giovedì 31 luglio 2014

Piccolo trattato di antropologia calcistica. Un bellissimo capitolo tratto da "L'ultimo minuto", romanzo di Marcelo Backes (Del Vecchio Editore, 2014)


"L'ultimo minuto", di Marcelo Backes (Del Vecchio Editore, 2014)
 "In fin dei conti, e lui sapeva come girare la cosa a proprio favore, l'allenatore di calcio era uno dei pochi dèi rimasti nel mondo dissacrato di oggi. Era lui a manovrare i fili del destino di quel centravanti figlio di puttana e di un'altra ventina di mortali, titolari e riserve, senza contare il fatto che, indirettamente, interveniva anche sulle sorti di una manciata di investitori finanziari, per tacere dei destini di migliaia di investitori sentimentali, i tifosi". 

Il lui in questione, protagonista del bellissimo romanzo del brasiliano Marcelo Backes "L'ultimo minuto" (Del Vecchio Editore, 2014) e attore del monologo che innerva l'intero libro insieme al seminarista che l'ascolta a volte perplesso e a volte complice, è João il Rosso, nato Yannick o Iànic in una famiglia patriarcale ai limiti della civiltà e del Brasile, in una colonia russa stabilitasi nell'entroterra della regione meridionale del Rio Grande do Sul, e finito in carcere per un reato che non sarò certo io a svelare (si rimane col fiato sospeso fino all'ultimo secondo, come in una partita ferma sullo zero a zero). In modo non sempre lineare, ma denso e polveroso, e per questo accattivante, con uno stile che mi ha ricordato la spigolosità e il rigore dei monologhi di autori d'area tedesca come Thomas Bernhard e Thomas Brussig (di cui consiglio sempre i due libretti pubblicati da 66thand2nd), Backes racconta implacabilmente la sua storia dura come pietra, ma piena di umanità ("Quando hai capito che il mondo non finiva in una montagna, ma continuava dopo che il verde si era unito all'azzurro, nel punto in cui il cielo e l'oceano si toccano in un'eccitazione infinita? Eh sì, io sono scoppiato in lacrime, mormorava, senza più provare a nascondere  le sue emozioni. Di nascosto al mondo, ma sono scoppiato in lacrime"), che si snoda tra le miserabili terre natie ("Perfino i fili dell'illuminazione rurale, cicale elettriche, a volte cantavano la miseria di quei luoghi, ronzando in un lamento infinito, mentre gli alberi piangevano la loro resina e il sole testava il terreno, addestrando la pazienza di chi era nato per resistere e conosceva il dolore di ammazzare a sangue freddo dei gattini che avrebbero solo dato fastidio, perché non c'erano abbastanza topi per tutti quei felini, perchè si riproducevano come conigli, ma non erano conigli, che almeno si potevano mangiare"), la diffidenza di una fredda Rio de Janeiro, l'emigrazione in Svizzera, la carriera da allenatore in giro per il Brasile, fino a quel gesto finale, definitivo, sanguinoso, lubrificato in oltre duecento pagine dal senso di colpa per aver abbandonato il figlio e non essere riuscito ad amarlo, data la sua assoluta incapacità come giocatore. E dire che aveva pure tentanto di porre rimedio alle sue mancanze inserendolo nella formazione ed eliminando un talentuoso centravanti...Non so dire se il monologo di Yannick è una cosiddetta lettura per l'estate, ma posso dire con certezza che è molto di più, è una lettura per ogni momento dell'anno, perchè è un libro non di calcio ma che ha il calcio in filigrana per tutto il suo scorrere, un libro che non parla di calcio ma attraverso il calcio parla di un paese e della sua umanità, di storie regionali e di tragedie familiari, un libro che addirittura si permette il capriccio di regalarci un piccolo e lucidissimo trattato di antropologia calcistica, l'oggetto del capitolo che pubblichiamo oggi, per gentile concessione dell'editore, che ringraziamo.

***

L'ultimo minuto, di Marcelo Backes [capitolo 23]


