mercoledì 5 novembre 2014

Certi giocatori hanno lo spirito vasto. Bartelt, Batistuta, Barcellona e la storia della mia corrispondenza con Arturo




Quello che sto per raccontare è successo ormai da quasi due mesi e non sono ancora riuscito a dargli una spiegazione.

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Mi trovavo a Barcellona, “la città del buon senso, la città del senso comune”, il giorno 5 di settembre. Mi ero svegliato tardi, quasi alle undici, con un cerchio alla testa che provai a sfumare con un oki e una doccia. Faceva caldo, caldissimo, un’afa che mi impediva di ragionare. Piano piano mi ricordai dell’unica commissione che avrei dovuto fare quel giorno, vale a dire portare il vestito blu alla tintoria all’angolo affinché me lo stirassero in giornata. La sera, infatti, dovevo andare al matrimonio di un mediocre tennista, Jordi Samper, famoso più che altro per essere il fratello maggiore di una giovane promessa del Barcellona, tale Sergi Samper, di cui il proprietario del Bar Barela, mio bar sport di riferimento, parla un gran bene. Jordi si sposava con una mia cara amica, bruttina ma molto ricca, Cassandra Puig i Mateu, primogenita di Bernat Puig i Molins, il magnate del cemento catalano, uno degli artefici – o forse dovrei dire carnefici – dell’indiscriminato sviluppo turistico della Costa Brava negli anni Settanta e Ottanta. Il matrimonio era alle sette in un’anonima parrocchia di Pedralbes, il quartiere borghese in cui Jordi e Cassandra vivono, mentre il ricevimento era previsto in una masia di proprietà della famiglia Puig i Mateu che si trova sulla strada per Sant Cugat del Vallès.

Lasciai dunque il vestito in tintoria e pensai che, visto il tipo di giornata, non ne sarei arrivato vivo in fondo se non mi fossi rinfrescato in piscina. Presi quindi un costume e un libro e, scartata l’ipotesi di andare in spiaggia a Sitges,  camminai un quarto d’ora fino a un hotel di discreto lusso dell’Exaimple che ospita, all’ultimo piano, una piacevolissima piscina. Il primo bagno nell’acqua fresca mi diede vigore e soprattutto appetito, così ordinai al ristorante l’unica cosa che non mi facesse venire la nausea dopo tutto quello che avevo bevuto la sera prima, e cioè una bistecca alla piastra con l’insalata. Mangiai con gusto e tornai al mio lettino. 

Ero lì, dunque, a bordo piscina, facendo la digestione dell’insalata e della bistecca alla piastra, sdraiato sul lettino azzurrino con il logo dell’hotel, circondato da ombrelloni di plastica e corpi che profumavano di Nivea e cocco, mezzo addormentato, in attesa che si alzasse la brezza del pomeriggio, con la bottiglia d’acqua che si riscaldava al mio lato, ogni tanto mi giungevano le grida dei bambini grassi seguite dagli splash e dalle lamentele delle straniere in bikini, allegramente stanche dopo due giorni in cui si erano iniettate piccole ma costanti dosi di alcool nelle discoteche sulla spiaggia, lontano dal mondo reale fatto di notizie e persone, convalescente dopo il mio fine settimana di bagordi, pensando distrattamente al matrimonio della sera, quando sentii una mano che si poggiava sulla mia spalla e pronunciava il mio nome. Mi voltai di scatto, in maniera brusca, come se avessi aspirato il fondo di una granita. Dietro di me c’era un volto familiare. Erano almeno cinque anni che non lo vedevo, ma l'ho riconosciuto, dalla sua elegante pelata, dai suoi occhi penetranti. Arturo.

