lunedì 4 agosto 2014

Harry, Charlie & The Bobfather: Playoff di Championship 2014



Mauro non riesce a starmi sul cazzo, nonostante fin dal primo incontro faccia di tutto per riuscirci. Anzi, Mauro è simpatico. Solo, per questa cosa di Bobby Zamora mi prende per il culo un po’ troppo. Dichiara una romanità fatta di trascorsi tra i sostenitori della Virtus Roma (anche in trasferta) e di amore incondizionato per Tonolli, non riconosce il concetto di stato-nazione e detesta Joey Barton, che è il solo giocatore cui non batte le mani all’ingresso in campo. Dice Morison, con una ere. Dice anche che eventualmente ha un amico psicologo da presentarmi, un lacaniano, per capi’ questa cosa chettepiace bbobbyzzamora.
Riccardo è romano in senso altro: ha origini campano-livornesi, ma a Roma ha vissuto per quel tanto che gli basta a citare, con precisione al dettaglio, scene di Alberto Sordi e Carlo Verdone che tu difficilmente ricordi. Non parla molto volentieri del rigore di Baggio, anche se ammette che la delusione più grande l’ha patita a Italia ’90. Meno integralista di Mauro, Riccardo dice apertamente che se Joey Barton ce l’hai in squadra e gioca bene non è un motivo di vergogna. Non abbiamo colpe, nessun peccato originale. Tanto più che quest’anno siamo in Championship.
Niccolò parla meno, ma detta legge. È la coscienza razionale del trio, come solo un marchigiano è in grado di fare. Crea un equilibrio sovversivo tra i radicali e i moderati. I problemi, dice, sono semplici e chiari. La scorsa stagione, fatta eccezione per l’uno a zero corsaro nel derby contro il Chelsea, è stata tragica; questa dovrà essere diversa. E poi, è intollerabile che ogni Rio Ferdinand a fine carriera venga associato al Q.P.R.; è ancora più intollerabile che la società (e l’allenatore) continuino nei fatti a confermare la tendenza. È anche questo uno dei motivi per cui siamo in finiti in Championship: Julio Cesar in porta non basta, se non ci sono i Mondiali a un passo, mentre gente come Taiwo crea imbarazzi cui poi è difficile rimediare. E poi Park Ji Sung stava giusto giusto pianificando il ritiro, mentre Chevanton era pronto per un bel contratto a gettone. Quest’anno andrà diversamente, mi assicura. Ecco, magari Assou Ekotto – uno che secondo Niccolò deve essere scandito come “è cotto” – non è proprio il massimo.
Su questo, i ragazzi sono d’accordo: bisogna rifondare la squadra partendo dai Charlie Austin.
Nel frattempo, Leicester e Burnley sono già in Premier, mentre per i Rangers inizieranno i playoff per cercare di salire. Non sarà facile, mi assicurano.
Soprattutto, Redknapp deve smetterla di fare le formazioni a cazzo.

Trapelava, alla vigilia, una certa tensione.

* * *

Così è andata, quando i Rangers mi hanno scelto. Io ero a Londra per lavoro, e tutto è successo senza che nemmeno avessi il tempo di capire. A quel punto, potevo solo applicarmi e studiare.
Per esempio: Danny Simpson, quando gli hanno rubato il cellulare in discoteca, è andato a riprenderselo di persona a casa del ladro, con una spranga in mano. Sempre Danny Simpson, ha (o aveva) una fidanzata molto famosa di nome Tulisa, che se si parla di wags è una nozione imprescindibile. Charlie Austin e Niko Kranjcar hanno un coro in condivisione, calibrato su un gioco verbale: al –char finale di Kranjcar si lega il –char iniziale di Charlie; alla –n di Austin si lega la –n di Niko. Questo perché sono gente minuziosa, i tifosi dei Rangers, negli slogan, e hanno una passione smodata per la -r. Si fanno chiamare gli URs, tipo gli "you are" al plurale: sono i "voi siete" per eccellenza, i "noi siamo" più di tutti. Naturalmente, sanno anche essere cattivissimi. Quando il figlio d’arte Kaspar Schmeichel è venuto in trasferta con il Leicester, è stato accompagnato per un po’ dal coro "you'll never be like your father!"; nel secondo tempo, è stata applicata d’ufficio la variante "you’ll never be like your mother!".
Ah, Kranjcar è davvero un bell'uomo.

