mercoledì 15 ottobre 2014

Contro la Juve ne farai tre - Un omaggio a Gigi Meroni


Colpiti da una storia che è qualcosa di più di quella di un talento calcistico, una storia che ha conseguenze inaspettate, ma anche una storia d'amore e uno spaccato di un'Italia e di un calcio diversi da quelli che siamo abituati a vedere oggi, in occasione dell'anniversario della sua prematura scomparsa, Gian Mario Bachetti, già Borghettaro per raccontarci la storia di Mattia Biso, e Edoardo Romagnoli, entrambi amici de La Calzoleria, ci offrono un ritratto, uno storytelling sull'ala di Genoa e Torino Luigi Meroni.

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Solitamente una buona storia di calcio inizia sempre in un polveroso campo di periferia, ma questa non è solo una storia di calcio. Siamo nell’Italia degli anni Sessanta: la Democrazia Cristiana è alla guida del Governo, le famiglie vanno in vacanza con un nuovo modello della 500, la Giardiniera, la Domenica i fedeli assistono all’Angelus di Papa Giovanni XXIII e le radioline sono sintonizzate su Radio 1 per seguire Tutto il calcio minuto per minuto.
E’ l’Italia delle messe in latino, del bianco e nero, di Rai 1 e Rai 2, di gonne lunghe e completi grigi, è l’Italia del cinema di Sordi e della Magnani, è l’Italia in bicicletta di Adorni, Motta e un giovanissimo Felice Gimondi, è un’Italia dove l’estate del ‘68 è ancora lontana, ma nonostante tutto qualcosa già si muove. 

La nostra storia ha invece inizio in una notte di pioggia torinese e seduta in un angolo della sala d’attesa di un pronto soccorso c’è una bellissima ragazza, bionda, lineamenti delicati e il viso rigato da lacrime color catrame. Intorno ha un esercito di facce sospese, come in attesa, tutte con lo sguardo rivolto alla porta chiusa di fronte a loro. Quella ragazza è sposata, ma non è il marito l’uomo per cui sta piangendo. Cristiana si era sposata anni prima, con un uomo di Roma, un aiuto regista, anzi l’aiuto regista di De Sica, il primo che aveva chiesto la sua mano alla famiglia e l’aveva sposata.
In chiesa, quel giorno, fra i presenti, mimetizzato in un esercito anonimo, c’era proprio quell’uomo che Cristiana adesso stava aspettando seduta su quella sedia.

E pensare che quello non era un uomo da folle, lui che non piegava i suoi gusti alle mode ma disegnava i suoi vestiti, lui che alla Mercedes 220S cabriolet preferiva una Balilla del 1936 e al cane da passeggio una gallina.
Eppure Cristiana non l’aveva visto, altrimenti su quell’altare avrebbe detto NO e questa sarebbe diventata un’altra storia, magari sarebbe stata l’ennesima storia di calcio. Una di quelle ambientate nell’epoca in cui le maglie non avevano sponsor né nomi, il pallone era una pesante sfera di cuoio e i calciatori erano ancora lontani dall’essere divi.

Allora allo stadio si andava soprattutto per vedere le giocate dei campioni: le parate di Albertosi, le punizioni di Corso e le discese di Rivera. Era il calcio in cui il numero dettava il ruolo, senza spazio alla fantasia: era una questione di disciplina, fuori e dentro il campo. Ma il calcio è un gioco e il gioco è divertimento.

E che divertimento ci sarebbe senza spettacolo?

E allora vanno bene Ramazza, Benitez e Mazzola, Alessandro e non il più famoso Valentino, mediani tutta spinta e polmoni, ma a fare spettacolo chi ci pensa? Solo Sivori?
No. L’argentino tutta garra e finte era in buona compagnia, d’altronde erano gli anni 60 e qualcosa stava cambiando, anche nel calcio.

