giovedì 31 luglio 2014

Piccolo trattato di antropologia calcistica. Un bellissimo capitolo tratto da "L'ultimo minuto", romanzo di Marcelo Backes (Del Vecchio Editore, 2014)


"L'ultimo minuto", di Marcelo Backes (Del Vecchio Editore, 2014)
 "In fin dei conti, e lui sapeva come girare la cosa a proprio favore, l'allenatore di calcio era uno dei pochi dèi rimasti nel mondo dissacrato di oggi. Era lui a manovrare i fili del destino di quel centravanti figlio di puttana e di un'altra ventina di mortali, titolari e riserve, senza contare il fatto che, indirettamente, interveniva anche sulle sorti di una manciata di investitori finanziari, per tacere dei destini di migliaia di investitori sentimentali, i tifosi". 

Il lui in questione, protagonista del bellissimo romanzo del brasiliano Marcelo Backes "L'ultimo minuto" (Del Vecchio Editore, 2014) e attore del monologo che innerva l'intero libro insieme al seminarista che l'ascolta a volte perplesso e a volte complice, è João il Rosso, nato Yannick o Iànic in una famiglia patriarcale ai limiti della civiltà e del Brasile, in una colonia russa stabilitasi nell'entroterra della regione meridionale del Rio Grande do Sul, e finito in carcere per un reato che non sarò certo io a svelare (si rimane col fiato sospeso fino all'ultimo secondo, come in una partita ferma sullo zero a zero). In modo non sempre lineare, ma denso e polveroso, e per questo accattivante, con uno stile che mi ha ricordato la spigolosità e il rigore dei monologhi di autori d'area tedesca come Thomas Bernhard e Thomas Brussig (di cui consiglio sempre i due libretti pubblicati da 66thand2nd), Backes racconta implacabilmente la sua storia dura come pietra, ma piena di umanità ("Quando hai capito che il mondo non finiva in una montagna, ma continuava dopo che il verde si era unito all'azzurro, nel punto in cui il cielo e l'oceano si toccano in un'eccitazione infinita? Eh sì, io sono scoppiato in lacrime, mormorava, senza più provare a nascondere  le sue emozioni. Di nascosto al mondo, ma sono scoppiato in lacrime"), che si snoda tra le miserabili terre natie ("Perfino i fili dell'illuminazione rurale, cicale elettriche, a volte cantavano la miseria di quei luoghi, ronzando in un lamento infinito, mentre gli alberi piangevano la loro resina e il sole testava il terreno, addestrando la pazienza di chi era nato per resistere e conosceva il dolore di ammazzare a sangue freddo dei gattini che avrebbero solo dato fastidio, perché non c'erano abbastanza topi per tutti quei felini, perchè si riproducevano come conigli, ma non erano conigli, che almeno si potevano mangiare"), la diffidenza di una fredda Rio de Janeiro, l'emigrazione in Svizzera, la carriera da allenatore in giro per il Brasile, fino a quel gesto finale, definitivo, sanguinoso, lubrificato in oltre duecento pagine dal senso di colpa per aver abbandonato il figlio e non essere riuscito ad amarlo, data la sua assoluta incapacità come giocatore. E dire che aveva pure tentanto di porre rimedio alle sue mancanze inserendolo nella formazione ed eliminando un talentuoso centravanti...Non so dire se il monologo di Yannick è una cosiddetta lettura per l'estate, ma posso dire con certezza che è molto di più, è una lettura per ogni momento dell'anno, perchè è un libro non di calcio ma che ha il calcio in filigrana per tutto il suo scorrere, un libro che non parla di calcio ma attraverso il calcio parla di un paese e della sua umanità, di storie regionali e di tragedie familiari, un libro che addirittura si permette il capriccio di regalarci un piccolo e lucidissimo trattato di antropologia calcistica, l'oggetto del capitolo che pubblichiamo oggi, per gentile concessione dell'editore, che ringraziamo.