La verità è che su Arturo non ho molto da dire. Più grande di me di almeno una decina d’anni, prima dei fatti di settembre avevo giusto trascorso con lui alcune estati in Sicilia. Quando l’ho conosciuto non lavorava più come giornalista, professione che, per quello che ho avuto modo di capire (ma lui non me ne ha mai parlato apertamente), decise di lasciare dopo la famosaintervista che gli concesse Luis Cesar Menotti quando fu esonerato dallaSampdoria. Quando l’ho conosciuto, dicevo, nel 2007, lavorava come guardiano presso il campeggio di Favignana, dove io trascorrevo almeno quindici giorni ogni agosto. Nel corso di tre estati consecutive ci eravamo quindi frequentati, e apprezzati, sulla piccola isola a forma di farfalla, dove Arturo cambiava spesso ruolo (l’anno successivo faceva il cameriere, quello dopo gestiva l’edicola, l’ultimo anno affittava le biciclette e i motorini). A partire dal 2010 smisi di frequentare l’isola e, pertanto, anche Arturo, a cui però mi legavano ricordi molto cari.

Per la verità, nel corso degli ultimi cinque anni ho ricevuto una serie di cartoline, e anche un paio di lettere, di Arturo. Il fatto è che non ho mai capito se scherzasse o se fosse serio. In queste missive – che mi arrivavano soprattutto dall’Argentina (ne ricordo una, molto poetica, con un’immagine in bianco e nero di Buenos Aires, in cui mi scriveva: “Caro Federico, oggi è domenica, ma le domeniche a Belgrano, se non c’è la partita, non sono domeniche, sono palloni sgonfi che aspettano il fiato dei tifosi per prendere forma”)  - mi parlava di una ricerca che stava facendo sulle tracce di un vecchio allenatore argentino, ormai cieco, di cui era dubbia non solo la dimora ma anche la stessa esistenza, e di cui ora non ricordo il nome, di cui Menotti gli aveva parlato come del suo maestro. Nel corso di queste sue ricerche, Arturo mi aveva raccontato, per la verità in maniera del tutto ermetica, gli incontri che faceva con ex giocatori, allenatori, dirigenti, tifosi, i quali il più delle volte finivano per depistarlo. Quel giorno di settembre, era più di un anno che non ricevevo sue notizie e immaginavo che o fosse morto o fosse tornato in Sicilia, e in ogni caso che avesse interrotto la sua ricerca. Ed invece me lo trovai lì, a bordo piscina, in un hotel dell’Eixample, più vivo che mai.

La cosa più incredibile, però, non fu quella. Mentre bevevamo due birre al tavolino del bar della piscina, riparati da un ombrellone, Arturo, dopo avermi fatto parlare per venti minuti filati della mia vita, alla mia domanda su cosa ci facesse quel giorno a Barcellona, mi rispose che era venuto per il matrimonio di un suo vecchio amico, il tennista Jordi Samper. Lì per lì la cosa non mi sconvolse più di tanto. Arturo, infatti, da ragazzo era stato un ottimo tennista, quasi una promessa, se così si può dire. Tanto che, a Favignana, giocavamo quasi ogni pomeriggio al campo dell’ex villaggio Gassman, dove lui conosceva tutti, avendoci lavorato per alcune estati. Si limitò a dirmi che era molto amico dell’allenatore di Samper, un catalano di cui non ho afferrato il nome, e tanto mi bastò. Mi rallegrai della fortunata casualità, sperando che fosse così fortunata da farci finire anche nello stesso tavolo durante il ricevimento. Quanto al motivo della sua presenza in piscina, in quella piscina, mi disse che alloggiava proprio in quell’albergo, dal momento che era l’albergo che gli sposi avevano messo a disposizione degli invitati. Anche questa spiegazione, perfettamente plausibile, fu sufficiente a non farmi dubitare delle sue parole. Dopo aver parlato un altro po’ del più e del meno, con la stessa velocità con cui era apparso, Arturo scomparve. Quando provai a chiedergli della sua ricerca, dei suoi viaggi in Argentina, cambiò leggermente espressione, si incupì, e mi disse che mi avrebbe raccontato tutto durante la festa, nell’aria fresca di Sant Cugat, allietati dai gin tonic e dalle ragazze che ballavano, e che ora doveva proprio scappare perchè aveva ancora una serie di commissioni da sbrigare nel Barrio Gotico, compresa la ricerca di un papillon per la cerimonia. Per un attimo pensai di offrirmi di accompagnarlo, ma faceva così caldo, il Barrio Gotico mi è così indigesto, avevo ancora l’eco del mal di testa, e non volevo arrivare distrutto al matrimonio, che restammo che ci saremmo visti direttamente in chiesa all’ora convenuta. Ci abbracciammo in maniera affettuosa e ci salutammo.

