mercoledì 24 settembre 2014

Gabriele Ambrosetti è uscito dal gruppo (Cardano al campo, 22 novembre 2007). Parte I


 


Premessa 

Ormai sette anni fa (sette anni! Fa paura) io e Nesat riuscimmo a convincere non si sa come il direttore editoriale di una piccola casa editrice romana a commissionarci un libro di interviste a giocatori famosi che avevano deciso di finire la loro carriera in squadre minori. Attraverso questo libro - di cui avevamo pure trovato il titolo, riconosco non originalissimo, ma calzante: Tempi Supplementari - volevamo capire cosa spinge un calciatore che nella sua carriera ha avuto ogni tipo di soddisfazioni a continuare a mettersi in gioco nei campi di provincia, rischiando infortuni, fischi, fango, invidie. La tesi che volevamo dimostrare era che, nonostante tutto il male che si dice sul calcio moderno, ridotto a poco più di un sottogenere dell'industria dell'intrattenimento, ci sono ancora calciatori che giocano a pallone perchè amano giocare a pallone, tanto che lo continuano a fare pure quando tutto il resto (soldi, fama, visibilità, lustrini) è sparito. Dopo lunghe e faticose ricerche, stilammo una lista di calciatori da intervistare sparsi lungo tutto il paese, e - non senza emozione - iniziammo a metterci in contatto con le relative società. Di quei giorni ricordo soprattutto con piacere una lunga telefonata in autobus con Carmine Gautieri, che all'epoca mi rispose da Sorrento. Il primo calciatore che andammo a trovare, sfruttando uno zio gentilissimo di Nesat che abita a Pavia, fu Benny Carbone. Di quell'incontro, se vorrà, ve ne parlerà Nesat (all'epoca ci eravamo divisi i pezzi da scrivere). Il secondo, il giorno dopo, fu Gabriele Ambrosetti, che ci venne gentilmente a prendere alla stazione di Gallarate con un Porsche Cayenne (prima e ultima volta che ci sono salito sopra, si sta comodissimi). Il pezzo su Ambrosetti toccava a me, e lo scrissi appena tornato a Roma. Da quei giorni sono passati, già l'ho detto, sette anni. Nel frattempo: a) la casa editrice che doveva pubblicare il nostro libro è fallita; b) il nostro libro è rimasto incompleto e incompiuto (dopo Carbone e Ambrosetti fu il turno di Robbiati, e adiòs); c) è nato Lacrime di Borghetti; d) le nostre speranze di trovare un altro editore sono rimaste tali; e) Gabriele Ambrosetti è diventato il direttore sportivo del Varese. 
Penso sia dunque arrivato il momento di rendere omaggio all'epopea del Vicenza, una delle squadre più amate da tutti quelli della nostra generazione, per cui abbiamo pianto molte lacrime, e alla storia di uno degli artefici di quella epopea, con la pubblicazione - in due puntate - di questa intervista ad Ambrosetti, che sono certo non avrà perso un briciolo di freschezza. Allo stesso tempo, che questa pubblicazione sia anche un inno a tutte le cose che non abbiamo fatto nella vita, nonostante desiderassimo farle.

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Gabriele Ambrosetti è uscito dal gruppo
Cardano al campo, 22 novembre 2007



Direbbe Enrico Brizzi che Gabriele Ambrosetti è uscito dal gruppo. Varcata la soglia dei trent’anni, Speedy Ambro ha deciso di togliersi dal mondo del calcio che conta, sotto ogni punto di vista, per riscoprire il sentimento semplice e controcorrente di giocare a pallone per giocare a pallone. La sua recente parabola, che l’ha visto passare in pochi anni dal Chelsea (Premier League) al Piacenza (serie B) alla Pro Patria (serie C1) e infine alla Fulgorcardano (Promozione lombarda), solo apparentemente è discendente; in realtà si è trattato di un ritorno a casa, alle origini, al cuore del calcio. Da quando ha mollato gli ormeggi della serie A, Ambrosetti non è più abituato ai mass-media, alle copertine delle riviste, alle interviste sui giornali, e quando ci viene a prendere di persona, in macchina, alla stazione di Gallarate, sembra quasi incredulo che qualcuno sia (ancora) interessato ad ascoltare la sua storia. Eppure, la sua è una bella storia che vale la pena di raccontare, perché solo chi intende il calcio come passione può trovare il tempo e la voglia di allenarsi due sere a settimana nella nebbia di Cardano al Campo (anonimo paesino di 12 mila anime in provincia di Varese, degno di nota solo per confinare con l’aeroporto di Malpensa e per essere gemellato con Zarautz, splendida località balneare sulla costa basca), a trentaquattro anni, chiudendo nella Promozione lombarda una carriera calcistica ricca di gioie (e di Coppe) inattese. 