Quando ormai mi chiamava colorato, un sorriso rado sul volto, insisteva col dire che il calcio rappresentava da sempre una metafora formidabile, un paragone che come nessun altro restituiva le potenzialità della vita reale. Il calcio era il vero teatro dell’esistenza, il più grande circo di tutti i tempi, l’ultima rappresentazione sacra della contemporaneità. Un rito, in fondo, la religione popolare di coloro i quali non si erano ancora rozzamente affidati al neoevangelismo, e bevevano il proprio pane e il proprio vino in dosi abbondanti di birra e stuzzichini guardando il pallone rotolare.
Il calcio era l’esperanto popolare, il linguaggio universale in cui le persone potevano plaudire al prezzo del biglietto d’ingresso, e poi assistere, per di più, a un concerto del quale inusitatamente comprendevano ogni singola nota. Sì, il calcio era l’unico luogo in cui perfino al più maschio fra gli uomini era permesso di farsi vedere isterico, secondo lui, una delle poche occasioni in grado di mostrare fedelmente un bel pezzo di universo.
Sebbene il calcio stesso, il suo calcio, il suo amato calcio, fosse sempre più dissacrato dagli interessi reconditi del denaro e dei negoziatori, una bella partita continuava a essere un’imitazione del mondo, con le sue regole, le sue uniformi, i suoi alleati e i suoi nemici, divisi in squadre. Proprio come nella vita, nel calcio si correvano rischi, era necessario osare, mostrare solidarietà, calma, perfino capacità di rinuncia e di sacrificio oggettivo in favore di
una squadra. Perfino Lula, Luiz Inácio, lo sapeva, e anche Angela Merkel con le sue gonnelle da orripilante matrona approfittava della potenza metaforica del calcio per raccogliere adepti facilmente convertibili in voti.
Il calcio era sempre la lotta uno contro uno per la stessa cosa, il pallone, quel pezzo di cuoio arrotondato fra due leoni, da cui scaturivano tutta la barbarie e allo stesso tempo tutta quella gloria, forse ancora di più che in una lite qualunque, quando l’attacco era diretto, faccia a faccia, e non c’era niente in mezzo a scatenare la disputa. Dal tipico comportamento di un uomo che insultava la madre dell’arbitro allo stadio e non si sarebbe mai sognato di far fuori l’idraulico inetto che gli aveva inondato il bagno, fino al vai e vieni segreto del denaro del mercato internazionale, il pallone faceva appello ai sentimenti più intimi degli spettatori in una grande catarsi collettiva, e al contempo strappava il velo di ogni tipo, più o meno sottile, che ricopriva le anime delle persone e degli affari.
Se ci facevo caso, diceva, e l’antropologia del discorso iniziava a piacermi, era possibile perfino comprendere meglio il comportamento di certi paesi osservando che genere di calcio praticassero, e non era necessario essere né diplomatici né statisti per rendersi conto che era proprio così. Perché, il tipico stile olandese da arancia meccanica non aveva forse a che vedere con il concetto di spazio nei Paesi Bassi e con la necessità storica di guadagnare terreno al mare attraverso dighe e canali costruiti con una logica estremamente geometrica e strategica, che portava avanti la linea di difesa per arraffare spazio? E a che serviva venirsene fuori con il Barcellona e roba analoga se i maestri erano olandesi, a cominciare da Johan Cruyff, sorta di padre del già menzionato Pep, Guardiola del calcio, e oltretutto gli sembrava sufficiente ricordare che non era la prima volta, neanche per sogno, bastava ragionare in maniera dialettica e conoscere gli insegnamenti della storia, che la Spagna invadeva e conquistava terre batave.
E la Germania, allora? Anche in sua madre, dona Maria di tante nostalgie, intravedeva lo stesso spirito tenace, quell’obbligo di vincere sostentato da un uso ottimizzato delle forze, e un uso ottimizzato con raziocinio, va detto. Così era anche per lui, con il cinquanta per cento del sangue che aveva ricevuto e un vincolo atavico che con la madre forse era più forte. O almeno era così che l’aveva pensata per un bel po’, adesso sapeva che forse le cose non stavano proprio così.
E non per niente si attribuiva a più di un uomo, in Germania a Gary Lineker, l’attaccante inglese, in Brasile a Jorge Valdano, l’attaccante argentino, la sentenza per la quale il calcio è un gioco di undici contro undici in cui alla fine vince la Germania. Quando stava in Svizzera, gli avevano detto che in Germania il calcio era così importante che molti sostenevano la tesi secondo la quale erano stati i campionati mondiali del 1954 e il cosiddetto Miracolo di Berna
a restituire un’identità alla nazione e ai suoi cittadini dopo la tragedia della seconda guerra mondiale. Nei più volte menzionati mondiali del 2006, che aveva tentato di seguire dai nascondigli della sua fuga disperata, nei bar di Aquidauana, nei ristoranti di Pedro Juan Caballero, nei motel di Santa Ana de Chiquitos, obbligato a sostituire il mate con il tererê, quell’identità tedesca aveva cominciato perfino a far sventolare le bandiere.
Allo stesso modo, il calcio poteva spiegare molto bene e con gli esempi migliori la cosiddetta globalizzazione, e chiarire perché i tifosi lanciassero ancora le banane ai cosiddetti atleti di colore in campionati come la Libertadores e le nazionali non fossero più seguite come un tempo, con il risultato che i tifosi parteggiavano sempre più per le squadre cittadine, dimenticando la loro patria. L’identità nazionale, il vincolo con la nazionale del proprio paese, sarebbe stato ucciso a poco a poco, mentre di pari passo aumentava la fedeltà ai propri club, rintuzzando fra l’altro movimenti xenofobi nelle associazioni di antica tradizione razzista. Lo sapevo, per caso, ma non lo sapevo di sicuro, che c’erano due fratelli Boateng, anche bravini, e uno giocava nella nazionale tedesca mentre l’altro, che si guadagnava da vivere in Italia, difendeva i colori del Ghana?
Perfino nella patria brasiliana si era smesso di usare le scarpette da calcio, anche perché la maggior parte dei suoi rappresentanti non giocava neanche più nel paese ed era inoltre ben lungi dal rappresentare la benché minima caratteristica brasiliana o una qualsiasi cosa in termini di peculiarità nazionale. E le rare eccezioni che avrebbero meritato una risata, una lacrima, non venivano contemplate, offuscate com’erano dal business che avvolgeva lo sport,
scommesse milionarie che viziavano i risultati e che conquistavano spazio, sempre ai margini, manipolatori virtuali che facevano in modo che un ibis marocchino battesse l’araripina colombiano con un gol calcolatamente piazzato al quarantatreesimo minuto del secondo tempo, senza contare gli eterni faccendieri che uccidevano la passione a forza di interessi.
Un giorno di quelli gli era persino capitato di leggere quello che gli era parso un grande teorico dell’arte, tedesco di nome, i tedeschi erano davvero bravi in queste cose, iniziavano a ragionare partendo da circa otto secoli prima, e solo a quel punto approdavano alla realtà presente, un certo Alfons, Alfonso, Afonso, forse Alonso, gli sembrava che si chiamasse Afonso Hugo. Aveva anche ritagliato l’articolo. Insomma, quell’Afonso, o Alonso, diceva che il tema del calcio era sempre in bilico fra identità nazionale e globalizzazione, e che non erano poche le squadre che si trasformavano in globalplayers e, nel caso mettiamo che fossero inglesi, colonizzavano tifoserie africane.
Secondo quell’Afonso, sì, Afonso, non era un caso se lo spirito dell’epoca aveva fatto sì che il trasferimento di Cristiano Ronaldo dal Manchester United al Real Madrid costasse la stessa cifra esatta di un’opera d’arte straordinaria, una scultura, gli sembrava, tipo un uomo che marciava di un certo Alberto Giacometti. Poco più di cento milioni di dollari ciascuno, giocatore e opera.
Non era forse interessante, mi chiedeva, e magari gli sarebbe piaciuto che aggiungessi qualcosa, ma ormai mi ero abituato al mio silenzio senza risposte e non dissi nulla, sebbene avessi voglia di giurargli in un sussurro che un grido, se ben dipinto, poteva essere ancora più caro. Quando il testo del sopracitato Afonso aveva iniziato a delineare alcune tesi sull’aura in un mondo di riproduzioni, lui si era un po’ perso e aveva pensato che non c’era bisogno di continuare a leggere per capire quello che diceva. Ad Anharetã, tutti imparavano ancora in fasce a capire che Cisco era Francisco.
In più, il calcio era e continuava a essere uno dei sistemi più efficaci per consentire l’ascesa sociale a chi senza di esso non avrebbe mai potuto, trasformando gli abitanti di un paese come il Brasile in veri e propri brics dell’individualità, nel concedere loro, attraverso il pallone, una crescita economica incomparabile, la distribuzione delle rendite in seno alla famiglia e la possibilità dinamica di salire i gradini cachettici della vita. Non che questo precario calcio alla stagnazione dicesse o risolvesse tutto. E lui chiese, lo faceva sempre più spesso, se avessi realizzato che gli arbitri e gli allenatori in Brasile erano tutti bianchi, quasi tutti bianchi, e i giocatori erano tutti neri, quasi tutti neri. Per fare l’arbitro o il tecnico bisognava studiare, e studiare bene, in certo qual modo, e già questo rispondeva chiaramente alla questione, nonostante molti andassero avanti rubando o sbagliando in modo maldestro. Bastava tutto questo per rendersi conto del disordine sociale che continuava a comandare nel paese e per sbugiardare un pugno di persone a cui piaceva parlare di giustizia nel calcio, farci una bella figura e riempirsi la bocca col politicamente corretto, dicendo che almeno in campo il razzismo non c’era.
Ma se il calcio aiutava a riequilibrare certe situazioni offrendo una rappresentazione parzialmente civilizzata della guerra, che ai mondiali permetteva poi di vedere i paesi in lotta gli uni contro gli altri, faceva ben di più, nonostante il tradimento messo in atto da certi faccendieri, capaci fra l’altro di guadagnare la fedeltà del giocatore al denaro del club, lottando per fargli abbandonare la sua nazionale lontana, pur lucrando al contempo sul fatto che quello stesso giocatore venga riconosciuto come eroe nazionale. E diceva che in Africa spesso si è pensato alla pace solo per poter assistere a una partita di calcio, e sopravvissuti di paesi come il Togo o l’Angola potevano all’improvviso considerarsi cittadini soltanto perché le loro patrie partecipavano a un campionato del mondo. E che il compianto Yekini, il quale ricordava anche un po’, lui sì, il centravanti di riserva, sebbene fosse più scuro, quando aveva segnato il primo gol nigeriano nella più importante delle competizioni internazionali nel 1994 era corso alla meta, aveva afferrato la rete scuotendola con aria allucinata e aveva fatto commuovere l’intero pianeta gridando come se volesse farsi ascoltare da tutto il popolo del suo problematico paese. Ma in un mondo in cui i bambini giocavano ancora a palla con le teste di altri bambini alla minima baruffa, il problema era tutt’altro che risolto.
Se l’America Latina per molto tempo era stata un grosso bacino di reclutamento sfruttato dalle grandi squadre europee, posizione verso la quale sempre di più il Brasile marciava oggi in maniera imperialista, si diceva che nei Balcani a volte smettevano di farsi la guerra, che serbi e croati dicevano stop alla carneficina domestica per farsi una partitella di qualche ora, finché qualcuno non si rimetteva a sparare. Aveva letto a proposito un brillante capitolo di un romanzo che per caso una volta era capitato fra le mani del figlio, per via di un reportage su una rivista di musica rock. Il libro, il figlio aveva subito smesso di leggerlo, parlava, nel titolo, di un soldato che aggiustava un grammofono.
Ma se l’ONU ricreativa del calcio era in grado di fornire servizi maggiori di quelli di qualsiasi esercito di caschi blu, era anche vero che albergavano fra le sue truppe alcune delle figure più corrotte al mondo, sempre disposte a riciclare denaro, spolpare, massimizzare i guadagni in affari giganteschi che lievitavano vantaggiosamente nei continenti più poveri, portando avanti uno sfruttamento da sempre così fondamentale alla sopravvivenza del capitalismo. Una squadra di calcio aveva diritti che le altre imprese non avevano, e spesso sopravviveva solo ed esclusivamente grazie alla sua gestione truffaldina. Ed era quello il mondo in cui lui, fin dall’inizio niente più che un appassionato, João, il Rosso, aveva versato il proprio sangue, aveva bevuto il suo sangue…
Ah, i Balcani.
Quando era bambino, ai mondiali teneva per la Iugoslavia, e non per via del suo cinquanta per cento di sangue slavo, anche perché l’Unione Sovietica gli era molto più vicina, ma perché gli piaceva il nome. Iugoslavia… Adulto, si era accorto che gli iugoslavi giocavano bene per davvero, e lo aveva addolorato che le partite dovessero interrompersi per così tanto tempo, essendo il paese dilaniato da una guerra piena di interessi.