La sera, la sposa arrivò con venti minuti di ritardo. La cerimonia durò poco più di un’ora. Uscimmo alle otto e mezza sul selciato della chiesa con il sole ancora forte, vigoroso, spagnolo. Di Arturo neanche l’ombra. Pensai che non aveva fatto in tempo a venire alla cerimonia e che ci saremmo incontrati direttamente alla festa. Andai in macchina con alcuni cugini simpatici di Cassandra. Quando arrivammo alla villa, una masia antica ma non particolarmente pittoresca, ci attendeva un esercito di camerieri con vassoi pieni di tapas. L’aperitivo fu lungo e piacevole; l’afa, giunti nel Vallese, si era smorzata, e il tramonto colorava di sfumature violacee i volti degli invitati. Venni presentato al vecchio allenatore di Samper, che era stato amico di Arturo, e parlammo degli anni Novanta, anni d’oro del tennis spagnolo che avevo vissuto in prima persona, ma non gli chiesi se conosceva il mio amico. Venni presentato, anche se di sfuggita, al fratello calciatore dello sposo, e mi premurai solo di consigliargli di non seguire troppo il suo nuovo allenatore, quel Luis Enrique che avevo conosciuto a Roma, perché tanto non sarebbe durato molto. Venni presentato, infine, a un’amica molto avvenenente di Cassandra, Valeria, una ragazza argentina, di origine italiana (di cognome faceva Bertuccelli), con cui Casandra aveva recitato in alcune coproduzioni minori (erano entrambe attrici) e che era venuta apposta da Buenos Aires per il matrimonio, la quale, in maniera forse inconsapevole, mi fece dimenticare, un bacio alla volta, l'assenza di Arturo.

La mattina successiva, ormai il 6 di settembre, mi svegliai nella stanza di un hotel che, a quel punto, mi era diventato familiare. Dopo aver fatto la doccia, provai a fare nuovamente l’amore con Valeria, ma avevamo entrambi troppo mal di testa. Indossai allora faticosamente il vestito sgualcito del matrimonio e la salutai, promettendole che sarei tornato nel pomeriggio, per fare un ultimo bagno nella piscina all’ultimo piano e magari poi andare al cinema a vedere un film con Elena Anaya che era appena uscito e in cui lei era la co-protagonista. Valeria aveva delle sopracciglia bellissime e mi dissi che sarei dovuto assolutamente ritornare a baciarle. Prima di uscire dall’hotel mi fermai alla reception per sapere se il signor Arturo *** fosse già ripartito. Fui quasi sollevato quando il ragazzo francese dietro la reception – che immaginai fosse lì in stage – mi disse che non risultava alcun ospite registrato con quel nome nell’ultima settimana.