Ora che ha voltato pagina iniziando una nuova vita lavorativa (è agente immobiliare), è lui stesso cosciente che il calcio gli ha dato tanto, più di quanto potesse immaginare, ma è altresì consapevole che quanto ha ricevuto se l’è  meritato (“con i giusti comportamenti”), e lo testimonia il modo in cui ha sempre affrontato questa professione, sin dal principio, in serie A come alla Fulgorcardano. Ci dice Ambrosetti che l’essenza del calcio, alla fine, si condensa nella tensione prima della gara: “fino a quando proverò certe sensazioni non smetterò di giocare, perché quello, e solo quello, è ciò che conta”.

Tuttavia, Speedy Ambro non si sente un esempio per i ragazzi che oggi si allenano con lui. Persona di raro garbo, discrezione e riservatezza, non vuole (non può?) essere un modello per nessuno. Al riguardo, ci racconta con grande umiltà che quando si è presentata la situazione del Fulgorcardano non pensava di trovare il campo d’allenamento figo, i palloni belli o le coppe in bacheca, lui è andato lì e se è un esempio lo devono giudicare loro, i suoi compagni, che intanto, fino ad adesso, gli hanno insegnato molto, in particolare “che il calcio è soprattutto questo, passione pura”. Un’incredibile inversione dei ruoli. 

Ma se indubbiamente Ambrosetti, con la sua classe superiore, rappresenta il punto di riferimento in campo, è facile supporre che, con la sua genuinità fuori dalla norma, lo stesso si ripeta, suo malgrado, anche dentro lo spogliatoio. Lo si intuisce dalle sue parole e dall’effetto che possono suscitare sui suoi inesperti compagni: “come mi comportavo a Londra, a Vicenza, a Varese o a Gazzada, un piccolo paesino qui vicino dove ho iniziato e a cui sono molto legato, così io mi comporto anche adesso”. Ad esempio, guai a toccargli le scarpe da gioco, perchè gli scarpini se li pulisce lui. Ci racconta che a tal proposito a Londra ebbe addirittura un litigio col presidente: “in Inghilterra c’è quest’usanza che ogni giocatore della prima squadra viene affidato ad un giocatore delle riserve, il quale si assume la responsabilità di pulirgli le scarpe, dall’inizio alla fine, come lui preferisce. Io mi sono opposto e ho detto no assolutamente, me l’hanno fatto una volta e allora ho spaccato gli scarpini con le forbici e li ho buttati via. Pulirsi le scarpe da calcio è una cosa sacra, me l’ha insegnato mio padre. Ormai, solo questo è rimasto, le scarpe sono mie”. Il calcio come rito, come liturgia, come memoria.

Il riferimento al padre non è casuale. Ambrosetti è molto legato alla sua famiglia, ai suoi genitori che non hanno avuto il tempo di insegnargli niente, dal momento che lui, ultimo di otto figli, doveva sempre recepire da solo se c’era qualche messaggio positivo da accogliere. È cresciuto in fretta Gabriele, ci racconta che non sa cosa significa la parola adolescenza, a 16 anni si è ritrovato catapultato in prima squadra, l’emozione di andare in gita con la scuola o di fare le vacanze ad agosto non sa cosa vuol dire. Quest’atteggiamento guardingo lo ha accompagnato anche nei rapporti instaurati all’interno del pianeta calcio. Le sue parole nascondono diffidenza, amarezza, delusione: “è sempre meglio non verificare se quella persona che ritieni amico sia tale oppure no, alla fine spesso viene fuori la sorpresa, quindi è sempre meglio confidare solo su te stesso”. In trentaquattro anni non ha trovato una sola persona disponibile a fare qualcosa per lui disinteressatamente, e per ironia del destino l’ha incontrata ora nel “signor Scandroglio”, come lo chiama lui, ovvero il suo attuale allenatore alla Fulgorcardano. Lontano da ogni tentazione giacobina, Ambrosetti affronta il tema della riconoscenza nel mondo del calcio con lealtà: “è troppo facile dire quello è un amico perchè mi ha fatto giocare, quello no perché non mi ha voluto. A Londra, ad esempio, con 4 anni ancora di contratto, Ranieri arrivò, scese dall’aereo e disse a me, a Panucci e a Flo che non rientravamo nei suoi piani, eppure con me Ranieri si è sempre comportato benissimo, mi trattava nella stessa maniera di un titolare, è stato un vero e proprio signore”. 