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L'ultimo minuto, di Marcelo Backes [capitolo 23]


Quando ormai mi chiamava colorato, un sorriso rado sul volto, insisteva col dire che il calcio rappresentava da sempre una metafora formidabile, un paragone che come nessun altro restituiva le potenzialità della vita reale. Il calcio era il vero teatro dell’esistenza, il più grande circo di tutti i tempi, l’ultima rappresentazione sacra della contemporaneità. Un rito, in fondo, la religione popolare di coloro i quali non si erano ancora rozzamente affidati al neoevangelismo, e bevevano il proprio pane e il proprio vino in dosi abbondanti di birra e stuzzichini guardando il pallone rotolare.
Il calcio era l’esperanto popolare, il linguaggio universale in cui le persone potevano plaudire al prezzo del biglietto d’ingresso, e poi assistere, per di più, a un concerto del quale inusitatamente comprendevano ogni singola nota. Sì, il calcio era l’unico luogo in cui perfino al più maschio fra gli uomini era permesso di farsi vedere isterico, secondo lui, una delle poche occasioni in grado di mostrare fedelmente un bel pezzo di universo.
Sebbene il calcio stesso, il suo calcio, il suo amato calcio, fosse sempre più dissacrato dagli interessi reconditi del denaro e dei negoziatori, una bella partita continuava a essere un’imitazione del mondo, con le sue regole, le sue uniformi, i suoi alleati e i suoi nemici, divisi in squadre. Proprio come nella vita, nel calcio si correvano rischi, era necessario osare, mostrare solidarietà, calma, perfino capacità di rinuncia e di sacrificio oggettivo in favore di
una squadra. Perfino Lula, Luiz Inácio, lo sapeva, e anche Angela Merkel con le sue gonnelle da orripilante matrona approfittava della potenza metaforica del calcio per raccogliere adepti facilmente convertibili in voti.
Il calcio era sempre la lotta uno contro uno per la stessa cosa, il pallone, quel pezzo di cuoio arrotondato fra due leoni, da cui scaturivano tutta la barbarie e allo stesso tempo tutta quella gloria, forse ancora di più che in una lite qualunque, quando l’attacco era diretto, faccia a faccia, e non c’era niente in mezzo a scatenare la disputa. Dal tipico comportamento di un uomo che insultava la madre dell’arbitro allo stadio e non si sarebbe mai sognato di far fuori l’idraulico inetto che gli aveva inondato il bagno, fino al vai e vieni segreto del denaro del mercato internazionale, il pallone faceva appello ai sentimenti più intimi degli spettatori in una grande catarsi collettiva, e al contempo strappava il velo di ogni tipo, più o meno sottile, che ricopriva le anime delle persone e degli affari.
Se ci facevo caso, diceva, e l’antropologia del discorso iniziava a piacermi, era possibile perfino comprendere meglio il comportamento di certi paesi osservando che genere di calcio praticassero, e non era necessario essere né diplomatici né statisti per rendersi conto che era proprio così. Perché, il tipico stile olandese da arancia meccanica non aveva forse a che vedere con il concetto di spazio nei Paesi Bassi e con la necessità storica di guadagnare terreno al mare attraverso dighe e canali costruiti con una logica estremamente geometrica e strategica, che portava avanti la linea di difesa per arraffare spazio? E a che serviva venirsene fuori con il Barcellona e roba analoga se i maestri erano olandesi, a cominciare da Johan Cruyff, sorta di padre del già menzionato Pep, Guardiola del calcio, e oltretutto gli sembrava sufficiente ricordare che non era la prima volta, neanche per sogno, bastava ragionare in maniera dialettica e conoscere gli insegnamenti della storia, che la Spagna invadeva e conquistava terre batave.
E la Germania, allora? Anche in sua madre, dona Maria di tante nostalgie, intravedeva lo stesso spirito tenace, quell’obbligo di vincere sostentato da un uso ottimizzato delle forze, e un uso ottimizzato con raziocinio, va detto. Così era anche per lui, con il cinquanta per cento del sangue che aveva ricevuto e un vincolo atavico che con la madre forse era più forte. O almeno era così che l’aveva pensata per un bel po’, adesso sapeva che forse le cose non stavano proprio così.
