolare) uscii correndo da casa (e nemmeno sapevo dove ero diretto, abitavo fondamentalmente in campagna), urlando gooool e insultando Brizio Carter.
    Mia madre mi inseguì per circa 50 metri, come Mussi in quella discesa sulla fascia destra: "stai male, hai la varicella! dove vai!" e via coppino in testa.
    Io arrivai nella strada principale del paese, la prima persona incontrata fu il fratello più piccolo del mio migliore amico d'infanzia, ci abbracciamo, riuscivamo solo a dire Baggio-gol-Baggio-gol.

    Ricordo anche le discussione infinite per convincere i miei a farmi vedere le partite in notturna: "Dai mà Svezia-Camerun non me la posso perdere!"

    Quel Mondiale, passato tra l'Abruzzo e Camerino, dove studiavano i miei fratelli, è uno dei più bei ricordi d'infanzia.

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    1. E pensare a come ci hanno rovinato gli ultimi due...Almeno la nostra infanzia ce la siamo goduta.

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  6. Gran bel momento, splendidamente raccontato.
    Io ero seduto per terra sull'asfalto bollente di piazzale Segni, a Sassari, insieme ad almeno altre 5 mila persone. In quei giorni c'era il Reebok Blacktop tour di basket e in questo piazzale immenso, che divide lo stadio Acquedotto dal palazzetto, avevano piazzato uno schermo gigante(sco). Considera che Zola giocava da noi sino a pochi anni prima, quando è stato espulso è successo un casino. E comunque, più di tutto mi ricordo il rimpallo vinto di culo da Mussi e la scucchiaiata di Baggio per Benarrivo.
    A.

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    1. Ecco Jacopo Zenga: http://www.casalefbc.it/il-team/

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  7. http://www.ilgiornale.it/news/sono-figlio-zenga-mio-idolo-buffon.html

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  8. Salve ragazzi,scusate se vado un pò fuori tema ma vi siete mai chiesti cosa avrebbe detto pizzul se avremmo vinto un mondiale quando cera lui a fare le telecronache??

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    1. No però mi piace immaginare cosa avrebbe detto Galeazzi.

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  9. https://www.youtube.com/watch?v=7iEngRuAgpM

    sono andato a rivedere la sintesi, in memoria di quel pomeriggio/sera in cui da bambino di 8 anni rinunciai alla partita con gli amici su una delle piazze di Gallipoli dedicate al calcio per soffrire assieme agli azzurri di Bruno Pizzul. Ora mi chiedo e vi chiedo: ma come si fa ad insozzare una telecronaca del mitico Bruno con gli interventi da calcio moderno (odio eterno) di Gentili???

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    1. Mitico bruno,la voce della nostra gioventu. Il calcio al tempo degli 883.

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    2. Commento stupendo. E' proprio così.

      Certo è triste pensare - commento sulle risposte un po' di tutti - a come sia crollato il livello dei telecronisti RAI dai tempi di Bruno Pizzul.

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  10. Bellissimo racconto. Io di anni ne avevo 13, ed ero innamorato pazzo di una tipa, che ora è sposata con figli, ma ogni volta che la incontro non posso fare a meno di pensare a quel mondiale, a Maradona, a Stoichkov, al doppio palo in finale, a Salenko... e siccome ero anche io troppo sensibile e i limiti caratteriali mi hanno impedito di intortarla, al tempo, come sarebbe stato giusto, ripenso principalmente quell'occasione perduta del rigore di Robi Baggio... ma è valso la pena vivere il tutto che è venuto dopo, accipicchia.

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  11. Per la statistica/precisione/pignoleria etc.... Mussi, al momento del passaggio per Baggio, era nominalmente ancora un giocatore del compianto AC Torino, non del Parma di Tanzi.

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  12. Estate 94 ricordi sparsi:
    Topolino e i walkie talkie, le interviste a Beppe Signori-uomo copertina del Latte Polenghi, topolino e le storie ad episodi sui mondiali.
    La maglietta di Baggio alla IP se mettevi insieme un milione di dollari americani falsi, la maglietta che mi sta addosso come una vestaglia, i dollari americani falsi con l'immagine di Baggio, Corrado Guzzanti che imita Baggio che fa la pubblicità alla IP.
    Le figurine della panini in omaggio ogni chili di pasta divella alla Gum.
    Una telefonata a casa, l'interlocutore si presenta: -Pronto sono Gianluca. -Pagliuca?! rispondo io nella sfacciataggine degli otto anni.
    La Parietti e la Marini a Serate Mondiali.
    Elio e le storie tese "I Mondiali Americani", Elio e le storie tese "La cinica lotteria dei rigori".
    Il mio primo "cazzo" agli errori di Massaro e Baggio. Le mie prime lacrime per il calcio.

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  13. Voglio raccontarvi anch'io la storia di un gol mondiale, anche se molto più recente. Estate 2006, avevo 13 anni ed ero al mio primo mondiale vissuto con cognizione di causa. Anch'io ero in vacanza al mare, a Terracina per l'esattezza, e la sera della finale saremmo dovuti andare a vedere la partita da alcuni amici dei miei genitori, che abitavano a qualche centinaio di metri dalla casa che avevamo affittato. Era quasi ora di andarsene dalla spiaggia e di andare a casa a prepararsi quando un'improvviso dolore al basso ventre (una cosa tipo appendicite per capirci) mi impedì di camminare, e fui costretto a stare sdraiato su un lettino finchè non mi passò. Quando finalmente riuscii a rialzarmi e a tornare a casa la partita stava per iniziare (o era già iniziata, adesso non ricordo) e vedemmo lì i primi minuti mentre ci preparavamo. Al gol di Zidane cominciarono ad affacciarmisi nella mente i fantasmi della finale di Euro 2000, vista in un'altra casa che avevamo affittato sempre da quelle parti. Sconsolati ci avviammo verso casa di questi amici quando, nel bel mezzo della strada deserta, risuonò il vocione di Caressa: "Materazziiiii!!!", seguito da urla da tutte le case intorno, con conseguente corsa verso casa per cercare di vedere almeno il replay. Che ricordi.

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  14. in questo blog tutto viene vissuto con nostalgia e va bene,ma non dimentichiamo che in quel 94 ci lasciarono due "grandi". Senna e troisi.
    è lecito domandarsi:paradiso non potevi attendere?

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  15. Ah, e perché io non avevo visto questo racconto? Che dire: complimenti Dionigi.

    tamas

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  16. Bellissimo racconto, è il mondiale che ricordo meglio, con le emozioni più forti. La corsa di Maradona contro la telecamera, le prodezze di Roberto Baggio, la telecronaca di Bruno Pizzul, etc... Vidi quella partita alle terme di Cretone, in provincia di Roma, sotto un gazebo con un caldo infernale, con tutta la mia famiglia. Ancora oggi è uno dei ricordi più belli!

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