La chiamata del Chelsea fu il premio per quanto seminato nelle scintillanti stagioni di Vicenza. Vero e proprio miracolo calcistico, l’esperienza in quel Vicenza vincitore della Coppa Italia rimane il più bel ricordo della carriera di Ambrosetti, “anche se chiamarlo miracolo è un po’ esagerato, il Signore bisogna tenerlo fuori”. È lui stesso a ricordare che lì ogni giorno era una sensazione fantastica: il giovedì ad esempio si disputava un’amichevole con tremila persone che li andavano a vedere, sembrava che arrivasse il pullman dei Santi, ai giocatori portavano pure i panini da mangiare. Vicenza ha segnato anche la sua storia personale, perché lì ha incontrato sua moglie e lì torna spesso, ad Asiago, dove ha casa in  montagna e dove vivono i suoceri. Ma soprattutto, è la gente di Vicenza che gli è rimasta nel cuore, perché “il vicentino è una persona che ti dà l’anima e te la dà per sempre. Quando vado, è come se il tempo si fosse fermato, come se giocassi ancora: è ancora indelebile il ricordo, l’affetto delle persone”. Non potrebbe che esser così per Ambrosetti: è convinto che il calcio gli abbia dato più soddisfazioni che amarezze, e pazienza per quella maledetta semifinale di ritorno in Coppa delle Coppe persa (proprio) contro il Chelsea per un lancio del portiere Ed de Goey al 115’ minuto (pianse mezza Italia quella sera, come se avesse perso la Nazionale) o per la retrocessione in serie B all’ultima giornata nella stagione successiva.

Pazienza anche se l’avventura in Premier League non è stata particolarmente fortunata. Prima del Chelsea c’era stata la possibilità concreta che Ambrosetti andasse al Milan o alla Lazio, e lui invece optò per la più stimolante esperienza inglese, che gli ha aperto la mente in tutti i sensi. Nondimeno, Gabriele riconosce che il passaggio al Chelsea (per il quale il futuro player-manager Gianluca Vialli lo seguiva già da un anno) è stato travagliato, perché non era pronto a livello emotivo, professionale e umano. Forse fu prematuro il trasferimento da un squadra che si giocava la salvezza ad una grande del calcio europeo senza una tappa intermedia, e la grande attesa che il suo arrivo suscitò in Inghilterra, insieme all’inedita responsabilità per i tanti soldi (tre milioni e mezzo di sterline) che erano stati investiti su di lui, fecero il resto. Speedy Ambro arrivava da Vicenza, una società a conduzione familiare, una piccola realtà in cui si arrivava allo stadio un’ora e mezza prima della partita e lo stadio era semipieno, una città in cui ci si vedeva tutti i giorni in centro, per fare la spesa, e si poteva ancora vivere la  quotidianità. L’ambiente che trovò a Londra fu invece quello, ben diverso, del grande club: “lì gli interessava che il singolo giocatore, Ambrosetti, Zola, Vialli o chiunque, giocasse bene quelle 10 partite e non 30 o 40, oppure che entrasse 10 minuti e dimostrasse di essere un giocatore da Chelsea, e a volte ci riuscivi e a volte invece andavi in difficoltà”. Anche se forse avrebbe preferito giocare con più continuità (“ma quella è la logica del grande club”), per Ambrosetti quella inglese rimane un’esperienza fantastica, priva delle incomprensioni ambientali capitate ad altri italiani, come Paolo di Canio o Benny Carbone. Sentirlo parlare ricorda invece il Candide di Voltaire, convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili: “non è che se un’esperienza è negativa allora bisogna tentare di nasconderla, anzi, io me la tengo ben stretta. Tra l’altro, parlo bene l’inglese, che equivale a un lavoro assicurato, e poi Londra è una città ideale dove vivere: in Inghilterra non ci sono idoli, accanto a casa mia c’era Madonna che lavava la macchina e in giro non c’era un fotografo”. Ed essere considerato un idolo è il peggior incubo possibile per Gabriele Ambrosetti.