© 2014 Del Vecchio Editore 

martedì 29 luglio 2014

Guida Galattica allo US Soccer #13


The 1st issue

Fierce as a dog with tongue lapping for action, cunning
as a savage pitted against the wilderness,
Bareheaded,
Shoveling,
Wrecking,
Planning,
Building, breaking, rebuilding,
Under the smoke, dust all over his mouth, laughing with
white teeth,
Under the terrible burden of destiny laughing as a young
man laughs,
Laughing even as an ignorant fighter laughs who has
never lost a battle,
Bragging and laughing that under his wrist is the pulse.
and under his ribs the heart of the people,
Laughing!
 
(C. Sandburg, Chicago)
 
$5. Solamente $5. E' questo l'aumento che nel 1952 Esquire, ancora oggi una delle principali riviste americane, negò ad un giovane copywriter di Chicago. Il ragazzo si chiamava Hugh Hefner e appena un anno dopo il suo addio ad Esquire fondò la rivista per adulti forse di maggior successo di tutti i tempi. L'idea per il lancio fu un colpo di genio misto a fortuna. Acquistò per una manciata di dollari alcuni scatti inediti di Tom Kelley ad una procace ragazza californiana, allora appena conosciuta al grande pubblico. L'intuizione fu quella giusta: il nudo di Marylin Monroe sul lenzuolo rosso portò le vendite della 1st issue di Playboy a quota 50.000 copie. Nell'America ancora in bianco e nero nacque un impero. Dalle Pubic Wars contro Penthouse al logo del coniglio con il papillon. Dalla Playboy Mansion al cinema. Da $5 a un mito lungo diverse generazioni.
 
Il ragazzo di Chicago ha ora la sua stella nella Walk of Fame, una moglie classe '86 (Crystal Harris) e ha già fatto costruire il suo mausoleo affianco alla tomba di quella ragazza californiana che gli valse migliaia di copie vendute, al Westwood Village Memorial Park Cemetery di Los Angeles.
 
* * *

Il Ledge dello Sky Deck

Chicago è la città del Millennium Park e del Chicago Theatre, di John Belushi, Saul Bellow e Alphonse Gabriel Capone, che nel 1921 vi si trasferì da New York per curare gli interessi di Johnny Torrio, al tempo a capo della Five Points Gang.

Fondata da un haitiano che decise di sposare una nativa americana locale, Chicago è da sempre motore dell'economia del Paese, prima grazie alla lavorazione delle pellicce e dei cereali, poi, visto il boom delle ferrovie, grazie alla produzione dell'acciaio. L'attuale fisionomia è il frutto degli sviluppi architettonici di fine Ottocento (post-Grande Incendio di Chicago), degli anni Venti e Settanta.
L'immagine forse più compiuta del fascino della Windy City (così chiamata non per il vento ma per le arie che i suoi abitanti sono soliti darsi) è quella offerta dai Ledge dello Sky Deck della Willis Tower: box trasparenti appesi nel vuoto a 443 metri di altezza, ma per chi soffre di vertigini, altre meravigliose immagini di Chicago si possono trovare sul sito della Chicago History Museum Collection.

Chicago è la città di Air e dei Bulls, di Frank The Big Hurt Thomas e dei White Sox, di Ernie Banks, Mr. Sunshine per gli amici, e dei Cubs, di Walter Sweatness Payton e dei Bears. Ma anche dei Chicago Fire, una delle più titolate squadre di calcio della Major League Soccer.
 
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#flares
Il calcio a Chicago assume la sua forma definitiva l'8 ottobre del 1997, esattamente 126 anni dopo il Grande Incendio. Il nome scelto per la nuova squadra, che raccoglie l'eredità degli Sting degli anni Ottanta, è fuoco e lo stemma ricalca quello dei pompieri. Per attirare l'attenzione delle varie comunità cittadine vengono ingaggiati diversi giocatori stranieri, tra cui il capitano della Nazionale polacca Peter Nowak, Lubos Kubik e Jorge Campos. E nel 1998, sotto la guida di Bob Bradley, padre di Michael Bradley, è già titolo e US Open Cup. Il campionato del '98 rimarrà l'ultimo vinto dai Fire, ma di coppe nazionali ne arriveranno altre tre (2000, 2003 e 2006).

I Men in Red giocano le partite casalinghe al Toyota Park, ma per lungo tempo hanno avuto come casa il meraviglioso Soldier Field del centro città (che - ricorderete - ospitò la cerimonia di apertura di USA '94). La mascot è un dalmata e si chiama Sparky.

Hanno giocato a Chicago anche Paulo Wanchope, Hristo Stoichkov, Cuauhtémoc Blanco, Eric Wynalda e Freddie Ljungberg.
Le attuali stelle della squadra sono Harru Shipp, Quincy Amarikwa e Mike Magee.
Nonostante i recenti buoni risultati, tra cui la bella vittoria in New England, i ragazzi di coach Yallop sono chiamati a risalire in classifica a Est.

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Pequod's Pizza

Sappiamo tutti cosa cercare a Chicago, qual'è la vera ragione di una visita a Chicago. La Deep Dish Pizza, "the summer blockbuster of the pizza world" secondo il blog Serious Eat.
Un bordo alto, non troppo spesso e molto friabile. Sopra gli ingredienti messi al contrario rispetto ad una pizza normale, prima una valanga di mozzarella e dopo ancor più tomato sauce. L'aspetto è quello di una gigantesca torta e viene servita in una teglia.
Quale sia la migliore Deep Dish Pizza della città nessuno lo sa, la questione è oggetto di ampio dibattito tra i chicagoans.
Alcuni ristoranti, per andare sul sicuro: Lou Malnati's Pizzeria, Gino's Eat, Pequod's Pizza, Giordano's e Uno. Adam Richman per Man vs Food Stagione 1 ha scelto Gino's Eat, la Supreme di Gino's Eat, mozzarella, manzo, salsiccia, salame piccante e salsa di pomodoro.
Bello anche il sandwich del Wrigley Field che si vede ad inizio video. Fresco.

giovedì 24 luglio 2014

Benvenuta inCONTROPIEDE. Un estratto in anteprima da "Il calciatore stanco", di Gino Franchetti


