giovedì 30 ottobre 2014

Cattolicità del calcio (un post, necessariamente, uno e trino)



Dimas Manuel Marques Teixeira.
Appare in questo post per mere, e dunque profonde
e insondabili, ragioni nominalistiche

Mettiamo, anche se non è vero, che ieri mi ha chiamato Jorge Bergoglio (Papa Francesco, per i meno intimi).
- Perché non scrivi un bel pezzo per Lacrime di Borghetti?, mi fa (il pontefice conosce e apprezza Lacrime di Borghetti, ve lo posso assicurare; anche se in effetti è convinto che il nome sia un omaggio a Jared).
- Lei ha ragione, Santo Padre; ma non mi viene nulla di valido...
Ho percepito allora, dall'altra parte della cornetta, un silenzio riflessivo; e poi di nuovo la voce di Bergoglio che mi diceva: "Sai (beh, lo saprai già...), io ho due passioni: il calcio, e il cattolicesimo. E so che anche tu non sei insensibile all'argomento... Sicché pensavo: perché non unire le due cose? Io credo che ne verrebbe fuori qualcosa di carino.
- Calcio e cattolicesimo, dice? Beh, possiamo provare. Ad esempio, potrei buttare giù una cosa così:


Tattiche e statistiche catto-calcistiche.
di Tommaso Giancarli, PhD

Il calcio è una creazione inglese e una realtà globale. Siamo oggi nel 2014; e possiamo dire dunque che è quasi un secolo che il nostro sport si gioca a livello mondiale e in modo dannatamente serio. Abbiamo soprattutto una messe ormai ingombrante, perciò affidabile, di dati: ed è quasi un dovere, prima ancora che una possibilità, trarne analisi scientifiche e basate sui numeri e sulla realtà.
Parlo di dovere nel senso di attribuire una dignità da disciplina reale e misurabile al calcio, invece di lasciarlo agli opinionisti, agli editorialisti dei giornali sportivi, ai polemisti che fanno caciara (e creano questioni sul nulla, e a volte producono dal nulla una violenza verbale facilmente infiammabile in contesti già propensi). Questo perché? Perché noi che amiamo il calcio sentiamo di doverlo rispettare ed onorare con l'esattezza e la precisione.
Il primo e principale strumento dell'esattezza calcistica è la troppo vituperata statistica; che è vista sovente come non pertinente al calcio fantasioso e imprevedibile, ma che - ove adoperata con intelligenza - ne rifrange invece la grandezza con tutta precisione e con impagabile chiarezza. E la statistica, rapportata al massimo evento calcistico appunto globale, cioè ai mondiali, ci dice che il calcio è affare cattolico. Non sarà un caso, infatti, che su venti edizioni per ben quindici volte si siano laureati campioni del mondo paesi di prevalente tradizione cattolica, quali Brasile, Italia, Argentina, Uruguay, Francia e Spagna; mentre per quattro volte ha trionfato la divisa Germania - in cui comunque il calcio è affare principale della cattolicissima Baviera e della piuttosto cattolica Renania - e solo in un caso l'Inghilterra antipapista.
Ciò ci porta ad affermare, senza tema di smentite, che pensare cattolico equivale a pensare meglio il calcio...

- Aspetta, aspetta, mi interrompe allora Bergoglio, - cos'è questa pappina? E poi che c'è di male a parlare di nulla? Uno potrà anche divertirsi un minimo, o deve sempre misurare ogni cosa?
- Santo Padre, cerco di raggiungere la fede attraverso la ragione, se posso rievocare Sant'Agostino...
- A dire il vero dovrei controllare i permessi, ma non sono certo che tu possa. In ogni caso non ci siamo, ci vuole qualcosa di più accattivante, stimolante, fiammante; te lo dico da latinoamericano.
- Capisco. Proviamo in questo modo:


L'inganno della predestinazione e le vittorie pretese.
di Tommaso Giancarli, Analyst

