venerdì 19 settembre 2014

“Nessuno vuole essere il calciatore di Sacchi”. Estratti dal romanzo "Arrigo" di Jvan Sica (edizioni INCONTROPIEDE, 2014)

Nell'ottica dell'amicizia e della collaborazione con le edizioni inCONTROPIEDE siamo felici di pubblicare alcuni estratti di "Arrigo. La storia, l'idea, il consenso, la fiamma", l'ultimo volume pubblicato dai tipi di Alberto Facchinetti, vale a dire un bizzarro, ispirato, originalissimo libro di Jvan Sica - al crocevia tra la biografia, il romanzo e la sceneggiatura - dedicato al più amato degli allenatori italiani della nostra infanzia, e non solo dai tifosi milanisti: Arrigo Sacchi. La penna di Jvan Sica, non nuova a queste imprese, ha seguito cammini nascosti anche ai protagonisti di questo libro per ricostruire a modo suo - ma sempre con umilté - l'immaginario personale e collettivo dell'allenatore di Fusignano, sullo sfondo di un'Italia che ormai, probabilmente, non esiste più. Come quel calcio, d'altronde.

***

21 ottobre 1987
In albergo dopo la partita di Coppa Uefa Milan-Espanyol 0-2
Lecce (Italia)

“Cos’è successo Arrigo?”.
“Non mi seguono, non mi vogliono”.
“Ma chi?”.
“Tutti, nessuno escluso. Nessuno vuole essere il calciatore di Sacchi”.
“Ma c’è qualcuno che te l’ha detto in faccia, qualcuno che rema contro?”.
“Non è un problema di remare contro. Sento che stanno iniziando ad odiare il mio essere in primo piano rispetto a loro”.
“I calciatori li conosci…”.
“Sì, li conosco, loro pensano che basti l’esperienza. Sono come quei vecchi falegnami che ormai pensano di non dover imparare più niente. Sono delle merde, guarda”.
“Dai Arrigo calmati, lo sai che ti stimano”.
“Non più ormai, non più. Lo sai cosa mi ha detto uno l’altro giorno: ‘Mister, qua ci facciamo il culo e sembra che in campo ci vai tu, non è mica giusto’”.
“La società?”.
“Una parte è con me”.
“E l’altra?”.
“L’altra sta già aizzando i tifosi. Vogliono Trapattoni, pensa un po’”.
“Davvero?”.
“Sì”.
“E Berlusconi?”.
“Berlusconi è incasinato. L’ho sentito due ore fa, mi ha parlato dell’importanza di mostrare sempre una faccia sorridente. Vincere le guerre, a noi le battaglie non interessano”.
“Ha ragione”.
“Ha ragione ma io non vado da nessuna parte se non prende posizione nei confronti della squadra”.
“E diglielo chiaro e tondo”.
“Non è facile, non si vuole esporre”.
“Perché?”.
“Perché cazziare uno dei vecchi in pubblico vuol dire mettersi contro una parte dei tifosi e a lui serve il consenso pieno, vuole che tutti lo adorino, lo sai com’è fatto, no?”.
“Ma perché oggi avete giocato così male?”.
“Non lo so, non riesco a capire. Siamo in forma, in allenamento siamo perfetti. Oggi in partita invece continuavo a chiamare Tassotti, Donadoni, tutti quanti ai loro compiti ma loro se ne fregavano, tutti facevano il cazzo che volevano in campo”.
“Gli olandesi?”.
“Ah quelli poi. Gullit pensa col cazzo, è troppo istintivo. Van Basten mi sta sui coglioni, con quell’aria da Cristo sceso in terra. Quando gli faccio vedere i tagli ad uscire in allenamento mi ride in faccia, come per dire: ‘E io, Marco Van Basten, mi metto a fare ste stronzate’”.
“Mi hanno detto che è mezzo infortunato”.
“È tutto infortunato. Ha caviglia e ginocchio fuori uso, ma deve giocare per forza. Lo abbiamo esaltato come il nostro Maradona e adesso, che faccio, lo metto in panchina? Ma è rotto, gli dico. E tu fallo giocare rotto. Io che punto tutto sull’efficienza fisica devo far giocare un giocatore rotto”.
“Senti Arrigo, tu al Milan non sei andato a campare di rendita. Tu stai là per un motivo ben preciso”.
“Una missione”.
“Ecco, una missione, bravo. Tu non puoi far decidere agli altri il tuo destino. Se Van Basten è rotto e decidi di metterlo fuori, deve stare fuori. Se Tassotti non ti ascolta, lo sostituisci con uno della Primavera. Se Gullit è fuori forma, lo sbatti fuori”.
“Sono in forma, non mi ascoltano”.
“Appunto, chi non ti ascolta si accomoda alla porta”.
“Non è facile”.
“Devi decidere tu, sei tu a comandare”.
“Siamo in tanti a comandare”.
“Così finisce tutto Arrigo, se non comandi tu finisce tutto. Parlane con Berlusconi, lui ti segue”.
“Ok, ma non è facile”.
“Fallo”.
“Adesso vedo”.
“Fallo”.