Anche se non ce n’era bisogno, sulla strada di casa decisi di telefonare a Cassandra. Dopo un rapido preambolo di ringraziamenti, auguri di buon viaggio (con il marito erano in partenza per il Perù) e ammiccamenti su Valeria, le chiesi se avesse mai conosciuto un amico del marito, o comunque se avesse mai sentito nominare il nome di Arturo ***. Mi disse che non sapeva chi fosse. Ci salutammo dandoci appuntamento al suo ritorno. Arrivato a casa, per la verità esausto, mi accorsi subito, già quando aprii la porta, che c’era qualcosa di strano, com’erano sempre state strane, d’altronde, le lettere di Arturo, in cui quello che voleva dirmi non era mai nelle righe, ma tra le righe. La porta di casa, infatti, era come bloccata. Dovetti fare forza per aprirla. Entrando a casa capii il motivo: sotto la porta qualcuno aveva lasciato una busta, che quindi aveva fatto attrito. La presi in mano e riconobbi subito la scrittura di Arturo. Sulla busta c’era questa frase, tra virgolette: “Lo spettacolo calcistico è l’unico rito che ancora vale la pena di far sopravvivere, perché a volte l’esistenza filtrata attraverso la finzione, chiarisce qualcosa”. Non sapevo se era una frase sua o di qualcun altro (magari del famoso allenatore cieco). Aprii la busta con un misto di ardore e timore. Per prendere tempo con me stesso, misi l’acqua sul fuoco per farmi un tè. Quando fu pronto,  mi sdraiai sul divano a leggere la lettera.   




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Caro Federico,

come avrai già verificato tu stesso, non ce l’ho fatta a venire al matrimonio. Purtroppo sono dovuto ripartire immediatamente. Sappi però che mi ha fatto un enorme piacere incontrarti. Io e te siamo fatti della stessa materia, una materia calda, siamo come due scolature di catrame che invadono le strade che percorrono.

Mi hai chiesto della mia “ricerca”, e io sono stato forse elusivo. Mi accorgo ora che la nostra amicizia richiede che io mi apra un po’ di più. Ed allora voglio dirti questo, anzi mi sento di dirti questo. Prendilo come un anticipo sui nostri incontri futuri.

Il ventisette settembre, nello stadio S. Siro, Batistuta segnò per tre volte al Milan, di cui una con un curioso calcio di punizione tirato all’interno dell’area di rigore, con i giocatori rossoneri in barriera sulla linea di porta. Esultò come se imbracciasse una mitraglietta e il giorno successivo un quotidiano progressista pubblicò l’accorato articolo di un intellettuale che dipinse Batistuta come un porco e un guerrafondaio. Seguirono: su una rivista giuridica internazionale, la lettera aperta di un noto tennista che rivendicava il diritto di spaccare la racchetta per terra; l’intervista, su un rotocalco cattolico, a un prete di Avellaneda che millantava di aver impartito i sacramenti al piccolo Gabriel; la raccolta di firme, a cui Batistuta non diede alcun peso, di un nucleo pacifista del Valdarno perché abiurasse quell’esultanza.

Il diciotto ottobre, Batistuta segnò un gol alla Roma. Era un pomeriggio tiepido e nel primo tempo della partita Batistuta, cui arrivavano pochi palloni, ebbe modo di riflettere sulla conversazione tenuta la sera prima con Gustavo Bartelt, suo connazionale che giocava nella Roma e che gli aveva chiesto di incontrarlo tramite il comune amico Nestor Sensini. I due si erano visti in un bar dei Parioli, Batistuta indossava un cappello da giamaicano per non farsi riconoscere, Bartelt non lo riconosceva nessuno, perché non era molto famoso e assomigliava, se mai, all’altro calciatore argentino Claudio Caniggia, talentuosa ala destra e latin-lover che qualche anno prima, a Roma, era stato squalificato per cocaina: lo avrebbero al limite scambiato per qualcun altro e dopo una pacca sulla spalla o uno sputo sarebbe finita lì.