E non per niente si attribuiva a più di un uomo, in Germania a Gary Lineker, l’attaccante inglese, in Brasile a Jorge Valdano, l’attaccante argentino, la sentenza per la quale il calcio è un gioco di undici contro undici in cui alla fine vince la Germania. Quando stava in Svizzera, gli avevano detto che in Germania il calcio era così importante che molti sostenevano la tesi secondo la quale erano stati i campionati mondiali del 1954 e il cosiddetto Miracolo di Berna
a restituire un’identità alla nazione e ai suoi cittadini dopo la tragedia della seconda guerra mondiale. Nei più volte menzionati mondiali del 2006, che aveva tentato di seguire dai nascondigli della sua fuga disperata, nei bar di Aquidauana, nei ristoranti di Pedro Juan Caballero, nei motel di Santa Ana de Chiquitos, obbligato a sostituire il mate con il tererê, quell’identità tedesca aveva cominciato perfino a far sventolare le bandiere.
Allo stesso modo, il calcio poteva spiegare molto bene e con gli esempi migliori la cosiddetta globalizzazione, e chiarire perché i tifosi lanciassero ancora le banane ai cosiddetti atleti di colore in campionati come la Libertadores e le nazionali non fossero più seguite come un tempo, con il risultato che i tifosi parteggiavano sempre più per le squadre cittadine, dimenticando la loro patria. L’identità nazionale, il vincolo con la nazionale del proprio paese, sarebbe stato ucciso a poco a poco, mentre di pari passo aumentava la fedeltà ai propri club, rintuzzando fra l’altro movimenti xenofobi nelle associazioni di antica tradizione razzista. Lo sapevo, per caso, ma non lo sapevo di sicuro, che c’erano due fratelli Boateng, anche bravini, e uno giocava nella nazionale tedesca mentre l’altro, che si guadagnava da vivere in Italia, difendeva i colori del Ghana?
Perfino nella patria brasiliana si era smesso di usare le scarpette da calcio, anche perché la maggior parte dei suoi rappresentanti non giocava neanche più nel paese ed era inoltre ben lungi dal rappresentare la benché minima caratteristica brasiliana o una qualsiasi cosa in termini di peculiarità nazionale. E le rare eccezioni che avrebbero meritato una risata, una lacrima, non venivano contemplate, offuscate com’erano dal business che avvolgeva lo sport,
scommesse milionarie che viziavano i risultati e che conquistavano spazio, sempre ai margini, manipolatori virtuali che facevano in modo che un ibis marocchino battesse l’araripina colombiano con un gol calcolatamente piazzato al quarantatreesimo minuto del secondo tempo, senza contare gli eterni faccendieri che uccidevano la passione a forza di interessi.
Un giorno di quelli gli era persino capitato di leggere quello che gli era parso un grande teorico dell’arte, tedesco di nome, i tedeschi erano davvero bravi in queste cose, iniziavano a ragionare partendo da circa otto secoli prima, e solo a quel punto approdavano alla realtà presente, un certo Alfons, Alfonso, Afonso, forse Alonso, gli sembrava che si chiamasse Afonso Hugo. Aveva anche ritagliato l’articolo. Insomma, quell’Afonso, o Alonso, diceva che il tema del calcio era sempre in bilico fra identità nazionale e globalizzazione, e che non erano poche le squadre che si trasformavano in globalplayers e, nel caso mettiamo che fossero inglesi, colonizzavano tifoserie africane.
Secondo quell’Afonso, sì, Afonso, non era un caso se lo spirito dell’epoca aveva fatto sì che il trasferimento di Cristiano Ronaldo dal Manchester United al Real Madrid costasse la stessa cifra esatta di un’opera d’arte straordinaria, una scultura, gli sembrava, tipo un uomo che marciava di un certo Alberto Giacometti. Poco più di cento milioni di dollari ciascuno, giocatore e opera.
Non era forse interessante, mi chiedeva, e magari gli sarebbe piaciuto che aggiungessi qualcosa, ma ormai mi ero abituato al mio silenzio senza risposte e non dissi nulla, sebbene avessi voglia di giurargli in un sussurro che un grido, se ben dipinto, poteva essere ancora più caro. Quando il testo del sopracitato Afonso aveva iniziato a delineare alcune tesi sull’aura in un mondo di riproduzioni, lui si era un po’ perso e aveva pensato che non c’era bisogno di continuare a leggere per capire quello che diceva. Ad Anharetã, tutti imparavano ancora in fasce a capire che Cisco era Francisco.