* * *
9 maggio
Vediamo la semifinale d’andata in un pub nei pressi di Loftus Road, perché per Wigan ci vorrebbero quattro ore di treno. È il posto più intimamente vicino al settore ospite del DW Stadium. Toilette inqualificabili e birre mediocri, ma tant’è.
Mauro dice che il Wigan è tosto: benché siano in B sono ancora i detentori della FA Cup, vinta contro il Manchester City in pieno recupero, e sono attrezzati per le partite secche. Mauro dice, e forse ha ragione, che Zamora sta rubando lo stipendio da oltre un anno. Dice che quando si scaldava a bordo campo era sommerso dai "sit down!" dei suoi stessi tifosi, ed è un bene che non sia stato nemmeno convocato. Riccardo, invece, ammette con serenità che possiamo farcela e abbozza un sorriso. Niccolò sembra voler minimizzare l’enorme ansia che lo divora a partire dalla mandibola, e sta progettando, in gran segreto, di comprare la maglietta con il # 9 di Charlie in caso di esito positivo del doppio confronto.

Per fortuna, a Wigan non succede niente. È uno 0-0 che si trascina per due tempi, tra sfoggio di muscolarità difensiva, tentati inserimenti e contatti da uomini veri. Numeri di Green in porta e occasione della vita per Armand Traorè, che, in quanto Armand Traorè, non capitalizza. Si può dire che entrambe le squadre sono poca cosa e che se queste sono le premesse, davvero, non sarà facile.
* * *
12 maggio
Il ritorno in casa, conformemente alle aspettative, è adrenalina purissima. I Clash introducono con London Calling. La doppia mascotte Spark (di due colori diversi per dire no al razzismo) sembra arrivare direttamente da una confezione di cereali, e incita una curva su cui non piove abbastanza perché la gente smetta di cantare.
Niccolò mi mette in guardia sul mio posto: la 44, sedia già foriera di diverse gioie e altrettante delusioni, basically è un buon posto. La sua, che pure ha l'etichetta nominale, lo espone pericolosamente al tic nervoso del vicino, che ha una gamba inarrestabile per novanta minuti. Comunque, Niccolò mi dice di prepararmi a lunghe pause di mezz'ora senza alzarmi, perché tanto non faranno un'azione nemmeno a pagarli. Di fianco a noi, ma sulla destra, ci sono "il padre e la ragazzina": il bel quadro parentale viene turbato solo dai commenti ("èppurebbòna") che Mauro non può fare a meno di aggiungere. Riccardo arriva all'ultimo, più o meno al secondo minuto, dopo una folle corsa dal lavoro. Si è licenziato, dice, ma c'è la partita e non è il momento di parlarne.
La squadra, Redknapp o non Redknapp, sembra fatta proprio alla cazzo. Onuoha, che non ispira sicurezza da questi primi palloni, è solo l’emblema di una difesa che sbaglia in blocco. Il vantaggio wiganiano, al minuto numero nove, ci stupisce relativamente. Io mi sento un po’ pecora nera, e prego che le cose cambino in fretta. Sono anche sorpreso: tra i vari Mc Arthur, Mc Clean e Mc Manaman, a segnare è stato nientemeno che il terzino Perch, cosa che rende il gol preso ancora più avvilente dell’immagine dello stadio ammutolito.
Si gioca male, Kranjcar si piace troppo (anche se, quando scalda il piede, lo stadio è tutto un sobbalzare) e Charlie non sta ricevendo le dovute assistenze. E poi, quelli del Wigan non sono male per niente. Maloney, il 10, è storico. È bravino pure Espinoza, che si farà i Mondiali: ci crossa un paio di volte proprio sotto il naso e la sua 18, a tratti, ci fa stringere sui seggiolini. La realtà è che la squadra non ha gioco. O'Neil, tanto per citarne uno a caso, non è che lì in mezzo si stia facendo proprio rispettare.
All’intervallo, Riccardo la vede male come me. Mentre ci passa davanti per tre o quattro volte un tifoso panciuto, basso e paonazzo, che parla con ogni singola persona della curva, gli dico, timidamente, che il Q.P.R. mi sta deludendo. Mi dà ragione, e parliamo di quanto Morison sarebbe un fattore. Ci cambiamo di posto, perché non si sa mai. A me la 43, a lui la 44. Quello del tic nervoso, intanto, ha una fase ad intermittenza.
Per i primi venti minuti della ripresa, Yun dalla Corea del Sud sembra molto più vivo di Hill, di cui ha preso il posto. È un degno antagonista di Espinoza, perché è uomo di fascia e sarà certamente convocato in Brasile.
Poi, Redknapp impazzisce. O meglio: realizza che bisogna buttare la palla in avanti, che Charlie è un po' troppo solo e che gli altri, a furia di controllare, magari ne fanno pure un altro. Harry mette dentro Bobby Zamora da Londra, che questa volta è stato convocato (resta in panchina, invece, il mai domo Benayoun). Ne deriva, sportellata dopo sportellata, che: 1) il trinidadiano fa una sponda a Hoilett in area; 2) Gary Caldwell non riesce a non stenderlo; 3) Charlie segna il rigore; 4) mi rendo conto di quanto straordinaria sia l'assenza del fattore campo.
È il settantatreesimo, e Charlie è a diciannove. Nel frattempo, Barton è stato ammonito, come O’Neil.
Ai supplementari arriviamo con la grinta di chi ha appena recuperato la partita. Ed è proprio la grinta, per l’occasione impersonata da Zamora medesimo, a trasformare, al novantaseiesimo, una rimessa laterale dalla sinistra in un lancio per Charlie. Charlie arriva sulla palla goffamente, ma riesce, in qualche modo, a raggiungere i venti. L’esultanza è grande, ma soffocata dalla consapevolezza di quanto ancora ci sia da soffrire. Eppure, si vola. Solo, nel recupero del secondo supplementare, il Wigan batte cinque calci d'angolo di fila, tutti ugualmente letali. Noi però resistiamo all’infarto, e l'angoscia, piano piano, svanisce.