Mentre dall’altra parte della Manica fa il suo esordio con la maglia dei Red Devils un nordirlandese di Belfast – di nome fa George, di cognome fa Best, porta capelli lunghi e un 7 stampato sulla maglia – a Genova esordiva con la maglia del Grifone un ragazzo di Como, quello stesso che Cristiana sta aspettando su quella sedia di un pronto soccorso di Torino, lo stesso che si confondeva invisibile fra la folla degli invitati al suo matrimonio, porta i capelli lunghi, non ha il 7 sulla maglia, ma lo prenderà da lì a poco e di nome fa Luigi, Luigi Meroni. Detto Gigi.

L’esordio con la maglia rossoblu non è fumo negli occhi e già da quella partita a Udine si intuisce il Meroni che sarà. Palla lunga dal centrocampo, Gigi la incolla al piede, con una finta di corpo sposta il pallone sul destro, mette a terra il portiere e con un colpo sotto realizza il suo primo gol in Serie A.

Eleganza, estetica del movimento e quella voglia di andare con il pallone al piede il più lontano possibile, sempre guardando la porta, quasi fosse un traguardo da superare. D’esterno, d’interno a girare, di collo sul palo lungo, il colpo non era mai a caso, sempre immaginato prima di essere compiuto, con in testa il pallone che gonfia la rete prima ancora di essere partito.

Genova non è solo l’inizio di una carriera. È il punto di partenza di tutta la storia di Meroni.
Dopo una partita Gigi entra in un bar che era solito frequentare con i suoi compagni, ordina una cioccolata calda e si siede in disparte senza togliersi il cappello; lì, per la prima volta, quella sera, gli occhi di Cristiana si fermano sui suoi.
È il '63 e si fa il nome di Meroni per la Nazionale B, ma come si può stare lontano da quegli occhi? E allora Meroni fa un patto con il suo allenatore, Beniamino Santos: “io faccio due gol e salvo il Genoa, te mi fai uscire dal campo simulando un infortunio”. E andò proprio così: Meroni entra in campo e segna, ne fa due, il Genoa si salva, allora si accascia per terra e si fa fasciare una gamba. Meroni è infortunato, non può partire, Meroni resta a Genova, resta da Cristiana.

Nonostante i capelli lunghi e le trasferte mancate nell’estate del '64 è uomo mercato. Si scatena un’asta e a uscirne vincitore è Orfeo Pianelli che lo porta sotto la Mole, sponda granata, per 500 milioni di lire, tanto, tantissimo soprattutto per allora.

A Torino tutto sembra andare per il meglio, il pubblico lo acclama, la squadra vince e quel sette sulla fascia fa parlare tanto di sé, anche fuori dal campo.
D’altronde i campioni oltre a far sognare servono a dare speranza, la stessa speranza che Best stava dando al Manchester del dopo Monaco, quella speranza che Meroni darà al Torino di Nereo Rocco, orfano dei campioni di Superga.
Il dribbling come materia per portare la fantasia nel bel mezzo di un campo di calcio. Ma la fantasia che cos'è se non la capacità della nostra mente di vestire di eccezionalità il quotidiano? È fare di qualcosa di tutti i giorni qualcosa di eccezionale, come una partita, un vestito, un’automobile. Ma quella è l’Italia degli anni Sessanta, la fantasia è spesso bandita e per entrare in nazionale ci vogliono capelli corti e maglia nei pantaloncini. Arriva il giorno delle convocazioni e il mister Fabbri lo mette di fronte al bivio: “Questa è la maglia, quello è il barbiere”.

Poi i riflettori si accendono sul Mondiale del ’66, quello in Inghilterra e nella seconda partita, contro l’Unione Sovietica, le televisioni trasmettono l’immagine sbiadita di un ragazzo, poco più che ventenne, che corre e dribbla con la maglia numero 15. Porta i capelli lunghi e si chiama Gigi Meroni.