Non poco allora deve avergli pesato l’etichetta di “Ryan Giggs italiano” con cui Gianluca Vialli, manager del Chelsea, lo presentò al pubblico inglese. A Londra ormai si ricorderanno a malapena di quell’ala leggerina, inadeguata ad affrontare il rigore del football britannico, se non per un fantasticogoal (l’unico con la maglia dei blues) durante un 5 a 0 in Champions League sulcampo del Galatasaray. A parte questo episodio, però, ad Ambrosetti rimangono soprattutto le critiche dei tifosi (anche antipatiche, come i sonori fischi che lo accompagnarono mentre si alzava dalla panchina e iniziava il riscaldamento durante una partita di FA Cup contro il Nottingham Forest) e appena due partite piene su un totale di 23 apparizioni in tutte le competizioni. In ogni caso, Ambro non ha rimpianti, perché non si è trattata di un’occasione che si è lasciato sfuggire, lui se l’è giocata fino in fondo. Ci ricorda che in maniera molto brusca, gli allenatori possono essere la fortuna o la sfortuna di un giocatore, e lui, appunto, con Vialli e Ranieri (che rimane comunque una “persona fantastica, perché ho avuto anche altri allenatori meno corretti che non mi hanno dato neanche una possibilità”), ha conosciuto entrambe le situazioni.

Pur di giocare, il gennaio successivo (siamo nel 2001) accettò di scendere in serie B, in prestito a Piacenza, dove comunque per lui “è andata bene, c’era una squadra straordinaria costruita per salire subito in serie A, ed infatti facemmo otto vittorie di fila e ottenemmo la promozione”. Presto però tornarono i problemi, e da allora non si è mai più rivisto il vero Ambrosetti: prima la rottura del ginocchio e poi, al ritorno in squadra, il Piacenza non girava più come prima, perchè in serie A era difficile giocare con tanti giocatori offensivi. Addirittura, prima di ripartire per Londra per fine prestito, tornò a Vicenza per 3 mesi, a causa di un piccolo screzio che aveva avuto con l’allenatore Novellino, di cui non gli è rimasto un ricordo molto positivo, perché, come ricorda, “prima era venuto a prendermi a Londra, mi trattava come un figlio, poi invece il suo atteggiamento mutò e a me non piace che le persone cambino di giudizio dall’oggi al domani”. Da Londra, comunque, lo rispedirono nuovamente in prestito al Piacenza, che in quella stagione (è il 2003-2004) retrocesse tra i cadetti: a trent’anni appena, Ambrosetti giocò così il suo ultimo anno di serie A, perché l’anno dopo passò alla Pro Patria, in serie C1. Eppure, non c’è spazio per recriminare su una carriera finita forse troppo presto: “non ho rimpianti per trasferimenti mancati, un rimpianto lo si può avere per non aver giocato bene un incontro, ma per il resto no. Semmai, è un peccato che in Italia ci sia troppa differenza tra serie A e B e serie C”.

Al di là di certe affermazioni, tuttavia, è da quando siamo saliti in macchina che abbiamo capito che la decisione di finire la carriera con la Pro Patria, in serie C, ha lasciato Ambrosetti molto amareggiato. Come quella di Jack Frusciante, appare una scelta difficilmente comprensibile: era ancora relativamente giovane, fisicamente integro, perché allora non cercare un ultimo contratto importante in serie A o in serie B?

(continua - e finisce - venerdì)

1 commento:

  1. Sarei veramente curioso di leggere quella su Benny Carbone, mio vecchio ed amatissimo idolo.

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