Si parla spesso, nel calcio, di "vittoria meritata"; se notate, però, lo si fa sovente quando questo merito viene reclamato contro le regole del gioco.
Mi spiego meglio. Non c'è niente da meritare. Dire "ha meritato, ha giocato meglio" significa di solito passare a un altro registro che con il calcio, sport profondamente cattolico, non ha niente a che fare, e che deriva semmai la sua legittimazione dal pensiero protestante oggi egemonico. Chi "ha meritato", infatti, è di norma chi ha tenuto più palla, chi si è avvicinato di più all'area avversaria, chi ha imbastito molte manovre potenzialmente pericolose, che è poi di solito chi ha in formazione i giocatori meglio pagati e più valutati; in breve, il passaggio da questo genere di meritocrazia alla sudditanza psicologica (quella per cui un rigorino, a chi ha meritato, possiamo anche giustificarlo, benché fosse tutt'altro che evidente, così come possiamo condonare un gol in fuorigioco, sì, però meritato), beh, è un attimo.
E quando dico "protestante" intendo soprattutto calvinista, con la ributtante concezione della predestinazione eletta a dogma e prassi di vita: e, fra una squadra che ha vinto scudetti e coppe e vanta una proprietà prestigiosa e una neopromossa, non sarò io a dirvi chi debba essere il favorito di un dio tanto meschino (per la verità anche Martin Lutero fece della sua dottrina una stampella dei prìncipi e una santificazione del classismo e dell'arbitrio dell'essere umano sull'essere umano, ma lui ebbe almeno il buon gusto di pervertire visibilmente, per viltà e per bassezza d'animo, la Riforma tedesca che invece era nata in tutt'altra maniera).
L'unico modo lecito di meritare, nel calcio, è di vincere seguendo il regolamento (che è comunque un regolamento saggiamente umano e fallibile, sia chiaro; in nessun senso voglio scagliarmi contro gli errori arbitrali): se è meritare mettere frequentemente degli uomini davanti alla porta avversaria, e certamente lo è, ebbene è meritare anche avere un portiere capace o fortunato, o una porta misteriosamente piccola; è meritare anche possedere diversi difensori bravi a ribattere di piede, di testa, di ginocchio; è meritevole anche il giocatore alto alto messo in barriera e bravo ad alzarsi sulla deliziosa palombella del 10 altrui, così come è meritevole il brevilineo che accorcia in un attimo i nove metri della distanza e para con la suola un tiro destinato all'angolino.
Quello che giustifica le ruberie in nome del merito è lo stesso meccanismo per cui qualcuno, senza arrossire, ritiene che un paese che è democratico al proprio interno sia legittimato, avendo ragione da sempre e per sempre, a - poniamo - gettare bombe...

- Dove vuoi andare a parare?
- Beh, polemizzerei con...
- Non devi polemizzare, figliolo mio. Siamo cattolici, ricordi? "Universali", vuol dire.
- Chiaro, ma abbiamo anche dei princìpi i quali...
- Lo so che abbiamo dei princìpi, ma suaviter in modo. E poi che brutto tirar fuori quella cosa delle bombe... No, in nome di San Lorenzo - grigliato e de Almagro - ti chiedo di inventarti qualcosa di meglio.
- Uhm... Diciamo allora che:


Zona Cesarini.
di tamas

Ero a Urbino, e non avevo molto da fare. Sicché sono andato a visitare l'Oratorio di San Giovanni, per vedere se avevano ragione quelle iperboli che lo descrivevano come "La Sistina del gotico". Mi inerpicai dunque per vicoli e scalinate (o scesi; non ricordo in effetti se mi trovassi, quando ho preso la mia decisione, più in alto o più in basso dell'oratorio stesso, e cioè se fossi in piazza o alla fortezza); e quando arrivai trovai che avevo invece raggiunto una sorte di Sistina del fastidio e dell'odore di cipolla stantia, visto che insieme a me, in quello spazio tutto sommato piccolo, c'era anche una classe delle medie, piena di ormoni, di voglia di correre via, di sudorazione, e in generale di tutto ciò che abbiamo odiato essere, al tempo, e che ora odiamo osservare.
Provai dunque sulle prime, soprattutto per non offrire altri pretesti di disattenzione ai monellacci, a stare sulle mie; ma lo spazio, come detto, è limitato, e in più la mia altrettanta limitata preparazione artistica e iconografica mi spinse ad approfittare subdolamente della spiegazione fornita - gratis, almeno per me - dall'accompagnatore della scolaresca. In quel momento la guida stava appunto illustrando l'affresco magnificissimo fra quelle pareti tutte magnifiche (sì, dimenticavo: è davvero una Cappella Sistina del gotico), quello sopra l'altare, che raffigura la crocifissione di Cristo. In esso sono dipinti con enorme maestria innumerevoli personaggi: ci sono i soldati, c'è la folla dei saggi barbuti, ci sono la Madonna e la Maddalena dolenti e assistite da altre dame, ci sono angeli e arcangeli, c'è il pellicano che si strazia il petto per nutrire i propri piccoli e c'è ovviamente il Cristo; e accanto a lui, come lui condannati dalla giustizia terrena, i due ladroni. Sopra quello alla sinistra del Messia sta un diavolo cornuto che ne ghermisce l'anima - sì, i bravi fratelli Salimbeni hanno disegnato anche l'anima; sopra l'altro, viceversa, si librano degli angeli, che ne accolgono l'anima in cielo.
Il buon ladrone si chiama Disma (o Tito, in altre versioni); ne conoscevo la storia, certamente, ma non gli avevo mai badato troppo. E avrei continuato a non badargli, nonostante il capolavoro urbinate, se quella ignota guida non avesse detto ai ragazzini, probabilmente per interessarli un po' di più a quei dipinti forse troppo immensi per la loro giovane età, che il ladrone era come un centravanti opportunista, diciamo un Inzaghi: in tutta la sua vita, per tutto il tempo che il Sommo Selezionatore gli ha concesso su questo campo di gioco solcato da lacrime, non aveva fatto nulla per meritare la fiducia dimostratagli, anzi aveva ciccato malamente fior di opportunità di redenzione; ma all'ultimo minuto, credendo in se stesso e nella grandezza altrui, aveva confessato al Cristo i propri peccati e aveva implorato perdono: come, scusate il paragone improprio che è farina mia e non della guida, un Bartelt che si affidi a Totti per vincere al 93° un match che sembrava segnato, o, si parva licet eccetera, un Max Vieri che creda nell'ultimissimo cross di Parente per andare a incornare sotto la Nord.
Ai bambini, quella pur immaginifica spiegazione parve non fare particolare effetto; ma io, ricordo, io rimasi elettrizzato da quelle parole e mi astenni a malapena dall'andare a baciare ed abbracciare il bravo educatore, temendo più che altro i "ma te vara sto finocchio" dei piccoli omofobi. Ma poi, uscita la scolaresca, rimasi diversi minuti nella chiesa, in stato di vivissima agitazione mistica. E mi ripromisi che presto avrei scritto di quel fortunato incontro e di quel bellissimo episodio; non tanto per esaltare la ricchezza del caso, ma per Disma-Inzaghi: per quel dannato, piedi storti e anima sudicia, che più di mille esempi teologici incarna la realtà del fede e opere e la cattolicità del calcio. Sport in cui non basta credere, ma tocca anche impegnarsi; né basta impegnarsi, perché bisogna anche crederci, e pensare che arriverà, prima che l'arbitro fischi tre volte, il tempo di un tocco rapinoso che trasforma, per i giornalisti pigri, una partita indecorosa in un superbo 7 (più tre per il fantacalcio). E ci si può convincere, perfino, che un giorno Bressan siederà accanto a Ronaldinho, e nessuno gli chiederà di rifare il suo gol; perché è bastato crederci e provarci una volta sola per meritare la gloria e la salvezza eterne.

- Figliolo, ora ci siamo.
- Santo Padre, io, tuttavia, io tifo Rosario Central.
- Il Signore, figlio mio, è misericordioso; e dicono perdoni anche alle canaglie.

11 commenti:

  1. meraviglioso Tamas. davvero.

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  2. Grande e santo Tamas, fammi commentare intanto sul primo dei tre temi dei tuoi scritti, quello dell'attuale mito della statistica applicata al calcio, lasciami solo dire che, citando Heidegger, la statistica è una "provocazione (Herausforderung) della natura", una violenza esercitata sulla natura del calcio.

    Lasciateci parlare del nulla, non toglieteci anche il nulla.

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  3. Pazzo per seconda parte. Grazie, Tamas.

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  4. Non credo di fare torto a nessuno se dico che le ultime 9 righe di questo post, sono le più belle mai lette su questo blog.

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    1. Lo dici perchè tu sei un fan sfegatato di Bressan e del suo inutile gol...

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    2. solo per questo commento... Dovrei lasciare il blog

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  5. un piccolo torto al Profeta del Gol lo fai....

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    1. se lo nomini tre volte allo specchio... Lui appare e parla male dei romani

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  6. Non oso immaginare se al posto di Bergoglio ci fosse stato Ratzinger. Chissà cosa ne sarebbe venuti fuori!
    G.

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