Salvare la baracca, a Loftus Road, parrebbe non avere prezzo.
Va detto, di passaggio, che l’anno prima Zamora contro il Wigan si era fatto espellere. E che qui, sul punteggio di 1-1, per poco non ha segnato di pallonetto, fermato dalla traversa.
Ora a Wembley. Con il Derby County, che è fortissimo. Hanno giusto giusto asfaltato il Brighton, battendoli sia in casa che fuori.
* * *

24 maggio

Partiamo da Dalston Kingsland, tipo due ore e mezzo prima, dopo aver consumato uno strano rituale a base di pasta con i broccoli. Di tifosi del Derby ne incontriamo già in Overground, e sono per lo più cinquantacinquenni tatuati che non rinunciano all'occasione di godersi una sana e bella trasferta di play-off nella City. Il biglietto per l'evento ci costa come undici Oyster Cards, ma sul viale dello stadio la retorica la fa da padrona, l’esperienza è unica e i soldi iniziano a sembrare ben spesi. Se poi si è stati scelti, non ci si può fare niente.
Il tempo, essendo Londra, è nuvoloso e sta per piovere. Mauro non parla: smascella. Niccolò ha la maglia di Austin, comprata dopo la doppietta al Wigan. Riccardo arriva un minuto prima del fischio, con la divisa rossonera da trasferta. Io ho i pantaloni che mi cadono, una giacca con il cappuccio, e disto, come gli altri, cinquanta metri in linea d’aria da quella che al momento è la porta dei Rangers.

Una volta partiti, non sembra tutta questa mostruosità di avversario, il Derby. Almeno, l'unico che io abbia mai davvero "seguito" è Craig Forsyth e questo mi basta. Il fatto che li alleni Mc Laren non è abbastanza romantico per farmeli piacere. Forse, al massimo, ripenso ai trascorsi di Eranio e Baiano, quello sì.

Per tutto il primo tempo, loro escono molto bene con la palla, ma i nostri sembrano esserci. Subiscono, ma con stile: così ha deciso Harry. Niko-Niko, dopo alcuni pregevoli tocchi, si spacca. Sembra incredibile, c'è addirittura chi mormora, dagli spalti, che sia una sceneggiata in vista delle convocazioni della Croazia, si dice che Kranjcar “ha paura di rompersi”. Ma Kranjcar si è rotto davvero: niente Mondiale, diranno più tardi. È una cosa seria.
A parte qualche sussulto, finiamo di subire con una certa dignità.