L’ospite romano di Batistuta aveva l’aria furba (in questo Bartelt ricordava molto Caniggia) di chi si fosse trovato, senza nemmeno accorgersene, a vivere a scrocco un più fortunato destino (in questo Bartelt, almeno per qualcuno, era Caniggia). Tra le altre cose (il conto gratis dal meccanico, un appartamento con un numero elevatissimo di specchi, fornicare con un numero elevatissimo di donne le cui posture si moltiplicavano nel numero elevatissimo di specchi), questa reincarnazione aveva dato a Bartelt la possibilità di incontrare i suoi idoli, come lo sbigottito Batistuta che seduto al tavolino del bar si sentiva lontano anni luce dal conseguimento di quei vertici sessuali. Bartelt gli confidò di essere un calciatore non più che mediocre, ma per ordine dell’allenatore della Roma, un boemo di cinquant’anni, complice una stagione fortunata nel Lanus (tredici gol in diciotto partite), era stato acquistato per ricoprire il ruolo di ala destra, guarda caso lo stesso di Claudio Caniggia. Per come glielo descrisse Bartelt, il boemo, che si chiamava Zdenek Zeman, non parlava quasi mai, fumava sempre e proponeva un gioco d’attacco quasi suicida. Soltanto un giorno, nel ritiro pre-campionato, si era avvicinato a Bartelt pronunciando le seguenti parole: “Sappiamo tutti e due che sei pressappoco una pippa. A me non importa, mi serve solo che tu corra verso l’area avversaria più velocemente che puoi. Possono succedere due cose: o t’insegno a essere la più grande ala destra del mondo oppure non ci riesco, ma le persone penseranno che sei comunque fortissimo, perché in te gioca ancora lo spirito di Claudio Caniggia”.

“Mister, mica è morto Caniggia”.

“Lo so, ma certi giocatori hanno lo spirito vasto”.

Al trentaduesimo del primo tempo, Batistuta agganciò un pallone che sembrava spiovere dall’altra parte del tempo o della terra. Era immerso in un torpore che non sapeva se imputare alla tattica troppo difensivista del suo allenatore o al fatto che i difensori della Roma erano sistemati in modo che la loro linea di difesa coincidesse con quella di metà campo, confinando, in virtù della regola del fuori gioco, la metà in cui la Fiorentina avrebbe dovuto attaccare al di là del lecito calcistico. La nuova disciplina cui si era sottoposto cominciava a funzionare, perché in un solo istante si riscosse dall’abulia e di esterno al volo scavalcò il portiere in uscita.

In genere, i difensori delle squadre avversarie lo tempestavano di botte, qualcuno gli diceva che si sarebbe scopato sua moglie, un paio di volte si era ritrovato con un dito in un occhio. La difesa della Roma al contrario era, la parola giusta gliela offrì proprio il ricordo della sera prima, spirituale, di una sostanza strana fatta di aria e mistero. Tutti si disinteressavano di lui, forse un altro pallone giocabile sarebbe arrivato, avrebbero vinto due oppure tre a zero (la Roma non sembrava intenzionata a segnare, ci furono risse, l’arbitro cacciò alcuni giocatori per comportamento scorretto, ma tutto si svolgeva al di là di una bruma nebbiosa e a Batistuta veniva di chiudere gli occhi), che importa, pensava, l’importante è vincere e che vincano i buoni.

Verso la fine della partita, l’allenatore boemo mandò in campo Bartelt. Non gli disse nulla, solo gli strizzò l’occhio sorridendo. Bartelt pensò: “Che cazzo ridi, stiamo perdendo, siamo rimasti in nove e non ho la più pallida idea di come giocare”. Batistuta pensò: “Sono ridotti alla frutta, io potrei sdraiarmi sul prato per sognare di quando ero bambino, e questo schiera il sosia di Claudio Caniggia, che ieri sera si è pure fatto quattro gin tonic”.