4 gennaio 1988
Incontro con Silvio Berlusconi
Arcore (Italia)

La stanza è angusta, ma l’amaranto alle pareti dà una piacevole tranquillità. Le librerie tutte intorno sono zeppe di libri, oggetti, fotografie, fogli. Non c’è uno spazio libero, tutto è ricolmo fino all’eccesso. La scrivania invece è vuota: un recipiente dorato contiene tre penne, un portadocumenti in pelle. Il Presidente accoglie Arrigo Sacchi con un gran sorriso.
Di fronte alla scrivania, affianco alla porta d’ingresso, la televisione è sintonizzata su una delle reti del Presidente. In quel momento c’è un break pubblicitario.
“Dove va il piccolo mugnaio bianco?
Clementinaaaaaaaaa”.
Il Presidente accoglie Arrigo Sacchi con il suo solito buonumore. Si complimenta per la partita di ieri. L’aggettivo che ama usare è quello con cui ha descritto la partita del suo Milan ai giornalisti: straripante.
“Il merito”, dice il Presidente, “è anche suo, Signor Sacchi, bravo nel far giocare alla squadra un calcio spettacolare e redditizio insieme”.
“Ragazzi sono arrivati i nuovi Mostruovi
I Mostruovi son tremendi, una vera novità…”.
Arrigo Sacchi si distrae, la tv è a volume alto. Il Presidente la indica e dice che è stato lui la fortuna di quella marca. Senza la sua capacità visionaria di dare spazio nelle sue tv a marchi anche piccoli oggi molte di queste aziende non esisterebbero e non ci sarebbero tanti occupati nelle fabbriche che producono i giocattoli, i mobili, le pentole.
“Ehi Paolo.
Buongiorno Signor Parroco.
Non hai ancora aperto il bar? Senza il tuo espresso chi mi dà la forza per suonare le campane?”.
Il Presidente guarda incantato. Ha aperto soltanto la porta, la gente non aspettava altro. Colori, musica, persone che finalmente ti sorridono e ti dicono quanto è bello il mondo, quanta è bella la vita. Alcune volte quello che fa gli sembra una missione per far stare meglio tutti. Un po’ quello che vuole fare anche con il suo Milan, una squadra che incanti e per cui tutti prima o poi facciano il tifo. Una squadra da guardare ed ammirare. Il Presidente sarà contento quando gli avversari uscendo dal campo diranno ai giornalisti: “È stato meraviglioso guardare questa squadra dal vivo”.
“Zigulì è una pallina che mi fa sentire più carina
Zigulì è una pallina che la fa sentire più carina”.
Il Presidente parla del futuro. Il domani non è dei vecchi bacucchi della politica, del giornalismo, del calcio, se vogliamo restare al mondo di Arrigo Sacchi. Il futuro è delle persone che vogliono dire cose nuove. Il Presidente risottolinea la parola “dire”, perché oggi se non riesci a comunicare alla maggior parte delle persone puoi inventarti tutto quello che vuoi, ma resti comunque un signor nessuno.
“Novità?
C’è un bel regalo, mamma.
Un altro forno, ma se c’è l’ho già?
Ma non lo usi mai…”.
E Sacchi lui lo ha notato e voluto proprio per la sua capacità di parlare del calcio in maniera nuova, lontana dalle piccole beghe di cui ogni giorno i quotidiani sportivi si occupano. Il Presidente ha bisogno di guardare dall’alto accompagnato da persone che insieme a lui si spingono un passo più in là.
Il Presidente dice che non è un fatto di supremazia, voglia di essere il numero 1, qui si parla di valori, di una nuova società, di una nuova Italia, finalmente. L’italiano nascosto dietro le tonache della mamma o del parroco deve scomparire, lui vuole un nuovo italiano che guarda in faccia l’America e le dice quello che non va.
“Oh fermamose n’attimo, io gnela faccio più.
Dai, non fare lo stupido, domani c’è la gara
Ma che gara e gara, so’ cinquanta chilometri che stiamo camminando…”.
Il Presidente è certo, lui ci riuscirà. Con uomini come Arrigo Sacchi che ci credono, perché la fede è la forza che ti fa andare avanti nelle difficoltà.
Il Presidente lo congeda mentre il canale ricomincia il flusso normale delle trasmissioni. Il sorriso del Presidente è sincero, largo, contagioso.
Arrigo Sacchi non ha più voglia di pensare o solo di fermarsi un attimo per riflettere. Ha solo un desiderio: ricominciare a fare il prima possibile.