Lo dico subito: Alberto Facchinetti è un grande. Ha fatto quello che tutti noi avremmo voluto fare - e gli siamo grati per averlo fatto: no, non ha lasciato l'umida Venezia per aprire un bar nell'ancor più umida Panama City, ma ha aperto una casa editrice di letteratura sportiva, particolarmente attenta alle scritture calcistiche, che si chiama inCONTROPIEDE. Mi auguro che questo nome diventi familiare agli appassionati di pallone, come lo è stato Limina per dire (e auguro a inCONTROPIEDE la stessa lunga vita e lo stesso impatto culturale).
Ma chi è Alberto Facchinetti? Detta alla Troy McClure, forse vi ricorderete di lui come scrittore del nostalgico Doriani d'Argentina (edizioni Cinquemarzo, 2011) e dello storico La battaglia di Santiago (Urbone, 2012).  Il suo ultimo libro, pubblicato proprio dalla sua nuova creatura editoriale, è Il romanzo di Julio Libonatti (inCONTROPIEDE, 2014), sul mitico oriundo veneto-argentino che giocò nel Torino a inizio Novecento. 
Alberto Facchinetti è anche un amico, guadagnato sul campo - si può dire - del pallone che si scrive. Mi ha fatto molto piacere quando, qualche mese fa, mi ha chiesto se me la sentivo di dirigere una collana della casa editrice. Ovviamente ho detto sì, e ovviamente la collana si chiama Lacrime di Borghetti. In autunno uscirà il primo libro, un'antologia che coinvolge molti di noi (noi intesi come amici che scrivono, commentano, leggono questo blog). Ne riparleremo.
Intanto, oltre a segnalarvi pure la prima bellissima pubblicazione di inCONTROPIEDE, vale a dire Campo per destinazione. 70 storie dell'altro campo, una raccolta di storie calcistiche marginali, di bozzetti e ritratti, del giornalista e scrittore trentino Carlo Martinelli, pubblichiamo oggi, in anteprima, un estratto del terzo libro della casa editrice, che poi è il primo romanzo vero e proprio su cui Alberto ha investito - a ragione secondo me, perchè sono troppo pochi i romanzi a sfondo calcistico scritti in Italia (il mio preferito rimane Fuori rosa di Gianni Clerici, peccato sia introvabile dagli anni Sessanta - quest'inciso valga come un consiglio per Alberto...) -, vale a dire Il calciatore stanco di Gino Franchetti, anche lui giornalista e scrittore di sport di lungo corso e di penna piacevole, pubblicato proprio in questi giorni. Buona lettura, e auguri ad Alberto e a inCONTROPIEDE, che facciano sentire la loro voce in questa sempre più accattivante conversazione calcistica che sta aumentando di livello e di partecipanti mese dopo mese.

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"Il calciatore stanco", di Gino Franchetti (estratto)

Quando gli toccò il colpo di fortuna, verso la fine di un tormentato cammino, tutti furono concordi nel dire che si trattava di “un grosso traguardo, indubbiamente non meritato”. Ne avevano tanti, in società, che avevano lavorato sodo e in umiltà, mostrando di avere qualità umane che li avrebbero portati più lontano, nel mestiere di calciatore, di dove potesse mai arrivare quel sedicenne svogliato e lunatico con la puzza sotto il naso. Del resto lui il traguardo, a quanto pareva, nemmeno se l’era mai posto. Vivacchiava senza impegno, si lasciava scorrere addosso elogi e reprimende senza l’ombra di un’emozione, come se fosse la stessa cosa, per lui, ciondolare per il campo del tutto inutile o risolvere una partita con uno dei suoi colpi di genio.

Davvero non si sapeva bene come prenderlo. Avevano provato a lusingarlo, a prospettargli premi e promozioni, a fargli intravvedere la possibilità di essere chiamato nel settore giovanile di questa o quella grande società. Lui aveva dato il meglio di sé per un paio di settimane al massimo, senza affaticarsi troppo, beninteso, perché quello, lo avevano capito tutti, era un limite che non avrebbe mai potuto cancellare. Quando gli veniva l’ispirazione, certo, era bello vederlo giocare: faceva cose che nessun altro nella sua squadra si sarebbe mai sognato di tentare e invece a lui quasi sempre riuscivano. Non è che giocasse molto per la squadra: la sua tendenza era di dare la palla agli altri solo quando proprio non poteva farne a meno. Però che giocate, gente! A vederlo in una di quelle sue giornate di grazia, non si poteva non riconoscere che averlo nei ranghi era una benedizione del Cielo.

Ma dopo, quando il momento favorevole era passato, averlo o non averlo era esattamente la stessa cosa. Anzi, con lui in squadra si giocava dieci contro undici, ed erano pochi, nell’ambiente, quelli che seriamente erano disposti ad avallare la famosa battuta di almeno due grandi maestri (Gipo Viani? Nils Liedholm?), secondo cui “in dieci si gioca meglio”, senza considerarla per quello che probabilmente era, niente di più cioè di una battuta, appunto. Insomma, in tempi oltretutto di tatticismo imperante, nei sogni di ogni allenatore c’era piuttosto la possibilità di schierare un uomo in più, perché a centrocampo soprattutto mancava sempre un puntello indispensabile. Ed è per questo che alla seconda delusione il genio del pallone finiva fuori squadra a meditare un po’ sul peso della propria incostanza.

Non era stato così il giorno del suo arrivo. Quel bambinetto dal fisico ancora incompleto aveva dato spettacolo al primo contatto con la nuova squadra e non era stato difficile credere in tutto e per tutto a quello che raccontava suo padre, il signor Elmo. Di come, dov’era prima, la dirigenza lasciasse a desiderare, a tal punto da permettere che alla guida di una squadra di valore si installasse per dare sfogo ai propri vizi un noto pederasta; cosicché a lui, padre attento, e a tanti altri come lui non era rimasto altro da fare che prendere il suo ragazzo e portarlo altrove, con tutti i problemi connessi al cambio di società nel bel mezzo della stagione agonistica.

Lo avevano tesserato, dunque, facendo capire a entrambi, padre e figlio, che per il momento il ragazzo sarebbe stato considerato alla stregua di un allievo, uno cioè che era lì per imparare e al quale si poteva concedere al massimo di non pagare una quota, ma più avanti, dopo un anno o due, magari gli avrebbero dato qualcosa, se non proprio una paga almeno dei premi partita. Sempre che, naturalmente, avesse continuato a comportarsi bene.

Ecco, il punto era quello, purtroppo: che nemmeno il signor Elmo, con tutta la sua fede incrollabile, sarebbe stato in grado di garantire onestamente che quel suo figlio talentuoso sarebbe stato sempre all’altezza delle proprie possibilità. Chi poteva dirlo? Lo aveva visto altre volte che, all’improvviso spegnersi dello stato di grazia, il presunto fuoriclasse diventava un altro, del tutto irriconoscibile. Fatto sta che, se anno dopo anno la nuova società aveva deciso di rinnovargli la tessera, era solo per quel che si era visto, di tanto in tanto, e per la passione, oltre che per l’infinita pazienza, di un sant’uomo che aveva il ruolo di direttore tecnico e di coordinatore di tutti gli allenatori.

Per lui, Giacomo Conti, quella era una missione vera: prendere dei piccoli calciatori e farli crescere bene, senza troppo preoccuparsi se un giorno, alla fine della scuola, sarebbero diventati operai o bancari o negozianti invece che calciatori professionisti; o se un bambinetto robusto e un poco obeso, piazzato per quello tra i pali della porta con l’incarico di fermare la palla possibilmente con le mani, nel suo sviluppo sarebbe rimasto tale e quale anziché trasformarsi in un gigante capace di parare davvero. Più il signor Conti si mostrava paziente e comprensivo, più Giorgio l’indecifrabile pareva divertirsi a deluderlo e a provocarlo. Quanto più quello gli lanciava occhiatacce fiammeggianti di sdegno, tanto più Giorgio si lasciava nascere sulle labbra un sorrisetto beffardo, come a dire: Io sono questo che vedi, cambiami tu se puoi.

Finché il presidente non gli fece l’alto onore di convocarlo nel proprio ufficio. “Buon giorno, dottor Franchi”, disse lui con l’aria più serena e innocente possibile; ma una sbirciatina allo sguardo truce del disperato Conti che sedeva accanto alla scrivania del gran capo gli fece capire che c’era poco da stare allegri. Il presidente aveva lo stesso cognome del presidentissimo Artemio Franchi, potente in Italia e in Europa, seppure non ancora numero uno al mondo. “Ma non abbiamo legami di parentela”, si affrettava a precisare con finta modestia.

“Vorrei poterti augurare anch’io una buona giornata, ragazzo – gli rispose -, ma mi piacerebbe sapere che cosa speri di ottenere tu dalla vita. Perché non puoi certo pensare, alla tua età, che tutto ti sia dovuto. Tu devi sudare e faticare come gli altri, devi dare qualcosa ogni volta che tocca a te giocare, perché il campionato non si risolve in una sola partita e la tua vita non durerà, mi auguro, un solo campionato. O credi di poter fare la professione del bel giovane?”.