L’ingresso di Bartelt, senza una ragione visibile, ha l’effetto di una scarica elettrica. La Roma, che fino a quel momento aveva giocato in modo a dir poco confusionario, è percossa da uno slancio convulso e teatrale. Lo stadio Olimpico lo avverte e intona una litania crescente di cori. Al novantesimo Bartelt scarta con una mossa fulminea il terzino sinistro della Fiorentina, un tedesco dalle orecchie a sventola, non senza averlo prima irretito con una sequenza di pasodoble che gli aveva insegnato una puttana di Mataderos. A Batistuta, che adesso vede tutto con chiarezza da sfiorare la premonizione, la chioma giallastra di Bartelt pare una lama efferata e incosciente: chiunque al suo posto tirerebbe verso la porta o passerebbe a un compagno, Bartelt no, continua ad avanzare verso la fine dell’area di rigore, rallenta per non oltrepassare la linea, si avvicina all’area piccola del portiere, e da qui offre una traiettoria radente a un compagno di squadra con cui prima di allora non aveva mai avuto a che fare (nessuno per la verità ci aveva mai avuto a che fare, Dmitrij Anatol'evič Aleničev era un idraulico russo che sbarcava il lunario nello Spartak di Mosca, ma sul cui acquisto Zeman aveva molto insistito, sfinendo gli scetticismi della dirigenza) e che non chiede di meglio di pareggiare la partita.

Allo scadere dei minuti di recupero, Bartelt corre in verticale nell’area della Fiorentina, riceve un pallone che arriva dalla destra e prova a girarlo verso la porta. Ne scaturisce un tiro pietoso, neutralizzato da un difensore diverso dal tedesco di prima. Il pallone torna di nuovo sui piedi di Bartelt, che ha la visuale sgombra e può sprecare la sua seconda occasione. Il tiro sbatte sul portiere ma - questo Batistuta già lo sapeva, era ineluttabile - Francesco Totti, il giovane e promettente regista della Roma, si avventa sulla sfera di cuoio e non fallisce il gol del due a uno.

Bartelt, forse con innocenza o forse con perversione, propose a Batistuta di scambiarsi le maglie come ricordo di quella partita. Batistuta non sapeva più cosa pensare, tutto gli pareva assurdo, ridicolo e miracoloso. Scendendo negli spogliatoi incrociò l’allenatore boemo, che lo guardò con una maschera di silenzio dietro cui c’erano il vuoto della saggezza e il vuoto della follia.

Spero di rivederti presto.

Con affetto, il tuo amico Arturo




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Verso le sei tornai in albergo a cercare Valeria. In camera non c’era. In piscina neanche. Alla reception, un altro ragazzo, questa volta catalano, mi disse che la signora Bertuccelli aveva fatto il check-out verso le dodici. Telefonai a Cassandra, ma il telefono era staccato. Pensai di mandarle un messaggio, ma non mi sembrava il caso di disturbarla durante il suo viaggio di nozze. Da Valeria, ovviamente, non mi ero fatto lasciare il suo numero. Quando stavo per allontanarmi dalla reception, il ragazzo mi chiese se per caso mi chiamassi Federico ***. Risposi di sì, che ero io. Ah, fece lui. Ah cosa?, lo incalzai. La signora Bertuccelli ha lasciato questa per lei. Una lettera. Il ragazzo mi allungò la busta azzurrina con il logo dell’hotel. Senza neanche pensarci, gli dissi che non la volevo. Mi guardò perplesso. Non la voglio, gli dissi un’altra volta, scandendo le parole. No-la-quiero! Va bene, disse lui. Mi chiese se allora dovesse buttarla. Sì, certo, tagliala in quattro pezzi e buttala nel cestino, gli risposi. Però fammi un favore, aggiunsi: prima di buttarla, leggila. Uscii dall’albergo e mi incamminai verso il cinema, sperando di fare in tempo per lo spettacolo delle otto.

16 commenti:

  1. Non capisco ciò che è reale rispetto all'immaginazione. Comunque grande, se non sei affetto da schizofrenia hai davvero un bel modo di scrivere!

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  2. Caro Dionigi, un Racconto epico, a dir poco surreale.

    Sono sempre più convinto che tu sia - perlomeno al 90% - responsabile della sceneggiatura di Fuori Orario di Martin Scorsese.

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  3. Avrei mille domande. Non te ne faccio neanche una.

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  4. "...le domeniche a Belgrano, se non c’è la partita, non sono domeniche, sono palloni sgonfi che aspettano il fiato dei tifosi per prendere forma”.