L’Italia perde 1 a zero e sarà solo il presagio di un Mondiale disastrato per la compagine azzurra, ma quel ragazzo di Como, pur soffrendo la fisicità dei russi, gioca bene e bene fa sperare. La partita dopo si gioca contro la Corea del Nord, Meroni è seduto in panchina e lì rimarrà per tutta la gara, il resto è storia.

Ma è una storia di calcio e questa, l’abbiamo già detto, non è quel tipo di storia, perché la vita di Meroni non è fatta di solo calcio. La delusione del Mondiale viene mitigata dall’inizio della convivenza con Cristiana: una piccola mansarda, qualche tela su cui dipingere e pochi volti fidati a difesa di quella storia così scandalosa. Non scordiamoci di quella chiesa, di quell’aiuto regista e di quell’Italia in cui il matrimonio era un vincolo impossibile da spezzare.

Meroni però vedeva il mondo con gli occhi della bellezza, cercando in ogni gesto di avvicinarsi il più possibile a quest’idea, questo ideale irraggiungibile. Un’idea talmente nitida e sublime che non riusciva, per quanto si sforzasse, a riprodurre.
C’è un quadro in un angolo della mansarda: è un ritratto di Cristiana e, in basso a destra, una firma: Luigi Meroni. Ma quel ritratto è incompleto. A mancare sono gli occhi, proprio quei due occhi che stanno piangendo in una sala d’attesa di un pronto soccorso Torinese.

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San Siro non ha ancora il terzo anello, si gioca Inter – Torino. Davanti a Meroni ci sono i giocatori del Mago, Helenio Herrera. È la Grande Inter e sono tre anni che non perde una partita; poi arriva una palla dalla difesa il numero sette granata la controlla con il collo del piede, la sposta con l’esterno, per un instante tutto sembra congelato, tutto si muove a rallentatore, Gigi guarda in alto, sulla destra, verso il sette e calcia. Interno destro, a girare, e la palla va a finire proprio lì, dove già se la stava immaginando un attimo prima. Il Torino vince 2 a 1, segna anche Combin a cui Gigi dirà a fine partita: “Contro la Juve, ne farai tre”.

La partita dopo però non c’è la Juve, ma la Samp. Il risultato non cambia da quello della domenica prima: il Torino vince, vince per 4 a 2 e Meroni viene espulso.

La prassi del tempo voleva che i giocatori cenassero tutti insieme e insieme restassero tutta la notte in ritiro in un albergo della città. Ma quella sera no. Quella sera c’è da festeggiare una vittoria e ognuno ha voglia di farlo dove vuole. Così, pressato, dopo la cena Rocco lascia andare i suoi.

Meroni e Poletti salgono in macchina, direzione casa, direzione Cristiana. Ma Cristiana sotto casa non c’è e non è nemmeno al solito ristorante; così i due attraversano la strada e vanno nel bar di fronte. È l’Italia degli anni Sessanta e non ci sono cellulari. Ma Cristiana non risponde: attraversano di nuovo. Adesso Meroni e Poletti sono al centro della carreggiata, piove, scatta il verde, le macchine partono, Poletti scatta, Meroni no, si blocca, forse ha paura, fa due passi indietro. Poi, lo schianto. La macchina ha colpito Poletti a un polpaccio e l’ha scaraventato a terra. Meroni invece è preso in pieno. Dalla macchina scende Attilio Romero, tifoso sfegatato del Torino e di Meroni. Tanta la passione per quell’idolo che con la foto dell’ala destra Romero ci girava in macchina, come si fa con i santini nella speranza che possano proteggerci.

La farfalla granata adesso è stesa sul cemento, la linea bianca alla sua destra, come tante volte sul campo, ma le ali sono rotte e inermi sul petto. Cristiana nel frattempo è arrivata e anche questa volta non riesce a vederlo, eppure Meroni non vuole confondersi in nessuna folla, è lì al centro della strada, al centro di tutti. Cristina però ora lo sente, sente che è proprio lui quell’uomo a terra circondato da tante persone.