Questa storia del “bel giovane” non l’aveva capita, a dire il vero. Sì, riteneva di essere piacente: bruno, riccioluto, fisico agile ma possente, un atteggiamento da scettico navigato che con le ragazzine cominciava a giovargli. Ma che cosa aveva a che fare questo col calcio? Glielo avrebbero spiegato poi, in società. C’era un allenatore famoso, Nereo Rocco, triestino, che definiva “de profesiòn bel zòvene” chi fra i suoi giocatori dava l’idea di specchiarsi troppo in se stesso dimenticando che il successo non poteva che venire dal sacrificio, spesso anzi dalla sofferenza.

Diceva questo, per esempio, di Nello Santin, giovane difensore milanista, specie dopo che in Germania, sul campo del Monaco 1860, gli aveva fatto perdere una partita secondo lui per eccesso di supponenza. A quanto pare il Santin era già in grado di controllare il pallone, ma il centravanti bavarese, un bestione tutto muscoli, glielo aveva tolto arrivandogli addosso con la leggerezza di un bisonte e l’aveva infilato in rete. Commettendo un fallo, probabilmente, che però l’arbitro non aveva rilevato. E alla fine si sentiva Rocco detto ”el paròn” urlare come all’ortomercato: “El fazèva anca l’offeso, lù. Come? Te me gà spinto a mi, zogadòr del Milan? E intanto quello andava a far gol, mòna d’un mòna!”.

Insomma, per quanto lo riguardava il paragone era anche appropriato, ma la cosa non l’avrebbe scosso più di tanto. Riuscì a smuoverlo, il presidente, toccando un altro tasto. Lo vedeva anche lui, infatti, che certe domeniche il loro centro sportivo sembrava un porto di mare. Lo frequentavano, per assistere all’una o all’altra partita, certi ex giocatori anche molto noti, che si mischiavano con altri che noti non lo erano per niente e pure li conoscevano. Ed era tutto un parlare fra loro durante le partite, prima che la giornata si concludesse con strette di mano, abbracci e pacche sulle spalle. Alcuni dei poco noti poi si rivedevano nel corso della settimana, ed era a quelli che si doveva dunque prestare attenzione, perché attraverso le loro conoscenze altolocate, vere o millantate, un ragazzo poteva sperare di trovarsi prima o poi in una grande squadra davvero.

“Questi vengono magari per vedere te – diceva il “dottor Franchi” -, mettiamo che sia così anche se non è vero. Perché qualcuno che ti ha visto in un giorno buono ha detto loro che valeva la pena seguirti. Vengono e cosa vedono? Un lavativo che si trascina per il campo o sta a guardare la palla che va da una parte all’altra come se la faccenda non lo riguardasse, come se fosse capitato lì per caso. Che cosa può accadere, allora? Intanto che l’osservatore venuto per te se ne va convinto che la segnalazione fosse sbagliata. Poi che ci fa una figuraccia quello che ti aveva segnalato e perciò la volta dopo non ci casca più, anche se per miracolo ti sei rimesso a far faville; e anche se ci ricasca, se prova a segnalarti un’altra volta, magari cambiando giro, ormai non gli credono più, perché le voci corrono, e finisce che a te non ti vuole più nessuno”.

Lui allora aveva visto il buon Conti che quasi si metteva a piangere e un po’ si era pure commosso. E aveva pensato a suo padre, che in fondo era come il Conti, uno che era entusiasta di lui e gli voleva bene e non voleva che mostrasse il peggio di sé ma sempre il meglio. Al presidente aveva detto che si sarebbe sforzato e che quello doveva bastargli perché è vero o no che quel che conta è la buona volontà? E il presidente aveva sospirato, poco convinto, e il buongiorno comunque glielo aveva restituito.

Poi aveva fatto quel che c’era da aspettarsi. Aveva preso in mano la squadra per un paio di partite, giocando a tutto campo, col piglio del vero leader, trasmettendo a tutti la propria ispirazione e la propria fantasia, chiamandoli a partecipare ad azioni perentorie, spesso inarrestabili, portando con i suoi assist e i suoi gol un gruppo di ragazzi già buono a guadagnarsi il primo posto in classifica. Ovvio che poi tornava a rilassarsi, com’era nella sua natura, per la disperazione di tutti, compagni, allenatori, dirigenti e anche del signor Elmo, che pure a quel susseguirsi di docce scozzesi doveva aver fatto l’abitudine da tempo.

Per fortuna nelle grandi occasioni riappariva in tutto il proprio fulgore tecnico-agonistico, facendo nascere in molti il dubbio che ci fosse in tutto questo qualcosa di studiato: il lazzarone sapeva bene quando era opportuno far bella figura e quando invece contava poco o niente. Insomma, arrivarono alla semifinale nazionale della categoria in una situazione di totale incertezza, perché nessuno sarebbe stato in grado di prevedere se il “fenomeno”, una volta messo in campo, sarebbe stato la carta vincente o la causa di una disfatta. Del resto nemmeno lui, se gli avessero affidato la scelta, avrebbe saputo se puntare su se stesso oppure no. Un rebus.

L’ispirazione l’aveva avuta Conti: il ragazzo i mezzi li ha, se riusciamo a fargli avvertire l’importanza dell’occasione può darsi che ci stupisca tutti, come d’altra parte pare abbia sempre fatto nei provini. E così l’avevano schierato dall’inizio, ed era stata un’apoteosi. In certi momenti della partita sembrava quasi un altro, tanto pareva in possesso di una forza atletica che non gli era mai appartenuta. Aveva sempre saputo che cosa significava quella maglia numero 10 che gli davano di solito: lui era un fantasista, più simile a un uomo di punta che a un centrocampista, uno che doveva preoccuparsi quasi esclusivamente dell’attacco. Ma quel giorno era stato tutto diverso.

Guarda che non c’è alcun particolare accorgimento tattico – gli avevano detto -, quindi se non arretri anche tu a centrocampo siamo con un uomo in meno e rischiamo grosso. E lui non aveva avuto nulla da eccepire: aveva svolto il proprio compito. Anzi, aveva fatto di più. A palla conquistata, ogni volta aveva rovesciato l’azione in avanti non rinunciando a parteciparvi di persona. Si era fatto vedere sempre smarcato al momento giusto. Aveva ricevuto spesso il pallone da compagni che finalmente potevano fidarsi di lui e ne aveva tratto il massimo vantaggio: cinque gol personali, una prestazione splendida, una finale ottenuta con un clamore mai visto.

Ecco perché alla fine si era trovato ben oltre quel traguardo “non meritato”. Molti osservatori erano presenti allo stadio, molti altri avevano poi letto della sua impresa e non avevano potuto fare a meno di chiedere informazioni; qualche grossa società aveva chiesto e ottenuto il filmato della partita. Insomma, lui non aveva barato e come logica conseguenza si era scatenata l’asta che lo aveva infine avviato, con piena soddisfazione anche del club del “dottor Franchi”, verso il mondo del calcio professionistico.

Edizioni inCONTROPIEDE © 2014

lunedì 21 luglio 2014

Esquina Blaugrana


Alexis Sanchez
 
Mercado de Fichajes
 
Abbastanza soddisfatto, ragionevolmente perplesso, presto disperato.
Le cessioni di Sanchez e Cesc erano inevitabili. Il cileno non ha mai conquistato il Nou Camp (mai capito perchè, vista anche l'ultima ottima stagione), lo spagnolo era un equivoco tattico. La cessione di Xavi obbligatoria. E' chiaro che se hai Xavi in rosa, il titolare è Xavi. Viste le prestazioni degli ultimi tempi, quel lento camminare, la scelta era dovuta.