    Che dire, non so se sia tua o di Arturo e non mi interessa neanche saperlo. Ma e' un bellissima immagine per una stato d'animo che tutti gli amanti del pallone conoscono. Racconto splendido.

    Oronzo

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    1. Grazie Oronzo. La frase credo sia rubata a Paola Pitagora.

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  5. sono alla terzo lettura e ancora non riesco a decidere quale sia il passaggio migliore del post. forse l'errore è pensare che ce ne sia uno che vale più di altri e non prenderlo come un'unica, stupenda esperienza letteraria. chapeau per federico/dionigi!

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  6. Capolavoro, non mi viene in mente altro.

    Ma, oltre al fatto che quel Roma-Fiorentina è uno dei miei (come di altre migliaia di persone) ricordi calcistici più vividi, io ho controllato per vedere chi fosse Valeria Bertuccelli (visto che comunque il nome mi diceva qualcosa).
    E, difatti, l'avevo già vista in XXY e Luna de Avellaneda (che consiglio, soprattutto il primo), nei quali giganteggia Ricardo Darìn, il Servillo argentino.

    Un plauso, dunque, a Dionigi anche per la liason matrimoniale.

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    1. Valeria Bertuccelli è fantastica già nei suoi primi film, tipo quelli di Martin Rejtman. Mi sono innamorato di lei in "Silvia Preito" (film peraltro geniale). "XXY" mi piacque moltissimo, sono contento che Lucia Puenzo anche dopo si sia mantenuta su buoni livelli.

      Ricardo Darìn altro che Servillo dai, è il Maradona del cinema argentino!! Oppure, fisicamente, potrebbe essere più un Silvio Orlando non trovi?

      Comunque lunga vita al cinema argentino, per me anche meglio della letteratura argentina...

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    2. Servillo nel senso che con la sua presenza "nobilita" un film. Come Darin (fantastica la sua intervista qui https://www.youtube.com/watch?v=izOatvH5vPk).
      Il cinema argentino, come ripeto a chiunque da anni, spacca.
      Il segreto dei suoi occhi (vabbè il titolo più famoso negli ultimi anni), nueve reinas, un cuento chino, Kamchatka, La suerte esta echada (sto pezzo è bellissimo https://www.youtube.com/watch?v=C94PFfwCWgA), Medianeras, El aura, Metegol, El mismo amor la misma lluvia (quasi tutti con Darin) e ne dimentico molti altri.

      P.S. devo ritrovare dei video che ho fatto durante Belgrano - Lanus e Instituto - River Plate (40000 tifosi dei millonarios, l'anno di segunda division, 2011) e postarli sulla vostra pagina Fb, ché meritano

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    3. Sì il cinema argentino è fichissimo, ora peraltro stiamo cercando di recuperare anche un documentario sul calcio argentino marginale che sembra bellissimo.

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  7. ma valeria è vecchia!!

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    1. Lo dici come se fosse una cosa negativa...

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  8. c'è un gin tonic di meno..

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  9. ..tra qualche anno, più grasso, più stempiato e senza il tennis ad alleviare le tue pene tornerai in quell'albergo a cercare il receptionist.

    Gli chiederai della lettera e - solo allora - capirai.

    Capirai che Arturo alle festa c'era... seppur nelle vesti di Valeria.

    Gin Tonic, maledetto cocktail sodomita.....

    Cazzate a parte, veramente una bellissima storia. Mi chiedo solo perché ci hai messo tanto ad arrivare a Bartelt e cosa ne sapesse Arturo degli specchi nella sua stanza.

    Inoltre, bel consiglio che hai dato al fratello calciatore dello sposo. Se non ti ascoltava oggi forse giocava al Barcellona!

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  10. 90 minuti di applausi

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  11. anche certi allenatori hanno lo spirito vasto....... Dalle faer oer con amore...grazie ranieri. :)

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