La pioggia batte sul vetro della sala d’attesa, Cristiana è ancora immobile sulla sedia, intorno ci sono tutti: Combin, Poletti, Agroppi, Vieri – tutti sospesi, come quel giorno a San Siro, a guardare quella porta bianca. Poi, quella porta si apre. Meroni è morto.

Il NO di Cristiana finalmente arriva, tardivo e questa volta spezza il silenzio.

La partita dopo è Juventus – Torino. Combin, segnerà tre volte, come da profezia, calciando con una forza incredibile, come a voler scacciare l’immagine della morte dell’amico dalla sua memoria. Il quarto gol lo realizza un giovane esordiente che quel giorno indossa la maglia numero 7. Il Torino vince 4 a zero, sarà l’ultima volta che i granata vinceranno un derby con un tale risultato. Molti anni dopo invece Attilio Romero diventerà presidente del Torino.

Perché questa non è una semplice storia di calcio: è una storia di coincidenze, di passione e bellezza.


8 commenti:

  1. Ho terminato la lettura da cinque minuti e la pelle d'oca non passa ancora...fantastico, grazie.

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  2. Ciao, sono nipote di Edmondo Fabbri e vorrei rettificare riguardo al fatto che nella stagione 1967/68 fu proprio mio nonno l'allenatore in carica del Torino.
    Il pensiero di aver annullato il tradizionale ritiro post-partita in quella maledetta domenica l'ha accompagnato per il resto della carriera.
    Inoltre credo che la stima che mio nonno nutrisse per Gigi, al di là delle divergenze caratteriali, non sia mai stata raccontata degnamente, preferendo soffermarsi sulla figura del tecnico ottuso incapace di riconoscere il talento
    condito di sregolatezza.
    Ad esempio, ritornando ai Mondiali del 66', il 7 granata fu schierato titolare nella partita contro l'Urss, che mio nonno considerava l'avversario più ostico.
    Infine spero di non essere arrogante nel lasciarvi un piccolo, ma significativo aneddoto "di famiglia":
    Durante una cerimonia ufficiale della squadra, mio nonno volle a tutti costi presentare Meroni a mio padre, all'epoca bambino di 7 anni, che per la timidezza si era nascosto sotto ad un tavolo.
    Un saluto a tutto il blog, che seguo da tempo con grande piacere.
    A.F.

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    1. Ciao AF innanzi tutto è davvero emozionante che un parente stretto di uno dei protagonisti della vicenda che abbiamo raccontato abbia letto il nostro contributo.

      Ovviamente sul cambio di panchina hai ragione, ce lo siamo perso ma ce ne siamo accorti a giochi fatti.

      Quello che dici sulla figura di Fabbri nella vicenda-Meroni è vero: viene troppo spesso semplificato il loro rapporto, anche per questioni di spazio. Noi abbiamo provato a non affidarci alla "letteratura ufficiale", limitandoci a riportare solo l'aneddoto del barbiere.

      Grazie anche di averci regalato un episodio così privato della tua storia familiare.

      A presto!

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  3. Grazie, AF, per seguirci e per il contributo prezioso e più che apprezzato.

    Per mettere ordine, tuo nonno Edmondo ha allenato la Nazionale in Inghilterra ed era allenatore del Toro al momento dell'incidente (aveva sostituito la coppia Bergamasco-Rocco).

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  4. elpatoabbondanzieri26 marzo 2015 15:10

    Riguardo a Meroni e i capelli lunghi ricordo un aneddoto infatti al presidente Pianelli non piacevano i ragazzi coi capelli lunghi e la barba ma a Meroni permetteva tutto e una volta Meroni gli disse che se il presidente voleva che se li tagliasse lui l'avrebbe fatto, allora Pianelli si commosse e non gli impose questo sacrificio; dopo la morte di Meroni lo stesso Pianelli avrebbe odiato tutti quei calciatori che tentavano di imitare meroni.

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