Soddisfano, ovviamente, gli arrivi di Suarez e Ter Stegen. Tranquillizza il rientro alla base di Deulofeu. Perplimono, e non potrebbe essere altrimenti, Luis Enrique e Rakitic.
Lucho perplime perchè a Roma è successo di tutto e di più. Non vuole essere una bocciatura la mia, anzi, credo che avesse diverse e importanti attenuanti. Meglio al Celta, siamo d'accordo. Ma il Barca, la Champions e Real e Atletico sono un'altra cosa. E' chiamato a cambiare la filosofia lasciando la stessa immutata. Deve avviare un nuovo ciclo, preparare il Barca alla generazione successiva, possibilmente (o meglio, obbligatoriamente) vincendo.
Rakitic raccoglie un'eredità pesante. E' chiamato a far girare il Barca.
La vedo così: Rakitic sta al Barcellona nel dopo-Xavi come Arteta è stato all'Arsenal nel dopo-Fabregas. #stepback
Comprensibile la cessione di Tello al Porto per due anni. 

Il capitolo buio rimane il fichaje del centrale di difesa.  Per ora in rosa i centrali sono tre: Pique, Bartra e Mascherano. Tanti nomi (costosissimi - per Mathieu del Valencia si parla di 20m), poche trattative concrete.
 
Messi
 
Ero convinto che il Barcellona avrebbe ceduto Messi.
La stampa e Luis Enrique, invece, lo rilanciano al centro del progetto Barcellona.
Viene dalla sua peggiore stagione ("solo" 41 gol e 14 assist), svogliato, quasi disinteressato, con altro a cui pensare, (sottovoce) criticato.
Senza Mondiale probabilmente non vomiterà più, senza De Jong alle calcagna magari potrà giocare qualche pallone con maggiore tranquillità.
Suona strano ma Messi secondo me è un'incognita nel Barca che verrà.
Sono d'accordo con chi suggerirebbe a Messi di ripartire da zero.
Il suo essere grande ora passa dal saper trovare una soluzione ad una semplice gabbia. #lascimmiasullaspalla direbbero in America.

Neymar

Lo sapete: non stravedo per Neymar. Credo sia nato star prima di diventarlo, un prodotto mediatico studiato a tavolino prima ancora di aver dimostrato il grande valore di cui si parla da ormai diversi anni.
Peccato. Nelle prime partite del Mondiale mi era piaciuto (giusto, per un istante, il tweet di Nesat: la vera simulazione di O Ney è stata la stagione con il Barcellona). Poi, nel match contro la Colombia, è ricaduto nei suoi difetti. Sempre volante, sempre per terra. Lezioso, poco incisivo. Non dico che il fallo di Zuniga sia una logica conseguenza di quanto visto fino a quel momento, ma poco ci manca.
Neymar è il giocatore che deve crescere di più nella prossim stagione, anche alla luce del fatto che in un attacco con già Messi e Suarez il terzo perfetto ben potrebbe essere Pedro e non lui.
 
Le altre

Là davanti #sposta
 
Le reazioni da parte del Real Madrid all'acquisto di Suarez.
Ancelotti ha riconfermato Benzema al centro dell'attacco merengue e si concentra sul centrocampo. Preso Kroos, a breve dovrebbe firmare anche James Rodriguez (che in un primo momento aveva smarcato l'interesse dei blancos). Più lontani a questo punto Vidal, Verratti (per quest'ultimo si vociferava di un contratto faraonico) e Ramires. In uscita, Perez chiude con la Juve per Morata: se le cifre venissero confermate, penso si potrebbe parlare di grande affare sponda Real.
Mai e poi mai avrei trattato Khedira, forte vero (chiedere in Brasile per conferma).
Dopo l'acquisto di Keylor Navas per la porta, Casillas lo vedo malissimo.
 
Intanto l'Atletico si prende l'ennesimo attaccante cui far segnare gol a raffica. E lo paga pure "poco".
Segue Oblak, Negredo e Soldado per ricostruire una rosa minata dalle tante partenze. Una cosa è certa, Simeone ha già dimostrato che il cholismo può funzionare a prescindere dagli interpreti.
Il Depor neo-promosso si rafforza con Cuenca (che col Barca ha rescisso).

La nota negativa: Victor Valdes, che la scorsa stagione aveva deciso di non rinnovare per il Barcellona, non ha superato le visite mediche prima della firma con il Monaco.

 

lunedì 14 luglio 2014

Come sono fugaci le finali dei Mondiali

 

 A Simone, devi essere forte

Paloma é bellissima alle sei del mattino mentre addenta un croque monsieur con la sua bocca carnosa e il labbro superiore ha la forma di un tunnel oscuro e silenzioso scavato nella montagna che divide un'isola in due parti e attraversarlo significa scegliere il mistero dell'altra parte, quella che non si conosce e che secondo alcuni é solo un luogo immaginario. I piccoli occhi tondi e bruni come biglie si muovono in maniera vorticosa mentre il trucco nero si scioglie maldestramente sulle palpebre, rivelando con maggiore esattezza i contorni di una bellezza di vent'anni. Il sangue argentino che le scorre nelle vene, gli anni trascorsi da bambina a Buenos Aires, la aizzano di rabbia - ma é una rabbia sorridente - quando le confesso che domenica sera, nonostante tutto, nonostante me stesso, nonostante il tifo, prenderó le parti della Germania perché nella vita ogni tanto bisogna pur riconoscere che qualcuno si é meritato un certo riconoscimento, che é giusto cosí, e questa Germania é una squadra fantastica ormai da quasi dieci anni e porta avanti un calcio bellissimo, fresco, giovane, da sei del mattino, che le assomiglia piú del gattamortismo di Messi e compagni, e poi c'é quell'Ozil che é pura magia, che ogni tocco sembra un bacio sussurrato prima di scomparire nella notte...Ma tanto é inutile che ti arrabbi Paloma, le dico, domenica io non saró giá piú parte della tua vita, tre giorni avranno diluito il ricordo di questo fugace incontro notturno davanti al forno di Tuset e io saró lontano come un rigore non fischiato ma che forse c'era in una partita contro la Cremonese di inizio anni Novanta.

Otto anni fa Paloma era una ragazzina di Barcellona che coniugava argentinitá e catalanismo avvicinandosi con i nuovi amici dell'Instituto ai piaceri della carne e del sangue, sotto forma di empanadas e kalimotxo, mentre io, che avevo la sua etá di oggi, mi trovavo nella stessa cittá, anche se mai avrei potuto incontrarla. La sera della finale di Berlino con mio padre passiamo in pasticceria per comprare il dolce da portare al signore coi capelli rossi che ci ha invitato a casa sua a vedere la partita, quella che nel momento in cui compriamo il dolce é ancora solo una partita, una finale da giocare, e non la sera in cui l'Italia ha vinto il Mondiale, lo stesso momento di attesa e mistero che sto vivendo io, senza mio padre e senza il signore coi capelli rossi, otto anni dopo sul tavolo della cucina di una casa ad appena due strade di distanza da quella in cui vivevo allora, quando manca meno di un'ora al calcio di inizio della finale di Rio de Janeiro e su Radio Clásica danno La vida breve di Manuel de Falla. Quel signore coi capelli rossi l'avevamo conosciuto nella piazza dell'orologio poche ore prima, per casualitá, e avevamo scambiato qualche parola di circostanza sul fatto di essere italiani, anzi romani (pure se lui era di Genzano) a Barcellona in una giornata storica come quella, e cosí era venuta fuori l'idea, per cosí dire, di unire le forze e vedere la partita insieme, magari a casa sua perché era piú grande, piú ventilata, e soprattutto era veramente casa sua e non un paio di camere prese in affitto per un semestre. Con mio padre accettammo offrendoci di portare il dolce, e con il senno di poi abbiamo fatto bene ad andare a casa del signore coi capelli rossi perché, almeno per quanto ci riguarda, é stato in quel salotto che Grosso ha segnato il rigore decisivo, l'Italia ha vinto il Mondiale, il dolce era buonissimo e io ho potuto lanciare un urlo liberatorio e patriottico dal terrazzo del quinto piano.