Con Riccardo ci scambiamo di posto anche stavolta, nel timore di fare qualunque tipo di commento. Per dare giusto un minimo di profondità, Harry leva Doyle e mette dentro Bobby Zamora: non succede, ma se succede. Anche perché tre minuti dopo, al sessantesimo, O'Neil decide che la sofferenza non è mai troppa e si fa espellere, manco in porta ci fosse Francesco Toldo contro Frank De Boer. Condanna i ragazzi ad almeno mezz'ora in dieci, ammesso che non si vada poi a i supplementari o ai rigori. Tra i pali, comunque, Green magari non sembra Toldo, ma ricorda un Mazzantini dei giorni migliori. Charlie si è messo a fare qualcosa come l'ala, sacrificandosi per il bene dei Rangers in un ruolo che detesta. Il coreano sta accóre.

Ora: se non è il caso, è predeterminazione. Sotto di noi, due file più avanti, c'è una signora (una vecchietta) con il cappellino dei Rangers. Accanto a lei la figlia, di quarant’anni scarsi. Forse anche un genero, o una nipote. In questo scenario, succede che dopo un quasi gol di Joey Barton –bomba da lontano, alta di poco –, un cross dalla destra di Hoilett, che è arrivato fino alla linea fondo, venga spazzato via malamente dai centrali del Derby, e che circa un secondo dopo  la palla schizzi a Bobby Zamora che impatta di potenza col sinistro, e che, nel letterale crollo della curva, Niccolò rovini addosso alla vecchietta di cui sopra benché cercasse di proteggerla, e che alla fine della gioia la figlia quarantenne lo prenda a insulti, perché reo di essere caduto sulla signora senza averle nemmeno chiesto scusa. Una questione di principio, di educazione. D'altra parte, la signora capirà: il minuto è il numero novanta. Siamo in dieci, e questo qui si è appena ripagato lo stipendio. Si è fatto pure ammonire, ma è finita. Siamo in Premier.

Giri di campo, un poster de Il Padrino con la faccia di Zamora e la scritta The Bobfather, Redknapp paonazzo as usual. Lividi sulle gambe, per tutti noi che abbiamo fatto due file di scale con leginocchia. Solidarietà agli White Stripes, che vedono l'ennesima cover di Seven Nation Army riadattata al grido di "ooooh, Bobby Zamora". Quando la playlist di Wembley mette anche un certo immancabile pezzo dei Queen, anche la nostra metà dello stadio si svuota.

Celebrazioni sobrie, sul sito ufficiale dei Rangers.

* * *

Tornando verso Dalston, ci lasciamo andare a qualche considerazione.
Niccolò può dire la verità: questa mattina, mentre ascoltava musica in modalità random, il suo lettore mp3 ha voluto regalargli come primo pezzo London Calling. Mauro parla di Joey Barton quasi come se lo rispettasse, poi si accorge di non essere credibile e la smette. Riccardo teorizza un nuovo concetto di spazio-tempo, prendendo a metro di paragone i trenta minuti finali della partita, con la squadra in 10: dal sessantesimo al settantesimo è passata un'ora, cronometrata. Io dico a Mauro che, se vuole, quel suo amico psicologo me lo può andare a chiamare. Lui finge di non capire, e tira dritto.

Nel bene e nel male, Joey Barton (noto filopalestinese).

6 commenti:

  1. Grazie, Ale. Pezzo importante, con chicche non da poco qua e là.

    Per come la vedo io, Bobby Zamora è esattamente ciò che dovrebbe essere un attaccante.

    RispondiElimina
  2. Tutto giusto, solo ci tengo a precisare che l'allenatore del Derby County non era Nigel Clough, esonerato in autunno, ma Steve McClaren, ex commissario tecnico dei Tre Leoni caduto in disgrazia proprio per colpa di Niko, a Wembley, sotto la pioggia, e che aveva cominciato la stagione come assistente allenatore proprio di Redknapp.

    RispondiElimina
  3. Me lo sono gustato troppo questo post... 100% borghettiano. Grazie Ale!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Hai detto bene.

      E "chettepiace bbobbyzzamora?" è già un tormentone.

      Elimina
  4. Grazie a voi ragazzi. E chiedo venia per lo scivolone su Clough: Rui Costa provvidenziale.

    RispondiElimina