In più, il calcio era e continuava a essere uno dei sistemi più efficaci per consentire l’ascesa sociale a chi senza di esso non avrebbe mai potuto, trasformando gli abitanti di un paese come il Brasile in veri e propri brics dell’individualità, nel concedere loro, attraverso il pallone, una crescita economica incomparabile, la distribuzione delle rendite in seno alla famiglia e la possibilità dinamica di salire i gradini cachettici della vita. Non che questo precario calcio alla stagnazione dicesse o risolvesse tutto. E lui chiese, lo faceva sempre più spesso, se avessi realizzato che gli arbitri e gli allenatori in Brasile erano tutti bianchi, quasi tutti bianchi, e i giocatori erano tutti neri, quasi tutti neri. Per fare l’arbitro o il tecnico bisognava studiare, e studiare bene, in certo qual modo, e già questo rispondeva chiaramente alla questione, nonostante molti andassero avanti rubando o sbagliando in modo maldestro. Bastava tutto questo per rendersi conto del disordine sociale che continuava a comandare nel paese e per sbugiardare un pugno di persone a cui piaceva parlare di giustizia nel calcio, farci una bella figura e riempirsi la bocca col politicamente corretto, dicendo che almeno in campo il razzismo non c’era.
Ma se il calcio aiutava a riequilibrare certe situazioni offrendo una rappresentazione parzialmente civilizzata della guerra, che ai mondiali permetteva poi di vedere i paesi in lotta gli uni contro gli altri, faceva ben di più, nonostante il tradimento messo in atto da certi faccendieri, capaci fra l’altro di guadagnare la fedeltà del giocatore al denaro del club, lottando per fargli abbandonare la sua nazionale lontana, pur lucrando al contempo sul fatto che quello stesso giocatore venga riconosciuto come eroe nazionale. E diceva che in Africa spesso si è pensato alla pace solo per poter assistere a una partita di calcio, e sopravvissuti di paesi come il Togo o l’Angola potevano all’improvviso considerarsi cittadini soltanto perché le loro patrie partecipavano a un campionato del mondo. E che il compianto Yekini, il quale ricordava anche un po’, lui sì, il centravanti di riserva, sebbene fosse più scuro, quando aveva segnato il primo gol nigeriano nella più importante delle competizioni internazionali nel 1994 era corso alla meta, aveva afferrato la rete scuotendola con aria allucinata e aveva fatto commuovere l’intero pianeta gridando come se volesse farsi ascoltare da tutto il popolo del suo problematico paese. Ma in un mondo in cui i bambini giocavano ancora a palla con le teste di altri bambini alla minima baruffa, il problema era tutt’altro che risolto.
Se l’America Latina per molto tempo era stata un grosso bacino di reclutamento sfruttato dalle grandi squadre europee, posizione verso la quale sempre di più il Brasile marciava oggi in maniera imperialista, si diceva che nei Balcani a volte smettevano di farsi la guerra, che serbi e croati dicevano stop alla carneficina domestica per farsi una partitella di qualche ora, finché qualcuno non si rimetteva a sparare. Aveva letto a proposito un brillante capitolo di un romanzo che per caso una volta era capitato fra le mani del figlio, per via di un reportage su una rivista di musica rock. Il libro, il figlio aveva subito smesso di leggerlo, parlava, nel titolo, di un soldato che aggiustava un grammofono.
Ma se l’ONU ricreativa del calcio era in grado di fornire servizi maggiori di quelli di qualsiasi esercito di caschi blu, era anche vero che albergavano fra le sue truppe alcune delle figure più corrotte al mondo, sempre disposte a riciclare denaro, spolpare, massimizzare i guadagni in affari giganteschi che lievitavano vantaggiosamente nei continenti più poveri, portando avanti uno sfruttamento da sempre così fondamentale alla sopravvivenza del capitalismo. Una squadra di calcio aveva diritti che le altre imprese non avevano, e spesso sopravviveva solo ed esclusivamente grazie alla sua gestione truffaldina. Ed era quello il mondo in cui lui, fin dall’inizio niente più che un appassionato, João, il Rosso, aveva versato il proprio sangue, aveva bevuto il suo sangue…
Ah, i Balcani.
Quando era bambino, ai mondiali teneva per la Iugoslavia, e non per via del suo cinquanta per cento di sangue slavo, anche perché l’Unione Sovietica gli era molto più vicina, ma perché gli piaceva il nome. Iugoslavia… Adulto, si era accorto che gli iugoslavi giocavano bene per davvero, e lo aveva addolorato che le partite dovessero interrompersi per così tanto tempo, essendo il paese dilaniato da una guerra piena di interessi.

© 2014 Del Vecchio Editore 

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