Il signore coi capelli rossi, di cui non ricordo neanche il nome (lui mi chiamava Junior, chissá perché), come Paloma non ricorderá tra otto anni neanche il mio, l´ho visto tre ore in tutta la mia vita, le tre ore della finale tra Italia e Francia, quindi tre tra le ore piú importanti della mia vita, e poi mai piú, nonostante gli avessi dato pure una borsa di libri che lui si era offerto di riportarmi in Italia visto che  andava in macchina e aveva il bagagliaio mezzo vuoto, solo che io, tornato dopo l'estate a Roma, non l'ho mai piú chiamato, avevo il suo numero di telefono ma, per colpa di quegli attacchi di pigrizia che fanno credere che una cosa si puó sempre fare il giorno dopo, e poi quello dopo ancora, finché diventa troppo tardi per farla, non ho mai voluto digitarlo, non ho mai voluto parlare di nuovo con lui, sentire la sua voce, farmi chiamare Junior, prendere appuntamento per incontrarmi a Genzano in modo che potesse consegnarmi la borsa con i miei libri, e quindi quei miei libri io non li ho mai piú rivisti, saranno rimasti per mesi e forse anni nella cantina di una casa sconosciuta alle porte di Roma e magari sono ancora lí che prendono polvere, mantenendo vivo il mio legame lungo undici metri con il signore coi capelli rossi con cui insieme a mio padre decidemmo, non senza esitazioni, di condividere un momento cosí importante e in fondo irripetibile della nostra vita, un momento che ci avrebbe segnato come padre e come figlio, e forse é stato meglio cosí, é stato meglio non recuperare mai quei libri, aver tolto con questo aneddoto epica a quella serata, perché ogni volta, quando suonano gli inni prima della finale, e i giocatori si abbracciano, e i telecronisti si eccitano, e per le strade non c'é nessuno, sembra che non solo finisce il Mondiale, ma sembra che finisce proprio il mondo, e invece non finisce proprio nulla, é solo una stupida finale di un Mondiale, é solo un'illusione, tra quattro e poi otto anni saremo tutti di nuovo qui davanti al televisore a vedere come finisce un'altra volta, e poi un'altra volta ancora, e accanto a noi mancherá qualcuno e ci sará qualcuno nuovo, perché non abbiamo alternative, dobbiamo sempre andare avanti, con quello che si perde e con quello che si trova.

Non so Paloma con chi vedrai la partita stasera, di certo non con me, che sono da solo a casa tentando di riprodurre filologicamente la stessa pasta al tonno che mia madre cucinó a Fregene la sera della finale di Italia '90, anche se pochi chilometri ci dividono, meno dei nostri anni sicuramente, non so se alla prossima finale del Mondiale saremo nella stessa cittá di nuovo, non so neanche se il signore coi capelli rossi é a Barcellona stasera, in quell'appartamento ventilato nel palazzo senza ascensore che si trova al di lá della piazza su cui oggi si affacciano queste finestre, peró volevo dirti che ho cambiato idea e questa sera tiferó per l'Argentina e la tiferó per te e per la tua bocca e per i libri che hai dimenticato a Buenos Aires quando sei venuta ad abitare a Barcellona e per quelli che dimenticherai a Barcellona quando lascerai la casa di un ragazzo che pensavi fosse coraggioso e invece ha avuto paura di scoprire cosa c'era dall'altra parte di quel tunnel, pure se aveva il numero dieci sulle spalle.

mercoledì 9 luglio 2014

Fidel e Diego a La Habana. Una conversazione informale (con Dio)


"Fidel es una enciclopedia. Verlo fue tocar el cielo con las manos. 
Que los cubanos se queden tranquilos porque lo tienen. Es una bestia que sabe de todo, con una convicción que explica cómo pudo hacer lo que hizo con 12 hombres y tres fusiles"

(Diego Armando Maradona)

Alla fine del luglio 1987 Maradona venne premiato a Cuba come miglior atleta dell’America latina per il 1986.
Inaspettatamente il 28 luglio, a conclusione della breve vacanza, Diego venne ricevuto a L’Avana da Fidel.

Raggiunto da una telefonata improvvisa mentre passeggiava sulla spiaggia di Varadero, Diego dovette trasferirsi d’urgenza al Palazzo della Rivoluzione a L'Avana, dove Castro riceveva abitualmente i suoi ospiti. 
Diego si presentò quindi trafelato a casa di Fidel con tutto il suo entourage, da Claudia all’amata Dona Tota, dal preparatore Fernando Signorini a sua figlia Dalma di soli quattro mesi.



L'incontro ebbe inizio alle 23:40 del 28 luglio e si concluse ben dopo le 3 del mattino.

Se nelle prime fasi dell'incontro a trionfare furono la curiosità ed il rispetto reciproco, man mano che trascorsero i minuti la confidenza e l’intimità nel salotto di casa Castro aumentarono, tanto che Claudia, giunto il momento di allattare Dalma (di appena quattro mesi e che rende "loca" tutta la famiglia), rifiutò il cortese invito di Fidel ad accomodarsi in una stanza attigua e, nello stupore generale, estrasse il seno dinnanzi ad un consesso a dir poco sgomento.
Come noto, si sarebbe trattato solo del primo di una lunga serie di incontri tra i due.

In quell'occasione Diego e il Lìder divorarono chili di ostriche, fumarono sigari e chiacchierarono lungamente di argomenti sportivi e di interesse generale (Gianni Mura all'epoca rese bene l'idea del tenore della conversazione commentando: "Nel dialogo Maradona sembra Maradona, Castro un perfetto suonato").


Di seguito Lacrime di Borghetti ripropone qualche estratto della loro chiacchierata. Si tratta per lo più di divagazioni metacalcistiche e di gustose memorie aneddotiche riguardanti la quotidianità partenopea di Diego.

* * *

Fidel: “Quando colpisci la pelota di testa non ti fa male il capo? Qui la pelota significa solo baseball..Ma dimmi, dimmi..come li calci tu i rigori?"
Maradona: "Prendo due metri di rincorsa e alzo la testa solo quando appoggio il piede destro ed il sinistro sta per colpire il pallone. A questo punto scelgo la direzione."
F: "Ma cosa dici, calci senza guardare il pallone?"
M: "Si"
F: "Compañero, quello che fa la mente umana non ha limiti, e mi domando sempre dove potrà arrivare insieme al corpo.."


M: “Comandante, non ha mai pensato di tagliarsi la barba?”.
F: “Una sola volta, ma sarebbe stato un errore, la mia barba è un simbolo per molti”.

F: “Dove tieni il danaro che guadagni?”. 
M: “Lo investo in Argentina e in Italia, ma ai tempi del Barcellona ho perduto molta plata, molto danaro, molto”. 



F: “Pensa che io, uomo di sinistra, ho giocato al calcio all’ala destra, poi mi sono dedicato al basket e al baseball, perchè in questo modo riuscivo a giocare di notte. Ora faccio mezz’ora di nuoto al giorno, mi serve solo un amico che mi prenda i tempi perchè mi piace che mi si prenda il tempo ("porque a mì me gusta tomarme el tiempo", n.d.r.). Ogni tanto pratico anche la pesca subacquea. Ma Napoli è a sud o a nord di Roma, e ti ci trovi bene?”. 
M: “Al sud, comandante. Proprio bene non mi ci trovo, non posso uscire di casa, devo cambiare continuamente il numero del telefono. I napoletani sono fatti così, per loro sono un semidio, mi paragonano a san Gennaro, glielo dico in tutta umiltà. Non vivo, ma non ho altra scelta”. 
F: "Senti, ragazzo, fai attenzione, perché mi hanno detto che il traffico di Napoli è molto complicato".


* * *

Si narra che poco prima di ripartire per l’Europa, nella notte del 29 luglio, Diego abbia raccontato a microfoni spenti ad un giornalista: “Fidel Castro è un’enciclopedia vivente e vederlo per me è stato come toccare il cielo con un dito. Che i cubani stiano tranquilli perché sono fortunati ad avere uno come lui. E’ una bestia che conosce qualsiasi cosa, parla con una convinzione che spiega come abbia potuto fare quello che ha fatto con dodici uomini e tre fucili. Gli ho già detto di chiamarmi per una chiacchierata appena avrà un momento libero. In pratica mi sono autoinvitato..”.