27 novembre 1988
Negli spogliatoi dopo la partita Napoli-Milan 4-1
Napoli (Italia)

“Ci hai fatto impazzire oggi”.
“Ero in forma, è andato tutto bene”.
“Questa volta è toccata a voi”.
“Fortuna, Mister”.
“No, Diego la fortuna non esiste. Tu sei il migliore”.
“Grazie Mister, tu sei sempre gentile con me”.
“Te lo meriti”.
“Anche tu sei il migliore”.
“Con te succede una cosa che non succede con nessun altro calciatore. Non riesco a tagliarti fuori dal gioco, ho provato diverse soluzioni in questi due anni ma quasi mai sono riuscito a non farti giocare”.
“Giocare è la mia vita, se mi togli il pallone Mister mi fai diventare triste”.
Sorridono.
“Peccato che non potremo mai incontrarci”.
“Perché?”.
“Perché non potrei mai allenarti”.
“Non sono così cattivo come dicono”.
“No, anzi, tu sei il giocatore perfetto, ma io e te non andremmo d’accordo”.
“A me piace come giocano le tue squadre, sai attaccare, non giochi come facciamo noi. Hai visto anche tu, difendiamo sempre in tanti e quando attacchiamo tutti aspettano me. Quando vedo il Milan giocare mi piace”.
“Grazie Diego ma tu non puoi giocare nelle mie squadre, intendiamo il calcio con la stessa intensità ma da due prospettive totalmente diverse. Quando scendi in campo tu sei il calcio, per novanta minuti non esistono avversari, compagni, arbitri, pubblico, per te esiste solo il pallone e quello che tu con il pallone puoi fare. La partita diventa una tua invenzione, una tua creazione”.
“Mi piacerebbe fare parte di una tua squadra, capire come alleni tutti questi campioni”.
“Sai come faccio? Gullit sa che è importante quanto Colombo e Maldini sa che senza Massaro non potrebbe giocare come fa. Come farei a farlo con te? Come farei a convincerti che sei uguale agli altri?”.
“Sono un uomo curioso, potrei seguire quello che dici”.
“No Diego, sarebbe una bestemmia per te e un disastro per me. Vincere con te non ha senso, tutto sfuma, l’allenatore non ha alcun valore quando giochi. La partita è di Maradona e di nessun’altro, io non ci riuscirei a stare in silenzio”.
“Saremo sempre avversari?”.
“Sempre Diego, i migliori non possono stare insieme”.

1 commento:

  1. Il dialogo tra Sacchi e Diego è esemplare di come funziona il calcio e del come bisognerebbe confrontarsi con certi attori (qualcuno mi perdonerà per la blasfemia ma, in tono minore, doveva esserci la stessa intelligenza nel rapporto Guardiola-Ibrahimovic). La forza calcistica del collettivo è straordinaria ma non è applicabile per alcuni giocatori che, pur non essendo adatti a certo gioco, restano altrettanto straordinari. Non è scegliere tra singolo e gruppo, è capire che il calcio può essere entrambe le cose

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