Ai giornalisti presentatisi all’aeroporto dell’Avana invece dichiarò: “Ritorneremo. Ci siamo trovati molto bene in questo paese e ci rivedremo sicuramente. D'ora in poi ricorderò sempre i bei momenti trascorsi qui da voi e non dimenticherò che devo ritornare per ripagarvi di tutto ciò. Mi piacerebbe diventare il padrino del calcio cubano".

Pare invece che il commento di Fidel Castro al termine della visita fu: “Me gusta este chico, es humilde, sabe muy bien de donde viene. Va a ser lindo tenerlo otra vez por acà”.


martedì 1 luglio 2014

Perchè non hai riso, Thomas Müller?

La Caduta

"Bene. Torniamo, se permette, al suo caso. Cosa mi può dire in proposito?" Gli ripetei il racconto che avevo fatto a Brandt. "E' una storia spaventosa. Deve esserne rimasto sconvolto". "Certo, Herr Standartenführer. E lo sono stato ancora di più per le accuse di quei due difensori dell'ordine pubblico, che non hanno mai, ne sono sicuro, passato un solo giorno al fronte e che si permettono di diffamare un ufficiale delle SS". Baumann si grattò il mento: "Posso capire fino a che punto tutto ciò sia offensivo per lei, Obersturmbannführer. Ma forse la soluzione migliore è fare piena luce su questo caso". "Non ho nulla da temere, Herr Richter. Mi rimetterò alla decisione del Reichsführer".

Jonathan Littell, "Le Benevole"

Perchè non hai riso, Thomas Müller, quando, ormai agli sgoccioli dei tempi regolamentari della partita contro l'Algeria, ti sei rialzato dopo essere caduto goffamente a terra nel tentativo di sviluppare uno schema (o dovrei dire una coreografia? Un omaggio a Roland Petit forse?) su punizione insieme ai tuoi compagni? Peccato Thomas Müller, avresti potuto portare uno squarcio di umanità in una squadra che di umano ha poco (penso alle sembianze gelide e alle qualità atletiche bioniche del tuo portiere Manuel Neuer, simulacro tardivo di eugenetica nazionalsocialista), un momento di gioco in un contesto che di giocosità non ha più nulla, solo i ridicoli scarpini bicolori, ridicoli come un pagliaccio che racconta un funerale. Ti saresti potuto rialzare ridendo in maniera liberatoria, ridendo di te stesso ma anche dell'idiozia di chi ha pensato uno schema del genere (invece di tirare in porta) e della mentalità da zu Befehl dei tuoi compagni di squadra, soprattutto di quel Bastian Schweinsteiger che si capisce lontano un miglio che se gli dicono buttati nell'Elba, lui si butta, pure se è inverno, pure se ha i vestiti addosso, se gli dicono fucila quei prigionieri nel fienile, lui li fucila, pure se non li conosce, se gli dicono fai lo schema B4 su punizione lui lo fa, pure se gli sembra una cazzata. Peccato Thomas Müller, la tua risata avrebbe contagiato anche gli avversari, Yacine Brahimi sarebbe venuto ad abbracciarti, Islam Slimani ti avrebbe dato una pacca sulla spalla, Rafik Halliche avrebbe riso insieme a te e con Sami Khedira si sarebbero ricordati di quella volta che.... Peccato Thomas Müller, ci avresti ricordato che nonostante i soldi, le televisioni, le pubblicità, i jingle, le magliette tecniche, gli stadi futuristici, i palloni iper-tech, la tensione, la cosiddetta posta in palio, i moduli tattici, alla fine, Thomas Müller, tu sei solo un ragazzo di 24 anni che sta giocando a pallone con un gruppo di amici, e che la cosa ti rende sì un professionista dello sport, ma ti diverte anche, come quando eri bambino, e giocavi con la palletta di spugna in camera tua, facevi le rovesciate contro l'armadio, e tua madre s'incazzava perchè così rompevi il letto. 


Javier Marìas raccontava di come i giocatori del Real Madrid plurivincitore della Coppa dei Campioni, capitanati da Alfredo Di Stéfano, in campo si divertivano come matti tra tacchi, raboni, finte fini a se stesse, facendo infuriare l'allenatore. Racconta lo stesso Di Stéfano a Marìas (mi permetto di tradurre): "L'allenatore a volte si innervosiva e mi chiedeva di non fare colpi di tacco, perchè contagiavo i miei compagni; perchè se io facevo dei colpi di tacco andava pure bene, diceva, però se li faceva l'intera squadra era un suicidio; ma alla fine, dovevamo pure divertirci un po', o sbaglio?". Eppure non sembrava che tu ti stessi divertendo, Thomas Müller, non hai riso quando sei caduto e hai perso l'occasione di portare la follia di una risata liberatoria in campo, costringendoci ad associare il sorriso, così malvisto (i grandi campioni - Ibra, Leo, CR7 - non ridono mai, al massimo s'incazzano), allo sguardo da ebete di Cafu, alle finte di Robinho, ai funambolismi di Denilson, insomma a quei bidimensionali dei brasiliani, che tanto conoscono solo l'allegria o la tristezza, la tristezza o l'allegria, e la saudade appena l'aereo supera le acque territoriali.

Scriveva Juan Manuel de Prada che l'atteggiamento di un bambino di fronte alla vita è inaugurale, mentre quello di un adulto è reiterativo. Crescere è scendere a patti con una realtà che si ripete, e adattarsi alla forma di quella realtà ripetuta, convertirsi in creature in serie, con comportamenti prevedibili, con parole sprecate, con sentimenti e passioni stereotipate, con preoccupazioni triviali, trite e ritrite. Juan Manuel de Prada, caro Thomas Müller, sta parlando di te. Hai fatto quello che ci si aspettava, hai negato la caduta, il fallimento dello schema, il ridicolo generale. Non avresti potuto accettare di essere proprio tu - un tedesco affidabile, con un compito ben preciso, nonostante il tuo vagabonadare picaresco per tutto il fronte d'attacco - colui che con una risata ci avrebbe liberato dalla schiavitù di essere figli del calcio del nostro tempo, un calcio che non sa affrontare la caduta con naturalezza. Piuttosto, in quei millesimi di secondo in cui sei rovinato a terra, avresti preferito rompere la capsula di cianuro che tenevi tra i denti, nel bunker di Porto Alegre.

Forse il tuo voleva essere soltanto un omaggio a Simone Perrotta, l'uomo che segnava solo cadendo, e quindi non c'era niente da ridere, perchè la caduta faceva veramente parte dello schema, e nessuno l'ha capito. O forse ti sei sentito in colpa perchè con quella caduta hai rovinato ai nostri ferventi tatticomani, che avevano già salvato sul computer una copia dello screenshot con l'inquadratura della punizione, e già stavano iniziando ad ornarla con cerchi rossi intorno ai giocatori, frecce blu per indicare i loro movimenti, linee tratteggiate gialle per spiegare la traiettoria del pallone, la possibilità di spiegarci che con quello schema basato sulla successione di Fibonacci la Germania non poteva non segnare il gol bellissimo che stava per segnare. O forse la tua caduta era proprio un atto ribelle contro questa assurda pretesa di considerare che il calcio sia una scienza esatta, per sbugiardare plasticamente la propensione della nosta epoca che aspira a capire tutto e che però, attraverso le sue spiegazioni, solo riesce a fare in modo che tutto ci risulti indegno di essere capito, perchè lo spoglia di ogni mistero, così come sono stati sbugiardati gli architetti italiani che nel cinquecento iniziarono a tracciare progetti di giardini che simulavano strade, piazze, prospettive urbane, la lotta contro la natura selvaggia, la convinzione - forse - che il mondo è razionale. Ma allora potevi ridere, Thomas Müller, e noi ti avremmo capito, avremmo riso con te, e i tuoi compagni avrebbero riso con te, e gli algerini avrebbero riso con te, e questo sarebbe stato ricordato come il Mondiale in cui un tedesco ha riso dopo essere caduto e nessuno ha pensato alla caduta, perchè tutti hanno pensato alla risata.